“Crimini di lesa umanità: processare la Ue e gli Stati membri per la politica di contrasto contro i migranti”
di Emilio Drudi
Ventitré migranti sono morti la notte del 16 ottobre in un naufragio nella zona Sar maltese, circa 50 miglia a sud est di Lampedusa e 70/80 da La Valletta. Una strage annunciata. Perché nonostante gli Sos lanciati dalla Ong Alarm Phone fin dalla tarda mattinata, nulla si è mosso né da Malta, competente per l’organizzazione dei soccorsi quale titolare della zona Sar, né da Roma, pur essendo Lampedusa il porto dal quale far partire un’operazione di ricerca e recupero nel modo più rapido ed efficace. Gli interventi sono iniziati solo l’indomani, quando un aereo della Guardia Costiera italiana, impegnato in un’altra missione, ha avvistato casualmente la barca rovesciata. Ma a quel punto la tragedia si era già compiuta: solo 11 dei 34 naufraghi sono stati trovati ancora in vita. Tra le vittime scomparse in mare anche parecchi bambini e una donna in stato di gravidanza. Cercavano aiuto dopo essere state costrette a fuggire da situazioni di crisi estrema come il Sudan, la Somalia, l’Eritrea, l’Egitto.
E’ l’ultimo anello di una lunga, lunghissima catena di stragi e naufragi provocati negli ultimi vent’anni dalla politica di crescente chiusura e respingimento “ad ogni costo” adottata dall’Unione Europea, ma in particolare dall’Italia, contro i migranti. Inclusa la guerra contro le navi Ong che cercano di sopperire all’indifferenza e al cinismo degli Stati e delle istituzioni. Basti ricordare che quasi nelle stesse acque, poco più di 40 miglia a sud est di Lampedusa, esattamente 12 anni fa, l’undici ottobre 2013, ci fu quella ora ricordata come “la strage dei siriani”: oltre 260 morti nel naufragio di un barcone stracarico, abbandonato per ore a sé stesso in una lunga, penosa agonia. I “mai più” fioccati di fronte a quell’orrore non hanno avuto alcun seguito: dal gennaio 2015 si calcolano oltre 41.500 tra morti e dispersi lungo le varie vie di fuga verso l’Europa e più di 25 mila nel solo Mediterraneo. Senza contare le decine di migliaia di disperati intercettati in mare (su mandato di accordi voluti e sostenuti anche finanziariamente dalla Ue), deportati in Libia e consegnati all’inferno di lager dove omicidi, torture, stupri, riduzione in schiavitù, violenze di ogni genere sono la norma quotidiana.
Questa mattanza è sotto accusa da anni di fronte alla Corte Penale Internazionale (Cpi). Con l’ipotesi che si stia commettendo sistematicamente un crimine di lesa umanità. Le inchieste aperte, però, non hanno ad oggi portato ad alcuna incriminazione e meno che mai a uno o più processi. Indagini e accertamenti sono ancora in corso, su più filoni. Ma ora potrebbe aversi una accelerazione forse decisiva grazie a una relazione-inchiesta che, presentata alla Cpi proprio per chiedere finalmente conto delle indagini avviate, chiama in causa centinaia tra uomini di governo, politici, funzionari, rappresentanti di varie istituzioni ma, in particolare, ben 122 indicati come “sospettati” di crimini contro l’umanità. E tra questi 122 non sono pochi gli italiani. Solo per limitarsi ai politici che hanno avuto o hanno tuttora responsabilità di governo ci sono (in ordine alfabetico) Angelino Alfano, ministro degli interni 2013-2016 e poi degli esteri 2016-2018; Paolo Gentiloni, ministro degli esteri febbraio 2014-dicembre 2016 e primo ministro dal dicembre 2016 al marzo 2018; Federica Mogherini, alta rappresentante Ue agli affari esteri 2014-2019; Marco Minniti, ministro degli interni dal dicembre 2016 al marzo 2018; Matteo Renzi, primo ministro dal febbraio 2014 al dicembre 2016; Matteo Salvini quale ministro degli interni 2018-2019 ma tuttora ministro delle infrastrutture e vicepresidente del Consiglio.
L’iniziativa è stata promossa da due giuristi francesi – Omer Shatz e Juan Branco – autori già di un’altra inchiesta in materia, dalla Ong Front Lex, che da anni contesta le politiche migratorie europee di fronte ai tribunali internazionali, e dall’International Law in Action, un organismo collegato all’Università di Leida, che si occupa di diritti umani e dell’applicazione del diritto e delle leggi internazionali.
Il punto di partenza è il rapporto con cui nel 2017 il procuratore della Corte Penale Internazionale ha riferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che erano stati commessi “crimini contro l’umanità gravi e diffusi” contro “migliaia di migranti vulnerabili, tra cui donne e bambini”, specificando che il suo ufficio stava valutando di aprire una indagine specifica in proposito. E da allora, anno dopo anno, la Cpi ha continuato a presentare all’Onu precise relazioni sui crimini commessi contro i migranti. Due anni dopo, nel 2019, a sostegno di questa azione, Omer Shatz e Juan Branco (gli stessi giuristi promotori della nuova inchiesta), in qualità di consulenti della Cpi, hanno presentato al procuratore una comunicazione di 250 pagine nella quale emergeva che erano stati commessi crimini “diffusi, sistematici e continui” lungo le rotte del Mediterraneo centrale come conseguenza delle politiche adottate dalla Ue per impedire a tutti i costi ai richiedenti asilo di raggiungere le coste europee dall’Africa settentrionale. In entrambe le relazioni (quella del 2017 e quella del 2019) si evidenziava in sostanza come le politiche basate sulla “deterrenza” sono di fatto la causa dei crimini commessi contro i migranti. In particolare si sono citate, tra l’altro, la sostituzione dell’operazione di salvataggio Mare Nostrum con operazioni di polizia e controllo e, in questo contesto, l’organizzazione (da parte dell’Italia su mandato Ue: ndr) della Guardia Costiera libica a cui affidare il lavoro sporco di intercettare in mare e ricondurre in Libia i profughi/migranti, precipitandoli in un vortice di sparizioni forzate, omicidi, incarcerazioni, trattamenti disumani che costituiscono, insistono i giuristi, crimini contro l’umanità.
Sulla scorta di tutto questo, in aggiunta all’indagine più generale sulla situazione nel paese avviata fin dal 2011, nel 2020 si è aperto presso la Cpi un “caso Libia” specifico sui crimini commessi contro i migranti e nel 2022 il procuratore ha aderito a una task force incaricata di indagare proprio su questo genere di crimini. Le indagini erano già avviate quando, nel 2023 – riferiscono i promotori della relazione-inchiesta inviata in questi giorni alla Cpi – una missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite incaricata dal Consiglio Onu per i Diritti Umani “ha stabilito che funzionari Ue e degli Stati membri starebbero partecipando a crimini contro l’umanità nei confronti dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale…”. Tuttavia, aggiungono, “tra i membri della ‘task force’ del procuratore figurano anche l’Unione Europea e l’Italia, ovvero presunti coautori del caso sottoposto al procuratore” stesso.
Le radici della nuova iniziativa promossa da Omer Shatz, Juan Branco, Front Lex e International Law in Action presumibilmente nascono almeno in parte proprio da qui e magari può esserci stata una accelerazione anche in seguito al caso Almasri, il criminale libico fatto arrestare a Torino dalla Corte Penale Internazionale ma liberato dopo appena 24 ore dal governo italiano il quale, anziché consegnarlo all’Aia, lo ha riportato in Libia addirittura con un volo di Stato. E l’obiettivo dell’istanza è chiaro: aprire finalmente dei procedimenti specifici contro i presunti responsabili di crimini che sembrano ormai ampiamente appurati. “L’indagine della Cpi in Libia – si legge infatti nella relazione preliminare al nuovo dossier – è stata avviata nel 2011. Finora non ha portato ad alcun processo…”. E ancora: “Sebbene il procuratore abbia riconosciuto nel 2017 che sono stati commessi crimini di competenza della Cpi, i presunti autori siano stati identificati dal 2019, il caso sia stato ammesso dal procuratore nel 2020 e le sue accuse siano state confermate dal Consiglio per i Diritti Umani nel 2023”, finora non è stata intrapresa alcuna azione giudiziaria.
Come dire che il lavoro appena presentato alla Cpi intende completare e concretizzare gli accertamenti condotti negli ultimi anni. Per portarlo a termine ci si è basati, spiegano gli stessi promotori, “su interviste documentate con 77 testimoni e potenziali sospetti (dai capi di Stato fino ai livelli inferiori della catena di comando), su una prima analisi dei protocolli interni che documentano incontri riservati fra funzionari di alto livello della Ue e degli Stati membri, e sulla raccolta e revisione di documenti riservati e accessibili al pubblico”. E ancora, a maggiore e più chiara spiegazione: “Queste tre categorie di prove (resoconti in prima persona di responsabili politici e attuatori, documentazione delle loro deliberazioni interne e relazioni indipendenti che confermano l’esecuzione delle loro decisioni) costituiscono un corpus consolidato di prove che indicano che vi sono motivi ragionevoli per ritenere che i sospetti abbiano partecipato alla commissione dei presunti crimini. Ciò è coerente – rilevano – con le conclusioni della missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e soddisfa la soglia probatoria richiesta dalla Corte Penale Internazionale per avviare un’indagine, perseguire le persone coinvolte e, se necessario, emettere mandati di arresto”. Ne emerge infatti – è la conclusione – “una campagna decennale, diffusa e sistematica, che ha preso di mira la popolazione civile più vulnerabile al mondo, nel momento di maggiore vulnerabilità: i richiedenti, asilo in fuga da conflitti armati, in pericolo in mare” nei confronti dei quali, “in conformità con la politica Ue” volta a impedire ad ogni costo il loro arrivo sulle coste europee, sono stati commessi “innumerevoli crimini contro l’umanità”.
Da qui, appunto, la richiesta di procedere per via giudiziaria puntando essenzialmente su quattro capitoli: avviare un esame sulla situazione europea in relazione a eventuali crimini contro l’umanità commessi sulla rotta del Mediterraneo centrale tra il 2014 e il 2019; chiedere alla Camera preliminare di autorizzare un’indagine sulla situazione negli Stati Ue; aprire un’indagine sui fatti denunciati, esaminando l’eventuale responsabilità penale dei 122 sospettati di crimini contro l’umanità elencati nella banca dati allegata all’istanza inviata alla Cpi; esaminare la potenziale responsabilità penale di tutti gli altri elencati nella banca dati ed eventuali altri crimini commessi successivamente al 2019.
Nel frattempo, essendo ancora in corso i crimini contro i migranti, resta comunque in piedi l’inchiesta sulla situazione in Libia avviata dalla Cpi che, secondo quanto ha comunicato lui stesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il procuratore conta di chiudere entro il 2026. E dovrebbe avere un qualche significato il fatto che la nuova istanza alla Cpi sia stata presentata proprio mentre l’Italia, sulla scia del voto parlamentare del 15 ottobre, si appresta a rinnovare automaticamente il memorandum con Tripoli. Quel contestatissimo accordo che, firmato a Roma nel febbraio del 2017 e via via riproposto sistematicamente, in questi otto anni è stato forse lo strumento principale dell’orrore fatto emergere nel Mediterraneo centrale proprio anche dalle indagini condotte dalla Corte Penale Internazionale, fornendo finanziamenti, mezzi, assistenza tecnica, addestramento ma soprattutto una “copertura politica” alla violazione sistematica dei diritti fondamentali dei profughi/migranti intercettati in mare e deportati in Libia. A cominciare dallo stesso diritto alla vita.
Di seguito il link di accesso al testo completo dell’istanza presentata alla Corte Penale Internazionale:
Nella foto: la cerimonia a Tripoli, presente l’allora ministro Marco Minniti, per la consegna delle prime motovedette italiane alla Guardia Costiera libica
