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“Strage dei siriani”: confermata la prescrizione che suona come una condanna

Migranti/naufraghi sul molo di Lampedusa

L’undici ottobre 2013 sono morte 268 persone, inghiottite dal Mediterraneo nella lunga agonia del barcone con cui stavano fuggendo dalla Libia, danneggiato dalle raffiche di mitraglia sparate dalla Guardia Costiera libica. Erano tutti profughi siriani. Circa 60 i bambini. Meno di un centinaio i superstiti. La tragedia si è consumata nell’arco di un’intera giornata nella zona Sar maltese ma 60 miglia appena a sud di Lampedusa, molto più vicina come porto da cui far partire i soccorsi di La Valletta, distante quasi 120 miglia. Otto giorni prima, il 3 ottobre, c’era stata un’altra tragedia, quella degli eritrei, con 368 morti a soli 800 metri dalla costa meridionale di Lampedusa, e forse proprio la vasta eco suscitata da questa strage ha finito per oscurare quella successiva dei siriani, altrettanto grave. Anzi, anche più grave per come si sono svolti i fatti. Perché ci sarebbe stato tutto il tempo per organizzare i soccorsi ed evitarla, questa seconda tragedia. Tanto più che a una decina di miglia dal punto in cui il barcone stava lentamente affondando c’era la Libra, una nave della Marina italiana, che sarebbe potuta intervenire in brevissimo tempo. Il processo che ne è nato si è concluso in Cassazione il 2 aprile 2026, dopo quasi 13 anni. Gli imputati erano due alti ufficiali: il responsabile della sala operativa della Guardia Costiera italiana e il comandante della sala operativa della squadra navale della Marina Militare. Non ci sono state condanne perché, dato il lunghissimo tempo trascorso, è intervenuta la prescrizione. Ma tutte le sentenze – prima in Tribunale nel dicembre 2022, poi presso la Corte d’Appello nel giugno 2024 e ora in Cassazione – hanno dimostrato che, se si fosse intervenuti tempestivamente, quelle 268 vite si sarebbero potute salvare.

Di seguito le sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello. Quella della Cassazione verrà pubblicata appena sarà disponibile.