Storie

Una lunga catena di stragi e di fosse comuni, ma si cerca di presentare la Libia come “paese sicuro”

di Emilio Drudi

Le voci circolavano da mesi. Anni. E le testimonianze disperate di numerosi profughi/migranti hanno sempre parlato di lager segreti gestiti da bande di trafficanti nella zona di Kufra, la città ai margini della grande oasi sahariana che, snodo delle piste provenienti dal sud, è diventata il primo punto d’arrivo dei flussi migratori dal confine sudanese. Da qui parte poi una strada camionabile che, attraverso oltre mille chilometri di deserto, conduce a Bengasi, in Cirenaica, passando dall’oasi di Gialo, distante 600 chilometri, e da Ajdabiya, la città al margine orientale del golfo di Sirte, da cui per arrivare a Bengasi mancano ormai appena un centinaio di chilometri. Mille chilometri – hanno denunciato più volte diverse Ong e associazioni umanitarie – che sono uno dei percorsi più battuti dai trafficanti di uomini, parallelo a quelli che, sempre da Kufra oppure da Sabha, nel Fezzan, conducono verso Tripoli. Ora è arrivata la conferma: all’alba di domenica 18 gennaio nei sobborghi di Kufra è stato scoperto un carcere segreto sotterraneo, scavato nel terreno alla profondità di oltre tre metri e dunque invisibile all’esterno. Nei locali-cella, tuguri invivibili, sono stati trovati 221 profughi: molte le donne e molti anche i bambini, tra cui un neonato di poco più di un mese, probabilmente venuto alla luce proprio nel lager. Stando alle dichiarazioni degli ufficiali che hanno condotto il blitz, infatti, quella prigione era in funzione da anni e parecchi dei prigionieri liberati di anni ve ne hanno trascorsi anche più di due. “In condizioni umane di detenzione scioccanti”. Non a caso una decina di giovani subsahariani sono stati trovati in stato critico, tanto da dover essere subito evacuati e trasferiti nell’ospedale di Kufra per cure urgenti. Ancora pochi giorni di quella galera e sarebbero morti. E ciò induce a pensare che negli anni ci siano state numerose, forse numerosissime vittime di cui nessuno ha saputo nulla, fatte sparire molto probabilmente in fosse comuni nel deserto. Per risalire alle dimensioni esatte del massacro potrebbero essere determinanti le dichiarazioni del trafficante indicato come il “gestore” del lager, un libico già ricercato come “mercante di uomini” che avrebbe tentato di resistere al blitz ingaggiando un conflitto a fuoco con gli agenti

Uno dei prossimi passi dell’indagine dovrebbe essere la ricerca meticolosa di un eventuale “cimitero nascosto”. Fosse comuni come quelle scoperte pochi giorni prima del blitz di Kufra nelle vicinanze di Ajdabiya. La notizia del ritrovamento dei corpi di alcuni migranti nella zona a nord della città circolava dall’inizio di gennaio. Si parlava di una decina di cadaveri, senza però che emergessero particolari sul luogo esatto e senza conferme ufficiali da parte delle autorità libiche. Poi, tra il 13 e il 14 gennaio, un rapporto della polizia ha reso note le reali dimensioni della strage: sepolti quasi a fior di terra, nelle adiacenze di una fattoria adibita a lager, sono stati trovati almeno 21 corpi. A guidare fino alle fosse comuni gli agenti che hanno fatto irruzione nella struttura sono stati alcuni dei circa 200 migranti liberati, i quali hanno raccontato nei dettagli anche come è maturata la strage: quei 21 ragazzi, quasi tutti profughi fuggiti da Eritrea, Etiopia e Somalia, dopo essere stati sequestrati e sottoposti a torture e violenze di ogni genere, sono stati uccisi a sangue freddo, a colpi di armi da fuoco, perché le loro famiglie non sono riuscite a mettere insieme in tempo il denaro richiesto dai trafficanti per il riscatto. In sostanza, una sorta di “punizione” e insieme di ammonimento per gli altri prigionieri.

Anche ad Ajdabiya, come a Kufra, uno dei trafficanti a capo del lager è stato arrestato nel corso del blitz. Appare evidente che quell’uomo e quel lager dovevano essere collegati a una organizzazione criminale ramificata ed estesa, che si sospetta possa essersi giovata anche di protezioni e complicità di “pezzi” delle istituzioni. Sembra confermare questo sospetto, in particolare, il fatto che – come ha rivelato il giornalista libico indipendente Tarik Lamloun, citando fonti delle forze di sicurezza – il trafficante catturato è un ex ufficiale della polizia agraria già finito sotto inchiesta nel 2022 dopo la scoperta di una grande base di trafficanti, con oltre 230 detenuti, nella zona di Tazerbo, giurisdizione di Kufra, dove era in servizio. Sulla scia di questa operazione in pieno Sahara, ci furono diversi arresti, seguiti anche da varie condanne, ma lui, l’ex poliziotto, sarebbe riuscito a dileguarsi, salvo poi ricomparire nel lager di Adjabiya.

Alla luce delle terribili scoperte fatte ad Ajdabiya e a Kufra ma soprattutto della facilità con cui i trafficanti hanno agito per anni e probabilmente riescono ancora a muoversi, la Ong Refugees in Libya ha chiesto di aprire una inchiesta più vasta e autonoma alla Corte Penale Internazionale. “Siamo di fronte a crimini contro l’umanità – argomenta la Ong – Questi omicidi non sono avvenuti in modo isolato. Si sono verificati all’interno di un sistema in cui le persone vengono intercettate, bloccate, respinte, abbandonate in Libia, senza che ci sia alcun percorso sicuro per ottenere protezione in base al diritto internazionale. Ciò comporta che la responsabilità non riguarda soltanto la Libia. Le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere hanno creato le condizioni in cui questi crimini vengono commessi…”.

A sostegno di questa richiesta potrebbe essere segnalato il breve ma concreto dossier che – pubblicato da Tarik Lamloun all’indomani della scoperta delle fosse comuni ad Ajdabiya – dimostra come numerosi cimiteri segreti simili, quasi sempre collegati a grossi lager, devono trovarsene in tutta la Libia. A partire dal 2017, oltre ai casi di Ajdabiya e Kufra, ne sono stati trovati 7, a testimonianza di quanto le uccisioni di massa, rimaste in genere impunite, siano diventate una “pratica abituale”. Un “orrore normalizzato”. Il terribile elenco è aperto da Sabratha, sulla costa mediterranea, 70 chilometri a ovest di Tripoli, dove nel 2017 sono stati recuperati 11 corpi vicino alle zone utilizzate come basi di detenzione prima della partenza. Segue, Mizda, 160 chilometri a sud di Tripoli, lungo la strada che conduce fino al Fezzan e a Sabha, dove nel 2022 si è scoperto il massacro di più di 30 migranti. Poi, nel 2024, una fossa con 65 cadaveri scavata in fondo a un wadi in secca nel deserto, una zona della Libia sud occidentale, fa rilevare Tarik Lamloun, “nota per le attività delle reti di traffico e detenzione”. Quattro, infine, i casi da segnalare nel 2025, l’anno dopo. Due a Kufra, quasi una anticipazione dell’ultima scoperta: secondo Tarik Lamloun con “almeno 57 cadaveri” ma altre fonti riferiscono addirittura 93, tutti di ragazzi subsahariani uccisi a colpi di armi da fuoco. In più – ha segnalato Infomigrants – 10 corpi trovati all’inizio di febbraio a Jakharrah, distretto di Al Wahat, nel deserto della Cirenaica, 440 chilometri a sud di Bengasi. E, infine, una catena di omicidi e sepolture segrete in varie località a ovest di Tripoli, sulla costa o a poche decine di chilometri nell’entroterra, a Zawiya, Bir al Ghanam, Al Ajilat.

Ecco, questa è la realtà in Libia. La catena di massacri ricostruita dal 2017 a oggi prova di per sé quale sia la situazione, tanto più che – come hanno denunciato a più riprese numerose Ong o la stessa missione Onu e come dimostrano in particolare la “storia” e le attività del generale Almasri che, colpito da un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale, l’Italia ha arrestato un anno fa ma poi inspiegabilmente rilasciato nel giro di appena due giorni, rimandandolo libero a Tripoli anziché in manette all’Aia – pur non arrivando a rappresaglie, esecuzioni di massa e “cimiteri nascosti”, i centri di detenzione “ufficiali”, quelli che fanno capo alle istituzioni libiche, riservano ai reclusi condizioni disumane di carcerazione non molto diverse da quelle dei lager gestiti dai trafficanti per  il “mercato di esseri umani”. I singoli, tremendi episodi citati nel dossier non sono “sconosciuti”: Tarik Lamloun ha avuto il merito di metterli in fila documentando la “continuità dell’orrore”. Di volta in volta, tuttavia, diversi giornali ne hanno già parlato. Ma in Europa non ci sono state grandi reazioni. Al contrario: quasi nessuna emozione, un’attenzione decrescente da parte del sistema dei media e addirittura, nel “mondo della politica”, una tacita volontà di silenziamento. Un silenzio, viene da dire, perseguito con ostinazione, in linea con il programma di esternalizzazione delle frontiere che va avanti da più di dieci anni e che anzi sta addirittura accelerando. Lo si evince dagli accordi che l’Unione Europea e l’Italia continuano a sottoscrivere con i governi di Tripoli e di Bengasi. Al punto da spingere – soprattutto da parte dell’Italia – affinché la Libia venga considerata di fatto un “luogo sicuro” dove sbarcare i profughi/naufraghi catturati nel Mediterraneo dalla sua Guardia Costiera, spesso con la collaborazione o il tacito assenso dell’Europa. Basti ricordare le frequenti “incursioni” libiche nella zona Sar maltese “a caccia” dei barconi dei migranti in fuga: una ventina di casi nel solo 2025. Oppure che da mesi ormai l’Italia, mentre ignora (guardandosi bene dal contrastarle) le motovedette delle milizie libiche che sparano contro le barche dei migranti e persino contro le navi umanitarie, ha deciso invece di “punire”, con pesanti ammende e bloccandole nei porti, le unità delle Ong le quali, per tutelare la vita stessa dei migranti-naufraghi, si rifiutano di mettersi in contatto e, a maggior ragione, di obbedire alle autorità libiche durante le operazioni di soccorso in acque internazionali. Un diktat assurdo, che ribalta tutti i principi della “legge del mare” e del diritto internazionale.

(Nella foto: alcuni cadaveri dei migranti appena diseppelliti dalle fosse comuni di Ajdabiya)