Normalizzare l’orrore – 2 (2026)
di Emilio Drudi
Questo dossier è la prosecuzione del report 2024-2025 nel contesto di un lavoro più ampio che si prefigge di monitorare anno per anno quanto accade ai profughi/migranti alle frontiere dell’Unione Europea come conseguenza diretta della serie di provvedimenti di chiusura e respingimento adottati dalla stessa Ue e dai singoli Stati che ne fanno parte. L’obiettivo finale è quello di chiederne conto al Parlamento Europeo, nella speranza che si possa arrivare al più presto a un radicale cambiamento dell’attuale politica sull’immigrazione e dell’attuale sistema di asilo e accoglienza, abbattendo i “muri” eretti a partire dall’inizio degli anni 2000 e dando vita invece a una concreta, positiva gestione dei flussi.
A giudicare dai fatti registrati e dalle testimonianze raccolte nei primi sedici del primo report mesi già appare evidente come si stiano verificando, giorno per giorno, palesi violazioni del diritto internazionale e della stessa Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.
I vari episodi illustrati riguardano sia le frontiere di terra che quelle di mare, facendo attenzione anche alle misure adottate dall’Unione Europea o dai singoli Stati Ue per renderle sempre più chiuse e invalicabili, a prescindere dalla sorte di chi viene respinto. Anziché una suddivisione in capitoli per “argomento specifico” (respingimenti, violenze, ecc.) si è preferito seguire l’ordine cronologico in modo da farne emergere, caso per caso, la “continuità” pressoché quotidiana eppure ignorata o sottaciuta o che comunque non arriva quasi mai all’attenzione dell’opinione pubblica. Sono eloquenti, a questo proposito, l’enorme numero delle vittime e il tasso di mortalità in costante aumento a partire dal 2015. Oltre tutto, tenendo presente che le cifre di cui si viene a conoscenza sono in genere da considerare sottostimate rispetto alla realtà. Una suddivisione per capitoli è stata comunque inserita alla fine dell’introduzione per illustrare i dati complessivi scorporati dal totale in base alle diverse tipologie di intervento.
Per dare un’idea più concreta della situazione si può fare riferimento alla serie di schede riassuntive pubblicate nel sito nuovidesaparecidos.net. Vale tuttavia la pena anticipare i dati sulle vittime a partire dal primo settembre 2024, in aggiunta al dossier sui diritti violati pubblicato di seguito nel contesto del programma dell’Osservatorio permanente sull’emigrazione, sempreo d’intesa e in collaborazione con la Università Roma Tre.
I dati
A partire dal primo settembre 2014 si sono registrati complessivamente 277 episodi ritenuti degni di essere segnalati: 56 nei primi quattro mesi (sino alla fine di dicembre 2024) e 221 fino al 13 marzo 2026.
Nel dettaglio si possono considerare 5 capitoli riconducibili alle seguenti diverse tipologie di intervento:
1 – Respingimenti alle frontiere di terra (inclusi casi di violenza): 41
2 – Respingimenti diretti in mare (inclusi casi con l’uso delle armi): 56
3 – Respingimenti indiretti in mare: 54 dei quali 17 condotti dalla Libia e 4 dalla Tunisia nella zona Sar maltese
4 – Violenze a terra contro migranti catturati o in attesa di imbarco: 59
5 – Provvedimenti restrittivi, abusi e omissioni da parte di Stati Ue e africani: 67
Vittime (morti o dispersi)
Periodo 1 settembre 2024 – 13 marzo 2026
Totale vittime (mare e terra): 8.363
– 2024 (dal 1 settembre al 31 dicembre): 2.248
– 2025 (dal 1 gennaio al 31 dicembre): 4.703
– 2026 (fino al 10 marzo): 1.412
– Media giornaliera: 14,9
Violenze, abusi e respingimenti: la cronaca
1 gennaio. Sar Malta: la Guardia Costiera tunisina cattura 75 migranti
Una barca alla deriva ai margini tra la zona Sar di Malta e quella della Tunisia è stata catturata dalla Guardia Costiera tunisina: ignota la sorte dei 75 profughi/migranti che erano a bordo una volta sbarcati. Questo nuovo caso di “respingimento indiretto” ad opera delle autorità maltesi è venuto alla luce grazie alla testimonianza dei 33 migranti recuperati dalla nave Ong Ocean Viking, di Sos Mediterranee, prelevandoli dalla nave officina Maridive la quale, dopo averli tratti in salvo il 24 dicembre nella zona della piattaforma petrolifera, li ha tenuti a bordo per una settimana, fino al 31 dicembre. “Abbiamo appreso dai naufraghi presi a bordo – ha riferito in una nota Sos Mediterranee – che c’era un’altra barca con circa 75 persone bloccate sotto la vicina piattaforma petrolifera. Queste persone sono state poi catturate dalla Guardia Costiera Tunisina e riportate indietro”. Non solo: la motovedetta tunisina ha cercato di farsi consegnare anche i 33 naufraghi che erano sulla Maridive: “La nave tunisina – continua la nota della Ong – si è poi avvicinata ai sopravvissuti salvati in precedenza dall’equipagio della Maridive ed ha tentato di portarli in Tunisia contro la loro volontà”.
(Fonte: Sito web Ong Sos Mediterranee)
La cronaca
1 gennaio. La Guardia Costiera libica blocca un soccorso della Ocean Viking
La Guardia Costiera libica ha bloccato una operazione di soccorso della nave Ong Ocean Viking, ordinando all’equipaggio di allontanarsi dalla zona dell’emergenza. Come ha denunciato la stessa Ong, la Viking con a bordo i 33 naufraghi prelevati poche ore prima dalla nave Maridive, stava navigando verso nord quando ha ricevuto da Alarm Phone la segnalazione di un gommone in difficoltà, in acque internazionali, fermo con 60 persone a bordo al riparo di una nave ricerca norvegese, la Edda Flora. Alla luce dell’emergenza, con lo zodiac non in gerado di navigare e le condizioni meteo previste in peggioramento, la Viking ha ricevuto dalla centrale Mrcc italiana l’autorizzazione a modificare la rotta per i soccorsi, ma l’intervento è stato impedito dalla Libia: “Mentre eravamo a sole 15 miglia nautiche dal caso – ha denunciato Sos Mediterranee – la Guardia Costiera libica ci ha ordinato di lasciare l’area, costringendoci a violare il nostro obbligo di assistenza, nonostante le richieste urgenti della nave Edda Flora e nessun piano Sar”. I naufraghi dovrebbero essere stati prelevati da una motovedetta di Tripoli, ma se ne ignora la sorte dopo lo sbarco.
(Fonte: Sito web Sos Mediterranee)
7 gennaio. Sfax: distrutto dalla polizia il campo migranti al Km 36
Il campo migranti al km 36, a nord di Sfax, è stato completamente distrutto dalla polizia. La struttura, sorta “spontaneamente” nella zona degli oliveti, non lobntano dalla costa, ospitava centinaia di subsahariani costretti ad accamparsi alla meglio da quando, con le restrizioni introdotte dal governo di Tunisi, non possono più accedere legalmente a un “alloggio legale”: in buona parte si tratta di persone rimaste bloccate in Tunisia in attesa di trovare un imbarco verso l’Europa o intercettate in mare sulla rotta per Lampedusa, nel contesto degli accordi ci controllo dei flusis migratori stipulati con l’Italia e l’Unione Europea. “Centinaia di tende – hanno riferito le Ong Refugees in Tunisia e Refugees in Libya, corredando la denuncia con foto e filmati – sono state distrutte e date alle fiamme, alcuni beni sono stati rubati dalla polizia. Coperte, cibo, telefoni, taniche d’acqua, teli di plastica e perfino attrezzature mediche (in dotazione all’infermeria autogestita del campo: ndr) sono stati sparsi o bruciati. E’ dall’inizio del 2023 che la Tunisia conduce azioni di questo genere, che costituiscono una grave violazione dei diritti umani”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya e Ong Refugees in Tunisia)
9 gennaio. Bengasi: centrale Rcc realizzata dall’Italia con fondi Ue
L’Italia sta realizzando, con finanziamenti europei, una centrale Rcc a servizio della Guardia Costiera libica in Cirenaica, l’area della Libia orientale governata dal generale Khalifa Aftar che, come tutto il paese, non può essere considerata sicura per i migranti, in base al diritto internazionale. E’ quanto emerge da un’inchiesta condotta dal giornalista tedesco Matthias Monroy e pubblicata dal quotidiano Neues Deutschland. E’ la conferma della politica di esternalizzazione delle frontiere condotta da almeno dieci anni da Roma e Bruxelles nonostante l’evidente violazione dei diritti dei migranti – come hanno ripetutamente denunciato non solo tutte le più importanti Ong, ma una missione di inchiesta indipendente dell’Onu e numerose sentenze della magistratira italiana – in quanto quelle effettuate dalla Guardia Costiera libica nel Mediterraneo non sono operazioni di soccorso ma di cattura e respingimento dei profughi/migranti, a prescindere dalla sorte che li attende nell’inferno della Libia. In sostanza, un ampliamneto del “lavoro sporco” dei respingimenti in mare affidato alla Marina libica dopo il “caso Hirsi”, che ha visto la condanna dell’Italia per aver riportato direttamente in Libia, con una nave militare e contro la loro volontà, decine di persone alle quali è stato negato il diritto di chiedere asilo. La base del nuovo centro – secondo quanto ha riferito il quotidiano tedesco – sarà a Bengasi. L’iniziativa italiana per realizzarlo ha il sostegno della misisone militare europea Irini e un finanziamento iniziale di tre milioni di euro provenienti dall’European Peace Facility, il fondo Ue destinato a spese militari di sicurezza. “L’Italia – secondo quanto ha denunciato la Ong Mediterranea – sosterrà inoltre la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali. Inclusa la costruzione di una torre radar e la fornitura di tecnologie di sorveglianza”. Uno dei bracci operativi in mare sarà la brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar: la stessa milizia che il 12 ottobre 2025 ha sparato a una barca carica di migranti. E, oltre tutto, il progetto del nuovo centro Rcc a Bengasi è stato approvato dall’Italia e dalla Ue proprio mentre, a far data dal 6 novembre 2025, tredici Ong impegnate nei salvataggi in mare hanno sospeso le loro comunicazioni al ceentro Rcc di Tripoli proprio a causa del calvario a cui vengono sottoposti i profughi/migranti in Libia e del comportamento estremamente violento della Guardia Costiera libica nel corso delle intercettazioni delle barche nel Mediterraneo.
(Fonte: Domani, Avvenire)
13 gennaio. Sfax. Muore al campo 21 dopo essere stata intercettata e deportata
Un respingimento in mare è costato la vita a una giovane proveniente dalla Guinea Conakry, Zainab Kamara, morta di malattia e sfinimento nel campo “spontaneo” per migranti Km 21, nella zona degli oliveti, a nord di Sfax, in Tunisia, dopo essere stata catturata sulla rotta per Lampedusa e, una volta a terra, deportata nel Sud. Aveva due bambini piccoli e aspettava il terzo. Arrivata in Tunisia insieme ai due figli con l’intenzione di proseguire per l’Europa, mesi addietro era riuscita a imbarcarsi ma la Guardia Costiera la ha bloccata in mare e riportata indietro insieme a diversi altri migranti. Dopo lo sbarco la polizia ha trasferito sotto scorta l’intero gruppo a sud, abbandonandolo in un’area desertica. Non è valso a salvarla dalla deportazione nemmeno il fatto che fosse in stato di gravidanza e avesse due bambini. Dal sud Zainad è riuscita a tornare sulla costa, trovando rifugio, con l’aiuto di altri subsahariani, nel campo al Km 21. Poco dopo il rientro, però, si è ammalata e forse fortemente debilitata da tutto quello che aveva passato non si è più ripresa. Negli ultimi giorni le sue condizioni sono peggiorate rapidamente fino a che, la mattina di martedì 13 gennaio alcuni compagni l’hanno trasportata all’ospedale da campo organizzato dal dottor Ibrahim Fofana e altri volontari: l’unico presidio sanitario a cui possono rivolgersi i migranti subsahariani nella zona di Sfax. E’ stata subito sottoposta a una terapia d’urgenza ma era ormai troppo tardi: è morta poco tempo dopo il ricovero.
(Fonte: Ebrima Migrants Situazione)
14-15 gennaio. Libia. Barca di migranti catturata, impediti i soccorsi alla Viking
Ancora un respingimento in mare effettuato dalla Libia nel contesto delle politiche “di dissuasione” adottate dall’Unione Europea e dei conseguenti accordi sottoscritti con Tripoli. Rispetto ad altri in precedenza, in questo caso il coinvolgimento diretto di uno Stato Ue è provato dalla testimonianza della Ong Sos Mediterranee, con in più l’aggravante che è stato di fatto impedito alla nave umanitaria Ocean Viking di portare in salvo i profughi/migranti in pericolo. E’ stato lo stesso equipaggio della Viking, costretta ad allontanarsi, a denunciare quanto è accaduto. “Ieri abbiamo assistito ancora una volta alla collaborazione aperta e attiva di quello che sospettiamo fosse un aereo di uno Stato europeo in una intercettazione palesemente illegale e a un successivo respingimento (di migranti in mare: ndr)”, ha riferito giovedì 15 gennaio la Ong che ha poi spiegato in dettaglio i fatti: “La nave Ocean Viking ha ascoltato il mayday relativo a un gommone in pericolo, a una distanza di 6 ore di navigazione, Poi, sul nostro radar, è apparsa una nave pattuglia della Guardia Cosdtier alibica. Il nostro ponte ha sentito la comunicazione radio con quello che chiamavano un ‘aereo maltese’. Le chiamate radio della Ocean Viking a questo aereo sono rimaste senza risposta, ma l’aereo stesso ha condiviso informazioni sulla posizione (del gommone: ndr), facilitando la cattura illegale di persone in pericolo, nonostante la nostra presenza e disponibilità al salvataggio. La nave libica ha successivamente ordinato alla Ocean Viking di abbandonare la scena. Siamo stati costretti a rispettare le norme per garantire la sicurezza dell’equipaggio e abbiamo assistito all’intercettazione delle persone (a bordo del gpommone: ndr) mentre cercavano chiaramente di essere salvate”.
(Fonte: rapporto Ong Sos Mediterranee Ocean Viking, Ebrima Migrants Situation)
16 gennaio. Sfax. Incendiato il campo Km 31: a fuoco anche l’infermeria
La guardia naizonale tunisina ha incendiato e distrutto il campo spontaneo che ospitava centinaia di migranti al km 31 a nord di Sfax, nella “zona degli olivi”. Il raid, con decine di agenti armati arrivati su almeno 7 camionette, è iniziato prima dell’alba, cogliendo i migranti ancora nel sonno. Decine di tende sono state date alle fiamme lasciando appena il tempo di uscire alle persone all’interno, che così non hanno avuto modo di salvare nulla delle loro poche cose. Secondo l’organizzazione Ebrima Migrants Situation è stata distrutta in questo modo anche la piccola infermeria organizzata nel campo da medici e operatori sanitari volontari. “Il Govero italiano – ha denunciato l’attivista Josephus Thomas – conduce le sue politiche migratorie contro i migranti e i rifugiati di colore in Tunisia consentendo che vengano bruciate le tende improvvisate dove trovano rifugio. Veniamo oppressi nella zona degli olivi di Sfax mentre nelle città si moltiplicano gli arresti. C’è ancora un briciolo di umanità?”. Il post è stato ripreso e rilanciato da diverse Ong.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Ong Refugees in Tunisia, Ebrima Migrants Situation)
16-17 gennaio. Kastanies. Scomparsi 7 profughi: si teme un respingimento
Sette profughi entrati in Grecia attraverso la frontiera dell’Evros sono improvvisamente “scomparsi” dopo aver chiesto aiuto alla centrale operativa di Alarm Phone: diversi elementi fanno temere che, intercettati dalla polizia greca, siano stati respinti in Turchia. La Ong è stata contattata nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio ed ha subito chiesto aiuto alle autorità greche, segnalando che, in base al dispaccio ricevuto, il piccolo gruppo, stremato dal freddo e dalla fatica, aveva bisogno urgente di soccorso e in particolare di assistenza medica. Per facilitare le ricerche è stata anche comunicata la posizione esatta, appena al di qua del confine con la Turchia sull’Evros, a pochi chilometri dal posto di forntiera di Kastanies. Nonostante queste precise indicazioni, alcune ore più tardi le autorità locali hanno comunicato di non avere alcuna notizia di quelle sette persone e che comunque non era una loro responsabilità. Nel frattempo i contatti tra Alarm Phone e il picoclo gruppo si erano interrotti e non si è riusciti a ristabilirli. Un “silenzio improvviso” che ha indotto la Ong a sospettare che – come in altre occasioni simili in precedenza – sia stato condotto in segreto un respingimento forzato in Turchia.
(Fonte: Alarm Phone)
17 gennaio. Malta abbandona 44 naufraghi sul mercantile che li aveva salvati
Malta ha abbandonato 44 naufraghi sul mercantile Sider che li aveva salvati nella zona Sar maltese a nord ovest di Bengasi. La soluzione arrivata dalla Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee, che li ha presi a bordo e portati a Palermo, svolgendo di fatto il compito che spettava ale autorità di La Valletta e scongiurando il rischio di un ennesimo respingimento forzato. L’emergenza è scattata tra il 14 e il 15 gennaio quando Alarm Phone ha ricevuto un Sos da un gommone che, partito dalla Cirenaica, aveva raggiunto la zona Sar maltese (posizione segnalata: 34° 17’ Nord e 19° 77’ Est) ma non era più in grado di navigare mentre, secondo le previsioni, le condizioni meteo erano in peggioramento. La prima ad arrivare sul posto per i soccorsi è stata la nave cargo Sider, diretta da Tobruk a Orano, che ha preso a bordo i naufraghi. Alcune delle persone tratte in salvo erano in condizioni mediche molto gravi, tanto da avere bisogno di assistenza medica adeguata ed urgente ma dalla centrale operativa di La Valletta non è arrivata alcuna indicazione per lo sbarco in un “luogo sicuro”. Né d’altra parte può considerarsi un “luogo sicuro” per rifugiati e migranti l’Algeria, dove la Sider era diretta. Si è creata così una situazione di stallo, con i naufraghi abbandonati da Malta al loro destino nonostante dal cargo continuassero ad arrivare notizie allarmanti sullo stato di salute di più di qualcuna delle persone tratte in salvo. E’ andata avanti così fino a quando, sabato 17 gennaio, la Ocean Viking, che già aveva a bordo 46 migranti soccorsi in precedenza al largo della Libia, venuta a conoscenza dell’emergenza dai dispacci diffusi da Alarm Phone, ha raggiunto la Sider, trasbordando tutti i 44 naufraghi del gommone e facendo poi rotta verso Palermo dopo il nulla osta della centrale Mrcc di Roma.
(Fonte: Ong Sos Mediterranee, Alarm Phone)
18 gennaio. Polonia, i minori non accompagnati rischiano 2 anni di isolamento
“Sono numerosi i ragazzi tra i 15 e i 17 anni che entrano dal confine orientale per chiedere asilo e protezione internazionale in Polonia. Data la giovane età dovrebbero usufruire di tutele e procedure speciali. Invece, con la nuova legge entrata in vigore all’inizio di gennaio, rischiano di restare fino a due anni in isolamento, ‘ospiti’ di centri chiusi e sorvegliati, in attesa di ricevere una risposta”: lo denunciano le Ong Grupa Granica e We Are Monitoring, contestando le nuove norme introdotte dal Governo di Varsavia. “Le procedure – spiegano le due Ong – sono lunghe: se va bene durano 6 mesi, ma in caso di ricorso si può arrivare anche a 24 mesi, due anni. Finora questi ragazzi sono stati ospitati in istituti educativi o presso famiglie affidatarie, assicurando una possibilità di sicurezza, istruzione e integrazione. Ora tutto ciò viene di fatto cancellato. Eppure mettere dei ragazzi così giovani in quelli che si presentano come veri centri di detenzione è contro la Convenzione sui diritti del fanciullo e contro la Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Gli standard internazionali sono inequivocabili: privare i minori, poco più che bambini, della libertà è inaccettabile”. Le norme a cui si fa riferimento sono inserite in una legge “che in origine riguardava principalmente l’occupazione per stranieri”. “Nascono, queste norme – affermano le Ong – da un emendamento introdotto dall’allora viceministro Marciej Duszczyk ed è difficile capire, oggi, se i parlamentari fossero davvero consapevoli dei loro effetti. Tanto più che, nonostante il peso dei cambiamenti che comporta, questa legge non è stata sottoposta, come ci sarebbe aspettati, al parere delle organizzazioni sociali o delle istituzioni che tutelano i diritti umani. E il risultato è che adesso è di fatto consentito togliere la libertà a questi ragazzi”. Si tratta, di mese in mese, di decine di profughi giovanissimi. Tra gennaio e settembre 2025, secondo gli accertamneti condotti dalle Ong, erano minorenni l’8 per cento delle persone che hanno chiesto aiuto dopo aver varcato nelle foreste il confine tra Bielorussia e Polonia. In tutto 227, dei quali l’84 per cento “non accompagnati”. E la maggioranza di questo 84 per cento era costituito da ragazzi tra i 15 e i 17 anni in fuga da paesi come la Somalia, l’Afghanistan, l’Eritrea, il Sudan, sconvolti da violenze, persecuzioni, guerre.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
3-4 febbraio. Chio: 15 morti per un tentativo di respingimento in mare
Quindici morti a causa di un tentativo di respingimento in mare conclusosi con una violentissima collisione tra una barca carica di profughi e una motovedetta della Guardia Costiera greca nelle acque dell’isola di Chio. I 24 che si sono salvati hanno riportato diverse ferite, in molti casi gravi. Vittime e feriti sono tutti afghani, in buona parte intere famiglie, con il palese diritto alla tutela internazionale. La barca – un gommone veloce – è partita dalla costa del distretto turco di Cesme nel tardo pomeriggio di martedì 3 febbraio, raggiungendo intorno alle 21 le acque greche dove, poco a sud dell’isolotto di Inousses, è stata intercettata da una motovedetta in servizio di perlustrazione. La guardia Costiera asserisce che navigava senza luci di posizione e che, ignorando i segnali luminosi e sonori di fermarsi, avrebbe accelerato, puntando verso la costa orientale di Chio. Ne sarebbe nato un inseguimento a forte velocità, fino alla collisione in corsa tra i due natanti all’altezza del litorale di Mersinidi, un piccolo centro 8 chilometri a nord di Chio. L’urto è stato così violento che il gommone si è rovesciato per il contraccolpo, scaraventando tutte le persone a bordo in acqua. Nel corso delle operazioni di salvataggio, con l’intervento di alcune unità fatte accorrere da Chio, sono stati recuperati 14 cadaveri e 25 naufraghi ancora in vita ma in condizioni tali da dover essere immediatamente trasferiti nell’ospedale generale dell’isola. Una donna, arrivata in stato critico al pronto soccorso, è morta pochi minuti dopo il ricovero. Le vittime sono 2 bambini, 9 uomini e 4 donne. Tra i feriti (7 uomini, 6 donne e 11 bambini) almeno 3 sono stati dichiarati dai medici “molto gravi”, inclusa una ragazza in stato di gravidanza. Per altre due donne incinte è stata dichiarata la morte del feto che avevano in grembo. Le autorità greche hanno attribuito la responsabilità della strage allo scafista, che nel tentativo di fuggire avrebbe speronato la motovedetta dopo una brusca virata verso sinistra. A riprova hanno pubblicato foto dello scafo della motovedetta che presenta una piccola ammaccatura con una abrasione sulla fiancata destra, verso la prua. Ma questa versione, in pratica identica a quelle presentate dalla Guardia Costiera greca in numerosi episodi simili avvenuti in passato, è stata smentita dai superstiti, i quali hanno riferito concordi che la motovedetta è apparsa improvvisamente nel buio, senza lanciare alcun segnale di alt, né sonoro né luminoso, mentre era a poche decine di metri dalla riva. “Improvvisamente – hanno raccontato alcuni feriti nelle loro testimonianze, raccolte, oltre che da varie testate giornalistiche, da Gabriel Sakellaridis, direttore di Amnesty Grecia e già primo ministro e portavoce del governo di sinistra guidato da Alexis Tsiprasnel governo sissll’detto – si è acceso un fanale, senza che si sentisse nulla. Subito dopo la motovedetta si è schiantata contro il nostro gommone”. E ancora, un altro ferito: “La nostra barca si stava muovendo lentamente ed era ormai molto vicina alla costa quando è arrivata la nave della Guardia Costiera. Non è stato dato alcun segnale: la motovedetta è letteralmente passata sopra la nostra barca”. Anche i referti medici, secondo la Ong Aegean Boat Report, smentirebbero la versione ufficiale: “Il tipo e la gravità delle ferite descritte dal personale ospedaliero sono coerenti con una collisione violenta, come quelle dovute, ad esempio, a incidenti stradali gravi. Niente a che fare con le lesioni tipicamente associate a persone che cadono in mare…”. La stessa Ong, alla luce di numerosi casi simili avvenuti in passato e facendo notare come sia strano che la telecamera di bordo fosse spenta, ha subito sostenuto che molto verosimilmente la motovedetta deve aver messo in atto una serie di manovre dissuasive a forte velocità per bloccare e respingere il gommone nelle acque turche, prima che potesse sbarcare i migranti a Chio, arrivando al punto di tagliargli la rotta per costringerlo a fermarsi ma finendo per speronarlo in piena velocità. Una manovra tanto più assurda – ha aggiunto – perché la barca dei profughi era ormai sul punto di approdare.
Aggiornamento 5-6 febbraio. Tutti i dubbi. Tra il 5 e il 6 febbraio Aegean Boat Report ha pubblicat un breve dossier per riassumere tutta una serie di “dubbi” a cui la versione ufficiale delle autorità greche non ha dato risposta.
1 – Non sono state rese note registrazioni video o audio della motovedetta.
2 – Le autorità hanno riferito che la telecamera della nave non stava registrando al momento della collisione ma non hanno spiegato il perché
3 – Un gommone con a bordo circa 40 persone non può realisticamente raggiungere le velocità descritte dalla Guardia Costiera
4 – L’accessodei giornalisti alla scena e ai reperti dell’incidente è stato limitato sin dalle primissinme ore
5 – Non sono state rese note le comunicazioni radio fatte prima, durante e dopo la tragedia tra la motovedetta e la centrale operativa
6 – Non è stata data alcuna spiegazione sull’evidente contrasto tra le tetsimonianze dei superstiti e il rapporto ufficiale della Guardia Costiera.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report, Efsyn, Ekathimerini, Ana Mpa, The Guardian, Daily Sabah, Anadolu Agency, Agenzia Reuters, Associated Press, Al Jazeera, Infomigrants, Nea Kriti, Dimokratiki Rodos. Aggiornamento: Ong Aegean Boat Report)
4 febbraio. Sfax: catturati in mare, deportati nel deserto e venduti in Libia
Un gruppo di profughi/migranti, partito da Sfax è stato bloccato in mare sulla rotta per Lampedusa, deportato nel deserto subito dopo il rientro forzato a terra e venduto dalla polizia tunisina a miliziani libici del centro di detenzione di Al Assah. Erano in 56, inclusi due neonati di 19 giorni e un mese e due donne, provenienti per la maggior parte dal Sudan, alcuni dalal Guinea Conakry e 2 dal Camerun. La loro tragedia, emblematica di quanto accade alle frontiere Ue esternalizzate in Libia e in Tunisia, è stata ricostruita e denunciata da Alarm Phone sulla base della testimonianza di una delle vittime, un ragazzo sudanese, chiamato Gimmy dalla Ong, che è riuscito a fuggire dal lager libico. Il gruppo si è imbarcato la sera del 16 dicembre 2025 su uno scafo “monouso” in metallo. Dopo circa 4 ore il motore è andato in avaria e la barca è rimasta in balia del mare. Per più di 18 ore la Guardia Costiera tunisina, nonostante le ripetute richieste di aiuto, non è intervenuta. Poi, quando finalmente i naufraghi sono stati prelevati da una motovedetta e sbarcati a Chebba la polizia li ha arrestati. “Ci hanno portato via i soldi, i telefoni e i passaporti – ha raccontato Gimmy – Dopo quattro ore ci hanno caricato tutti su degli autobus e portati sotto scorta al confine libico, dove c’era un gruppo armato in attesa. Evidentemente era tutto concordato. Siamo stati scambiati con due pick-up pieni di carburante. I libici ci hanno portato al campo di Al Assah. Le loro auto avevano la scritta ‘polizia’. Il campo, già pieno, era diviso in due parti. Io sono stato portato in quella più piccola, divisa in quattro scomparti. Appena entrato ho contato i prigionieri: erano 201, per lo più provenienti dalla Nigeria ma anche da Somalia, Egitto, Bangladesh, Guinea Conakry…”. Subito dopo è iniziato il ricatto per il rilascio: le guardie chiedevano da un minimo di 2.000 fino a 2.500 dinari libici (circa 400 euro) a seconda delle nazionalità. I pochi che avevano il denaro sono stati condotti a Zuwara e lasciati andare. Gimmy non disponeva di quella cifra. Un amico, contattato tramite i miliziani, gli ha fatto avere mille dinari ma per le guardie era solo un acconto e per completare la cifra richiesta lo hanno costretto a lavorare per loro. Il vincolo stabilito era di almeno cinque mesi ma l’undici gennaio 2026, quando è stato portato fuori dal campo per lavorare, a quasi un mese dalla cattura in mare, è riuscito a fuggire e a nascondersi in Libia. E dalla Libia, appunto, è entrato in contatto con Alarm Phone. “Il periodo nel lager – ha detto – è stato il peggiore della mia vita. Ho assistito ogni giorno a violenze, torture, razzismo… E ho visto morire il bimbo di 19 giorni perché la madre non aveva più latte…”. “Il logo riconosciuto da Gimmy sulle auto dei miliziani – ha rilevato Alarm Phone – è quello della Guardia di Frontiera libica, che dipende dal Ministero dell’Interno ed è quindi sotto il controllo diretto del Governo di Unità Nazionale di Tripoli. Uno dei principali partner dell’Unione Europea per l’esternalizzazione delle frontiere. E’ un esempio di come il ‘regime di frontiera’ Ue crei un sistema in cui gruppi spietati possono prosperare e persino essere finanziati ed equipaggiati purché riescano ad impedire alle persone di spostarsi verso nord”.
(Fonte: rapporto Ong Alarm Phone)
4 febbraio. A Chebba la prova di decine di catture di barche di migranti
Da quasi un anno il Governo tunisino ha chiuso di colpo le comunicazioni “ufficiali” sui naufragi e sulla cattura di barche di profughi/migranti in mare sulla rotta per Lampedusa. Ha tutta l’aria di essere un “silenziamento” con l’obiettivo di ridurre o magari cancellare l’attenzione sulla tragedia dell’emigrazione: in particolare sul gran numero di intercettazioni e respingimenti di massa nel Mediterraneo centrale, alle porte della Fortezza Europa, spesso condotti con violenza estrema e comunque sempre in palese violazione dei diritti delle persone catturate oltre che in contrasto con il diritto internazionale. Una foto aerea scovata su Google Maps e pubblicata da Alarm Phone dimostra tuttavia che questi blocchi non sono terminati ma anzi continuano su vasta scala: su un ampio spiazzo accanto al porto di Chebba l’immagine mostra decine di barche o di relitti: “Una testimonianza silenziosa – ha rilevato laa Ong – della quantità di intercettazioni portate a termine”. Nulla si sa della sorte toccata alle persone costrette loro malgrado a rientrare in Tunisia. E Chebba è solo una delle zone da cui partono le “spedizioni” verso Lampedusa.
(Fonte: rapporto Alarm Phone)
19 febbraio. Libia. L’Onu conferma le violenze sistematiche contro i migranti
Le Nazioni Unite hanno confermato che i migranti in Libia sono vittime di violenze e violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani, tra cui uccisioni, torture, sparizioni forzate stupri, detenzione arbitraria. E’ quanto emerge da un rapporto redatto sulla base di indagini congiunte condotte dalla Missione di sostegno Onu in Libia e dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani, avvertendo tra l’altro che nel paese si riscontra “un modello di sfruttamento basato sulla vulnerabilità dei migranti e che reti criminali – spesso legate alle autorità locali – sono coinvolte nei rapimenti e nel trasferimento forzato dei migranti nei centri di detenzione. Alla luce di questo autentico inferno, l’Onu ha chiesto il rilascio immediato di tutti i migranti detenuti arbitrariamente nei circa 40 centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in tutta la Libia e, in particolare, ha esortato l’Unione Europea a sospendere immediatamente le intercettazioni e i rimpatri dei migranti in Libia “fino a quando non sarà garantito il pieno rispetto degli standard internazionali in materia di diritti umani”. Il rapporto e la perentoria richiesta all’Unione Europea sono arrivati proprio mentre l’Italia e Malta, d’intesa con la Ue, hanno rafforzato gli accordi che affidano alla Libia il “lavoro sporco” di intercettare i migranti in mare o meglio ancora a terra, prima dell’imbarco, ignorando o addirittura accettando come una “necessià” imprescindibile la sorte terribile a cui in questo modo sono consegnati i migranti ricondotti o bloccati in Libia. E’ emblematica in proposito la presa di posizione del commissario Ue per le migrazioni, Magnus Brunner il quale, poche settimane prima della pubblicazione del dossier Onu, in occasione di una visita ufficiale a La Valletta, in una dichiarazione al Times of Malta, ha riconosciuto come fondate le critiche per le violazioni dei diritti umani commesse dalla Guardia Costiera libica ma ha aggiunto che l’Europa “non ha alternative” (cioè non può rinunciare agli accordi con la Libia: ndr) se vuole ridurre i flussi dei migranti attraverso il Mediterraneo. Ed ancora più embleatico è il riconoscimento di fatto della Libia come “paese sicuro” da parte dell’Italia, come dimostra il fatto che, invece di opporsi e chiedere conto delle violenze della Guardia Costiera libica, sanziona con fermi di settimane e con ammende di decine di migliaia di euro le navi Ong che, durante gli interventi di soccorso nella zona Sar libica, si rifiutano di collaborare o anche solo di scambiare informazioni con Tripoli, proprio per non consegnare i naufraghi/migranti all’inferno della Libia, denunciato ormai in numerose occasioni anche da parte della magistratura italiana ed europea ed ora confermato ancora una volta dalle Nazioni Unite con un rapporto che ricalca ed anzi aggrava la situazione già emersa in una lunga serie di dossier Onu presentati negli ultimi dieci anni.
(Fonte: Libya Observer, Ebrima Migrants Situation)
24 febbraio. Sar Libia. Sea Watch: “Catturate 2 barche. Complice Frontex”
Due barche con a bordo almeno 70 persone sono state catturate e respinte in Libia da unità della Guardia Costiera di Tripoli: lo ha denunciato la Ong Sea Watch, chiamando in causa direttamente la complicità o addirittura il “coordinamento” dell’agenzia europea Frontex. Alla base della segnalazione c’è la testimoninaza dell’equipaggio di Seabird, il piccolo aereo da ricognizione della Ong tedesca. “Oggi il nostro aereo Seabird – ha scritto Sea Watch in data 24 febbraio – ha assistito alla cattura di una quarantina di persone da parte di uan milizi alibica, che le ha riportate illegalmente in Libia. Il tutto cooridnato da Frontex, che sorvolava l’area prima del nostro arrivo. Poco dopo lo stesso è toccato ad altre trenta persone… Questa pratica l’abbiamo già osservata e documentata più volte”.
(Fonte: Pressenza)
25 febbraio. Tunisia. Oltre 100 bloccati in mare e deportati nel deserto
Oltre 100 migranti subsahariani sono stati deportati dalla polizia dalla zona di Sfax verso sud ovest e abbadonati nel deserto non lontano dal confine con l’Algeria. Secondo quanto ha appreso la Ong Alarm Phone, si tratta per la maggior parte di migranti catturati in mare dalla Guardia Costiera tunisina sulla rotta per Lampedusa nel contesto delle operazioni disposte dal governo in base agli accordi sottoscritti con l’Italia e l’Unione Europea per il controllo e il contrasto ai flussi migratori nel Mediterranea centrale.
(Fonte: Alarm Phone, Ebrima Migrants Situation)
26 febbraio. Trenta respinti in Libia a bordo di una petroliera
Trenta profughi/migranti che cercavano di raggiungere Lampedusa sono stati costretti a tornare in Libia a bordo di un mercantile, la petroliera Alatau, bandiera delle Isole Marshall. Si tratta di un respingimento di fatto, attuato su disposizione delle autorità libiche, che si è concretizzato subito dopo che la Alatau aveva preso a bordo l’intero gruppo, costretto a chiedere aiuto mentre navigava verso nord, nelle acque della zona Sar libica su un’imbarcazione di fortuna. Completato il recupero dei naufraghi, alla nave è stata data disposizione di proseguire la rotta e di sbarcarli in Libia. Né il comandante della Alatau né altri si sono posti il problema che la Libia non può essere considerata in alcun modo un “luogo sicuro” dove completare le operazioni di soccorso con lo sbarco dei naufraghi i quali, nel caso specifico, erano profughi/migranti fuggiti poche ore prima proprio dall’inferno della Libia.
(Fonte: Alarm Phone)
28 febbraio. Samo: respinti e abbandonati in mare 32 profuhi
Trentadue profughi sono stati intercettati in prossimità di Samo dalla Guardia Costiera greca, che li ha poi riportati al largo e abbandonati in pieno Egeo su zattere di salvataggio. Le varie fasi del respingimento sono state ricostruite dai profughi stessi subito dopo essere stati tratti in salvo da una unità della Marina turca al largo di Kusadasi. Partiti dopo il tramonto, era ancora buio quando sono arrivati nelle acque di Samo e una motovedetta li ha fermati che li ha presi a bordo. Secondo quanto hanno riferito, gli uomini dell’equipaggio erano mascherati ma li avrebbero rassicurati asserendo che sarebbero stati condotti a terra. “Invece – hanno detto i profughi – ci hanno trasportati verso le acque turche e costretti, sotto la minaccia delle armi, a scendere su due zattere di salvataggio. Dovevamo fare tutto quello che ci chiedevano: eravamo preoccupati per la nostra stessa vita”. Su quelle zattere ingovernabili e senza la possibilità di comunicare e chiedere aiuto, sono rimasti per ore, finché una motovedetta turca li ha avvistati e tratti in salvo.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
1-2 marzo. Motovedetta intercetta e riporta di forza in Libia 30 migranti
“Mentre stavamo monitorando la zona Sar libica con il nostro aereo civile Albatros 1, abbiamo assistito all’intercettazione, da parte della Guardia Costiera libica, di un gommone con 30 persone a bordo che sono state poi costrette a tornare in Libia”: lo ha denunciato la Ong Sos Mediterranee che ha documentato quanto è accaduto con una serie di foto. Nelle immagini si vede la motovedetta dirigersi a forte velocità verso il gommone, al quale viene tagliata la rotta e che, una volta bloccato, è costretto ad accostare a poppa della nave, non lasciando scampo ai profughi/migranti: presi a bordo e ammassati a prua, si devono rassegnare al rientro forzato in Libia. Protagonista del respingimento è una delle motovedette già della Guardia di Finanza cedute dall’Italia a Tripoli nel contesto degli accordi firmati nel 2017. “Intercettazioni come questa – ha aggiunto la Ong – significano riportare le persone in un luogo di detenzione, violenza e abusi. Il soccorso si conclude con lo sbarco in un luogo sicuro. In base al diritto internazionale la Libia non è considerata un luogo sicuro. E durante la sua missione Albatros ha avvistato altre imbarcazioni alla deriva senza motore e senza segni identificativi, segno di intercettazioni precedenti. Senza un monitoraggio aereo indipendente nel Mediterraneo le persone scompaiono nel slenzio…”. Non a caso – viene da aggiungere – il Governo italiano ha studiato misure per cercare di costringere a terra o comunque ostacolare l’attività dei piccoli ricognitori delel Ong.
(Fonte: Ong Sos Mediterranee)
2 marzo. Libia, raffica di arresti: centinaia di migranti condotti ad Al Asha
La Ong Refugees in Libya e l’Organizzazione Ebrima hanno segnalato un picco di arresti di migranti poi trasferiti nel centro di detenzione di Al Asha, la prigione a pochi chilometri dal confine con la Tunisia indicata in numerosi rapporti come il principale punto di riferimento del cosiddetto “traffico di stato” di esseri umani che – come emerge da precise testimonianze e soprattutto da un’inchiesta presentata al Parlamento dell’Unione Europea nel 2025 – viene “rifornito”, in combutta tra miliziani libici ed elementi della polizia tunisina, dalle retate condotte nelle baraccopoli della “zona degli ulivi”, a nord di Sfax, o con migranti intercettati in mare sulla rotta tra la Tunisia e Lampedusa. “Centinaia di richiedenti asilo e rifugiati – hanno denunciato le due Ong – sono stati brutalmente rinchiusi ad Al Asha, a ovest della città di Jamil, e vengono ricattati per ottenere il rilascio. Testimoni oculari dicono che le condiizoni nel carcere di Al Asha sono disumane: un mondo dove si perdono gradualmente tutti i diritti come esseri umani…”.
(Fonte: Ong Refugees in Tunisia, Organizzazione Ebrima Migrants Situation)
3 marzo. Libia, Sabratha. “Migranti scomparsi dopo l’arresto”
Numerosi profughi/migranti sono scomparsi in Libia dopo essere stati catturati in mare o arrestati a terra: lo ha denunciato il giornalista indipendente Tarik Lammloun, facendo riferimento a una serie di operazioni condotte tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. “La Direzione della Sicurezza Nazionale di Sabratha – ha scritto Lamloun nella sua pagina web – continua a trasferire gruppi di migranti verso destinazioni sconosciute. Ha affermato di averli inviati nei centri di detenzione di Tripoli, tuttavia i responsabili delle strutture di Tajoura e di Tarek Al Sika hanno più volte dichiarato di non aver ricevuto nessuna persona da parte della Direzione. Ciò, oltre tutto, avviene in un momento in cui aumentano i casi di rapimento e richiesta di riscatto e proprio in ragione del fatto che non è stato reso noto il luogo in cui quelle persone sono state trasferite si è creata una situazione che desta preoccupazione. E’ necessario dunque che la Direzione di Sicurezza di Sabratha e tutte le autorità collegate della zona occidentale, in particolare di Zawiya e di Zuwara, chiariscano dove vengono trasferiti gli immigrati dopo la cattura in mare e forniscano garanzie sulla loro sicurezza”.
(Fonte: pagina web Tarik Lamloun)
9 marzo. Tunisia. Sfax: ancora distrutto dalla polizia il campo al Km 38
La polizia ha di nuovo distrutto il campo al Km 38 nella zona degli ulivi a nord di Sfax, sulla costa tunisina orientale. Il blitz è iniziato all’alba. Evacuati in massa i migranti che vi avevano trovato rifugio, tende e baracche sono state abbattute e molte date alle fiamme. Nel rogo sono bruciate quasi tutte le povere cose di proprietà dei migranti, inclusi abiti e coperte. L’organizzazione Ebrima Migrants Situation ha raccolto alcune testimonianze: “Le cose peggiorano ogni giorno – ha scritto in un breve report – Uomini, donne bambini, persone già vulnerabili per la loro condizione di migranti in Tunisia, sono stati scacciati e lasciati senza alcun riparo. Persone che già non avevano quasi nulla hanno perso tutto. Si è aggiunta sofferenza alla sofferenza…”. Questo nuovo raid delle forze di sicurezza fa seguito alla serie condotta verso la metà di gennaio a cui è ricollegabile l’ondata di partenze di decine di barche molte delle quali scomparse in mare in “naufragi fantasma” con centinaia di vittime, sulla rotta tra la Tunisia e Lampedusa, nei giorni del ciclone Harrys.
(Fonte: Organizzazione Ebrima Migrants Situation)
12 marzo. Tunisia: 28 respinti, 10 abbandonati sulla piattaforma Miskar
Ventotto subsahariani respinti in Tunisia e 10 abbandonati per cinque giorni sulla piattaforma petrolifera Miskar. Il gruppo di 38 migranti era su un gommone intercettato dalla nave Maridive sulla rotta per Lampedusa in condizioni meteomarine difficili e previste in peggioramento. Ventotto sono stati consegnati a una motovedetta della Marina tunisina, gli altri si sono rifiutati, riuscendo poi a salire sulla piattaforma Miskar nella speranza di essere recuperati ed evitare il respingimento subito dai compagni. Nonostante il freddo e il maltempo nessuno è intervenuto. Appena la notizia si è diffusa Seabird 2, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, ha cominciato a monitorare la situazione. “La Guardi aCostiera italiana – ha denunciato la Ong – avrebbe potuto raggiungere la Miskar in meno di 7 ore, prima che il tempo peggiorasse, e sbarcare i 10 migranti in un porto sicuro, evitandone il respingimento in Tunisia”. La zona è stata sorvolata anche da un aereo di Frontex ma la situazione non è cambiata per giorni, mentre le condizioni meteo si facevano sempre più difficili. La salvezza è arrivata giovedì 12 marzo dalla Solitaire, una delle navi di Sea Watch, che appena lo stato del mare ha consentito un trasferimento sicuro, ha preso a bordo tutti i 10 migranti, stremati dai 5 giorni trascorsi aggrappati alla piattaforma.
(Fonte: Ong Sea Watc, Alarm Phone)
12 marzo. Bulgaria: 17 profughi spariti al confine turco. Probabile respingimento
Diciassette profughi che erano riusciti a entrare dalla Turchia in Bulgaria, all’altezza della città frontasliera di Brashlyam, 60 chilometri a sud di Burgas, sono misteriosamnete “spariti”. Tra loro anche alcuni ragazzi che avevano bisogno di assistenza medica. La loro presenza poco oltre la linera di confine è stata segnalata da Alarm Phone che, in seguito alla richiesta di aiuto ricevuta da alcuni familiari, ha avvertito la polizia bulgara, fornendo le indicazioni precise del punto in cui si trovavano. Le autorità hanno assicurato che si sarebbe provveduto al loro recupero al più presto, ma nelle ore successive hanno sostenuto che le pattuglie inviate non erano riuscite a trovarli. La richiesta di aiuto è stata ripetuta più volte ma, ha riferito Alarm Phone, ma “gli agenti in servizio presso le autorità di frontiera hanno insistito di non aver trovato nessuno”. Da quel momento non si sono più avute notizie del gruppo ed anche i familiari che avevano segnalato l’emergenza hanno perso i contatti”. Ma l’esperienz apassata dimostra che quando si verificano queste “sparizioni” misteriose e improvvise, significa in genere che i profughi/migranti sono stati intercettati e respinti oltreconfine, dopo essere stati costretti a consegnare i cellulari in modo da non poter più comunicare né dare informazioni o chiedere aiuto.
(Fonte: Alarm Phone)
13 marzo. Libia: almeno 9 migranti sequestrati in un lager e ricattati
Ancora racconti drammatici sulle torture e i ricatti contro i migranti sequestrati mentre erano in attesa di trovare un imbarco e detenuti nei lager libici. Li ha raccolti il giornalista libico indipendente Tarik Lamloun, che ha pubblicato come prova alcune registrazioni e in particolare il video di un supplizio in diretta: nelle immagini si vede un ragazzo subsahariano incaprettato e costretto a terra bocconi mentre un aguzzino, premendogli la testa con un piede sul pavimento in modo che riesca a muoversi il meno possibile, lo colpisce ripetutamente con il calcio del kalashnikov sulla schiena e alla base della nuca. L’audio è spaventoso. “Questo video – ha scritto Lamloun – non è una sorpresa. E’ ormai sotto gli occhi di tutti il fenomeno della vendita dei migranti, dei ricatti che subiscono perché paghino un riscatto e del loro trasferimento in sedi e centri accoglienza gestiti dalle forze di sicurezza nella regione occidentale. Solo nei mesi di gennaio e febbraio ho ascoltato più di nove testimonianze di migranti che sono stati rapiti e poi trasferiti in sedi governative. Nessuno di loro ha pagato meno di 2.500 dollari per essere rilasciato. Non possiamo affermare con certezzaz che questi crimini avvengano su ordine diretto dei capi di tali forze di sicurezza, ma è diffiicle credere che non siano a conoscenza di quanto accade all’interno delle sedi al loro comando…”. L’Italia intanto ha ribadito la “fiducia” e la volontà di collaborare con la Libia in materia di “politica migratoria” mentre il commissario Ue per l’immigrazione, Magnus Brunner, in una intervista rilasciata al quotidiano Times of Malta, ha riconosciuto come fondate le critiche rivolte alla Libia (in particolare alla Guardia Costiera) per le violazioni dei diritti umani, ma ha agiunto che l’Europa “non ha alternative” – cioè non può rinunciare agli accordi con la Libia – se vuole ridurre i flussi dei migranti irregolari attraverso il Mediterraneo.
(Fonte: sito web Tarik Lamloun)
Marocco-Spagna (Castillejos-Ceuta), 14 marzo 2026
Un giovane migrante maghrebino è annegato nelle acque di Ceuta nella serata di sabato 14 marzo. Insieme ad altri ragazzi, con indosso una muta da sub, era riuscito a superare a nuoto la linea di frontiera del Tarajal. Una pattuglia della Guardia Civil ha avvistato verso le 19,30 il gruppo sparso che cercava di guadagnare la riva all’altezza del promontorio intitolato a Giovanni XXIII e ha dato l’allarme per i soccorsi. Alcuni sono riusciti a toccare terra. Altri due, quelli che sembravano più in difficoltà, erano più discosti, qualche centinaio di metri a nord, in direzione dell’asilo di La Pecera. Gli agenti del Geas e della polizia di frontiera sono riusciti a raggiungerne uno, portandolo in salvo; il secondo è finito in un tratto di litorale roccioso più distante ed è stato perso di vista nel buio. Alcuni uomini del Servizio Marittimo si sono gettati in acqua per cercarlo ma senza esito. Pochi minuti dopo sono intervenuti due motoscafi del Geas muniti di fotoelettriche che intorno alle venti hanno individuato il cadavere del giovane mentre flottava a breve distanza dalla riva. Dopo un primo esame da cui si è avuta conferma che non c’era ormai alcun segno di vita, la salma è stata trasferita nell’obitorio dell’istituto di medicina legale. Nell’immediatezza della tragedia non sono emersi elementi utili per l’identificazione. La Procura ha disposto l’autopsia e il prelievo del Dna.
(Fonte: El Faro de Ceuta)
