“Ho visto bambini abbandonati o rapiti, stupri, violenze, morti…”: il diario di un migrante si rivolge all’Africa ma pesa sulla coscienza dell’Europa
di Emilio Drudi
“Stiamo cercando i bambini appena nati dei nostri figli desaparecidos o morti… Alcune di queste creature sono nate da madri in prigionia… Finora tutti i nostri sforzi sono stati vani. Quelle creature non sono state riconsegnate alle loro famiglie, alle loro case. Non sappiamo che cosa fare… Per questo ci permettiamo di pregarla di interessarsi alla lista di bimbi che alleghiamo, nel caso ne avesse notizia…”.
E’ un brano della lettera che Maria Eugenia Casinelli e altre undici nonne-madri di 50/60 anni hanno inviato il 15 maggio 1977 al Tribunale di Moron, una città dell’area metropolitana di Buenos Aires, circa 15 mesi dopo il colpo di stato che aveva portato l’Argentina sotto il giogo della dittatura militare del generale Videla. E’ stata, quella lettera, il primo passo della lotta condotta dal gruppo poi denominato le Nonne di Plaza de Mayo. Due settimane prima, il 30 aprile, un manipolo di altre donne coraggiose aveva cominciato a marciare, ogni giovedì, intorno alla piramide di Plaza de Mayo, nel cuore di Buenos Aires, proprio di fronte alla Casa Rosada, la sede della Presidenza della Repubblica, per denunciare e chiedere conto al governo della scomparsa, la “desaparicion”, dei propri figli e di migliaia di altre persone, dando vita alla resistenza, non violenta ma estremamente determinata, conosciuta a poco a poco in tutto il mondo come movimento delle Madri di Plaza de Mayo. Pochi mesi e i due gruppi, diventati sempre più numerosi, decisero di condurre un’azione congiunta, fondendosi in pratica in un unico movimento. Sempre tutto di donne. E’ grazie a loro se è emersa la verità sulla sorte terribile subita da migliaia di giovani oppositori del regime, fatti sparire in prigioni segrete. E poi, in particolare, se almeno 160 dei loro bambini, i nipoti di quelle donne scese in piazza, sono stati ritrovati, svelando l’atrocità anche della “sparizione” di quei piccoli, strappati alle loro famiglie.
Una tragedia simile si sta consumando oggi in Africa. Lungo le vie di fuga dei profughi/migranti verso l’Europa sono tantissimi i bambini, non di rado neonati, finiti con le loro mamme nei lager dei trafficanti ma anche nelle prigioni formalmente sotto l’autorità del governo. O addirittura nati – proprio come è accaduto spesso in Argentina – nel buio di una galera. Alcune settimane fa ne è stato trovato uno di appena un mese di vita, venuto alla luce nell’inferno del lager sotterraneo scoperto nei sobborghi di Kufra, dove era detenuta la madre insieme ad altri 220 prigionieri. C’è da chiedersi quanti altri ce ne siano nelle decine di lager sparsi in tutta la Libia. O, ancora, quanti ne nascano in seguito alle violenze subite dalle donne, ridotte spesso a schiave sessuali dai carcerieri. Qualche elemento per valutare le dimensioni di questo orrore, nel contesto della già enorme tragedia dei profughi/migranti, è emerso, nel corso degli anni, dalla sorte crudele vissuta da numerose ragazze arrivate in Italia in stato di gravidanza proprio in seguito agli stupri subiti nei centri di detenzione oppure da parte dei “passatori” lungo le piste del deserto. E altrettanto eloquente appare la sconcertante scoperta, rivelata in un rapporto della Missione Onu a Tripoli, che un’altissima percentuale delle donne migranti in fuga dal proprio paese assume dosi massicce di anticoncezionali, in genere prima di entrare in Libia, nella consapevolezza dell’alto rischio di subire violenza. Senza contare i bambini abbandonati a sé stessi, magari in seguito alla morte dei genitori. Quelli sequestrati dai trafficanti e portati chissà dove. O i più grandicelli avviati da gruppi di miliziani alla “carriera” di bambini soldato…
Ma su questa terribile realtà non c’è grande attenzione. Certo, non mancano allarmi significativi lanciati da organizzazioni come Save The Children o da qualche Ong. In generale, però, si registra una sorta di “desaparicion”: una disattenzione che sfiora quasi il “silenziamento” e finisce per oscurare questa tragedia. Né, tantomeno, si sono mai fatti strada movimenti simili a quello delle Madri-Nonne di Plaza de Mayo che, chiedendo verità e giustizia, si battano sistematicamente per trovare e salvare questi bambini. Anche se le testimonianze dicono già in maniera più che esauriente quanto sta accadendo. Una delle ultime e più significative (ripresa e resa nota dalla organizzazione Ebrima Migrants Situation) è quella pubblicata in questi giorni da Modou Ceesay, un giovane insegnante rientrato in Gambia dopo aver tentato di raggiungere l’Europa inseguendo il sogno di un futuro migliore.
Modou ha vissuto un’esperienza terribile. Pensava di arrivare in poche settimane. Invece se ne sono perse le tracce per mesi, tanto che molti ritenevano fosse morto. L’inferno è iniziato quando, attraversando il Sahara, è stato catturato da una banda di miliziani ribelli, subendo continui soprusi. Riuscito a fuggire, ha percorso a piedi decine di chilometri nel deserto. Ma non era finita: scambiato per un ribelle, lo hanno arrestato, picchiato, gettato in una galera. “Il Sahara ha quasi avuto la meglio su di me – ha scritto – ma sono sopravvissuto. Ho camminato a lungo a stomaco vuoto, sono finito in varie prigioni, più volte mi hanno minacciato con le armi puntate… Ho visto innumerevoli tombe appena segnate nella sabbia e nella polvere. Ma non è stato il coraggio a salvarmi: mi hanno salvato la fortuna e la grazia di Dio. E sono tornato a casa portando dentro di me storie e ricordi pesanti…”.
Tra questi ricordi, il più significativo è quello dei bambini che ha incontrato. In particolare quelli nati dagli stupri che “spesso finiscono per essere abbandonati dalle loro stesse madri: perché quelle povere ragazze muoiono, perché quei piccoli sono considerati un fardello così pesante da non poter essere sopportato, perché vengono sottratti con la forza alle loro mamme…”.
“Mi sono lasciato alle spalle tanti bambini – ha scritto Modou sul web – E ho assistito a un gran numero di stupri e di gravidanze frutto di queste violenze. Ecco, le cicatrici del mio viaggio non sono solo i migranti morti ma i bambini in carcere, nei centri di detenzione. O quelli abbandonati. Oppure, rapiti. Bambini che potrebbero essere figli di qualcuno che hai perso e che hai pianto. Alcuni sono nati durante il viaggio e penso che si chiederanno per sempre perché Dio abbia scelto quei luoghi e quelle circostanze per farli venire al mondo”. E poi, quasi avendo ancora le immagini davanti agli occhi: “Nel Sahara ho incontrato donne su pick-up affollati, circondate di uomini e con in braccio i loro piccoli appena nati o di pochi mesi. Ho viaggiato, in particolare, con cinque ragazze che ogni notte, appena ci fermavamo, venivano prese dai contrabbandieri come schiave sessuali. Tanti bambini sono nati da stupri di questo genere. A un certo punto, sempre lungo il percorso, per cercare di proteggerle, queste donne, le abbiamo convinte a vestirsi da uomini, coprendosi il viso, facendo finta di camminare e parlare da uomini”.
Più di qualcuna di queste poverette non ce l’ha fatta: “Proseguendo il mio lungo viaggio verso l’Europa, ho incontrato sempre più donne con i figli. Alcune, non essendo più in grado di prendersi cura dei loro piccoli, sono state costrette ad abbandonarli o, quando hanno potuto, li hanno consegnati a chiunque fosse disposto a farsene carico e ad accudirli. Ho conosciuto, ad esempio, un migrante senegalese che ha adottato un bambino la cui madre stava morendo, con l’intenzione di riportarlo a casa. Ho visto anche bambini senza genitori. E ho visto mamme che durante lunghi percorsi a piedi, di notte, hanno abbandonato i loro piccoli non avendo più la forza di portarli in braccio”.
A volte, questi bambini senza nessuno crescono nelle bande di ribelli o trafficanti: “Ho incontrato dei contrabbandieri che avevano con sé un adolescente. Lui stesso mi ha rivelato di essere originario della Guinea Conakry. Gli ho fatto parecchie domande personali parlando in fulah (la lingua senegambiana del popolo fulah o peul, diffusa in gran parte dell’Africa occidentale e centrale o nel Sahel: ndr). Mi ha detto che non conosceva i suoi genitori: tutto quello che sapeva era che si era ritrovato tra i ribelli, che i ribelli gli avevano salvato la vita e che non aveva alcun bisogno di andare in Europa. Avrei voluto saperne di più, ma qualcuno mi ha bruscamente consigliato di interrompere la conversazione, perché l’interesse reciproco che stava nascendo tra me e quel ragazzo avrebbe potuto comportarmi pesanti conseguenze. Questo ragazzo credo sia uno dei tanti adottati dai ribelli di quella zona dopo essere stati abbandonati. Ho visto oltre un centinaio di bambini come lui. E ho visto molte donne incinte che avrebbero dato alla luce i loro piccoli tra i cespugli, sulle montagne, nel deserto, nelle prigioni… A Tabessa (una città dell’Algeria nord orientale, vicino al confine con la Tunisia: ndr) c’erano centinaia di migranti accampati sulle montagne. Tra loro, anche bambini. Bambini che non sanno perché sono nati in quelle condizioni, chi sono i loro padri o da quale paese in realtà provengano. Il loro destino continua ad affollare di pensieri e domande la mia mente. Chi finisce nelle mani di banditi o miliziani ribelli probabilmente non mostrerà mai alcuna pietà. Non avrà alcuna appartenenza e non si sentirà legato ad alcun paese…”
E’, nel suo insieme, una denuncia terribile. Che dovrebbe scuotere le coscienze e indurre a intervenire contro l’orrore che ne emerge. A ben vedere, è lo stesso spirito, in fondo, con cui quasi 60 anni fa è stata scritta la lettera diventata il primo passo del movimento delle Nonne de Plaza de Mayo. E lo stesso con cui le prime, sparute Madri de Plaza de Mayo hanno iniziato la loro marcia di protesta. Modou conclude il suo racconto proprio con la speranza che qualcosa finalmente “si muova”. Anzi, più che una speranza, un monito esplicito a non restare indifferenti: “Una notte, sulla montagna, parlavo da solo e mi sono detto: ‘Vorrei che l’Africa potesse prendersi cura di tutti questi bambini, adottarli, nutrirli, istruirli: educarli a diventare alfieri di un’Africa unita’. E poi, riflettendo tra me: ‘I governi africani non dovrebbero preoccuparsi solo di coloro che si mettono in viaggio verso l’Europa ma anche dei bambini nati e abbandonati durante il viaggio’… Ecco, vorrei che i governi africani, l’Ecowas (la comunità economica dell’Africa occidentale: ndr) e l’Unione Africana partecipassero con me a questo viaggio, per vedere la realtà di quei bambini nati senza un paese e senza un futuro…”.
Modou Ceesay si rivolge alla sua Africa. Ma il suo appello non può non investire direttamente anche l’Europa, che con la sua politica di chiusura e respingimento, ha costruito e continua a costruire, lungo tutte le vie di fuga dei profughi/migranti, gran parte delle condizioni in cui tutti quegli orrori descritti si verificano. Anzi, questa testimonianza terribile è arrivata proprio mentre l’Unione Europea sta adottando politiche “securitarie” ancora più devastanti, per fermare ad ogni costo i flussi migratori, nonostante gli arrivi siano in diminuzione; mentre si vuole restringere ulteriormente il patto di asilo e accoglienza; mentre si sta finanziando la costruzione di decine di hub di rimpatrio lungo le rotte percorse dai migranti e in particolare nell’inferno della Libia; mentre si moltiplicano gli accordi bilaterali di partenariato, “per contenere i flussi”, tra i governi di singoli Stati Ue e singoli Stati africani; mentre non cessa la fornitura di navi, automezzi, finanziamenti, assistenza tecnica a Stati come la Libia e la Tunisia perché facciano loro il lavoro sporco di fermare i disperati in fuga verso l’Europa, a prescindere dalla sorte che li attende dopo questi respingimenti indiscriminati e violando apertamente il diritto internazionale.
L’orrore dei desaparecidos argentini è rimasto nascosto fino a quando le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo non sono riuscite a gettarlo in faccia al mondo con anni di lotta. L’orrore di cui sono vittime migliaia di profughi/migranti – le morti in mare, nel deserto o nei lager, le torture, gli stupri, la riduzione in schiavitù – è noto da anni. Nessuno può dire di “non sapere”. A fare dei “desaparecidos” di quegli uomini, di quelle donne e dei loro bambini non è la “mancata conoscenza” ma una serie di altri fattori concomitanti: il processo di “silenziamento” che un pezzo alla volta è riuscita a costruire la politica Ue (ad esempio con l’esternalizzazione delle frontiere) così come l’attenzione sempre più scarsa del sistema di informazione e poi, ancora di più, l’indifferenza complice con cui, soffocando la propria coscienza, gran parte della popolazione europea assiste a quanto accade ai disperati che bussano alle porte della fortezza in cui si è rinchiusa. Ma allora c’è da chiedersi se – tradendo i valori fondanti di libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà – l’Europa non si stia suicidando. Se, cioè, non sia proprio l’Europa a uccidere sé stessa, più che le crescenti bordate che arrivano dai suoi non pochi nemici.
(Nella foto: Profughe sudanesi con i loro bambini fermate nel sud della Libia)
