Normalizzare l’orrore – 1 (2024-2025)
di Emilio Drudi
Questo dossier è la prima parte di un lavoro più ampio che si prefigge di monitorare anno per anno quanto accade ai profughi/migranti alle frontiere dell’Unione Europea come conseguenza diretta della serie di provvedimenti di chiusura e respingimento adottati dalla stessa Ue e dai singoli Stati che ne fanno parte. L’obiettivo finale è quello di chiederne conto al Parlamento Europeo, nella speranza che si possa arrivare al più presto a un radicale cambiamento dell’attuale politica sull’immigrazione e dell’attuale sistema di asilo e accoglienza, abbattendo i “muri” eretti a partire dall’inizio degli anni 2000 e dando vita invece a una concreta, positiva gestione dei flussi.
A giudicare dai fatti registrati e dalle testimonianze raccolte in questi sedici mesi (con l’importante verifica fatta circa a metà percorso in occasione della giornata di studi dell’inizio di marzo 2025) già appare evidente come si stiano verificando, giorno per giorno, palesi violazioni del diritto internazionale e della stessa Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.
I vari episodi illustrati riguardano sia le frontiere di terra che quelle di mare, facendo attenzione anche alle misure adottate dall’Unione Europea o dai singoli Stati Ue per renderle sempre più chiuse e invalicabili, a prescindere dalla sorte di chi viene respinto. Anziché una suddivisione in capitoli per “argomento specifico” (respingimenti, violenze, ecc.) si è preferito seguire l’ordine cronologico in modo da farne emergere, caso per caso, la “continuità” pressoché quotidiana eppure ignorata o sottaciuta o che comunque non arriva quasi mai all’attenzione dell’opinione pubblica. Sono eloquenti, a questo proposito, l’enorme numero delle vittime e il tasso di mortalità in costante aumento a partire dal 2015. Oltre tutto, tenendo presente che le cifre di cui si viene a conoscenza sono in genere da considerare sottostimate rispetto alla realtà. Una suddivisione per capitoli è stata comunque inserita alla fine dell’introduzione per illustrare i dati complessivi scorporati dal totale in base alle diverse tipologie di intervento.
Per dare un’idea più concreta della situazione si può fare riferimento alla serie di schede riassuntive pubblicate nel sito nuovidesaparecidos.net. Vale tuttavia la pena anticipare in questa nota i dati sulle vittime nel periodo compreso tra il primo settembre 2024 e il 31 dicembre 2025 (che corrisponde alla prima fase della ricerca, i cui risultati sono stati in parte presentati nel convegno del 17 marzo 2025 presso il Polo Didattico di Principe Amedeo). Fermo restando che, negli intenti del Comitato Nuovi Desaparecidos, si tratta soltanto di una prima tappa di un lavoro più vasto da continuare sistematicamente, con cadenza annuale, sempre d’intesa e in collaborazione con la Università Roma 3.
I dati
A partire dal primo settembre 2014 e fino al 28 febbraio 2026 questo dossier ha registrato complessivamente 269 episodi ritenuti degni di essere segnalati: 56 nei primi quattro mesi (sino alla fine di dicembre) e 213 fino al 26 febbraio 2026.
Nel dettaglio si possono considerare 5 capitoli riconducibili alle seguenti diverse tipologie di intervento:
1 – Respingimenti alle frontiere di terra (inclusi casi di violenza): 40
2 – Respingimenti diretti in mare (inclusi casi con l’uso delle armi): 55
3 – Respingimenti indiretti in mare: 52 dei quali 17 condotti dalla Libia e 4 dalla Tunisia nella zona Sar maltese
4 – Violenze a terra contro migranti catturati o in attesa di imbarco: 55
5 – Provvedimenti restrittivi, abusi e omissioni da parte di Stati Ue e africani: 67
Vittime (morti o dispersi)
Periodo 1 settembre 2024 – 31 dicembre 2025
Totale vittime (mare e terra): 6.951
– 2024 (dal 1 settembre al 31 dicembre): 2.248
– 2025 (dal 1 gennaio al 31 dicembre): 4.703
– Media giornaliera: 14,2
Violenze, abusi, respingimenti: la cronaca
2024 (da settembre)
6 settembre. “La Guardia Costiera greca spara alle barche dei migranti”
“La Guardia Costiera greca spara sui civili”. Lo denuncia la Ong Aegean Boat Report, con sede a Tromso in Norvegia, che monitora da anni la situazione dei migranti che cercano di arrivare in Europa attraverso l’Egeo e il Mediterraneo orientale. “Questa estate – si legge nel comunicato stampa pubblicato il 6 settembre – La Guardia Costiera ha moltiplicato la violenza illegale e feroce contro le persone in fuga per cercare sicurezza, aprendo anche il fuoco su alcune barche che trasportavano uomini, donne e bambini. Un uomo è stato colpito a morte”. E ancora: “Ultimamente è aumentata ovunque la violenza contro le persone in cerca di protezione in Europa. Ma, a quanto sembra, alla Guardia Costiera greca non basta più respingere i migranti e magari abbandonarli inermi alla deriva in mare. Ora sembra ‘giusto’ anche aprire il fuoco su uomini, donne e bambini. Negli ultimi tre mesi ci sono state almeno quattro sparatorie contro barche che trasportavano rifugiati”. Il caso del migrante “colpito a morte” è quello del giovane originario del Kuwait ucciso il 23 agosto a nord ovest dell’isola di Symi a bordo di una barca proveniente dalla Turchia con 14 migranti (tra cui una donna e 5 minorenni) intercettata da una motovedetta poco dopo essere entrata nelle acque greche (la ricostruzione dell’episodio in Nuovidesaparecidos.net: ndr). Il rapporto è corredato da un’ampia documentazione fotografica sulle violenze contro i migranti nell’Egeo.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
13 settembre. Bulgaria. Bastoni elettrici e cani contro i profughi
Un rapporto del Border Violence Monitoring Network, una organizzazione che denuncia i respingimenti illegali e gli abusi della polizia ai confini degli Stati Ue, segnala che “altri fondi saranno utilizzati per acquistare più droni, telecamere e sistemi di sorveglianza in Bulgaria nonostante le prove del ruolo di queste tecnologie nel perpetrare violenze”. Viene citata in particolare la testimonianza di un ventenne afghano respinto nel mese di giugno in Turchia dalla Bulgaria insieme ad altri profughi: “Hanno sguinzagliato il cane contro di noi e ci hanno colpito con i bastoni elettrici”. “Dal 2015 a oggi – rileva il Network – abbiamo ascoltato centinaia di racconti simili a questo”.
(Fonte: Avvenire)
15 settembre. Bruxelles. I respingimenti diventano “normalità”
Otto paesi Ue o dello spazio Schengen, con provvedimenti adottati in modo autonomo e in tempi diversi, hanno reintrodotto i controlli alle frontiere, “giustificati” dalla dichiarazione di un presunto “stato d’emergenza”. L’ultima ad adottare questa decisione è stata la Germania. In precedenza lo avevano fatto, in ordine alfabetico, Austria, Danimarca, Francia, Italia, Norvegia, Slovenia e Svezia. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere “più sicuri e invalicabili” le frontiere e, di fatto, attuare come una “normalità” i respingimenti. I precedenti, anche più pesanti, non mancano. Nel 2021 la Polonia ha approvato emendamenti legislativi in base ai quali chi viene sorpreso a entrare irregolarmente può essere costretto a lasciare il territorio polacco per decisione della guardia di frontiera. La Ong Grupa Granica ha più volte segnalato gravi abusi in proposito: il più comune è quello dei documenti scritti in polacco, senza alcuna traduzione, nei quali si afferma di non voler chiedere asilo in Polonia e che vengono fatti firmare senza che i profughi/migranti siano consapevoli di quanto sottoscrivono. Nel mese di luglio anche la Finlandia ha adottato un provvedimento simile a quello polacco, approvando una legge che consente alla polizia di respingere direttamente alla frontiera le domande di asilo dei profughi/migranti (per lo più afghani, siriani, iracheni ma anche somali) in arrivo dalla Russia. E misure di emergenza che “legalizzano” i respingimenti sono state introdotte da tempo in Lettonia e in Lituania, “codificando ciò che è illegale e calpestando diritti e obblighi internazionali” ha denunciato Amnesty International contro il governo lituano. Lo “Stato pioniere” su questa strada è tuttavia l’Ungheria che fin dal 2016 ha approvato una serie di emendamenti in base ai quali, sempre con la giustificazione dello “stato d’emergenza” (che viene prorogato di continuo), può essere respinto chiunque sia entrato in modo irregolare nel paese.
(Fonte: Avvenire).
17 settembre. Grecia. Rinforzati controlli e barriere di confine sull’Evros
Sulla scia della decisione della Germania e di altri Stati Ue di reintrodurre i controlli di polizia ai confini esterni, la Grecia ha adottato misure più restrittive alla frontiera terrestre dell’Evros con la Turchia: le forze di polizia incaricate di pattugliare l’area tra Orestiada e Alessandropoli sono state aumentate del 20 per cento, inviando nella regione altri 150 agenti, cento dei quali da impiegare nella prefettura di Rodopi e gli altri 50 nell’area montana di Kavala e Komotini. E’ stata inoltre confermata la decisione di prolungare di 5 chilometri e rafforzare con videocamere, sensori ed altre tecnologie la barriera di cemento, acciaio e rotoli di filo lamellato lungo il confine, portandola a un totale di 35 chilometri e congiungendo la sezione Psathades-Didymoticho con Kornofolia.
(Fonte: Ekathimerini)
22 settembre. Sar Malta: barca bloccata da motovedetta libica
Alarm Phone lancia un Sos per una barca di migranti in difficoltà nella zona Sar di Malta, avvertendo sia la centrale Mrcc maltese che quella italiana. Pur essendo maltese la competenza per l’organizzazione dei soccorsi il porto sicuro più vicino, per l’operazione di salvataggio, è Lampedusa. Nessuno interviene fino a quando, mobilitata verosimilmente da La Valletta, arriva una motovedetta libica che intercetta la barca e riconduce i migranti in Libia contro la loro volontà. Si tratta di un evidente respingimento illegale in mare coordinato da un paese europeo. L’episodio richiama un precedente verificatosi poco più di un mese prima, l’8 agosto, quando la Janaki, una nave cisterna con bandiera della Repubblica di Liberia, seguendo evidentemente le istruzioni ricevute, sosta a lungo accanto a una barca carica di migranti in panne in acque internazionali del Mediterraneo, consentendo a 2 soli naufraghi di salire a bordo e lasciando gli altri sul piccolo scafo bloccato e immobile fino all’arrivo di una motovedetta di Tripoli che esegue materialmente il respingimento.
(Fonte: Alarm Phone 22 settembre e Sea Watch 8 agosto)
23 settembre. Motovedetta libica spara contro una barca di migranti
Una delle motovedette consegnate dall’Italia alla Guardia Costiera libica intercetta in acque internazionali del Mediterraneo centrale una barca di migranti, la insegue e per costringerla a fermarsi non esita a sparare. Sul posto c’è anche un aereo dell’agenzia europea Frontex. Alla scena assiste l’equipaggio di Sea Bird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che documenta quanto accade con foto e video. A bordo di Sea Bird c’è un giornalista investigativo freelance, Josè Antonio, che tetsimonia: “Abbiamo visto miliziani libici, a bordo di un’imbarcazione militare, sparare contro un’imbarcazione in difficoltà e piena di persone… Sospetto che l’aereo di Frontex abbia informato le milizie libiche sulla posizione di quell’imbarcazione”.
(Fonte: Sea Watch)
24 settembre. Sar Malta: Libia blocca nave Ong e cattura barca migranti
La nave Nadir della Ong tedesca Resqship viene minacciata e costretta ad allontanarsi da una motovedetta libica mentre, nelle acque internazionali della zona Sar Maltese, si sta dirigendo verso una barca di migranti in difficoltà. Le persone a bordo della piccola imbarcazione che avevano chiesto aiuto restano così alla mercé dei miliziani libici, verosimilmente avvertiti e fatti intervenire dalla centrale Mrcc di La Valletta.
(Fonte: Resqship e Sea Watch)
1 ottobre. Sar Malta: barca con 26 migranti catturata dai libici
Una barca in vetroresina bianca e blu con 26 migranti fuggiti dalla Libia resta bloccata nella zona Sar maltese dopo aver esaurito il carburante. La richiesta di soccorso viene intercettata da Alarm Phone nelle prime ore del mattino. In quel momento l’imbarcazione è in zona Sar maltese, come emerge chiaramente dalle coordinate: 34°51’ Nord e 13°17’ Est. La competenza è di La Valletta ma il porto sicuro più vicino, da cui potrebbero essere inviati soccorsi, è quello di Lampedusa. Né Malta né Roma intervengono dopo gli Sos lanciati da Alarm Phone. I naufraghi restano per ore in balia del mare fino a quando arriva una motovedetta di Tripoli che, contro la loro volontà, li riporta tutti in Libia, con una evidente operazione non di soccorso ma di cattura e respingimento e ostacolando l’intervento di recupero tentato dalla nave Nadir della Ong tedesca Resqship. Il piccolo aereo da ricognizione Seabird, della Ong Sea Watch, documenta con foto e video tutto l’accaduto. Due casi analoghi, sempre nella zona Sar maltese, si sono verificati uno il 22 luglio (62 persone su una barca in posizione 34°20’ Nord e 11°59’ Est) e l’altro il 6 aprile (30 persone su una barca in posizione 35°24’ Nord e 11°56’ Est).
(Fonte: Alarm Phone 1 ottobre, 22 luglio e 6 aprile, Sea Watch)
7-8 ottobre. Bruxelles, asilo: 17 stati chiedono norme più restrittive
“Inasprire le norme per il diritto d’asilo”. Lo hanno chiesto alla Commissione Europea 17 Stati di cui 14 membri della Ue (incluse Francia, Germani e Italia) e 3 dell’area Schengen: Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. L’istanza è stata non a caso presentata due settimane prima del vertice Ue con all’ordine del giorno, tra i punti principali, proprio il problema dell’immigrazione. Nell’istanza si insiste in particolare sulla necessità “di un sistema di rimpatrio più rigoroso” e di ridurre le “interpretazioni” e dunque la possibilità di intervento della Corte di Giustizia Europea. Il giorno dopo il ministro ungherese per gli Affari Europei Janos Boka ha chiesto formalmente alla commissaria europea per gli Affari Interni, Ylva Johansson, di non aderire alle norme Ue sull’asilo, citando una analoga presa di posizione adottata dai Paesi Bassi circa un mese prima. Si tratta, in concreto, di una richiesta di esenzione dalle norme Ue e di stabilire dunque, sia per l’Ungheria che per i Paesi Bassi, una sorta di statuto speciale. Le politiche condotte in materia dai due governi coincidono: la coalizione di destra populista dell’Aja ha inasprito fortemente le regole sull’asilo e l’immigrazione in generale mentre Budapest, sotto la guida del presidente Orban, ha adottato da anni pesanti politiche anti migranti. Due settimane dopo la lettera del ministro Boka, l’intervento al vertice europeo di Orban, presidente Ue di turno, ricalcherà ed anzi rafforzerà questa linea.
(Fonte: Infomigrants)
9 ottobre. “Grecia: in settembre 1.569 abbandonati in mare (500 su zattere)”
Secondo il rapporto della Ong norvegese Aegean Boat Reporto nel mese di settembre 2024 la Guardia Costiera greca ha respinto in mare verso la Turchia 59 barche cariche di migranti, impedendo a 1.569 persone (tra cui numerose donne e minori) di chiedere asilo secondo quanto prevede il diritto internazionale. In particolare, oltre 500 di quei 1.569 profughi/migranti, dopo essere stati bloccati o addirittura condotti a terra in una delle isole dell’Egeo, sono stati costretti a stiparsi su zattere di salvataggio pneumatiche e poi trascinati al largo fino alle soglie delle acque territoriali dove, abbandonati in balia del mare, sono stati soccorsi dalla Guardia Costiera turca. Al dossier sono allegate numerose immagini delle zattere durante le operazioni di soccorso condotte dalla Marina turca.
Rapporti analoghi sono stati presentati dalla Ong anche nei mesi precedenti. Due dei casi più gravi si sono registrati lunedì 12 e martedì 13 agosto. Il primo, a nord di Rodi, riguarda circa 100 persone (tra cui 20 bambini) costrette a salire su 5 zattere lasciate poi alla deriva. Il secondo, il giorno dopo, 87 persone (72 adulti e 15 bambini) che, dopo essere state recuperate nell’area del Dodecaneso su una grossa barca a vela abbandonata dai trafficanti, sono state trasportate da una motovedetta greca per 62 miglia verso est, in direzione delle coste turche, e poi obbligate a scendere e abbandonate in mare su 4 zattere.
(Fonte: Aegean Boat Report)
10 ottobre. Lettonia, la polizia spara contro un’auto di migranti: 3 feriti
Tre profughi somali sono rimasti feriti in Lettonia su un furgone inseguito dalla polizia nella zona di confine con la Bielorussia: 2 da colpi di arma da fuoco e il terzo in seguito al blocco violento dell’automezzo. Secondo quanto hanno riferito gli agenti, il furgone era camuffato in modo da sembrare un mezzo delle forze di sicurezza, dotato anche di un lampeggiante blu. Quando è stato scoperto, l’autista ha tentato la fuga, dando origine a un inseguimento durato circa un’ora. Le raffiche sparate per bloccarlo, però, hanno colpito almeno 2 dei 46 somali a bordo mentre un terzo avrebbe ferite di altra natura. I tre sono stati ricoverati in Lettonia. Gli altri 43 costretti a varcare la linea di frontiera e respinti in Bielorussia. Il comandante delle guardie di frontiera, Gunta Pujats, ha dichiarato in televisione che i controlli lungo i 172 chilometri di confine si sono intensificati perché la Bielorussia favorirebbe o addirittura coordinerebbe l’espatrio dei profughi verso l’Europa, anche in combutta “con i contrabbandieri e con la criminalità organizzata”, quasi ad asserire che la sparatoria rientrerebbe in questo contesto di maggiore tensione. Le autorità bielorusse hanno tuttavia sempre respinto questo genere di accuse. E un rapporto di Amnesty del 2022 mette sotto accusa anche le autorità lettoni, asserendo che hanno più volte “respinto violentemente i rifugiati e i migranti ai confini con la Bielorussia, sottoponendone molti a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la detenzione segreta e persino la tortura”.
(Fonte: Infomigrants e rapporto Amnesty 2022)
10 ottobre. Gravissimi abusi sui migranti: sotto accusa la polizia croata
Passaporti e vestiti bruciati, cellulari distrutti o confiscati, aggressioni, percosse, torture. Anche casi di violenza sessuale. E’ quanto emerge in una inchiesta condotta dalla organizzazione umanitaria No Name Kitchen (Nnk) a carico della polizia croata nelle operazioni di respingimento, individuali o di gruppo, di cui sono vittime i migranti che risalgono la rotta balcanica per chiedere asilo nell’Unione Europea. Il dossier, frutto di indagini condotte al confine con la Bosnia o lungo le vie di fuga tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2024, oltre che di numerose interviste, descrive nei dettagli come la polizia croata non esiti a incenerire gli effetti personali e i documenti delle persone intercettate alla frontiera, distruggendo così elementi essenziali per poter presentare la domanda di asilo una volta arrivati nello Stato Ue nel quale si ha intenzione di fermarsi. Gli smartphone, in particolare, vengono bruciati anche perché potrebbero contenere le prove (foto, video, comunicazioni, ecc.) degli abusi subiti ad opera della polizia specie nelle aree dove sono più frequenti i respingimenti. Le ricerche fatte hanno portato al recupero di carte d’identità semidistrutte, borse semibruciate, centinaia di telefoni fuori uso, indumenti, documenti, denaro, oggetti di uso quotidiano: “Tutte prove – rilevano i ricercatori di Nnk – che confermano le testimonianze che abbiamo raccolto sulle violenze perpetrate dalla polizia croata”.
Violenze sessuali. Tra i casi più gravi emerge quello denunciato da una profuga marocchina incinta di 23 anni, la quale nel dicembre 2023 ha dichiarato di essere stata “aggredita sessualmente” da agenti croati che poi hanno bruciato i suoi effetti personali. Quando è stata fermata con lei c’erano il marito, un’altra donna e tre ragazzi minorenni. “Una guardia di frontiera – ha raccontato – mi ha sottoposta a una perquisizione corporale molto invasiva, inclusi gli organi genitali, minacciando poi anche di violentarmi. E’ stata la peggiore cosa che mi potesse capitare. Avrei preferito essere picchiata piuttosto che perquisita in quel modo…”.
Torture. Di vere proprie torture hanno parlato quattro giovani marocchini. Fermati nel novembre 2023, hanno riferito di essere stati picchiati duramente da una squadra di agenti di polizia che poi avrebbero bruciato i loro documento e tutti i loro averi. Non solo: subito dopo hanno raccontato di essere stati costretti a camminare a piedi nudi sulle braci e le ceneri ancora bollenti del rogo. A conferma della sua denuncia uno degli uomini vittime di queste torture quando è stato intervistato dai ricercatori di Nnk aveva ancora segni di ustioni sotto le piante dei piedi.
Nota. Disponibile il rapporto completo di Nnk inviato anche alle Nazioni Unite.
(Fonte: Europatoday, The Guardian, Organizzazione No Name Kitchen)
11 ottobre. Cipro: respinte in Libano 2 barche con quasi 100 profughi
Due barche di migranti siriani che stavano cercando di raggiungere Cipro per chiedere asilo nell’Unione Europea sono state respinte e costrette a rientrare in Libano. Nella prima – come hanno riferito alcuni familiari, chiedendo aiuto ad Alarm Phone – c’erano 15 persone, nella seconda circa 80: in entrambi i casi si tratta di famiglie di profughi che dopo essere stati costretti ad abbandonare a suo tempo la Siria sconvolta da oltre dieci anni di guerra, rifugiandosi in territorio libanese, hanno dovuto riprendere la fuga a causa della grave crisi che negli ultimi tempi ha investito il Libano, culminata nella guerra scoppiata tra le milizie di Hezbollah e l’esercito israeliano. Partite dalla costa tra Beirut e Tripoli, le due imbarcazioni quando sono state intercettate erano in acque internazionali e dunque di libera navigazione, ma questo non ha impedito ad alcune unità della Marina cipriota di fermarle e costringerle a tornare indietro. Si tratta di un evidente respingimento di massa in contrasto con il diritto internazionale ma casi del genere sono sempre più numerosi da quando, nell’aprile del 2024, Nicosia ha deciso di sospendere unilateralmente l’applicazione dell’asilo ai profughi e rifugiati siriani, ordinando contemporaneamente alla Marina Militare di organizzare un vero e proprio blocco navale nei confronti di tutte le barche di migranti provenienti dal Libano. La sospensione del diritto di asilo e il conseguente blocco navale non sono stati revocati nemmeno dopo i drammatici avvenimenti della guerra che dall’area di Palestina-Israele si è estesa fino al Libano. Per mantenere questa decisione Nicosia si fa forte verosimilmente anche del sostegno espresso a questi provvedimenti, nel maggio 2024, da altri 7 Stati dell’Unione Europea: Austria, Repubblica Ceka, Danimarca, Grecia, Italia, Malta e Polonia.
(Fonte: Alarm Phone segnalazione del 12 ottobre)
11. ottobre. Roma, decreto contro l’attività Ong nel Mediterraneo
Il decreto legge voluto dal governo Meloni, entrato in vigore l’undici ottobre, limita gravemente l’attività di vigilanza e soccorso condotta dalle Ong nel Mediterraneo centrale. Il provvedimento, anche se riguarda ufficialmente i flussi e l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia e la lotta al caporalato, riserva un capitolo specifico a uno degli aspetti più importanti delle missioni Ong: i voli dei piccoli aerei da ricognizione che monitorano la situazione nel Mediterraneo e, oltre a individuare le barche dei migranti in difficoltà, hanno consentito di rilevare numerosi abusi compiuti soprattutto nelle zone Sar libica e maltese, incluse sparatorie per fermare le imbarcazioni in fuga o contro le stesse Ong e respingimenti effettuati dai libici o da navi commerciali su commissione delle autorità europee. Il Capo III dispone infatti che “i piloti degli aeromobili o droni che partono o atterrano in Italia ed effettuano ricerca finalizzata al soccorso in mare, hanno l’obbligo di informare immediatamente di ogni emergenza l’ente dei servizi del traffico aereo competente, il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo responsabile per l’area e i centri di coordinamento degli Stati costieri responsabili delle aree contigue”. In realtà gli aerei e le navi Ong avvisano da sempre tutte le autorità “competenti”, a cominciare dalle centrali Mrcc italiana e maltese. Ora, però, tenendo conto che la maggior parte delle segnalazioni riguardano la zona Sar libica, l’obbligo di avvertire in via prioritaria “il Centro di soccorso responsabile per l’area” equivale di fatto a “consegnare” i profughi/migranti alle motovedette libiche, ovvero proprio al paese da cui stanno fuggendo e che non può in alcun modo essere considerato un “luogo sicuro” dove sbarcarli. In una parola, significa favorire i respingimenti illegali di massa in mare in complicità con la Libia. Quanto all’avviso in subordine “agli Stati costieri responsabili delle aree contigue”, le Ong, come accennato, già avvertono da sempre Malta e l’Italia ma il più delle volte le centrali Mrcc di La Valletta e Roma rispondono che il caso segnalato non è di loro competenza, invitando a rivolgersi alla Libia oppure sono loro stesse ad avvertire Tripoli..
Eliminare i testimoni. Le nuove disposizioni prevedono, in caso di inadempienza, sanzioni quali il blocco a terra degli aerei e consistenti ammende amministrative, così come già accade alle navi Ong, sempre più spesso bloccate nei porti di arrivo per presunte inadempienze. Appare evidente la volontà di eliminare i testimoni più scomodi e attivi di quanto accade nel Mediterraneo centrale. Non a caso contro il decreto si è espressa esplicitamente (nota diffusa il 23 ottobre: ndr) Mary Lawlor (relatrice speciale Onu per la difesa dei diritti umani, professore aggiunto presso il Centre for Social Innovation) la quale ha denunciato senza mezzi termini che il decreto mina il diritto internazionale proprio perché sembra avere l’obiettivo di restringere la possibilità di “monitorare la situazione nel Mediterraneo centrale dall’aria e dal mare”, esponendo le Ong, se non si adeguano, al rischio di multe e della confisca delle loro navi e dei loro aerei.
(Fonte: Sito web Mary Lawlor, Gazzetta Ufficiale, Lavoro Si)
12 ottobre. La Polonia verso la sospensione del diritto d’asilo
La Polonia ha deciso di sospendere il diritto di asilo nei confronti dei profughi e dei rifugiati che bussano alle sue frontiere arrivando in prevalenza dalla Bielorussia. Donald Tusk, il capo del governo di Varsavia, ha giustificato questo provvedimento unilaterale, giudicato da molti in contrasto con il diritto internazionale e la Carta Europea, asserendo che la Bielorussia del presidente Alexander Lukashenko, alleato della Russia di Vladimir Putin, si gioverebbe del diritto di asilo garantito in Polonia per scatenare un attacco contro la stessa Polonia e l’Unione Europea attraverso una invasione incontrollata di profughi/migranti fatti arrivare in Bielorussia con un visto turistico o per motivi di studio. Si tratta di un’accusa vecchia di anni, che risale al precedente governo polacco di destra e che la Bielorussia ha sempre respinto come infondata. Ma, a prescindere dalle dichiarazioni di Lukashenko, tutte le associazioni umanitarie e le Ong polacche, in particolare Grupa Granica che opera direttamente nella fascia di confine, hanno contestato che le prime vittime di questa decisione sono rifugiati che fuggono da situazioni di crisi estrema: in particolare da Afghanistan, Siria, Kurdistan, Iraq. Persone, dunque, che hanno tutti i requisiti previsti dalle norme internazionali per ottenere l’asilo ma i cui diritti vengono negati e “calpestati” a priori, così come faceva prima il governo di destra contro cui Donal Tusk ha sempre asserito di essere sceso in campo. Anzi, con l’attuale governo la situazione è addirittura peggiorata perché, pur con tutti i soprusi denunciati, il governo di destra non è arrivato a sospendere il diritto di asilo. “Sospendere il diritto di asilo – ha protestato Marysia Zlonkiewicz, portavoce di Grupa Granica – è un provvedimento che va contro la nostra costituzione e spinge i migranti nelle mani dei trafficanti. Il primo ministro Tusk sta palesemente violando la costituzione che ha giurato di difendere. Secondo l’articolo 56, infatti, agli stranieri è garantita la possibilità ‘di avvalersi del diritto di asilo nella Repubblica di Polonia secondo le regole stabilite dalla legge’. Non solo: c’è una evidente violazione anche della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea”.
(Fonte: Al Jazeera, Rapporto Grupa Granica)
15 ottobre. Kos: 4 morti nell’intervento per bloccare uno zodiac di migranti
Due bambini e due donne sono annegati nelle acque di Kos durante le operazioni condotte dalla Guardia Costiera greca per bloccare uno zodiac con 30 migranti proveniente dalla Turchia. Il gommone, partito dal litorale di Bodrum, è stato intercettato al largo della spiaggia di Agios Fokas, nel sud es dell’isola. La Guardia costiera ha riferito che viaggiava a luci spente e che avrebbe cercato di sottrarsi all’inseguimento e al blocco “con manovre brusche e pericolose ad alta velocità”, provocando la caduta fuoribordo di 10 migranti, tra cui le due donne e i due bambini (5 e 3 anni) che sono annegati. Diversi osservatori, tra cui la Ong Aegean Boat Report, tuttavia, ricordano che in genere sono le motovedette greche a mettere in atto “manovre dissuasive” a forte velocità che provocano forti ondate e mettono a rischio la stabilità delle barche che intendono fermare. Rilevano, inoltre, che – esattamente come in questo caso – essendo le barche ormai entrate nelle acque di competenza greca, non dovrebbero essere bloccate e respinte ma semmai accolte e accompagnate a terra come primo passo per le procedure previste dal diritto internazionale, aggiungendo che i profughi/migranti spesso tentano di fuggire alla vista delle motovedette proprio per il timore, come è capitato spesso, di essere riportati e abbandonati nelle acque turche, magari a bordo di zattere di salvataggio o di canotti senza motore e ingovernabili. “I sopravvissuti – ha denunciato Aegean Boat Report – possono far luce su quanto è realmente accaduto ma in questi casi le autorità greche di solito fanno di tutto per tenere le vittime lontane dalla stampa”. E c’è anche chi ricorda che, a partire dal mese di luglio, almeno altre due barche di migranti sono rimaste coinvolte in incidenti analoghi, con diverse vittime: il 9 luglio 8 morti su una barca affondata dopo essere stata molto probabilmente respinta dalle acque di Kios; il 23 agosto un ragazzo originario del Kuwait ucciso in prossimità di Kios dai colpi di arma da fuoco sparati da una motovedetta greca. Episodi che possono in qualche modo ricollegarsi a quanto è emerso dall’inchiesta della Bbc pubblicata nel mese di luglio che ha svelato una lunga serie di respingimenti violenti operati dalla Guardia Costiera greca, con oltre 40 vittime.
Aggiornamento 18 ottobre. Secondo quanto riferisce la Ong Aegean Boat Report, citando le testimonianze di alcuni familiari dei naufraghi, ci sarebbero elementi per mettere in dubbio la versione fornita dalla Guardia Costiera greca sulle cause della tragedia. “I familiatri delle vittime – ha scritto – sostengono che i guardacoste greci hanno tentato di intercettare la barca, costringendola a tornare verso la Turchia. L’operazione è fallita e quattro persone, due delle quali bambini piccoli, sono rimaste uccise”. E ancora: “Secondo un servizio esclusivo di Tvxs, che cita ‘fonti autorevoli’ la Guardia Costiera, non solo quella che stava manovrando molto pericolosamente, ha anche sparato più volte verso la barca e potrebbe essere proprio questo il motivo per cui la barca si è capovolta”.
(Fonte: Infomigrants, Ong Aegean Boat Report, Associated Press. Aggiornamento: Aegean Boat Report)
17 ottobre 2024. Msf: “Polonia. Umanità negata per i migranti al confine”
Medici Senza Frontiere ha criticato duramente la volontà del Governo polacco di sospendere il diritto di richiedere asilo per le persone che attraversano il confine con la Bielorussia. Una decisione “disumana”: così si è espresso Uriel Mazzoli, capomissione Msf in Polonia, che nell’occasione ha dipinto la situazione drammatica che si trovano ad affrontare profughi e migranti lungo tutta la linea di frontiera. “Dal novembre 2022 – si legge nella nota – le equipe di Msf hanno curato oltre 400 persone, molte delle quali, esposte a pratiche violente e rimaste bloccate per settimane nella foresta, presentavano gravi condizioni mediche, tra cui ipotermia, spossatezza, disidratazione…” Con il passare dei mesi le cose sono anche peggiorate: “Nel 2024 i team di Msf hanno registrato un forte aumento delle persone con segni di aggressioni fisiche, tra cui lividi e morsi di cane, e lo scorso luglio hanno trattato per la prima volta ferite legate all’uso di proiettili di gomma”.
E il futuro si presenta ancora più scuro: “Quest’ultimo annuncio del governo (sulla sospensione del diritto di asilo: ndr) rappresenta un ulteriore peggioramento di un ambiente già estremamente ostile per le persone in movimento e per chi fornisce loro assistenza umanitaria. Lo scorso giugno le autorità polacche hanno imposto un divieto di accesso alla zona di confine, impedendo alla società civile e alle organizzazioni umanitarie di raggiungere le persone in queste aree”. Si tratta della istituzione di una sorta di “fascia rossa” lungo 60 chilometri di confine tra la Polonia e la Bielorussia, totalmente off limits e pattugliata da reparti militari. Questo divieto – sottolinea Msf – non solo impedisce la fornitura di assistenza essenziale ma anche di testimoniare molte delle violenze denunciate dalle persone curate: “Le restrizioni agli aiuti umanitari e medici al confine tra Polonia e Bielorussia sono già di per sé allarmanti, con intere zone in cui è impedito l’accesso agli operatori umanitari e una legislazione che potrebbe favorire l’uso della violenza da parte delle autorità statali”. La sospensione dell’asilo non può che avere conseguenze ancora più gravi sulla possibilità dei profughi/migranti di accedere a cure mediche e protezione: “Ed è preoccupante – conclude Msf – che tali misure straordinarie stiano diventando la nuova spregevole normalità nell’Unione Europea”.
(Fonte: Comunicato stampa Medici Senza Frontiere)
18 ottobre. Guardia Costiera greca, dossier sull’uso di armi da fuoco
Sulla scia del naufragio del 15 ottobre con 4 morti nelle acque di Kos e del sospetto che dalla motovedetta greca siano stati esplosi colpi di arma da fuoco per bloccare il gommone proveniente dalla Turchia, la Ong Aegean Boat Report pubblica un breve dossier sui casi in cui, dalla fine di maggio in poi, la Guardia Costiera avrebbe sparato contro le barche dei migranti.
Kios, 30 maggio. Barca con 25 rifugiati poco fuori Kios. Una delle persone a bordo è rimasta ferita tanto da dover essere ricoverata in ospedale. Dalla Guardia Costiera non sono state fornite informazioni ufficiali ma secondo fonti ufficiose si sarebbe stati costretti a sparare perché la barca stava manovrando pericolosamente.
Kios, 5 luglio. Barca con 24 profughi. Nessun ferito. La Guardia Costiera ha sostenuto di aver sparato perché la barca si era rifiutata di fermarsi e stava compiendo manovre pericolose. Lo scafista ha risposto al fuoco prima di tornare verso la Turchia.
Kios, 20 luglio. Barca con 15 profughi. Un ferito ricoverato in ospedale. Nel comunicato stampa sull’operazione diffuso dalla Guardia Costiera non si fa cenno alla sparatoria. La giustificazione “ufficiosa” è stata che la barca si era rifiutata di fermarsi e stava manovrando pericolosamente.
Symi, 23 agosto. Barca con 14 persone. Ucciso un giovane profugo del Kuwait raggiunto alla testa da un colpo sparato dalla motovedetta che aveva intercettato il natante. La “giustificazione” delle autorità greche è stata che la barca, dopo aver ignorato l’ordine di fermarsi, avrebbe effettuato manovre pericolose cercando anche di speronare l’unità militare.
“In ogni singolo incidente – commenta Aegean Boat Report – le autorità greche hanno negato ogni responsabilità, sempre e senza eccezione, puntando il dito verso altri. Non risulta che siano state aperte indagini indipendenti su questi episodi”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
20 ottobre. Cipro. 60 profughi bloccati da mesi al confine nella zona Onu
Decine di profughi bloccati dalla polizia nella fascia gestita dall’Onu lungo la linea di confine tra Cipro Sud e Cipro Nord. Alcuni di loro, come Ahmed e la sua famiglia, in fuga dall’Afghanistan, sono stati intercettati dalle guardie di frontiera quando erano già entrati in territorio greco-cipriota, e dunque in Europa, ma sono stati costretti a tornare nella zona Onu. Il numero continua a crescere. All’inizio del mese di luglio erano 37, la maggior parte, 25, accampati in tende allestite dall’Unhcr nell’area di Aglandjia, e gli altri 12 nei pressi di Akaki. Al 20 ottobre il quotidiano Cyprus Mail ne ha calcolati almeno 60, di cui 16 ad Aglandja (6 afghani, 3 iraniani, 4 nigeriani e 3 somali) e 44 ad Akaki. Tutti hanno manifestato l’intenzione di presentare domanda d’asilo a Cipro, per trovare accoglienza e tutela in Europa. I paesi di provenienza inducono a ritenere che ne abbiano i requisiti. Basti citare in particolare il caso delle donne afghane. Prima la Commissione Ue per l’Asilo e poi una sentenza della Corte Europea hanno stabilito che tutte le afghane, di qualsiasi età, devono essere accolte automaticamente, per il fatto stesso che si tratta di donne, vista la condizione che a cui sono costrette nell’Afghanistan dominato dai talebani, equiparata a una vera e propria tortura quotidiana. Su disposizione del governo greco-cipriota, però, loro come tutti gli altri profughi non hanno avuto modo nemmeno di presentare la domanda o addirittura di attraversare la zona Onu e dunque il confine. E’ una delle conseguenze più evidenti e dolorose del “regime duro” che il Governo di Nicosia ha deciso di applicare nei confronti dei profughi/migranti, di pari passo con la sospensione del diritto di asilo per i siriani e con il conseguente blocco navale operato dalla Marina Militare nei confronti dei barconi in fuga dal Libano: blocco che si traduce in frequenti respingimenti di massa in mare, operati in acque internazionali e dunque di libera navigazione. “Cipro – ha scritto il quotidiano Cyprus Mail – ha scelto di ignorare illegittimamente il suo dovere di esaminare le richieste di asilo in materia di diritti umani”. L’Unione Europea ha di fatto avallato questa “linea dura”. Anzi, la presidente della Commissione Ue Ursula Von de Leyen all’inizio di ottobre si è congratulata con Cipro “per il successo ottenuto nel rimpatriare i migranti nel loro paese d’origine”. Non una parola per le decine di profughi intrappolati nel limbo della zona Onu in condizioni estremamente precarie e di fatto senza via d’uscita: a Cipro Sud non riescono ad entrare ma non possono nemmeno tornare a Cipro Nord, dove non esiste alcun meccanismo di asilo e dove rischiano anzi di essere arrestati per aver sconfinato illecitamente nella zona Onu, perseguiti penalmente e poi deportati nei paesi d’origine. Incluse le donne afghane.
(Fonte: Cyprus Mail)
26-27 ottobre. La nave Humanity 1 costretta a rientrare per un solo naufrago
La nave Humanity 1, appartenente alla Ong tedesca Sos Humanity, è stata costretta a far rotta verso l’Italia, abbandonando la zona di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, dopo aver tratto in salvo e preso a bordo un solo naufrago, un giovane fuggito dalla Libia avvistato in acque internazionali su un natante di fortuna, assolutamente non in grado di navigare, tanto da reggersi a malapena a galla. L’operazione di salvataggio è stata portata a termine nel pomeriggio di sabato 26 ottobre. Subito dopo, avvertita la centrale Mrcc di Roma, alla Humanity 1 è arrivato l’ordine di raggiungere “senza indugio”, come porto di sbarco, quello di Salerno, distante più di 870 chilometri, una rotta di almeno tre giorni. Solo diverse ore dopo, la mattina di domenica 27 ottobre, la disposizione è cambiata: anziché su Salerno, rotta su Porto Empedocle, nel sud della Sicilia. Non è cambiato tuttavia l’ordine di dirigersi immediatamente verso il “porto di sbarco” assegnato: sempre centinaia di chilometri di navigazione (anche se non più 870) per una sola persona, trovata in evidente stato di pericolo.
Tra tutte le procedure assurde imposte dal Governo italiano alle navi Ong con l’assegnazione di porti di sbarco sparsi lungo tutta la Penisola, fino a Genova sulle coste a ovest e Ravenna a est, il caso della Humanity 1, costretta ad abbandonare la zona di operazione dopo aver salvato una sola persona, è quello che forse dimostra di più la vera essenza del codice di condotta approvato nel 2022 con il cosiddetto decreto Piantedosi: combattere e “punire” le navi Ong per scoraggiarne gli interventi, allontanandole il più possibile – in termini sia di distanza che di tempo – dall’area del Mediterraneo centrale, in contrasto con quanto è previsto dalla “legge del mare” che, sulla base di tutta una serie di trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia, dispone per i naufraghi tratti in salvo lo sbarco nel luogo sicuro più vicino. La spiegazione data dal Governo Meloni è che queste disposizioni – che prevedono in caso di inadempienza fino a 50 mila euro di ammenda e il blocco per settimane della nave stessa – è la necessità di distribuire i migranti/naufraghi in tutto il Paese. In realtà, a parte il mancato rispetto delle norme sullo sbarco nel “posto sicuro più vicino”, l’allontanamento immediato e più lungo possibile dopo la prima operazione di soccorso (a prescindere dal numero delle persone salvate e persino da altre eventuali emergenze nella zona), fa emergere almeno quattro aspetti:
– Nega il diritto al soccorso (e per certi versi alla vita stessa) ai naufraghi/migranti bloccando e allontanando per più giorni le navi Ong, che sono le uniche a compiere operazioni sistematiche di salvataggio nel Mediterraneo centrale e, proprio per questo, testimoni dirette di quanto accade realmente lungo le rotte tra l’Africa settentrionale (Libia e Tunisia) e l’Italia, nelle zone Sar libica, maltese e italiana.
– Favorisce il lavoro sporco dei respingimenti indiscriminati e di massa in mare che l’Italia e l’Unione Europea, sulla base di tutta una serie di accordi con Tripoli, hanno assegnato alla Guardia Costiera libica, che non per niente è fortemente ostile alle Navi Ong, fino al punto di minacciarle apertamente e ostacolarne gli interventi anche con la violenza e, in alcuni casi, a colpi di armi da fuoco. La stesso tipo di accordi è in vigore dalla fine del 2023 anche con la Tunisia.
– Costruisce di fatto un altro muro anti immigrazione in pieno Mediterraneo: una barriera “invisibile” e apparentemente immateriale ma per molti versi più efficace degli oltre duemila chilometri di valli fortificati realizzati negli ultimi vent’anni ai confini, esterni ed interni, dell’Europa. A ben vedere, un muro che, combinato con le operazioni di cattura e respingimento affidate alla Guardia costiera libica (e più di recente a quella tunisina), appare per molti versi un passo concreto verso la realizzazione del “blocco navale” più volte invocato dalla premier Giorgia Meloni.
– Rafforza il “proibizionismo delle migrazioni” costruito dalle politiche dell’Italia e della Ue (in contrasto con gli obblighi di soccorso e con il diritto internazionale) che, come ha scritto il giurista Fulvio Vassallo Paleologo, “svuota il diritto di asilo”.
(Fonte: Il Post, Ong Sos Humanity, Organizzazione Ebrima Migrants Situation, Sito web Angela Caponnetto, Adif)
28 ottobre. L’Europa finanzia il sistema espulsione dalla Turchia
L’Unione Europea finanzia con milioni di euro il sistema di espulsione e deportazione dei profughi/migranti organizzato dalla Turchia. Uomini, donne e bambini, una volta intercettati, restano intrappolati in tutta una serie di centri di trasloco, dove subiscono spesso torture e abusi, per essere poi deportati nei paesi d’origine. Si tratta soprattutto di rifugiati afghani in fuga dal governo talebano o siriani costretti ad abbandonare il paese dalla guerra civile e dalla dittatura di Assad. Due paesi, l’Afghanistan e la Siria, che la Ue ritiene “non sicuri” e dove, dunque, rifugiati e richiedenti asilo non possono essere respinti, eppure non solo non muove alcuna contestazione ma addirittura contribuisce in maniera molto concreta al meccanismo di blocco e respingimento attuato da Ankara. In sostanza, una sorta di tacito finanziamento al lavoro sporco affidato alla Turchia per impedire ai profughi di arrivare in Europa. E’ quanto denuncia una inchiesta pubblicata venerdì 11 ottobre da Lighthouse Reports (in collaborazione con varie testate giornalistiche europee) e rilanciata lunedì 28 dal periodico Pressenza. Nel contesto di quasi un miliardo di euro erogati in totale alla Turchia come contributo alla gestione dei flussi migratori, viene documentato in particolare che 213 milioni sono serviti proprio per la costruzione, la manutenzione e la gestione di circa 30 centri di espulsione. Entrando più nel dettaglio, emerge che “alcuni di questi fondi sono stati utilizzati per espandere i sistemi di impronte digitali utilizzati per rintracciare e accogliere i migranti per strada e per attrezzare i centri di espulsione con filo spinato e muri più alti”. E ancora: “Documenti, prove visive e interviste dimostrano che ai detenuti viene spesso negata l’assistenza legale e che sono esposti a condizioni anti-igieniche e di sovraffollamento, nonché ad abusi e persino torture”. Ed è con la violenza, appunto, che “molti vengono costretti a firmare documenti in cui dichiarano che hanno deciso di tornare volontariamente nei paesi da cui sono fuggiti”.
L’Europa sa ma resta “muta”. Secondo quando è emerso dall’inchiesta, l’Unione Europea sa bene quanto accade in realtà ma resta colpevolmente “muta” pur trovandosi di fronte a una evidente violazione del diritto internazionale e della stessa Carta Universale dei Diritti Umani: “Abbiamo scoperto – riferisce infatti Lighthouse – che la Ue è consapevole del fatto che sta finanziando questo sistema abusivo, con il proprio personale che ha lanciato l’allarme al suo interno, ma gli alti funzionari scelgono di chiudere un occhio”.
Le fonti. L’intera inchiesta, con le pesanti contestazioni mosse dagli autori, si basa su oltre 100 fonti consultate, tra cui 37 persone che sono state trattenute in 22 diversi centri di espulsione finanziati dalla Ue, oltre che funzionari turchi, siriani e afghani ed ex personale dei centri stessi. Le testimonianze sulle cattive condizioni, sulla violenza sistematica e sulla costrizione a firmare documenti di rimpatrio “volontari” sono state supportate da un’ampia gamma di prove visive, sentenze di tribunale e centinaia di pagine di documenti dell’Unione Europea, “tra cui relazioni e briefing Ue e turchi, documenti di ricerca e documenti di appalti e bandi di gara”. Quanto alla comprensione e valutazione del “livello di consapevolezza ufficiale sugli abusi e i problemi relativi al meccanismo di monitoraggio della Ue volti a garantire la supervisione sulle modalità di utilizzo dei fondi Ue” è stata interpellata più di una dozzina di diplomatici e funzionari europei sia a Bruxelles che in Turchia. E su carte interne alla Ue è stata trovata la documentazione sulle attrezzature finanziate dall’Unione e “utilizzate da funzionari turchi per effettuare arresti di massa di rifugiati nelle strade della Turchia per riportarli in Siria”. Di queste attrezzature sono state fatte anche delle riprese video.
(Fonte: Lighthouse Reports, Pressenza)
28-30 ottobre. Egeo. Ancora respingimenti in mare: un video-denuncia
Sulla base delle richieste di aiuto ricevute, la piattaforma di soccorso Alarm Phone ha denunciato mercoledì 30 ottobre due respingimenti di massa condotti tra lunedì 28 e martedì 29 dalla Guardia Costiera greca dell’Egeo, in palese violazione del diritto internazionale. In totale, 115 profughi/migranti, molti dei quali già arrivati in territorio greco ma costretti a reimbarcarsi. Nel primo caso si tratta di 88 persone, inclusi molti bambini o comunque minorenni, trovate da una unità della Marina turca a nord di Rodi a bordo di alcune zattere di salvataggio pneumatiche abbandonate alla deriva. Di queste 88 persone Alarm Phone ritiene che 51, tra cui 27 bambini, siano quelle che si sono messe in contatto dopo essere sbarcate nella piccola isola greca di Kastellorizo, vicinissima al porto turco di Kas e distante un centinaio di chilometri da Rodi. “Questo gruppo – specifica in particolare la Ong – ci ha riferito che alcuni avevano bisogno di cure mediche. Abbiamo informato la Guardia Costiera e la polizia. La polizia portuale, tuttavia, non ci ha detto se era stata organizzata una operazione di ricerca”. Meno chiara è la provenienza degli altri 37 trovati sulle zattere. “Anche per questi 37 – ha comunicato Alarm Phone – siamo stati messi in allerta ma non ci sono stati contatti diretti tra loro e i nostri operatori”. Il secondo respingimento riguarda un gruppo sbarcato a Kalymnos lunedì 28 ottobre: “Ci hanno telefonato chiedendo aiuto e assistenza medica. Poi abbiamo perso i contatti senza riuscire più a ristabilirli. Il posto di polizia ci ha detto di chiamare la polizia portuale, ma questa non ha mai risposto al telefono. In seguito le autorità turche hanno riferito di aver intercettato 17 persone nell’Egeo meridionale. Non abbiamo conferme dirette, ma c’è da presumere che sia proprio il gruppo che ci ha chiamato da Kalymnos”.
Il video-denuncia. Martedì 29 ottobre, mentre avvenivano i respingimenti segnalati da Alarm Phone, la Ong Refugee in Libya ha pubblicato un video che documenta come avvengono queste operazioni della Guardia Costiera greca. Il filmato, che dura quasi un minuto, è stato girato nelle acque di Lesbo da uno dei profughi a bordo di un gommone grigio. A giudicare dal video si tratta di un gruppo di 15-20 persone, incluse donne e bambini. Molte indossano giubbotti di salvataggio, qualcuno solo una camera d’aria per auto, altri nulla. Le immagini mostrano il profilo dell’isola e una motovedetta greca – sigla LS (lamda-sigma) 602 – che si interpone tra il canotto e la costa per interromperne la corsa e poi si avvicina pericolosamente per spingerlo indietro verso le acque turche, accostando fino a sfiorarlo o, almeno una volta (se non due), a speronarlo con la fiancata di prua. Un’operazione pericolosa durante la quale si vedono chiaramente le gesta disperate e si odono distintamente le urla di terrore dei migranti, mentre una donna colma di paura si infila in fretta una camera d’aria nera temendo evidentemente di finire in acqua. Sul ponte della motovedetta si profilano le figure di tre marinai vestiti di scuro. Non si distingue se abbiano il volto coperto come – secondo le testimonianze delle vittime – è capitato più volte. Poi il gommone si allontana verso la Turchia e la motovedetta greca cambia rotta. Di seguito il link del video: https://twitter.com/RefugeesinLibya/status/1851236835080515900
(Fonte: Alarm Phone e Ong Refugees in Libya)
1 novembre. Polonia: quasi 9.000 respingimenti al confine con la Bielorussia
Un’inchiesta di Infomigrants, citando i dati della Ong Wam (We Are Monitoring), rivela che tra il 2023 e il 31 luglio 2024, la polizia polacca, al confine con la Bielorussia, ha respinto quasi 9.000 profughi/migranti, impedendo loro di presentare la domanda di asilo nell’Unione Europea. Un caso emblematico è quello di Azzedin, un profugo fuggito dalla guerra in Sudan, che ha raccontato di essere stato fermato più volte e costretto a tornare indietro nonostante avesse subito manifestato chiaramente la volontà di chiedere asilo. Si tratta di una palese violazione del “principio di non respingimento” previsto dall’articolo 33 della Convenzione del 1951 sui rifugiati” che vieta qualsiasi tipo di espulsione o respingimento di rifugiati la cui vita verrebbe messa in pericolo nel paese d’origine o provenienza. Per di più questi respingimenti vengono effettuati con estrema violenza: “Le guardie di frontiera – ha riferito sempre Azzedin – ci picchiano, rompono i nostri telefoni, ci spruzzano negli occhi gas irritante… Non avrei mai pensato di vivere questa esperienza: volevo solo sfuggire alla guerra e trovare un paese sicuro”. E’ l’ennesima conferma dei maltrattamenti e degli abusi subiti dai rifugiati e richiedenti asilo da parte delle forze di sicurezza polacche denunciati da anni dalla Ong Grup Granica: una “linea dura” voluta dal governo di Varsavia che si è aggravata da quando, è stata istituita lungo tutta la frontiera con la Bielorussia una “no go zone” nella quale l’accesso è vietato anche a medici e soccorritori delle organizzazioni umanitarie, per non dire dei giornalisti, e dove, dal mese di luglio, è stato autorizzato alla polizia anche l’uso di armi da fuoco.
(Fonte: Infomigrants)
1 novembre 2024. Frontiera Polonia-Bielorussia: morti 87 migranti dal 2021
Nello stesso giorno in cui Infomigrants ha pubblicato l’inchiesta sui respingimenti al confine tra Polonia e Bielorussia la Ong polacca Grupa Granica ha reso noto un dossier della Ong We Are Monitoring dal quale risulta che a partire dal 2021 sui due lati della frontiera sono morti almeno 87 profughi/migranti. Sono noti i nomi solo di 35 delle vittime. Di 14 l’identità non è stata comunicata su richiesta delle famiglie mentre per ben 38 persone non sono emersi elementi utili per l’identificazione o risalire almeno alla provenienza. Buona parte delle donne e degli uomini identificati venivano da Afghanistan, Siria, Iraq.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
3 novembre. Egeo: 4 barche di migranti respinte in Turchia da militari greci
Quattro barche con a bordo almeno 30 migranti, già entrate nelle acque greche dell’Egeo, sono state costrette con la forza da militari della Guardia Costiera a tornare verso la Turchia, senza poter chiedere asilo in Europa. Questi nuovi casi di pushbacks in palese violazione del diritto internazionale, sono stati denunciati da Alarm Phone, partendo dalla richiesta di aiuto ricevuta da una delle quattro barche la mattina di domenica 3 novembre. Si tratta del caso forse più grave, con l’intervento di uomini mascherati a bordo di una nave militare. “Siamo stati allertati – ha scritto Alarm Phone – da un gruppo attaccato da uomini mascherati. Quando è stato lanciato questo allarme erano ancora nelle acque greche ma nel corso dell’attacco il motore della loro barca è stato preso e portato via”. Poco dopo la segnalazione ricevuta i contatti si sono interrotti e Alarm Phone, risultato vano ogni tentativo di riattivarli, si è rivolta alla Guardia Costiera turca, scoprendo che l’episodio che stava seguendo non era isolato: “La Guardia Costiera turca – ha denunciato Alarm Phone – ci ha detto di aver trovato a nord di Samo 4 gruppi di migranti, uno dei quali corrispondeva a quello del nostro episodio. In tutti e quattro i casi si trattava di pushbacks verso la Turchia”. La notizia del respingimento di decine di migranti tra Samo e la costa di Smirne è stata pubblicata anche dalla stampa turca. Non è noto se, come nel caso della barca in contatto con Alarm Phone, anche le altre tre siano state attaccate da uomini mascherati. In ogni caso, resta la gravità di questi respingimenti di massa seriali in mare. E questi quattro respingimenti segnalati da Alarm Phone pare siano solo una parte di quelli realmente effettuati nell’Egeo tra venerdì 1 e lunedì 4 novembre: la Ong Aegean Boat Report ne denuncia quasi il triplo, 11 in tutto, per un totale di circa 300 persone, soltanto dalle acque di Samo e Lesbo.
(Fonte: Alarm Phone, Anadolu Agency, Aegean Boat Report)
5 novembre. Egeo: in un mese trovati su zattere o zodiac alla deriva 612 bambini
Dal primo ottobre all’inizio del mese di novembre 612 bambini, alcuni anche molto piccoli, sono stati trovati su zattere di salvataggio o gommoni lasciati alla deriva nelle acque turche dell’Egeo. Lo ha segnalato la Ong norvegese Aegean Boat Report, denunciando che si tratta delle vittime più fragili ed esposte di tutta una serie di respingimenti effettuati dalla Guardia Costiera greca. I dati sono stati ricavati da segnalazioni giunte direttamente alla Ong o da informazioni fornite dalla Guardia Costiera turca, intervenuta per i soccorsi. “Nella maggior parte dei paesi d’Europa – scrive la Ong – chiunque faccia questo a dei bambini dovrebbe risponderne alla Giustizia ma in Grecia a quanto pare non è così”. E l’accusa non è rivolta soltanto alle autorità greche: vengono chiamate in causa anche la Commissione Europea per il sostegno e i finanziamenti concessi ad Atene a favore della sua politica sull’emigrazione a “difesa dei confini” Ue e l’agenzia europea Frontex, alla quale peraltro è stato più volte contestato di essere stata “testimone inerte” e di aver taciuto su respingimenti di massa in mare da parte della Guardia Costiera greca o addirittura di avervi collaborato. Su diversi episodi di questo genere, del resto, fin dal 2022 l’Ufficio Europeo Antifrode (Olaf) ha avviato una serie di accertamenti legali sulla scia di una inchiesta giornalistica pubblicata dal pool di testate Lighthouse Reports (tra cui in particolare Le Monde, Der Spiegel e The Guardian) oltre che sulla scorta delle segnalazioni fatte a più riprese da Aegean Boat Report.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
5 novembre “Bulgaria. Ue e Frontex non segnalano le violenze alle frontiere”
Alla frontiera con la Turchia la polizia bulgara si rende responsabile di gravi episodi di violenza contro i migranti, ma l’Unione Europea e in particolare l’agenzia Frontex tacciono e non ritengono di dover intervenire. Lo stesso accade nei centri di detenzione. Lo hanno denunciato diversi gruppi e singoli operatori umanitari per chiedere alla Germania di sospendere il progetto di espulsione verso la Bulgaria (in base al regolamento di Dublino) delle persone la cui domanda di protezione è stata respinta. Stephan Reichel, presidente dell’associazione Kirche un Asyl di Norimberga, ad esempio, ha segnalato che al confine diverse persone che chiedevano protezione sono state costrette a spogliarsi, picchiate, derubate “e talvolta persino prese a fucilate”. Secondo gli autori della denuncia, Frontex, come rivelerebbe un rapporto interno del luglio 2024, sarebbe perfettamente al corrente di questi abusi. “Il modus operandi della polizia di frontiera bulgara – ha rilevato l’eurodeputata olandese Tineke Strik – segue un modello comune a tutte le frontiere esterne della Ue: gli agenti di Frontex vengono tenuti fuori dalle aree critiche o subiscono pressioni per non segnalare violazioni, in modo che le autorità nazionali possano respingere le persone e l’Unione Europea possa fingere di non sapere. Ma l’Unione Europea e Frontex non possono rimanere complici: hanno la responsabilità di porre fine a queste pratiche, congelando i finanziamenti e fermando il sostegno di Frontex, in conformità con i loro obblighi giuridico-legali”.
(Fonte: Infomigrants)
5-6 novembre. Lesbo: 46 profughi abbandonati su zattere nel mare in burrasca
Quarantasei profughi, tra cui 6 bambini, sono stati abbandonati alla deriva, su zattere di salvataggio, nel mare in burrasca, dalla Guardia Costiera greca al largo di Lesbo, alle soglie delle acque turche. Lo ha denunciato la Ong norvegese Aegean Boat Report, ricostruendo nei dettagli il respingimento: “Martedì mattina (5 novembre: ndr) – si legge nel sito web – siamo stati avvisati di una barca in pericolo 3 miglia a sud est di Tsilia, sulla costa meridionale di Lesbo. Le persone a bordo hanno segnalato che lo scafo imbarcava acqua e andava alla deriva, minacciando di affondare. Abbiamo subito informato la Guardia Costiera greca, la quale ha assicurato che avrebbe inviato due navi di soccorso, asserendo però, successivamente, di non aver trovato nessuno nella zona indicata. I nostri contatti con il gruppo si sono interrotti ma nel frattempo abbiamo appreso che da bordo avevano riferito ad Alarm Phone che qualcuno aveva portato via il motore della barca. Dieci ore più tardi, alle 19,30, 46 persone sono state trovate alla deriva, con condizioni meteomarine gravi, dalla guardia costiera turca, su due zattere di salvataggio, a nord di Karabarun, in Turchia. Dopo il salvataggio, i naufraghi hanno riferito di essere stati prelevati dalla Guardia Costiera greca, derubati degli effetti personali e costretti a salire sulle zattere, poi abbandonate in mare. Hanno aggiunto di non aver avuto la possibilità di chiedere aiuto perché i loro telefoni cellulari erano stati sequestrati e gettati in mare”. Aegean Boat Report ha anche pubblicato un video dell’operazione di salvataggio girato dalla motovedetta turca: nelle immagini si vede chiaramente, stampato sulle tende di copertura delle zattere, di colore arancione, il marchio della ditta produttrice, la Lalizas, la principale fornitrice di attrezzature di soccorso per la Marina greca. “La Guardia Costiera greca – ha commentato la Ong – smentisce regolarmente il proprio coinvolgimento nei respingimenti in mare, ma in questo caso, oltre alle testimonianze, anche il filmato la chiama in causa”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
7-8 novembre. Sfax, strage a causa di un respingimento: 53 morti
Un’operazione di respingimento operata dalla Guardia Costiera tunisina nel contesto degli accordi tra Roma e Tunisi per blindare il Mediterraneo centrale, la “frontiera marittima” italiana, si è conclusa con un naufragio che ha causato la morte di 53 migranti, tra cui donne e bambini piccoli. I 23 sopravvissuti alla strage, salvati da un peschereccio, sono stati arrestati e deportati nel deserto al confine tra la Libia e la Tunisia. Inizialmente, quando i superstiti sono stati sbarcati a Sfax, le circostanze della tragedia non sono emerse: si è parlato del naufragio di una barca partita la notte tra il 7 e l’8 novembre dalla costa a nord di Sfax e affondata poche ore dopo, per cause imprecisate, con 30 migranti morti e 18 tratti in salvo. Le testimonianze di alcuni superstiti e di familiari delle vittime hanno invece ricostruito una storia molto diversa, a cominciare dal numero delle persone a bordo – almeno 76, con 53 vittime e 23 superstiti – oltre che dell’intervento della Guardia Costiera tunisina, che ha intercettato la barca non molto dopo la partenza. E’ un vero e proprio atto d’accusa, in particolare, la ricostruzione fornita da un profugo sudanese che aveva un cugino sedicenne sulla barca e che è entrato in contatto con gli amici che si erano imbarcati con lui sperando di arrivare in Italia: “Sono arrivati i tunisini , li hanno speronati, li hanno fatti ribaltare e li hanno guardati affogare…”, ha riferito a una cronista di Fanpage. Ed ancora: “Una volta sbarcati a Sfax i superstiti sono stati consegnati alla polizia, che a sua volta li ha divisi in due gruppi: un gruppo è stato abbandonato nel deserto tra la Libia e la Tunisia e un altro venduto ai libici nel centro di Al Assah”.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation, Lidia Finestra Giuffrida di Fanpage)
8-10 novembre. Rotta Lampedusa: presi in mare e deportati nel deserto tunisino
Due gruppi di migranti, per un totale di 25 persone tra cui 5 bambini, sono stati bloccati sulla rotta per Lampedusa e, subito dopo lo sbarco in Tunisia, deportati nel Sahara, al confine con l’Algeria. L’operazione di cattura e respingimento di massa in mare è stata condotta dalla Guardia Costiera tunisina nel contesto degli accordi tra Roma e Tunisi per il blocco dei migranti diretti verso le coste italiane e con motovedette fornite dall’Italia. Il primo gruppo – 6 uomini, 8 donne di cui tre in stato di gravidanza e 4 bambini provenienti dalla Sierra Leone – è stato catturato il primo novembre (non è chiaro se nella zona Sar maltese o in quella tunisina), sbarcato a Sfax e l’indomani, 2 novembre, condotto sotto scorta a sud di Gafsa. Abbandonato in una zona desolata, è tornato verso Sfax a piedi ma, sorpreso dalla polizia, è stato costretto a tornare nel deserto, in una zona ancora più lontana. Dopo sei giorni, l’8 novembre, ne ha avuto notizia la Ong Refugees in Libya, che ha lanciato un appello sul web, chiedendo alle autorità tunisine a alla comunità internazionale una operazione umanitaria di soccorso: “Lì dove sono – ha scritto – non hanno né acqua, né cibo, né ormai l’energia per rimettersi in cammino per lasciare il deserto e raggiungere un luogo più accogliente”. La vicenda del secondo gruppo – 5 uomini, una donna incinta e un bambino, catturati in mare il 2 novembre, a quanto pare ancora più a nord del primo gruppo – segue lo stesso filone: appena sbarcati i 7 migranti sono stati deportati nel deserto anch’essi a sud di Gafsa, a breve distanza dalla frontiera algerina. Privi di tutto, hanno cercato di mettersi in contatto con l’ufficio Oim di Tunisi per chiedere aiuto, ma tutti i tentativi sono andati a vuoto. A raccogliere il loro appello è stata, domenica 10 novembre, solo la Ong Refugees in Libya, che lo ha rilanciato sul web per chiedere di andare a salvarli. “Riceviamo segnalazioni come queste quasi tutti i giorni – ha dichiarato David Yambio, portavoce dell’organizzazione per i diritti dei rifugiati. Dov’è il rispetto dei diritti umani? Tutto ciò che accade in Tunisia, così come in Libia, è dovuto agli accordi con l’Italia e con i governi europei”. Nessuna reazioni in Italia.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Alarm Phone Sahara, Fanpage)
13-14 novembre. “Lettonia: violati i diritti umani al confine con la Bielorussia”
Un profugo afghano ha accusato duramente la polizia di frontiera lettone denunciando, in un video registrato da Infomigrants, una serie di violenze e maltrattamenti che, seguiti da un respingimento forzato in Bielorussia, configurano una violazione dei diritti umani. Il giovane – celato sotto il nome di copertura di Faisal Haijb – ha raccontato di essere stato intercettato nel mese di luglio poco dopo aver varcato la linea di confine insieme ad altri 14 profughi: “Ci hanno preso nel bosco e portati fino a una strada vicina, dove ci hanno costretti a stenderci a terra bocconi. Poi ci sono saliti addosso, schiacciandoci la testa sul terreno spingendola con forza con uno scarpone poggiato sul collo. Dopo un po’ ci hanno fatto salire uno per volta su un furgone che aveva il piano di carico senza sedili. All’interno c’erano tre poliziotti muniti di bastoni che hanno cominciato a colpirci duramente…”. Nessuno dei 15 del gruppo si è sottratto al pestaggio. Alla fine, dopo 7 ore, sono stati tutti ricondotti al confine e costretti a tornare in Bielorussia. “Prima di rilasciarci, però – ha detto Faisal – ci hanno sottratto tutto quello che avevamo, a cominciare dai cellulari. Nel bosco, in territorio bielorusso, ci siamo persi e, non avendo più i nostri telefoni, non eravamo in grado di chiedere aiuto. Per fortuna abbia incontrato casualmente un altro gruppo di profughi, uno dei quali, un pakistano, aveva il cellulare e così ci siamo potuti orientare”. Dopo questo respingimento Faisal ha cambiato strada, puntando verso la Lituania, dove è riuscito ad entrare. Intercettato dalla polizia ormai abbastanza lontano dal confine, è stato arrestato: 11 giorni di detenzioni seguiti dall’espulsione in Lettonia, dove è finito di nuovo in prigione, questa volta per 16 giorni. Scarcerato, ce l’ha fatta ad arrivare in Germania, dove è stato contattato da Infomigrants, che ha raccolto la sua denuncia. Prima di pubblicare il video Infomigrants si è rivolta alle autorità lettoni per un confronto ma, non ricevendo risposta, il 13 novembre ha deciso di procedere alla pubblicazione. L’indomani le autorità lettoni hanno inviato un comunicato per negare qualsiasi forma di violenza da parte della polizia nei confronti delle persone che tentano di attraversare il confine e asserendo anzi che, in caso di necessità, viene offerta ogni forma di assistenza. Faisal, tuttavia, ha mostrato le cicatrici che ancora recava sul corpo e d’altra parte diverse organizzazioni, a cominciare da Amnesty International, hanno segnalato e documentato numerosi abusi e pesanti maltrattamenti lungo la frontiera tra Lettonia e Bielorussia. In particolare, la Ong lettone “Vogliamo Aiutare i Rifugiati”, intervistata da Infomigrants, ha rilevato che le violenze si sono moltiplicate da quando, nel 2021, il governo ha autorizzato l’uso della “forza fisica” per respingere i migranti in Bielorussia. “Molti agenti ora sanno di poter contare sull’impunità anche in caso di azioni e maltrattamenti molto pesanti”, ha precisato una delle volontarie della Ong. E d’altra parte sono eloquenti le stesse cifre fornite dal Governo: dal primo gennaio 2024 ben 5.271 persone sono state “dissuase” contro appena 21 ammesse.
(Fonte: Infomigrants)
14-15 novembre: Samo: abbandonati in mare 121 profughi (66 bambini)
“La Guardia Costiera ellenica di stanza a Samo ha fermato tre imbarcazioni nelle acque territoriali greche, ha distrutto i loro motori, le ha rimorchiate verso la Turchia e le ha lasciate alla deriva in mezzo al mare. A bordo c’erano 121 profughi afghani, tra cui 66 bambini…”: la Ong norvegese Aegean Boat Report ha denunciato ancora una volta una serie di respingimenti violenti e indiscriminati attribuendoli alle forze di sicurezza greche dell’Egeo. Secondo la ricostruzione fatta dalla Ong, le tre barche, provenienti dalla costa del distretto anatolico di Kusadasi, avevano già superato ampiamente la linea di frontiera marina tra la Turchia e la Grecia e le persone a bordo avrebbero dovuto essere messe nelle condizioni di presentare una richiesta di asilo, come era loro intenzione, “ma sono state invece deliberatamente abbandonate in mare”, dove poi le ha intercettate la Guardia Costiera turca. “Erano tutti cittadini afghani – ha sottolineato la Ong – E tutti gli afghani catturati mentre tentano di fuggire dalla Turchia vengono portati nel centro di detenzione turco finanziato dall’Unione Europea, in attesa della deportazione in Afghanistan attraverso l’Iran, condannati a un futuro quanto meno incerto sotto il regime talebano”. C’è da aggiungere che, trattandosi di afghani con numerose donne e bambini, questi respingimenti violano apertamente le disposizioni dell’Agenzia europea per l’accoglienza e l’asilo (ribadite dalla Corte di Giustizia Ue e da una sentenza della magistratura austriaca) che prevedono l’accoglienza e la concessione automatica dell’asilo o quanto meno della tutela internazionale in Europa per tutte le donne afghane perché, sotto il regime dei Talebani, sono si trovano a vivere in una condizione di tortura quotidiana, private di ogni diritto e ogni forma di libertà, per il fatto stesso di essere donne.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
15 novembre. Cipro: respinti in mare verso il Libano 26 profughi
Ventisei profughi siriani in fuga dal Libano per chiedere aiuto ed asilo a Cipro sono stati intercettati in mare dalla Marina cipriota e respinti nelle acque libanesi. Erano su una barca salpata tra mercoledì 13 e giovedì 14 novembre. Stavano navigando ormai in acque internazionali, sulla rotta per la baia di Larnaca, nel sud dell’isola, quando lo scafo ha cominciato a cedere e a imbarcare acqua. L’allarme è stato lanciato da alcuni familiari delle persone a bordo che, avvertiti del pericolo, si sono rivolti ad Alarm Phone. La centrale operativa della piattaforma di soccorso non è riuscita a mettersi in contatto con la barca ma ha immediatamente avvertito le autorità cipriote. Da quel momento nessun’altra notizia fino alla tarda mattinata di venerdì 15 novembre, quando la Marina libanese ha comunicato di aver intercettato e soccorso la barca, costretta ad invertire la rotta da una unità della Guardia Costiera di Cipro. Un nuovo respingimento indiscriminato di massa in mare imposto nel contesto della decisione del governo di Nicosia di sospendere l’esame delle richieste di asilo dei profughi siriani e di istituire di fatto un blocco navale nelle acque internazionali contro le barche dei disperati che cercano di lasciare il Libano. Una decisione rimasta in vigore anche dopo lo scoppio del nuovo conflitto con Israele e attuata, nel caso specifico, nonostante le condizioni di pericolo in cui si trovava la barca dei 26 profughi. Nessuna notizia del gruppo dopo lo sbarco forzato a Tripoli.
(Fonte: Alarm Phone)
15 novembre. Respingimento “fantasma” in Libia per 50 migranti
Un gruppo di circa 50 migranti intercettato nel Mediterraneo centrale lungo la rotta per Lampedusa (zona Sar libica ma acque internazionali) è di fatto “sparito” in Libia. Tutto lascia credere che sia rimasto vittima di un respingimento “fantasma”, reso possibile dagli accordi sottoscritti dall’Italia (e da Malta) con la Libia per il blocco e la cattura in mare dei profughi/migranti. La vicenda è iniziata il 12 novembre, quando la barca dei 50 migranti si è trovata in difficoltà, restando in balia del mare fino a quando la ha raggiunta la Bos Triton (ex Vos Triton), una delle navi appoggio a servizio della piattaforma petrolifera situata al largo di Zawiya, a nord ovest di Tripoli, che ha preso a bordo tutti i migranti. L’operazione è stata monitorata da Sea Bird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che ha documentato con una serie di immagini l’operazione di soccorso, attardandosi fino a quando i naufraghi si trovavano ormai sul ponte principale della nave. Gli interrogativi sorgono a questo punto: la Bos Triton, anziché puntare verso Lampedusa, il “luogo sicuro” più vicino dove sbarcare i naufraghi, come prevede in casi del genere il diritto internazionale, è rimasta a incrociare in zona. I tracciati della rotta, infatti, non si allontanano mai molto dalla piattaforma: non ce n’è nessuno che si diriga verso nord per approdare in Italia così come, d’altra parte, nessuno raggiunge la Libia. Il sospetto è allora che la nave abbia atteso l’arrivo di una delle motovedette della Guardia Costiera o delle altre forze di sicurezza libiche, sulla quale poi i naufraghi sono stati costretti a trasbordare per essere riportati in Libia. C’è da credere che il comandante e l’armatore (una società con sede e bandiera a Gibilterra) abbiano eseguito le disposizioni arrivate da Tripoli. ma anche ammettendo che ci sia stata una regia di Tripoli avallata dagli accordi con l’Italia e la Unione Europea, se quei 50 migranti, come tutto lascia credere, sono stati consegnati a una motovedetta e riportati in Libia, resta la responsabilità di aver contribuito in maniera determinante a un respingimento di massa in mare verso un “luogo non sicuro” per i migranti/naufraghi, in palese contrasto con il diritto internazionale. E va da sé che il diritto internazionale è prevalente su qualsiasi tipo di accordo tra Stati. La Bos Triton non è nuova ad episodi del genere: quando aveva ancora il nome di Vos Triton, nel giugno del 2021 è stata protagonista di un respingimento che si è svolto quasi esattamente nelle stesse modalità di quello del 12-13 novembre 2024. Per questo primo caso (che ha interessato circa 170 persone, deportate e inghiottite dall’inferno della Libia) è ancora pendente un esposto presso la Procura di Roma.
(Fonte; Refugees in Libia, Ebrima Migrants Situation, Sea Watch)
16 novembre. In Burundi rischiano la morte ma la Polonia li respinge
Una famiglia di profughi in fuga dal Burundi è stata respinta a Terespol, in Polonia, al posto di confine con la Bielorussia. In Burundi rischiano il carcere o anche la morte, ma le guardie di frontiera si sono rifiutate di accettare la richiesta di asilo. Si tratta – ha riferito la Ong Grupa Granica – della famiglia di un generale dell’esercito arrestato e condannato per essersi opposto alla politica del presidente Evariste Ndayishimiye, al potere dal giugno 2020, in una realtà politica e di governo più volte oggetto, a livello internazionale, di denunce, inchieste e sanzioni, prima e dopo il mandato dell’attuale presidente, per la violazione sistematica delle libertà e dei diritti umani. Dopo che il padre è finito in carcere, gli altri componenti della famiglia hanno vissuto a lungo nascosti. Poi, spinti anche dal fatto che altri parenti sono stati perseguitati, tratti in arresto o uccisi, hanno deciso di fuggire in cerca di sicurezza. Un lungo, travagliato viaggio li ha portati in Bielorussia. E proprio in Bielorussia hanno presentato la prima domanda di protezione internazionale ma il regime di Minsk non solo non la ha accolta ma li ha arrestati, minacciandoli di espulsione entro breve tempo. E’ a questo punto che è maturata la decisione di chiedere aiuto in Polonia e si sono presentati al posto di frontiera di Terespol. Anche qui, però, hanno incontrato un muro di incomprensione e ostilità. Il loro disperato bisogno di aiuto è rimasto inascoltato, pur avendo insistito a lungo che non potevano restare né in Bielorussia né in Russia e che la protezione internazionale in Polonia era ormai l’unica possibilità rimasta. “Un caso come questo – hanno rilevato i volontari di Grupa Granica – spiega bene perché non si può accettare di sospendere il diritto di asilo come ha proposto il Governo”.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
16 novembre. Tunisia. Muore una guineana incinta deportata nel deserto
Una giovane migrante, incinta di otto mesi, è morta nel deserto tunisino, al confine con la Libia, dove era stata deportata dopo essere stata bloccata su una barca in rotta verso Lampedusa. Si chiamava Nana e veniva dalla Guinea. La sua storia è stata ricostruita dalla Organizzazione Ebrima Migrants Situation. Con il figlio di 10 anni e altri 8 familiari Nana era riuscita a imbarcarsi poco a nord di Sfax la sera di martedì 12 novembre. A bordo c’erano in tutto 47 migranti. Poche ore dopo, la mattina di mercoledì 13, sono stati intercettati e costretti a tornare a Sfax da una unità della Guardia Nazionale nel contesto degli accordi tra Tunisi e Roma per blindare tutte le vie di fuga di profughi e migranti nel Mediterraneo centrale verso l’Italia. Una volta a terra l’intero gruppo è stato preso in consegna dalla polizia che lo ha trasferito a sud, verso il Sahara. Alcuni sarebbero stati anche picchiati duramente e tenuti con le mani legate. Inclusa Nana. E Nana non ce l’ha fatta a resistere. “Ha chiesto ai suoi fratelli di prendersi cura di suo figlio perché era troppo stanca per continuare il viaggio e poi è morta”, ha riferito Ebrima sabato 16 novembre. Sempre il 16 novembre è stato intercettato e costretto a rientrare in Tunisia un altro gruppo di migranti (55 persone tra cui 8 donne e 3 bambini), salpato la sera del 13 da Sfax e rimasto bloccato in mare per quasi tre giorni all’altezza delle isole Kerkennah a causa di un guasto al motore, Dopo lo sbarco, le donne e i bambini li hanno lasciati nella zona di Sfax mentre gli uomini sono stati trasferiti sotto scorta a sud e abbandonati nel deserto.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
22 novembre. Egeo. Respinti 4.300 migranti in due settimane
Secondo un rapporto pubblicato dalla Ong Aegean Boat Report il 22 novembre nelle due settimane precedenti sono stati respinti in Turchia circa 4.300 profughi/migranti che tentavano di raggiungere la Grecia. Erano a bordo di 150 barche salpate dalle coste dell’Anatolia fermate direttamente dalla Marina di Ankara o costrette a rientrare nelle acque turche dalla Guardia Costiera greca senza dare la minima possibilità alle persone a bordo di presentare una richiesta di asilo pur fuggendo da situazioni di grave crisi e pericolo. E’ il segnale – rileva la Ong – di un aumento dei tentativi di attraversare l’Egeo per rifugiarsi in Europa da parte di profughi soprattutto afghani, siriani e iraniani, ma anche di controlli di polizia sempre più intensi lungo le vie di fuga. Una blindatura maggiore si registra in Turchia anche per le frontiere terrestri, soprattutto al confine con l’Iran, dove dal mese di settembre sono in corso i lavori per completare e rafforzare 180 chilometri di barriere di cemento, acciaio e rotoli di filo lamellato, dotate di torrette d’osservazione con telecamere termiche, sensori, cellule fotoelettriche, impianti di illuminazione, ecc. Potenziato, inoltre, il servizio di sorveglianza con pattuglie militari mobili dotate di cani poliziotto. L’obiettivo è di fortificare in questo modo almeno 300 chilometri di confine entro la fine di marzo quando dovrebbe scattare in Iran un piano di deportazione per 2 milioni di migranti “irregolari”, molti dei quali potrebbero puntare verso la Turchia come primo passo verso l’Europa. Almeno parte dei fondi necessari vengono dai finanziamenti previsti nel contesto degli accordi tra Ankara e l’Unione Europea.
(Fonte: Aegean Boat Report, Anadolu Agency)
26 novembre 2024. Tunisia, distrutto dalla polizia il campo di Jebeniana
Un raid della polizia ha semidistrutto il campo di Jebeniana, 40 chilometri a nord di Sfax, in Tunisia, dove avevano trovato un rifugio precario centinaia di profughi e migranti. Le squadre di agenti sono arrivate nel primo pomeriggio e – secondo quanto ha riferito la sezione tunisina della Ong Refugee in Libya – hanno attaccato direttamente gli stessi migranti, disperdendoli con gas lacrimogeni e picchiando tutti quelli che sono riusciti a raggiungere. Alcuni sarebbero stati anche derubati e, in ogni caso, chi viveva nel campo ha perso tutto: riparo, cibo, vestiti. “Molti sono stati feriti ma non hanno potuto rivolgersi agli ospedali perché neri e migranti”, ha aggiunto la Ong. Quello di Jebeniana è uno dei campi nei quali i migranti si concentrano e rifugiano in attesa di riuscire a imbarcarsi dalla costa a nord di Sfax. Talvolta, anzi, le barche per la traversata vengono nascoste a terra proprio in prossimità di questi campi, per essere poi prelevate e portate di peso fino alla spiaggia solo la sera della partenza. Appare evidente allora che il raid, condotto con estrema violenza dalla polizia, non è stato una rappresaglia casuale ma deve far parte di un piano per soffocare anche i tentativi di imbarco, disperdendo i migranti e impedendo che possano organizzarsi. Ed è un’azione che va inserita nel contesto degli accordi sottoscritti con l’Italia e l’Unione Europea per blindare il Mediterraneo centrale contro l’emigrazione.
(Fonte: Ong Refugee in Libya)
26 novembre 2024. Motovedetta libica ostacola i soccorsi a 48 migranti
La Guardia Costiera libica ha cercato di ostacolare e messo a rischio i soccorsi condotti dalla nave umanitaria Ocean Viking a 48 migranti alla deriva su un gommone nel Mediterraneo centrale, in acque internazionali. L’unità della Ong Sos Mediterranee era intervenuta dopo aver captato il messaggio radio di un aereo Nato, che segnalava uno zodiac stracarico e in gravi difficoltà nella zona Sar libica, molto più al largo delle acque territoriali di Tripoli. Le operazioni di recupero erano in corso, con i rubber di salvataggio in mare che avevano già distribuito i giubbotti salvagente e stavano prendendo a bordo i naufraghi (tra i quali oltre 15 minori non accompagnati), quando è arrivata a forte velocità una delle motovedette fornite dall’Italia alla Libia, che ha cominciato a fare pericolose manovre intorno ai naufraghi e ai soccorritori, sollevando grosse ondate e mettendo in pericolo l’intervento di soccorso e la già precaria stabilità del gommone, con l’obiettivo evidentemente di indurre l’equipaggio della Viking a desistere e ad allontanarsi. Le nuove difficoltà e lo stato di forte tensione che si è creato non hanno tuttavia impedito di completare l’operazione, con il recupero e la messa in sicurezza di tutti i 48 migranti del gommone. La motovedetta libica si è allontanata solo quando la Viking ha cominciato a fare rotta verso l’Italia. A creare nuovi problemi sono intervenute a questo punto le autorità italiane, che hanno indicato per lo sbarco il porto di Ravenna, a 1.575 chilometri di distanza. “Servono 4 giorni per raggiungere Ravenna e altri 4 per tornare in zona operazioni, dove c’è più bisogno di noi – ha denunciato Sos Mediterranee – La prassi dei porti lontani svuota il Mediterraneo di mezzi di soccorso e causa sofferenze”.
(Fonte: Ong Sos Mediterranee, Ebrima Migrants Situation)
28 novembre. Rapite in mare da miliziani libici 25 donne con 4 bambini
Venticinque donne con 4 bambini sono state rapite in mare da una unità della Guardia Costiera libica che, insieme a un’altra motovedetta, ha assalito un gommone stracarico di migranti e in procinto di affondare. Lo zodiac, salpato alcune ore prima dalla costa a ovest di Tripoli, aveva raggiunto da tempo le acque internazionali, sia pure all’interno della zona Sar libica, quando, nella mattinata di giovedì 28 novembre – come hanno riferito le stesse vittime – è stato raggiunto da un motoscafo semirigido con a bordo uomini armati e incappucciati che, qualificandosi come Guardia Costiera, lo hanno bloccato, sparando numerose raffiche in aria e poi ad abbordando il natante ormai immobile. Saliti a bordo, gli aggressori hanno colpito duramente tutti gli uomini che capitavano a tiro con il calcio dei fucili e costretto le donne e i bambini a trasbordare sul motoscafo, mentre nel caos che si era creato sul gommone almeno una settantina di uomini sono caduti in acqua. Il sequestro delle donne si era appena concluso quando sul posto sono arrivate un’altra motovedetta libica e la Geo Barents, la nave umanitaria di Medici Senza Frontiere, che su indicazione dell’equipaggio della motovedetta, ha tratto in salvo i 70 naufraghi in acqua e i pochi rimasti sullo zodiac, in tutto 83 uomini, tra cui numerosi minorenni. Subito dopo, secondo quanto promesso dai libici all’inizio dell’intervento di soccorso, avrebbe dovuto imbarcare anche le 25 donne con i 4 bambini, ma il motoscafo dei miliziani che le avevano sequestrate si è allontanato velocemente verso la Libia. Msf si è subito messo in contatto con il Centro di coordinamento di Tripoli per segnalare quanto era accaduto e chiedere la liberazione di donne e bambini ma senza alcun esito. “Sino alla fine – ha riferito Flavio Conte, capomissione di Msf – abbiamo cercato di negoziare con i libici, visto che il gommone con le persone portate via è rimasto in zona, ma non c’è stato niente da fare. Abbiamo chiesto che le famiglie non fossero separate, ma niente. Era già successo che gli interventi dei libici fossero violenti, ma una cosa del genere non ci era mai capitata”. Non risulta alcuna presa di posizione del governo italiano, che finanzia e sostiene la Guardia Costiera di Tripoli ed è stato, di fatto, nel 2018, “l’inventore” della zona Sar libica per blindare il Mediterraneo centrale, affidando alla Libia il compito di “gendarme” contro l’emigrazione. “Purtroppo – ha commentato Msf – i libici si sentono legittimati dall’Italia e dall’Europa. Non è la prima volta che violano il diritto internazionale ma non succede nulla: continuiamo a finanziarli per riportare le persone indietro. Ora cosa succederà a quelle 25 donne? Sappiamo bene che, nei centri di detenzione libici, le donne sono spesso abusate…”.
(Fonte: Medici Senza Frontiere, Sergio Scandura Radio Radicale, La Stampa)
29 novembre. 35 migranti catturati dai libici nella zona Sar di Malta
Trentacinque migranti su un gommone in difficoltà nella zona Sar maltese sono stati catturati e riportati in Libia da una unità della Guardia Costiera di Tripoli, con il consenso o comunque nel totale silenzio di La Valletta e di Roma. Lo zodiac, salpato dalla costa a ovest di Tripoli, era in acque internazionali quando ha chiesto aiuto alla piattaforma di soccorso Alarm Phone, segnalando che la situazione si era fatta molto pericolosa a causa delle cattive condizioni meteomarine, con vento molto forte ed onde alte e violente che minacciavano di rovesciare lo scafo. La posizione era 34°26’ nord e 13°01’ Est, abbondantemente all’interno della zona Sar maltese ma molto più vicino a Lampedusa che a La Valletta. Né l’Italia (da cui sarebbero potuti e dovuti partire i soccorsi) né Malta hanno risposto alla chiamata. Alcune ore più tardi i contatti si sono interrotti e tutto lascia credere – ha segnalato Alarm Phone – che lo zodiac sia stato ricondotto di forza in Libia da una unità arrivata da Tripoli, che ha operato nella zona Sar maltese verosimilmente proprio con il coordinamento di La Valletta. Una prassi ormai diffusa e frequente sulla base degli accordi intercorsi fra Malta e la Libia.
(Fonte: Alarm Phone)
2 dicembre. Morti 2 migranti su una barca respinta in Libia dalla zona Sar Malta
Due morti in un gruppo di 70 migranti respinti in Libia dalla zona Sar di Malta, con un mercantile privato, dopo essere rimasti abbandonati in mare per almeno due giorni. Uno era un bimbo di appena otto mesi. Erano su una barca che, salpata il 29 novembre dalla Libia orientale, ha attraversato in direzione nord-ovest tutta l’area Sar libica, fino ad entrare ampiamente in quella maltese. Si trovava nella posizione di 34° 59’ Nord e 13° 23’ Est quando, domenica 30 novembre, da bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto alla piattaforma Alarm Phone, segnalando una situazione di grave pericolo a causa delle cattive condizioni meteomarine. L’emergenza è stata comunicata dalla Ong sia a La Valletta, competente come zona Sar, che a Roma, interessata a sua volta direttamente perché Lampedusa era il porto più vicino dal quale far partire i soccorsi. Nessuna unità si è mossa né da Malta né da Lampedusa, ma La Valletta ha mobilitato un mercantile che domenica primo dicembre ha recuperato i naufraghi, trasferendoli poi in Libia, seguendo evidentemente le disposizioni ricevute ma contro la loro volontà e senza tener conto che la Libia non può essere considerato un “luogo sicuro” per persone in fuga proprio da lì.
Nella giornata di martedì 2 dicembre Alarm Phone ha appreso poi che, prima dell’intervento del mercantile, un bambino di 8 mesi era morto in mare, presumibilmente per ipotermia e sfinimento, e che poco dopo lo sbarco in Libia un altro dei naufraghi, ricoverato in condizioni critiche, non si è più ripreso. Secondo altre fonti, citate dalla organizzazione Ebrima Migrants Situation, i morti sarebbero molti di più, almeno 15, tra cui 2 ragazzi subsahariani che prima di imbarcarsi avevano diffuso un video su tik-tok. Sempre Ebrima ha pubblicato un filmato, girato con un cellulare, che testimonia la protesta inscenata a bordo della nave da numerosi giovani quando hanno scoperto che li stavano portando in Libia anziché in Europa. A Ebrima lo ha fatto avere una donna nigeriana la quale, secondo quanto ha asserito, aveva i suoi due figli tra i naufraghi.
(Fonte: Alarm Phone, Ebrima Migrants Situation)
3 dicembre. Bloccati in Tunisia, consegnati alla Libia e scomparsi
Sono stati bloccati in mare dalla Guardia Costiera tunisina, nel contesto degli accordi tra Italia, Ue e Tunisia, su una barca in rotta per Lampedusa. Riportati a terra, li hanno arrestati, condotti di forza al confine con la Libia e consegnati all’unità di Guardia di Frontiera libica, nella regione di Al Assah. Da allora non se ne è saputo più nulla. Desaparecidos. Si tratta di due fratelli libici sui vent’anni, Marai e Hussein Al Marai. La loro scomparsa è stata denunciata dai genitori, la cui testimonianza è stata poi ripresa e pubblicata dal giornalista libico Tarik Lamloun e dalla Ong Refugees in Libya. La famiglia – ha scritto Lamloun – nonostante le ricerche non è stata in grado di conoscere la sorte dei propri figli. Allo stesso tempo “la Guardia di Frontiera e l’Autorità per l’Immigrazione nell’area di Al Assah non rendono noto il numero dei detenuti e in quali condizioni si trovino. E non è mai arrivato alcun chiarimento sulle centinaia di testimonianze che confermano come la maggior parte dei prigionieri in Tunisia sia stata rimpatriata e consegnata alla Libia”. Tutto lascia sospettare che ci sia un accordo non dichiarato e poco chiaro. Se è così, chiede Lamloun, “qual è il motivo e quali sono i vantaggi per le due parti?”. Appare evidente che queste domande inquietanti riguardano anche l’Italia, di cui la Libia e la Tunisia sono “partner privilegiati” nella politica di chiusura e respingimento dei migranti nel Mediterraneo.
(Fonte: Tarik Lamloun giornalista, Ong Refugees in Libya)
4 dicembre. Polonia confine Bielorussia: un morto e oltre 100 respingimenti
Un migrante è morto nel tentativo di attraversare il vallo fortificato che corre lungo il confine tra la Polonia e la Bielorussia. Quando tra il 29 e il 30 novembre, nei pressi del villaggio frontaliero di Lipszcany, in territorio polacco, lo hanno trovato alcuni operai addetti a un cantiere della zona, era morto ormai da ore. Non sono emersi elementi per poterlo identificare ma il portavoce dell’ufficio del procuratore, Wojciech Piktel, ha riferito che si tratta di un giovane “dalla pelle scura” sui 20-25 anni, precisando che accanto al cadavere c’erano un cellulare rotto e dei foglietti con diversi numeri telefonici. L’autopsia non ha rilevato segni di violenza o traumi, indicando che il giovane deve essere morto di sfinimento e ipotermia per il freddo intenso che si registra nella zona specie di notte. E’ verosimile che sia incappato in uno dei tantissimi respingimenti effettuati in quel tratto di confine tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre: da sabato 29 novembre a lunedì primo dicembre, secondo il rapporto della polizia, oltre 100, di cui ben 45 nella sola giornata di lunedì. Si tratta di decine. forse centinaia di persone alle quali è stato impedito a priori di presentare la richiesta di asilo: eppure a questa frontiera arrivano fuggendo per lo più da realtà come l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Kurdistan.
(Fonte: Infonmigrants)
8-9 dicembre. Egeo, abbandonati in mare su 4 zattere 75 migranti
Volevano raggiungere la Grecia per chiedere asilo in Europa: sono finiti su 4 zattere di salvataggio pneumatiche abbandonate alla deriva nell’Egeo. Erano in 75, in fuga da situazioni di crisi come l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria. Tra loro anche 25 bambini. All’equipaggio della motovedetta turca che li ha soccorsi, riportandoli sulla costa anatolica da cui erano partiti, hanno raccontato di essere stati intercettati da una unità della Marina greca quando erano ormai in prossimità delle Isole Egee, ben all’interno delle acque territoriali elleniche. Fermati e presi a bordo, anziché essere sbarcati nel porto greco più vicino come prevede il diritto internazionale, si sono visti sequestrare i cellulari e il denaro e poi costretti a trasbordare sulle zattere, che sono state trascinate fino alle acque turche. Un respingimento di massa indiscriminato in mare, nonostante abbiano manifestato subito la volontà di presentare domanda di asilo. E nonostante la presenza di ben 25 bambini. Senza alcuna possibilità di comunicare e chiedere aiuto né di governare le zattere prive di motore e di remi, sono rimasti in balia dell’Egeo fino a quando li ha trovati la Guardia Costiera turca.
(Fonte: Aegean Boat Report)
10 dicembre. Prorogata la buffer zone al confine con la Bielorussia
E’ stato prorogato di altri 90 giorni il regolamento polacco per la gestione militarizzata della buffer zone, un’area totalmente interdetta ai civili lungo il confine con la Bielorussia, confermando la serie di norme, divieti e restrizioni che impediscono di prestare aiuto ai profughi che cercano asilo in Europa e li espongono spesso a gravi forme di violenza. Del tutto inascoltata la denuncia del commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty il quale, in occasione della sua visita a Varsavia il 16 settembre, proprio in riferimento a quanto accade alla frontiera, ammonì senza mezzi termini che “la Polonia deve rispettare gli obblighi internazionali in materia di diritti umani”. Quella bielorussa-polacca è una delle linee di frontiera che più evidenziano il concetto di “Fortezza Europa”. Chi cerca di arrivare in Polonia incontra innanzi tutto un’alta recinzione in territorio bielorusso, oltrepassata la quale si deve attraversare un’ampia buffer zone fino a una seconda barriera: un fiume da attraversare a nuoto oppure, dove il corso del fiume non coincide con la linea di confine, un altro muro sormontato da rotoli di filo spinato da scavalcare. Superati questi ostacoli si entra nella buffer zone polacca che, accessibile solo a militari e polizia, è delimitata nella parte interna da un terzo muro di cemento, acciaio e vari tipi di offendicoli sulla sommità. “Le persone che riescono nonostante tutto ad attraversare – ha riferito Aleksandra Kramer, attivista della Ong Grupa Granica – ci raccontano che i soldati bielorussi spesso si prendono gioco di loro, sequestrano beni e documenti, aizzano i cani. Comportamenti simili sono attribuiti alla polizia polacca, che spesso, per scoraggiare gli attraversamenti, utilizza spray al peperoncino o petardi. Non solo. Anche a chi riesce a raggiungere il territorio polacco spesso si nega il diritto di chiedere protezione. Molti, ad esempio, sono stati costretti con la forza a firmare un documento in polacco in cui si dichiara di non voler fare domanda di asilo…”.
(Fonte: Altreconomia, Grupa Granica)
10-12 dicembre. Lituania, guardie civili accanto alla polizia contro i migranti
Per contrastare l’arrivo di profughi/migranti, la Lituania ha avviato un programma di formazione per gruppi di civili da affiancare alla polizia di frontiera. Lo ha denunciato un esponente della Ong lituana Sienos Grupe: “Il governo ha approvato un ciclo di addestramento di volontari a supporto delle attività della polizia. Fortunatamente fino ad ora pochissime persone hanno aderito al programma…”. Peraltro, al confine con la Bielorussia i controlli sono già strettissimi. Secondo l’agenzia europea Frontex nei primi otto mesi del 2024 sono stati intercettati e sventati 11.270 “ingressi irregolari” mentre, di contro, sono pochissime nello stesso periodo (dati Eurostat) le persone che hanno potuto presentare la domanda di asilo, appena 215, contro, ad esempio, le 8.640 richieste presentate in Polonia. Per non dire della Germania, che solo nel mese di agosto ne ha registrate 18.425. Appare evidente come la sempre più forte militarizzazione della frontiera limiti fortemente il diritto di asilo. Eppure l’Unione Europea ha deciso di inasprire ulteriormente le misure di controllo e respingimento lungo il confine orientale con la Russia e la Bielorussia: la Commissione Ue appena insediata ha stanziato 170 milioni in favore di tutti gli Stati frontalieri (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Norvegia e Finlandia) “per potenziare le apparecchiature di sorveglianza elettronica, migliorare le reti di telecomunicazione, implementare i mezzi di rilevamento mobile e contrastare l’intrusione di droni”. La “giustificazione” è che la Russia e la Bielorussia userebbero i migranti come “arma” nella “guerra ibrida” contro l’Occidente. Diverse Ong e associazioni umanitarie – in particolare Human Rights Watch – hanno duramente contestato questa linea, evidenziando come favorisca la violazione sistematica dei diritti umani e della Carta della stessa Unione Europea.
(Fonte: Pressenza, Infomigrants)
12 dicembre. Cipro ignora gli appelli Ue e Onu per i profughi nella buffer zone
Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty ha sollecitato il governo di Nicosia a sbloccare la situazione delle decine di profughi intrappolati nella buffer zone sotto il controllo dell’Onu lungo la frontiera tra Cipro Nord e Cipro Sud (nota del 20 ottobre: ndr), accogliendoli come richiedenti asilo. “Riconosco – ha scritto al presidente Nikos Christodoulides – la serietà e la complessità degli sforzi per arginare il flusso di migranti che attraversano la zona cuscinetto, ma questo non significa che le autorità cipriote possano ignorare i loro obblighi, derivanti dal diritto internazionale, di offrire ai migranti un accesso effettivo alle procedure di asilo e a condizioni di accoglienza adeguate”. L’intervento di O’Flaherty ha fatto seguito a una sollecitazione analoga inoltrata in ottobre al governo di Nicosia da parte dell’Agenzia Onu per i rifugiati. Entrambi gli appelli, tuttavia, sono stati respinti. A O’Flaherty, in particolare, il presidente Christodoulides ha replicato che “le autorità cipriote sono obbligate a fare del proprio meglio per reprimere le reti di contrabbando di persone che partono dalla Turchia e arrivano fino a Cipro Nord e poi a Cipro Sud”. Non una parola, però, sull’obbligo del rispetto del diritto internazionale e della Carta universale dei Diritti Umani a cui ha fatto riferimento O’Flaherty e che sono “prevalenti” su qualsiasi legge o norma nazionale.
(Fonte: Associated Press)
12 dicembre. Motovedetta libica attacca la Viking dopo un soccorso
Una motovedetta ha attaccato la Ocean Viking, poco dopo un intervento di salvataggio, per costringerla a lasciare la zona Sar libica. La nave umanitaria della Ong Sos Mediterranee meno di un’ora prima aveva soccorso e preso a bordo 34 siriani e gambiani trovati alla deriva su un gommone semi-affondato a molte miglia dalle acque territoriali di Tripoli, quando è arrivata da sud, a forte velocità, una motovedetta che le ha tagliato pericolosamente la prua, intimando al comandante di allontanarsi subito nonostante si trovasse in acque internazionali, sulle quali la Libia non può esercitare alcuna autorità né tantomeno impartire ordini. Come evidenziano le foto scattate da bordo della Viking, si trattava di una delle motovedette delle classi più moderne e veloci consegnate da Roma al governo di Tripoli nel contesto degli accordi promossi dall’Italia e dall’Unione Europea che assegnano alla Libia il ruolo di “gendarme anti immigrazione”, incaricato di fare il lavoro sporco delle catture e dei respingimenti in mare dei migranti che riescono a imbarcarsi. C’è da sospettare, anzi, che l’attacco subito dalla Viking possa essere una sorta di rappresaglia e, insieme, di minaccioso avvertimento, per aver anticipato l’ennesima cattura in mare di un gruppo di migranti a cui mirava la motovedetta. Non è il primo caso. Episodi analoghi, spesso anche più violenti e drammatici, sono stati ripetutamente segnalati da varie Ong. Sempre senza alcuna reazione da parte dell’Italia e della Ue. Non risulta del resto che, consegnando le numerose motovedette di vario tipo, che costituiscono il grosso della flotta libica, Roma abbia mai chiesto a Tripoli garanzie sul modus operandi e meno che mai sul rispetto dei diritti dei migranti/naufraghi e sulla loro stessa incolumità.
(Fonte: Sos Mediterranee)
13 dicembre. Migranti catturati in zona Sar Malta, arrestati e ricattati in Libia
Catturati nella zona Sar maltese e ricondotti di forza in Libia da una motovedetta arrivata da Tripoli su indicazione della centrale operativa Mrcc di La Valletta, appena sbarcati sono stati arrestati e ricattati per ottenere il rilascio. Lo ha denunciato un gruppo di 45 migranti subsahariani, tutti originari del Gambia. Erano su una barca che, salpata la notte tra giovedì 12 e venerdì 13 novembre dalla costa di Garabulli, 60 chilometri a est di Tripoli, si è trovata in gravi difficoltà, a causa delle condizioni meteomarine, quando era a sud ovest di Malta e ad alcune decine di miglia a sud di Lampedusa. La Valletta ha intercettato la richiesta di soccorso ma anziché operare direttamente o mobilitare la Guardia Costiera italiana per un intervento da Lampedusa, il “porto sicuro” più vicino, si è messa in contatto con Tripoli. La barca dei migranti è così rimasta alla deriva nelle acque internazionali della zona Sar maltese fino all’arrivo di una motovedetta libica: In sostanza, un nuovo respingimento di massa indiscriminato operato da Malta attraverso la Marina e la polizia libiche. Dopo lo sbarco, avvenuto nelle prime ore della sera, Ebrima Migrants Situation è riuscita a contattarli. “Hanno riferito – ha comunicato l’organizzazione – che subito dopo lo sbarco hanno ricevuto la richiesta di un riscatto di 3.500 dinari (700 euro: ndr) a testa. Con l’ammonimento che piegarsi al ricatto e pagare era l’unico modo per non restare in carcere, trasferiti in uno dei centri di detenzione”.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
13 dicembre. Polonia. “La polizia ci ha obbligato a mangiare sigarette…”
“Ci hanno filmato con i loro cellulari, prendendosi gioco di noi. Avevano del cibo… Avevano del cibo e noi stavamo morendo di fame. Ci hanno gettato a terra qualcosa, E poi ci hanno obbligato a mangiare sigarette… Sì, sigarette! Ce le hanno fatte mangiare e ci hanno ripreso, sghignazzando di noi…”. E’ un breve stralcio del racconto sulla polizia di frontiera polacca fatto ad alcuni volontari della Ong Grupa Granica da Hamid, un profugo yemenita, quando finalmente, dopo più di un tentativo, è riuscito a varcare il confine dalla Bielorussia. La sua testimonianza, insieme a numerose altre simili rilasciate da profughi arrivati in Polonia nei primi undici mesi del 2024, è raccolta in un dossier che Grupa Granica ha pubblicato il 13 dicembre. E’ una risposta diretta al presidente del Consiglio Donald Tusk il quale, a proposito di quanto accade nella fascia di confine, ha dichiarato di “non aver incontrato nessuno, tra poliziotti, ufficiali della guardia di frontiera o soldati, che abbia dovuto usare la forza qualche volta”, Ed è stata scelta la data del 13 dicembre perché è il primo anniversario del giuramento del nuovo governo e il primo semestre dalla introduzione della buffer zone al confine con la Bielorussia dove si sono verificati e continuano a verificarsi episodi come quelli raccontati nel dossier.
(Fonte: Ong Grupa Granica).
20 dicembre. Rodi. Conclusa con 8 morti la cattura di una barca di migranti
Otto morti, nelle acque di Rodi, a causa della violenta collisione tra una barca carica di migranti e la motovedetta della Guardia Costiera greca che cercava di fermarla. Diciotto i naufraghi superstiti, tutti feriti: uno in condizioni critiche e 7 tanto gravi da dover essere ricoverati. La barca, un motoscafo veloce, era partita alle prime luci dal litorale anatolico del distretto di Fethiye. A meno di 5 miglia dalla costa nord-orientale di Rodi, ampiamente all’interno delle acque territoriali greche, è stata intercettata da una motovedetta mentre puntava per l’approdo verso la spiaggia di Afando. Il giovane turco che era al timone ha ignorato l’ordine di fermarsi, iniziando una fuga a forte velocità: secondo la Guardia Costiera oltre 30 miglia l’ora. L’inseguimento si è protratto per diversi minuti, fino a quando i due natanti si sono scontrati. Secondo la Guardia Costiera a causa delle manovre azzardate del motoscafo, ma la dinamica, in realtà, sembra suggerire a causa delle manovre di dissuasione attuate dalla motovedetta. Il motoscafo, infatti, ha colpito l’unità militare con la prua sulla fiancata destra il che indica che verosimilmente è stata la motovedetta a tagliare la rotta al motoscafo in fuga per costringerlo a fermarsi. L’urto è stato così violento che tutti i migranti a bordo sul motoscafo sono stati sbalzati in mare. La stessa motovedetta dell’inseguimento e un’altra arrivata da Rodi hanno recuperato 8 cadaveri e i 18 naufraghi ancora in vita. Le autorità greche hanno interamente attribuito le responsabilità di questa nuova tragedia allo scafista ma, partendo appunto dalla dinamica della collisione e dal fatto che la barca dei migranti era ormai nella giurisdizione greca e stava anzi per approdare sulla spiaggia di Afando, ci sono state molte contestazioni. Ci chiediamo – ha protestato la Ong Aegean Boat Report – perché la Guardia Costiera abbia deliberatamente messo a rischio la vita delle persone a bordo della barca anziché aspettare che fossero sbarcate in sicurezza e arrestare gli eventuali scafisti a terra. Il motoscafo stava per approdare a Rodi ed era già in territorio greco. Perché mai allora decidere un’operazione ad alto rischio per fermarlo in mare? Non ci si può appellare al principio della ‘prevenzione d’ingresso’ perché era già entrato in Grecia. Non aveva senso, dunque, mettere a rischio la vita di tante persone”. Ugualmente dura la presa di posizione dell’eurogruppo e dei deputati nazionali di Syriza dell’opposizione di sinistra: “Quello che è accaduto al largo di Rodi non è una ‘tragedia’ né un ‘incidente’ ma la conseguenza diretta delle politiche del Governo e di un’Europa che fa dei Paesi di prima accoglienza uno scudo di deterrenza dalle conseguenze tragiche. La Fortezza Europa è diventata l’Europa dell’inferno. Il Governo greco ha precise responsabilità e deve immediatamente chiedere una modifica del patto sull’immigrazione e l’asilo che ha firmato”.
(Fonte: Aegean Boat Report, Efsyn, Ekathimerini, Associated Press, Times of Malta)
23 dicembre. Tunisia. Bloccato in mare e deportato muore nel deserto
Cherino Jallow, un migrante gambiano sui vent’anni, è un’altra vittima del “muro” eretto da Italia e Tunisia nel Mediterraneo con gli accordi per il blocco dell’emigrazione sulla rotta per Lampedusa. Dopo mesi di attesa sulla costa tunisina, era riuscito a imbarcarsi insieme a decine di altri ma la barca è stata intercettata dalla Guardia Costiera tunisina e costretta a rientrare. Appena a terra l’intero gruppo è stato arrestato e deportato verso sud-ovest dalla polizia, che poi lo ha abbandonato a se stesso in pieno deserto, ai margini del confine con l’Algeria. Cherino era malato: i compagni hanno riferito che lamentava forti dolori di stomaco ma nemmeno il suo stato precario di salute lo ha salvato dalla deportazione. Con il passare dei giorni si è aggravato. I compagni hanno cerato di aiutarlo come potevano ma nella notte tra domenica 22 e lunedì 23 ha perso conoscenza ed ha cessato di vivere.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
24 dicembre. Bulgaria. Arrestati 3 volontari per aver aiutato dei migranti
Tre volontari italiani del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino sono stati arrestati dalla polizia bulgara per aver aiutato un piccolo gruppo di migranti vicino al confine con la Turchia. Lo ha denunciato uno di loro, Simone Zito, un professore di liceo di Torino, appena rientrato in Italia, il 3 gennaio. “Poche ore dopo essere arrivati – ha scritto su Facebook – abbiamo ricevuto una richiesta di aiuto. Raggiunto un bosco, abbiamo trovato tre giovani marocchini. Uno era in stato di semi-incoscienza, nelle fasi iniziali di uno stato di ipotermia. Quando abbiamo detto ai suoi due amici che per salvarlo bisognava chiamare un’ambulanza ma sarebbe arrivata anche la polizia, sono rimasti terrorizzati. C’è voluto molto tempo per rassicurarli che, grazie alla nostra presenza, non sarebbero stati picchiati ma portati in un centro di detenzione per due settimane e poi in un campo dove avrebbero avuto la possibilità di chiedere asilo in Bulgaria”. La polizia, però, quando è arrivata, oltre a prendere in custodia i migranti, ha arrestato i tre volontari (due sono stati anche ammanettati), conducendoli al comando di Malko Tornovo, a una decina di chilometri dal confine. “Siamo stati detenuti – ha scritto sempre Zito – in una stanza vuota, molto sporca e con una finestra rotta che non si poteva chiudere. Volevano sapere chi ci aveva dato le informazioni (sui tre migranti: ndr), se facevamo parte di una organizzazione e molte altre cose. Sempre con commenti intimidatori e minacciando di arrestarci per traffico di migranti. Ci hanno trattenuti per una intera notte. La mattina dopo, quando siamo stati rilasciati, ci hanno chiesto di firmare dei documenti scritti in bulgaro, ma ci siamo rifiutati. Devono averci portato nel posto dove vengono detenuti i migranti. C’è da immaginare cosa accade in luoghi come questo quando non ci sono testimoni”
(Fonte: Infomigrants)
24-25 dicembre. Lesbo. Abbandonati in mare su 4 zattere 62 migranti
La notte di Natale 62 migranti, tra cui 5 bambini, sono stati abbandonati in mare su 4 zattere pneumatiche di salvataggio, al largo di Lesbo, dalla Guardia Costiera greca. I migranti, di varie nazionalità, erano partiti dalla costa turca di Behram. Erano entrati nelle acque territoriali greche e si stavano ormai avvicinando alla costa nord orientale dell’isola quando sono stati intercettati da una motovedetta. Pensavano di essere in salvo, decisi a presentare richiesta di asilo in Grecia, ma i militari, che secondo i migranti erano tutti con il volto coperto da passamontagna, hanno sequestrato i cellulari e il denaro che avevano, costringendoli poi a salire sulle zattere che, trascinate verso la costa turca, sono state lasciate alla deriva. I 4 canotti pneumatici, di fabbricazione greca e ingovernabili, sono rimasti in balia del mare per ore, fino all’arrivo di una motovedetta dalla Turchia.
(Fonte: Aegean Boat Report)
31 dicembre. Abbandonati nell’Egeo 76 migranti (37 bambini)
La notte di San Silvestro la Guardia Costiera greca ha abbandonato in mare, in due diverse operazioni di respingimento di massa indiscriminato, 76 migranti, quasi la metà (37) bambini. Lo ha denunciato la Ong Aegean Boat Report sulla base delle testimonianze di alcune delle vittime e della Guardia Costiera turca intervenuta per i soccorsi. Il primo episodio, avvenuto poco al largo di Samo, riguarda una barca con a bordo 37 profughi (tra cui 14 bambini), intercettata prima dell’alba nelle acque greche: l’equipaggio della motovedetta che la ha bloccata, tutti uomini con il viso coperto da passamontagna scuri, ha colpito ripetutamente, con lunghi bastoni, le persone a bordo, costringendole ad invertire la rotta e scortandole fino alle soglie delle acque turche, dove sono state abbandonate. Nelle stesse ore una sorte analoga hanno subito 39 profughi (23 bambini) che stavano per arrivare a Samo. Il respingimento in questo caso – ha riferito la Ong – è stato anche più violento: i profughi sono stati fatti salire sulla motovedetta, perquisiti per requisire tutti i cellulari e poi, costretti a calarsi su due zattere di salvataggio pneumatiche, abbandonati alla deriva nel buio, al freddo e senza la possibilità di chiedere aiuto non avendo più con sé neanche un cellulare.
(Fonte: Aegean Boat Report edizioni 1 e 3 gennaio)
2025
3-4 gennaio. Tunisia. Bloccati in mare e deportati nel deserto
Sette migranti gambiani, intercettati in mare dalla Guardia Costiera tunisina, sono stati arrestati subito dopo lo sbarco forzato in Tunisia e deportati in pieno deserto. Il blocco in mare è avvenuto nel contesto degli accordi voluti dall’Italia e dall’Unione Europea che affidano alla Tunisia il ruolo di “gendarme” anti immigrazione, a prescindere dalla sorte riservata ai migranti catturati nel Mediterraneo. I sette gambiani erano su una barca salpata dal litorale di Sfax sulla rotta per Lampedusa e fermata da una motovedetta il 30 dicembre. Consegnati alla polizia appena arrivati a terra, li hanno trasportati in pullman 250 chilometri più a ovest, verso Kasserine, abbandonandoli poi in una zona desertica. Non se ne è saputo nulla per almeno tre giorni, fino a venerdì 3 gennaio, quando, con il cellulare di un tunisino incontrato casualmente, sono riusciti a mettersi in contatto con Alarm Phone, la Ong Refugees in Libya e l’Organizzazione Ebrima Migrants Situation, che hanno denunciato il nuovo caso di deportazione: “Nel deserto dove li hanno abbandonati (vicino al confine con l’Algeria: ndr) non hanno né acqua né cibo. L’Italia continua a finanziare crimini contro l’umanità”.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation, Alarm Phone. Refugees in Libya)
9 gennaio. Polonia, cibo e vestiti a un gruppo di migranti: 5 volontari a giudizio
Cinque volontari sono stati rinviati a giudizio in Polonia per aver portato cibo e vestiti e offerto un riparo, per un paio di giorni, a un piccolo gruppo di migranti vicino al confine con la Bielorussia. Il processo è stato fissato per il 28 gennaio presso il tribunale distrettuale di Hajnowka, un piccolo centro nel distretto di Bielsko Podlaski, distante poco più di 20 chilometri dalla linea di frontiera con la Bielorussia, nell’area della foresta di Bialowieza. Sono imputati, in sostanza, di avere soccorso e “agevolato il soggiorno” in Polonia di alcuni profughi iracheni ed egiziani. I “reati” di cui si sarebbero macchiati (e che prevedono da 3 mesi a 5 anni di carcere) risalgono al 20 marzo 2022, quando i volontari hanno incontrato, a breve distanza dal confine, in territorio polacco, una famiglia irachena con 7 figli e uno o due egiziani, che vagavano nella foresta da più giorni, senza cibo né acqua né abiti caldi e adatti al clima di quei giorni. Quando è stata comunicata la data del processo circa cento scrittori, giornalisti, artisti e operatori sociali hanno sottoscritto un appello di solidarietà con gli imputati, inviandolo, oltre che al presidente del Tribunale distrettuale e locale, al procuratore generale e al primo ministro Donald Tusk.
(Fonte: Grupa Granica)
9 gennaio. Bulgaria. Tre giovanissimi egiziani lasciati morire di freddo
Tre ragazzi egiziani sono stati lasciati morire di freddo e sfinimento in Bulgaria, in una zona boscosa tra Burgas e il confine con la Turchia. Le autorità bulgare, informate del loro stato di estremo pericolo, non sono intervenute ed anzi, dopo che sono stati trovati i cadaveri, hanno fermato e minacciato di arresto i volontari che avevano cercato di portare aiuto. La tragedia, provocata dalla politica di totale chiusura e respingimento adottata dagli Stati Ue, si è verificata alla fine di dicembre 2024 ma è venuta alla luce solo una decina di giorni dopo, il 9 gennaio 2025, grazie alla denuncia di due organizzazioni che monitorano da anni la rotta balcanica e cercano di accogliere e soccorrere i migranti, No Name Kitchen (Nnk) e il Collettivo Alto Vicentino.
I tre ragazzi – hanno riferito Nnk e il Collettivo – sono stati individuati da una squadra di volontari il 27 dicembre. Erano già in condizioni critiche, bloccati nella neve a sud di Burgas, a qualche decina di chilometri dalla linea di frontiera. Immediata la segnalazione al numero 112 bulgaro per le emergenze, contattato più volte, con la comunicazione esatta delle coordinate Gps per poterli rintracciare e soccorrere il più rapidamente possibile. Ma nessuno si è mosso. “Le autorità bulgare hanno ignorato le chiamate e la polizia di frontiera ha impedito alle squadre di soccorso di raggiungere i tre in pericolo, bloccandone i veicoli”, ha accusato Nnk. Solo dopo oltre 24 ore, il giorno dopo, i volontari, inclusi alcuni italiani, sono riusciti a passare, individuando “un primo minore morto”. “Il corpo era circondato da orme di stivali e di zampe di cane”, hanno specificato i soccorritori, suggerendo che la polizia bulgara aveva trovato il corpo decidendo però “di non dare assistenza o comunque di non recuperarlo”. Qualche ora più tardi, a non grande distanza, è stato trovato il secondo corpo. Il 30 dicembre, “57 ore dopo la prima richiesta di soccorso”, infine, è stato scoperto il terzo cadavere, “dilaniato dagli animali”.
Alcuni esponenti del Collettivo Alto Vicentino, fermati dalla polizia di frontiera, hanno aggiunto altri particolari: “Oltre a numerose intimidazioni – ha scritto su Facebook Simone Ziro, uno dei tre fermati – la polizia ci ha costretto a camminare di notte al gelo per ore ed ha ordinato a uno dei soccorritori di caricarsi sulle spalle uno dei corpi senza vita, mentre gli altri sono stati gettati nel bagagliaio di un’auto di servizio”. Il 20 gennaio, dopo quasi un mese di indagini, No Name Kitchen e il Collettivo Rotte Balcaniche hanno pubblicato un rapporto nel quale chiamano in causa pesantemente la polizia per i mancati soccorsi e la morte dei tre ragazzi, documentando come le autorità non abbiano risposto alle richieste di aiuto nonostante fossero state indicate con precisione le coordinate del luogo in cui si trovavano. Ecco il link: https://bloodyborders.org/wp-content/uploads/2025/01/NNK_Frozen-Lives_25-01-20_2.pdf
(Fonte: Il Piccolo, Melting Pot)
12 gennaio. Ragazzo etiopico sequestrato per un riscatto dopo il blocco in mare
Bloccato in mare e riportato in Libia dalla Guardia Costiera nel contesto degli accordi tra Roma e Tripoli per blindare il Mediterraneo contro i migranti un quindicenne etiope è finito prigioniero di una banda di trafficanti che pretendono 5.500 dinari (oltre mille euro) per lasciarlo andare. Il ragazzo, conosciuto come John, fuggito dall’Etiopia sconvolta prima dalla feroce guerra in Tigray e poi dall’acuirsi di tutta una serie di conflitti etnico-politici, era arrivato in Libia con l’intenzione di raggiungere l’Europa. Per mettere insieme il denaro per la traversata ha lavorato per mesi in una lavanderia fino a che, il 15 dicembre 2024, è riuscito a imbarcarsi. Era sulla rotta per Lampedusa quando una motovedetta libica ha intercettato il barcone. Dallo sbarco in poi se ne sono perse le tracce: si sa solo che lui e gli altri sono stati consegnati alle forze di sicurezza e trasferiti in un luogo sconosciuto, forse verso Zuwara, 100 chilometri circa a ovest di Tripoli. Nessuna notizia per settimane fino a quando, nei primi giorni di gennaio alla famiglia è arrivata la richiesta di riscatto. “Il ragazzo è detenuto da 28 giorni – ha scritto il giornalista libico Tarik Lamloun il 12 gennaio 2025 – ma nessun ente od organismo governativo ha saputo dire dove e in quali condizioni”. Eppure allo sbarco John è stato affidato a forze di polizia governative. Forse è stato “venduto”?
(Fonte: sito web Tarik Lamloun giornalista)
13 gennaio. Libia. Filmati di torture nelle carceri: Italia e Ue tacciono
L’agenzia Nova ha pubblicato foto e video di terribili torture praticate nella prigione di Garnada, situato circa 200 chilometri a nord est di Bengasi, un carcere di massima sicurezza gestito dal 2015 dalle forze speciali del generale Khalifa Haftar, il “signore della guerra” della Cirenaica: un inferno che ospita centinaia di detenuti, soprattutto giovani sospettati di essere combattenti islamisti. Pochi giorni prima la Ong Refugees in Libya aveva pubblicato immagini altrettanto raccapriccianti di torture inflitte ai migranti in una prigione gestita da trafficanti a Kufra, ultime di una lunga serie di filmati “girati” negli ultimi anni nella stessa Kufra e in almeno in un’altra galera, a Bani Walid. Documenti che testimoniano quale sia la sorte di chi finisce in un carcere libico: fa poca differenza se un carcere “statale” o uno dei lager gestiti da una delle varie milizie o dalle bande di “mercanti di uomini”, viste le connivenze più volte denunciate tra il sottobosco del traffico di esseri umani e diverse autorità anche ad alto livello. Sulla base dei filmati dell’Agenzia Nova, la Missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha sollecitato una indagine internazionale, “immediata e trasparente”, sul carcere di Garnada in Cirenaica e da tempo ha messo sotto accusa nei suoi rapporti quanto accade nei centri di detenzione per migranti in Tripolitania e nel sud della Libia. Non una parola dall’Italia e dall’Unione Europea. Un silenzio imbarazzante. Da anni Roma e Bruxelles hanno intensificato i rapporti soprattutto con il governo di Tripoli ma anche con quello di Bengasi dominato dal generale Haftar, stringendo accordi, in particolare, per blindare il Mediterraneo centrale contro il flusso di migranti verso l’Europa. Migranti che, dopo la cattura sui barconi in mare o bloccati prima ancora che riescano a imbarcarsi, finiscono in lager come quelli delle immagini agghiaccianti rese note dall’Agenzia Nova e da Refugees in Libya.
(Fonte: Agenzia Nova, Libya Observer, Refugees in Libya)
16 gennaio. Respinti 55.445 profughi in 3 anni dalla Guardia Costiera greca
In tre anni, dal marzo 2020 al marzo 2023, la Guardia Costiera greca ha respinto nell’Egeo, verso la Turchia, 55.445 profughi. E’ quanto emerge da un’indagine pubblicata il 16 gennaio dal gruppo greco Solomon ma condotta dal centro di ricerca Forensic Architecture, con sede alla Goldsmiths Università di Londra, e dalla sua organizzazione consorella Forensis, con sede a Berlino. L’inchiesta è divisa in due parti. La prima riguarda i due anni iniziali, dal marzo 2020 al marzo 2022: ne risulta un totale di 1.018 operazioni di respingimento illegale, per un totale di 27.454 richiedenti asilo. I dati della seconda parte sono ancora più drammatici, con 992 interventi di respingimento (appena 126 in meno di quelli complessivi dei due anni precedenti) e 27.981 vittime, pari a 527 in più di quelle complessive dei due anni precedenti. E’ la conferma che, come denunciano da tempo diverse Ong, le operazioni di respingimento da parte della Guardia Costiera greca nell’Egeo sono in forte, continuo aumento, smentendo le dichiarazioni ufficiali e le assicurazioni del Governo di Atene. Si tratta di tre diversi tipi di intervento: blocchi nelle acque territoriali greche di barche che poi vengono costrette a tornare sotto scorta verso la Turchia; profughi abbandonati in mare su zattere di salvataggio dopo essere stati prelevati, sempre nelle acque greche, dalle barche su cui si trovavano; profughi sorpresi a terra, su una delle isole egee, e costretti a stiparsi su zattere di salvataggio poi trascinate fino alle soglie delle acque turche. Secondo l’inchiesta, 24 persone sono morte durante questi respingimenti e altre 17 risultano disperse. Lesbo, con circa 700, è l’isola che registra il maggior numero di casi. Seguono Chios (424 episodi), Kos (283), Chios (238), Rodi (212). Sotto accusa è anche l’agenzia europea Frontex, alla quale si contesta di essere direttamente coinvolta in 122 respingimenti e di essere stata a conoscenza di altri 417 senza intervenire per impedirli in base al diritto internazionale.
(Fonte: Solomon.com, Aegean Boat Report)
19 gennaio. La Cpi arresta uno dei capi del sistema lager libico: l’Italia lo libera
Su mandato della Corte Penale Internazionale (firmato il 18 gennaio 2025 ma predisposto in segreto fin dal 2 ottobre 2024) e su segnalazione dell’Interpol è stato arrestato a Torino Njeem Osama Elmasry, più noto come “generale Almasri”, capo della polizia giudiziaria libica e figura chiave delle prigioni-lager di Mitiga e Ain Zara a Tripoli ma, più in generale, del sistema di centri di detenzione dove finiscono spesso i migranti e che si rivelano quasi sempre dei centri di sequestro, tortura ed estorsione. L’accusa formulata dai magistrati dell’Aja è di tortura, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, forse anche in relazione alle fosse comuni trovate a Tarhuna, sulle quali la Cpi sta indagando. Elmasry era in Italia insieme ad altri libici, in visita privata ma in ogni caso forte degli accordi di collaborazione tra i governi di Roma e di Tripoli che riguardano in particolare il blocco dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale: accordi che ignorano totalmente la realtà delle carceri libiche e in particolare di quello di Mitiga, che ripetuti rapporti delle Nazioni Unite, oltre che di numerose Ong, hanno descritto come un luogo dove torture atroci sono pratica quotidiana e che, come altri lager, è diventato parte integrante del sistema di controllo delle migrazioni verso l’Europa. Appare evidente allora che, al di là delle accuse specifiche poste alla base del mandato di cattura, l’arresto solleva pesanti interrogativi sul ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea nella gestione della “crisi libica” e sui loro partner libici al vertice del governo di Tripoli. Si tratta infatti di una collaborazione sempre più esplicita con un intero sistema che, anche al di là del caso specifico di Elmasry, è accusato da più parti di crimini contro l’umanità. Basti ricordare le violenze subite dai migranti che, intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica (costruita, finanziata e assistita dalla Ue, ma in particolare dall’Italia), finiscono quasi sempre nel girone dei lager. Né l’Unione Europea né tantomeno l’Italia hanno fatto commenti.
Aggiornamento 21 gennaio: Elmasry liberato. E’ durata meno di 2 giorni la carcerazione del generale Elmasry: anziché consegnarlo il più rapidamente possibile alla Cpi dell’Aja, si è fatto in modo di liberarlo nel primo pomeriggio di martedì 21 gennaio, mettendogli poi a disposizione, per riaccompagnarlo in Libia, un aereo di Stato, un Falcon decollato dall’aeroporto di Torino. Formalmente a non convalidare l’arresto, su richiesta del Procuratore Generale, è stata la Corte d’Appello di Roma. A spingere la Corte a decidere per il rilascio, tuttavia, ci sono state in realtà questioni di procedure tecniche non eseguite correttamente e di passaggi formali saltati che hanno di fatto costruito una sorta di “via obbligata” verso il provvedimento di scarcerazione. “Il procuratore generale – si legge infatti nell’ordinanza di scarcerazione – chiede che codesta Corte dichiari l’irritualità dell’arresto in quanto non preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la Corte Penale Internazionale. Ministro interessato da questo ufficio in data 20 gennaio, immediatamente dopo aver ricevuto gli atti della Questura di Torino e che, ad oggi (21 gennaio: ndr) non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito. Per l’effetto non ricorrono le condizioni per la convalida e, conseguentemente, per una richiesta volta all’applicazione della misura cautelare”. Come dire che l’arresto, eseguito in base a un’ordinanza della Cpi, sarebbe stato reso “irrituale” e formalmente non corretto da un grossolano, “provvidenziale” errore nella procedura prevista in caso di mandato di cattura della Corte Penale Internazionale. Errore procedurale che – ha rilevato la Corte d’Appello di Roma – consisterebbe nel fatto che il ministro della Giustizia è stato informato dell’arresto solo lunedì 20, quando il generale Elmastry era già nel carcere di Torino, e non preventivamente come si sarebbe dovuto.
Aggiornamento 21-22 gennaio: “Primo, non irritare la Libia”. Il punto è che non si è fatto nulla per trovare una soluzione al “vizio formale” rilevato, in modo da applicare il mandato della Cpi come l’Italia è tenuta a fare. Al contrario. Tra lunedì 20 dicembre (dopo che era stato messo ufficialmente al corrente del caso) e martedì 21, il ministro Nordio non ha risposto alle sollecitazioni della Corte d’Appello di Roma, magari per cercare di rimediare all’errore procedurale commesso dalla Digos al momento dell’arresto. Meno che mai il ministero si è messo in contatto con la Corte dell’Aja nel contesto degli obblighi di collaborazione previsti. Un silenzio inspiegabile, che i giudici non mancano di far notare e che, in ogni caso, ha creato le premesse perché Palazzo Chigi, tra il dovere di consegnare alla Cpi un uomo da processare per crimini contro l’umanità e l’appiglio dell’errore procedurale, scegliesse, nel segreto più assoluto, proprio la “via del cavillo”, facendo in modo di procedere con la scarcerazione e assecondando così le aspettative di Tripoli, molto verosimilmente nel timore, altrimenti, di compromettere la strategia del contrasto ai flussi migratori affidata alla Libia e magari altri accordi segreti tra Roma e Tripoli.
Quando finalmente il ministro, intorno alle 16 di lunedì 21, ha interrotto il muro di silenzio istituzionale, comunicando che si stava occupando del caso, Palazzo Chigi aveva in realtà già deciso tutto e c’è da credere che, per di più, abbia informato dell’imminente scarcerazione la Libia prima ancora dell’opinione pubblica italiana. Appare eloquente, ad esempio, che di fatto la notizia del provvedimento sia stata anticipata da diversi media libici già la mattina di martedì 21, annunciando l’imminente ritorno a Tripoli di Elmasry. Così come induce a pensare che la decisione sia stata adottata non più tardi della mattinata o del primissimo pomeriggio di lunedì 20 e poi segnalata alla Libia molto prima delle comunicazioni ufficiali (arrivate alla stampa italiana solo nella serata di martedì 21) il fatto che, evidentemente sulla base di un programma ben definito e ormai considerato “chiuso”, il Falcon con cui Elmasry è stato riportato in Libia era a disposizione fin dalla mattina di martedì 21, prima della decisione della Corte d’Appello di Roma e con almeno 5 ore di anticipo, in particolare, sull’inconsistente e per molti versi fuorviante comunicato del ministro Nordio, diffuso poco dopo le 16. L’aereo, infatti, è decollato da Roma Ciampino per Torino alle 11,14 per ripartire poi da Caselle verso la Libia intorno alle 18. E la gestione di aerei di Stato come quel Falcon dipendono direttamente da Palazzo Chigi.
Segretezza assoluta e grande fretta: perché? L’epilogo del “caso Elmasry” è in linea con l’incredibile atteggiamento di tutto il Governo italiano: proprio grazie al volo di Stato che gli è stato messo a disposizione, Elmastry è potuto arrivare la sera stessa di martedì 21 dicembre all’aeroporto di Tripoli, dove è stato accolto in un clima di grande festa, con centinaia di persone che lo hanno portato in trionfo, come dimostra un filmato che ha fatto il giro del mondo e nel quale si vede chiaramente sullo sfondo il Falcon con le insegne italiane. Era diffusa l’impressione che, se fosse stato processato all’Aja, avrebbe potuto svelare molto dei rapporti e delle responsabilità dell’Italia e dell’Europa sugli arresti e sui respingimenti di migranti commissionati alla Libia e che riconsegnano migliaia di disperati all’inferno dei lager libici. Forse proprio da questo derivano la segretezza assoluta e la grande fretta con cui si è proceduto.
“La rapidità con cui l’arrestato è stato rilasciato e rimandato nel suo paese d’origine – ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – non ha lasciato il tempo di correggere una eventuale irregolarità procedurale interna… senza alcuna violazione dei diritti dell’arrestato”. E secondo diversi giuristi questa “irregolarità procedurale” attorno a cui ruota tutto il “caso”, si sarebbe potuta facilmente superare con una semplice nota/parere indirizzata dal ministro alla Corte d’Appello di Roma. Lo lasciano intuire, nell’ordinanza di scarcerazione, anche gli stessi magistrati quando non a caso sottolineano che il ministro, pur interessato “in data 20 gennaio”, subito dopo che alla Corte erano arrivati gli atti inviati dalla Questura di Torino, “ad oggi (21 gennaio: ndr) non ha fatto pervenire alcuna richiesta in merito”.
(Fonte: Refugees in Libya, Di.Re. (Rapporto Difesa), Agenzia Nova, Libya Rview. Aggiornamento: Domani, sito web Sergio Scandura Radio Radicale, Il Fatto Quotidiano. Avvenire, La Repubblica)
22 gennaio. La Guardia Costiera libica cattura 45 migranti in zona Sar maltese
La Guardia Costiera di Tripoli ha catturato 45 migranti nella zona Sar di Malta, riportandoli poi in Libia contro la loro volontà. Erano in acque internazionali, sulla rotta per Lampedusa, su una barca in legno di colore blu che martedì 21 gennaio, quando era già uscita dalla zona Sar libica, si è trovata in gravi difficoltà per le condizioni meteo in rapido peggioramento e il mare molto mosso. Ricevuta una richiesta di aiuto nel tardo pomeriggio, la piattaforma Alarm Phone ha diramato un Sos a Malta e a Roma, specificando anche le coordinate geografiche del punto dell’emergenza. Poco dopo si sono persi i contatti ma l’indomani mattina, mercoledì 22, Alarm Phone ha saputo che la barca era stata intercettata da una motovedetta libica che, evidentemente d’intesa con La Valletta, ha operato nella zona Sar maltese, attuando un respingimento forzato di massa in mare nei confronti dei 45 naufraghi anziché condurli nel porto sicuro più vicino in Europa. Non si è saputo nulla della sorte toccata all’intero gruppo di migranti dopo lo sbarco.
(Fonte: Alarm Phone)
23 gennaio. Kufra: ragazza etiope torturata per il riscatto
Ancora un terribile filmato di torture in Libia. La vittima è R.A, una ragazza etiope di appena 17 anni. E’ stato pubblicato dalla Ong Refugees in Libya che lo ha ricevuto dalla famiglia della giovane. E ad inviarlo ai suoi familiari, come sempre in casi del genere, sono stati gli stessi trafficanti che hanno sequestrato R.A. per spingerli a pagare al più presto il riscatto preteso per lasciarla andare. La ragazza – ha spiegato Refugees in Libya – è stata catturata nell’aprile del 2024 e rinchiusa in un lager dei trafficanti a Kufra. Pochi giorni dopo sono cominciate le richieste di denaro alla famiglia, sempre più esose, fino ad arrivare a 1,5 milioni di birr etiopi, pari a oltre 11 mila euro. Con in più, negli ultimi tempi, le immagini orrende di R.A. che, stesa a terra bocconi, incaprettata con mani e piedi legati dietro la schiena, cerca invano di sottrarsi ai colpi di bastone e ai calci che la raggiungono in tutto il corpo, dal collo e dalla schiena fino alle gambe. E’ l’ennesima, orrenda testimonianza di quale sia la realtà della Libia a cui l’Italia e la Ue hanno delegato il compito di “gendarme anti immigrazione”, dando di fatto carta bianca sui metodi usati e sulla sorte che attende i disperati che finiscono nei numerosi lager attivi in tutto il paese, senza grandi differenze tra quelli dei trafficanti, o delle milizie armate oppure formalmente sotto il controllo del governo. Come migliaia di altri profughi/migranti, R.A. è la vittima della politica di esternalizzazione delle frontiere e dei “muri” innalzati per impedire di arrivare anche solo a bussare alle porte della Fortezza Europa. E questa ennesima testimonianza dell’inferno libico arriva proprio all’indomani della incredibile decisione del Governo italiano di liberare il generale Elmasry, ricercato e fatto arrestare dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità anche in relazione alla “gestione” di lager come Mitiga e Ain Zara.
(Fonte: Ong Refugees in Libya)
29 gennaio. Altre prove dell’orrore subite dai disperati intrappolati in Libia
Mentre era in corso alla Camera la conferenza stampa di alcune vittime del generale Elmasry (Almasri) la Ong Refuees in Libya ha messo in rete le foto diffuse dalla magistratura libica sull’orrore di un lager gestito da una banda di trafficanti con oltre 250 prigionieri e scoperto dalla polizia a Gialo (Jalu), in Cirenaica, a circa 250 chilometri dalla costa di Agedabia e 450 a sud di Bengasi. In alcune delle immagini, in particolare, si vede di spalle un giovane con la schiena devastata da piaghe e lividi di bastonate e frustate. Il giornalista libico Tarik Lamloun si è chiesto come sia possibile che quel lager affollato sia potuto passare inosservato per mesi, forse per anni. “E’ sorprendente – ha scritto – come i proprietari di queste strutture possano tenere prigioniere migliaia di persone nelle città o nelle fattorie. Il numero delle basi delle forze di sicurezza libiche (e straniere), dei comandi, degli uffici e delle caserme militari è quasi superiore a quello delle case di abitazione eppure migliaia di persone sono ancora detenute in altre strutture ad Al Shuwayrif, Bani Walid, Nasma, Tazbo, Kufra o lungo i confini egiziani”. La risposta verosimilmente sta nel fatto che nella rete di prigioni “ufficiali” gestite da personaggi come Elmasry la situazione non è granché diversa. Dopo la scarcerazione e il trasferimento in Libia su un aereo di Stato italiano – come scrive Nello Scavo su Avvenire – “si sono rincorse le voci, alimentate anche dalle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni, secondo cui Osama Najeem Almasri non sarebbe un trafficante di uomini né avrebbe a che fare con il business dello sfruttamento. La risposta, oltre che dal contenuto dell’ordine di arresto internazionale, arriva dagli ispettori dell’Onu. Almasri con la sua milizia controlla diverse prigioni e campi di detenzione…”. Lager dove finiscono presunti terroristi, attivisti e oppositori politici, giornalisti e anche centinaia di migranti. I due più grandi sono quelli di Mitiga e di Ayn Zara ma anche, sempre nell’area di Tripoli, le prigioni di Tarik al Sika e Tarik al Matar. Gli ispettori delle Nazioni Unite ne hanno parlato diffusamente nei rapporti inviati al Consiglio di Sicurezza nel 2022 e nel 2023: “L’abuso è commesso – c’è scritto tra l’altro – come parte dello schema commerciale illegale che questa rete” gestisce allo scopo “di ottenere guadagni finanziari e di altro tipo dai migranti che sono stati detenuti illegalmente in quelle strutture”. E per illustrare meglio il meccanismo alla relazione è stato allegato un grafico illustrativo con una spiegazione dello “schema criminale” del traffico di esseri umani in cui sono coinvolte le varie prigioni. Schema che si fonda su “quattro fasi operative: a) ricerca e intercettazione dei migranti in mare; b) trasferimento dai punti di sbarco ai centri di detenzione della Direzione per la lotta all’immigrazione illegale; c) abuso di detenuti in tali centri di detenzione; d) rilascio dei detenuti maltrattati”. E il rilascio è seguito generalmente, “a precise condizioni”, dalla consegna agli scafisti.
Il grafico con cui gli ispettori Onu spiegano lo “schema criminale” del traffico di migranti in cui sono coinvolte le prigioni controllate da Almasri (Da Avvenire)
Gli ex detenuti – scrivono gli ispettori Onu – hanno identificato Osama Najim”. Lui e Adel Mohamed (detto Sheik Adel) sono considerati “direttamente responsabili del trasferimento illegale (dei migranti catturati: ndr) e del lavoro illegale”, in violazione del “divieto di schiavitù, trattamento crudele e oltraggio alla dignità personale ai sensi del diritto internazionale umanitario”.
Il Governo italiano non può non sapere che è a questo inferno che vengono consegnati i disperati catturati, alle frontiere esternalizzate dell’Europa, dalla Guardia Costiera e dalla polizia libiche alle quali, sulla base degli accordi stretti con Tripoli, è affidato il lavoro sporco dei blocchi e dei respingimenti in mare. Eppure tace o minimizza.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Avvenire, Agenzia Ansa)
29 gennaio. “Migranti venduti tra Tunisia e Libia: Italia e Ue complici”
Migranti venduti come schiavi dalle forze di sicurezza tunisine a milizie libiche, con collegamenti diretti con le politiche e gli accordi stipulati dall’Italia e dalla Ue con il governo di Tunisi per il contenimento dei flussi verso l’Europa. E’ l’accusa che emerge da una inchiesta condotta da un pool internazionale di Ong in Tunisia. E’ scioccante il titolo stesso del rapporto finale, presentato il 29 gennaio al Parlamento Europeo: “Traffico di Stato: espulsione e vendita di migranti dalla Tunisia alla Libia”. L’indagine si basa sulle testimonianze di una trentina di vittime, uomini e donne provenienti da Camerun, Chad, Sudan, Guinea e Costa d’Avorio, arrestati ed espulsi dalla Tunisia verso la Libia tra il giugno 2023 e il novembre 2024: alcuni catturati a terra, nelle periferie e nei campi improvvisati delle città costiere, mentre erano in attesa di un imbarco; altri bloccati in mare dalle motovedette della Guardia Costiera e consegnati alla polizia subito dopo lo sbarco. Il prezzo medio per un uomo – hanno denunciato – è di 100 dinari tunisini (circa 30 euro o 25 sterline) ma può scendere anche alla metà. Le donne hanno più “valore”, fino a 90 euro, perché possono essere usate come schiave sessuali. Uno dei flussi principali si svolge nel deserto tra Ben Gardane, in Tunisia, e Ras Agedir in Libia. Dopo la “consegna” oltreconfine, gran parte dei prigionieri vengono condotti nel carcere di Al Assah (circa 50 chilometri a sud di Ras Agedir), un lager gestito dalla Guardia di Frontiera libica e dal Dipartimento per il controllo dell’emigrazione, dove i detenuti sono trattenuti in attesa di un riscatto, costretti al lavoro o venduti ad altre organizzazioni criminali.
Un profugo ventinovenne in fuga dalla Guinea ha parlato senza mezzi termini di responsabilità europee: “I governi europei sono complici delle violenze e delle torture inflitte a decine di migliaia di rifugiati e migranti in Tunisia”. Altrettanto esplicito, in una dichiarazione pubblicata dal Telegraph, uno degli autori del rapporto, Piero Gorza, ricercatore e docente universitario: “Non si tratta di una devianza casuale o di un effetto collaterale che in qualche modo è sfuggito alle autorità. E’ un fenomeno sistematico. E’ una schiavitù sponsorizzata dallo Stato”. “Il dossier – scrive infatti il quotidiano Libia Review – accusa l’Unione Europea e l’Italia di consentire direttamente violazioni dei diritti umani attraverso il finanziamento delle forze di sicurezza delle frontiere del Nord Africa. L’Ue ha speso milioni di euro per addestrare ed equipaggiare le guardie di frontiera libiche e tunisine per fermare la migrazione verso l’Europa… Dal 2017 l’Italia ha stanziato quasi 75 milioni di euro per sostenere le forze di frontiera tunisine, molte delle quali sono nominate nel rapporto per il loro coinvolgimento nella detenzione e deportazione forzata dei migranti in Libia”.
Un dossier analogo è stato consegnato da ispettori dell’Onu al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’agenzia Reuters ne ha parlato diffusamente nel giugno del 2024, quando il memorandum Ue-Italia-Tunisia, firmato nel luglio 2023, era operativo da quasi un anno. Nessuna reazione da parte dell’Unione Europea o dell’Italia. Anzi, il Governo Meloni ha vantato che il numero di barconi che hanno raggiunto l’Europa è diminuito del 59 per cento. Senza porsi problemi su quali sofferenze e quante morti provochino la politica sempre più dura di esternalizzazione delle frontiere e il lavoro sporco di renderle il più possibile impermeabili affidato a forze di sicurezza come quelle tunisine o libiche.
(Fonte: The Telegraph, Libya Review, Domani)
4 febbraio. Catturati dai libici nella zona Sar maltese 77 migranti
Settantasette migranti, tra cui una donna prossima al parto e diversi bambini, sono stati catturati da una motovedetta libica nella zona Sar di Malta e costretti a tornare in Libia. Alle fasi dell’intercettazione in mare e del respingimento forzato ha assistito l’equipaggio di Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch. Il gruppo era su un gommone in navigazione verso Lampedusa che nella notte tra lunedì 3 e martedì 4 febbraio si è bloccato per un’avaria al motore. Rimasti in balia del mare, da bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto raccolta dalla piattaforma Alarm Phone, che a sua volta ha allertato la centrale Mrcc di La Valletta, competente per i soccorsi perché il gommone era entrato nella zona Sar maltese. Si trovava, per l’esattezza, alle coordinate 34° 31’ Nord e 13° 9’ Est, più di 20 chilometri oltre la linea di divisione dalla zona Sar libica, che arriva fino a 34° 20’ Nord. Sul posto – ha riferito Alarm Phone – c’era anche un aereo dell’agenzia europea Frontex. Sebbene fosse stato segnalato che la donna incinta stava male e aveva perso conoscenza, nessuno è intervenuto fino a che, come ha documentato Seabird con un video, è arrivata la motovedetta libica, verosimilmente avvertita e guidata sul posto o dalla centrale operativa di Malta o dall’agenzia Frontex. Si ignora la sorte dei 77 migranti dopo lo sbarco.
(Fonte: Alarm Phone, Sea Watch)
4-6 febbraio. Sar Malta: 2 barche con 83 migranti bloccate dai libici
Ancora due respingimenti in mare operati dai libici nelle acque internazionali della zona Sar di Malta: 83 migranti sono stati catturati su due barche in rotta verso Lampedusa e costretti a tornare in Libia da motovedette arrivate da Tripoli, seguendo evidentemente le indicazioni delle autorità maltesi. La prima barca aveva a bordo 43 migranti. Era a sud di Malta nella posizione di 35°17’ Nord e 14°37’ Est, oltre 130 chilometri dal limite della zona Sar libica (che arriva fino a 34°20’ Nord) quando, martedì 4 febbraio il motore è andato in avaria e da bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto ad Alarm Phone. La Ong ha immediatamente avvertito le centrali operative sia italiana che maltese ma nessuno è intervenuto: a oltre 20 ore dalle prime segnalazioni a Roma e a La Valletta la barca era ancora alla deriva, abbandonata a se stessa. Nel primo pomeriggio di giovedì 6 febbraio è poi arrivata la notizia che una motovedetta libica aveva catturato e sbarcato a Zuwara i 43 migranti. Pressoché identica la sorte della seconda barca, con 40 persone a bordo (alcune delle quali in condizioni precarie), con diversi bambini. La richiesta di aiuto è arrivata ad Alarm Phone nella serata di mercoledì 5. In quel momento la barca era a sud est di Malta: 34°41’ Nord e 13°40’ Est. Malta e Lampedusa erano i porti più vicini. E’ stata fatta intervenire, invece, una motovedetta libica. Il respingimento forzato si è concluso nel primissimo pomeriggio di mercoledì 6 febbraio, con lo sbarco in Libia.
(Fonte: Alarm Phone)
8 febbraio. Polonia, confine: richieste asilo in aumento ma la polizia le ignora
Sono in forte aumento le richieste di asilo in Polonia da parte dei profughi bloccati al confine con la Bielorussia ma la polizia le ignora e procede sistematicamente, non di rado con la violenza, a respingimenti forzati. E’ quando emerge da una inchiesta condotta dalla We Are Monitoring Association, smontando implacabilmente quanto sostengono il Governo e gran parte dei media, secondo i quali i cosiddetti “clandestini” vorrebbero solo attraversare il paese per stabilirsi altrove in Europa. L’indagine, che monitora la situazione dell’intero 2024, si basa su interviste molto approfondite con 47 profughi che sono stati, appunto, respinti in Bielorussia. Ben 40 dei 47 hanno riferito di aver espresso chiaramente la loro intenzione di chiedere asilo in Polonia ma di essere rimasti inascoltati. Quanto agli altri sette, 6 hanno dichiarato di non aver chiesto la protezione internazionale solo perché avevano “troppa paura di parlare”. In sostanza, soltanto uno non avrebbe avuto intenzione di chiedere di restare in Polonia. Quanto ai “requisiti” alla base della domanda, basta scorrere l’elenco dei paesi di provenienza, tutti sconvolti da guerre, carestia, distruzioni: Sudan, Yemen, Siria, Etiopia, Somalia. Dei 47, inoltre, 13 (pari al 27,65 per cento: più di uno su 4) ha raccontato di aver subito violenze da parte delle forze di sicurezza e di frontiera polacche: pestaggi, sequestro di denaro ed altri beni, distruzione dei cellulari, attacchi con spray al peperoncino, umiliazioni. Più di qualcuno, infine, ha denunciato di essere stato costretto a firmare documenti con i quali si rinunciava al diritto di chiedere asilo in Polonia. Queste violenze – rileva il dossier – si sono intensificate in particolare dopo l’annuncio (18 maggio) del piano volto a intensificare la blindatura della frontiera e, in giugno, in seguito alla creazione di una zona cuscinetto lungo la linea del confine orientale con la Bielorussia. Il dossier è disponibile e scaricabile al seguente indirizzo: https://wearemonitoring.org.pl/wp-content/uploads/2025/02/WAM-Report-12-months-of-the-new-government.pdf
(Fonte: Ong Grupa Granica)
10 febbraio. Sfax: assaltato da teppisti un campo di migranti
Un gruppo di teppisti armati di mazze e coltelli ha assaltato uno dei campi “spontanei” a nord di Sfax dove, in tende e baracche costruite alla meglio con materiali di scarto, hanno trovato rifugio centinaia di migranti subsahariani in attesa di trovare un imbarco verso Lampedusa o che, riusciti a partire, sono stati intercettati in mare e respinti dalla Guardia Costiera. Parecchi migranti sono stati pestati duramente ed alcuni lamentano profonde ferite da taglio. Non risulta che la polizia abbia arrestato o quanto meno fermato gli aggressori. Raid del genere o anche assalti e agguati a migranti isolati non sono infrequenti. Eppure l’Europa ma in particolare l’Italia considerano la Tunisia un “paese sicuro”, ribadendo la validità dell’accordo con il governo di Tunisi sottoscritto nel 2023 per blindare il “confine marittimo” del Mediterraneo centrale e ignorando non solo questo genere di episodi ma le deportazioni e l’abbandono di migranti nel deserto da parte della polizia e persino l’inchiesta condotta da un pool di Ong che è stata presentata in una seduta speciale del Parlamento Europeo, rivelando la compravendita di profughi/migranti tra poliziotti tunisini e miliziani libici. Compravendita da molti paragonata a un vero e proprio “mercato degli schiavi”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya e Refugees in Tunisia)
12-13 febbraio. Altre immagini di torture ma i patti con la Libia restano
Un altro video con immagini di torture è stato fatto circolare dai trafficanti dalla zona di Kufra. Inviato come gli altri ai familiari per spingerli a pagare il riscatto, mostra una ragazza stesa a terra incaprettata, mani e piedi legati dietro la schiena, che si divincola sotto le bastonate inferte da due uomini. Per impedirle di cercare di ripararsi almeno in minima parte uno dei torturatori le schiaccia di tanto in tanto la testa contro il pavimento con un piede. Il filmato arriva all’indomani dell’impegno del governo libico di dare la caccia ai “mercanti di uomini”, ma finora nessuno dei lager della zona di Kufra è stato trovato. Segno che i clan criminali godono di una diffusa rete di complicità, che li mette in grado di spostarsi e “sparire” in caso di allarme, trasferendo senza essere “disturbati” centinaia di prigionieri. Ma, soprattutto, quel video arriva all’indomani delle dichiarazioni del governo italiano che ha “giustificato” il ricorso alla “ragion di Stato e a “motivi di “sicurezza” o di “interesse nazionale” la liberazione del torturatore Almasri e, più in generale, gli accordi con la Libia stipulati e via via rafforzati dal 2017 in poi. “Dimenticando” – come ha fatto notare Vitalba Azzolini sul quotidiano Domani, che “secondo la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo non si può ricorrere alla ragion di Stato, quindi al segreto, quando vi siano reati che ledono la dignità umana, come maltrattamenti, riduzione in schiavitù, ecc (proprio i crimini di cui è accusato Almasri) per garantire l’immunità dei colpevoli. Prevale infatti il diritto delle persone alla conoscenza e quello delle vittime ad ottenere giustizia”. Si ripropone allora il sospetto che si è fatto strada fin dall’inizio: forse uno dei motivi veri della scarcerazione e del frettoloso rimpatrio su un aereo di Stato va ricercato nel timore che, portato di fronte alla Corte dell’Aja, Almastri avrebbe potuto rivelare segreti indicibili, smantellando l’impalcatura che tiene in piedi la politica di chiusura e respingimento attuata da Roma grazie agli accordi con Tripoli.
(Fonte: sito web Tarik Lamloun, Sergio Scandura, Domani, Refugees in Libya)
13 febbraio. Sette giri del mondo per sabotare i soccorsi delle navi Ong
In seguito al decreto Piantedosi le navi delle Ong hanno dovuto percorrere 275 mila chilometri, 7 volte il giro del mondo, per raggiungere i porti dove sbarcare i naufraghi/ migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. E’ quanto emerge da un dossier presentato il 13 febbraio da Sos Mediterranee: solo la Ocean Viking, la nave della Ong che ha sviluppato la ricerca, ha dovuto percorrere 63 mila chilometri inutili. E’ evidente l’intento “punitivo” o, meglio, il sabotaggio insito nel provvedimento governativo nei confronti delle unità Ong, per tenerle lontano il più a lungo possibile dalle aree di intervento. In sostanza, un’altra importante componente del “muro” eretto nel Mediterraneo dall’Italia e dalle Ue, in modo da lasciare campo libero alla Guardia Costiera libica ed eliminare testimoni scomodi di quanto accade per attuare la politica di totale chiusura e respingimento nei confronti dei profughi/migranti. Ma “un porto lontano è un soccorso negato”, denuncia Sos Mediterranee, documentando questa accusa con cifre inoppugnabili, illustrate dalla direttrice generale Valeria Taurino: “Prima del Decreto Piantedosi una nave come la nostra Ocean Viking era in grado di salvare in media 278 persone a missione mentre nel 2023 questo numero è sceso a 143 e nel 2024 ad appena 114”. Senza contare “i fermi amministrativi, 26 distribuiti fra le varie navi, per un totale di 640 giorni di cui 535 effettivamente scontati” praticamente un anno e mezzo, oltre tutto in base a ordinanze quasi sempre poi smontate dai tribunali eppure rigidissime: la Viking è stata multata persino per una deviazione di sole 15 miglia (24,4 chilometri) decisa per rispondere a un allarme arrivato alla radio di bordo.
(Fonte: Sos Mediterranee, Avvenire, Left)
15 febbraio. Torture in un centro detenzione della polizia a Misurata
Ancora una denuncia di torture su un migrante in Libia. In questo caso, tuttavia, non in un lager dei trafficanti ma in un centro detenzione della polizia ausiliaria della Direzione di Sicurezza. E’ quanto emerge in un filmato pubblicato dalla Ong Refugees in Libya e dal giornalista Tarik Lamloun. La vittima, secondo quanto riferisce la Ong, sarebbe un giovane pakistano verosimilmente catturato in una delle frequenti retate di profughi e migranti nelle città libiche condotte anche nel contesto degli accordi con l’Italia e l’Unione Europea sul “contenimento” dei flussi migratori. Le immagini mostrano il giovane schiacciato contro una porta che viene frustato ripetutamente con estrema violenza da un uomo in divisa: quando cerca di spostarsi per sottrarsi ai colpi viene riagguantato e spinto di nuovo contro la parete a furia di frustate. Altri uomini in divisa si intravedono a pochi passi dall’aguzzino e sullo sfondo. Refugees in Libya sottolinea, nel suo comunicato, che si tratta di una struttura collegata alla Direzione di Sicurezza “che di fatto beneficia anche di finanziamenti Ue”. Tarik Lamloun denuncia che “questo sadismo deve finire” e si chiede se i governi occidentali non debbano chiederne conto alla Libia o quanto meno se non abbiano niente da dire.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, sito web Tarik Lamloun)
17 febbraio. Bruxelles: ai confini Ue oltre 122 mila respingimenti
Nell’arco del 2024 si sono registrati alle frontiere esterne dell’Unione Europea 122.457 respingimenti nei confronti di migranti ai quali è stato di fatto impedito l’accesso alle procedure di asilo. E’ quanto emerge da un rapporto elaborato da un pool di nove Ong che sottolineano come questa pratica sia fortemente aumentata negli ultimi anni fino a diventare ormai “sistematica”, violando sia il diritto internazionale che quello della stessa Ue. La maggior parte di questi respingimenti – per l’esattezza 96.927 – sono stati effettuati direttamente dalle forze di polizia europee. Per il resto – 25.530 – si tratta di respingimenti “indiretti”, effettuati cioè, su commissione Ue, dalla Libia (21.762) nel Mediterraneo centrale, e dal Libano (3.768) sulla rotta verso Cipro nel Mediterraneo orientale. La Bulgaria è in testa alla classifica, con 52.534 respingimenti verso la Turchia. Seguono la Grecia (14.482), la Polonia (13.600), l’Ungheria (5.723), la Lettonia (5.688), la Croazia (1.205) e la Lituania (1.092). Tra gli oltre 21 mila respingimenti effettuati dalla Libia, d’intesa in particolare con l’Italia e Malta, figurano solo quelli effettuati in mare, senza gli arresti fatti “a terra”, prima dell’imbarco, nelle città o lungo le piste che conducono alla costa. Tenendo conto anche di questi, secondo il censimento del Comitato Nuovi Desaparecidos, si arriva a 29.611. Ai dati già molto considerevoli denunciati nel dossier delle nove Ong, inoltre, si possono aggiungere i blocchi effettuati dai paesi con i quali l’Unione Europea, in base al principio della esternalizzazione delle frontiere, ha stipulato appositi accordi in proposito: in totale, tra mare e terra, sempre secondo il Comitato Nuovi Desaparecidos, 193.752 (inclusi quelli della Libia).
(Fonte: Euronews)
19 febbraio. Altri 2 respingimenti libici in zona Sar maltese
L’equipaggio della Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee, ha trovato un gommone e un barcone semi-affondati, senza persone a bordo, nella zona Sar maltese. Nelle vicinanze sono state avvistate navi della Guardia Costiera libica impegnate in una operazione di pattugliamento. Tutto lascia pensare che i due natanti siano stati intercettati dai libici e i migranti riportati illegalmente in Libia. Il sospetto è alimentato anche dal fatto che sugli scafi abbandonati non ci sono i convenzionali contrassegni di ricerca e salvataggio che indicano un’operazione di soccorso. Ma non si può escludere, fa notare la Ong, una “ipotesi più tragica: che le persone a bordo di queste imbarcazioni siano naufragate senza testimoni”.
(Fonte: Ong Sos Mediterranee. Organizzazione Ebrima Migrants Situation)
21 febbraio. Polonia, sospensione del diritto d’asilo: ok dal Parlamento
Il Parlamento polacco ha adottato la legge proposta dal Governo all’inizio del mese di ottobre 2024 che sospende il diritto di asilo e la protezione internazionale. Hanno votato a favore 386 parlamentari e soltanto 38 si sono opposti. Molto più vasto il fronte di opposizione al di fuori del Parlamento: oltre che da tutte le Ong e le associazioni umanitarie, la legge è stata duramente contestata da organismi come il Consiglio dell’Avvocatura, la Camera Nazionale dei Consiglieri Legali, il Difensore Civico per i Diritti Civili, L’Unhcr Polonia, la Helsinska Fundacja Praw Czlowieka, da molti enti che operano nel sociale. Perché la legge diventi operativa deve essere approvata anche dal Senato ma la previsione è che non incontrerà ostacoli. “In realtà – ha sottolineato la Ong Grupa Granica – la sospensione del diritto d’asilo al valico di Brest Terespol è una pratica che di fatto viene attuata fin dal 2015 e che dal 2021 è diventata una routine quotidiana lungo tutta la frontiera con la Bielorussia. Ora però, con questa legge, si darà ai servizi di polizia la possibilità di violare i diritti umani con una copertura palese del Governo, in contrasto con il diritto internazionale, la stessa Costituzione polacca e la Carta dei Diritti Umani”. Le conseguenze, secondo la stessa Ong, si avvertiranno anche in Europa: “La Polonia non sarà più il primo paese sicuro nell’Unione Europea per i profughi che fuggono da guerre e gravi situazioni di crisi come ad esempio in Siria ma anche Etiopia, Somalia, Eritrea. Non potendo più chiedere protezione in Polonia, queste persone saranno spinte in una zona grigia e i trafficanti di esseri umani ne approfitteranno… I flussi ai confini continueranno e questa legge non darà a nessuno maggiore sicurezza”.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
26-27 febbraio. I libici catturano 75 migranti nella zona Sar Malta
Settantacinque migranti sono stati catturati da una motovedetta di Tripoli nella zona Sar maltese e ricondotti in Libia contro la loro volontà. Partita dalla costa a ovest di Tripoli il 25 febbraio, l’indomani la barca ha superato il limite settentrionale della zona Sar libica entrando in quella di Malta. Navigava verso Lampedusa quando il motore è andato in panne. La richiesta di aiuto è stata intercettata dalla centrale operativa di Alarm Phone alle coordinate 34°27’ Nord e 13°14’ Est, acque internazionali su cui è competente la Valletta per le operazioni di ricerca e soccorso e dove è Lampedusa il porto sicuro più vicino per lo sbarco dei naufraghi/migranti. Verosimilmente su indicazione di Malta, invece, è intervenuta la Guardia Costiera libica, in evidente contrasto con il diritto internazionale.
(Fonte: Alarm Phone)
27 febbraio. Tunisia: torture e traffico di migranti confermati da una vittima
Un giovane guineano, catturato a Sfax nel novembre 2024, ha confermato in una intervista ad Infomigrants le torture e la compravendita di migranti tra la polizia tunisina e miliziani libici al confine tra i due paesi, in pieno deserto. “Quando mi hanno arrestato – ha riferito – sono stato costretto a salire su un pullman con altre persone che erano state appena intercettate in mare. Siamo stati ammanettati. Tutti, anche i bambini. E durante il viaggio ci hanno sequestrato ogni avere, a cominciare dal denaro e dai cellulari. Bastava alzare la testa per cercare di capire dove ci stavano portando o solo muoversi appena per essere pestati duramente. Abbiamo passato la notte in un campo lungo la strada, in celle così affollate che non ci si poteva sdraiare. L’indomani abbiamo viaggiato in pullman tutto il giorno. Verso le 20 o le 21 siamo arrivati al confine libico. In mezzo al deserto. Gli agenti tunisini, scesi dal bus, sono andati incontro a miliziani libici, che ci stavano aspettando. Hanno parlato un po’ tra loro. Poi i libici, armati e incappucciati, ci hanno preso, ordinandoci di salire sui loro pick-up. La mattina dopo siamo arrivati nella prigione di Tajoura….”. Il racconto combacia perfettamente con il rapporto “Traffico di Stato: deportazione e vendita di migranti dalla Tunisia alla Libia” presentato da un pool di Ong al Parlamento europeo il 29 gennaio 2025. Quanto al carcere di Tajoura, alla periferia orientale di Tripoli, è un centro di detenzione ufficiale, gestito dal Dipartimento lotta all’immigrazione illegale del Ministero dell’interno, noto per le condizioni terribili a cui sono costretti i prigionieri, con violenze di ogni genere, specie sulle donne, gran parte delle quali vengono stuprate. Ma l’Italia e la Ue, nei vari accordi stipulati con la Libia, hanno sempre ignorato questo orrore. Il giovane guineano sentito da Infomigrants ha potuto formulare la sua testimonianza-accusa perché, con l’aiuto dei familiari, è riuscito a pagare il riscatto di 800 dollari preteso dalle guardie e a tornare in Tunisia pagando un ulteriore riscatto di 400 dollari a un gruppo di criminali a cui lo aveva venduto l’autista di uno dei cosiddetti “taxi di mafia”, vetture guidate da tunisini che fingono di offrire un passaggio tra la Libia e la Tunisia ma sono in realtà un ingranaggio del traffico di esseri umani gestito anche da subsahariani. Quando Infomigrants lo ha contattato nel febbraio 2025 aveva trovato rifugio in una delle grosse baraccopoli costruite dai migranti a nord di Sfax.
(Fonte: Infomigrants)
28 febbraio. Portati in Tunisia dalla zona Sar Malta 65 migranti
Malta e l’Italia hanno lasciato per ore alla deriva una barca in gravi difficoltà nella zona Sar maltese, fino a quando è intervenuta una motovedetta tunisina che ha condotto i 65 migranti a bordo in Tunisia. Il natante era partito dalla costa di Zuwara, in Libia, circa 100 chilometri a ovest di Tripoli, puntando verso Lampedusa. Si trovava ad est delle isole Kerkennah, molto al largo, quando il motore è andato in avaria e si è fermato. Poco dopo, inoltre, lo scafo, ormai ingovernabile, ha cominciato ad imbarcare acqua, minacciando di affondare. Alarm Phone ha ricevuto un Sos intorno a mezzogiorno ed ha subito girato la segnalazione dell’emergenza alle centrali Mrcc della Valletta e di Roma, segnalando la posizione esatta: 34°51’ Nord e 11°51’ Est. L’appello è stato ripetuto più volte perché non è scattata alcuna operazione di soccorso né a Lampedusa, il porto sicuro più vicino, né a Malta. In serata – come ha comunicato Alarm Phone alle 22,19 – si è poi saputo che la barca è stata intercettata dalla Guardia Costiera tunisina intervenuta sicuramente d’intesa e su indicazione della centrale Mrcc di La Valletta la quale, come responsabile della zona Sar, ha proceduto senza tener conto che la Tunisia non può essere considerata un “luogo sicuro” dove sbarcare i naufraghi-migranti, come invece prevede il diritto internazionale. Nell’arco delle almeno 7-8 ore in cui la barca è rimasta abbandonata nel Mediterraneo, una motovedetta partita da Lampedusa avrebbe avuto tempo più che a sufficienza per raggiungerla e trarre in salvo tutte le 65 persone che erano a bordo evitando di respingerle sulla costa africana. E’ la conferma della “delega” totale che l’Italia, Malta e l’Unione Europea hanno affidato alla Libia e alla Tunisia per il controllo/blocco dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale.
(Fonte: Alarm Phone)
1-3 marzo. Sar Malta. Abbandonati in 32 sulla piattaforma Miskar: 1 morto
Oltre 30 migranti subsahariani sono stati abbandonato per quasi 4 giorni sulla piattaforma gas Mikar, zona Sar Malta al largo della Tunisia: uno di loro è caduto in mare mentre tentava di arrampicarsi ed è morto. Il gruppo, 33 in tutto, era su un gommone che, partito da Zuwara, un centinaio di chilometri a ovest di Tripoli, ha avuto un’avaria e, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo, è stato costretto a cercare rifugio alla base dell’impianto. Da bordo sono riusciti ad arrampicarsi fino ai piani più basi della piattaforma. E’ in questa fase – come ha raccontato il fratello – che un ragazzo è caduto in acqua ed è scomparso in mare nel buio. L’emergenza è stata segnalata da Alarm Phone nelle prime ore di sabato primo marzo a Malta, Roma e Tunisi. Nessuno è intervenuto. Nulla, in particolare, da parte di La Valletta, titolare della zona Sar, verosimilmente in attesa di una operazione di respingimento ad opera della Guardia Costiera libica o tunisina. La situazione si è sbloccata grazie alla Ong Sea Watch, che ha inviato la nave veloce Aurora per prelevare i 32 naufraghi prima di eventuali azioni di Tripoli o di Tunisi. Il copro del giovane morto non è stato recuperato.
(Fonte: Ong Sea Watch, Alarm Phone)
3 marzo. Polonia: prorogata ed estesa la buffer zone al confine
La Polonia ha deciso di prorogare ed estendere la buffer zone al confine con la Bielorussia. “Il Governo – hanno denunciato di organizzazioni sociali contrarie al provvedimento – ci ha inviato una bozza del regolamento sull’estensione della zona vietata chiedendo il nostro parere ma in realtà la decisione era stata già presa. La buffer zone sarà applicata per altri tre mesi ed estesa per ulteriori 17 chilometri, fino all’estremità settentrionale Semianowski. Il decreto è stato varato in base alle leggi introdotte nel 2021, in contrasto con la nostra Costituzione e all’epoca contestate, oltre che da numerose istituzioni polacche e internazionali, anche dalle forze politiche che, allora all’opposizione, ora sono al Governo. L’obiettivo è quello di attuare con più facilità i respingimenti e di nascondere le pratiche disumane attuate nei confronti dei rifugiati, impedendo il monitoraggio delle violenze o comunque di quanto accade lungo la frontiera. Contrariamente alle rassicurazioni e alle promesse del Governo, infatti, le organizzazioni umanitarie non potranno entrare nella zona: così non potranno né fornire assistenza né testimoniare su quanto accade”.
(Fonte: Grupa Granica)
4 marzo. Grecia-Turchia: un nuovo muro al confine dell’Evros
Un nuovo muro al confine dell’Evros fra Grecia e Turchia per ostacolare l’ingresso dei migranti nell’Unione Europea. A costruirlo sarà Ankara, in base agli accordi firmati nel 2026 con l’Unione Europea. Lo ha annunciato il governatore della provincia di Edirne, Yunus Sezer, precisando che si inizierà da una frazione di 8,5 chilometri da completare entro un anno ma che si proseguirà poi per numerosi altri tratti, lì dove la linea di frontiera, lunga circa 200 chilometri, non coincide con il corso del fiume Evros. La barriera sarà dotata, per tutta la sua estensione, di sensori, segnali d’allarme, fari, torrette d’osservazione. Si tratta dello stesso programma che ha portato la Turchia a edificare una muraglia lunga oltre 1.000 chilometri lungo i confini con l’Iran e la Siria. Secondo Hamit Bozarslan, direttore degli studi presso l’Ecole de Hautes Etudes en Sciences Sociales (Ehess) e specialista sulla Turchia, con questo progetto il presidente Erdogan, anche in considerazione della crisi siriana, “desidera fare un gesto verso l’Europa che non ha dimenticato il suo ruolo nella crisi dei rifugiati del 2015” quando, passando dalla Turchia, arrivarono centinaia id migliaia di disperati. E, a proposito dei respingimenti sull’Evros, c’è chi ricorda intanto le dichiarazioni di un ex poliziotto di frontiera greco il quale, in una intervista rilasciata nel 2022, smentendo le rassicurazioni del governo di Atene, ha riferito che solo nella sua zona ha lui stesso deportato in Turchia con la sua barca, durante gli anni di servizio, almeno 2.000 profughi.
(Fonte: Infomigrants)
5 marzo. Grecia. Chios: respinti 30 profughi afghani (14 bambini)
A un gruppo di 30 profughi afghani, tra cui 14 bambini, è stato impedito di approdare a Chios, nell’Egeo, per chiedere asilo. Erano su una barca che, partita dalla costa turca prima dell’alba, si stava avvicinando all’isola greca di Pasas, a nord est di Chios, quando è stata intercettata da una motovedetta della guardia costiera ellenica. Nonostante fossero ampiamente all’interno delle acque territoriali greche, i militari hanno distrutto il motore, rimosso il serbatoio e rimorchiato poi lo scafo ormai ingovernabile verso la penisola anatolica, abbandonandolo alla deriva nelle acque turche. Verso le 8,30 è intervenuta per il recupero una motovedetta turca partita da Cesme. Subito dopo lo sbarco in Turchia, tutti i 30 profughi, inclusi i bambini, sono stati trasferiti nel centro detenzione finanziato dall’Unione Europea in attesa del processo da parte delle autorità turche, con il rischio di essere deportati in Afghanistan attraverso l’Iran. Da parte della Grecia non c’è stata esitazione ad eseguire il respingimento neanche per le donne, nonostante la risoluzione dell’Agenzia Ue per l’accoglienza e la sentenza della Corte di Giustizia Europea che raccomandano la concessione automatica dell’asilo a tutte le profughe afghane. La Ong Aegean Boat Report ha registrato nel mese di febbraio 5 casi di respingimento operati nell’Egeo da parte della Guardia Costiera greca, per un totale di 157 persone, citando come fonte i registri ufficiali delle autorità turche ma ammonendo che verosimilmente i casi sono anche di più perché la Turchia, contrariamente a quanto accadeva in passato, avrebbe cominciato a collaborare con la Grecia catalogando episodi di respingimento come casi di soccorso per avaria al motore.
(Fonte: Aegean Boat Report)
8 marzo. Libia, Kufra: ancora immagini di torture nei lager: silenzio della Ue
Ancora un video con terribili immagini di torture nei confronti di un giovane profugo somalo sequestrato da una banda di trafficanti. Vengono da un lager di Kufra. Le hanno inviate i trafficanti stessi per sollecitare il pagamento del riscatto ai genitori del ragazzo che, incaprettato con mani e piedi legati dietro la schiena, viene frustato a sangue senza la possibilità di sottrarsi ai colpi. E’ l’ennesima testimonianza dell’orrore quotidiano che si registra nell’inferno della Libia. Sono mesi che, diffuse soprattutto dalla Ong Refugees in Libya, circolano foto e filmati come questo. Eppure le autorità libiche non sono ancora state in grado di localizzare neanche una di queste prigioni. E non risulta che ci sia stata alcuna reazione o presa di posizione da parte dell’Italia e della Ue in relazione alla collaborazione con il governo di Tripoli e con quello di Bengasi per il “contrasto” all’emigrazione. Diffondendo questo ultimo filmato Refugees in Libya comunica anche i luoghi dove, oltre a Kufra, secondo le informazioni in suo possesso, sono attivi lager gestiti da trafficanti: Tazirbu, nel deserto, 670 chilometri a sud di Agedabia; Bani Walid, appena 170 chilometri a sud est di Tripoli; Umsaad, in Cirenaica, a breve distanza dal confine con l’Egitto.
(Fonte: Refugees in Libya, sito web Tarik Lamloun)
10 marzo. Tunisia: distrutto dalla polizia il campo Km 36 a Sfax
Nel pomeriggio la polizia ha fatto irruzione in forze e distrutto il campo Km 36 a nord di Sfax, la grande tendopoli “spontanea” dove hanno trovato rifugio centinaia di migranti in attesa di riuscire a imbarcarsi per l’Italia o intercettati in mare dalla Guardia Costiera e riportati in Tunisia nel contesto degli accordi stipulati con l’Italia e l’Unione Europea. Il grosso blitz è scattato nel primo pomeriggio, quando il campo è stato circondato da numerosi agenti arrivati su quasi 40 veicoli militari. Buona parte delle tende e delle baracche sono state incendiate o comunque distrutte e devastate. Nel rogo si sono persi anche i pochi effetti personali dei migranti: abiti, coperte, piccole riserve di cibo. “Non si è voluto tener conto – lamentano alcuni migranti che hanno perduto quasi tutto – che nel campo vivevano numerose donne e bambini che ora non hanno più neanche il rifugio precario nel quale avevano trovato un po’ di riparo dal freddo e dalla pioggia”. Appare evidente che l’irruzione rientra nel programma del Governo di Tunisi di fare terra bruciata intorno ai migranti subsahariani per impedire che possano tentare la traversata verso l’Italia e costringerli a lasciare la Tunisia per rientrare nei paesi d’origine. Né Roma né Bruxelles hanno trovato da obiettare sui metodi seguiti dalla polizia “a difesa” dei confini europei “esternalizzati” sulla sponda meridionale del Mediterraneo.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
11 marzo. Grecia: 42 migranti respinti in Egitto su un mercantile
Quarantadue migranti arrivati con un barcone a sud di Creta sono stati respinti in Egitto su un mercantile. Partiti dalla Cirenaica, si sono trovati in difficoltà quando erano arrivati nella zona Sar greca. La loro richiesta di aiuto è stata intercettata da Alarm Phone, che l’ha girata alla Guardia Costiera ellenica sollecitando una operazione di soccorso. Per il recupero è intervenuta la nave Ector, una petroliera registrata alle Isole Cook che ha preso a bordo tutti i naufraghi ma che poi, anziché puntare su Creta, il più vicino “luogo sicuro”, ha fatto rotta per Porto Said, in contrasto con la “legge del mare” e il diritto internazionale perché l’Egitto non può considerarsi “sicuro” per i migranti. Di fatto, un respingimento. Non è chiaro se questa decisione sia stata presa autonomamente dal comandante della nave o, più verosimilmente, sia stata indicata dalla centrale operativa Mrcc del Pireo.
(Fonte: Alarm Phone)
12 marzo. Repubblica Ceca: misure più restrittive sull’emigrazione
La Repubblica Ceca ha annunciato maggiori controlli sull’immigrazione. Ne ha parlato il primo ministro Petr Faila, asserendo in particolare che, per scoraggiare nuovi arrivi di migranti nel paese, intende introdurre leggi più severe sull’asilo, procedure di espulsione più rapide e più stringenti misure di sicurezza. Il progetto annunciato appare per molti versi strumentale perché il numero dei rifugiati nella repubblica è molto esiguo: secondo i dati del ministero dell’Interno, in tutto il 2024 hanno presentato domanda di asilo meno di 1.300 persone, segnando una diminuzione dell’8 per cento rispetto al 2023. Diverse organizzazioni umanitarie ritengono che in realtà l’annuncio di Faila sia legato alle elezioni parlamentari previste entro l’anno. Come dire: l’uso di un falso problema per fare propaganda elettorale, nascondendo la realtà.
(Fonte: Infomigrants)
12-13 marzo. Lettonia. Attivista processata per aver aiutato 5 profughi
Ieva Raubisko, un’antropologa sociale lettone, in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani, è comparsa di nuovo di fronte ai giudici, nel contesto di una inchiesta che si trascina dall’inverno 2022-2023, per aver prestato aiuto a 5 profughi siriani al confine tra la Lettonia e la Bielorussia. L’accusa è di traffico di esseri umani: di aver organizzato o quanto meno favorito, cioè, l’arrivo dei profughi nel territorio lettone. In realtà, come hanno testimoniato loro stessi, i cinque richiedenti asilo, dopo essere stati più volte respinti brutalmente dalla polizia, erano riusciti ad attraversare ancora il confine, eludendo i servizi di vigilanza, e si erano messi in contatto con una organizzazione lettone di aiuti, segnalando che erano allo stremo e avevano bisogno di un ricovero urgente perché non avrebbero potuto sopravvivere a un altro respingimento. Ieva Raubisko è intervenuta a questo punto, ottenendo dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo una misura provvisoria che ha vietato di espellere il piccolo gruppo in Bielorussia ed entrando poi con i documenti che attestano questo provvedimento nella “buffer zone” vietata lungo il confine, per monitorare la situazione e assicurarsi che le domande di asilo fossero accolte. Il processo, iniziato nel febbraio 2024, ha visto diverse udienze. La sentenza della Corte era attesa in quella del 12 marzo ma i giudici hanno deciso un rinvio per esaminare i documenti presentati dalla difesa e cercare di rintracciare tre dei 5 profughi siriani che hanno lasciato la Lettonia senza aspettare il responso sulla loro richiesta di asilo. La sentenza è attesa ora per il 19-20 agosto.
Aggiornamento 20 agosto: Ieva Raubisko condannata. Ieva Raubisko è stata condannata. Nonostante abbia agito sulla base di un provvedimento della Corte Europea per i Diritti Umani, il Tribunale Regionale di Rezekne la ha ritenuta colpevole di traffico di esseri umani, stabilendo una pena di 200 ore di lavoro sociale. La sentenza ha suscitato una vasta eco tra le associazioni e i gruppi per la difesa dei diritti umani e delle convenzioni internazionali umanitarie anche oltre i confini nazionali, in particolare in Polonia, il paese europeo dove sono più consistenti i flussi di profughi dalla Bielorussia e più frequenti episodi analoghi a quello di Ieva Raubisko. “E’ un provvedimento che criminalizza gli aiuti umanitari. Non si può accettare di essere puniti per aver aiutato delle persone in grave pericolo”, ha commentato la Ong polacca Grupa Granica.
(Fonte: Ong Grupa Granica. Aggiornamento: Ong Grupa Granica)
12-13 marzo. Libia: violenta campagna di arresti di migranti. La Ue tace
La Libia ha lanciato una vasta operazione di arresti in massa di profughi e migranti a Tripoli e nelle altre principali città del paese, specialmente in Cirenaica. Non si fa distinzione tra irregolari, migranti con permesso di lavoro o richiedenti asilo con i documenti di registrazione presso l’ufficio Unhcr di Tripoli. Si calcola che centinaia di persone siano state catturate solo nei primi giorni. Secondo la Ong Refugees in Libya verrebbero presi di mira soprattutto i cristiani e non sarebbe casuale che l’operazione sia scattata in coincidenza con l’inizio del Ramadan. In ogni caso si procede spesso con estrema violenza. A Sabratha, nel raid in un quartiere dove i profughi/migranti sono più numerosi, è stato ucciso da un proiettile alla testa sparato dalla polizia un profugo sudanese, Ibrahim Adam, fuggito dalla guerra civile e in attesa di trovare un imbarco verso l’Italia. La decisione del Governo ha fatto seguito ed è sostenuta da una intensa campagna condotta su diversi media e sulla rete web, anche con toni razzisti, contro la presenza dei migranti in Libia. Gli arrestati sono stati condotti nelle carceri e nei centri di detenzione sia governativi che gestiti dalle varie milizie: gli stessi nei quali sono stati ripetutamente denunciati soprusi, abusi, violenze di ogni genere, torture. Nessuna reazione da parte dell’Unione Europea e in particolare dell’Italia, che hanno stretti rapporti e accordi sul controllo dell’emigrazione delegato a Tripoli. Accordi che, sulla carta, prevedono il rispetto rigoroso dei diritti umani. Anzi l’operazione è arrivata all’indomani dell’approvazione da parte della Commissione Ue di un nuovo programma di restrizioni contro i migranti che prevede controlli più rigorosi alle frontiere, più rimpatri e la costruzione di hub fuori dai confini dell’Unione Europea dove trasferire i migranti già presenti sul territorio europeo ai quali sia stato negato il permesso di soggiorno o l’asilo.
(Fonte: Ong Refugees in Libya)
13 marzo. Polonia. Sospensione del diritto d’asilo: ok anche dal Senato
Dopo il “si” del Parlamento votato il 21 febbraio anche il Senato ha approvato la sospensione del diritto d’asilo proposta dal Governo per i profughi/migranti in arrivo dalla Bielorussia e dalla Russia. Ignorato l’appello di almeno cento intellettuali e uomini di cultura, oltre che dell’Unhcr, di varie Ong e organizzazioni umanitarie, a respingere la proposta perché in contrasto con la Costituzione polacca, con la Convenzione di Ginevra e la Carta dei diritti fondamentali. Senza riscontro anche un deciso intervento del commissario Ue per i diritti umani, Michael O’ Flaerty, il quale il 4 marzo, in una nota fatta pervenire al Senato, ha affermato che il provvedimento che stava per essere approvato “limita l’accesso alle procedure di asilo e solleva seri interrogativi sulla sua compatibilità con gli standard dei diritti umani del Consiglio d’Europa: in particolare quelli sanciti dall’articolo 3 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo”.
Aggiornamento 17-21 marzo. Il 17 marzo una coalizione di 29 Ong polacche ha inviato un appello al presidente Andrzej Duda esortandolo a porre il veto sul decreto che sospende il diritto di asilo. Pesanti critiche sono arrivate anche dall’Estero. La Fondazione Helsinki per i diritti umani ha criticato il decreto asserendo che contraddice sia la legge polacca che gli accordi internazionali. L’associazione tedesca Pro Asyl ha affermato che il provvedimento votato “rappresenta uno sviluppo pericoloso per lo stato di diritto in Europa”. Sarah Red, di Oxfam, ha denunciato di avere l’impressione che la Polonia “abbia abbandonato i suoi impegni per lo stato di diritto e protezione delle persone in fuga da guerre e persecuzioni” sostituendo le leggi dell’Unione Europea con “tortura e violenza”. In risposta a questa vasta mobilitazione il primo ministro Donald Tusk il giorno 20 ha lanciato a sua volta un appello al presidente Duda “a firmare il disegno di legge prima possibile”, definendolo un provvedimento essenziale per la sicurezza nazionale.
Aggiornamento 21 marzo. Prima ancora che il decreto di sospensione del diritto di asilo entri in vigore con la firma del presidente della Repubblica, il premier Donald Tusk ha dichiarato che il suo Governo prevede di lanciare una campagna nei Paesi d’origine dei migranti per avvertire che non si potrà più chiedere protezione in Polonia. “Non faranno altro che buttare via i loro soldi”, ha commentato. Non una parola sulla profonda situazione di crisi in cui si trovano i Paesi da cui fuggono i migranti che cercano aiuto alla frontiera polacca: realtà dell’Africa e del Medio Oriente sconvolte da guerre, dittature, persecuzioni, violenze come l’Eritrea, la Somalia, l’Etiopia, lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan, il Kurdistan sia turco che iracheno o iraniano. D’altra parte Tusk ha già ottenuto fin dal dicembre 2024 il “via libera” della Commissione Ue la quale, con una inversione di rotta di 180 gradi rispetto alle forti perplessità espresse due mesi prima, in ottobre, ha accettato la “giustificazione” che si tratterebbe di fronteggiare una “situazione eccezionale” dovuta alla “guerra ibrida” scatenata contro la Polonia e l’Unione Europea da Russia e Bielorussia attraverso una invasione di massa programmata di migranti.
Aggiornamento 26 marzo. Il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha firmato il decreto che sospende il diritto di chiedere asilo in Polonia: in sostanza, il Governo viene autorizzato a non registrare le domande nelle zone del confine orientale per un periodo massimo di 60 giorni, prorogabili però con l’approvazione del Parlamento. “Da questo momento – ha commentato la Ong Grupa Granica – è possibile in Polonia la sospensione dei diritti umani”.
(Fonte: Ong Grupa Granica, Infomigrants. Aggiornamenti: Infomigrants)
15 marzo. Creta: 30 respinti in Libia con una nave mercatile
A un gruppo di 35 migranti è stato impedito di presentare richiesta di asilo o comunque di tutela internazionale dando disposizione alla nave mercantile che li aveva soccorsi in mare di sbarcarli in Libia. I migranti, fuggiti proprio dalla Libia, erano su una barca alla deriva a sud di Creta. A segnalare l’emergenza è stata la piattaforma Alarm Phone, che ha interessato le autorità greche. Dopo le prima comunicazioni la Ong ha perso i contatti con i naufraghi. Si è poi scoperto che nelle ore successive alle prime segnalazioni i 35 migranti erano stati recuperati dalla nave portacontainer Ym Wisdom, bandiera liberiana, la quale però, seguendo evidentemente le indicazioni della centrale operativa greca, anziché sbarcarli a Creta, il “luogo sicuro” più vicino, aveva proseguito la sua rotta portandoli di nuovo in Libia.
(Fonte: Alarm Phone)
16 marzo. Cipro: deportati in Siria 80 profughi arrivati su tre barche
Ottanta profughi sono stati deportati in Siria contro la loro volontà dopo essere arrivati a Cipro. Erano su tre barche giunte dalla costa siriana nelle acque cipriote a breve distanza di tempo l’una dall’altra. Intercettati dalla Guardia Costiera, secondo quanto hanno riferito i familiari ad Alarm Phone, sono stati fatti sbarcare e accompagnati nel centro accoglienza per migranti dell’isola. Tutto avevano intenzione – come hanno dichiarato – di presentare la domanda d’asilo o comunque di chiedere una forma di protezione internazionale. I primi sospetti sono iniziati quando alcuni loro familiari non sono più riusciti a mettersi in contatto. Senza esito anche i tentativi di stabilire una comunicazione fatti da Alarm Phone, a cui si erano rivolte alcune famiglie. “Silenzio” totale fino a quando i familiari stessi hanno scoperto che gli 80 profughi erano stati deportati da Cipro in Siria, nonostante il riaccendersi di scontri e violenze che proprio in quei giorni hanno provocato decine di morti.
Aggiornamento 20-22 marzo: richiamo Unhcr al Governo. L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha chiesto conto al Governo di Nicosia del respingimento degli 80 profughi siriani, deportati in Siria dopo essere sbarcati. “Tali misure – si legge nel documento – sono incompatibili con gli obblighi di non respingimento degli Stati e sono contrarie al diritto internazionale”. Almeno parte della stampa, specie quella più vicina al Governo, ha preso spunto da questa nota per contestare la funzione dell’Unhcr e per chiedere di fatto una revisione dell’obbligo dei Governi, previsto dal diritto internazionale, di esaminare ogni domanda di protezione che venga presentata. Subito dopo è arrivata anche la replica del Governo attraverso i ministri della giustizia, Marios Hartsiotis, e della difesa, Vasilis Palmas. Hartsiotis ha sostenuto che le barche (due e non tre) sono state intercettate vicino alle acque libanesi, negando dunque che ci sia stato uno sbarco e insistendo sul “diritto di proteggere i confini, inclusi quelli marittimi”. Gli stessi argomenti ha Palmas, mettendo in dubbio anche la ricostruzione dei fatti dell’Unhcr. Entrambi, inoltre, hanno sostenuto che non ci sarebbe stato respingimento “perché non è stata usata la violenza”. Emilia Strovolidou, portavoce del Commissariato delle Nazioni Unite,” ha però ribadito che in ogni caso “alle persone a bordo delle barche è stato negato l’accesso a Cipro tanto che sono dovute tornare in Siria, da dove erano fuggite”. Ed ha fatto presente che “il principio giuridico internazionale del non respingimento proibisce a tutti gli Stati di assumere comportamenti che rischiano di rimandare le persone, direttamente o indirettamente, in un luogo dove sarebbero a rischio di persecuzione o di gravi violazioni dei diritti umani”. Quanto al presunto “non uso della violenza”, l’Associated Press ha ricordato che nell’ottobre 2024 la Corte Europea per i Diritti Umani ha stabilito che Cipro ha violato il diritto di due profughi siriani di chiedere asilo nell’isola dopo averli tenuti in mare a bordo di una barca per due giorni, insieme a decine di altri, per rimandarli in Libano.
(Fonte: Alarm Phone. Aggiornamento: Cyprus Mail, Associated Press)
16-17 marzo. Tunisia. Migranti bloccati in mare e deportati nel deserto
Partiti dalla costa tunisina intorno alle 15, all’altezza del campo Km 19, 46 migranti, in gran parte gambiani, sono stati bloccati in mare dalla Guardia Costiera verso le 19 e sbarcati nel porto di Sfax. Una volta a terra sono stati tutti bloccati dalla polizia e trattenuti nell’area portuale in attesa della deportazione nel deserto. Appurando questa notizia la organizzazione Ebrima Migrants Situation ha appreso che meno di uan settimana prima, la sera di martedì 11 marzo, decine di altri migranti intercettati in mare dalla Marina tunisina, sono stati consegnati alla polizia che la notte stessa li ha trasferiti e abbandonati nel deserto al confine con l’Algeria.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
17 marzo. Libia, ancora video di torture: appello alla Ue all’Italia
Ancora un video con immagini di torture terribili inflitte a una ragazza etiope, Tizita Masfin Rajasa, incaprettata e frustata a sangue. in un lager dei trafficanti. Come nei casi precedenti, gli stessi trafficanti lo hanno inviato ai genitori della vittima per sollecitare il pagamento del riscatto e a loro volta i genitori hanno chiesto alla Ong Refugees in Libya di pubblicarlo e diffonderlo per denunciare quanto accade sempre più spesso ai prigionieri. Lo sfondo delle immagini è del tutto anonimo: non c’è alcun elemento che possa indicarne la localizzazione. Si sa però che la ragazza è prigioniera a Kufra e che Kufra è una delle centrali del traffico di esseri umani in Libia, eppure la polizia finora non è riuscita a trovare nessuno di questi lager. Dopo questa ennesima prova delle atrocità subite dai migranti, la Ong Refugees in Libya ha rivolto una istanza al Governo italiano, alla Commissione Ue e al Parlamento Europeo per chiedere conto degli accordi firmati con la Libia sull’immigrazione “che condannano i migranti neri a marcire nei campi di concentramento e incanalano milioni di euro nelle mani di trafficanti mascherati da guardie di frontiera”.
(Fonte: Refugees in Libya)
18 marzo. Sar Malta: 28 salvati da Sea Watch. Inerti La Valletta e Roma
L’equipaggio dell’Aurora, la nave per gli interventi più urgenti della Ong Sea Watch, ha tratto in salvo 28 persone alla deriva su una barca ormai ingovernabile nella zona Sar maltese ma in un tratto di mare più vicino a Lampedusa che a La Valletta. L’emergenza era stata segnalata sia alle autorità maltesi che italiane ma, come è accaduto in numerose altre occasioni – la più tragica e clamorosa è quella della strage dei siriani avvenuta l’undici ottobre 2013 – c’è stato a quanto pare un rimpallo di competenze sull’operazione di soccorso tra le centrali Mrcc di Roma e di Malta. Sea Watch ha deciso di farsi carico dell’emergenza, mobilitando la nave Aurora, proprio a fronte di questa inerzia che stava mettendo in pericolo la vita di 28 persone, tanto più che le condizioni meteomarine erano previste in rapido peggioramento. “Quando il meteo è peggiorato – ha denunciato in una nota Sea Watch a operazione conclusa – Malta e l’Italia hanno scaricato le responsabilità l’una sull’altra invece di intervenire. Ma salvare vite è un dovere degli Stati, abbandonare le persone in mare è un crimine”.
(Fonte: Ong Sea Watch, Organizzazione Ebrima Migrants Situation)
18 marzo. Lettonia. Controlli più rigidi ai confini e muro lungo quello russo
Controlli più rigidi alla frontiera con la Bielorussia e la Russia e un nuovo muro lungo tutta quella russa. Lo ha annunciato martedì 18 marzo il Governo della Lettonia, specificando che la “stretta” ai confini sarebbe scattata già dall’indomani, mercoledì 19, in particolare all’altezza dei tre punti di controllo chiave: Paternieki (con la Bielorussia), Terehova e Grebneva (con la Russia). In base alle nuove disposizioni l’accesso a questi tre valichi sarà limitato solo ad auto, camion e bus. Pedoni e ciclisti non potranno più attraversare. Nel comunicato si è inoltre specificato che, ultimato il “vallo” lungo tutta la frontiera bielorussa, è pronto un piano per edificarne uno simile sul confine con la Russia. Tutte queste operazioni – ha specificato il Governo – sono sostenute dall’agenzia europea Frontex, che il 19 febbraio ha inviato 60 tra ufficiali ed agenti, fornito veicoli fuoristrada per il pattugliamento e messo a disposizione materiali e tecniche di sorveglianza.
(Fonte: Infomigrants)
19 marzo. Polonia: 5 eritrei picchiati e respinti alla frontiera bielorussa
La polizia polacca ha picchiato e respinto oltre la frontiera con la Bielorussa cinque giovani profughi eritrei, impedendo loro di presentare la richiesta di asilo. La vicenda è stata denunciata dalla Ong Grupa Granica sulla base della testimonianza di due ragazze volontarie del Klub Inteligencji Katolickiej (Kik) che avevano soccorso i cinque eritrei dopo averli trovati – bagnati, intirizziti e con evidenti sintomi di ipotermia – in prossimità del Bug Occidentale, il fiume che per lunghi tratti segna la linea di confine. Le stesse volontarie, vedendoli in quello stato, hanno chiamato la Guardia di Frontiera per poterli assistere adeguatamente e nell’attesa dell’arrivo degli agenti si sono fatte firmare la procura per poter partecipare alle procedure per l’accoglienza e accedere alla documentazione per la registrazione come richiedenti asilo. Appena giunti sul posto, i poliziotti hanno subito assunto un atteggiamento violento e aggressivo. “Uno, in particolare – riferisce la Ong Grupa Granica – dopo aver intimato di consegnare i telefoni, ha spinto a terra una delle volontarie e quando lei ha cercato di guardare, le ha premuto la testa al suolo. Subito dopo sono stati sequestrati i cellulari a entrambe le ragazze e uno degli agenti ha strappato i documenti firmati dagli eritrei per la procura. Infine, le due volontarie sono state separate dai rifugiati, evidentemente per impedire che potessero testimoniare quello che sarebbe accaduto in seguito”. E il seguito è stato un respingimento forzato: una pattuglia di agenti, accompagnata da due militari in divisa, ha preso in consegna gli eritrei, li ha ammanettati e – come si è saputo in seguito – li ha costretti a riattraversare il confine e a rientrare in Bielorussia. Poco prima dell’arrivo degli agenti, i 5 profughi avevano detto alle ragazze del Kik che proprio quel giorno la polizia bielorussa aveva costretto 25 migranti ad attraversare a nuoto il Bug, largo in quel punto quasi 100 metri. Non è da escludere che qualcuno sia annegato.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
22 marzo. Lituania: migrante gambiano respinto a botte in Bielorussia
Un giovane migrante gambiano è stato bloccato in territorio lituano a breve distanza dal confine con la Bielorussia, pestato duramente dalla polizia e respinto oltre la linea di frontiera. Lo ha raccontato lui stesso a una pattuglia di agenti bielorussi che sabato 22 marzo lo ha trovato a terra ferito, privo di forze e quasi esanime nella zona di Parecca. “Le prime cose che ha chiesto – ha riferito il 25 marzo il Comitato per le frontiere di Stato bielorusso – sono state un po’ d’acqua e di cibo e ha lamentato diverse ferite e un forte dolore alla gamba, spiegando che le forze dell’ordine lituane lo avevano picchiato ripetutamente prima di costringerlo a entrare nel nostro territorio”. Le guardie di frontiera hanno chiamato un’ambulanza che lo ha trasferito in un ospedale di Grodno (Hrodna), circa 40 chilometri più a sud, dove i medici lo hanno ricoverato, riscontrandogli diverse lesioni in tutto il corpo e, soprattutto, una profonda lesione cranica.
(Fonte: The Standard, Organizzazione Ebrima Migrants Situation)
23 marzo. Rodi: respinti in Turchia 64 profughi (oltre 30 bambini)
Sessantaquattro profughi (tra cui oltre 30 bambini) partiti dalla costa della provincia di Mugla, sono stati intercettati nelle acque di Rodi e respinti in Turchia con estrema violenza dalla Guardia Costiera greca. “Sulla motovedetta che ha bloccato la nostra barca – hanno raccontato le vittime alla Ong Aegean Boat Report – c’erano uomini mascherati che hanno picchiato parecchi di noi, incluse alcune donne, con i bastoni di lunghe gaffe, tenendoci costantemente sotto tiro e ordinando di consegnare borse, soldi e soprattutto i nostri telefoni. Poi ci hanno rimorchiato nelle acque turche e abbandonati alla deriva…”. Alcuni dei profughi sono riusciti però a nascondere i cellulari e a scattare diverse foto. Gli stessi cellulari sono stati poi fondamentali per chiedere aiuto alla Guardia Costiera Turca, che ha intercettato la barca 15 miglia a sud di Sarigerme. “Grazie alle immagini fornite dai profughi – ha riferito Aegean Boat Report – abbiamo potuto identificare la motovedetta: si tratta di un pattugliatore Lambro 57 appartenente alla Guardia Costiera greca. Nelle foto, in particolare, si vedono chiaramente anche gli uomini a bordo, mascherati e in uniformi blu scuro”. Un respingimento analogo, segnala ancora la Ong, c’è stato il pomeriggio di sabato 22 marzo nei confronti di 19 profughi che cercavano di raggiungere l’isola di Chio.
Aggiornamento 25 marzo. “La Turchia nasconde i respingimenti greci”. Nel rapporto sul soccorso ai 64 profughi le autorità turche, contrariamente a quanto denunciato per anni in casi del genere, non hanno fatto cenno al respingimento violento, in violazione del diritto internazionale, messo in atto dalla Guardia Costiera greca. Si afferma, invece, che la Guardia Costiera turca ha fermato la barca, impedendole di arrivare nelle acque greche: totalmente ignorata la documentazione di foto e video fatti di nascosto dai profughi stessi dal momento in cui è intervenuta la motovedetta greca. La Ong Aegean Boat Report ha fatto notare che, ormai da qualche mese, non è la prima volta che la Turchia ha nascosto gli abusi e le violazioni dei diritti umani attuati dalla Grecia. “Perché questo comportamento? – si è chiesta la Ong – In realtà non abbiamo una risposta, ma sospettiamo che la Turchia abbia scelto di stendere una ‘cortina fumogena’ su episodi come questo, ricevendo in premio dalla Commissione Europea finanziamenti o accordi commerciali. O, magari, entrambi. E forse siamo solo all’inizio. Ma ciò significa smantellare i diritti umani”.
(Fonte: Aegean Boat Report. Aggiornamento: Aegean Boat Report)
23-24 marzo. Tunisia: oltre 600 migranti presi in mare e deportati nel deserto
Oltre 600 migranti subsahariani catturati in mare dalla Guardia Costiera tunisina nel contesto degli accordi con l’Italia e la Ue per bloccare i flussi nel Mediterraneo centrale, sono stati deportati nel deserto, ai margini del confine con l’Algeria. La notizia è emersa grazie a uno dei deportati che è riuscito a mettersi in contatto con Luca Casarini e don Mattia Ferrari, rispettivamente cofondatore e cappellano della Ong Mediterranea Saving Humans, denunciando che lui ed altri erano stati abbandonati in una zona impervia e desertica. “Quell’uomo – ha spiegato la Ong in un comunicato diffuso tra il 23 e il 24 marzo – è riuscito a inviarci la posizione Gps ed in effetti ne è emerso che si trovava in un’area impervia e isolata, senza alcun mezzo per sopravvivere, nei pressi di Haidra, vicino al confine (meno di 10 km: ndr) tra la Tunisia e l’Algeria”. Dopo questo messaggio Mediterranea non è più riuscita a mettersi in contatto con l’uomo che aveva chiesto aiuto, ma da una indagine condotta con la collaborazione della Ong Refugees in Libya è risultato che tra il 16 e il 17 oltre 600 migranti bloccati mentre tentavano di aggiungere l’Italia sono stati trasferiti con 11 bus da Sfax verso il confine con l’Algeria, quasi 300 chilometri più a ovest. Prima di partire gli sono stati confiscati tutti gli effetti personali, a cominciare dai cellulari e persino piccole riserve di cibo.
(Fonte: Infomigrants)
26 marzo 2025. Kufra: ragazza etiope torturata in un lager di trafficanti
Ancora torture documentate in un lager di trafficanti a Kufra. La vittima è una ragazza etiope ventenne, Naima Jamal, fuggita dalla regione dell’Oromia, sconvolta da scontri etnici e violenze. Da quando è stata catturata in Libia, nel maggio 2024, la sua famiglia ha ricevuto continui richieste di riscatto: 6 mila dollari che non riesce a mettere insieme. Poi, la mattina di giovedì 26 marzo, i trafficanti le hanno fatto avere un video nel quale, appesa al soffitto per le braccia legate, Naima viene frustata con estrema violenza mentre qualcuno le getta di tanto in tanto dell’acqua sul viso per non farle perdere i sensi. In un’altra immagine si vedono almeno altri 50 prigionieri incatenati. A diffondere sul web il filmato, ricevuto dai genitori di Naima, è stata la Ong Refugee in Libya, nel contesto della campagna di denuncia che sta conducendo contro gli accordi sull’immigrazione fra Tripoli, Roma e Brudelles. “Questa è la realtà della Libia di oggi – accusa il portavoce della Ong David Yambio, che a sua volta ha subito reclusione e torture nei centri di detenzione libici – La Libia è l’ombra dell’Europa, la verità non detta della sua politica migratoria: un inferno costruito dal razzismo arabo e alimentato dall’indifferenza europea”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya)
28 marzo 2025. Tunisia-Libia: 3 in fuga nel deserto dai bus di deportazione
Piuttosto che essere deportati a sud, fino al confine, tre giovani subsahariani hanno preferito affrontare l’ignoto di una fuga nel deserto. Lo testimonia un filmato fatto circolare su internet dalla Ong Refugees in Libya, sottolineando come queste deportazioni in massa di migranti catturati in mare o bloccati nelle periferie o lungo le vie di terra siano fortemente supportate in tutto il Nord Africa dalla politica europea, nel contesto delle misure volte a esternalizzare i confini Ue e a contrastare i flussi nel Mediterraneo centrale. Non è chiaro se l’episodio documentato si sia verificato (come è molto probabile) in Tunisia o in Libia. Le immagini sono però più che eloquenti: dall’ultimo finestrino di destra di uno dei pullman in corsa di una lunga colonna saltano a terra l’uno dopo l’altro tre ragazzi che, appena riescono a rialzarsi, si allontanano il più velocemente possibile dalla pista, nel cuore del deserto. Non si sa quale sia stata la loro sorte: se siano stati cioè inseguiti e catturati o se siano riusciti a tornare verso la costa. Ma la fuga in sé appare una testimonianza evidente della disperazione in cui vengono precipitati i migranti che finiscono nell’ingranaggio degli accordi firmati dall’Unione Europea che affidano il lavoro sporco dei respingimenti, in mare o a terra, a Stati come la Tunisia o la Libia. Il video è stato girato con un cellulare dall’autobus che seguiva quello dei tre ragazzi fuggiti ed è stato poi fatto pervenire alla Ong.
(Fonte: Refugees in Libya, Refugees in Tunisia)
29 marzo. Polonia, ragazzo cade dal muro di confine: ricoverato e poi respinto
Un diciassettenne somalo trovato ferito ai piedi del muro di confine con la Bielorussia è stato prima ricoverato in ospedale e poi respinto oltre frontiera nonostante avesse solo 17 anni. La sua storia è stata ricostruita dalla Ong Grupa Granica. Perso il padre (ucciso nel caos della Somalia travolta dalla guerra civile) quando aveva solo 5 anni e appartenente a una minoranza etnica perseguitata, è stato cresciuto dalla nonna e dalla madre che, avvicinandosi alla maggiore età, gli hanno procurato il denaro per la fuga in Europa. Arrivato in Bielorussia, è stato bloccato dalla polizia, subendo una pesante detenzione fino a quando, rilasciato, ha raggiunto la frontiera con la Polonia e, dopo aver vagato per giorni nella foresta, è riuscito a scalare il vallo alto oltre sei metri ma è scivolato, rimanendo a terra quasi esanime, sul versante polacco, finché lo ha notato una pattuglia di polizia. Un’ambulanza lo ha portato in ospedale, dove è stato ricoverato per giorni, incapace di alzarsi e persino di mangiare. “Appena è stato in grado di parlare e di farsi capire – ha riferito la Ong – ha dichiarato la sua volontà di chiedere protezione internazionale in Polonia, appellandosi anche alla sua giovane età e alla necessità di cure mediche. Dimesso dall’ospedale, risulta che abbia trascorso alcune ore negli uffici delle autorità di frontiera e poi si è saputo che era stato respinto. Probabilmente in esecuzione della nuova legge che ha sospeso il diritto d’asilo, nonostante si trattasse, per quanto è dato sapere, di un minore non accompagnato”. Si ignora dove sia finito una volta costretto a rientrare in Bielorussia.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
1-2 aprile. Sfax: 600 deportati. Torna al campo km 30 e subito dopo partorisce
Makuba Suwaworo, una giovane guineana catturata nei pressi di Sfax e, nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, deportata il 17 marzo nel deserto insieme ad altri 600 migranti, ha camminato per due settimane per tornare fino al campo km 30, dove c’è un centro medico “spontaneo” organizzato dal dottor Ibrahim Fofana, nella zona di Jebeniana. Poco dopo essere arrivata ha dato alla luce un bambino. La sua storia è stata ricostruita dallo stesso dottor Fofana: “E’ rientrata ieri (martedì 1 aprile: ndr) verso le 21. Aveva gonfiori e numerose ferite sotto i piedi e dolori di travaglio, ma è riuscita a raggiungere il nostro ospedale. Il parto è avvenuto tra mezzanotte e le tre. Abbiamo potuto salvare sia la mamma che il bambino ma, vista la situazione angosciosa da cui arrivavano, sia lei che il piccolo non avevano nulla neanche da mettersi addosso. Per tenere al caldo il bimbo, allora, lo abbiamo avvolto in un vecchio cappotto. Poi altri migranti del campo hanno cercato di procurare qualche vestito”. Anche un altro dei migranti deportati, Keita Ramos, maliano, 30 anni, ce l’ha fatta a fuggire e a rientrare al campo km 30 Quando è arrivato era sfinito: “Gli abbiamo riscontrato – ha riferito il dottor Fofana – gravi ferite ai piedi, forti gonfiori alle gambe, dolori in tutto il corpo. Ora è ricoverato nella nostra struttura precaria”. Si ignora la sorte della maggior parte degli altri 600 deportati, ma risultano sempre più frequenti operazioni di questo genere condotte dalla polizia tunisina nel contesto degli “accordi di deterrenza” del flussi migratori firmati dalla Tunisia con l’Italia e la Ue.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation, Infomigrants)
2-3 aprile. Sfax: 48 bloccati in mare e deportati nel deserto al confine algerino
Quarantotto migranti subsahariani sono stati deportati nel deserto, verso il confine con l’Algeria, dopo essere stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera tunisina, sulla rotta per Lampedusa, nel contesto degli accordi stipulati con l’Italia e l’Unione Europea per blindare il Mediterraneo centrale. Il gruppo era partito dalla costa a nord di Sfax, all’altezza della tendopoli Km 19. Era ancora nelle acque tunisine quando è stato bloccato da una motovedetta, riportato a Sfax e consegnato alla polizia. L’allarme è stato lanciato da uno dei 48 migranti il quale, quando era ancora a bordo della barca, è riuscito a contattare un amico rimasto al campo Km 19, che a sua volta si è messo in contatto con l’organizzazione Ebrima. “Siamo ancora sulla nave. Abbiamo passato la notte in mare. La Guardia Nazionale tunisina ci ha preso il motore e il carburante e finora ci ha bloccato qui. Fa molto freddo. Posso ancora comunicare ma quando arriveremo in porto sicuramente ci prenderanno i telefoni…”: è questa la breve comunicazione fatta dal ragazzo catturato all’amico rimasto a terra, che poi si è attivato per rintracciare l’intero gruppo. “Sono riuscito a parlare con loro – ha riferito – Sono stati deportati nel deserto. Alcuni sono entrati in Algeria. Altri si stanno dirigendo verso il confine per cercare di attraversarlo”.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
3 aprile. Tigrino torturato a Kufra mentre Tripoli espelle Unhcr e 10 Ong
Un profugo tigrino, Tesfay Hagos Alimayehu, 30 anni, torturato in un lager di Kufra per estorcere un riscatto di 10 mila dollari alla famiglia. Il filmato inviato dai trafficanti ai genitori per spingerli a pagare è entrato nella rete web proprio nel giorno in cui si è diffusa la notizia che il governo di Tripoli ha bloccato l’attività ed espulso l’Unhcr e 10 Ong internazionali (tra cui Medici Senza Frontiere e Cesvi), “colpevoli di cercare di assistere e di denunciare l’inferno in cui i migranti sono costretti in Libia.
Tesfay, originario di Hagere Selam, circa 50 chilometri a nord ovest di Macalle, è stato costretto ad abbandonare il Tigrai sconvolto dalla guerra scoppiata nel novembre 2020 (in realtà mai finita nonostante la pace firmata a Pretoria nel novembre 2022) e dalla pesantissima carestia che ne è seguita. Arrivato in Libia è stato catturato a Kufra. Da allora subisce violenze e torture pressoché quotidiane perché non è in grado di pagare il riscatto. Il supplizio è stato documentato con foto e un video che gli stessi trafficanti hanno inviato alla famiglia. I genitori hanno chiesto due volte aiuto alla polizia etiopica, sollecitandola quanto meno a prendere contatto con il governo di Tripoli. Rimasto senza esito questo tentativo, hanno inviato il video alla Ong Refugees in Libya. Nelle immagini si vede Tesfay steso a terra che, incaprettato perché non possa ripararsi dai colpi, viene frustato a sangue. Uno degli aguzzini, per impedirgli di muoversi, gli schiaccia con un piede la testa sul pavimento. “Abbiamo avvisato le autorità di Tripoli – ha denunciato la Ong – Ci siamo rivolti, in particolare, alla cosiddetta task-force istituita proprio per indagare e combattere i trafficanti di uomini. Conosciamo il numero telefonico dei sequestratori. Sappiamo come operano e si muovono. Sappiamo anche che sono a Kufra. Ma non è stato fatto nulla. Hanno detto che per queste cose ci vuole tempo…”. C’è da chiedersi quanto tempo ancora. Secondo quanto ha pubblicato il giornalista libico indipendente Tarik Lamloun qualche giorno prima che venisse alla luce il caso di Tesfay, il colonnello Mohamed Al Fadil, capo delle forze di sicurezza a Kufra, ha riferito che il giro di lager per il traffico di esseri umani a Kufra è gestito da quattro persone, uno straniero e tre libici. Se è così, evidentemente si sa chi sono questi quattro trafficanti. E’ strano, allora, che non siano stati ancora arrestati e i loro lager smantellati. Ma c’è un altro inquietante aspetto fatto notare da Refugees in Libya: la decisione di sospendere l’attività dell’Unhcr e di ben dieci Ong internazionali – una espulsione di fatto, con l’accusa risibile di “complotto per provocare l’instabilità” del paese favorendo la “sostituzione entica” attraverso l’arrivo e la stabilizzazione di migliaia di migranti subsahariani – è stata annunciata dall’Asi (Internal Security Agency), un organismo che fa riferimento al generale Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica inseguito da un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, arrestato a Torino nel mese di gennaio ma liberato dopo meno di 48 ore dal Governo italiano e ricondotto a Tripoli, dove è stato accolto trionfalmente, con un aereo di Stato della Presidenza del Consiglio.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, sito web Tarik Lamloun)
3-4 aprile. “Strage di Lesbo: indagare su tutti i naufragi con profughi morti”
“Non è stata una tragica fatalità. E’ stata la Guardia Costiera greca a causare il naufragio di Lesbo. La barca è stata colpita con un arpione ed è andata in pezzi: il fondo si è staccato e sono annegate 7 persone, tra cui 3 bambini, mentre un altro bambino è scomparso in mare”. Iasonas Apostopoulos, attivista per i diritti umani, e il giornalista George Mutafis, chiamano direttamente in causa le autorità greche per la tragedia avvenuta la notte tra il 2 e il 3 aprile a breve distanza dalla costa settentrionale di Lesbo. Sospetti analoghi sono stati sollevati fin dall’inizio dalla Ong Aegean Boat Report la quale, facendo riferimento anche ad altri episodi precedenti e dichiarando apertamente di non fidarsi delle inchieste “ufficiali” della Marina o del Governo di Atene, si è rivolta al Difensore Civico per chiedere “di avviare indagini indipendenti su tutti i naufragi nelle acque greche nei quali siano morti dei profughi”. E’ un appello maturato dopo aver ricostruito nei dettagli la strage. Gli otto morti erano tutti profughi afghani: 1 uomo, 3 donne e 4 bambini. Facevano parte di un gruppo di 31 profughi partiti su un gommone di 5 metri, prima della mezzanotte, dalla costa anatolica del distretto di Ayvacik. L’allarme è scattato dopo le 2 del mattino di giovedì 3, quando una motovedetta greca ha segnalato che un natante carico di migranti stava rapidamente affondando di fronte alla spiaggia del villaggio di Skala Sikamnia. Sul posto sono confluite altre due motovedette e un elicottero militare. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 23 naufraghi. Nessuna traccia degli altri, fino a quando, individuati dall’elicottero, sono cominciati ad affiorare i primi cadaveri. Sulle circostanze e le cause del naufragio sono sorti subito numerosi interrogativi, partendo in particolare dal fatto che le condizioni meteo – mare calmo, vento a meno di tre nodi – non erano compatibili con una tragedia del genere. La Guardia Costiera ha riferito che il canotto stava già affondando quando la prima motovedetta ha dato l’allarme ed ha ipotizzato un “cedimento strutturale” a causa del sovraccarico, visto che un natante di quel tipo è abilitato al massimo per 5 persone. Di contro, però, è stato fatto notare che il gommone ha navigato per oltre due ore e che non risulta abbia avuto problemi fino a quando è stato avvistato dalla prima motovedetta. “Le prime informazioni sul naufragio di ieri a Lesbo dicono che una unità della Capitaneria di Porto si è avvicinata al gommone e da bordo hanno cominciato a colpirlo, creando un forte trambusto”, ha scritto il 4 aprile Aegean Boat Report, ricordando anche quanto aveva già segnalato il giorno prima sui danni riportati dal canotto dei migranti: “Dai filmati e dalle immagini pubblicate, il fondo del gommone appare strappato dalla prua fin quasi alla poppa, sul lato destro. Uno squarcio che potrebbe essere stato causato, ad esempio, da un forte impatto causato da una collisione”. “Questo metodo violento di deterrenza non è nuovo. Lo abbiamo visto più e più volte”, ha detto a sua volta George Mutafis, pubblicando alcune foto di incidenti simili a quello di Lesbo avvenuti in passato. La Ong, infine, ha rilevato che l’equipaggio di una delle motovedette intervenute, la Lambro 57 con numero identificativo Ls-602, “è noto per il comportamento violento nei confronti dei rifugiati”, specificando che questa nave “è stata coinvolta in numerosi, violenti respingimenti nella zona (di Lesbo: ndr), ha fatto uso di armi da fuoco, ha rimorchiato barche in Turchia e costretto le persone a salire su zattere di salvataggio poi abbandonate in mare”.
Aggiornamento 5 aprile: Frontex minaccia di tagliare i fondi alla Grecia. Frontex sta pensando seriamente di tagliare i fondi alla Guardia Costiera greca: lo ha dichiarato alla rivista tedesca Spiegel, in una intervista sui rimpatri e la violazione dei diritti umani, il capo dell’agenzia europea Hans Leutens. “Non ho alcuna influenza diretta sul comportamento delle guardie di frontiera nazionali – ha precisato in particolare Leutens – ma il finanziamento avviene sotto la mia responsabilità. Prima di tutto adatterò i piani operaitvi congiunti di Frontex e delle autorità di sicurezza locali e renderò più chiaro il rispetto dei diritti dei migranti. Questo mi darà una base migliore per limitare o interrompere qualsiasi cooperazione”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report, Efsyn, sito web Iasonas Apostolopoulo, Associated Press. Aggiornamento: Efsyn)
3-5 aprile. Tunisia: smantellati i campi dei migranti a nord di Sfax
Sono stati smantellati i campi “spontanei” sorti a nord di Sfax, negli oliveti delle regioni di El Amra e Jebeniana, nei quali da oltre un anno avevano trovato rifugio migliaia di migranti subsahariani scacciati dalle aree urbane dalla violenta campagna anti immigrazione scatenata dal governo di Tunisi. Tra gli ospiti, oltre ai tantissimi in attesa di riuscire a trovare un imbarco verso l’Italia, anche molti bloccati in mare dalla Guardia Costiera e costretti a rientrare in Tunisia nel contesto degli accordi sottoscritti con l’Italia e l’Unione Europea. Tende e baracche sono state distrutte insieme alle poche cose personali dei migranti. In particolare è stato preso di mira il campo vicino alla città di Katatna, il più grande, nel quale vivevano circa 4 mila persone. Il portavoce della Direzione Generale della Guardia Nazionale, Houssan Eddine Jebali, ha affermato che la grossa operazione, coordinata tra la Protezione Civile, il Ministero della Salute e la Mezzaluna Rossa, è stata condotta “nel rispetto dei diritti umani” e che sono stati presi contatti con i paesi d’origine dei migranti “per facilitare il loro rientro volontario”. Non ha però specificato se sia stata predisposta e quale sia una sistemazione provvisoria per le migliaia di migranti evacuati dai campi. I giudizi e le reazioni delle organizzazioni umanitarie sono eloquenti. “E’ stato predisposto un piano di deportazione selvaggia”, ha accusato ad esempio la Ong Refugees in Tunisia. E Refugees in Libya: “Quello che sta accadendo nei campi degli oliveti di Sfax è inaccettabile. Quelle tende di fortuna erano per i migranti l’unico rifugio che avevano. I bambini sono stati lasciati senza nemmeno una coperta…”. O, ancora, la Ong Medical Emergency for Refugees, smentendo le rassicurazioni del portavoce della Guardia Nazionale: “La Tunisia non rispetta i diritti dei migranti: dovunque vadano vengono scacciati”.
(Fonte: La Presse Tunisia, Ong Refugees in Tunisia, Refugees in Libya. Avvenire)
5-6 aprile. Kastellorizo: abbandonati su zattere di salvataggio 42 profughi
Due gruppi di profughi, per un totale di 42 persone inclusi numerosi bambini, sono stati abbandonati in mare dalla polizia greca su zattere di salvataggio al largo dell’isola di Kastellorizzo. Sono rimasti in balia delle correnti per ore, finché li ha soccorsi la Guardia Costiera turca. I due respingimenti sono avvenuti in momenti e circostanze diverse ma nelle stesse acque. Se ne è avuta notizia grazie gli accertamenti condotti dalla Ong norvegese Aegean Boat Report quando, dopo la mezzanotte di sabato 5 aprile, è stata contattata da 24 profughi (tra cui 10 bambini piccoli) che, arrivati poche ore prima a Kastellorizzo, chiedevano aiuto perché molti durante lo sbarco erano caduti in acqua, c’erano dei malati e nel buio non sapevano orientarsi e dove andare. La Ong ha suggerito di chiamare il numero d’emergenza 112 per segnalare la loro presenza e nello stesso tempo si è messa in contatto con le autorità greche locali. La risposta della polizia è stata che non avevano notizie di sbarchi ma la mattina dopo la Guardia Costiera turca ha comunicato di aver intercettato 24 naufraghi, tra cui 10 bambini, su una zattera di costruzione greca al largo di Kas, in direzione sud-est, meno di 4/5 chilometri da Kastellorizzo. Era evidente che si trattava dello stesso gruppo che aveva chiesto aiuto alla Ong, come è poi stato confermato dal confronto dei filmati fatti dai marinai turchi con quelli inviato durante la notte alla Ong dai profughi. Nelle ore successive, intorno alle 11,15, la Guardia Costiera ha riferito di aver soccorso un’altra zattera uguale alla prima, con a bordo 18 persone inclusi alcuni bambini, più distante ma nella stessa zona di mare.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
7 aprile. Tunisia, profugo maliano aggredito e ferito a fucilate ad El Amara
Mustapha Tarawallie, un profugo maliano di 27 anni, è stato raggiunto in pieno alle spalle da fucilate esplose da un tunisino sconosciuto senza alcun motivo: un agguato teso mentre era in corso lo sgombero, condotto con estrema violenza dalla polizia tunisina, dei dodici campi dove avevano trovato rifugio migliaia di migranti tra Jebeniana e Al Amara, a nord di Sfax. Costretto a lasciare il campo del km 30, Mustapha stava cercando di raggiungere quello del km 34. Camminava al margine della strada insieme a un piccolo gruppo di altri profughi subsahariani quando da una struttura privata qualcuno rimasto sconosciuto ha sparato ripetutamente con un fucile da caccia. Lui era il più vicino e una sventagliata di pallini di piombo lo ha raggiunto alla schiena e al braccio destro. Soccorso dagli amici appena si sono ripresi dal panico, è stato condotto prima possibile da un medico volontario che si prende cura dei migranti: a braccia e a piedi perché – hanno riferito – tutte le ambulanze contattate “si sono rifiutate di occuparsi di lui”. E’ salvo per poco: dal suo corpo sono stati estratti ben 12 proiettili. In particolare dalla schiena, devastata quasi all’altezza della vita. “Mustapha e i suoi amici – ha denunciato la Ong Refugees in Libya – non portavano armi e non minacciavano nessuno. Stavano solo cercando altre persone per stare insieme dopo che la polizia li aveva sfrattati dal loro campo, nel contesto della gigantesca operazione ordinata dal governo tunisino contro tutti i campi a nord di Sfax, abitati da oltre 30 mila disperati in fuga dalla guerra e dalla fame di realtà come quelle di Sudan. Mali, Gambia, Guinea, Costa d’Avorio. Uno sgombero che non offre alternative e che non ha risparmiato neanche i migranti che si sono registrati presso l’Oim. Una rimozione forzata che vede il sostegno o quanto meno l’indifferenza dei governi europei e si giova del sostegno finanziario degli accordi sull’immigrazione firmati da Tunisi con la Ue. Quegli accordi che hanno fatto della Tunisia la guardia di Frontiera dell’Europa”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Refugees in Tunisia)
8 aprile. Grecia: inchiesta dell’agenzia Frontex su 12 casi di respingimento
L’agenzia europea Frontex ha disposto una serie di accertamenti su 12 casi di sospetta violazione dei diritti umani da parte della polizia e delle forze di sicurezza greche nei confronti di richiedenti asilo respinti oltre frontiera. Le indagini sono condotte dall’Ufficio per la tutela dei diritti sulla base di denunce e segnalazioni inoltrate da organizzazioni umanitarie o dalle vittime stesse, provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa. “Due degli episodi in questione si sono verificati nel 2025, nove nel 2024 e uno nel 2023”, ha specificato Chris Borowski, portavoce di Frontex, senza però indicare le località precise e le circostanze. I funzionari della Guardia Costiera e delle forze di polizia greche non hanno rilasciato dichiarazioni, salvo asserire che “il personale opera con un alto senso di responsabilità e nel rispetto delle vite umane oltre che dei diritti”. Nel mese di gennaio, tuttavia, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha riscontrato irregolarità e violazioni da parte della Grecia in almeno un caso registrato al confine terrestre dell’Evros con la Turchia, facendo riferimento, nella sua sentenza, a una “pratica sistematica di respingimenti”. Anche Frontex, peraltro, è stato accusato in passato di complicità in alcuni respingimenti. “La nostra agenzia – ha detto a quest’ultimo proposito Borowski – sta subendo una importante riforma. E’ cambiato il rapporto con gli Stati. Non forniamo più risorse in modo incondizionato. In caso di mancato rispetto dei diritti o di mancata segnalazione delle violazioni, il cofinanziamento può essere negato”.
(Fonte: Ekathimerini, Politico)
8-9 aprile. Maliano diciassettenne respinto in Bielorussia: ignorata la Cedu
Un ragazzo maliano è stato respinto dalla Polonia in Bielorussia ignorando anche una sentenza specifica della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (Cedu). Rintracciato lunedì 7 aprile da alcuni volontari vicino al confine, nella zona di Bialowieza, il giovane era in uno stato di totale sfinimento, tanto da dover essere trasportato d’urgenza nell’ospedale di Hajnowka. “Era così confuso – hanno riferito i volontari – da non sapere nemmeno se si trovava in Polonia o no: abbiamo dovuto rassicurarlo più volte”. Appena si è ripreso ha detto di avere 17 anni, di aver vagato per dieci giorni nella foresta lungo la frontiera, di essere stato sorpreso e picchiato da uomini in divisa e di voler chiedere asilo, firmando una procura per essere assistito nella domanda presso le autorità polacche. Nella tarda mattinata di martedì, dimesso dall’ospedale, è stato mandato subito a Bialystok, su disposizione della polizia, per un esame radiografico delle ossa, ritenuto necessario per verificarne l’età, in mancanza di un passaporto. L’avvocato che gli avevano procurato i volontari, non è stato informato: ha saputo del provvedimento quasi per caso, quando ha inviato dei documenti al comando di polizia locale, a Bialowieza, chiedendo informazioni sul ragazzo. Temendo che, come è già accaduto, che si stesse in realtà già predisponendo un respingimento, il legale, in via cautelativa, ha chiesto alla Corte Europea di Strasburgo una misura di tutela provvisoria. La sentenza della Cedu, che vietava alle autorità polacche di espellere il ragazzo in Bielorussia, è arrivata verso le 18,30 ed è stata subito girata via e-mail al comando di polizia. Lo stesso avvocato, subito dopo la mail, ha telefonato ma l’ufficiale di turno si è rifiutato di fornire informazioni. Poi, la mattina dopo, mercoledì 9 aprile, quando ha chiesto di nuovo spiegazioni, ha appreso che il ragazzo era stato deportato in Bielorussia perché – gli hanno detto – “la decisione della Corte è arrivata con 20 minuti di ritardo”. Nella stessa giornata di mercoledì, contattato dai volontari del gruppo di frontiera, il ragazzo ha raccontato di essere stato picchiato dagli agenti polacchi, prima di essere costretto a varcare la recinzione al confine. “Credo – ha specificato – che mi abbiano fratturato un dito a un piede…”.
(Fonte: Grupa Granica)
16 aprile. La Finlandia proroga la chiusura del confine con la Russia
La Finlandia ha deciso di prorogare a tempo indefinito la chiusura dei valichi lungo tutti i 1.340 chilometri di frontiera con la Russia come misura contro l’arrivo di profughi e migranti. Il blocco totale, entrato in vigore nel dicembre 2023, doveva essere temporaneo anche se di lunga durata, ma dopo quasi quindici mesi il Governo ha deciso di renderlo di fatto permanente. “La decisione – ha specificato infatti il ministro della difesa – rimarrà in vigore fino a nuovo avviso”. Resta in vigore anche la legge che dal mese di luglio 2024 consente alle guardie di frontiera di respingere con la forza i migranti che cercano di entrare dal confine con la Russia, impedendo loro di presentare la domanda di asilo, senza considerare le condizioni individuali delle persone e contravvenendo dunque il principio del non refoulement. In teoria, infatti, la normativa prevede eventuali eccezioni per persone ritenute in situazioni vulnerabili o a rischio se rimandate nel paese di provenienza, ma per valutare questo genere di situazioni occorrono personale specializzato e tempo, due condizioni che da quando la legge è entrata in vigore non si sono in pratica mai avute. Inascoltate le proteste e le contestazioni sollevate contro questi provvedimenti da varie Ong e organizzazioni. In particolare dal Finnish Refugee Advice Centre e Amnesty International, che hanno rilevato, tra l’altro, come buona parte dei profughi che si presentano alla frontiera finlandese arrivano da situazioni di grave crisi come la Somalia, la Siria, il Kurdistan, l’Afghanistan. Il Governo ha “giustificato” queste restrizioni accusando la Russia di favorire l’immigrazione verso la Finlandia per destabilizzare il Paese e anzi l’Intera Unione Europea. Un’affermazione che stride con le cifre: nel 2023 sono arrivati in Finlandia meno di 1.300 profughi/migranti e nei primi mesi del 2024 l’afflusso era in calo. Un aumento, ma limitato ad alcune centinaia di casi, si è avuto solo nella seconda parte dell’anno.
(Fonte: Anadolu Agency, Daily Sabah, Melting Pot, Euronews, Europatoday)
17-18 aprile. Libia. Barca di migranti bloccata a raffiche di mitra
La Guardia Costiera libica l’ha presentata come una operazione di soccorso a una barca partita dalla Cirenaica sulla rotta per la Grecia e rimasta alla deriva al largo di Al Barda’s Island, a ovest di Tobruk: tratti in salvo 64 migranti bengalesi, egiziani e sudanesi. La Ong Refugees in Libya ha denunciato che, come in numerosi altri casi, si è trattato invece di una cattura in mare e di un conseguente respingimento in Libia condotto con estrema violenza, incluse raffiche di mitra per bloccare la barca. Quando l’hanno intercettata, ha riferito la Ong, “i miliziani, armati di fucili kalashnikov, hanno manovrato pericolosamente compiendo alcuni giri intorno alla barca a forte velocità, gridando alle persone a bordo di spegnere il motore. Anziché prestare aiuto hanno sparato proiettili veri, terrorizzando tutti e mettendo a rischio vite già in pericolo. E non si tratta di comuni criminali. Quegli uomini armati che non hanno esitato a sparare fanno parte delle milizie ufficiali o semi-ufficiali che beneficiano dei finanziamenti dell’Unione Europea. Finanziamenti concessi con il pretesto del controllo delle frontiere e della gestione dell’immigrazione. Questo genere di interventi non servono a salvare vite umane. Al contrario, sono atti di terrorismo contro i migranti compiuti da milizie che ricevono dalla Ue equipaggiamenti e legittimità politica e agiscono nella più totale impunità, sapendo che nessuno chiederà conto del loro agire”.
(Fonte: Refugees in Libya)
17-19 aprile. Libia. Altri video di migranti torturati
Si moltiplicano i video che testimoniano le torture subite dai migranti da parte dei trafficanti che li hanno sequestrati in Libia per sollecitare ai familiari il pagamento del riscatto. Gli ultimi, diffusi come diversi altri dalla Ong Refugees in Libya, riguardano due ragazze etiopi minorenni. La più giovane ha appena 15 anni. Dall’agosto del 2024 è prigioniera a Bani Walid , 170 chilometri a sud est di Tripoli. La guerra e i conflitti etnici che sconvolgono l’Etiopia le hanno portato via entrambi i genitori. Rimasta orfana le hanno offerto un lavoro in Sudan. In realtà era una trappola di una banda di trafficanti, che a Khartoum l’hanno sequestrata e portata in Libia, dove è diventata una schiava sessuale. Le immagini la mostrano mentre, incaprettata con braccia e gambe legate dietro la schiena, viene frustata ferocemente. L’altra ragazza è Hani Haaram Hasan, 16 anni, etiope di etnia oromo. Deportata a causa della guerra in un campo profughi, è fuggita ad Addis Abeba dove le hanno promesso un lavoro a Dubai. E’ stato l’inizio dell’inferno: anziché negli Emirati l’hanno portata prima in Sudan e poi in Libia, dove è stata stuprata e torturata per mesi. Per rilasciarla volevano quasi 6 mila euro, una cifra che la sua famiglia non è stata in grado di pagare. Le violenze sono continuate fino a quando gli aguzzini si sono convinti che non avrebbero mai ottenuto il riscatto e che la ragazza, ormai allo stremo, non valeva più nulla nemmeno come schiava sessuale. Così l’hanno abbandonata in una strada di Tripoli. Come un rifiuto. Sono mesi che vengono pubblicati video che testimoniano questi orrori. Senza alcuna reazione da parte dell’Italia e della Ue, che continuano a collaborare con il governo di Tripoli e a respingere i migranti in Libia. “L’Europa e in particolare l’Italia – denuncia senza mezzi termini Refugees in Libya – hanno le mani sporche di sangue nelle vicende libiche”.
(Fonte: Refugees in Libya, Fanpage)
24 aprile. “Respingimenti, deferire la Grecia alla Corte di Giustizia Ue”
Frontex ha confermato che la Grecia conduce sistematicamente respingimenti di massa contro i migranti, violando il diritto internazionale. E’ quanto emerge da una intervista rilasciata al periodico Politico da Jonas Grimheden, responsabile dei diritti fondamentali dell’agenzia, specificando che Frontex ha di fronte due opzioni: sospendere la sua missione in Grecia oppure chiedere alla Commissione europea di avviare un procedimento di infrazione contro Atene. E poi, entrando di più nel merito, ha precisato: “Se Frontex dovesse lasciare la Grecia non ci sarebbe più alcun modo per sapere come le autorità stanno affrontando l’arrivo dei migranti. L’agenzia, infatti, garantisce il monitoraggio e la trasparenza. Tuttavia, ci deve essere una sorta di punizione: la Commissione potrebbe avviare un’azione legale davanti alla Corte di Giustizia Ue”. Questa presa di posizione di Frontex nasce in particolare da una serie di gravi episodi, come la morte di 7 migranti al largo di Lesbo. Non solo. La Corte Europea per i Diritti Umani ha a sua volta contestato alla Grecia di praticare respingimenti di massa sistematici già nel mese di gennaio, facendo riferimento ad almeno 13 casi. “La Grecia – ha concluso Grimheden – rimane il nostro più grande problema in termini di diritti umani”.
(Fonte: Ekathimerini, Anadolu Agency, Daily Sabah)
27 aprile. Ronde contro i migranti e oppositori in galera nella Tunisia “sicura”
“Ronde armate di coltelli e bastoni danno la caccia ai migranti, aggredendoli e pestandoli a sangue”: lo ha denunciato la Ong Refugees in Libya, pubblicando anche un video che mostra l’assalto in gruppo a un paio di giovani subsahariani. L’agguato documentato dal filmato è avvenuto a Bar Lazrag, una località costiera 15 chilometri a est di Tunisi ma – avverte la Ong – precedenti analoghi si sono registrati più volte e sono ormai la “norma” a Sfax e sulla costa più a nord, fino a El Amra, dove si concentrano i campi improvvisati di tende e baracche abitati dai migranti in attesa di trovare il modo di imbarcarsi o bloccati e in mare e riportati indietro sulla rotta per Lampedusa. Le forze di polizia, aggiunge sempre Refugees in Libya – non fanno nulla per fermare queste violenze e arrestare i responsabili. Non una parola anche da parte della Ue, per la quale, anzi, quanto sta accadendo a profughi e migranti sembra del tutto “normale”, tanto da inserire la Tunisia nella lista dei “paesi d’origine sicuri”. Di più. Un altro segnale preoccupante di quale sia attualmente lo stato di diritto in Tunisia è arrivato dal processo farsa contro la scrittrice e attivista per i diritti Chaima Issa e altre figure di spicco dell’opposizione tra cui politici, diplomatici, avvocati, esponenti della società civile. Chaima è stata condannata a 18 anni di carcere per “cospirazione contro la sicurezza dello Stato”; gli altri imputati a pene variabili fra i 13 e i 66 anni. “Il governo tunisino ha usato la detenzione arbitraria e i procedimenti giudiziari politici per intimidire e mettere a tacere i critici”, ha spiegato il gruppo di difesa internazionale di Human Rights Watch. “Il verdetto è una parodia della giustizia e illustra il completo disprezzo delle autorità per gli obblighi internazionali in materia di diritti umani”, ha aggiunto Amnesty International. La Commissione Europea ha proposto la lista dei “paesi sicuri” appena 3 giorni dopo le condanne politiche di massa e 10 giorni prima della nuova, documentata denuncia dei soprusi quotidiani subiti dai migranti con una escalation costante negli ultimi due anni. Come se nulla fosse.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Infomigrants)
28 aprile. Polonia. Diritto d’asilo sospeso: aumentano Sos e migranti “spariti”
“E’ trascorso un mese dall’entrata in vigore della legge che in Polonia ha sospeso il diritto di asilo: in tutto questo periodo dal confine con la Bielorussia abbiamo ricevuto decine di richieste di assistenza umanitaria e soprattutto si è registrato un numero crescente di segnalazioni di persone scomparse”: è un vero e proprio atto d’accusa contro il Governo di Varsavia il primo bilancio della Ong Grupa Granica sul provvedimento fortemente voluto dal premier Donald Tusk, con il sostegno del Parlamento, nonostante gli appelli sottoscritti da tutte le organizzazioni umanitarie e da centinaia di giuristi e uomini di cultura. “Finché le persone avranno bisogno di assistenza umanitaria dopo i valichi noi saremo al confine con la Bielorussia – hanno aggiunto i volontari di Grupa Granica – Alla frontiera, infatti, la situazione è sempre più difficile. Il Governo ha di fatto legalizzato la sofferenza e la violazione dei diritti umani, ma non ha fermato i flussi. Le persone in cerca di un futuro migliore e più sicuro attraverseranno ogni muro, mare o confine, per quanto possano essere pericolosi”. Preoccupa in particolare il numero crescente dei migranti scomparsi: c’è da pensare che si siano moltiplicati i respingimenti sommari ad opera della polizia. Il tempo dirà se sono aumentate o aumenteranno anche le vittime.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
28 aprile. In Europa 142 incriminati per aver aiutato migranti
Nel corso del 2024 almeno 142 attivisti, volontari e difensori dei diritti umani hanno dovuto affrontare un procedimento giudiziario, in uno dei paesi dell’Unione Europea, per azioni di sostegno e aiuto nei confronti di migranti e richiedenti asilo. Le incriminazioni riguardano sempre gesti di semplice solidarietà come aver acquistato e donato biglietti ferroviari a un gruppo di rifugiati siriani in transito dal nord al sud Italia a aver fornito acqua, cibo e un passaggio a una famiglia irachena con sette figli in Polonia. E’ quanto risulta dal conto che da quattro anni tiene la Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti senza documenti (Picum), una rete di 160 Ong con sede a Bruxelles che opera in 32 paesi. L’ultimo aggiornamento è stato diffuso lunedì 28 aprile. La “serie storica” evidenzia un incremento del fenomeno: tra il gennaio 2021 e il marzo 2022 si sono registrati 89 casi di persone accusate, incriminate o condannate; 102 nell’intero 2022 saliti poi a 117 nel 2023. Il totale aumenta anche perché i casi giudiziari rimasti aperti rientrano nel conteggio dell’anno successivo, fino alla conclusione dei procedimenti, che in genere si protraggono per lunghissimo tempo. A registrare il numero più elevato di persone criminalizzate pe run gesto di solidarietà è la Grecia, con ben 62 casi. Seguono l’Italia (29), la Polonia e la Francia con 17 ciascuna e la Bulgaria (11). Ampio servizio sul quotidiano Avvenire: https://www.avvenire.it/economia/pagine/rapporto-picum-criminalizzazione-aiuto-migrant
(Fonte: Avvenire)
1 maggio. Libia, trafficanti: polizia inerte o complice. La Ue continua a tacere
Mahmoud è un giovane profugo etiope finito nelle mani dei trafficati di uomini in Libia. La sua storia è una delle più emblematiche dell’inerzia o addirittura della complicità delle autorità libiche sul traffico dei migranti e di come la Ue sia disposta a chiudere gli occhi di fronte a questa realtà in cambio del blocco a qualsiasi costo dei flussi migratori verso l’Europa. Fuggito dall’Etiopia, Mahmoud è arrivato in Libia verso la fine del mese di marzo. Entrato dal Sudan, è stato catturato a Kufra e rinchiuso nel magazzino-prigione di una organizzazione di trafficanti. Pochi giorni dopo i sequestratori lo hanno trasferito in camion, insieme ad altri 180 prigionieri circa, in un altro magazzino-lager. Un viaggio non breve, fatto presumibilmente con più camion o a più riprese. Nel nuovo centro di detenzione è stato torturato a lungo e alla famiglia è iniziata ad arrivare una serie di video per sollecitare il pagamento, attraverso una banca in Etiopia, degli 11 mila dollari di riscatto richiesti per rilasciarlo. Riassumendo. Le telefonate alla famiglia di Mahmoud sono state fatte da diversi cellulari ma tutti intestati a cittadini libici. Le prigioni dei trafficanti finora sono risultate sempre ricavate in fattorie isolate o in magazzini di proprietà di cittadini libici. Gli spostamenti dei prigionieri da una prigione all’altra, come quello di Mamhoud, vengono fatti in camion e interessano decine e decine di persone tutte insieme: un movimento che, specie in aree poco popolate come Kufra, non può sfuggire alle pattuglie di polizia. E infine, nel caso specifico, è stato indicato per il pagamento addirittura un normale canale bancario. “E’ difficile credere che tutto questo possa verificarsi senza l’indifferenza o addirittura la copertura delle autorità libiche” ha denunciato la Ong Refugees in Libia. Non è la prima denuncia di questo genere. Già altre volte l’Unione Europea è stata sollecitata a chiedere conto al Governo di Tripoli della strana impunità di cui sembrano godere i trafficanti. Ma ogni volta queste sollecitazioni sono cadute nel vuoto. Anzi, sono anni che l’Italia e la Ue mostrano “riconoscenza” alla Libia per la sua attività di blocco dei flussi. A terra e in mare.
(Fonte: Refugees in Libya)
1-2 maggio. Tunisia: ai migranti vietato ricevere denaro, lavorare, avere casa
Il governo tunisino ha deciso di vietare ai migranti privi di documenti di ricevere denaro, di lavorare, di avere un alloggio. L’obiettivo appare evidente: spingerli in una condizione di estrema povertà e invivibilità al punto da costringerli ad abbandonare il paese. La norma vale anche per chi fugge da guerre, persecuzioni, situazioni di crisi estreme. Nessuna distinzione tra i migranti “stanziali” e le migliaia bloccati in attesa di un imbarco verso l’Europa o quelli intercettati in mare dalla Guardia Costiera e costretti a rientrare in Tunisia. Le prime restrizioni sono iniziate nel luglio del 2023 con la giustificazione della lotta ai trafficanti di esseri umani, specialmente nella zona di, quale sono più frequenti gli imbarchi, ma con i nuovi provvedimenti l’embargo è diventato totale, creando di fatto un nuovo, enorme “muro” alla frontiera europea mediterranea. “La vita per i migranti è diventata impossibile. Nonostante le restrizioni del 2023, finora sono stati in grado di cavarsele attraverso agenzie come Money Gram o Western Union, al cui si potevano rivolgere mostrando il passaporto a prescindere dalla loro situazione amministrativa. Adesso non è più così: per prelevare il denaro occorrono documenti adeguati”, ha spiegato Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes). E al “divieto bancario” si è aggiunta la proibizione ai tunisini di impiegare in un qualsiasi lavoro i sub-sahariani privi di documenti o di affittare loro un appartamento, mentre contemporaneamente la polizia sta smantellando i campi improvvisati nei quali i migranti sono stati costretti per trovare un minimo di riparo. “Il governo – ha concluso il Forum Tunisino – vuole stabilire una forma di apartheid: oltre a non poter più trovare un alloggio, a non poter lavorare e a non poter ricevere denaro dalle loro famiglie, i migranti non possono neanche essere più avvicinati dalle Ong, che anzi sono state espulse dalla Tunisia”. Quasi in contemporanea con questa ulteriore “stretta”, due eurodeputati italiani, Giorgio Gori (Pd) e Roggero Razza (Forza Italia), in un incontro con il presidente del Parlamento tunisino Ibrahim Boderbela, hanno pensato bene – come ha denunciato l’ex parlamentare e dissidente tunisino Maidi Karbai, costretto all’esilio – di esprimere apprezzamento e ringraziamenti al premier Saied “per gli sforzi della Tunisia nel ridurre la migrazione irregolare verso l’Europa”. In sostanza, per la sua “politica” sui migranti nonostante l’evidente matrice razzista che la caratterizza.
(Fonte: Infomigrants, L’Unità, sito web Majdi Karbai dissidente tunisino)
6 maggio. Respingimenti alle frontiere: la Grecia di nuovo sotto accusa
Nonostante abbia sempre negato le accuse e benché si sia registrata una diminuzione dei casi negli ultimi mesi, la Grecia è stata di nuovo chiamata in causa per i respingimenti di profughi e migranti alle frontiere con la Turchia, sia in mare che lungo la linea dell’Evros. A chiamarla in causa è stato Michael O’Flaherty, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, sulla base della visita fatta in Grecia nel mese di febbraio, durante la quale ha raccolto numerose testimonianze, poi raccolte in un memorandum, su quelli che ha definito “rimpatri sommari” o “rimpatri forzati informali” che possono esporre le vittime a gravi rischi, ribadendo che le richieste e le situazioni dei migranti che si rivolgono all’Unione Europea vanno esaminate caso per caso. “Il rimpatrio di persone senza effettuare una procedura di identificazione individuale – ha infatti dichiarato – impedisce agli Stati Ue di stabilire se rimandandole indietro possano subire violazioni dei diritti umani”. O’Flaherty, avendo trattato specificamente il “caso Grecia”, non ne ha fatto cenno, ma lo stesso principio vale ovviamente per i respingimenti di massa “su commissione” effettuati dalla Libia e dalla Tunisia per conto dell’Italia e di Malta.
(Fonte: Associated Press)
6-7 maggio. Migranti catturati in mare e rinchiusi nel lager di Zawiya, 2 morti
Catturati dalla Guardia Costiera libica, 130 profughi/migranti sono finiti nel centro di detenzione di Zawiya, uno dei lager gestiti dal generale Almasri, il criminale arrestato in gennaio a Torino su mandato di cattura della Corte Penale dell’Aia ma subito scarcerato e accompagnato in Libia dal governo italiano con un aereo di Stato. Durante o subito dopo le operazioni di blocco e respingimento in mare – condotte da una delle motovedette cedute dall’Italia nel contesto degli accordi che hanno delegato alla Libia il ruolo di gendarme contro i flussi migratori nel Mediterraneo centrale – due ragazze sono morte. La tragedia, accaduta il 2 maggio, è stata raccontata quattro giorni dopo, il 6 maggio, da un’altra ragazza, Fatima Ibrahim, una profuga etiope che era sul barcone intercettato insieme alla sorella Rakuya e ai loro bambini e che è riuscita a mettersi in contatto dal lager con la Ong Refugees in Libya. Secondo la sua testimonianza, il barcone, salpato da Sabratha, aveva appena superato il limite delle acque territoriali entrando in quelle della zona Sar gestita da Tripoli quando è stato raggiunto dalla motovedetta che, per fermarlo, non avrebbe esitato a sparare. Colpito da una sventagliata di proiettili, il motore ha preso fuoco e una ragazza, investita dalle fiamme, è morta poco dopo per le ustioni. Subito dopo, i 130 migranti sono stati costretti a trasbordare sulla motovedetta e, una volta sbarcati a Zawiya, condotti sotto scorta al centro di detenzione. E’ in questa fase che è morta la seconda ragazza, forse anche lei per le ferite riportate al momento del blocco in mare. In quel lager, conosciuto come “Osama Prison”, si calcola che con l’arrivo degli ultimi 130, siano detenuti oltre 250 migranti, tra cui un centinaio di donne e bambini. Nei giorni successivi Fatima, eludendo la sorveglianza delle guardie, ha inviato un video girato con il cellulare alla Ong Refugees in Libya per chiedere aiuto, ricostruendo quanto è accaduto. La Ong, a sua volta, ha diffuso sul web il filmato, che è stato rilanciato anche dalla Ong italiana Mediterranea Saving Humans con il testo completo dell’appello: “Mi chiamo Fatima Ibrahim e mi trovo nella prigione di Zawiya, in Libia. Qui stiamo affrontando una situazione molto difficile. Sono detenuta con i miei figli minorenni e sono stata arrestata in mare. Ci appelliamo a tutte le persone interessate affinché ci aiutino. Quello che ci è successo in mare ha superato ogni livello di crudeltà umana. Una ragazza è morta pe rle ustioni e non abbiamo nemmeno recuperato il suo corpo. E un’altra ragazza è morta quando siamo arrivati qui (a Zawiya: ndr) ieri. Viviamo in Libia da molti anni e abbiamo perso ogni speranza nell’Unhcr. Fuggiamo via mare perché qui soffriamo fame, sete, stupri e violazione dei diritti dei bambini…”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Ong Mediterranea Saving Humans)
7 maggio. Mauritania: oltre 3.000 migranti bloccati ed espulsi
Dall’inizio dell’anno oltre 3.000 migranti sono stati bloccati ed espulsi in Senegal o in Mali dalle forze di polizia della Mauritania nel contesto del piano per il controllo dell’emigrazione verso l’Europa concordato con la Spagna e la Ue nel marzo del 2014 con uno stanziamento di 210 milioni di euro. Si tratta sia di migranti intercettati in mare sulla rotta per le Canarie o fermati al momento dell’imbarco, sia di giovani sorpresi senza documenti di soggiorno nei centri urbani (in particolare a Nouakcott o a Nouadibou) e in buona parte rimasti bloccati in Mauritania proprio per non essere riusciti a imbarcarsi. Secondo le accuse e le proteste di varie Ong e degli stessi governi maliano e senegalese, nel corso delle operazioni di arresto ed espulsione si sarebbero verificati anche numerosi episodi di violenza da parte della polizia. Particolarmente duro, in proposito, il giudizio delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno parlato di “azioni brutali” e contestato alla Mauritania di agire come “poliziotto per l’Unione Europea” nel tentativo di impedire la migrazione verso nord. Facendo il punto sulla situazione, il ministro dell’interno Mohamed Ahmed Ouk Lemine non ha fatto cenno a queste espulsioni e annunciando di aver sventato oltre 60 tentativi di imbarco nella sola zona di Nouakcott non ha specificato che fine abbiano fatto le centinaia di migranti fermati.
(Fonte: Infomigrants)
9 maggio. Samo: abbandonati in mare 44 profughi (22 bambini) afghani
Un gruppo di 44 profughi (tra cui 22 bambini), in massima parte afghani, intercettati al largo di Samo, sono stati deportati dalla Guardia Costiera greca nelle acque turche e abbandonati in mare. Il respingimento di massa, avvenuto il primo maggio, è stato ricostruito nei giorni successivi dalla Ong norvegese Aegean Boat Report, che il 9 maggio ha poi pubblicato una precisa documentazione sul web, corredata di mappe e fotografie. Partita dalla costa turca, la barca dei 44 profughi era già ampiamente nelle acque di Samo quando è stata intercettata da una motovedetta greca che ha accostato. Subito dopo, usando lunghi bastoni, uomini in divisa hanno danneggiato il motore, rendendolo inservibile. Dalla barca, oltre ad avvisare il servizio d’emergenza 112, si sono messi in contatto con Aegean Boat Report, inviando anche immagini e filmati. La motovedetta intanto si è un po’ allontanato, rimanendo però sul posto: grazie alle foto, è stata identificata come una Lambro 57 con le insegne della marina greca. Per seguire l’evoluzione dei fatti la Ong ha subito chiamato la Guardia Costiera di Samo, la quale ha però risposto di non avere notizia della barca dei profughi e quando è stato fatto notare che più filmati e foto testimoniavano la presenza in loco di una sua unità, ha chiuso le comunicazioni. La situazione si è protratta fino alle 10 del mattino quando dalla barca hanno comunicato che la motovedetta si stava di nuovo avvicinando e sembrava sul punto di prestare finalmente i soccorsi necessari. Poco dopo le comunicazioni si sono interrotte e la Ong non è stata più in grado di ristabilirle, ma in base ai dati di un telefono satellitare sembrava che il gruppo venisse condotto verso Samo. Alcune ore più tardi si è però scoperto che, anziché sbarcarli a Samo, la motovedetta, dopo aver preso a bordo i 44 profughi, li ha costretti ad ammassarsi su due zattere di salvataggio che sono state portate oltre il limite delle acque territoriali greche, dove sono state poi trovate e soccorse dalla Guardia Costiera turca. La notizia della scoperta delle due zattere abbandonate in mare è stata data dalle autorità turche. Che si tratti dello stesso gruppo non ci sono dubbi, come dimostra, a parte il numero dei profughi, il confronto tra le foto scattate nel mattino dagli stessi naufraghi e quelle fatte dalla Guardia Costiera turca durante i soccorsi.
(Fonte: Aegean Boat Report)
9-10 maggio. Cipro: bloccati in mare e respinti in Siria 22 profughi
Ventidue profughi in difficoltà nelle acque di Cipro anziché essere soccorsi sono stati bloccati e respinti in Siria dalla Guardia Costiera. Non è chiaro se siano partiti dal Libano o dalla Siria. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino di venerdì 10, quando erano ormai in prossimità della costa sud di Cipro, hanno segnalato che la barca si era bloccata ad alcuni familiari i quali, a loro volta, hanno girato la richiesta di aiuto ad Alarm Phone. La Ong non è riuscita a contattare il gruppo di profughi ma ha subito comunicato l’emergenza alla centrale Ircc cipriota. “La Guardia Costiera di Cipro ci ha risposto più volte che li stavano cercando – ha denunciato sul web Alarm Phone – ma proprio mentre ci davano queste rassicurazioni abbiamo appreso dai familiari che una motovedetta aveva intercettato la barca dei migranti costringendola a far rotta verso la Siria. Eppure la Siria non è un paese sicuro. E’ stata ancora una volta una violenza contro persone in cerca di salvezza”.
(Fonte: Alarm Phone)
11 maggio. Cipro: 37 profughi consegnati alla Guardia Costiera siriana
Erano quasi arrivati a Cipro quando la loro barca ha avuto un’avaria ed ha cominciato a imbarcare acqua: la Guardia Costiera cipriota li ha soccorsi ma anziché sbarcarli li ha consegnati alla Guardia Costiera Siriana. E’ il secondo respingimento in mare di profughi effettuato dalla Marina di Cipro nell’arco di 24 ore dopo quello della mattina di venerdì 10 contro 22 persone. In questo caso le vittime sono 37. La vicenda è stata ricostruita da Alarm Phone, che ha intercettato la richiesta di aiuto lanciata dai profughi sulla barca in avaria e l’ha immediatamente segnalata alla centrale Ircc. In quel momento la barca si trovava qualche miglio a est di Larnaca. Alla segnalazione non sono seguite risposte da parte della Guardia Costiera. “Solo dopo ore di insistenza – ha denunciato la Ong – ci hanno finalmente confermato che era in corso un’operazione di ricerca. Poi, però, abbiamo appreso che era stata fatta intervenire la Guardia Costiera siriana e che l’intero gruppo di profughi era stato respinto e costretto a rientrare in Siria, nel posto cioè da cui aveva tentato di fuggire”.
(Fonte: Alarm Phone)
12 maggio. Cipro, profughi: accordo con la Siria per i respingimenti
Il governo cipriota ha firmato un accordo di cooperazione con il regime di transizione siriano guidato Al Sharaa che prevede la cattura e il respingimento in mare dei profughi che cercano di arrivare a Cipro per chiedere asilo. La decisione è venuta alla luce dopo il blocco delle ultime due barche intercettate nelle acque a est di Larnaca, rispettivamente il 9 e il 10 maggio, con a bordo circa 60 persone, incluse donne e bambini. In entrambi i casi i profughi, pur essendo arrivati in prossimità dell’isola, sono stati fermati da unità della Guardia Costiera cipriota e poi consegnati a motovedette arrivate dalla Siria, che li hanno sbarcati nel porto di Tartus. L’obiettivo di Nicosia – ha scritto il quotidiano Cyprus Mail – è quello di dissuadere i profughi/migranti a salpare per Cipro; quello Al Sharaa di “migliorare l’immagine del paese e ottenere la revoca delle sanzioni imposte durante il regime di Assad”. La figura di Al Sharaa, tuttavia, è quanto meno controversa. Nel 2003, con il nome di battaglia di Abu Muhammad, si è unito al gruppo terrorista di Al Qaida in Iraq salvo confluire poi nelle file dell’Isis, da cui è stato inviato in Siria per creare il fronte Al Nusra, con l’obiettivo di combattere il regime di Bashir Assad. Nel 2013 si è separato dal leader dell’Isis Al Baghdadi, rientrando in Al Qaida sotto la guida del nuovo leader del movimento, Ayman al Zawahiri. Dopo tre anni, nel 2016, ha promosso la separazione del fronte Al Nusra da Al Qaida e insieme ad altre formazioni islamiste ha contribuito a fondare il Governo di Salvezza Siriano, ottenendo un supporto internazionale crescente. Particolarmente evidente il sostegno della Turchia di Erdogan fino al novembre 2024 quando ha guidato l’offensiva che ha portato alla caduta del regime di
Assad. Da allora ha cercato di mostrarsi come un leader moderato in grado di guidare la “nuova Siria” ma il suo nome figura tuttora nella lista dei terroristi redatta dagli Stati Uniti (nella quale è stato inserito il 16 maggio 2013), anche se il 21 dicembre 2024 è stata abolita la taglia di 10 milioni di dollari imposta su di lui dal Dipartimento di Stato americano. Questi precedenti e la situazione tutt’altro che risolta della crisi siriana non sembrano tuttavia essere stati di ostacolo per il governo di Cipro. Di tutt’altro parere è invece l’Unhcr che, ribadendo una dichiarazione rilasciata il 14 marzo in occasione di altri respingimenti, ha affermato di non ritenere che la Siria soddisfi attualmente le condizioni necessarie di tutela “per i cittadini che tentano di partire”.
(Fonte: Cyprus Mail)
15 maggio. Tunisia: 48 migranti bloccati in mare e deportati nel deserto
Quarantotto migranti che stavano cercando di fuggire dalla Tunisia sono stati bloccati in mare dalla Guardia Costiera tunisina sulla rotta per Lampedusa. Condotti a terra, i familiari hanno perso con loro ogni contatto ma hanno riferito alla piattaforma Aklarm Phone che tutto lascia pensare che, consegnati alla polizia dopo lo sbarco, siano stati deportati a sud, verso il confine con l’Algeria e abbandonati nel deserto.
(Fonte: Alarm Phone)
17 maggio. Germania: moltiplicati i respingimenti alla frontiera.
Le nuove norme sui controlli alla frontiera volute dal ministro dell’interno Alexander Dobrindt, che assegnano un ampio mandato alla polizia sui respingimenti, hanno blindato la Germania. Nel giro di appena sette giorni dall’entrata in vigore risultano 739 i profughi/migranti bloccati e rimandati indietro, con un aumento del 45 per cento rispetto ai 511 della settimana precedente. “La politica migratoria in Germania è cambiata e i controlli funzionano”, ha commentato il ministro. Ma tra i respinti ci sono anche 32 delle 51 persone che avevano espresso il desiderio di chiedere asilo. Ne consegue che è stata conferita alla polizia l’autorità di decidere a priori, di fatto, la sorte di persone almeno potenzialmente in pericolo o in fuga da gravi situazioni di crisi. E’ un aspetto controverso se non in aperto contrasto con le norme dell’Unione Europea. Il Governo lo ha “giustificato” facendo appello al diritto nazionale di “proteggere le frontiere”. Ma la base legale per il respingimento dei richiedenti asilo alla frontiera rimane poco chiaro, come hanno sottolineato sia i partner Spd della coalizione di governo sia la forte opposizione del Partito Verde. Il deputato verde Marcel Emmerich, in particolare, ha parlato di “affronto agli standard legali”, affermando che i richiedenti asilo, specie se in fuga dalla guerra, hanno diritto a un procedimento specifico, l’esatto opposto di rifiuti o respingimenti generali, peraltro decisi dalla polizia di frontiera.
(Fonte: Infomigrants)
20 maggio. Agadez. Condizioni critiche e proteste vietate nel centro Italia-Ue
Condizioni igieniche critiche, carenze alimentari, nessuna assistenza medico-sanitaria: è quanto accade nel centro umanitario di Agadez, in Niger, la “porta del Sahara”. Contro questa situazione stanno protestando pacificamente da quasi 250 giorni migliaia di profughi e migranti. Aperta nel 2017-2018 a 15 chilometri da Agadez, in pieno deserto, con finanziamenti stanziati dall’Italia e dall’Unione Europea e gestita dall’Unhcr, la struttura ospita migliaia di persone: rifugiati e richiedenti asilo arrivati da zone di guerra come il Sudan ma anche in fuga da disastri ambientali o dagli sconvolgimenti economico-sociali provocati ad esempio dal land grabbing. Secondo i programmi annunciati, sarebbe dovuta essere la base per reinsediamenti in altri paesi, inclusi alcuni Stati europei. In realtà è diventata un limbo dove confinare migliaia di disperati, impedendo che raggiungano l’Europa. Molti sono lì da anni. Altri sono vittime dei respingimenti effettuati, in terra e in mare, su mandato degli accordi con la Ue, dalla Libia, dalla Tunisia e dall’Algeria, che da sola ha deportato in Niger oltre 5 mila persone dall’inizio dell’anno e più di 30 mila nel corso del 2024. La protesta, condotta giorno per giorno con sit-in pacifici nel centro di Agadez, con la partecipazione anche di donne e bambini, è stata organizzata per attirare l’attenzione della comunità internazionale, sottolineando come vengano sistematicamente violati i diritti umani e chiedendo di garantire condizioni di vita dignitose nel campo, ma soprattutto soluzioni di accoglienza durevoli in altri paesi come del resto era stato promesso. Tutti gli appelli sono rimasti senza ascolto. Anzi, ora le autorità di governo hanno messo al bando ogni forma di protesta, anche se condotta in modo pacifico. Ci sono stati interventi della polizia ed arresti mentre la Commission Nazionale d’Eligibilité (Cne), l’ente governativo che determina lo status di rifugiato e gestisce le richieste di asilo, ha deciso di sciogliere tutti gli organi creati dai movimenti dei rifugiati e di vietarne la ricostituzione, avvertendo che se qualcuno se ne dichiara portavoce verrà immediatamente arrestato. A questo primo provvedimento è seguito l’avviso, sempre da parte della Cne, che “il beneficio dello status di rifugiato può essere revocato a qualsiasi persona, in particolare se ritenuta colpevole di aver compromesso l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale”. Di più: “Il fatto stesso che un rifugiato o un richiedente asilo si comporti o agisca come membro di un comitato presso il Centro umanitario costituisce un rifiuto di ottemperare alle leggi e può comportare la revoca dello status”, con il conseguente arresto ed espulsione. Peggio ancora è “organizzare o partecipare a manifestazioni di qualsiasi tipo all’interno del centro”. Nonostante i ripetuti appelli, silenzio totale da parte dell’Oim e dell’Unhcr. Ancora più assordante il silenzio dell’Unione Europea e soprattutto dell’Italia (principale artefice dell’apertura del centro), che continuano a finanziare e ad esprimere gratitudine ai paesi del Nord Africa i quali, con i loro respingimenti indiscriminati, riempiono costantemente il centro di Agadez e non solo. A prescindere dalla sorte dei disperati respinti.
(Fonte: Il Fatto Quotidiano, Refugees in Libya, Alarm Phone Sahara)
21 maggio. Polonia. Prorogato lo stop alle domande di asilo al confine
Il Parlamento polacco ha esteso per altri 60 giorni la sospensione delle domande di asil, entrata in vigore in marzo, per i profughi/migranti in arrivo dalla Bielorussia. La proroga è stata votata il 21 giugno a grande maggioranza: 366 voti favorevoli e soltanto 17 contrari. Sono previste deroghe per alcune categorie con “bisogni speciali”, come bambini, donne incinte, malati bisognosi di cure speciali, persone “a reale rischio di danno” se respinte oltrefrontiera. L’esperienza degli ultimi mesi, tuttavia, dimostra che molto raramente queste “eccezioni” sono davvero applicate e che la sospensione delle domande si traduce di fatto in una serie di respingimenti indiscriminati e spesso violenti. Il primo ministro Donald Tusk ha ribadito che la misura adottata sarebbe necessaria per contrastare quello che ha descritto come “uno sforzo combinato” da parte della Russia e della Bielorussia per destabilizzare l’Europa attraverso la migrazione. Circa 40 gruppi per i diritti umani, gli stessi che fin dall’inizio si sono opposti al provvedimento, hanno contestato che semmai l’Europa viene destabilizzata dal mancato rispetto dei diritti che ne sono il fondamento e che il diritto di chiedere asilo non può essere uno strumento di contrattazione politica. “Non si può parlare di rispettare i diritti umani di coloro che cercano protezione internazionale senza esaminare individualmente la situazione di ogni persona e senza mantenere il divieto di restituirli a un luogo in cui devono affrontare pericoli”, ha dichiarato a proposito dell’asilo il centro di assistenza legale Halina Nie. E Medici Senza Frontiere ha denunciato come le nuove “pratiche di frontiera” espongano i migranti a rischi sempre maggiori. Si calcola che a partire dal 2021 almeno un centinaio di migranti siano morti nella zona di confine con la Bielorussia ma c’è da credere che in realtà le vittime siano molte di più: “Secondo le testimonianze delle famiglie – hanno rilevato diverse Ong – risultano scomparsi nel nulla un numero crescente di migranti che, in fuga da Iraq, Siria ed Egitto, hanno preso la rotta Bielorussia-Polonia”.
(Fonte: Infomigrants)
22 maggio. Italia. Dal primo gennaio 22 navi Ong dirottate in porti lontani
Dall’inizio dell’anno, su disposizione del Governo italiano, risultano 22 le navi umanitarie “dirottate” dalle acque internazionali del Mediterraneo Centrale (zone Sar Libia e Malta) verso porti lontani dalle aree di operazione, come Ravenna o Ancona nell’Adriatico oppure, nel Tirreno, Genova, La Spezia, Marina di Carrara, Livorno, Salerno. Ciò significa che 2.058 migranti, in aggiunta alla già complicata e spesso drammatica traversata su barche di fortuna, sono stati costretti a rimanere in mare fino a quattro giorni in più. Non di rado in condizioni meteomarine difficili. Ma, soprattutto, ciò significa che sono stati persi almeno 171 giorni di operatività nelle aree dove più ce n’è bisogno, moltiplicando i rischi, i naufragi, le morti. Tra le Ong più “colpite” Sos Mediterranee (nave Ocean Viking), Emergency (nave Life Support), Humanity One, Sea Watch. L’obiettivo dichiarato di queste disposizioni sarebbe, secondo il ministero degli Interni, quello di distribuire i migranti salvati su tutto il territorio nazionale, alleggerendo le strutture della Sicilia e della Calabria. E’ stato facile obiettare che, per quanto numerosi, i migranti sbarcati dalle navi Ong sono una netta minoranza e sarebbe stato agevole e più veloce, guadagnando tempo prezioso, trasferirli in varie zone della penisola via terra. Tutto sembra confermare, allora, che in realtà si vogliano colpire le Ong e tenerle lontane dalle aree a rischio per impedire che possano dare testimonianza di quanto accade alle barche e ai gommoni con cui arriva la stragrande maggioranza dei disperati in fuga dalle coste africane.
(Fonte: Avvenire)
22 maggio. Un altro “filmato degli orrori” da un lager in Libia
Suswsii Awal è un profugo etiope, di etnia oromo, appena 1diciassettenne. Se ne erano perse le tracce da quando era entrato in Libia dal Sudan con l’obiettivo di raggiungere la costa per imbarcarsi verso l’Europa. Si è saputo che è da mesi prigioniero in un lager nel sud del paese, verosimilmente nella zona di Kufra, da quando, di recente, alla sua famiglia è arrivata una richiesta di 10 mila dollari di riscatto e, subito dopo, un video girato con un cellulare nel quale Suswsii, inginocchiato e sofferente, chiede disperato ai genitori di trovare il denaro per liberarlo, mentre qualcuno gli sferra violenti colpi di frusta sulla schiena. I familiari non sono riusciti a mettere insieme il denaro: quei 10 mila dollari sono una cifra spaventosa. E allora il padre, nella speranza di trovare aiuto, ha deciso di divulgare il filmato su Tik-Tok e altre piattaforme social. Tra le altre, anche il sito di Refugees in Libya, che ha reso nota la vicenda e diffuso a sua volta quelle immagini terribili, chiedendo alle autorità libiche e internazionali di intervenire. Il Governo di Tripoli non fa che ripetere che la lotta contro i trafficanti di uomini è una priorità ma stranamente a Kufra, una delle “capitali” di questo mercato gestito in gran parte dalle milizie che si spartiscono il potere in Libia, non è mai cambiato nulla. Nel silenzio e nell’indifferenza dell’Italia e dell’Unione Europea, che continuano a collaborare con la Libia e anzi a mostrare “gratitudine” per il ruolo di “gendarme anti immigrazione” che le hanno affidato e che sostengono da anni con finanziamenti, cessione di navi e altri mezzi, assistenza tecnica, accordi internazionali.
(Fonte: Refugees in Libya)
24-25 maggio. Sar Libia, ritardi e caos nei soccorsi a un barcone: 3 dispersi
Un barcone con 117 migranti salpato venerdì 23 maggio da Sabratha è stato abbandonato in balia del mare per oltre 24 ore, nella fascia nord-occidentale della zona Sar libica, nonostante le richieste di soccorso lanciate dalla centrale di Alarm Phone e benché le condizioni meteo fossero in rapido peggioramento. L’Italia, che pure aveva inviato una motovedetta per recuperare un altro barcone con 128 persone poco più a nord, a 42 miglia da Lampedusa, è rimasta praticamente inerte fino al mattino di domenica 25. Ma a quel punto le operazioni di soccorso si sono svolte nel caos, con tre interventi diversi, nessuno dei quali ha visto la partecipazione della Guardia Costiera di Tripoli, che del resto, come Roma non poteva non sapere, molto difficilmente fa muovere le proprie unità (in massima parte ricevute dall’Italia) in condizioni meteo difficili, tanto più nella situazione di crisi al limite della guerra civile esplosa nelle ultime settimane. Le conseguenze sono 3 migranti scomparsi in mare e 35 respinti in Libia.
L’allerta per la tragedia che si stava profilando è stato lanciato da Alarm Phone la mattina di sabato 24 maggio. In quel momento le due barche erano quasi alle soglie della zona Sar maltese: in particolare quella con 128 migranti, mentre l’altra, in difficoltà da prima dell’alba, si trovava qualche miglio più a sud. In soccorso della prima, individuata da un aereo di Frontex, è intervenuta la motovedetta Cp 332 della Guardia Costiera partita da Lampedusa che, recuperati i 128 naufraghi, ha fatto subito rientro in porto: non aveva disposizioni, evidentemente, di cercare anche l’altra barca, né per questo secondo soccorso è stata mobilitata un’altra motovedetta. I 117 del secondo natante sono così rimasti in balia del mare, sempre più mosso, con onde alte fino a 2 metri e forti correnti, sino a quando sono stati intercettati dalla nave Bobic, bandiera del Belize, deviata per i soccorsi mentre era in navigazione per Sfax. In attesa di istruzioni da Roma, il mercantile ha accostato per riparare alla meglio la barca dal vento e dalle onde. La situazione è rimasta in stallo per ore, finché il comandante della Bobic, nella notte tra sabato 24 e domenica 25, ha ordinato di recuperare i naufraghi. Nel buio e nelle condizioni meteo sempre più difficili, l’equipaggio è riuscito a far salire a bordo solo 35 dei 117 naufraghi. Gli altri sono rimasti intrappolati sul barcone, che la corrente ha spinto lontano, in direzione sud-est, facendolo sparire nell’oscurità. Le ricerche sono riprese la mattina di domenica 25, con un aereo decollato da Lampedusa. Contemporaneamente è stato mobilitato uno dei rimorchiatori a servizio della piattaforma Al Jurf dell’Eni, in precedenza del tutto ignorati nonostante fossero a breve distanza dalle acque dell’emergenza. Alle ricerche è stata poi aggiunta la Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee che, di rientro da Ancona dove aveva sbarcato altri naufraghi, si trovava a sud di Malta. Le due unità sono giunte sul posto quasi contemporaneamente. Il rimorchiatore ha tratto in salvo 26 naufraghi, ricevendo poi dal Viminale l’ordine di far rotta su Lampedusa. La Viking ne ha presi a bordo 53 (tra cui 19 donne e 29 minori non accompagnati) ma come porto di sbarco le è stato assegnato Livorno, a 1.150 chilometri di distanza, nonostante ci fossero persone in condizioni gravi. Solo in seguito la disposizione è stata in parte cambiata: per i 5 nelle condizioni peggiori è stato consentito lo sbarco a Lampedusa. Per tutti gli altri confermato Livorno. E sono stati proprio i naufraghi soccorsi dalla Viking a riferire che 3 loro compagni, alcune ore prima, erano caduti fuoribordo, scomparendo in mare. I 35 recuperati dalla Bobic sono stati consegnati a una motovedetta libica 10 miglia al largo di Zawiya, ignorando gli avvertimenti di varie Ong le quali hanno fatto notare più volte che si trattava di un respingimento di massa illegale.
(Fonte: Sergio Scandura Radio Radicale, Alarm Phone, Sos Mediterranee)
25-26 maggio. Grecia, Nisyros: respinta una barca con oltre 100 profughi
Sono arrivati con un barcone da pesca fino a meno di 1,5 chilometri dall’isola greca di Nisyros, nel Dodecaneso, 80 chilometri a nord di Rodi, ma la Guardia Costiera ne ha impedito lo sbarco, respingendoli nelle acque turche. Erano in più di cento, con almeno 30 bambini, ammassati in ogni più piccolo spazio dello scafo, sopra e sotto coperta. Il motore era in avaria e le condizioni meteo non buone, con venti forza 5/6 che spingevano pericolosamente verso una scogliera della costa sud dell’isola, facendo temere un naufragio. Nessuno aveva un giubbotto di salvataggio. Contattata per chiedere aiuto nella serata di sabato 25 maggio, la Ong Aegean Boat Report ha subito segnalato l’emergenza alle autorità greche. “La Guardia Costiera – ha però denunciato la Ong – si è rifiutata di fornirci informazioni né ha confermato di aver avviato un intervento di soccorso. Poco dopo abbiamo perso i contatti con la barca, senza più riuscire a ristabilirli, mentre la Guardia Costiera ha continuato a rifiutare ogni tipo di notizie. Poi, durante la notte, abbiamo scoperto che una motovedetta Lambro 57 della Marina greca ha rimorchiato la barca nelle acque turche, abbandonandola alla deriva. Il respingimento di massa coatto è stato poi confermato sia da materiale video ottenuto dalle vittime sia dalla Guardia Costiera turca, intervenuta in soccorso della barca in balia del mare”.
(Fonte: Aegean Boat Report)
26 maggio. Finlandia: completati i primi 35 km di barriera al confine russo
La Finlandia ha completato il primo tratto di 35 chilometri della barriera fortificata che, partendo da sud est, intende costruire per almeno 200 dei 1.344 chilometri della linea di confine con la Russia. Si tratta di un muro d’acciaio e cemento alto più di 3,5 metri sormontato da rotoli di filo, sempre d’acciaio, irto di lame taglienti e alto almeno un altro metro, per un totale di quasi 5. In più sono stati installati sensori elettronici, telecamere di sorveglianza, altoparlanti e fari lungo tutto il bordo, in modo da rendere pressoché invalicabile il vallo. I lavori sono iniziati nella seconda metàe del 2024 e dovrebbero concludersi entro il 2026. L’obiettivo del Governo è quello di bloccare o quanto meno prevenire l’attraversamento dei migranti provenienti dalla Russia ma in fuga da aree di crisi come Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan, vari paesi africani. Già da mesi, inoltre, Helsinki, oltre che chiudere tutti i valichi, ha approvato una legislazione che consente alle guardie di frontiera di bloccare i richiedenti asilo anche con l’uso della forza. “Si tratta di controllare una grande massa di persone che stanno cercando di entrare dalla Russia”, ha dichiarato all’agenzia tedesca Reuters Antti Virta, direttore della Guardia di Frontiera. Ma i “numeri” in realtà non configurano una “grande massa”: nel 2023 sono entrati in Finlandia dalla Russia 1.300 profughi, provenienti soprattutto dalla Siria e dalla Somalia, e nel 2024 si è anche registrata una diminuzione. Cifre irrisorie rispetto a quelle dei paesi europei mediterranei. Eppure il Governo continua a parlare di “piano di invasione/destabilizzazione” del Paese e più in generale dell’Unione Europea attraverso i migranti concepito dalla Russia.
(Fonte: Infomigrants)
29 maggio. Sfax: distrutto dalla Guardia Nazionale il campo al Km 21
Il campo per migranti al km 21, una delle strutture spontanee che ospitano migliaia di migranti a nord di Sfax, in Tunisia, è stato distrutto dalla Guardia Nazionale. Gran parte delle tende e delle baracche erette tra gli oliveti sono state incendiate. I migranti hanno perso quasi tutto quello che avevano. Si è trattato dell’operazione forse più radicale e violenta condotta negli ultimi mesi sul litorale di Sfax nel contesto del programma che il governo di Tunisi, in linea con il mandato di “gendarme anti immigrazione” previsto negli accordi sottoscritti con Roma e Bruxelles, sta attuando per blindare la rotta del Mediterraneo verso Lampedusa (impedendo il più possibile gli imbarchi e intercettando in mare le barche che riescono a partire) ma anche per creare condizioni di vita così difficili ai disperati giunti nel paese da costringerli ad abbandonare la Tunisia verso altri Stati africani o a rientrare in patria. Il blitz si è scatenato mentre da due giorni in tutti i campi della zona, con epicentro quello al chilometro 35, era in corso una grande protesta pacifica contro gli arresti e le violenze da parte della polizia e per chiedere la fine della politica di dure restrizioni che “hanno tagliato ogni possibilità di accesso al lavoro, a un alloggio dignitoso e persino al cibo”, colpendo innanzi tutto le persone più fragili tra i rifugiati, come i bambini e le donne.
(Fonte: Refugees in Libya, Refugees in Tunisia)
31 maggio. Sfax: attaccato e distrutto il campo migranti al Km 23
Dopo il raid contro il campo migranti al Km 21 nella zona degli oliveti a nord di Sfax, le forze di sicurezza tunisine hanno preso di mira quello al Km 23. Le Ong Refugees in Libya e Refugees in Tunisia hanno riferito che si sono ripetute le stesse violenze, culminate nella distruzione e nell’incendio di buona parte delle tende o delle baracche edificate tra gli olivi come alloggi di fortuna. A testimonianza delle accuse sono stati diffusi sul web diversi filmati girati con i cellulari. “E’ in questo modo che l’Europa conduce con la Tunisia la politica migratoria nei confronti dei migranti neri”, ha denunciato la Ong Refugees in Libya, facendo eco alle accuse dell’attivista Yousef Ismail: “L’Unione Europea e l’Italia sono partners di queste violenze”.
(Fonte: Refugees in Libia, Refugees in Tunisia)
2 giugno. Sfax, campo Km 21: migrante morto nelle operazioni di sgombero
Un migrante gambiano è morto nel contesto delle violente operazioni di sgombero condotte dalle forze di sicurezza tunisine nel campo nella zona degli oliveti al km 21 della strada costiera tra Sfax e Mahdia. Secondo la Ong Refugees in Libya avrebbe perso conoscenza, senza più riprendersi, per aver respirato troppo a lungo i gas lacrimogeni lanciati dalla Guardia Nazionale tunisina. Il campo era stato già preso di mira dalle forze di sicurezza il 29 maggio, che hanno incendiato e distrutto numerose. Tende e baracche. Lunedì 2 giugno c’è stato un secondo blitz, che si è protratto per ore e durante il quale, per piegare ogni forma di resistenza e protesta, sarebbero state esplose più volte e in diverse occasioni numerose granate a gas. “La morte di quel ragazzo – ha scritto Refugees in Libya, che ha pubblicato anche una foto della vittima stesa a terra esanime al margine della strada – è stata una conseguenza diretta dei ripetuti e brutali attacchi perpetrati dalla Guardia Nazionale – Quel ragazzo ha perso la vita a causa dei gas lacrimogeni”.
(Fonte: Ong Refugees in Libya)
3 giugno. Polonia: respinti in Bielorussia decine di minorenni
Nel 2024 al confine tra la Bielorussia e la Polonia hanno chiesto aiuto alla Ong Grupa Granica 265 profughi minorenni. Una media di 22 al mese. Dal marzo del 2025, quando è entrata in vigore la legge che ha sospeso in Polonia il diritto di chiedere asilo alla frontiera, appena due sono riusciti a presentare domanda di protezione. Un crollo evidente ma che, avverte la stessa Ong, è sicuramente ancora più drammatico perché il totale di 265 per l’anno 2024 si riferisce soltanto a coloro che sono stati aiutati dai volontari, senza quelli intercettati direttamente dalla polizia. Ne consegue che decine di minorenni sono stati bloccati ed espulsi in Bielorussia, “spesso direttamente nella foresta”, violando il loro diritto di essere accolti e protetti per il fatto stesso di essere minori non di rado in fuga da soli (e dunque di per sé soggetti estremamente “fragili”) oltre che come profughi da aree di crisi ad alto rischio quali ad esempio l’Afghanistan, l’Eritrea, il Sudan o la Somalia. Le autorità polacche contestano questi dati asserendo che in molti casi si tratterebbe in realtà di giovani adulti. “Il punto è – denuncia la Ong – che se un minore non ha il passaporto la sua età viene generalmente stabilita in base a una radiografia del polso ma questo metodo è molto impreciso perché non tiene conto di diversi fattori tra cui, ad esempio, gli effetti della malnutrizione”.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
4 giugno. Finlandia: prorogata la legge che limita il diritto di asilo
Il Parlamento finlandese ha prorogato sino a tutto il 2026 la legge adottata nel luglio 2024 che limita il diritto di asilo, consentendo alle guardie di frontiera di respingere profughi, rifugiati o migranti lungo tutto il confine orientale con la Russia. I voti a favore sono stati 168 a fronte di 29 contrari. Come ha già fatto a proposito della chiusura dei varchi e del progetto di barriere da edificare per centinaia di chilometri lungo la frontiera, il Governo ha giustificato il provvedimento come “misura di sicurezza nazionale”, accusando la Russia di strumentalizzare e usare l’afflusso di migranti per destabilizzare il paese e anzi l’intera Unione Europea. Una motivazione che stride però con le cifre: nel 2023 sono arrivati in Finlandia dalla Russia solo 1.300 migranti, per lo più provenienti da aree di crisi come la Siria o la Somalia e nel 2024 c’è stata una riduzione.
(Fonte: Infomigrants)
5 giugno. Libia: distrutti i campi dei profughi sudanesi a Sabha
I campi dei profughi sudanesi di Sabha sono stati distrutti dalle forze di sicurezza libiche: le capanne o le tende abbattute e quasi sempre date alle fiamme, centinaia di famiglie costrette a sfollare entro pochissimo tempo senza alcuna prospettiva di un alloggio alternativo né un minimo di assistenza nonostante la presenza di numerose donne e bambini. Il provvedimento è stato adottato nel contesto del programma di contenimento dell’emigrazione strettamente legato agli accordi sottoscritti dal Governo di Tripoli con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia.
(Fonte: Migrant Rescue Watch)
5-6 giugno. Respingimento di massa in Libia a sud di Creta
Una motovedetta libica ha impedito al veliero Madleen in navigazione verso Gaza carico di aiuti umanitari, di portare a termine il soccorso a una quarantina di migranti su un gommone chew, salpato dalal Cirenaica, era in gravi in difficoltà a sud di Creta al limite tra le zone Sar greca e libica ma sicuramente in acque internazionali e avendo Creta come luogo di sbarco sicuro più vicino. Solo 4 delle persone a bordo del canotto sono riuscite a sottrarsi alla cattura. Il Madleen si era diretto verso il punto dell’emergenza la mattina del 5 maggio, rispondendo a un appello di soccorso lanciato dall’agenzia Europea Frontex e prima ancora dalla piattaforma Alarm Phone. Frontex, in particolare – come ha riferito l’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan – aveva interessato direttamente il veliero in rotta per Gaza proprio perché era nella posizione più prossima al gommone alla deriva. Giunto sul posto, l’equipaggio si stava preparando alle manovre di soccorso, contattando le autorità greche, quando è sopraggiunta a forte velocità una motovedetta libica che ha bloccato il gommone, cominciando il trasbordo forzato dei migranti. Quattro di loro, tutti profughi sudanesi, piuttosto che essere catturati e ricondotti in Libia, si sono però gettati in acqua, allontanandosi a nuoto per cercare di raggiungere il Madleen, che ha manovrato per recuperarli e trarli in salvo. C’è poi voluto un altro giorno di trattative perché una unità di Frontex arrivasse per trasferire in Grecia i quattro naufraghi scampati. E’ incomprensibile come mai sia stata fatta intervenire, molto verosimilmente da Frontex, una motovedetta libica sapendo bene che avrebbe riportato i naufraghi in Cirenaica, anziché una unità greca, visto che il luogo di sbarco sicuro più vicino era Creta.
(Alarm Phone, Infomigrants, Libya Review, sito web Tarik Lamloun)
6 giugno. Lesbo: 2 adolescenti afghani abbandonati su una zattera
Due ragazzi afghani appena adolescenti, 12 e 14 anni, sono stati abbandonati nell’Egeo, su una zattera di salvataggio, al largo dell’isola di Lesbo, dalla Guardia Costiera greca. Una motovedetta della Marina turca ha intercettato verso le 3,30 del mattino il canotto alla deriva di fronte alla costa di Aywalik, in Turchia, dove era stato spinto dalle correnti. I due ragazzi avevano indosso solo gli slip intimi: hanno riferito che i guardacoste greci li avevano bloccati a Lesbo, costretti a consegnare i cellulari e a spogliarsi completamente e poi, la sera del 5 giugno, caricati di forza sulla zattera che è stata trainata fino ai margini delle acque turche e lasciata in balia dell’Egeo.
(Fonte: Aegean Boat Report)
8 giugno. Polonia: almeno 19 respingimenti in maggio al confine bielorusso
Nel mese di maggio ci sono stati almeno 19 respingimenti forzati da parte della polizia polacca al confine con la Bielorussia. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato l’otto giugno dalla Ong Grupa Granica: “Siamo stati nel bosco 65 volte e siamo riusciti a raggiungere 128 persone nel contesto di 46 interventi diversi. Purtroppo in 18 casi non abbiamo avuto successo e il più delle volte ciò significa che i migranti che volevamo raggiungere erano stati già portati in Bielorussia”. Tenendo conto che mediamente in ciascun intervento vengono soccorse almeno 2 persone, sono almeno 40 in totale i profughi/migranti respinti. Quelli che Grupa Granica è riuscita ad aiutare vengono da Pakistan, Sudan, Somalia, Etiopia, Guinea, Camerun. C’è da ritenere che degli stessi paesi siano originari quelli intercettati dalla polizia di frontiera e costretti a rientrare in Bielorussia.
(Fonte: Grupa Granica)
8 giugno. Nel 2024 delegati alla Libia da Malta almeno 23 respingimenti
Nel 2024 almeno 23 respingimenti sono stati effettuati dalla Guardia Costiera libica, d’intesa con la centrale Mrcc di La Valletta, nelle acque della zona Sar maltese. Tenendo conto del carico medio delle barche intercettate, si tratta di centinaia di persone consegnate di fatto da Malta ai lager libici, in evidente violazione del diritto internazionale. La Marina maltese, nell’arco dell’intero anno, ha effettuato due soli interventi di salvataggio, per un totale di poco più di 200 profughi/migranti. E’ quanto emerge dall’inchiesta, pubblicata l’otto giugno, dal Malta Migration Archive, un nuovo strumento di ricerca digitale sviluppato utilizzando fonti di Ong come Alarm Phone e Sea Watch International. La “delega” alla Libia di operare a tutto campo nella zona Sar maltese risale al patto segreto firmato tra La Valletta e Tripoli nel luglio 2020. Gli effetti sono stati quasi immediati: le operazioni condotte dalla Marina maltese sono scese di due terzi e a fronte dei 2.300 arrivi registrati nel 2020 se ne sono avuti solo 832 nel 2021. L’anno in cui la “delega” alla Libia è diventata pressoché totale è stato tuttavia il 2024 ed è continuata con lo stesso ritmo nel 2025 tanto che fino al 10 giugno si sono registrati sull’isola appena 48 arrivi, tra cui una bambina in condizioni critiche prelevata insieme alla sua famiglia in elicottero da una barca soccorsa dalla Guardia Costiera italiana e morta poco dopo in ospedale. Il Governo maltese ha negato più volte di aver firmato un patto segreto anti immigrazione con Tripoli ma c’è tutta una documentazione che ne dimostra l’esistenza. Ed è indicativo, del resto, che Malta abbia rifiutato di cooperare alle missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale nel contesto della operazione Irini organizzata dall’Unione Europea. Nessun ripensamento, da parte di La Valletta, nemmeno di fronte alla violenza a cui spesso fa ricorso la Guardia Costiera libica né alla luce degli ultimi rapporti della Corte Penale internazionale e dell’Onu sulla sorte dei migranti che finiscono nei lager libici.
(Fonte: Malta Migration Archive, Times of Malta, Libya Review)
8 giugno. La nave Ong Nadir sequestrata dopo aver salvato 112 naufraghi
Il veliero Nadir, della Ong tedesca Resqship, è stato posto sotto sequestro dalla Guardia Costiera italiana a Lampedusa dopo aver tratto in salvo 112 persone nella notte tra giovedì 5 e venerdì 6 giugno. Le accuse alla base del provvedimento, ricollegabili sostanzialmente al decreto Piantedosi del 2024, sono quelle di non aver informato dell’operazione i centri di coordinamento della Libia e della Tunisia e di aver sbarcato i naufraghi a Lampedusa anziché a Porto Empedocle. La ricostruzione dei fatti dimostra invece che il Nadir ha operato in conformità al diritto internazionale, che è notoriamente prevalente sulla legislazione italiana o di qualsiasi altro singolo paese. Il salvataggio è avvenuto in acque internazionali al limite settentrionale della zona Sar libica, 87 miglia a sud ovest di Lampedusa. I 112 migranti erano su una barca in legno sovraccarica e non in grado di navigare. Trenta delle persone a bordo erano intrappolate sottocoperta e lo scafo mostrava di non reggere la forza delle onde, alte fino a un metro. Da qui la decisione di procedere immediatamente all’evacuazione e al recupero per scongiurare il rischio di un naufragio imminente. L’intervento si è concluso verso le 3 del mattino di venerdì 6 giugno. “In realtà il Nadir – ha spiegato la Ong Resqship, opponendosi al sequestro – ha seguito le istruzioni delle autorità italiane ed ha più volte tentato di contattare i Rcc (centri di coordinamento) tunisino e libico, senza però ricevere risposta. E questa mancanza di disponibilità conferma l’inaffidabilità e l’assenza di meccanismi di tutela da parte di autorità che non possono essere considerate partner affidabili nei soccorsi. Senza contare che né la Libia né la Tunisia possono essere considerate porti sicuri, a causa delle gravi e documentate violazioni dei diritti umani”. Quando alla scelta di puntare su Lampedusa, è vero che durante la navigazione il Nadir ha ricevuto una richiesta telefonica di trasferire donne, bambini e persone vulnerabili su una unità della Guardia Costiera italiana per poi dirigersi verso Porto Empedocle con gli altri naufraghi. “Ma questa richiesta – ha precisato la Ong – non è mai stata confermata per iscritto e per di più l’equipaggio ha espresso serie preoccupazioni per la sicurezza: un trasbordo parziale avrebbe potuto generare caos, rischio di cadute in mare, panico e il rischio di separazione dei nuclei familiari, con un ulteriore trauma per i superstiti. E poi l’allungamento del viaggio di 120 miglia contraddiceva la logica del porto sicuro più vicino”. Non solo: il Nadir è rimasto in stand-by fuori dal porto di Lampedusa “fino a quando la Capitaneria non ha autorizzato l’ingresso, avvenuto sotto la scorta di motovedette della Guardia Costiera, della Finanza e di Frontex”. C’è da chiedersi allora come mai si sia proceduto al sequestro senza prima appurare tutte queste circostanze. E la risposta non può essere che la volontà di criminalizzare e “punire” il Nadir, come è già stato fatto con altre navi Ong, per tenerlo lontano il più a lungo possibile dalla zona di operazione nel Mediterraneo centrale, al largo della Libia e della Tunisia.
(Fonte: Ong Resqship, Ong Mediterraneo, Agrigentonotizie, Migrant Rescue Watch)
11 giugno. Accordo di frontiera Ue-Bosnia per fermare i migranti
Tra l’Unione Europea e la Bosnia è entrato in vigore un accordo di frontiera che prevede operazioni congiunte contro l’immigrazione irregolare. Firmata l’11 giugno dal presidente del Consiglio Borjana Kristo e dalla commissaria Ue per gli affari interni Magnus Brunner, l’intesa mira a blindare i circa mille chilometri di confine della Bosnia con la Croazia, lungo la “rotta balcanica” verso l’Europa centrale e l’Italia e prevede di impiegare, accanto alla polizia bosniaca, anche funzionari e agenti dell’agenzia europea Frontex sia ai valichi o lungo la linea di frontiera, sia negli aeroporti, come già accade in altre nazioni extra Ue, quali Moldavia, Serbia, Montenegro e Albania. In sostanza, un altro “muro” a tutela della Fortezza Europa e, per di più, in una realtà come la Bosnia, dove sono già migliaia i profughi/migranti che restano bloccati ogni anno senza poter tornare indietro e senza riuscire a proseguire. Non risulta che nel nuovo patto – diventato operativo subito dopo la firma e prima ancora della ratifica del Parlamento Europeo e di quello bosniaco – ci sia un capitolo dedicato alla sorte di questi disperati, provenienti in genere da aree di crisi estrema come, in particolare, l’Afghanistan o il Curdistan sia turco che iracheno.
(Fonte: Infomigrants).
13 giugno. Polonia. Respingimenti: falcidiata la lista dei paesi a rischio
La Polonia ha praticamente annullato la lista dei paesi a rischio nei quali non era consentito il respingimento o il rimpatrio forzato dei profughi. In precedenza erano già stati cancellati la Palestina e il Sudan. Ora si aggiungono l’Afghanistan, l’Eritrea, l’Etiopia, la Siria, la Somalia, lo Yemen e il Venezuela. In sostanza, nonostante le pesanti situazioni di crisi che continuano a sconvolgerli (inclusi guerre con migliaia di vittime e regimi violenti), questi paesi ora vengono di fatto considerati “sicuri” e la polizia di frontiera può agire di conseguenza. Ignorati tutti i rapporti di Ong come Human Rights Watch e delle stesse Nazioni Unite. Ignorata anche la risoluzione del Comitato Ue per l’asilo e l’accoglienza che ha raccomandato di accogliere senza limiti le donne afghane che vivono nel loro paese una condizione permanente di tortura per il fatto stesso di essere donne. Il criterio guida del provvedimento sembra essere stato dettato non dalla situazione reale ma dal fatto che dai quei paesi – come rileva la Ong Grupa Granica – proviene la maggior parte dei profughi che si presentano al confine con la Bielorussia in cerca di aiuto. In particolare Siria, Somalia, Etiopia, Yemen, Eritrea e Afghanistan. Nella “lista”, di fatto, resta solo l’Ucraina.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
19-20 giugno. La Viking con 73 naufraghi mandata a Savona: 1.130 km
La nave Ocean Viking, della Ong Sos Mediterranee, è stata costretta dal Viminale a sbarcare a raggiungere Savona per sbarcare i 73 naufraghi/migranti salvati da una barca alla deriva segnalata da Alarm Phone. Dal punto dell’operazione di soccorso, acque internazionali della zona Sar Maltese ma con Lampedusa come porto sicuro più vicino, è una rotta di 1.130 chilometri, una delle più lunghe, se non la più lunga in assoluto, tra le tante a cui sono costrette ormai da anni le navi Ong. Tra andata e ritorno, oltre alle operazioni di sbarco, almeno due settimane. Due settimane, un minimo di 14/15 giorni, sottratti alle operazioni di ricerca e soccorso per le quali sono “nate” le navi umanitarie. Appare più che evidente l’intento “punitivo” della disposizione impartita del Governo italiano attraverso il Ministero dell’Interno, nel contesto della “guerra” contro le Ong e contro i profughi/migranti. Proprio mentre, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ammonito che aiutare, accogliere, prestare soccorso ai rifugiati e ai profughi “non è solo una questione umanitaria: è una responsabilità giuridica e morale comune”.
(Fonte: Sos Mediterranee, Alarm Phone, Agenzia Ansa)
19-20 giugno. Circa 100 migranti catturati dai libici su indicazione di Frontex
Circa 100 migranti sono stati intercettati e catturati da una motovedetta libica su una barca in fuga dalla Libia segnalata dall’agenzia europea Frontex. Un nuovo, illecito respingimento che obbedisce agli accordi Italia-Libia, d’intesa con l’Unione Europea, e condotto, oltre tutto, con estrema violenza, come ha testimoniato l’equipaggio di Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che ha assistito a tutta l’operazione. “Quello che è seguito (all’intercettazione della barca: ndr) – ha riferito la Ong – è stato un incubo – che abbiamo potuto solo osservare inermi dall’alto. I miliziani libici armati di bastoni si sono lanciati all’inseguimento di un gruppo di persone in fuga nel Mediterraneo e hanno poi dato fuoco alla barca. Adesso le persone catturate sono rinchiuse nei centri di detenzione libici, noti per torture e abusi sistematici”.
(Fonte: Pressenza, Ong Sea Watch)
20 giugno. Un altro campo migranti tra Sfax e Al Amra distrutto dalla polizia
La polizia ha distrutto un altro dei campi “spontanei” dei migranti realizzati tra gli oliveti lungo la costa tra Sfax e Al Amra. Il blitz è scattato la mattina del 20 giugno, proprio il giorno in cui viene celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato. Decine di agenti e miliziani hanno circondato la struttura, devastato e incendiato le tende e le baracche di fortuna in cui trovavano rifugio centinaia di persone. Nei roghi sono andati perduti anche gran parte degli effetti personali e delle poche proprietà dei migranti. L’operazione rientra nel contesto degli interventi del piano governativo derivato dagli accordi con l’Italia e la Ue per il “contenimento” dell’immigrazione irregolare. Buona parte dei migranti costretti a vivere in questo come in altri campi a nord di Sfax sono stati catturati in mare dalla Guardia Costiera tunisina sulla rotta per Lampedusa e “la maggioranza – ha denunciato la Ong Refugees in Libya – sono titolari di documenti Unhcr come richiedenti asilo, anche se a molti è stato negato lo status di rifugiato a causa delle politiche sull’immigrazione europee in Tunisia”.
(Fonte: Refugees in Libya, Refugees in Tunisia)
26 giugno. La Germania taglia i contributi alle navi Ong
Il Governo tedesco guidato da Friedrich Merz ha deciso di tagliare i finanziamenti di circa due milioni di euro l’anno che dal 2022 erano finalizzati a sostenere l’attività delle navi Ong presenti nel Mediterraneo per prestare soccorso e recuperare i profughi/migranti che dalla Libia e dalla Tunisia cercano di raggiungere l’Italia. Tra le Ong beneficiare figurano Sos Humanity, Sos Mediterranee, Resqship e Sea Eye/Sea Watch, oltre che l’associazione Sant’Egidio. La proposta è venuta dalla componente Cdu/Csu della maggioranza ma i socialdemocratici della Spd non si sono opposti, nonostante da anni le navi Ong siano le uniche a occuparsi sistematicamente dei soccorsi in mare, sostituendosi per quanto possibile al “ritiro” della Guardia Costiera italiana e maltese. Tutte le Ong interessate hanno riferito che continueranno comunque la propria attività nel Mediterraneo grazie a finanziamenti privati ma è evidente che il taglio dei fondi deciso dalla Germania crea grossi problemi. Si tratta evidentemente di un ulteriore capitolo della “guerra” alle Ong mossa, sull’esempio dell’Italia, anche dall’Unione Europea, in linea con l’ostilità manifestata più volte dalla Libia contro le navi umanitarie le quali, oltre a salvare migliaia di naufraghi, sono testimoni dirette di quanto accade realmente nel Mediterraneo centrale, a cominciare dalle violenze e dei respingimenti operati dalla Marina libica. L’ultima denuncia – l’avvistamento di almeno 5 cadaveri in mare che dimostrano un naufragio fantasma di cui la Libia non ha mai dato conto – è arrivata da Sea Watch quasi in contemporanea con la notizia della decisione del Governo tedesco.
(Fonte: Infomigrants)
26 giugno. Tunisia: 45 bloccati in mare e deportati nel deserto
La Guardia costiera tunisina ha bloccato in mare, sulla rotta per Lampedusa, una barca con 47 migranti subsahariani. L’operazione rientra nel contesto degli accordi tra Tunisia e Roma per blindare il Mediterraneo centrale in modo da impedire o almeno ridurre gli arrivi in Italia. Costretto a rientrare in Tunisia, allo sbarco l’intero gruppo è stato consegnato alla polizia che lo ha deportato a sud ovest, ai margini del confine con l’Algeria, abbandonandolo in pieno deserto.
(Fonte: Alarm Phone)
26-27 giugno. Motovedetta libica ostacola i soccorsi Sea Watch a 30 naufraghi
Una motovedetta libica ha tentato di ostacolare o comunque di intimidire l’equipaggio della nave Sea Watch 5 impegnato nel soccorso a 30 profughi/migranti trovati alla deriva su una barca di fortuna in acque internazionali anche se all’interno della zona Sar di Tripoli. L’operazione per trarre in salvo i naufraghi era già iniziata, tanto più che la loro imbarcazione appariva ormai in procinto di affondare, quando l’unità libica, una di quelle consegnate dall’Italia, si è avvicinata minacciosamente. Nonostante l’evidente manovra intimidatoria i volontari hanno continuato il soccorso, portando a bordo tutti i 30 naufraghi. L’intervento libico è stato ovviamente segnalato alle autorità italiane, alle quali era stata comunicata in precedenza l’operazione in corso per salvare i naufraghi, ma non risulta che ci siano state reazioni. Da Roma, anzi, è arrivato l’ordine di sbarco a Marina di Carrara, a oltre 3 giorni di navigazione, con il risultato di allontanare la Sea Watch 5 dalla zona di operazione per oltre una settimana. “La cosiddetta Sicurezza Costiera libica sostenuta da Roma – ha denunciato il giornalista libico indipendente Tarik Lamloun – sta facendo del suo meglio per evitare l’arrivo in Italia dei migranti e riportarli in Libia e successivamente nei centri di detenzione”.
(Fonte: Ong Sea Watch, sito web Tarik Lamloun)
27 giugno. Lesbo: 17 profughi bloccati prima dello sbarco e respinti inTurchia
Diciassette profughi intercettati dalla Guardia Costiera greca nelle acque di Lesbo sono stati respinti nelle acque turche dove poi li ha trovati e soccorsi una unità della Marina di Ankara, La vicenda è stata ricostruita da Alarm Phone che verso le 9 del mattino aveva ricevuto una richiesta di aiuto da parte dei familiari di alcune delle persone a bordo. Quando è stato lanciato l’Sos la barca dei profughi, partita dalla Turchia, era a brevissima distanza dalla costa meridionale dell’isola, ampiamente all’interno delle acque territoriali greche, ma non poteva proseguire e approdare perché il motore si era guastato. La Ong ha segnalato l’emergenza alla centrale operativa Jrcc del Pireo, oltre che alla Guardia Costiera di Lesbo, senza però ricevere né l’assicurazione che sarebbero scattati i soccorsi né altri tipi di informazioni. Permanendo il “silenzio” si è allora stabilito un contatto con la Guardia Costiera turca la quale, alcune ore dopo il primo Sos, ha comunicato di aver intercettato una barca con le caratteristiche segnalate a sud di Lesbo. Escluso che il natante sia arrivato sin lì da solo, tanto più che il motore era fuori uso, l’unica spiegazione è che la Guardia Costiera greca lo ha bloccato prima che potesse sbarcare e trainato ai margini delle acque turche.
(Fonte: Alarm Phone)
2 luglio. Migranti: la Ue esorta la Libia a contrastare di più le traversate
Il commissario europeo per la migrazione, Magnus Brunner, ha esortato la Libia a fare di più per prevenire la migrazione verso l’Europa. Nessun cenno alla condizione a cui sono condannati i migranti intrappolati nel paese e quelli intercettati in mare e ricondotti di forza in Libia, i quali il più delle volte finiscono nei lager da cui sono riusciti a fuggire, sia quelli “ufficiali” gestiti dal Ministero dell’Interno sia quelli sotto il controllo delle varie milizie o dei trafficanti stessi. Ignorati, in sostanza, tutti i rapporti delle più accreditate Ong ma soprattutto dell’Onu sulla sorte dei migranti non solo nei vari centri di detenzione, ma più in generale in tutto il paese: rapporti da cui emergono violenze, soprusi, abusi di ogni genere, incluso il lavoro forzato, la riduzione in schiavitù, il “mercato” di esseri umani, il traffico di donne da avviare alla prostituzione o come schiave sessuali. Come dire: una sollecitazione che lascia intendere come l’Unione Europea consideri di fatto la Libia un “paese sicuro” pur non avendola inserita nella lista ufficiale varata dalla Commissione Ue guidata da Ursula Von de Layen. L’intervento di Magnus Brunner prende le mosse in particolare dalle richieste del governo Greco che negli ultimi giorni di giugno ha preso accordi con la Libia (in particolare il governo di Bengasi guidato dal generale Haftar) per arrestare il crescente flusso di migranti dalla costa della Cirenaica verso Creta. In questo contesto Atene, sempre d’intesa con Bengasi, ha deciso di impiegare almeno tre navi da guerra nel Mediterraneo orientale per intercettare le barche dei migranti: un’operazione simile a quella varata già da mesi dal governo di Cipro contro le imbarcazioni dei profughi in fuga dal Libano. Parlando al vertice dell’Unione Europea, il premier Kyriakos Mitsotakis ha affermato che le tre navi militari hanno il compito di costringere “le navi contrabbandiere” a ritornare in Libia. Non ha specificato come. Trattandosi di acque internazionali, infatti, le navi greche hanno la possibilità, anzi, il dovere di intervenire solo in una situazione di pericolo, per soccorrere le persone a bordo, ma in questo caso il diritto internazionale impone poi che i naufraghi tratti in salvo siano condotti nel porto sicuro più vicino, che è l’isola di Creta. E’ invece una pratica illegale non consentita, in contrasto con tutte le convenzioni in materia inclusa quella di Ginevra del 1951, procedere a un respingimento in Libia, forzato e di massa, contro la volontà delle persone a bordo, né bloccare le barche in attesa che il respingimento venga materialmente effettuato da motovedette della Guardia Costiera libica, avvisate e fatte intervenire dopo il blocco.
(Fonte: Inofmigrants, Libya Observer, Anadolu Agency)
3 luglio. Mediterraneo centrale: abbandonata barca in procinto di affondare
Un barchino di ferro in procinto di affondare nel Mediterraneo centrale, rotta per Lampedusa, è stato abbandonato per ore. A bordo c’erano 20 migranti, inclusi alcuni bambini, presumibilmente partiti dalla Tunisia. L’emergenza è stata segnalata nel primo pomeriggio di mercoledì 2 luglio da Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che ha subito allertato sia le navi in transito nelle vicinanze che le autorità maltesi e italiane. Nel dispaccio di Sos si è specificato che la situazione appariva disperata, tanto che alcune delle persone si erano gettate in acqua per cercare di alleggerire il peso ma il barchino continuava ad affondare. Lampedusa era il porto di sbarco sicuro più vicino, ma dall’isola non è intervenuta nessuna unità della Guardia Costiera o della Finanza. I naufraghi sono sopravvissuti grazie al Nihayet Garganey VI, il veliero del progetto Tom promosso dall’Arci per il monitoraggio del Mediterranea, che in serata li ha raggiunti e presi a bordo – “In assenza delle autorità”, ha sottolineano giovedì 4 luglio Sea Watch, dando notizia del salvataggio – per sbarcarli poi a Lampedusa.
(Fonte: Ong Sea Watch)
3 luglio. Sea Watch sventa il respingimento in Libia di 81 persone
La Ong Sea Watch è riuscita a sventare il respingimento in Libia di 81 persone anticipando di poco l’intervento della Guardia Costiera di Tripoli. I migranti erano ammassati su un gommone sulla rotta per Lampedusa. L’emergenza appariva evidente per il numero stesso delle persone a bordo. Ad avvistare il canotto è stato un aereo dell’agenzia europea Frontex la quale, pur essendo Lampedusa il porto di sbarco sicuro più vicino, ha avvertito la Guardia Costiera libica, creando le premesse per la cattura e il respingimento in Libia. Verso la zona dell’avvistamento ha preso il largo infatti una motovedetta della Guardia Costiera ma sul posto è arrivata per prima la nave Aurora, l’assetto veloce, della Ong Sea Watch, che ha preso a bordo tutti i naufraghi, sbarcandoli poi in serata a Lampedusa.
(Fonte: Ong Sea Watch)
8 luglio. Altre motovedette italiane alla Libia per bloccare i profughi/migranti
Nel contesto del potenziamento del programma di collaborazione con la Libia per bloccare i profughi/migranti l’Italia si è impegnata con Tripoli a fornire altre navi, materiali e risorse finanziarie. In sostanza, gli strumenti per nuove restrizioni e barriere, a prescindere dalla sorte delle persone bloccate. Lo ha riferito il ministro dell’interno Matteo Piantedosi nell’incontro che ha avuto a Tripoli con il ministro libico Emad Trabelsi insieme ai suoi omologhi greco Thanos Plevris e maltese Byron Camilleri e al commissario Ue per l’immigrazione Magnus Brunner. Nel comunicato pubblicato dalle agenzie italiane si parla di 2 unità rimesse in efficienza dalla Guardia di Finanza ma la stampa libica riferisce invece di 4 motovedette con scafo semirigido di ultima generazione. E alle navi si aggiungono forniture di mezzi terrestri per interrompere i flussi dal sud blindando le frontiere con il Sudan, il Chad e il Niger.
(Fonte: Libya Review, Agenzia Nova News, Tarik Lamloun giornalista indipendente)
9 luglio. Grecia: sospeso l’asilo ai profughi/migranti in arrivo dal Nord Africa
La Grecia ha deciso di sospendere “inizialmente per tre mesi” l’esame delle richieste di asilo dei profughi/migranti in arrivo dal Nord Africa via mare. Tutto lascia credere che alla scadenza ci sarà una proroga. Il provvedimento, proposto dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis, è stato approvato dal Parlamento a larga maggioranza: 174 voti a favore, 74 contrari e 42 astenuti. L’obiettivo è contrastare il forte aumento registrato dagli arrivi nelle isole di Creta e di Gaudos dalla Cirenaica. Coloro che riusciranno comunque a sbarcare – ha precisato Mitsotakis – “saranno arrestati e detenuti” in attesa dell’espulsione e della deportazione. E’ stata prevista, a questo proposito, l’apertura di diverse strutture di detenzione in varie zone, a cominciare dalla stessa Creta. Non una parola sul fatto che gran parte dei profughi/migranti arrivati o in arrivo fuggono da gravi situazioni di crisi. Non a caso il Consiglio greco per i rifugiati ha contestato duramente la decisione ancora prima del voto in Parlamento, definendola “illegale” e in evidente contrasto con il diritto internazionale: “Il Governo – ha accusato – utilizza l’aumento dell’afflusso di migranti e rifugiati come una scusa: tutta questa vicenda dimostra l’incapacità della Grecia di garantire i diritti fondamentali”. E subito dopo l’approvazione della legge in Parlamento Amnesty e diverse altre Ong internazionali ne hanno chiesto la revoca immediata, ma è significativo soprattutto l’intervento di Michael O’ Flaherty, il commissario Ue per i diritti umani, il quale ha ammonito che il provvedimento è in contrasto con la Carta Europea, esprimendo preoccupazione in particolare per i potenziali rimpatri forzati e per le violazioni dei diritti umani ai confini.
(Fonte: Al Jazeera, Bbc News, Agenzia Reuters, Ekathimerini)
11 luglio. Sar Malta: 4 morti in un respingimento Guardia Costiera tunisina
Almeno 4 migranti morti, forse 5, in un respingimento operato dalla Guardia Costiera tunisina in acque internazionali della zona Sar maltese. A breve distanza c’era una motovedetta italiana che non si è opposta alla cattura nonostante fosse Lampedusa il porto sicuro più vicino. Le vittime erano su una barca con circa 70 persone partita da Sfax martedì 8 luglio e rimasta in mare 4 giorni: dopo due di navigazione, la mancanza di carburante la ha bloccata a sud ovest di Lampedusa. Avvistata dopo quasi 48 ore trascorse alla deriva, è stata raggiunta prima da una motovedetta tunisina e poco dopo da una salpata da Lampedusa. Alla vista dell’unità italiana, per non essere catturati molti dei migranti, quasi tutti quelli che sapevano nuotare, si sono gettati in mare per raggiungerla. Le fasi successive sono state ricostruite dal progetto Maldusa e dalla nave Ong tedesca Sos Hunmanity 1 che, reduce da un altro salvataggio, mentre faceva rotta su segnalazione di un aereo dell’agenzia europea Frontex verso il punto della nuova emergenza, ha ascoltato una conversazione radio nella quale la Guardia Costiera tunisina riferiva di aver preso a bordo 33 persone mentre quella italiana 27, scoprendo, dallo stesso colloquio, che c’erano almeno 4 morti o dispersi, se non addirittura 5, i quali – secondo le testimonianze raccolte dal Progetto Maldusa – sarebbero in parte annegati a causa di una serie di manovre molto pericolose messe in atto dalla motovedetta tunisina per impedire che i migranti che si erano tuffati raggiungessero quella italiana. Tra i migranti scomparsi in mare, uno sarebbe un giovane profugo guineano. Secondo altre testimonianze, i 33 ricondotti in Tunisia, in gran parte donne e bambini, consegnati alla polizia al momento dello sbarco, sarebbero stati deportati a sud, nel deserto.
(Fonte: La Stampa, Corriere della Sera, Mediterranean Hope, Il Giornale di Sicilia, La Repubblica, Pressenza, Progetto Maldusa, Ong Sos Humanity, Melting Pot)
13 luglio. Polonia: in giugno almeno 210 profughi respinti alla frontiera
Almeno 210 profughi sono stati arrestati o respinti dalla Polonia, in giugno, alla frontiera con la Bielorussia. E’ quanto emerge dal rapporto mensile pubblicato da Grupa Granica il 13 luglio. Dalla relazione emerge che la Ong ha ricevuto richieste di assistenza da 333 persone, tra cui 30 donne e 18 ragazzi di età inferiore ai 18 anni. Per rispondere alle chiamate i volontari sono andati 61 volte nella foresta lungo la fascia di confine ma sono state rintracciate solo 123 persone nel contesto di 50 interventi. Altri 11 interventi non hanno avuto successo: prima che Grupa Granica potesse raggiungerli, i 210 profughi che avevano chiesto aiuto sono stati individuati dalla polizia e costretti a rientrare in Bielorussia. La maggior parte delle persone intercettate e messe al sicuro dai volontari provenivano dall’Afghanistan e dall’Eritrea. Gli altri dall’Etiopia, dal Sudan, dal Pakistan. India, Camerun e Malesia. L’Afghanistan, l’Eritrea,l’ Etiopia e il Sudan sono tra gli Stati cancellati dal governo polacco a metà giugno dalla lista dei paesi a rischio.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
15 luglio. Tunisia. Sfax, distrutto di nuovo il campo migranti al km 27
Ancora un blitz della polizia, a Sfax, nel campo tra gli oliveti al chilometro 27 che ospita centinaia di migranti. L’operazione, iniziata di primo mattino, si è protratta per ore con l’intervento di decine di agenti che hanno distrutto tende e baracche. Molte sono state date alle fiamme. Chi ha cercato di opporsi o anche semplicemente di protestare è stato allontanato con la forza ed ha rischiato l’arresto. Tantissimi, insieme agli alloggi precari, hanno perso quasi tutto quel poco che avevano, inclusi indumenti e poche riserve di cibo. “La maggior parte di noi – hanno raccontato alcuni alla Ong Refugees in Tunisia – sono richiedenti asilo, come dimostrano i documenti che ci ha rilasciato l’Unhcr. Sono assurdi e incomprensibili questi continui abusi di massa da parte delle autorità tunisine contro i rifugiati subsahariani in tutta la zona di Sfax”. Molti sono finiti in questi campi dopo essere stati bloccati in mare dalla Guardia Costiera, sulla rotta per Lampedusa, nel contesto degli accordi anti immigrazione firmati tra la Tunisia, l’Italia e l’Unione Europea. Un blitz analogo era stato condotto dalle forze di sicurezza, in un altro campo ma nella stessa zona, appena 5 giorni prima. Molti rifugiati sostengono anche che ormai da tempo nei campi si presenta personale dell’Oim cercando di fare pressione sui rifugiati perché accettino di aderire al programma di “ritorno volontario” nel paese da cui sono stati costretti a fuggire, ma che poi molti di quelli che hanno firmato sono stati prelevati e deportati in pullman nel sud, in hub nel deserto, nell’attesa indeterminata della partenza.
(Fonte: Ong Refugees in Tunisia e Refugees in Libya)
16 luglio. Bulgaria: respinti in Turchia 11 profughi
Undici profughi, tra cui alcuni bambini, sono stati intercettati dalla polizia bulgara in prossimità del confine e costretti a rientrare in Turchia. Il piccolo gruppo, bloccato in una zona boscosa vicino a Prisadets, poco più di 5 chilometri dalla linea di frontiera e una decina a nord est del varco di Metochina, ha chiesto aiuto ad Alarm Phone la mattina di lunedì 14 luglio, dicendo di essersi perduto e che era stato aggredito da alcuni cani. La Ong ha allertato la polizia, ricevendo l’assicurazione che stava per partire una operazione di ricerca. Nelle ore successive Alarm Phone non è riuscito a stabilire un contatto diretto con i profughi, ma due giorni dopo, il 16 luglio, ha saputo da alcuni familiari che le guardie di frontiera li avevano intercettati e deportati oltre confine: anziché un’operazione di soccorso, un respingimento di massa, senza alcuna possibilità di presentare domanda di asilo, nonostante la presenza di bambini.
(Fonte: Alarm Phone)
17 luglio. Italia. In un mese bloccate 3 volte le navi Ong, 29 in due anni
Nell’ultimo mese le navi di ricerca e soccorso delle Ong che operano nel Mediterraneo centrale sono state bloccate tre volte dalle autorità italiane: due volte il veliero di monitoraggio Nadir (Ong Resqship) e una la Sea Eye 5 (Ong Sea Eye). In tutti e tre i casi si è contestato al comandante di non aver rispettato le istruzioni ricevute per lo sbarco dei naufraghi, senza tener conto che a bordo c’erano persone vulnerabili bisognose di assistenza urgente e che i porti assegnati erano a una distanza proibitiva per due unità così piccole stracariche di persone. Tenendo conto che dal febbraio 2023 le navi Ong sono state sottoposte a un totale di 29 blocchi, appare evidente che negli ultimi mesi si è adottata una linea ancora più dura nonostante in quasi tutti i casi precedenti i giudici, nel processo di merito, abbiano dichiarato illegittimi sia il fermo in porto che le ammende comminate. Colpisce, inoltre, che i provvedimenti di sequestro negli ultimi tempi siano stati estesi anche a piccole unità come, appunto, il Nadir e la Sea Eye 5, che svolgono un ruolo essenziale monitorando le rotte, assicurando i primi soccorsi e, se necessario, imbarcando i naufraghi in attesa dell’arrivo di navi più grandi e meglio attrezzate. “In totale – contestano 32 Ong e Aassociazioni in un esposto – dal febbraio 2023 le navi umanitarie hanno dovuto trascorre 700 giorni nei porti anziché salvare vite in mare e altri 822 in navigazione per raggiungere porti assegnati a distanza ingiustificabili, per un totale di 330 mila chilometri. L’otto luglio 2025 la Corte Costituzionale ha stabilito che la Legge del Mare non può essere aggirata da norme punitive e discriminatorie e qualsiasi ordine contrario è da considerarsi illegale e illegittimo. Queste pratiche sono una palese violazione della Convenzione Solas, della Convenzione Sar, dell’Unclos e del principio di non respingimento. Ne consegue che quando gli Stati ostacolano le attività di salvataggio invece di favorirle, non stanno applicando la legge ma la stanno infrangendo…”. Si fa riferimento, in particolare, al “decreto Piantedosi” e al “decreto flussi” entrato in vigore nel dicembre 2024.
(Fonte: Relazione Alarm Phone)
18 luglio. Sar Malta: barca con 45 migranti abbandonata alla deriva
Una barca con 45 migranti è stata abbandonata alla deriva nella zona Sar Maltese. Salpata da Bengashi, l’imbarcazione – uno scafo in fibra – arrivata dopo quattro giorni di navigazione circa 240 chilometri a est di La Valletta, si è bloccata a causa di un guasto al motore fuoribordo. La richiesta di aiuto è stata captata da Alarm Phone, che ha subito segnalato l’emergenza alla centrale Mrcc maltese, sollecitando un’operazione di ricerca a largo raggio perché non era nota l’esatta posizione Gps in mare. Nel dispaccio ricevuto dalla Ong si diceva, tra l’altro, che erano finite le scorte di acqua e di cibo e che la barca, ormai ingovernabile, era in forte difficoltà a causa del vento e delle onde. La Valletta non ha disposto alcun intervento, forse in attesa – come è già accaduto di frequente – che arrivasse una motovedetta dalla Libia, attuando un altro respingimento di massa in contrasto con il diritto internazionale. I soccorsi, dopo un’altra giornata trascorsa in balia del mare, sono invece arrivati dalla nave della Ong Humanity 1 la quale, ricevuto uno degli Sos lanciati da Alarm Phone, è riuscita a individuare la barca, portando a bordo tutti i naufraghi. A operazione conclusa, Mrcc Roma, su disposizione del Viminale, ha indicato Bari come porto di sbarco, ad oltre 800 chilometri di distanza. “Malta ancora una volta ha rifiutato di coordinare i soccorsi mettendo a rischio decine di vite umane – ha commentato Humanity 1 – Senza il nostro intervento forse su quella barca alla deriva non ci sarebbero stati superstiti”.
(Fonte: Alarm Phone, Ong Sos Humanity)
19 luglio. Profugo muore durante un’operazione di respingimento
Un profugo è morto nel contesto di un’operazione di respingimento da parte della Guardia Costiera greca nelle acque di Agathonisi, nel Dodecaneso. Lo ha denunciato la Ong Aegean Boat Report, citando le testimonianze di altri profughi che sono riusciti a sbarcare. Il giovane era su una barca che, salpata dalla costa turca del distretto di Didim, è stata intercettata e inseguita da una motovedetta greca al largo della piccola isola a sud di Samo. Secondo le autorità greche l’imbarcazione, con a bordo altre 10 persone, è finita a forte velocità su una scogliera sommersa ed è affondata. La vittima è stata recuperata esanime dopo il naufragio e trasferita in elicottero all’ospedale di Samo ma è arrivata ormai senza vita al pronto soccorso. I 10 superstiti sono stati sbarcati invece nel porto di Agathonisi. Del tutto diversa la ricostruzione fatta dai naufraghi, che peraltro risultano almeno 32 e non appena 10. Dopo che la loro barca, partita prima dell’alba, si è schiantata contro la scogliera – affermano – molti sono caduti o si sono gettati in acqua nel tentativo di arrivare a terra e di sottrarsi alla cattura, ma sarebbero stati investiti dalla motovedetta lanciata all’inseguimento. Il giovane che ha perso la vita sarebbe stato colpito alla schiena dall’elica, non si sa se della barca stessa o della motovedetta sopraggiunta subito dopo. Gravemente ferito e privo di conoscenza, è stato portato sulla spiaggia, dove alcuni compagni si sono fermati in attesa dei soccorsi mentre quasi tutti gli altri, tra cui dei feriti, si sono dileguati verso l’interno dell’isola. La Guardia Costiera lo ha poi prelevato e trasferito in elicottero a Samo. I 10 superstiti condotti ad Agathonisi dovrebbero essere appunto quelli che sono rimasti sul posto dello sbarco. Aegean Boat Report è però entrata in contatto con altri due gruppi di naufraghi: uno era a circa 300 metri dalla costa e l’altro, una ventina di persone, a 2 chilometri, a sud del villaggio di Katholico. Entrambi hanno riferito dell’inseguimento in mare e segnalato che un loro compagno era rimasto gravemente ferito. Dalle immagini inviate alla Ong dai naufraghi risulta che la Guardia Costiera aveva in zona una motovedetta Lambro 57 e una unità veloce più piccola, un Rib semirigido. E’ verosimile che sia stata quest’ultima a condurre l’inseguimento.
(Fonte: Ekathimerini, Ong Aegean Boat Report)
21 luglio. Tunisia: 6 migranti bloccati in mare e deportati nel deserto
Un gruppo di 6 migranti bloccati in mare sulla rotta per Lampedusa e ricondotti a Sfax dalla Guardia Costiera tunisina, subito dopo lo sbarco è stato preso in consegna dalla polizia che, nel giro di poche ore, lo ha deportato nel deserto verso il confine con l’Algeria. Si tratta di 2 uomini, 3 donne e un bambino piccolo. Secondo le notizie raccolte dalla Ong Alarm Phone Sahara, sono stati tutti abbandonati in prossimità della linea di frontiera, a oltre 200 chilometri dal punto di sbarco, lungo la direttrice che conduce verso la città algerina di Tebessa. Da quel momento non se ne è avuta più notizia. Non si sa se abbiano varcato il confine con l’Algeria o siano rimasti nell’area desertica tunisina.
(Fonte: Alarm Phone Sahara)
22-23 luglio. Bialowieza, soldato spara contro un gruppo di migranti: un ferito
Un soldato ha aperto il fuoco contro alcuni migranti che avevano appena varcato il confine con la Bielorussia nella foresta di Bialowieza: uno, un ragazzo sudanese, è stato ferito a una coscia da un proiettile di gomma, 5 sono stati fermati e arrestati. Il piccolo gruppo è stato sorpreso da una pattuglia in perlustrazione la sera di martedì 22 in una zona lontana dai varchi (peraltro ormai chiusi) ma “protetta” da siepi di filo lamellato alte almeno 4 metri e presidiata sia da squadre a piedi che da mezzi blindati. Il tentativo di dileguarsi nel bosco è stato subito sventato dai colpi sparati da almeno uno dei soldati. Il ferito è stato trasportato per le cure nella città di Hainowka, distante circa 25 chilometri, mentre i cinque arrestati sono stati consegnati alla Guardi aid Frontiera. Inizialmente non se ne è saputo nulla ma la notizia è stata pubblicata da alcuni quotidiani polacchi l’indomani, mercoledì 23, e solo a questo punto è arrivato il comunicato ufficiale del comando militare di zona. Alla nota diffusa dall’Esercito ne ha fatto seguito una della Guardia di Frontiera nella quale si afferma che nella giornata di martedì 22 “sono stati impediti almeno 100 tentativi di attraversamento al confine con la Bielorussia”.
(Fonte: Infomigrants)
22-23 luglio. Samo: respinti e abbandonati in mare decine di profughi
Un gommone con a bordo decine di profughi che stava per arrivare a Samo è stato intercettato, respinto e abbandonato in mare, nelle acque turche, dalla Guardia Costiera greca. Atene ha sempre negato che la sua Marina conduca questo genere di operazioni. Tuttavia in questo caso – come ha denunciato mercoledì 23 il ministro della difesa turco, c’è una ripresa video, effettuata da un drone che lo documenta in tutte le varie fasi. Il gommone era ormai in prossimità dell’isola quando una motovedetta lo ha bloccato e costretto a invertire la rotta puntando verso la costa anatolica della provincia di Aydin. Prima di entrare nelle acque turche all’unità militare è subentrata una imbarcazione con insegne civili che ha preso a rimorchio il canotto con tutti i profughi a bordo, trainandolo e abbandonandolo al largo del porto di Yilanci Burnu. Qualche ora più tardi è intervenuta per i soccorsi una motovedetta della Guardia Costiera turca.
(Fonte Daily Sabah)
23 luglio. Polonia: profugo respinto, incriminato chi cercava di aiutarlo
Un profugo somalo è stato respinto in Bielorussia dalla polizia polacca senza dargli la possibilità di presentare domanda di asilo e un giovane volontario è stato incriminato per aver cercato di assisterlo nelle pratiche legali per la richiesta. Il respingimento risale ad alcuni mesi addietro ma se ne è avuta notizia solo il 23 luglio quando Bertek, il giovane volontario, è dovuto comparire di fronte ai giudici del tribunale di Bialystok con l’accusa di “aver interferito con le operazioni della Guardia di Frontiera”. Un’accusa – ha rilevato la Ong Grupa Granica – che risulta ancora più grave ed assurda di quelle mosse ad altri volontari che hanno accolto e assistito materialmente dei profughi, offrendo magari cibo e un riparo, perché dimostra che è considerato un reato anche offrire consigli e informazioni giuridiche. Bertek, che opera da tre anni lungo la linea di confine con la Bielorussia nella zona di Bialystok, venuto a sapere del fermo del profugo somalo, ha cercato di avvicinarlo per informarlo degli “strumenti legali” disponibili per presentare e far eventualmente accettare la domanda di protezione internazionale, così come aveva manifestato a voce al momento del fermo. In sostanza, gli ha offerto un’assistenza giuridica e a tale scopo si è presentato più volte al comando della polizia di frontiera dove il profugo era stato rinchiuso, chiedendo un contatto con lui. In realtà il profugo era stato deportato al confine con la Bielorussia già poche ore dopo il fermo ma nessuno lo ha comunicato a Bertek, che così ha continuato a insistere per giorni che intendeva parlargli, fino a quando gli agenti lo hanno scacciato dagli uffici, comunicandogli che “stava infrangendo la legge” ed era stato denunciato.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
24 luglio. Bulgaria, spari della polizia al confine contro i migranti: un ferito
Un giovane marocchino è stato raggiunto da uno dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi dalla polizia bulgara nelle vicinanze del confine con la Turchia contro una ventina di migranti. Il piccolo gruppo, composto interamente da marocchini, è stato sorpreso la sera di giovedì 24 luglio da una pattuglia di tre agenti nei pressi del villaggio di Zezdets (regione di Burgas), poco dopo essere riuscito a varcare la linea di frontiera. Secondo il rapporto delle autorità bulgare, uno dei migranti avrebbe aggredito l’agente che cercava di fermarlo, provocando la reazione culminata nella sparatoria alla quale avrebbero preso parte anche altri agenti, oltre a quelli della pattuglia. La polizia, per giustificare l’uso delle armi, parla di “aggressione e necessità di autodifesa”, asserendo che prima di ricorrere al fuoco diretto sono stati sparati dei colpi in aria. Resta il fatto che nessuno del gruppo di migranti è risultato armato ma, soprattutto – stando a quanto sembra emergere dalle dichiarazioni degli stessi agenti – che il migrante ferito sarebbe stato colpito a una spalla mentre stava cercando di fuggire e non in uno scontro. Una volta catturato, l’uomo è stato condotto per i soccorsi in un ospedale di Burgas. La notizia, pubblicata da alcuni media locali venerdì 25 luglio, è stata rilanciata dai giornali marocchini martedì 29.
(Fonte; Nadorcity.com)
29 luglio. Aqdas, campo Unhcr. Sudanese scomparsa: si teme un rapimento
Una giovane rifugiata sudanese, Nawal Doud, 27 anni, è misteriosamente scomparsa all’improvviso dal campo di Aqdas gestito dall’Unhcr , in Niger. Le sue tracce si sono perse di colpo intorno al 20-21 luglio. Nessuno dei suoi amici, che l’hanno cercata a lungo, si spiega questa sparizione e con il passare dei giorni le preoccupazioni si sono via via aggravate perché, come ha denunciato la Ong Refugees in Libia, “nel campo, in un contesto di spaventoso deterioramento delle condizioni dei rifugiati, sono fortemente aumentati i casi di sparizioni inspiegabili o addirittura di rapimento”. Proprio per contestare questo genere di condizioni da oltre 300 giorni le migliaia di ospiti del campo situato a 15 chilometri da Agadez stanno protestando pacificamente ma in massa. Per Nawal, intanto, fin dal 24 luglio è stata formalizzata una denuncia di scomparsa ed è stato lanciato un appello di ricerca, con la richiesta a chiunque la riconosca o abbia qualche notizia di rivolgersi alla polizia.
(Fonte: Refugees in Libya)
29-30 luglio. Lesbo: bloccati, respinti e abbandonati in mare 19 migranti
La Guardia costiera greca ha bloccato nelle acque di Lesbo un gommone con 19 migranti, che è stato poi sospinto fino alle acque turche e abbandonato in mare. Diverse ore più tardi il canotto alla deriva è stato intercettato e soccorso da una unità della Guardia Costiera turca che ha preso a bordo l’intero gruppo al largo di Ayvacik, nella provincia di Canakkale. Si tratta di profughi provenienti da otto diversi paesi, in gran parte sconvolti da pesanti situazioni di crisi: Somalia, Yemen, Congo, Eritrea, Gibuti, Gambia ed Etiopia.
(Fonte: Daily Sabah)
30 luglio. Tunisia-Lampedusa. Affonda barca abbandonata alla deriva: 3 morti
Due bambini morti e un adulto disperso nel naufragio di una barca abbandonata per tre giorni alla deriva sulla rotta tra la Tunisia e Lampedusa. La tragedia si è compiuta proprio mentre stavano per arrivare finalmente i soccorsi ad opera di un mercantile. Nessun intervento, o comunque nessun intervento diretto, da parte delle autorità europee. Sul natante, uno scafo in ferro di una decina di metri, salpato verosimilmente dalla costa di Sfax, c’erano 98 migranti, tutti di origine subsahariana. In difficoltà dopo circa un giorno di navigazione, ad avvistarlo per primo, martedì 28 luglio, è stato Seabird, l’aereo da ricognizione di Sea Watch: era bloccato e con almeno due persone in acqua nella zona Sar libica ma quasi al limite di quelle tunisina e maltese. Lampedusa il porto sicuro più vicino. La Ong ha immediatamente segnalato l’emergenza, chiedendo aiuto sia all’Italia che a Malta, ma non è scattata alcuna operazione di soccorso. E’ poi emerso che l’Italia avrebbe delegato l’intervento a Tripoli, nonostante la Libia, non potendo essere considerata in alcun modo un “paese sicuro”, non abbia un proprio “place of safety” (Pos) e quindi non possa portare a termine operazioni di salvataggio, che si completano appunto con l’arrivo in un Pos. “Dopo 6 ore – ha denunciato Sea Watch – è arrivato un aereo di Frontex, che ha visto il natante ma si è subito allontanato”. Nulla per tutta la notte e per quasi tutta la giornata di mercoledì 29. “Le navi di soccorso europee avrebbero potuto raggiungere la zona in circa 3 ore, ma hanno scelto di non intervenire”, ha contestato ancora Sea Watch, sottolineando tra l’altro di non aver potuto operare direttamente perché la sua nave di soccorso veloce Aurora era bloccata nel porto di Lampedusa su disposizione delle autorità italiane per una serie di contestazioni mosse dopo un altro salvataggio. I soccorsi sono arrivati solo nel tardo pomeriggio di mercoledì grazie alla nave mercantile Port Fukuka, bandiera delle Isole Marshall, in rotta verso la Tunisia. L’operazione di recupero stava per iniziare quando la barca si è rovesciata e tutte le persone a bordo sono finite in mare. Due bambini, quando sono stati raggiunti, erano ormai morti. Tutti gli altri, tranne uno di cui non si è trovata traccia, sono stati recuperati in tempo e portati a bordo del cargo, dove sono state trasferite anche le due piccole salme. La nave ha poi proseguito la rotta verso la Tunisia. “E’ assurdo che le autorità italiane ed europee non siano intervenute ed abbiano anzi fatto di tutto per impedire a quei naufraghi di raggiungere l’Italia”, ha denunciato Sea Watch.
(Fonte: Ong Sea Watch, Alarm Phone, Avvenire, La Presse Italy, Agrigentonotizie, Ansamed, Infomigrants)
2 agosto. Egeo: in luglio respinti in Turchia dalla Grecia 793 profughi
Nei 31 giorni di luglio nell’Egeo sono stati effettuati dalla Guardia Costiera Greca 33 respingimenti di massa indiscriminati verso la Turchia, per un totale di 793 persone, inclusi numerosi bambini, donne, uomini esausti. E’ quanto emerge dal rapporto mensile della Ong norvegese Aegean Boat Report che monitora da anni la situazione lungo le rotte tra la costa turca e le isole egee della Grecia. Rispetto al mese di giugno queste operazioni condotte in contrasto evidente con il diritto internazionale sono aumentate del 73,7 per cento e il numero delle persone respinte e abbandonate in mare è cresciuto del 48,2 per cento. “In dieci casi, il 27,1 per cento del totale – ha rilevato la Ong – la crudeltà di queste operazioni è stata ancora più palese: le vittime, 215 persone, sono state caricate con la forza su zattere di salvataggio (attrezzature destinate a salvare vite ma impossibili da governare) e lasciate alla deriva in mare aperto. Si tratta del 400 per cento in più rispetto al mese di giugno”. “A partire dal gennaio 2020 – ha concluso Aegean Boat Report – abbiamo documentato 3.449 respingimenti nell’Egeo, per un totale di 94.633 uomini, donne e bambini. In 1.113 casi, ben 29.527 persone sono state abbandonate su 1.705 zattere di salvataggio deliberatamente lasciare alla mercé del mare. Questa non è protezione delle frontiere. Questo è un assalto sistematico alla dignità umana”.
(Fonte: Rapporto Aegean Boat Report pubblicato il 2 agosto)
2-3 agosto. Minacce alla Viking dalla Guardia Costiera libica
La Guardia Costiera di Tripoli ha minacciato e intimato di allontanarsi immediatamente alla Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee, che aveva appena compiuto una operazione di soccorso nelle acque internazionali della zona Sar libica. L’unità era intervenuta sulla scorta di un allarme ricevuto da Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, per una barca in difficoltà con a bordo 37 persone, avvisando e ricevendo l’ok a procedere da parte delle autorità di competenza, inclusa la centrale Mrcc italiana. Il salvataggio si stava concludendo quando è sopraggiunta una delle motovedette cedute dall’Italia alla marina libica che ha ordinato di lasciare subito l’area, nonostante si trattasse di acque internazionali e dunque non soggette all’autorità nazionale di Tripoli, che al massimo, in base alla finzione della zona Sar che la Libia si è attribuita nel giugno 2018, ha la responsabilità di condurre eventuali operazioni di ricerca e recupero. L’intimazione è stata ignorata da Roma, la quale anzi ha assegnato Ravenna, distante oltre 1.600 chilometri, alla Viking come porto di sbarco per i 37 naufraghi, in maggioranza rifugiati in fuga dal Sudan sconvolto da una guerra che ha causato decine di migliaia di morti e milioni di profughi.
(Fonte: Sito web Sos Mediterranee, Pressenza)
4 agosto. Lampedusa: illegittimo il fermo della nave Ong Aurora
E’ stato un abuso il fermo della nave Aurora, di Sea Watch, deciso dalle autorità italiane dopo un’operazione di salvataggio. Lo ha stabilito il Tribunale di Agrigento dopo che per 18 giorni all’unità veloce della Ong tedesca, bloccata nel porto di Lampedusa, è stato illegittimamente impedito di condurre operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale in un periodo particolarmente critico per il numero crescente di situazioni a rischio collegate all’aumento dei flussi migratori dalla Libia e dalla Tunisia. Il fermo era scattato dopo che l’Aurora aveva portato al sicuro 70 naufraghi a Lampedusa anziché a Pozzallo a causa delle condizioni meteomarine difficili e per di più in rapido peggioramento. “Siamo entrati nel porto di Lampedusa dopo 10 ore di navigazione, in contatto e autorizzati dalle autorità. La decisione di fermarci, dunque, è apparsa subito incomprensibile, motivata solo dalla volontà di fermare le navi di soccorso”, ha sostenuto fin dall’inizio la Ong. E proprio a causa di questo fermo l’Aurora non ha potuto intervenire per prestare aiuto alla barca con quasi 100 persone a bordo che, abbandonata per tre giorni alla deriva dopo essere partita dalla Tunisia, si è capovolta ed è affondata mentre stava per essere soccorsa dal mercantile Port Fukuka, con 2 bambini morti e un giovane disperso (nota del 30 luglio). Quello di Lampedusa, oltre tutto, è stato il quinto fermo subito dalle navi Ong in sei settimane.
(Fonte: Avvenire)
5 agosto. Tunisia: migrante guineano dal mare, al deserto, al carcere
Dal mare, al deserto al carcere: è durato più di tre mesi il calvario di un migrante guineano in Tunisia, passando dall’arresto mentre stava per rimbarcarsi per Lampedusa, alla deportazione nel deserto, al carcere quando è riuscito a tornare a Tunisi. Dopo essere stato liberato vive nascosto, nel timore di essere di nuovo intercettato dalla polizia. E’ la storia di un migrante guineano: emblematica di quanto accade quotidianamente a profughi e migranti al confine dell’Europa esternalizzato fino alla sponda sud del Mediterraneo grazie agli accordi sottoscritti tra la Ue, la Tunisia e prima ancora la Libia. La ha raccontata la giornalista indipendente Clemence Cluzel in un servizio pubblicato da Infomigrants. Il giovane, che dopo due tentativi di traversata (il primo dalla Libia) si era rifugiato a Tunisi, è stato arrestato verso la fine di maggio nei pressi di Sfax mentre insieme ad alcuni amici cercava di raggiungere il punto di imbarco concordato.
Il racconto. “Siamo arrivati da Tunisi in piena notte – ha raccontato – e con un taxi abbiamo raggiunto la periferia nord, al Km 10. Vedendo che eravamo subsahariani, il tassista ha pretese 150 dinari (circa 48 euro: ndr) invece della tariffa normale di 10 dinari. Dal Km 10 dovevamo andare con un taxi motociclistico al Km 24, dov’è uno dei campi per migranti, che era il nostro punto d’incontro, ma dopo appena 10 minuti siano stati fermati dalla Guardia Nazionale”. Condotti alla stazione di polizia di Sfax, hanno dovuto consegnare tutto quello che avevano, a cominciare dal denaro e dai cellulari. Sono rimasti in cella per circa tre giorni e poi, caricati con le mani legate dietro la schiena su un autobus con i finestrini chiusi da reti metalliche, li hanno condotti in un campo militare prima nei pressi di Sfax e poi a Kasserine, 200 chilometri a ovest, vicino al confine con l’Algeria. “Lì – ha continuato il ragazzo – ci hanno separato in piccoli gruppi e portato, sempre legati, in luoghi diversi, quasi alla frontiera, in pieno deserto. Solo a questo punto ci hanno slegato le mani, urlandoci di andare in Algeria, picchiandoci con i manganelli e minacciando di ucciderci se fossimo tornati indietro. E ci hanno abbandonati: senz’acqua, senza cibo, senza telefono…. Pensavamo che non ce l’avremmo mai fatta a salvarci, ma nel nostro gruppo c’era un uomo che era già stato lasciato nel deserto e conosceva la strada del ritorno. Ci siamo affidati a lui e dopo tre giorni di cammino siamo arrivati a Kasserine. Poi abbiamo proseguito. In totale abbiamo camminato per più di 9 giorni, sempre di notte e nascondendoci di giorno, possibilmente dove c’era qualche albero per ripararci dal sole. In particolare abbiamo preso una strada secondaria vicino ai binari del treno, in modo da non incontrare la polizia. Qualcuno lungo il cammino ci ha aiutato, ma altri ci hanno minacciato, attaccato, cercato di derubarci. Poi finalmente siamo arrivati a Sfax. Ho trascorso un mese nascosto nel campo al Km 24. Da qui ho contattato la mia famiglia che mi ha inviato un po’ di denaro. Quando mi sono sentito più al sicuro ho preso il treno per Tunisi ma sono sceso prima della stazione principale, per evitare i checkpoint della polizia, e ho raggiunto a piedi la casa dove mi era rifugiato prima del tentativo di imbarco a Sfax. Mi hanno detto subito che erano in programma altri convogli da Sfax ma in quei giorni c’erano molti posti di blocco e non ho voluto correre rischi. Poi, però, mi hanno arrestato per strada. Sono rimasto in prigione per due settimane. Per ora non me la sento ma forse in futuro tenterà ancora di attraversare il Mediterraneo”.
(Fonte: Infomigrants)
7 agosto. Sequestrato l’aereo da ricognizione Seabird 1 della Ong Sea Watch
Seabird 1, uno dei velivoli da ricognizione della Ong Sea Watch, è stato sequestrato e “messo a terra” per venti giorni da un’ordinanza dell’Enac, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, sulla base del decreto del governo Meloni che ha esteso le sanzioni già in vigore per le navi umanitarie anche ai mezzi aerei. Il provvedimento fa riferimento a una operazione risalente al 30 giugno, contestando che l’equipaggio di Seabird 1 non avrebbe informato Tripoli, come autorità marittima competente, di una situazione d’emergenza nella zona Sar libica. Totalmente ignorato per l’ennesima volta il fatto che la Libia, non potendo in alcun modo essere considerata un paese sicuro, non dispone di un proprio “place of safety” e di conseguenza non può coordinare e condurre operazioni di salvataggio. Come dire che, in realtà, il blocco appare un nuovo capitolo della guerra dichiarata dall’Italia alle Ong per allontanarle dal Mediterraneo Centrale e impedire di documentare cosa accade in realtà lungo le rotte dalla Libia e dalla Tunisia verso Lampedusa. Per il governo italiano, ha commentato Sergio Scandura, di Radio Radicale, è “vietato soccorrere in mare, vietato documentare le aggressioni di vedette libiche e tunisine, vietato documentare abbandoni e omissioni di soccorso, vietato documentare naufragi e morti”. La Ong ha annunciato un ricorso e nel frattempo ha continuato a operare con il suo secondo aereo da ricognizione, Seabird 2, che tra l’altro appena una settimana prima del sequestro di Seabird 1, ha raccontato nei dettagli il caso della barca abbandonata alla deriva per almeno 3 giorni con circa 100 persone a bordo a sud ovest di Lampedusa e naufragata, con 2 bambini morti e un giovane disperso, mentre stava per essere finalmente soccorsa da un mercantile.
(Fonte: Sito web Sea Watch, Sergio Scandura Radio Radicale)
7 agosto. Niger: armi e minacce della polizia contro i rifugiati ad Agadez
Minacce e duri interventi della polizia, anche armi alla mano, nel campo profughi di Agadez, la porta del Sahara in Niger, dove da oltre 300 giorni è in corso una massiccia ma pacifica protesta che coinvolge tutti gli ospiti del campo, migliaia, provenienti da vari paesi subsahariani (in particolare dal Sudan negli ultimi mesi) o dell’Africa occidentale. La struttura, realizzata in pieno deserto a 15 chilometri dalla città, è stata fortemente voluta dall’Italia nel 2017/2018 (sulla scia del memorandum con la Libia del febbraio 2017) per bloccare i flussi diretti al confine libico meridionale attraverso il Niger e può di fatto considerarsi il punto più meridionale delle frontiere europee esternalizzate in Africa lungo le rotte sahariane che portano in Libia o in Algeria. La protesta è esplosa per chiedere condizioni di vita più dignitose ma soprattutto la possibilità di ottenere una forma di protezione internazionale che consenta di arrivare in un paese sicuro, possibilmente europeo, in tempi ragionevoli, contestando che, di contro, il campo funziona solo come una “barriera” o un polo dove concentrare i migranti espulsi dall’Algeria o dalla Libia. In oltre 300 giorni non si è registrato alcun episodio di violenza da parte dei migranti ma la risposta delle autorità è stata di chiusura pressoché totale e i controlli di polizia si sono fatti sempre più stringenti, mentre verrebbero esercitate pressioni crescenti nei confronti dei presunti leader della protesta. L’ultimo caso è stato denunciato dalla Ong Refugees in Niger il 7 agosto quando il vicedirettore del Comitato degli Affari per i Rifugiati ha convocato nel suo ufficio ad Agadez otto giovani per comunicare – come si è scoperto in seguito – che il loro status di rifugiati era stato revocato. “Uno degli otto – ha segnalato la Ong – ha chiesto il motivo della convocazione ma lui (il vicedirettore: ndr) non ha risposto e anzi ha detto: ‘Se non verrete sarete arrestati tutti’, facendo segno agli agenti di polizia che lo accompagnavano di sequestrare il cellulare del ragazzo, con l’accusa di aver scattato delle foto. Il rifugiato si è rifiutato di consegnare il cellulare e allora gli hanno puntato un’arma contro il viso minacciando di sparargli. A quel punto non c’è stata scelta. Ma non era finita. Subito dopo hanno intimato di consegnare il telefono a un altro ragazzo, di nome Khalil, che era poco distante. Khalil, anziché obbedire, è scappato, inseguito da un agente con il mitra puntato, all’interno del campo. Non sono riusciti a prenderlo ma questa irruzione della polizia ha creato ulteriore tensione e soprattutto paura tra i rifugiati (gran parte dei quali hanno i documenti di richiedenti asilo rilasciati dall’Unhcr: ndr). Tutti ora temono che in questo clima, con l’evidente ostentazione delle armi da parte della polizia, possa ripetersi l’incidente verificatosi nel 2022, quando un ragazzo è stato ucciso da un colpo di pistola. E la situazione umanitaria è sempre più grave…”.
(Fonte: Ong Refugees, in Niger, Refugees in Libya, Refugees, in Tunisia)
7-8 agosto. Polonia: profughi respinti al confine senza poter chiedere asilo
Un piccolo gruppo di profughi, da tre a sei, è stato bloccato all’interno del territorio polacco poco dopo essere riuscito a superare il vallo del confine ed è stato respinto direttamente in Bielorussia senza avere la possibilità di presentare richiesta di asilo. Come dimostra un video girato dal versante bielorusso, dopo aver sfondato la prima recinzione di rete d’acciaio, quella alta oltre 5 metri, ha usato la cabina di un bagno chimico rovesciata su un lato come base per scavalcare la seconda barriera ed ha cercato di allontanarsi di corsa dalla linea di frontiera. Dallo stesso varco hanno tentato di entrare poco dopo altri profughi, subito fermati da diverse pattuglie di polizia e dell’esercito arrivate nel giro di pochi minuti. Quelli che erano riusciti a entrare sono stati intercettati ed arrestati ad alcune centinaia di metri di distanza dal confine mentre cercavano di dileguarsi nei boschi. Alcune foto postate dalla stessa polizia polacca ne mostrano tre costretti a terra in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena, circondati da agenti armati di mitra. Subito dopo, in base anche alle nuove disposizioni governative, sono stati espulsi in Bielorussia, ignorando le convenzioni internazionali che davano loro il diritto di presentare richiesta di asilo o comunque di protezione.
(Fonte: Infomigrants)
8 agosto. Sar Libia: intercettate e respinte 2 barche con decine di migranti
Due barche in rotta per Lampedusa, con a bordo decine di migranti, sono state catturate e respinte dalla Guardia Costiera di Tripoli. All’operazione ha assistito la nave Sea Watch 5, che non è potuta intervenire ma ne ha documentato tutte le fasi anche con foto e filmati. Le due barche si trovavano in acque internazionali, sia pure all’interno della zona Sar libica, quando sono state raggiunte e circondate da sei motovedette semirigide veloci, tutte unità fornite dall’Italia o comunque dall’Unione Europea alla Marina di Tripoli. Alcuni dei migranti, come ha segnalato Sea Watch arrivando in zona, erano in acqua: non è da escludere che si siano gettati fuoribordo, vedendo la nave umanitaria, per cercare di sottrarsi alla cattura da parte della Guardia Costiera libica. Sta di fatto che sono stati tutti costretti a rientrare in Libia a conclusione di un ennesimo respingimento di massa indiscriminato. “La nostra Sea Watch 5 avrebbe potuto condurli in salvo in un porto di sbarco sicuro. Ora, invece, rischiano abusi, violenze, lunghi periodi di detenzione”, ha commentato la Ong.
(Fonte: Ong Sea Watch, Alarm Phone)
11 agosto. Samos: spari e manovre pericolose contro una barca di profughi
Spari e manovre che hanno messo gravemente a rischio la stabilità di una piccola barca con 20 profughi a bordo costretta così ad abbandonare le acque di Samos e a tornare nella zona turca. Il nuovo respingimento violento in mare da parte della Guardia Costiera greca è stato denunciato dalla Ong norvegese Aegean Boat Report, che ha documentato la segnalazione con testimonianze, foto e filmati forniti dalle vittime, intercettate successivamente dalla Guardia Costiera turca. La barca, un gommone zodiac salpato dalla provincia di Kusadasi – ha riferito la Ong – era già arrivata a poche centinaia di metri dalla costa di Samos, all’altezza di Cape Prason, quando è stata raggiunta da una motovedetta greca che per fermarla ha compiuto una serie di giri tutt’intorno a forte velocità, sollevando forti ondate, e poi non ha esitato ad esplodere alcuni colpi di arma da fuoco. “Nelle registrazioni video – ha scritto sempre la Ong – i passeggeri si sentono urlare in preda al panico: ‘Stanno sparando! Stanno sparando!… A quel punto, temendo per la propria vita, non avevano altra scelta se non tornare indietro. La nave coinvolta è chiaramente identificabile in diversi video: una Lambro 57 ID LS-171, appartenente alla Guardia Costiera greca e di stanza a Samos. Non c’è dubbio che sia stato attuato un respingimento illegale. Quelle persone erano entrate in profondità nelle acque greche: volevano chiedere asilo ma sono state costrette con la forza a rientrare nelle acque anatoliche, dove le ha intercettate e arrestate la Guardia Costiera turca”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
12 agosto. L’Italia minaccia Sea Watch per i soccorsi a una donna incinta
“Portatela in Tunisia: se non fate come vi ordiniamo verrete puniti!…”: è sostanzialmente questa la risposta data dalle autorità italiane preposte alle operazioni di soccorso all’equipaggio della nave umanitaria Sea Watch 5 che chiedeva all’Italia di evacuare e condurre con urgenza in ospedale una giovane donna in travaglio da ore, con gravi complicazioni che rischiavano di mettere a rischio la sua stessa vita e quella del bambino. La ragazza era stata salvata insieme ad altre 65 persone su una barca alla deriva in acque internazionali: zona Sar maltese ma Lampedusa posto di sbarco sicuro più vicino. Poco dopo essere stata presa a bordo le si sono rotte le acque e l’equipe medica della Ong si è subito accorta che il parto si presentava molto complicato, con la probabile necessità di un cesareo d’urgenza. Da qui la richiesta di aiuto rivolta all’Italia e, a fronte del diniego ricevuto, l’insistenza nella richiesta, facendo notare tra l’altro che la Tunisia non può essere considerata un paese sicuro ma soprattutto che sarebbe stato molto più agevole inviare un elicottero di soccorso dall’Italia e trasferire la giovane in una struttura sanitaria italiana. L’emergenza era evidente e più il tempo passava più cresceva il rischio per la donna e il suo piccolo, eppure ci sono volute 4 ore di trattative tra l’Italia, Malta e la Tunisia prima che finalmente si decidesse di inviare un elicottero della Guardia Costiera italiana. “La donna – ha denunciato la Ong – è arrivata all’ospedale di Trapani 7 ore dopo la nostra prima segnalazione e in serata il suo bambino è potuto finalmente nascere in sicurezza. Lunghe ore di sofferenze che si sarebbero potute risparmia se l’intervento fosse stato autorizzato prima…”.
(Fonte: Rapporto Ong Sea Watch)
15 agosto. Samo: Respinti e abbandonati in mare su 4 zattere 86 profughi
La Guardia Costiera greca ha bloccato e abbandonato alla deriva nell’Egeo, su 4 zattere di salvataggio, 86 profughi (tra cui 20 bambini piccoli) provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Iraq. Il nuovo respingimento indiscriminato in mare, che ha messo a rischio la vita di decine di persone, è stato denunciato dalla Ong norvegese Aegean Boat Report. Non è chiaro da quale punto esatto della costa anatolica siano partiti i profughi e se fossero su una o più barche. Sta di fatto che sono arrivati certamente molto all’interno delle acque greche nella zona di Samo o addirittura sono riusciti almeno in parte a sbarcare ma poi, catturati dalla polizia e dalla Guardia Costiera, sono stati costretti ad ammassarsi sulle quattro zattere (del tipo in dotazione alla Marina greca, prodotte in un cantiere del Pireo) e trainati nelle acque turche. L’allarme è scattato alle prime luci dell’alba di venerdì 15 agosto, quando una motovedetta turca ha avvistato e recuperato le zattere in balia del mare a sud ovest di Datca, di fronte alla costa sud di Samo. “I profughi – ha segnalato la Ong – hanno dichiarato di non aver potuto chiedere aiuto dopo essere stati abbandonati in mare perché al momento della cattura la polizia greca ha sequestrato tutti i loro cellulari. Non si tratta di un incidente isolato. E’ un sistema che va avanti da anni”.
Egeo: dal luglio 2019 registrati 3.456 respingimenti. I dati sui respingimenti nell’Egeo censiti da Aegean Boat Report sono impressionanti: “Da quando Nea Demokratia (il partito di destra del premier greco Kyriakos Mitsotakis, al governo dal luglio 2019: ndr) è salita al potere – scrive in un breve rapporto la Ong – abbiamo documentato 3.456 casi di puskback nell’Egeo che, condotti dalla Guardia Costiera ellenica, hanno coinvolto 93.292 persone. In 1.102 di questi casi le attrezzature salvavita (le zattere di salvataggio) sono state usate in realtà come strumenti di deportazione, abbandonando 29.368 persone alla deriva, impotenti, su 1.693 zattere. Violando la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il suo protocollo del 1967 sul diritto di asilo; la Convenzione Europea dei dirtti dell’uomo, che vieta espulsioni collettive e trattamenti inumani o degradanti; le Convenzioni Unclos e Solas: le leggi del mare che impongono il soccorso e prevedono l’obbligo di uno sbarco sicuro; il Diritto dell’Unione Europea, compresa la Carta dei diritti fondamentali, che vieta in maniera assoluta il respingimento. Si tratta non di ‘controllo di frontiera’ ma di un sistema di operazioni illegali finanziato di fatto finanziato dalla Commissione Europea, mentre l’agenzia Frontex guarda altrove”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
18 agosto. Lesbo: respinta in Turchia una barca con 15 profughi
Quindici profughi arrivati dalla costa anatolica in prossimità di Lesbo sono stati respinti nelle acque turche e abbandonati alla deriva sulla loro piccola barca con il motore in avaria. Lo ha scoperto la Ong Alarm Phone, a cui il piccolo gruppo si era rivolto per chiedere aiuto. “Quando ci hanno contattato – ha denunciato la Ong – avevano bisogno di soccorsi urgenti perché il motore della barca non funzionava più. Nel video che ci hanno inviato, anzi, si vedevano alcune persone in acqua…”. La Guardia Costiera greca è stata informata subito dopo la telefonata, ma poco dopo si è perso ogni contatto. Il “mistero” si è protratto per circa otto ore, fino a quando gli operatori di Alarm Phone hanno appreso che i 15 profughi erano stati intercettati dalla Guardia Costiera turca, nonostante al momento dell’Sos si trovassero ampiamente nelle acque territoriali greche. Non è chiaro se la barca sia stata trainata fino alle acque turche da una motovedetta greca o se (ma appare meno probabile) una motovedetta turca abbia “sconfinato” d’intesa con le autorità greche. In ogni caso si tratta di un evidente respingimento.
(Fonte: Alarm Phone)
18-19 agosto. La nave Mediterranea ostaggio per ore di unità militari libiche
Alla sua prima missione Mediterranea, la nuova nave umanitaria della Ong italiana omonima, è stata circondata e tenuta in ostaggio per ore, in acque internazionali, da unità della Marina libica con a bordo uomini armati. L’unità è arrivata nella serata di lunedì 18 nella zona di operazione prescelta, iniziando le operazioni di pattugliamento e monitoraggio. L’assalto è avvenuto poche ore più tardi. “Mediterranea – ha denunciato la Ong – era in acque internazionali (sia pure nella zona Sar gestita da Tripoli: ndr), 30 miglia al largo delle coste della Libia quando, verso le 5 del mattino di martedì 19, è stata circondata da diversi gommoni veloci militari, ciascuno con a bordo uomini armati di pistole e fucili mitragliatori. Alle 7,30 sono diventati otto i gommoni disposti in cerchio attorno alla nostra nave e hanno cominciato pericolose manovre davanti alla prua mentre i miliziani a bordo, in divisa e molti con il volto coperto dal passamontagna, facevano gesti di minaccia all’indirizzo del nostro equipaggio. Subito dopo hanno inviato ossessivi messaggi radio con una sola frase: Go out off Libya… Go out off Libya… E’ andata avanti così per un’ora. Poi i gommoni si sono diretti verso il porto di Zawiya”.
(Fonte: Agenzia Ansa, Ong Mediterranea)
24 agosto. Almeno 20 minuti di spari contro la Viking da una motovedetta libica
La Ocean Viking, nave umanitaria della Ong Sos Mediterranee, è stata attaccata da una motovedetta libica, che l’ha tenuta sotto un fuoco a mitraglia per almeno 20 minuti, esplodendo centinaia di colpi. Non ci sono feriti ma il bilancio dei danni a bordo è notevole, specie a oblò, cristalli dei finestrini, singole attrezzature. L’assalto, improvviso, equiparabile a un atto di pirateria, è stato condotto a partire dalle 15 di domenica 24 agosto. La nave, con a bordo 87 naufraghi tratti in salvo in due precedenti operazioni, era in acque internazionali, a circa 40 miglia nautiche dalla costa libica, impegnata nella ricerca di un’altra barca in difficoltà segnalata dalla centrale Mrcc di Roma, con il nulla osta a interrompere e deviare la rotta di rientro in Italia per lo sbarco a Marina di Carrara dei primi due gruppi di migranti soccorsi. La motovedetta, uno dei due pattugliatori d’altura classe Corrubia, già in forza alla Guardia di Finanza, ceduti dall’Italia alla Marina di Tripoli nel marzo 2023, dopo averli ristrutturati, è arrivata da sud a forte velocità, ordinando di abbandonare la zona e dirigersi verso nord. “Ci stavamo già allontanando – ha riferito il comandante della Viking – quando da bordo della motovedetta, senza alcun preavviso, due uomini hanno aperto il fuoco contro di noi, direttamente, iniziando un assalto durato almeno 20 minuti”. Il primo atto è stato quello di mettere al sicuro l’equipaggio e gli 87 naufraghi nella “cittadella” della nave, il locale dove chiudersi in caso di attacchi. “Un attimo dopo (alle 15,07 e alle 15,08) – ha riferito Angelo Selim, il capomissione – sono state lanciate richieste di soccorso a tutte le navi sul canale d’emergenza, ma non ha mai risposto nessuno”. Un silenzio inspiegabile, visto che la Viking era in un tratto di mare molto trafficato da navi commerciali ma soprattutto pattugliato da numerosi assetti militari, a cominciare da quelli della missione europea Med Irini contro i traffici illeciti. Rimasti senza esito anche i tentativi di contattare la Marina Militare italiana, da bordo hanno deciso di chiamare la centrale Mrcc di Roma della Guardia Costiera, per chiedere agli operatori di informare loro la Marina, ma è andata ancora peggio: “Ci hanno detto – ha riferito sempre Angelo Selim – di contattare il Paese di bandiera, la Norvegia, peraltro subito da noi informata. Eppure dall’operazione Eunav for Med spesso ci contattano, quindi ci sono mezzi dislocati anche con il compito di investigazione e protezione nel Mediterraneo”. In sostanza, la Viking è stata abbandonata se stessa, prima sotto il fuoco libico e poi, nella rotta di rientro, con il rischio che l’ex pattugliatore italiano ora in forza a Tripoli tornasse all’attacco, dando seguito alle pesanti minacce di morte trasmesse via radio. L’unica variante è stato il cambiamento del porto di sbarco per gli 87 naufraghi: Siracusa anziché Marina di Carrara. Silenzio totale anche da parte dell’intero Governo Meloni, nonostante l’assalto sia stato condotto da una unità donata alla Libia dall’Italia.
(Fonte: Ong Sos Mediterranee, sito web Sergio Scandura Radio Radicale, Il Fatto Quotidiano, La Sicilia)
25 agosto. Agadez: arrestati e “spariti” 6 profughi del campo Unhcr
Al termine di una irruzione armata, la polizia ha arrestato 6 dei principali animatori della protesta pacifica che dura da quasi un anno (237 giorni) nel centro di accoglienza gestito dall’Unhcr nel deserto, a circa 15 chilometri da Agadez. Le autorità non hanno comunicato dove i sei giovani (3 uomini e 3 donne) siano stati condotti dopo la cattura: si teme che siano stati deportati, probabilmente al sud, e che il loro status di rifugiati sia stato revocato. Il blitz, stando a diverse testimonianze, è stato condotto in presenza di funzionari governativi della National Election Committee (Cne), l’organismo per l’idoneità dello status di rifugiato. “Membri della Cne – hanno riferito – erano insieme alla polizia ed entravano nelle case. Hanno sfondato le porte di diverse abitazioni, al punto che i bambini e le donne hanno cominciato ad urlare e a piangere per la paura”. Gli arresti sono stati effettuati proprio mentre i circa duemila ospiti del campo – voluto e finanziato dall’Italia e dall’Unione Europea nel contesto delle misure per bloccare i flussi di profughi e migranti a sud del confine sahariano della Libia – hanno inviato una petizione all’Unhcr e al Governo del Niger per ripristinare nella struttura le forniture di cibo e di acqua, l’assistenza sanitaria e le condizioni di sicurezza: in sostanza, le stesse richieste che sono alla base della protesta e che sono state oggetto di una “lettera aperta” inviata all’inizio di aprile alle Nazioni Unite dall’Asgi con il sostegno di 24 organizzazioni umanitarie italiane. Dal febbraio 2025 – si legge nella petizione – è stata sospesa l’assistenza alimentare per 1.730 persone, ci sono stati interventi pesanti contro manifestanti pacifici, 7 rifugiati sono morti in due mesi a causa della mancata assistenza sanitaria”. In un documento pubblicato il 30 maggio l’Unhcr ha comunicato, “con rammarico”, di aver dovuto sospendere “gli aiuti alimentari a causa della grave crisi finanziaria” e che si sarebbe passati “da un’assistenza generalizzata a un approccio mirato e basato sui bisogni”. Ma la situazione, già molto ficile, è peggiorata rapidamente. “Avrebbe dovuto essere un centro di assistenza umanitaria ma in realtà il campo di Agadez è diventato una prigione nascosta nel deserto”, accusano i rifugiati. Silenzio pressoché totale da parte del Governo italiano e della Ue, scarsissima attenzione dai media.
(Fonte: Ong Refugees in Libya e Refugees in Niger, Change Org, Asgi, Fanpage
27 agosto. Bulgaria: 11 profughi respinti in Turchia vicino a Krainovo
Undici profughi sono stati intercettati dalla polizia nei pressi della linea di confine, all’altezza di Kraynovo, e respinti in Turchia. Superata la frontiera, si sono messi in contatto con Alarm Phone specificando di voler presentare richiesta di asilo in Europa e facendo presente che uno di loro aveva urgente bisogno di cure mediche. La Ong ha subito interessato le autorità bulgare per sollecitare un intervento di soccorso. I tentativi successivi di rimmersi in contatto con i profughi sono andati tutti a vuoto e nessuna informazione è stata fornita dalla polizia o da altri organismi ufficiali bulgari, nonostante le sollecitazioni. Un “silenzio” che induce a ritenere che l’intero gruppo, come è accaduto in altri casi del genere, sia stato costretto a tornare in Turchia dopo che, verosimilmente, gli sono stati sequestrati i cellulari con cui si era messo in comunicazione con Alarm Phone.
(Fonte: Alarm Phone)
28 agosto. Tilos: respinti in Turchia 77 profughi (21 bambini)
La Guardia Costiera greca ha costretto a rientrare nelle acque turche 77 profughi (tra cui 21 bambini di età inferiore ai 15 anni) arrivati su una piccola barca stracarica in prossimità di Tilos, nel Dodecaneso. Abbandonati alla deriva, i naufraghi sono stati poi recuperati da una motovedetta turca. Il respingimento è stato ricostruito dalla Ong Aegean Boat Report, alla quale i profughi avevano chiesto aiuto verso le 20,30 di giovedì 28 agosto, quando erano tra Tilos e Rodi. “Al momento della chiamata – ha denunciato la Ong – non c’è dubbio che la barca fosse ampiamente all’interno delle acque territoriali greche: la posizione Gps la segnalava 6,3 miglia a sud est di Tilos. Abbiamo avvertito la centrale di soccorso ma stranamente le autorità greche hanno risposto di non avere alcuna operazione di recupero in corso e che in ogni caso non avevano alcuna responsabilità per la sorte del gruppo che stavamo segnalando. Hanno continuato a negare nonostante l’evidente contraddizione con la posizione Gps che ci risultava e alcuni video che ci erano arrivati. Da quel momento non abbiamo più avuto contatti ma alle 3,15 ci risulta che la Guardia Costiera turca ha soccorso una barca con a bordo esattamente 77 profughi, tra cui 21 bambini, al largo del porto di Datca, a nord est di Tilos. Appare evidente che si tratta della stessa barca, finita nelle acque territoriali turche ad opera della Marina greca”.
Fonte: Ong Aegean Boat Report)
2 settembre. Sar Malta: Morti 7 naufraghi, 41 bloccati 5 giorni sulla Maridive
Quarantuno profughi provenienti da Etiopia, Eritrea e Sudan sono rimasti bloccati per cinque giorni, con il rischio di essere respinti in Tunisia, sul ponte della Maridive 8, una delle navi supporto delle piattaforme petrolifere, che li aveva tratti in salvo dopo il naufragio del gommone su cui si erano imbarcati a Zuwara, in Libia, per chiedere asilo in Italia. La situazione si è risolta solo grazie all’intervento della nave Aurora, della Ong Sea Watch che, sfidando l’indifferenza e il “silenzio istituzionale” delle autorità italiane e maltesi, li ha presi a bordo, facendo rotta poi verso Lampedusa. Altri 7 erano morti prima dei soccorsi, nei giorni iniziali di un’odissea che si è protratta complessivamente per almeno una settimana. Il gommone era partito tra il 26 e il 27 agosto ma, a causa di un guasto al motore, è rimasto alla deriva, ingovernabile, per quasi 48 ore nel mare in burrasca. E’ in questa circostanza che 7 dei 48 a bordo sono scomparsi cadendo in acqua: prima 2, poi altri 5. La richiesta di aiuto è stata raccolta da Alarm Phone, che ha diramato ripetuti Sos sia a Malta, competente per la zona Sar, che all’Italia, essendo Lampedusa il “luogo sicuro” di sbarco più vicino. Né Roma né La Valletta sono intervenute. I soccorsi sono arrivati dalla Maridive 8 su indicazione delle autorità tunisine. Presi a bordo i 41 naufraghi superstiti, si è posto il problema dello sbarco, ma al comandante della nave non sono arrivate indicazioni. Una ignavia che si è protratta per cinque giorni, durante i quali la nave-officina, non attrezzata per ospitare tante persone tanto da doverle lasciare accampate alla meglio sul ponte, ha esaurito anche i viveri. La situazione stava precipitando e si prospettava uno sbarco-respingimento in Tunisia (simile al caso della Vos Triton, un’altra nave-officina alla quale nel giugno 2021 è stato ordinato di consegnare a una motovedetta libica gli oltre 150 naufraghi tratti in salvo) ma il rischio è stato sventato da Sea Watch: l’aereo da ricognizione Sea Bird ha individuato e monitorato costantemente la Maridive a partire dal primo ottobre e contemporaneamente è stata fatta confluire sul posto la nave veloce Aurora, che martedì 2 ottobre, anticipando eventuali iniziative della Marina tunisina, ha preso a bordo tutti i 41 naufraghi sbarcandoli poi a Lampedusa prima dell’alba di mercoledì 3 agosto.
(Fonte: Ong Sea Watch, Repubblica, Agenzia Ansa, Agrigentonotizie)
5 settembre. Bulgaria: 4 profughi respinti a Malko Tarnovo
Quattro profughisono stati respinti in Turchia dalla polizia bulgara. Poco dopo essere riusciti a varcare la linea di frontiera nei pressi di Malko Ternovo, si erano messi in contatto con Alarm Phone per chiedere aiuto, specificando di aver bisogno di assistenza e di voler presentare domanda di asilo in Europa. La Ong ha avvertito la polizia bulgara. Da quel momento se ne sono perse le tracce. Contattata successivamente, più volte, da Alarm Phone, la polizia ha riferito che, nonostante le ricerche, i quattro profughi segnalati non erano stati trovati. “Spariti”. Alcuni familiari, però, hanno asserito che nell’ultima comunicazione ricevuta, i quattro avevano detto di essere stati raggiunti poco prima da una pattuglia di agenti. Appare molto verosimile, allora, che in realtà il piccolo gruppo, dopo essere stato individuato, sia stato costretto a tornare in Turchia.
(Fonte: Alarm Phone)
5 settembre. Blocco e ammenda di 100 mila euro all’aereo Ong Colibri
Un’ammenda da 100 mila euro e 20 giorni di blocco a terra: è la “sanzione” decisa dalle autorità italiane a carico di Colibri, il piccolo aereo da ricognizione della Ong Pilotes Volontaires, che opera nel Mediterraneo centrale per l’individuazione di barche di migranti in difficoltà a cui portare soccorso, in collaborazione con altre Ong, come Alarm Phone, Sea Watch, Sea Eye, Sod Humanity, ecc. E’ la più pesante “punizione” mai inflitta finora a un aereo da ricognizione o a una nave delle Ong, motivata con il fatto che Colibri non avrebbe comunicato le situazioni d’emergenza riscontrate verso la fine di agosto anche alla Libia, oltre che alle centrali operative Mrcc italiana e maltese. “Questo fermo e questa sanzione si traducono, in concreto, in altre vite perdute in mare”, ha commentato Pilotes Volontaires in un comunicato stampa diffuso il 21 settembre, facendo riferimento ai rischi provocati da una riduzione della vigilanza in mare e agli ostacoli creati alla Ong anche dal punto di vista economico: “Con questa decisione l’Italia prosegue la sua politica repressiva e manifesta di nuovo la sua volontà di tenere le Ong lontane dalle zone di operazione. L’ammenda inflitta non ha nulla a che vedere con un preteso rispetto della legge. Al contrario: dimostra un accanimento amministrativo con l’obiettivo di disperdere le organizzazioni civili di salvataggio nel Mediterraneo centrale, in particolare dopo l’adozione del decreto Flussi. Eppure i Tribunali italiani, fino alla Corte Costituzionale, hanno più volte ricordato che qualsiasi decisione basata su norme punitive e discriminatorie che aggirano il diritto del mare, deve essere considerata illegale e illegittima”. E quanto alla contestazione di non aver avvisato la Libia, Pilotes Volontaires ne ha rivendicato in pieno la scelta proprio appellandosi al diritto internazionale: “Abbiamo sempre rispettato il diritto del mare e i diritti fondamentali. Per questo motivo abbiamo sistematicamente rifiutato di avvisare le milizie libiche, responsabili di intercettazioni violente, che riportano i sopravvissuti nei campi dove subiranno abusi, sfruttamento e torture. Quelle milizie che sparano sui nostri partner con armi da guerra…”. Raffiche a mitraglia – è il caso di ricordare – come quelle sparate da una motovedetta libica contro la nave Ong Ocean Viking meno di due settimane prima della “punizione” inflitta a Pilotes Volontaires: 20 minuti ininterrotti di fuoco ad altezza d’uomo su cui il Governo italiano non ha ritenuto di dire una sola parola.
(Fonte: Ong Pilotes Volontaires, Alarm Phone)
6-7 settembre. Grecia: 19 palestinesi catturati a Farmakonisi respinti a Bodrum
Diciannove profughi palestinesi che avevano cercato rifugio sull’isola di Farmakonisi sono stati catturati da militari greci, portati con una motovedetta nelle acque turche di Bodrum, a 35 miglia di distanza, e abbandonati in mare su una zattera di salvataggio. Il complicato, incredibile respingimento dei 19 disperati in fuga da un paese devastato come la Palestina, è stato ricostruito dalla Ong norvegese Aegean Boat Report, alla quale si erano rivolti subito dopo lo sbarco nella serata di sabato 6 settembre. L’isola è vicinissima alla costa turca e per proprio questo numerosi profughi cercano di raggiungerla, ma non ha popolazione civile: c’è solo un presidio militare e l’accesso a barche private è vietato. Facendo presente questa situazione, appena ricevuta la richiesta di aiuto, la Ong ha consigliato al gruppo di chiamare il numero d’emergenza 112 e di recarsi al comando del presidio, in modo da segnalare ufficialmente la loro presenza, e chiedere di essere trasferiti a Leros, dove è il più vicino centro di accoglienza. I profughi hanno seguito esattamente questa procedura, ma appena hanno incontrato una pattuglia di militari sono stati arrestati. “A partire dalle 2,31 della notte tra sabato 6 e domenica 7 non è stato più possibile contattare i loro telefoni”, ha riferito Aegean Boat Report che, sperando fossero stati trasferiti a Leros, ne ha chiesto notizie, senza ricevere alcuna risposta, sia alla Guardia Costiera greca che al centro accoglienza. Alle 9,10 di domenica, poi, la Ong ha ricevuto la comunicazione dalla Guardia Costiera turca che un gruppo di 19 persone era stato recuperato al largo di Bodrum, ammassato su una zattera di salvataggio. Nessun dubbio, dal confronto di foto e filmati, che si trattava dei 19 palestinesi. Quello che era accaduto dal momento dell’arresto lo ha poi raccontato uno dei profughi ad Aegean Boat Report: “Alla mezzanotte di sabato eravamo già sull’isola. Io stesso ho chiamato tre organizzazioni umanitario, inclusa la vostra, indicando la nostra posizione. Poco dopo la polizia militare ci ha arrestato e rinchiusi in una stanza buia, sequestrandoci tutto quello che avevamo: denaro, telefoni, indumenti… Tutto, insomma. Ci hanno detto che ci avrebbero condotto a Leros. Al mattino ci hanno fatto salire su una nave grande, con quattro uomini di equipaggio. Non ci hanno restituito quello che ci avevano sequestrato. E invece di portarci a Leros, a un certo punto ci hanno costretto a scendere su una zattera gonfiabile, abbandonandoci in mare… L’equipaggio della nave aveva divise blu, il volto mascherato e guanti neri…”. La descrizione della nave corrisponde a quella di una Lambro 57, il tipo di motovedetta in dotazione alla Guardia Costiera greca. Da Farmakonisi fino a Bodrum, dove la zattera è stata intercettata nelle acque turche, c’è una distanza di oltre 35 miglia marine: un’enormità rispetto ad altri respingimenti analoghi. Questa lunga rotta – afferma Aegean Boat Report – può spiegarsi forse con il fatto che se avessero abbandonato la zattera con i profughi nella zona di Farmakonisi, le correnti l’avrebbero spinta di nuovo verso la costa greca. Si sono voluti assicurare, insomma, che il respingimento andasse a buon fine. Anche a costo di percorrere ben 35 miglia marine, fino alle soglie delle acque turche, prima di abbandonare nell’Egeo i 19 profughi.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
8 settembre. Zuwara. “I libici hanno sparato contro la nostra barca”
“Ci hanno sparato addosso…Hanno fatto fuoco ripetutamente contro di noi e la nostra barca…”: lo hanno denunciato subito dopo lo sbarco al molo Favarolo 14 dei 21 profughi egiziani e somali arrivati a Lampedusa su un barcone di dieci metri. “Eravamo partiti da Zuwara da poco più di mezz’ora quando siamo stati raggiunti da una grossa barca veloce libica dalla quale più di qualcuno ha cominciato a sparare ad altezza d’uomo. Per fortuna nessuno di noi è stato colpito o è caduto in acqua”. Forse volevano fermarli o forse, come è accaduto in passato, è stato un “raid di avvertimento” e rappresaglia condotto da un clan rivale di quello che aveva organizzato la “spedizione” verso Lampedusa. In ogni caso, chi era al timone non si è fermato, continuando la navigazione e lasciandosi alle spalle la barca degli aggressori, che poco dopo è tornata indietro. Sulla scorta di questa denuncia il barcone è stato sequestrato per accertare eventuali tracce di proiettili sullo scafo. A prescindere dall’inchiesta che è stata aperta, il racconto appare verosimile: meno di una settimana prima, mercoledì 3 settembre, Alarm Phone ha ricevuto un Sos da circa 50 migranti che, in gravi difficoltà su un gommone bloccato nelle acque della zona Sar libica (coordinate 33° 32’ Nord, 13° 09’ Est) hanno riferito tra l’altro di avere un disperato bisogno di aiuto per alcuni di loro con ferite da armi da fuoco. La Ong ha informato la Guardia Costiera italiana, ma non risulta che ci siano stati interventi e si ignora che fine abbiano fatto quei 50 migranti in fuga dalla Libia.
(Fonte: Rai News, Agenzia Ansa, Alarm Phone)
11 settembre. Carcere di Tobruk: migrante costretto in piedi giorno e notte
Ancora un video dell’orrore da un lager libico. Un uomo ha il polso destro legato una grata posta a un’altezza superiore alla sua statura. In questo modo è costretto a stare costantemente in piedi, giorno e notte, con il braccio sollevato. L’unico modo che ha per cercare di riposare è appoggiarsi un po’ alla parete. Le immagini sono state fatte pervenire a Refugees in Libya, che le ha pubblicate sul web. E’ una delle torture – rileva la Ong – inflitte agli oltre 900 rinchiusi nel centro di detenzione di Tobruk. La maggior parte sono migranti arrestati a terra prima dell’imbarco o catturati in mare, per lo più sulla rotta tra la Cirenaica e Creta. “Ogni giorno – denuncia ancora la Ong – riceviamo messaggi e immagini inquietanti dai rifugiati prigionieri in quel centro. Il loro numero aumenta di giorno in giorno. Questa struttura è gestita dal Directorate for Combatting Illegal Migration (Dcim), un organismo che riceve finanziamenti europei attraverso il Memorandum d’intesa Italia-Libia del 2017”. Tobruk, in particolare, è la sede del Parlamento da cui è stato espresso il governo libico che ha sede a Bengasi e che, opposto a quello di Tripoli, non è riconosciuto ufficialmente a livello internazionale ed è dominato, pur non avendo alcun incarico ufficiale, dal generale Kalipha Aftar, il “signore della guerra” della Cirenaica. Nonostante questa situazione, rappresentanti del Governo italiano hanno avuto più volte colloqui e incontri con lo stesso Haftar ed altri esponenti governativi, sia in Cirenaica che a Roma, per stringere accordi di vario genere: in particolare proprio sul “contenimento” dei flussi migratori. Uno degli ultimi, l’undici giugno a Roma, quando il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha ricevuto con tutti gli onori Saddam Haftar, “delfino” del padre Kalipha, che lo ha fatto nominare a sua volta generale. Un incontro – si legge nel comunicato del Viminale – dettato “dal forte legame storico tra Italia e Libia” e “dalla comune necessità di affrontare importanti sfide quali la gestione delle politiche migratorie”. Nella nota non si fa cenno se il ministro abbia sollevato questioni come quella del lager di Tobruk.
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Comunicato Viminale 11 giugno 2025 ore 20,25)
12 settembre. Polonia, confine bielorusso: in agosto almeno 11 respingimenti
Almeno 11 casi respingimento di profughi da parte della polizia polacca in agosto al confine con la Bielorussia. E’ quanto emerge dal rapporto mensile della Ong Grupa Granica pubblicato venerdì 12 settembre. Nell’arco del mese i volontari della Ong hanno ricevuto 51 richieste di assistenza da 228 persone, in gran parte nella zona della foresta di Bialowieza. In 40 casi gli interventi di soccorso sono riusciti, portando aiuto a 105 persone, tra cui 9 donne e 11 bambini. Di contro, 11 interventi non hanno avuto successo e, “il più delle volte – si legge nella relazione – ciò significa che prima che arrivassimo i profughi/migranti bisognosi di aiuto erano già stati portati in Bielorussia”. La maggioranza delle persone che sono state raggiunte venivano dall’Afghanistan e dall’Eritrea. Gli altri da Etiopia, Pakistan, Somalia, Sudan, Yemen. Tutti paesi sconvolti da guerre e pesanti situazioni di crisi.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
12-13 settembre. Tilos: 74 profughi abbandonati su 4 zattere in acque turche
“La Guardia Costiera greca ha respinto nelle acque territoriali turche i 74 migranti trovati a bordo di una barca in difficoltà nell’Egeo. Tra quei migranti c’erano anche 18 bambini”: la denuncia in questo caso specifico arriva direttamente dalla Guardia Costiera turca, che ha tratto in salvo l’intero gruppo abbandonato alla deriva, poco al largo del litorale del distretto di Marmaris, provincia di Mugla. Al rapporto di Ankara si è poi aggiunta la segnalazione della Ong norvegese Aegean Boat Report, che ha ricostruito nei dettagli quanto è accaduto. La barca dei profughi è stata intercettata dai greci, la sera di venerdì 12 settembre, 14 miglia a sud ovest dell’isola di Tilos, qualche decina di chilometri a nord ovest di Rodi, nel Dodecaneso, dopo aver lanciato una richiesta di aiuto alla Ong perché lo scafo imbarcava acqua e il motore era in panne. Dal momento in cui una motovedetta della Guardia Costiera li ha presi a bordo, i naufraghi sono come “scomparsi”. Aegean Boat Report non è più riuscita a contattarli e d’altra parte la Marina greca asseriva di non averli trovati, nonostante negli ultimi video inviati con il cellulare alla Ong da qualcuno dei 74 si vedesse una motovedetta non lontano dalla barca. Prima dell’alba, con l’intervento della Guardia Costiera turca, si è poi scoperto che tutti i naufraghi erano stati costretti ad ammassarsi su quattro zattere pneumatiche, poi abbandonate al largo di Marmaris. Non solo: “Alcuni testimoni – ha sottolineato Aegean Boat Report – hanno riferito che la Guardia Costiera greca avrebbe persino sparato alcuni colpi di intimidazione verso la barca”. Le autorità greche negano da sempre di condurre o anche solo di essere in qualche modo coinvolte in questo genere di operazioni illegali, in netta violazione del diritto internazionale, ma quelle turche non mostrano alcun dubbio: “Questa pratica illegale di cui è responsabile Atene è stata ben documentata, in numerose occasioni, dalla Turchia, da gruppi per la difesa dei diritti umani e da associazioni umanitarie sia nell’Egeo che lungo i confini di terra dell’Evros”.
(Fonte: Hurriyet Daily News, Ong Aegean Boat Report)
13 settembre. Bulgaria: 7 profughi respinti in Turchia vicino a Rudenovo
Sette profughi sorpresi in Bulgaria poco dopo aver attraversato il confine sono stati respinti in Turchia dalla polizia. Gli agenti che hanno eseguito l’intervento non hanno esitato nonostante nel gruppo ci fossero quattro bambini piccoli e gli adulti abbiano dichiarato di voler presentare domanda d’asilo. Quando una pattuglia delle guardie di frontiera li ha avvistati, i sette erano in un’area boscosa nei pressi di Rudenovo, a meno di due chilometri dalla linea di confine. Poco prima erano riusciti a mettersi in contatto con Alarm Phone, segnalando che si trovavano in gravi difficoltà e che erano in ansia soprattutto per i quattro piccoli. Dopo che la Ong ha girato la richiesta di aiuto alle autorità bulgare i contatti si sono interrotti. Un “silenzio” che ha subito fatto sospettare un nuovo respingimento coatto. La conferma della deportazione è arrivata l’indomani da alcuni familiari dei profughi. “Il gruppo – ha denunciato la Ong – è stato anche picchiato e costretto con grande violenza a tornare indietro”.
(Fonte: Alarm Phone)
16 settembre. Esposto alla Cpi: “10 migranti gettati in mare da militari libici”
La notte tra il 20 e il 21 agosto 10 migranti sono stati gettati in mare da una barca di trafficanti, circa 30 miglia al largo della Libia. Alla scena ha assistito la nave Ong Mediterranea, che li ha salvati, sbarcandoli il 23 a Trapani, e che nei giorni successivi ha scoperto che quei “trafficanti” erano militari libici di una brigata guidata da Abdul Salam Al Zoubi, il viceministro della difesa del governo di Tripoli ricevuto al Viminale pochi giorni dopo, il 6 settembre, con tutti gli onori, dal ministro Matteo Piantedosi. La “barca” era in realtà una motovedetta: una di quelle che poche notti prima di quel salvataggio drammatico aveva circondato, “assediato” e minacciato di morte l’equipaggio di Mediterranea (nota del 18-19 agosto). Il 16 settembre la Ong ha sollevato il caso di fronte alla Corte Penale Internazionale (oltre che alla Procura della Repubblica di Trapani) sottolineando gli “inquietanti rapporti” tra il Governo italiano e quello libico. La Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta sotto la direzione del pm Gaiatta.
L’esposto alla Cpi. La Ong, nel suo esposto, ricostruisce minuziosamente quanto è accaduto e come è arrivata alla conclusione che ci si trova di fronte a un’azione criminosa condotta da militari libici. Il caso dei 10 migranti (di cui 3 minori) gettati in mare praticamente sotto gli occhi dell’equipaggio della nave Mediterranea non è isolato. “Sempre più spesso e in almeno tre casi nel mese di agosto – denuncia la Ong – trafficanti senza scrupoli hanno fatto ricorso al cosiddetto ‘jettison’, una tecnica che consiste nell’avvicinarsi a una zona ove operano mezzi navali di soccorso e abbandonare le persone in acqua al loro destino. Si tratta, come è chiaro, di una pratica estremamente pericolosa, che aggrava il rischio di morti in mare… La notte tra il 20 e il 21 agosto tuttavia la dinamica, sebbene all’apparenza simile, è stata caratterizzata da talune peculiarità che hanno reso l’accaduto ancora più preoccupante. Abbiamo scoperto che l’imbarcazione militare che ha, con violenza, lanciato i naufraghi in mare a poca distanza dalla nostra nave, circa 30 miglia nautiche al largo di Tripoli tra le ore 2,20 e 3,20 del 21 agosto 2025, è esattamente una di quelle della piccola flotta che ci ha circondato, minacciato e cercato di intimidirci per farci allontanare dalle acque internazionali in cui stavamo svolgendo attività di monitoraggio, ricerca e soccorso nella mattinata del precedente lunedì 18 agosto”. Mediterranea ha documentato con diverse foto quanto è accaduto nelle due nottate. In più, a bordo, c’era una giornalista di Repubblica, Alessia Candito, la quale a sua volta ha girato una serie di video. Proprio queste immagini si sono rivelate decisive. “A bordo di un gommone – ha denunciato la Ong – si può osservare un militare in tuta mimetica sulla cui giacca, all’altezza della spalla sinistra, è apposto un patch, ovvero il simbolo identificativo di appartenenza a una specifica formazione armata. Abbiamo confrontato le immagini con alcuni video reperiti su Facebook e Tik Tok: si può osservare che il simbolo ritratto sul patch è riconducibile a militari dell’Ottantesimo Battaglione per le ‘operazioni speciali’ della Centounesima Brigata, che è capeggiata da Abdul Salam Al Zoubi, attuale sottosegretario/viceministro della difesa del Governo di Unità Nazionale (Gnu) di Tripoli, nominato a questo incarico nel luglio 2024 dal primo ministro Dbeibah. Dalla visione di un video pubblicato su quella che parrebbe essere la pagina ufficiale della brigata si può chiaramente osservare lo stesso logo del militare a bordo di uno dei mezzi che hanno cercato di intimidirci e allontanarci e che si accompagnava all’altro motoscafo da cui sono stati in seguito gettati in mare i 10 migranti”. Oltre tutto, solo uno dei militari “aggressori”, armato di fucile, aveva il volto coperto da un passamontagna. L’ingrandimento delle immagini diurne può consentire di identificare almeno qualcuno degli altri.
L’incontro al Viminale. Ad accogliere al Viminale, il 6 aprile, Abdul Salam Al Zoubi, oltre al ministro dell’interno Matteo Piantedosi, c’erano il capo della polizia Vittorio Pisani e il direttore dell’Agenzia per la Sicurezza Esterna (Aise) Giovanni Caravelli. Piantedosi, in particolare, come del resto in altre occasioni, ha definito la Libia “un partner strategico nel Mediterraneo” per l’Italia, con un riferimento specifico alla “gestione delle sfide migratorie e di sicurezza” oltre che delle frontiere. L’esposto per i 10 ragazzi gettati in mare era ancora in fase di elaborazione da parte della Ong ma l’aggressione subita in acque internazionali oltre due settimane prima dalla nave Mediterranea non poteva non essere nota al Ministero, se non altro per la vasta eco che ha avuto su vari media. Per non dire della lunga sparatoria del 20 agosto (almeno 20 minuti di fuoco) da parte di una motovedetta libica contro la Ocean Viking, la nave della Ong Sos Mediterranee. Non risulta che il Viminale abbia avuto nulla da contestare o almeno da chiedere in proposito al viceministro Al Zoubi.
(Fonte: Ong Mediterranean Saving Humans, La Repubblica, Infomigrants, Domani)
22 settembre. Niger, centro Unhcr Agadez: un anno di protesta inascoltata
La manifestazione indetta dai rifugiati del centro Unhcr di Agadez è arrivata al 365° giorno: un anno intero di protesta pacifica per chiedere condizioni di vita dignitose e la possibilità concreta di emigrare verso un paese sicuro dove stabilirsi e costruirsi una nuova vita. Costruita nel 2017 dall’Italia e dall’Unione Europea, sulla base degli accordi siglati dall’allora ministro degli interni italiano Marco Minniti, la struttura è stata a suo tempo presentata come un centro di transito ma in realtà, situata in pieno deserto, a circa 15 chilometri dalla città, si è invece rivelata fin dall’inizio un hub dove concentrare profughi e migranti intercettati prima dell’ingresso in Libia o in Algeria o deportati in Niger su disposizione delle autorità libiche e algerine. Molti dei circa 1.800 “ospiti” (tra cui numerose donne e bambini), pur avendo ottenuto lo status di rifugiati, sono in attesa da anni di poter emigrare, bloccati nel deserto dalle politiche di chiusura e respingimento volute dall’Italia e dalla Ue, volte a blindare le frontiere libica e algerina: la “prima linea” dei confini europei esternalizzati per impedire che profughi e migranti arrivino sino alla costa mediterranea dove cercare un imbarco. E nel corso degli anni le condizioni di vita sono progressivamente peggiorate, con tagli drastici anche alla fornitura di cibo, per non dire dell’assistenza sanitaria. Da qui la protesta condotta nell’ultimo anno, sempre con manifestazioni assolutamente pacifiche e senza alcun episodio di violenza o anche solo di intolleranza. Semmai la violenza è arrivata dalla polizia nigerina, che ha condotto frequenti raid intimidatori all’interno del campo e annullato a molti, senza motivo, lo status di rifugiato. Uno dei casi che hanno destato più clamore è quello del 21 agosto 2025, quando una squadra di agenti in assetto di guerra ha arrestato 6 rifugiati tra cui 3 giovani donne con i figli, “responsabili” di essere tra i portavoce della protesta. Nessun commento e soprattutto nessun intervento da parte dell’Unhcr. Meno che mai dell’Italia e dell’Europa.
(Fonte: Ong Refugees in Niger e Refugees in Libya, siti web di Amir Abdulkrem, Ahmed Moursal, Davide Tommasin)
23-24 settembre. Sfax: distrutto dalla polizia il centro medico dei campi migranti
L’ambulatorio realizzato da medici e infermieri volontari a servizio dei campi “spontanei” dei migranti a nord di Sfax è stato distrutto nel corso di un nuovo raid condotto dalle forze di sicurezza tunisine. L’operazione, scattata nelle prime ore del mattino, ha investito diversi insediamenti nella “zona degli olivi”, con la demolizione e l’incendio di gran parte delle baracche e delle tende-rifugio, ma si è accanita in particolare contro il centro medico. La struttura è stata presa di mira già altre volte: ci sono almeno 4 precedenti. In questo caso, però, la distruzione del complesso è stata totale e gran parte delle attrezzature è stata data alle fiamme. “Dopo i raid precedenti erano stati spesi centinaia di euro, raccolti con grandi sacrifici, per rimettere in funzione l’ambulatorio. Ora non resta più niente. Eppure si trattava di un servizio prezioso. Nell’ultimo anno molte donne in stato di gravidanza, respinte dagli ospedali o dalle cliniche, ad esempio, hanno dato alla luce qui i loro bambini. Per non dire delle cure prestate ai malati o ai migranti aggrediti e feriti da bande di teppisti tunisini. Le autorità tunisine vogliono evidentemente mettere al bando e bloccare tutte le organizzazioni che cercano di aiutarci”, hanno denunciato numerosi rifugiati e migranti. Il raid, come quelli precedenti, è stato condotto da Tunisi nel contesto della “politica di contenimento” dei flussi migratori nata dagli accordi con l’Italia e l’Unione Europea. Politica nella quale gli episodi di violenza sono sempre più gravi e frequenti. Senza alcuna reazione da parte di Roma o Bruxelles.
(Fonte: Ong Refugees in Libya e Refugees in Tunisia)
25 settembre. Samo. Dodicenne afghano abbandonato in mare su una zattera
Un profugo afgano dodicenne è stato trovato in mare dalla Guarda Costiera turca su una zattera di salvataggio al largo della costa di Kusadasi. Il ragazzo ha raccontato di essere stato intercettato mentre cercava di arrivare sull’isola di Samo, poco più di 20 chilometri dalla Turchia, e poi abbandonato da solo sulla zattera dalla Guardia Costiera greca. Nel rapporto delle autorità turche non ci sono particolari sulle circostanze del blocco e del respingimento.
(Fonte: Aegean Boat Report)
25-26 settembre. Motovedetta libica spara contro la nave Ong Sea Watch 5
Una motovedetta libica ha aperto il fuoco contro la nave Ong Sea Watch 5 tedesca, impegnata in una operazione di salvataggio in acque internazionali, la notte tra giovedì 25 e venerdì 26 settembre: lo ha denunciato la stessa Ong nella tarda mattinata del 26, pubblicando anche la registrazione radio delle “minacce a sparare” ricevute poco prima delle raffiche. Ad aggredire la Sea Watch 5 è stata una delle motovedette della classe Corrubia 660 cedute dall’Italia alla Marina di Tripoli. “L’attacco – ha riferito la Ong – è avvenuto mentre il nostro equipaggio era impegnato nel soccorso a 66 persone in grave pericolo. La Corrubia libica aveva già chiesto via radio di virare verso nord. Poiché ciò avrebbe comportato l’interruzione del salvataggio non si è ritenuto di ottemperare alle richieste della milizia. La motovedetta si è allora avvicinata alla Sea Watch 5 e alla fine ha aperto il fuoco…”. Anche se nessuno è rimasto ferito, le raffiche hanno colpito la nave tanto che l’equipaggio ha deciso di lanciare al più presto un segnale di soccorso, informando le autorità tedesche e italiane, oltre che la polizia federale. Alle 2,30 dopo la mezzanotte l’aereo frontex Eagle 2, arrivato sul posto, ha confermato che la motovedetta libica si trovata 8 miglia nautiche dietro la Sea Watch 5, zona Sar libica ma acque internazionali su cui Tripoli non ha alcuna giurisdizione. Nell’arco di un mese, è il secondo assalto a raffiche di armi da fuoco da parte di motovedette libiche contro navi Ong impegnate in operazioni di soccorso: il 24 era accaduto alla Ocean Viking di Sos Mediterranee, ora alla Sea Watch 5. Sempre con navi “italiane” già in forza alla Guardia di Finanza. Senza alcuna reazione da parte del governo di Roma o dell’Unione Europea. Alla vigilia del rinnovo automatico del memorandum Italia-Libia, previsto per il 2 novembre.
(Fonte: Ong Sea Watch, Il Fatto Quotidiano)
28 settembre. Sfax: oltre 50 naufraghi catturati e veduti alla Libia
Oltre 50 naufraghi recuperati e catturati al largo della Tunisia sono stati venduti a miliziani libici finendo nel lager di Al Assah. Due si sono persi in mare prima dei soccorsi. Del naufragio e del successivo sequestro non si è saputo nulla fino a domenica 28 settembre quando alcuni familiari delle 55 persone a bordo hanno segnalato ad Alarm Phone che la barca si era rovesciata poco dopo essere partita dalla costa a nord di Sfax sulla rotta per Lampedusa. Quando è intervenuta una motovedetta della Guardia Costiera tunisina due dei naufraghi erano ormai scomparsi. I 53 superstiti, ricondotti a terra, sono stati consegnati alla polizia. Due giorni dopo uno di loro è riuscito a mettersi in contatto con la famiglia dalla prigione libica di Al Assah, oltre 350 chilometri a sud di Sfax, raccontando che l’intero gruppo, dopo lo sbarco, era stato deportato a sud, fino al confine con la Libia, e venduto ai miliziani libici che gestiscono il lager, situato nel deserto a pochi chilometri dalla frontiera con la Tunisia e una cinquantina a sud del posto di controllo di Ras Agedir tra la Tunisia e la Libia: una prigione già nota per traffici di questo genere. “Per lasciarci andare – ha riferito il giovane – i miliziani pretendono un riscatto da noi o dalle nostre famiglie”.
(Fonte: Alarm Phone)
28 settembre. Migranti abbandonati in mare: 1 muore, altri consegnati alla Libia
Un migrante è annegato cadendo da un gommone inseguito da una motovedetta libica nel Mediterraneo centrale, sulla rotta tra la costa a ovest di Tripoli e Lampedusa. Altri, abbandonati a loro volta in mare, sono riusciti a salvarsi ma sono finiti in un lager libico dopo essere stati consegnati alla polizia da una Maridive, una delle navi appoggio delle piattaforme petrolifere che operano al largo della Libia e della Tunisia. Lo ha denunciato l’equipaggio di Seabird, l’aereo da ricognizione delal Ong Sea Watch, che ha documentato quanto ha visto con foto e filmati. “Ieri abbiamo visto annegare una persona nel Mediterraneo – ha scritto la Ong sul web alle 12 di lunedì 29 settembre – La cosiddetta guardia costiera libica, inseguendo un gommone per effettuare un respingimento illegale, ha causato la caduta in acqua di diverse persone. Anziché soccorrerle, le ha abbandonate. I sopravvissuti, in preda al panico, sono saliti a bordo del mercantile Maridive in cerca di soccorso, ma sono stati consegnati alle milizie libiche. Chi non è morto in mare è stato deportato nei lager, a rischio di torture, violenze, vessazioni”.
(Fonte: Sea Watch)
30 settembre. Lesbo: 27 profughi bloccati e abbandonati nell’Egeo
La Guardia Costiera greca ha intercettato e abbandonato nell’Egeo 27 profughi, tra cui 14 bambini. L’operazione di respingimento, condotta in evidente contrasto con il diritto internazionale, è stato ricostruito dalla Ong norvegese Aegean Boat Report a cui alcune delle persone a bordo avevano chiesto aiuto. “Quando siamo stati contattati – ha riferito la Ong – la barca era alla deriva, per un guasto al motore, in acque greche, 7 miglia a sud di Lesbo. Abbiamo subito informato la Guardia Costiera greca, fornendo la posizione esatta. Poco tutti i contatti si sono interrotti. Poco tempo dopo l a stessa barca, sempre con il motore in panne, è stata trovata dalla Guardia Costiera turca circa 10 chilometri al largo di Karaburun, in Turchia. I profughi a bordo hanno riferito che uomini mascherati giunti su una motovedetta Lambro 57 (le unità in forza alla Guardia Costiera greca: ndr) li avevano bloccati e minacciati, sequestrando tutti i loro effetti personali: in particolare, i telefoni cellulari. Ed è da quel momento, appunto, che abbiamo perso tutti i contatti… E’ evidente che si tratta di un respingimento: non è plausibile che una barca in panne si sia spostata dalle acque greche a quelle di Karaburun in direzione contrari al vento e alla marea”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
1 ottobre. Hajnowca: profugo sudanese deportato dall’ospedale al confine
Un giovane sudanese è stato prelevato dall’ospedale di Hajnowca e deportato dalla polizia al confine con la Bielorussia. Il profuggo, un ragazzo di 22 anni, era stato trovato nella foresta di Bialowieza, lungo la linea di frontiera, da una squadra di soccorso della Ong Grupa Granica. “Affamato, fortemente debilitato e prossimo all’esaurimento corporeo – hanno riferito i volontari – ha raccontato che aveva vagato nella foresta per 40 giorni tentando più volte di entrare in Polonia e che, intercettato dalla polizia, era stato picchiato più volte. Durante tutto questo tempo mangiava in media una volta ogni quattro giorni. I suoi abiti erano totalmente inutilizzabili: gli abbiamo dato dei vestiti asciutti e puliti e condotto in ospedale”. Dopo il ricovero la Ong ha cercato di continuare ad assiterlo: “Era sempre molto scosso, piangeva e diceva di non poter tornare né in Bielorussia né tantomeno nel Sudan sconvolto dalla guerra”. Con l’aiuto di un avvocato della Ong Nomada Stowarzyszenie, durante il ricovero ha presentato alal Corte Europea dei diritti dell’uomo (Etpc) un provvedimento provvisorio di tutela e accoglienza, in modo da annullare un eventuale ordine di espulsione. La polizia di frontiera sapeva di questa sua petizione ma anziché aspettare la sentenza come prevede il diritto internazionale ha comunque deciso di espellerlo, anticipando di poche ore la comunicazione del parere favorevole alla richiesta da parte della Etpc. Uno dei volontari che hanno cercato di aiutarlo ha visto per l’ultima volta il ragazzo alle 12,40 del 30 settembre, poche ore prima che fosse deportato al confine, distante una ventina di chilometri da Hajnowca, e abbandonato nella foresta.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
1 ottobre. Sfax: distrutto dalla polizia il campo migranti al km 21
Il campo migranti al km 21, a nord i Sfax, è stato semidistrutto dalla polizia. Il raid è iniziato nelle prime ore del mattino. Gran parte delle tende e delle baracche-rifugio sono state incendiate o abbattute. Molti dei migranti che le abitavano hanno perso tutto quello che avevano. E’ il secondo raid nell’arco di una settimana contro gli accampamenti di fortuna costruiti nella “zona degli olivi” dai migranti in attesa di un imbarco o ricondotti a terra dopo essere stati catturati in mare sulla rotta per Lampedusa ma anche da altri costretti ad abbandonare gli alloggi che avevano preso in affitto dalla politica di chiusura e persecuzione adottata dal governo tunisino. Quello precedente (23-24 settembre) ha devastato anche l’ambulatorio realizzato da medici e infermieri volontari, l’unico presidio sanitario disponibile per i migranti subsahariani che sempre più spesso vengono respinti dagli ospedali pubblici.
(Fonte: Refugees In Tunisia, Refugees in Niger)
1 ottobre. Tunisia: 40 migranti bloccati in mare e deportati nel deserto
Quaranta migranti sono stati bloccati in mare sullarotta tra la Tunisia e Lampedusa e, poco dopo lo sbarco, consegnati alla polizia che li ha trasferiti verso sud e lasciati a se stessi nel deserto. Tra loro, 15 bambini o comunque ragazzi minorenni e 7 donne in stato di gravidanza. La notizia della deportazione è emersa perché qualcuno del gruppo è riuscito a mettersi in contatto con la Ong Refugees in Libya, inviando un breve ma significativo video dalla zona in cui sono stati abbandonati, nei pressi di Sidi Boubaker, 250 chilometri a ovest di Sfax e a un passo dal confine con l’Algeria. “Prima di riuscire a imbarcarsi – ha comunicato la Ong – molti di loro sono rimasti bloccati e isolati a lungo ai margini degli uliveti di Sfax. Alcuni addirittura per due anni. Ora che erano riusciti a fuggire, li hanno catturati e abbadonati in una terra di nessuno, con tutti i gravi rischi che ne conseguono. Tutto questo non è un incidente e non avviene per caso: è il risultato diretto degli accordi tra l’Unione Europea, la Libia e la Tunisia”.
(Fonte: Refugees in Libya)
2 ottobre. Bielorussia: morta una ragazza africana respinta dalla Lettonia
Una pattuglia della Guardia di Frontiera bielorussa ha scoperto il cadavere di una ragazza africana a poche decine di metri dal confine tra il territorio del distretto di Kamenets e la Polonia. Ne ha dato notizia il rapporto del Comitato di Stato per la Frontiera pubblicato il 6 ottobre. Non sono stati trovati documenti o altri elementi utili per poterla a identificare ma non sembrano esserci dubbi che la giovane si amorta tentando di entrare in Lettonia per chiedere asilo e protezione in Europa. Non si sa se fosse da sola o con altri profughi. Il fatto stesso che sul cadavere non ci fossero documenti o altri effetti personali induce a ritenere che la ragazza sia stata intercettata dalla polizia lettone e che – come generalmente accade in questi casi – le sia stato sequestrato tutto quello che aveva con sé prima di essere respinta in Bielorussia, dove poi è morta poco dopo aver attraversato il confine. Ritrovamenti di cadaveri di profughi in territorio bielorusso nelle vicinanze del confine non sono inrfequenti. Tra il primo e il 17 maggio, nel distretto di Verkhnedvink ne sono stati trovati 5, in diversi punti e in circostanze diverse: 2 separatamente (oltre a uno ferito) il giorno 17, una donna il giorno 16 e altri due, anche questi separatamente, tra il primo e il 10.
(Fonte: Militari News, Sb.By)
7 ottobre. Inousses: profughi presi a terra e abbandonati nell’Egeo su una zattera
Nonostante fossero riusciti ad arrivare in territorio greco, sbarcando sulla piccola isola di Inousses, separata da Chios solo da uno stretto braccio di mare, 33 profughi (tra cui 18 tra bambini e ragazzi minorenni) sono stati catturati dalla polizia e abbandonati nell’Egeo su zattere di salvataggio pneumatiche. Il respingimento è stato scoperto circa quattro ore più tardi, quando i profughi, alla deriva al largo del litorale di Cesme, hanno potuto mettersi in contatto con la Ong Aegean Boat Report, che ha allertato la Guardia Costiera turca. “Eravamo sbarcati da poco a Inousses – hanno raccontato – quando dei militari in divisa ci hanno bloccato, minacciandoci con le armi puntate. Hanno subito usato modi bruschi e violenti. Alcuni di noi sono stati anche picchiati. Poi ci hanno consegnato alla Guardia Costiera greca che ci ha portati di nuovo al largo e costretti a scendere su delle zattere, lasciandoci in mare aperto”…”.
(Fonte: Aegean Boat Report)
9 ottobre. Polonia: in settembre almeno 6 respingimenti collettivi in Bielorussia
In settembre ci sono stati almeno 6 respingimenti collettivi in Bielorussia da parte della polizia di frontiera polacca. E’ quanto emerge dal rapporto mensile della Ong Grupa Granica, pubblicato il 9 ottobre. La relazione evidenzia come i volontari della Ong, nell’arco dei 30 giorni del mese, abbiano ricevuto 34 richieste di aiuto da porfughi che vagavano nella foresta lungo il confine, zona di Bialowieza. In 28 casi l’intervento di soccorso è andato a buon fine, recando aiuto a 114 persone di cui 48 raggiunte e portate al sicuro direttamente. Negli altri 6 casi le persone che avevano chiesto assistenza non sono state trovate e, ha rilevato la Ong, “il più delle volte questo significa che sono state intercettate e portate in Bielorussia prima del nostro arrivo”. Tenendo conto del numero medio dei profughi soccorsi nei vari interventi, dovrebbe trattarsi di non meno di 20 persone respinte. Nei casi in cui i profughi sono stati recuperati il più delle volte sono state necessarie delle cure sanitarie, prestate dal personale medico che collabora con i volontari, salvo poi rivolgersi a un ospedale in caso di necessità. Un asola volta è stata chiamata un’ambulanza. “Il fatto è che ogni ambulanza in questi casi è sempre accompagnata dalla polizia – ha spiegato Grupa Granica – Così le persone soccorse vengono monitorate nel momento stesso in cui sono portate in ospedale e restano costantemente sotto controllo anche dopo che sono state dimesse. Anzi, spesso il ricovero si conclude con una espulsione in Bielorussia…”.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
9 ottobre. Grecia: respinti 85 profughi nelle acque di Chios e Samo
La Guardia Costiera greca ha respinto 85 profughi nelle acque turche in due distinte operazioni. Lo ha denunciato in una conferenza stampa il governatore di Edirne Yunus Sezer facendo il punto sulle operazioni di contrasto all’immigrazione irregolare e alle bande criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Il primo respingimento riguarda 48 profughi che la Guardia Costiera turca ha intercettato su una barca alla deriva poco al largo della costa del distretto di Seferihisar, di fronte all’isola greca di Samos. Trentasette le vittime del secondo, anche queste trovate su una barca in balia dell’Egeo ma di fronte al litorale di Cesme, 70 chilometri più a ovest, verso Chios. In entrambi i casi i naufraghi hanno raccontato di essere stati intercettati e respinti verso la Turchia da unità della Guardia Costiera greca.
(Fonte: Daily Sabah)
9 ottobre. La Libia cattura decine di migranti: Frontex non interviene
Frontex ha assistito senza reagire in alcun modo alla cattura e al respingimento illegale di decine di migranti da parte di motovedette libiche in acque internazionali sulla rotta per Lampedusa nel Mediterraneo centrale. Inerzia totale e per molti versi “complice” pur trattandosi di una evidente violazione del diritto internazionale. Lo ha denunciato la Ong Humanity a sua volta presente nella zona con una sua unità, la Humanity 1. “La nostra nave – ha riferito la Ong – si era recata sul posto rispondendo a una chiamata d’emergenza di Alarm Phone. Quando è arrivata c’erano già tre motoscafi della Guardia Costiera libica che avevano appena intercettato la barca in difficoltà. Così l’equipaggio ha potuto assistere alla cattura dei naufraghi e a come sia stata negata loro ogni possibilità di chiedere asilo e protezione. Ma, soprattutto, c’era sul posto anche un aereo di Frontex, lo Sparrow 2, che ha seguito dall’alto l’intera operazione, fino a quando è terminata, facendo tutta una serie di giri ma senza fare nulla per interromperla o quanto meno ostacolarla. E’ l’ennesima prova di come l’Unione Europea supporti i respingimenti illegali operati dalla Libia nel Mediterrao, pur sapendo qual è la sorte che attende i migranti catturati, in un interminabile, crudele ciclo di violenza”.
(Fonte: Ong Sos Humanity)
10 ottobre. Raffiche libiche contro un gommone appena soccorso da Humanity
Due motovedette libiche hanno sparato a raffica contro un gommone dal quale poco prima l’equipaggio della Humanity 1 aveva tratto in salvo decine di migranti, in acque internazionali, sulla rotta per Lampedusa. Quando la nave Ong è arrivata c’era già sul posto una unità della Guardia Costiera libica la quale, però, non stava conducendo alcuna operazione di soccorso (né lo ha fatto in seguito) nonostante il canotto – sovraccarico, alla deriva e ormai ingovernabile – si trovasse in una evidente situazione di pericolo. Per prima cosa la Humanity 1 ha cercato di mettersi in contatto con la motovedetta ma non ricevendo risposte ha provveduto a recuperare tutti i naufraghi. L’operazione si era appena conclusa e la nave si apprestava a ripartire quando sono sopraggiunte due motovedette libiche che hanno sparato numerose raffiche di mitraglia contro il gommone ormai vuoto. Subito dopo, una terza motovedetta si è avvicinata al relitto del canotto, come per controllarlo. In altri casi simili la Guardia Costiera ha “giustificato” l’usodi armi da fuoco asserendo che l’intenzione era quella di distruggere la barca per impedirne un eventuale ruso. Ma c’è da credere che quelle raffiche esplose in presenza della nave Ong che aveva appena portato a termine il salvataggio abbiano avuto anche un evidente intento intimidatorio: un ammonimento violento ed esplicito, rivolto non solo alla Humanity 1 che era sul posto, ma a tutte le navi Ong
(Fonte: Ong Sos Humanity)
12 ottobre. Migranti respinti in mare e poi in parte “ceduti” a miliziani libici
I 35 profughi/migranti che erano su una barca data per dispersa per oltre tre giorni, dopo aver preso il largo da Sfax, sono stati bloccati e riportati di forza in Tunisia dove, parte di loro, allo sbarco, sono stati deportati al sud, nel deserto, e consegnati a miliziani libici. Si tratta dunque di un caso che presenta due aspetti: un respingimento in mare in evidente contrasto con il diritto internazionale e una nuova probabile conferma del mercato di esseri umani che vede coinvolti elementi della polizia tunisina e miliziani libici della guardia di frontiera e dei centri di detenzione. La barca era partita tra martedì 7 e mercoledì 8 ottobre dalla costa a nord di Sfax. Un dispaccio di Alarm Phone ne ha segnalato una prima volta la scomparsa, su indicazione dei familiari di alcune delle persone a bordo, nella giornata di mercoledì 8. Le ricerche seguite a questo Sos non hanno avuto esito, tanto che Alarm Phone ha continuato a diramare appelli anche nei giorni successivi. Nelle prime ore del mattino di domenica 12, poi, Alarm Phone ha saputo che la barca, rimasta alla deriva per tre giorni sulla rotta per Lampedusa, era stata intercettata nelle acque della zona Sar maltese da una motovedetta tunisina. Appena a terra il gruppo di naufraghi è stato diviso: alcuni sono stati riportati a Sfax ma tutti gli altri, presi in consegna dalla polizia, sono finiti al sud, oltre il confine, presi in consegna da miliziani libici.
(Fonte: Alarm Phone)
12 ottobre. Sfax: esplosione nel campo Km 21 incendiato dalla polizia: 6 feriti
Sei migranti hanno riportato gravi ustioni ed altre ferite in seguitro all’esplosione di una bombola di gas causata dall’incendio appiccato dalla polizia nel campo al Km 21, zona degli oliveti, a nord di Sfax. Il copione è stato identico a quello di altri raid negli accampamenti dei migranti, nel contesto della politica di “contrato” dell’emigrazione adottata dal governo di Tunisi in seguito agli accordi sottoscritti con l’Italia e l’Unione Europea. Numerosi agenti hanno circondato tutta la zona prima dell’alba e poi è scattata l’operazione di sgombero e di distruzione sistematica delle tende e delle baracchea tendopoli, con la distruzione sistematica di tutta la struttura. Come in altri casi in precedenza, molte tende e baracche sono state date alle fiamme ma in uno di quei riparti di fortuna c’era la bombola di gas di un fornello che è esplosa mentre nei paraggi c’erano ancora numerosi migranti che sono stati investiti in pieno dalle fiamme e da una raffica di schegge e detriti. Sei in particolare sono rimasti feriti in modo grave.
(Fonte: Ebrima Migrants Situation)
12-13 ottobre. Motovedetta libica spara contro un barcone: feriti 3 migranti
Tre feriti dalle raffiche di mitraglia esplose ripetutamente da una motovedetta libica che ha inseguito e cercato di bloccare nella zona Sar maltese un peschereccio con a bordo circa 120 migranti. Uno dei tre, un ragazzo egiziano, colpito alla testa, è risultato in condizioni critiche fin dai primi momenti, tanto che i compagni, quando sono riusciti a chiedere aiuto, pensavano che fosse morto. Il barcone, salpato dalla Cirenaica, nella Libia orientale, verso le 13,30 di domenica 12 settembre, è stato raggiunto a sud est di Malta (coordinate 34°50’ Nord e 15°50’ Est) da una unità della Marina controllata dal governo di Bengasi, “rivale” di quello di Tripoli. Nonostante fosse in acque internazionali e per di più molto oltre il limite settentrionale della zona Sar libica, la motovedetta, che verosimilmente lo inseguiva dopo averlo intercettato senza essere riuscita a fermarlo, non ha esitato a fare fuoco più volte. Poco è mancato che le raffiche facessero strage ma le conseguenze sono ugualmente drammatiche: oltre al giovane egiziano in condizioni critiche, un altro ragazzo è stato colpito alla testa e al viso mentre il terzo è stato raggiunto da un proiettile a una coscia. Nonostante l’aggressione, il peschereccio ha continuato la fuga, lanciando una serie di Sos che sono stati raccolti da Alarm Phone. La Ong ha subito segnalato l’emergenza, chiedendo di intervenire al più presto sia a Roma che a Malta e segnalando che, secondo le informazioni ricevute da un cargo in transito, l’Eco Enchanted, alle 15,45 il barcone risultava ancora in navigazione, sempre all’interno della zona Sar maltese, 110 miglia a sud della Sicilia. Per ore nessuno si è mosso, nonostante i feriti a bordo, di cui uno in condizioni disperate. In serata, dopo le 18, cinque ore dopo il primo Sos, il peschereccio risultava ancora abbandonato a sé stesso. Così per quasi tutta la notte. Solo l’indomani, lunedì 13 settembre, oltre 12 ore dopo gli Sos lanciati da Alarm Phone nel pomeriggio, sono arrivati dall’Italia i primi soccorsi: una motovedetta della Guardia Costiera ha preso a bordo una cinquantina di migranti, tra cui i tre feriti, a oltre 50 miglia dalla Sicilia e li ha sbarcati a Pozzallo. Quando è arrivato a terra, il ferito più grave non dava quasi più segni di vita: una eliambulanza lo ha subito trasferito in un reparto specialistico a Catania. “Se i soccorsi fossero stati più tempestivi – ha accusato la Ong Mediterranea Saving Humans – avrebbe potuto essere raggiunto subito da un elicottero maltese o italiano e invece si sono perse ore preziose”. Molto grave anche l’altro ferito alla testa, ricoverato all’ospedale di Modica, dove è stato trasferito pure il terzo ferito. Tutti gli altri naufraghi sono stati recuperati successivamente da una motovedetta della Finanza. Mercoledì 15 ottobre Alarm Phone ha pubblicato un video girato da uno dei migranti nel quale si vede chiaramente la motovedetta libica da cui sono partite le raffiche all’inseguimento del peschereccio. Poche ore prima, a Roma, il Parlamento aveva ratificato il rinnovo automatico del memorandum che delega alla Libia il “contrasto” all’immigrazione nel Mediterraneo, fornendo finanziamenti, mezzi, addestramento, materiali ed assistenza tecnica sia al governo di Tripoli che a quello di Bengasi del generale Haftar, ricevuto più volte a Roma con tutti gli onori.
(Fonte: Alarm Phone, Mediterranea Saving Humans, Rai News, La Sicilia, Libya Review)
14 ottobre. Rodi: 2 morti su un gommone inseguito da una motovedetta greca
Due profughi, un uomo e un bambino, sono annegati in un naufragio nell’Egeo orientale a breve distanza dalla costa settentrionale di Rodi, verosimilmente in seguito a un tentativo di respingimento in Turchia. Erano con altri 16 profughi su un gommone di piccole dimensioni partito presumibilmente dalla zona di Selimiye, nel distretto turco di Marmaris, separato da Rodi da un braccio di mare che in alcuni tratti non è largo più di 15/20 chilometri. La tragedia è avvenuta nelle prime ore del mattino, nelle acque greche. La Guardia Costiera ha riferito che un suo pattugliatore ha intercettato il gommone che procedeva a forte velocità verso Rosi e che avrebbe ignorato le segnalazioni, sia luminose che sonore, di fermarsi. Nell’inseguimento che ne è seguito il gommone si sarebbe ribaltato a causa della serie di “manovre pericolose” messe in atto nel tentativo di sottrarsi alla cattura. La Ong Aegean Boat Report ha contestato però questa versione, che di fatto scarica tutte le responsabilità su chi era al timone del gommone. “Per quale motivo – si è chiesta la Ong – la Guardia Costiera avrebbe dovuto inseguire a forte velocità una barca piena di migranti che era già nelle acque territoriali greche e peraltro si dirigeva verso la costa di Rodi? Se il problema era la sicurezza delle persone a bordo sarebbe basto ‘scortare’ il gommone verso la terraferma e informare la polizia a terra. C’è da pensare allora che l’unica ragione di un inseguimento ad alta velocità, estremamente pericoloso, era quella di impedire lo sbarco e costringere i migranti a tornare in Turchia. In una parola, un nuovo respingimento, in violazione del diritto internazionale e delel leggi europee e nazionali, visto che il gommone dei profughi era già entrato da tempo nelle acque territoriali e dunque a tutti gli effetti in ‘territorio’ greco per chiedere asilo”.
(Fonte: Aegean Boat Report, Ekathinerini)
16 ottobre. Lesbo e Rodi: respinti e abbandonati in mare 55 profughi
Cinquantacinque profughi sono stati respinti e abbandonati in mare dalla Guardia Costiera greca in due distinte operazioni. A Lesbo una barca con 33 persone (tra cui otto bambini) è stata intercettata prima dell’alba poco al largo della costa meridionale dell’isola: era già ampiamente all’interno delle acque territoriali greche, ma l’equipaggio di una motovedetta l’ha bloccata, ha tagliato il tubo del carburante in modo da mettere fuori uso il motore e l’ha poi rimorchiata alle soglie della zona turca, abbandonandola alla deriva nell’Egeo. I soccorsi sono arrivati dalla Guardia Costiera turca, avvertita dalla Ong Aegean Boat Report, a sua volta raggiunta dalla richiesta di aiuto lanciata verso le 5,30 del mattino da parte di uno dei profughi a bordo, che era riuscito a conservare il cellulare. Circa 8 ore più tardi un respingimento analogo si è registrato a nord di Rodi, con 22 profughi lasciati in balia del mare su una zattera di salvataggio. “Siamo stati avvertiti poco dopo mezzogiorno. Le 22 persone in pericolo (tra cui 5 bambini) hanno riferito di essere state fermate da una unità della Guardia Costiera greca mentre si stavano avvicinando a Rodi. Invece di portarle al sicuro, le hanno costrette ad ammassarsi su una zattera pneumatica e abbandonate in mare”, ha riferito Aegean Boat Report, aggiungendo che per molti di questi 55 profughi l’odissea non è finita: “Le persone soccorse sono state fermate dalle autorità turche in vista del trasferimento nei centri di smistamento finanziati dall’Unione Europea e, successivamente, della deportazione nei paesi di origine. Per alcuni ciò può significare reclusione, tortura e persino la morte”.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
16 ottobre. Farmakonisi: profughi abbandonati su una zattera che affonda
Ventisei profughi hanno trascorso ore in acqua, aggrappati al relitto di una zattera di salvataggio affondata al largo della Turchia dove era stata trainata da una motovedetta greca a conclusione di un respingimento di massa in mare. Li ha salvati una motovedetta turca nella mattinata di giovedì 16 ottobre ma si è saputo solo sei giorni dopo, maertedì 22, grazie alla Ong norvegese Aegean Boar Report, che è riuscita a mettersi in contatto con alcuni del gruppo. Salpata dalla costa del distretto di Didim, la barca dei profughi stava per approdare sulla piccola isola di Farmakonisi quando è stata intercettata da una motovedetta greca, che li ha presi tutti a bordo, rassicurando che sarebbero stati accompagnati al centro accoglienza di Leros. Poco dopo però – hanno riferito alla Ong – tre uomini armati e con il volto mascherato li hanno riuniti sul ponte, costretti a sedersi con le mani dietro la testa e, tenendoli sotto il tiro dei fucili, sequestrato tutto quello che avevano, a cominciare dai cellulari e dal denaro. Subito dopo, nonostante sia abilitata solo per 16 persone, li hanno obbligati ad ammassarsi tutti e 26 insieme su una sola zattera di salvataggio pneumatica che, in pieno giorno, è stata rimorchiata fino alle acque turche e abbandonata alla deriva. La situazione era già di per sé estremamente a rischio per il sovraccarico ma, per di più, una delle camere stagne ha cominciato a sgonfiarsi per un’avaria, facendo progressivamente affondare la zattera. “Per ridurre il peso – hanno raccontato i profughi – i più giovani di noi si sono buttati in mare, rimanendo nei pressi aggrappati a delle funi, ma l’affondamento non ha accennato a rallentare e si è diffuso il panico perché molti di noi non sapevano nuotare ma, essendoci stati sottratti tutti i cellulari, non avevamo neanche la possibilità di chiedere aiuto. Stavamo perdendo ogni speranza quando per fortuna siano stati avvistati da una motovedetta turca, che ci ha raggiunto e tratti in salvo”. “Se fosse successo di notte o con il mare agitato sarebbe stata una strage”, ha denunciato Aegean Boat Report.
(Fonte: Aegean Boat Report).
Libia-Italia (Tajoura-Lampedusa), 17 ottobre 2025
Ventitre vittime (un cadavere recuperato e 22 migranti dispersi) in un naufragio “annunciato” sulla rotta tra la Libia e Lampedusa nella zona Sar maltese. “Annunciato” perché nonostante l’emergenza fosse stata segnalata, per circa 24 ore le richieste di aiuto sono state ignorate sia da Malta che dall’Italia. La barca, uno scafo di 8 metri, è partito dal litorale di Tajoura, circa 20 chilometri a est di Tripoli. A bordo erano in 34, fra cui almeno 4 donne e 2 minorenni, provenienti da Egitto, Eritrea. Sudan e Somalia. Ha navigato fino ad entrare nella zona Sar di Malta. Era circa 50 miglia a sud est di Lampedusa e ad almeno 70/80 da La Valletta quando, la mattina di giovedì 16 settembre, si è trovata in difficoltà ed ha preso contatto con la centrale di Alarm Phone. La Ong ha immediatamente diramato diversi Sos che nessuno ha raccolto: né Malta, competente per l’organizzazione dei soccorsi in quanto titolare della zona Sar nella quale si stava verificando l’emergenza, né Roma, nonostante fosse Lampedusa il porto più vicino da cui far partire, nella maniera più rapida ed efficace possibile, una operazione di ricerca e recupero. Nelle ore successive i contatti tra la Ong e la barca si sono interrotti e la situazione è via via peggiorata fino a quando, durante la notte, lo scafo si è ribaltato. Nessuno si è accorto di nulla se non nella tarda mattina di venerdì 17, quando un aereo della Guardia Costiera italiana, impegnato in altre attività di ricognizione, ha casualmente avvistato il natante rovesciato ed ha dato l’allarme. Al dispositivo di soccorso, coordinato dalla cetrale Mrcc di La Valletta, hanno partecipato unità della Guardia Costiera italiana, un aereo maltese, uno dell’agenzia europea Frontex e un mercatile che, dirottato nell’area dell’emergenza, è stato il primo ad arrivare, portando in salvo 4 naufraghi. Poco dopo la motovedetta Cp 322, giunta da Lampedusa, ha recuperato altri 7 naufraghi e un corpo ormai senza vita. Le ricerche son continuate fino a notte ma non è stato trovato nessun altro. Gli 11 supertsiti sono arrivati a Lampedusa verso le 19 con la Cp 322 insieme all’unica salma recuperata, quella di una giovane donna in stato di gravidanza, che subito dopo lo sbarco sul molo Favarolo è stata trasferita nell’obitorio del cimitero di Cala Pisana. Tra i superstiti ci sono 3 donne e 2 ragazzi minorenni. Hanno raccontato di essere partiti da Tajoura in 34. Ne consegue che 22 sono scomparsi in mare al momento del naufragio o nelle lunghe ore in cui sono rimasti abbandonati a se stessi. “Avevamo avvertito di questa situazione d’emergenza fin da ieri – ha contestato Alarm Phone – Le autorità contattate non sono intervenute. Non possiamo non esprimere tutta la nostra rabbia per questo ennesimo gruppo di persone lasciate morire consapevolmente…”. Una denuncia analoga è stata formulata dalla Ong Sea Watch, il cui aereo da ricognizione, Sea Bird, ha documentato con filmati e immagini le opeazioni di ricerca scattate soltanto dopo che è stato scoperto dal velivolo della Guardia Costiera italiana lo scafo rovesciato a sud est di Lampedusa: “Cercare i sopravvissuti non basta. Quelle persone andavano soccorse immediatamente: l’Italia e Malta devono rispondere delle loro omissioni”.
(Fonte: Alarm Phone, Agrigentonotizie, Agenzia Ansa, La Sicilia, Il Giornale di Sicilia, Times of Malta, Sea Watch, Ufficio Unicef Italia, Il Fatto Quotidiano. Il Giornale di Brescia, Il Mattino di Padova)
17 ottobre. Algeria. Migranti-naufraghi arrestati e deportati in Niger
Avevano appena perso 4 compagni in un naufragio. Loro, rimasti a lungo abbandonati in mare, erano stati salvati da un peschereccio ma, appena a terra, in Algeria, la polizia li ha arrestati e deportati in Niger. Il gruppo di migranti, 30 subsahariani tra cui due donne porvenienti dalla Guinea, era partito dall’Algeria centrale, sulla rotta per le Baleari, la notte di venerdì 17 ottobre, verso le 3,30 dopo la mezzanotte. Il naufragio è avvenuto poche ore dopo. Nessuno si è accorto di nulla fino alle 9 del mattino di sabato 18 ottobre, quando i naufraghi, aggrappati o attorno al relitto dello scafo, sono stati avvistati casualmente dall’equipaggio di un peschereccio, che ne ha tratti in salvo 26. Nessuna traccia degli altri, tutti uomini di giovane età, scomparsi in mare durante la notte, prima dell’arrivo dei soccorsi. Lo stesso peschereccio, avvertita la Guardia Costiera, ha poi sbarcato i superstiti in Algeria, dove li ha presi in consegna la polizia per trasferirli, in stato di fermo, nel sud del paese, inizialmente a Tamarasset (quasi 2 mila chilometri da Algeri) e poi sino al confine con il Niger, costringendoli a passare la frontiera al varco di “Point Zero”, in pieno Sahara, e a raggiungere la piccola città frontaliera nigerina di Assamaka.
(Fonte: Ebrima Migrant Situation)
18 ottobre. Bulgaria, scomparsi 2 profughi: respingimento “fantasma”
Due profughi provenienti dalla Turchia sono scomparsi poco dopo aver varcato il confine con la Bulgaria. Le loro tracce si sono perse vicino al villaggio di Zvevdets, circa 9 chilometri a nord della città frontaliera di Brashlyan e a poco più di 10 dalla linea di frontiera. Alcuni familiari, in mancanza di qualsiasi tipo di notizie, hanno chiesto aiuto ad Alarm Phone, riferendo che uno dei due è malato ed ha urgente bisogno di cure. Le autorità bulgare hanno assicurato alla Ong che li avrebbero cercati ma non risulta che li abbiano trovati. D’altra parte, dopo la segnalazione arrivata dalla zona di Zevdets, anche i familiari non sono più riusciti a stabilire una comunicazione né i due si sono messi in contatto, pur avendo in precedenza segnalato la necessità immediata di assistenza medica per uno di loro, mentre la polizia bulgara ha ribadito di non averli trovati. E un “silenzio” così totale e prolungato – hanno rilevato spesso i volontari di varie Ong – significa quasi sempre che c’è stato un intervento non “ufficiale” per riportarli oltreconfine, in Turchia: un “respingimento fantasma”.
(Fonte: Alarm Phone)
18 ottobre. Grecia: 29 profughi respinti da Pasas e abbandonati in mare
Un gruppo di 29 profughi è stato intercettato in mare dalla Guardia Costiera, nelle acque greche a sud est della piccola isola di Pasas e abbandonato nell’Egeo, in piena notte. L’aggressione, avvenuta poco prima delle 3 dopo la mezzanotte, è stata documentata da Aegean Boat Report. “Siamo stati contattati – ha riferito la Ong – alle ore 2,55. Ci hanno detto di essere stati fermati da una nave della Guardia Costiera, uomini mascherati che li minacciavano e li hanno costretti a tornare indietro. Abbiamo perso il contatto con la barca dopo soli 10 minuti. Un’ora più tardi siamo stati informati dalla Guardia Costiera turca che una loro motovedetta aveva trovato quella stessa barca alla deriva, con il motore distrutto, all’interno delle acque territoriali turche. Appare evidente che quei 29 profughi sono stati illegalmente respinti dalle autorità greche”.
(Fonte: Aegean Boat Report)
20 ottobre. La Libia ordina a un cargo di non soccorrere gommone alla deriva
La Guardia Costiera libica ha ordinato a una nave commerciale di non soccorere un gommone in difficoltà con 42 migranti nel Mediterraneo centrale e poco dopo ha catturato e riportato tutti in Libia. L’emergenza era stata segnalata da Alarm Phone nella tarda mattinata, sulla scorta di una richiesta di aiuto nella quale si specificava tra l’altro che il gommone stava imbarcando acqua. Il cargo Iver Beauty, registrato a Gibilterra e in rotta verso Taranto, ha risposto all’Sos ed ha deviato la rotta per dirigersi verso i naufraghi ma a un certo punto ha di nuovo cambiato rotta allontanandosi. C’era in zona anche Sea Bird, l’aereo da ricognzione della Ong Sea Watch, che oltre a documentare quanto è accaduto con immagini e filmati, si è messo in contatto con il cargo scoprendo che era stato bloccato dalla Libia. “L’Iver Beauty – ha riferito la Ong – si stava dirigendo lì (dove era il gommone: ndr) ma ha confermato di aver invertito la rotta dopo aver ricevuto ordini da una guardia costiera”. Il comandante del cargo non ha specificato di quale Guardia Costiera si trattasse ma, data la posizione, nella zona Sar libica, appare evidente che si tratti di quella di Tripoli. Del resto, se l’ordine fosse partito da Roma o da Malta sarebbe ancora più grave. Non è stato comunicato da Tripoli dove siano stati condotti i 42 naufraghi dopo il respigimento.
(Fonte: Alarm Phoene, Ong Sea Watch)
20-21 ottobre. Kos: distrutto il motore della barca e abbandonati 30 profughi
Nella notte tra il 20 e il 21 ottobre la Guardia Costiera greca ha bloccato nei pressi di Kos una barca con 30 profughi, ne ha distrutto il motore e l’ha abbandonata in mare dopo averla rimorchiata nelle acque turche, zona di Bodrum. La Ong norvegese Aegean Boat Report ha ricevuto una richiesta di aiuto dai naufraghi verso le 2,30 dopo la mezzanotte, quando la motovedetta greca era già rientrata verso Kos. “Gli uomini della motovedetta – hanno riferito i profughi – erano tutti mascherati. Prima hanno messo fuori uso il motore e portato via il serbatoio della benzina e poi ci hanno rimorchiati verso la Turchia. A un certo punto hanno tagliato il cavo di traino e si sono allontanati, lasciandoci da soli, nel buio, alla deriva nell’Egeo”. La Ong ha avvertito la Guardia Costiera turca ma, non avendo avuto alcuna informazione precisa dai naufraghi, non ha potuto indicare la posizione della barca, tranne il fatto che doveva trovarsi da qualche parte a sud est di Kos. Le ricerche per il recupero si sono così protratte a lungo. “Le persone a bordo erano terrorizzate – ha riferito Aegean Boat Report – In particolare i bambini. Temevano tutti che la barca affondasse. Siamo rimasti in contatto con loro, tentando di tenerli calmi, fino all’arrivo dei soccorsi”.
(Fonte: Aegean Boat Report)
21 ottobre. Samo: rubata la benzina e rimorchiata la barca in acque turche
La Guardia Costiera turca ha soccorso nelle primissime ore del mattino una barca con 25 profughi in balia del mare che era stata intercettata da una motovedetta greca nelle acque di Samo e respinta verso la Turchia. L’allarme è scattato intorno alle cinque del mattino, quando i profughi sono riusciti a mettersi in contatto con la centrale operativa della Ong Aegean Boat Report. “Ci stavamo dirigendo verso Samo – hanno riferito – Mancava ormai poco quando siamo stati fermati da una unità della Guardia Costiera greca. Alcuni uomini mascherati hanno tagliato il tubo e rinmosso il serbatoio della benzina. Poi siamo stati rimorchiati nelle acque turche e ci hanno abbandonato alla deriva”. Era ancora notte. Nel buio e con il motore fuori uso per mancanza di carburante, la barca è stata sospinta dalle correnti al largo della costa del distretto di Kasadasi fino a quando è stata raggiunta da una motovedetta turca.
(Fonte: Aegean Boat Report)
21 ottobre. Due profughi: “Il nostro compagno ucciso dalla polizia lettone”
Un profugo eritreo, Nahur Omer Abay, 29 anni, è stato trovato senza vita da una pattuglia della polizia di frontiera bielorussa nei pressi di Braslaw, in una zona boscosa a pochi chilometri dal confine con la Lettonia. Accanto al suo corpo c’erano altri due giovani eritrei i quali hanno riferito che il loro compagno era morto a causa dei maltrattament e delle violenze subite da parte di un gruppo di agenti lituani. Secondo il loro racconto, i tre erano stati sorpresi qualche ora prima in una foresta poco dopo aver attraversato nel fitto degli alberi la fascia di confine, presumibilmente nel tratto compreso tra i villaggi di Silene e Demene. Volevano presentare domanda di tutela internazionale ma non ne hanno avuto nemmeno il tempo. “Subito dopo averci catturato – hanno riferito – ci hanno sequestrato e distrutto i telefoni cellulari. Dopodiché siamo stati costretti a salire su un furgone, dove ci hanno picchiato duramente e colpito con pistole elettriche (laser: ndr). Poi ci hanno scortati fino al confine, dove ci hanno buttato fuori dal furgone, costringendoci ad attraversare il cancello di una recinzione e costretti a camminare verso il territorio bielorusso, abbandonandoci nella foresta. Abbiamo camminato per un po’ ma Nahur stava male. Ci siamo fermati ma lui ha perso conoscenza e non si è più ripreso”. La polizia lituana ha fatto intervenire un’ambulanza, sia per trasferire il cadavere sia perché anche i due compagni di Nahur avevano bisogno di cure mediche. Un medico forense, inoltre, ha esaminato prima sul posto e poi in un obitorio il cadavere di Nahur. Sulla base della sua relazione e del rapporto degli agenti del Comitato di Frontiera la magistratura bielorussa ha aperto un’inchiesta sulle cause e le circostanze della morte. E un’inchiesta è stata sollecitata anche dal padre di Nahur, Abay Abraham, a sua volta fuggito dall’Eritrea ormai da anni e rifugiato in Germania.
(Fonte: Reform.news, Sb.By, Dehai, Rtvi.com, Tass.ru, Kommersant, Coordinamento Eritrea Democratica)
25 ottobre. Pasas: 34 profughi afghani picchiati, respinti e abbandonati in mare
Trentaquattro profughi afghani (11 dei quali bambini piccoli) sono stati bloccati in piena notte vicino alla piccola isola di Pasas, a nord est di Chio, picchiati, respinti nelle acque turche e abbandonati nell’Egeo. Erano su una barca salpata dalla provincia di Karaburun fermata da una motovedetta della Guardia Costiera greca quando ormai si apprestavano a sbarcare. Li ha soccorsi la Guardia Costiera turca, allertata dalla Ong Aegean Boat Report. “Uomini mascherati – ha riferito la Ong, ricostruendo le varie fasi del respingimento – sono scesi dalla motovedetta su un Rib e, raggiunta la barca, hanno minacciato i profughi a bordo, ne hanno picchiato più di qualcuno e poi hanno gettato in mare il motore. Subito dopo la barca è stata presa a rimorchio e portata verso la Turchia. Una ragazza è riuscita a nascondere il suo telefono e ci ha chiamato alle 2,36 di notte. Abbiamo subito allertato la Guardi aCostiera turca, rimanendo in contatto per quasi un’ora, fino all’arrivo dei soccorsi. I video e le foto che ci sono pervenute mostrano chiaramente delle persone ferite…”. Poi una considerazione: “Tutti i 34 a bordo erano afghani della minorabnza Hazra, un gruppo che i Talebani perseguitano da decenni. Quelli catturati in Turchia vengono spesso inviati nei centri di trasferimento finanziati dall’Unione Eurpea e poi deportati verso l’Iran o l’Afghanistan, un paese dove gli Hazeri subiscono detenzione, tortura, morte”.
(Fonte: Aegean Boat Report)
26 ottobre. Chios: bloccati e abbandonati alla deriva 29 profughi
Un gruppo di 29 profughi è rimasto per ore alla deriva nelle acque turche dell’Egeo, fino a quando è intervenuta per i soccorsi la Guardia Costiera turca, allertata dalla Ong norvegese Aegean Boat Report. Hanno riferito che, partiti dalla costa del distretto di Karaburum, erano stati intercettati in prossimità di Chios dall’equipaggio di una motovedetta greca che ha sequestrato la benzina, distrutto il motore e rimorchiato la barca verso la Turchia, lasciandola poi in balia del mare.
(Fonte: Aegean Boat Report)
30-31 ottobre. “Mauritania, strage di migranti per un blocco in mare”
Cinquanta migranti annegati e decine dispersi, non meno di 20, in un naufragio al largo della Mauritania. La strage, secondo diversi organi di stampa gambiani, sarebbe la conseguenza diretta di un blocco in mare operato dalla Guardia Costiera mauritana sulla rotta dal Gambia alle Canarie, lunga circa duemila chilometri. Le vittime erano su un grosso cayuco da pesca salpato verso la metà di ottobre da Jeswang (13 chilometri a sud-ovest di Banijui e della foce del fiume Gambia) con 417 persone, in maggioranza gambiani e senegalesi. Hanno navigato per circa 15 giorni, fino a quando, lungo la costa tra Nouskchott e Nouadhibou, in acque internazionali, sono stati avvistati e intercettati da una motovedetta. Non è chiaro se il barcone fosse alla deriva e la marina mauritana sia intervenuta per i soccorsi o se invece si sia trattato di un intervento di polizia in pieno Atlantico. Le autorità mauritane non hanno fornito informazioni e tutte le notizie sul naufragio sono di fonte gambiana. Sta di fatto che quando la nave militare ha accostato, sul cayuco è scoppiato il caos e lo scafo, già in assetto precario per il sovraccarico e il mare agitato, si è rovesciato. La testimoninza di uno dei superstiti, rintracciato da Ebrima Drammeh, un attivista gambiano delal Ong Migrant Situation, ha parlato di paura e panico nei minuti che hanno preceduto il naufragio: “E’ stato un incubo – ha detto – Persone che urlavano, onde che si infrangevano contro la barca, corpi che scivolavano nell’acqua scura della notte…”. Ed è stato subito chiaro che c’erano tantissime vittime. “Le autorità – ha scritto il quotidiano gambiano The Alkamba Times – dicono ameno 50, oltre a decine di dispersi che si presume siano annegati. Anche se le cifre restano imprecisate a causa della portata della tragedia…”. E ancora, sempre The Alkamba Times, facendo intendere implicitamente che si è trattato di un tentativo di respingimento e non di un’operaizone di salvataggio: “Le tattiche aggressive della Marina mauritana, sostenute dagli accordi conl’Unione Europea, trasformano il mare in un cinmitero…”.
(Fonte: The Alkamba Times, Ong Ebrima Migrants Situation, Pycf Tv, Global Tainbow Tv)
5-6 novembre. Libia. Migranti-naufraghi arrestati allo sbarco: chiesto un riscatto
Intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica, sono stati arrestati al momento dello sbarco. Poche ore più tardi alle famiglie di alcuni di loro è arrivata una richiesta di riscatto per lasciarli andare. Lo ha denunciato Alarm Phone a cui 62 migranti di varie nazionalità si erano rivolti mercoledì 5 ottobre per chiedere aiuto mentre tentavano la traversata del Mediterraneo centrale sulla rotta per Lampedusa. Il gruppo era su un gommone che alcune ore dopo la partenza ha cominciato a sgonfiarsi e rischiava di affondare, tanto più che le condizioni del mare erano molto difficili, con onde alte fino a tre metri, come ha documentato Seabird, l’aereo da ricognizone di Sea Watch che lo ha cercato a lungo senza riuscire a trovarlo. Alarm Phone ha segnalato l’emergenza sia a Roma che a Malta. Nessuno è intervenuto: alle 5 del mattino di giovedì 6 ottobre lo zodiac risultava ancora alla deriva e in condizioni ancora più precarie, ma molto più a sud e più vicino alla costa libica rispetto al punto-mare dove era stato inizialmente segnalato e forse proprio questa diversità di posizioni spiega perché Sea Bird non lo abbia rintracciato. Ancora nulla per ore fino a quando, nel primo pomeriggio, ad Alarm Phone alcune famiglie hanno comunicato che il gommone era stato bloccato in mare e che erano già arrivate richieste di riscatto per rilasciare i migranti-naufraghi, rinchiusi in un centro di detenzione appena messo piede a terra.
(Fonte: Alarm Phone, Sea Watch)
6 novembre. Grecia, asilo sospesso: centinaia di migranti detenuti
Il centro di detenzione di Sintiki Serres funziona come “modello pilota” per le pesanti restrizioni introdotte progressivamente dal governo greco nella politica migratoria, a cominciare dalla sospensione del diritto di asilo che, votata dal Parlamento di Atene l’11 luglio, ha imposto per tre mesi il divieto di presentare la domanda di protezione internazionale ai profughi/migranti arrivati via mare (specie dalla Libia ma in generale dall’Africa settentrionale), il fermo e l’espulsione nel più breve tempo possibile. Situata ai piedi del monte Beles, vicino al valico di confine di Promachonas con la Bulgaria, circondata da barriere naturali come il fiume Struma, alla data del 6 novembre nella struttura risultavano 758 detenuti (552 egiziani, 223 bengalesi e 3 pakistani) sorvegliati da 148 tra agenti e ufficiali della Guardia di Frontiera. Dal 14 ottobre, giorno della scadenza della sospensione dell’asilo votata in luglio, sono state presentate centinaia di domande di asilo ma delle 255 esaminate dal 24 ottobre fino al 5 novembre, ne sono state respinte 202, quasi l’80 per cento. I migranti “bocciati” sono rimasti in stato di detenzione insieme a quelli ancora in attesa dell’esame. E quello di Sintiki Serres potrebbe non rimanere un caso isolato: il piano nazionale sull’emigrazione prevede di trasformare i centri di alloggio aperti per i migranti in strutture controllate e il ministero per le migrazioni guidato da Thanos Plevris (una figura di estrema destra nella politica greca, tacciato anche di opinioni razziste) ritiene essenziale la detenzione amministrativa dei rofughi/migranti per garantire la sicurezza delle frontiere e rimpatri rapidi.
(Fonte: Libya Review)
6 novembre. In Mauritania aperti dalla Ue 2 carceri per migranti
L’Unione Europea, con la collaborazione di un’agenzia spagnola, ha aperto in Mauritania due centri detenzione per migranti: uno a Nouakchott, la capitale, con 107 posti; l’altro a Nouadibou, con 76 posti, quasi alle soglie del confine con il Sahara spagnolo. A costruirli è stata l’agenzia Fiap (Fundacion para la Internacionalizacion de la Adminiastraciones Publicas), dipendente dal ministero degli Esteri. Sono in funzione dal 17 ottobre ma la notizia è diventata di dominio pubblico all’inizio di novembre grazie a un’inchiesta condotta dalla Fondazione porCausa e dal quotidiano El Salto dalla quale emerge che pur venendo presentati ufficialmente come Centri di accoglienza temporanea per stranieri si tratterebbe in realtà di veri e propri carceri nei quali entrano anche minori e addirittura neonati, sia pure con la “giustificazione” di non voler separare le famiglie. La spesa totale per la costruzione e l’apertura sfiora un milione e 100 mila euro, una somma che risulta in parte a carico del governo spagnolo, in parte del fondo fiduciario di emergenza della Ue nell’ambito del progetto di polizia Poc (Associazione operativa congiunta) guidato dalla stessa Fiap. Secondo le autorità spagnole le due strutture sarebbero ispirate ai Cate, i centri accoglienza delle Canarie, e i migranti possono esservi trattenuti per un massimo di 72 ore. Nel caso delle Canarie, però, è vietato trattenere nei Cate i ragazzi minorenni e a maggior ragione i bambini ma per di più, evidenzia l’indagine della Fondazione porCausa e di El Salto, in Mauritania il regime, dopo gli accordi con la Ue per il controllo delle frontiere e il contrasto all’emigrazione sulla rotta per le Canarie, ha effettuato e continua ad effettuare migliaia di arresti di migranti che vengono poi condotti in carceri “in condizioni disumane, senza cibo, acqua né accesso ai servizi igienici” e la Fiap non ha specificato se abbia messo in atto efficaci meccanismi di prevenzione e controllo affinché maltrattamenti e torture di questo genere non si verifichino anche nei due nuovi centri. Di sicuro le rassicurazioni della Fiap e del Governo non hanno convinto l’eurodeputata Irene Montero, eletta nella lista di Podemos, che ha chiesto di chiudere immediatamente i due centri, considerati “prigioni illegali che violano i diritti umani”, accusando l’esecutivo di Madid di condurre politiche migratorie “simili a quelle della fascista Giorgia Meloni”, attraverso un porgetto di esternalizzazione delle frontiere “inaccettabile e contrario ai principi e ai valori democratici”.
(Fonte: Canarias Ahora, Cridem)
10 novemre. Sfax: distrutto dalla polizia il campo migranti Km 33
Ancora un raid della polizia nei campi a nord di Sfax che ospitano centinaia di migranti rimasti bloccati in Tunisia, molti dopo essere stati catturati in mare dalla Guardia Costiera sulla rotta per Lampedusa nel contesto del proghramma di “dissuasione dell’emigrazione” scaturi dagli accordi sottoscritti con l’Italia e l’Unione Europea. Questa volta è toccato alla tendopoli situata al km 33. Un forte contingente di agenti armati è arrivato prima dell’alba, quando i migranti stavano ancora dormendo: circondata tutta l’area, è iniziato lo sfollamento forzato, seguito dalla distruzione sistematica di tende e baracche. “Molte – hanno riferito i migranti alla Ong Ebrima Mighrants Situation – sono state incendiate, le nostre poche cose disperse e devastate. Ora non abbiamo più nulla, neanche un posto dove trovare riparo”.
(Fonte: Ong Ebrima Migrants Situation)
14 novembre. Polonia: in ottobre almeno 15 respingmenti in Bielorussia
Almeno 15 profughi sono stati respinti dalla Polonia nel mese di ottobre al confine con la Bielorussia. E’ quanto emerge dal rapporto mensile della Ong Grupa Granica pubblicato il 14 novembre. “In ottobre – si legge nella relazione – siamo intervenuti nel bosco 20 volte e in 16 casi siamo riusciti a raggiungere le persone che ci avevano chiesto aiuto: 70 in tutto, tra cui 5 donne e 4 bambini uno dei quali aveva bisogno di cure urgenti. Purtroppo 4 interventi non hanno avuto successo e ciò significa in genere che la polizia è arrivata prima di noi, deportando tutti in Bielorussia”. Tenendo conto che mediamente vengono soccorse dalle 3 alle 4/5 persone per ogni intervento c’è da credere che siano una quindicina i profughi respinti oltre il confine.
(Fonte: Ong Grupa Granica)
22 novembre. Video-Sos di centinaia di giovani da un lager libico
La Ong Refugees in Libya ha pubblicato sul web un video-Sos a nome di centinaia di migranti detenuti in un lager libico. Girato e fatto uscire di nascosto dalla prigione, nel filmato alcuni giovani lanciano un appello disperato, chiedendo di essere aiutati a lasciare in qualche modo l’inferno in cui sono precipitati e sono costretti a vivere da mesi. Quasi tutti sono stati catturati in mare sulla rotta per Lampedusa o mentre erano in procinto o comunque in attesa di imbarcarsi per chiedere asilo in Europa. Dal momento stesso della cattura ogni loro diritto è stato cancellato. In gran parte, spiega la Ong, “sono detenuti da oltre sette mesi consecutivi, al di fuori di ogni principio o prassi giudiziaria, senza assistenza legale, senza che abbiano commesso alcun crimine se non il tentativo di vivere una vita dignitosa raggiungendo l’Europa attraverso la Libia”. Schiavizzati e torturati, nel lager le loro speranze stanno morendo giorno per giorno. E’ l’ennesima denuncia di quale sia la realtà nei lager libici, evidenziata peraltro, appena pochi giorni prima, l’undici novembre, a Ginevra, dalla risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha sollecitato un controllo internazionale sul trattamento dei migranti in Libia. Alla base di questa risoluzione c’è una richiesta esplicita formulata dai rappresentanti di vari Stati tra cui la Spagna, il Regno Unito, la Norvegia. Non l’Italia, che da anni ormai ha mostrato invece di considerare di fatto la Libia un “paese sicuro” e affidabile; che ha intensificato la “guerra” contro le navi Ong mobilitate per cercare di sottrarre i migranti a condizioni terribili come quella descritta nel video; che a meno di un mese dalla pubblicazione del filmato ha consegnato alla Guardia Costiera libica altri 4 pattugliatori veloci, “nuovi di cantiere”, con tanto di logo tricolore di Novamarine sullo scafo, trasportati a Tripoli il 9 dicembre dal cargo Mustafa Yagci, della flotta Tarros, partito da La Spezia..
(Fonte: Ong Refugees in Libya, Libya Review per la richiesta dell’Onu, Sergio Scandura Radio Radicale per la consegna dei pattugliatori)
1 dicembre. Respingimento e raffiche contro la nave Ong Louise Michel
La nave Ong Louise Michel, partita da poche ore dal porto di Licata, è stata aggredita a raffiche di armi da fuoco da una motovedetta della Guardia Costiera libica mentre stava conducendo una operazione di pattugliamento in acque internazionali. A differenza di altre aggressioni simili in questo caso i proiettili non sono stati esplosi direttamente contro le strutture ma in acqua, a meno di 200 metri di distanza dallo scafo. Non ci sono feriti o danni ma si tratta comunque di una intimidazione evidente, volta presumibilmente ad allontanare la nave dalla zona. “Poco dopo l’incidente – ha segnalato infatti la Ong – il nostro equipaggio ha trovato un gommone vuoto: c’è da ritenere che ci sia stato un respingimento forzato in Libia. L’Europa non solo è al corrente di queste continue aggressioni da parte della Libia ma sembra addirittura incoraggiarle nel contesto del brutale regime istituito alle frontiere. L’Italia e l’Unione Europea forniscono armi e materiali e legittimano la violenza delle milizie libiche. L’unità che ha aperto il fuoco contro di noi è stata consegnata alla Libia nel 2023 nel corso di una cerimonia a cui hanno preso parte i ministri italiani Tajani (esteri) e Piantedosi (interni) oltre al commissario UeWarhelyi”.
(Fonte: sito web Louise Michel e Organizzazione Ebrima)
7 dicembre. Samo: barca respinta e abbandonata in mare dalla marina greca
Erano quasi riusciti ad arrivare a Samo dalla Turchia ma una motovedetta greca li ha intercettati, respinti e poi abbandonati in mare sulla loro stessa barca, mandata alla deriva senza motore. I soccorsi sono arrivati alcune ore poiù tardi dalla Guardia Costiera turca, intervenuta su segnalazione della Ong norvegese Aegean Boat Report, alla quale i profughi a bordo del natante avevano lanciato una richiesta di aiuto. Dopo lo sbarco i naufraghi hanno ribadito con maggiori particolari il racconto già fatto sommariamnete alla Ong. Partiti dalla costa della provincia di Kusadasi, si preparavano ad approdaere a Samo quando una unità delll Guardia Costiera ellenica li ha bloccati: alcuni uomini in divisa hanno rimosso il motore fuoribordo e poi la barca è stata rimorchiata verso nord, fuori dalle acque territoriali greche, e poi abbandonata a se stessa, del tutto ingovernabile, in pioena notte, nonostante le condizioni meteomarine non fossero buone ed il rischio evidente.
(Fonte: Aegean Boat Report)
10-12 dicembre. Si intensifica la guerra contro le navi Ong
“Loro sparano, noi siamo detenuti”: è la scritta su un grosso striscione esibito sulla banchina del molo di Ortona dall’equipaggio di Sos Humanity 1 per denunciare l’intensificarsi della guerra scatenata da Roma contro le navi Ong e le sempre più palesi complicità dell’Italia e dell’Unione Europea con “l’inferno libico” a cui si pretende di consegnare i naufraghi soccorsi in mare quando riescono a sottrarsi alla cattura della Guardia Costiera di Tripoli.
Il caso Humanity 1. La protesta dei volontari di Sos Humanity fa riferimento alla decisione delle autorità italiane di bloccare la nave per 20 giorni e di stabilire un’ammenda di 10 mila euro per non essersi messa in contatto e non essersi coodinata con la Guardia Costiera libica in occasione del salvataggio di 160 naufraghi avvenuto, sia pure nella zona Sar che Tripoli si è auto-attribuita, in acque internazionali. La Ong ha subito specificato che, come altre navi umanitarie, non ha alcuna intenzione e non può, in base al diritto internazionale, sottostare alle indicazioni della Libia perché non si tratta di un paese sicuro dove sbarcare i naufraghi e, per di più, perché – come ha stabilito con sentenza definitiva emessa l’undici giugno 2025 la Corte di Cassazione di Catanzaro in relazione a un caso sollevato proprio da Sos Humanity – la Guardia Costiera libica “non è idonea a garantire l’effettivo soccorso ai migranti”. Come dire che, se c’è una “violazione della legge” a commetterla non sono le navi Ong ma altri: la Guardia Costiera libica, che arriva anche a sparare per fermare le barche dei migranti o addirittura contro le stesse navi Ong, e – con responsabilità più indirette ma non certo minori – le stesse autorità italiane le quali, pur non potendo non essere a conoscenza dell’inferno libico, a terra e per mare, continuano a non curarsi minimamente della sorte riservata ai profughi/migranti respinti o intrappolati in Libia.
Il caso Sea Watch 5. La conferma della “volontà persecutoria” delle autorità italiane contro le Ong, in contrasto con il diritto internazionale, si è avuta appena due giorni dopo il caso di Sos Humanity: il 12 dicembre alla nave Sea Watch 5, con a bordo 101 persone recuperate da barche in grave difficoltà nel Mediterraneo centrale è stato assegnato come porto di sbarco quello di La Spezia, nella Liguria orientale, ben 1.230 chilometri di distanza dalla zona di operazione, pari a 4 giorni di navigazione per la sola rotta di andata e almeno 10/15 in tutto, includendo il ritorno e il periodo di sosta in porto per lo sbarco, le procedure burocratiche, la nuova messa a punto (rifornimenti, eventuali sostituzioni nell’equipaggio, ecc.). Pur di tenere lontana la Sea Watch 5 dal Mediterraneo centrale, dunque, si è apertamente violato il diritto di condurre i naufraghi nel porto sicuro più vicino. Senza considerare, tra l’altro, la sofferenza che, con questa disposizione, si è inflitta ai 101 naufraghi, molti dei quali minorenni e in stato di salute precario.
Dalla Ue nulla osta e incoraggiamento. Dall’Unione Europea nessuno ostacolo alla condotta del Governo italiano ma, anzi, un palese nulla osta e per certi versi un incoraggiamento. E’ quanto è emerso dalle dichiarazioni fatte appena tre giorni prima del caso Sos Humanity, da Magnus Brunner, commissario Ue per la migrazione, il quale, in visita ufficiale a Malta il 29 novembre, è stato costretto a riconoscere – alla luce di sempre più numerose sentenze e rapporti della magistratura oltre che dei dossier dell’Onu e di tutte le Ong che opernao in Libia – la fondatezza delle critiche mosse alla Guardia Costiera libica per le evidenti violazioni dei diritti umani, ma ha aggiunto che l’Europa “non ha alternative” se vuole fermare il flusso dei migranti verso le sue coste mediterranee. Come dire che i profughi/migranti vanno fermati a ogni costo. Anche a costo di infliggere sofferenze inumane e metterne a rischio la vita stessa. E allora le navi Ong diventano un ostacolo da abbattere: perché con la loro attività e la loro testimonianza evidenziano quanto accade ogni giorno in mare e l’ipocrisia crudele della politica italiana ed europea.
(Fonte: Sos Humanity 1, Sea Watch, Ebrima Migrant Situation, Maltatoday)
18 dicembre. Egeo: respingimenti sistematici, complice Frontex
Nell’Egeo viene attuata da parte della Guardia Costiera greca “una pratica sistematica di respingimenti” di profughi/migranti: espulsioni illegali collettive facilitate e insabbiate da parte dell’agenzia Frontex “attraverso la mancata segnalazione intenzionale” e il trasferimento della sorveglianza aerea per evitare di assistervi. E’ quanto emerge da una indagine dell’Ufficio per la lotta antifrode della Ue (Olaf) che è alla base di una sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa alla vicenda vissuta da un profugo siriano, Alaa Hamoudi, vittima di una espulsione collettiva da Samo verso la Turchia insieme ad altri 21 rifugiati. La vicenda risale al 28 aprile 2020. Appena sbarcati a Samo, Alaa Hamoudi e tutti gli altri chiesero di chiamare la polizia con l’intenzione di presentare domanda di asilo. Anziché essere accolti secondo le procedure del diritto internazionale, però, furono radunati da “uomini vestiti di nero” che, dopo aver confiscato i loro telefoni, li costrinsero a salire su una zattera, poi trainata per ore fino alle acque turche e abbandonata alla deriva. Rimasti in balia del mare per una intera notte, furono tratti in salvo la mattina del 29 aprile dala Guardia Costiera turca quando la zattera stava per affondare. Questo “sbarco fantasma” a Samo e il successivo respingimento collettivo in Turchia fu portato alla luce dall’agenzia investigativa Bellingcat, basandosi anche sulla testimonianza di Alaa Hamoudi. In più, pochi mesi dopo, la rivista tedesca Der Spiegel trovò le prove della presenza di un aereo da ricognizione di Frontex nella zona durante la lunga operazione di respingimento. L’abuso e la violazione del diritto internazionale da parte delle autorità greche apparivano evidenti ma l’agenzia rimase inerte nonostante, oltre ad essere deputata al controllo delle frontiere europee terreastri e marittime, abbia l’obbligo – come ha rilevato la Corte di Giustiazia Europea – di denunciare e cessare la propria attività quando constata che la guardia costiera o terrestre di un Paese Ue impedisce l’applicazione del diritto di richiesta di asilo da parte dei profughi/migranti entrati nei confini europei. L’esposto di Hamoudi ha mosso i primi passi nell’ottobre 2021 attraverso un team legale incontrato in Turchia. Inizialmente, nel marzo 2022, è stato interessato il Tribunale dell’Unione Europea, che ha emesso uan sentenza sfavorevole nonostante fossero state presentate, tra le prove, anche diverse fotografie che ritraevano Hamoudi a Samo poco dopo lo sbarco la mattina del 28 aprile 2020 e prima dell’espulisone in Turchia. Senza contare numerosi altri elementi che dimostravano come fossero una routine abituale abusi come quello subito da Hamoudi e dagli altri 21 migranti che erano con lui sulla barca giunta a Samo. Nel 2024, tuttavia, con l’assistenza della Ong olandese Front-Lex, Hamoudi ha presentato ricorso contro l’ordinanza del Tribunale di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il caso è stato affidato alla Gran Camera, che ha “condannato” Frontex, ponendo fine, ha rilevato l’avvocato Iftach Cohen, responsabile del contenzioso di Front-Lex, “all’impunità di fatto di cui l’agenzia ha goduto per 20 anni” e confermando la pratica sistematica dei respingimenti nell’Egeo denunciata più volte sia dalle vittime stesse che da numerose Ong.
(Fonte: Il Fatto Quotidiano)
20 dicembre. Tunisia: bloccati in mare e deportati nel deserto
Decine di profughi/migranti sono stati bloccati in mare al largo della Tunisia e deportati nel deserto. Erano su due barche salpate in tempi e da luoghi diversi della costa a nord di Sfax con a bordo rispettivamente 40 e 55 persone, incluse donne e bambini. Entrambe sono state intercettate, a breve distanza l’una dall’altra, a nord delle isole Kerkennah, lungo la rotta per Lampedusa.Una volta ricondotti a terra – come hanno riferito alcuni familiari alla Ong Alarm Phone – nei due gruppi di migranti è stata imposta di forza una selezione, riunendo insieme tutti gli uomini, alcuni dei quali peraltro separati dalle famiglie e poco dopo, mentre le donne a quanto pare sarebbero state lasciate andare, condotti in autobus a sud sotto scorta della polizia e abbandonati in una zona desertica nei pressi del confine.
(Fonte: Alarm Phone)
20 dicembre. Lesbo. Bloccati, picchiati e abbandonati nel mare in burrasca
Un gruppo di 34 profughi è stato bloccato nelle acque di Lesbo, sottoposto a ripetute violenze, ricondotto verso la Turchia e abbandonato in mare nonostante le pessime condizioni meteo. Sulla barca c’erano anche diversi bambini. Drammatico il messaggio con cui intorno all’una di notte hanno chiesto aiuto alla Ong Aegean Boat Report mentre andavano alla deriva nell’Egeo: “Ci ha avvicinato una barca con sei uomini a bordo. Ci hanno minacciato con le pistiole… Hanno distrutto il motore delal nostra barca e portato via la benzina. Non solo: ci hanno anche colpito con dei bastoni e diversi di noi sono rimasti feriti. A un certo punto abbiamo pensato che ci avrebbero uccisi…”. La Ong ha immediatamente informato la Guardia Costiera turca, che ha avviato una operazione di soccorso. A causa delle condizioni del mare e del buio, peròm è stato difficili localizzare la barca, tanto più che a un certo punto i contatti telefonici si sono interrotti. Solo alle prime luci dell’alba una motovedetta è riusicta a localizzarla, portando in salvo l’intero gruppo.
(Fonte: Ong Aegean Boat Report)
20 dicembre. Mauritania, accordi Ue: migrantisfruttai, arrestati ed espulsi
Gli accordi firmati nel 2024 con l’Unione Europea, che si è impegnata versare 210 milioni di euro di finanziamenti al governo di Nouakchott, facendo della Mauritaania una delle frontiere esternalizzate in Africa della Fortezza Europa, ha creato un sistema di violazione costante dei diritti umani dei migranti in tutto il paese. Diverse Ong hanno denunciato un numero crescente di arresti e di espulsioni verso i paesi vicini (in particolare Senegal e Mali: ndr) condotte al di fuori delle procedure di legge e del diritto internazionale, senza che le persone possano far valere i propri diritti. “Le pressioni esercitate dalla Ue per ottenere risultati in breve tempo nella lotta contro l’immigrazione – hanno rilevato in particolare le Ong – hanno portato a un progressivo abbassamento delle garanzie giuridiche fondamentali”. I controlli della polizia sono stati intensificati in tutte le principali città ma in particolare a Nouadibou e negli altri punti d’imbarco verso le Canarie. Non riuscendo a partire e non avendo d’altra parte né la volontà né la possibilità di tornare al paese d’origine, per i migranti i tempi di permanenza in Mauritania sono diventati molto più lunghi del previsto. Quasi tutti, per sopravvivere, svolgono lavori precari nell’edilizia, in agricoltura o in altre attività saltuarie, sempre in nero e in concorrenza con il “lavoro regolare”. Ne sono nati conflitti e tensioni sociali con la popolazione, aggravando la povertà in un paese che già deve affrontare una pesante situazione economica.
(Fonte: Cridem)
22 dicembre. Negato un porto sicuro a 38 profughi soccorsi a sud di Creta
A 38 profughi sudanesi intercettati a sud di Creta è stato negato lo sbarco in un porto sicuro e sono finiti in Egitto. Date le circostanze, si tratta di un respingimento collettivo, sia pure “indiretto”, che chiama in causa le autorità maltesi: tra le vittime, anche 7 bambini e 8 donne, di cui una in stato di gravidanza. Si erano imbarcati in Cirenaiaca per cercare di raggiungere e chiedere asilo a Creta. A circa metà rotta la barca ha avuto un’avaria ed è rimasta in balia del mare. A segnalare l’emergenza è stata la centrale di Alarm Phone, contattata da alcuni familiari dei naufraghi. I soccorsi sono invece arrivati dal ferry Lady Adriana, con base a Napoli, che generalmente fa servizio tra la Penisola e l’Egitto ed era in viaggio di rientro in Italia. Alarm Phone ha subito sollevato il problema dello sbarco, facendo notare, mentre la Lady Adriana era in attesa di disposizioni, che il porto sicuro più vicino era Malta e, in subordine, l’Italia, tanto più che si trattava di una nave italiana. Né l’Egitto né la Libia, i due Stati africani più prossimi alla zona del salvataggio, infatti, potevano considerarsi “posti sicuri” dove concludere l’operazione di recupero in mare dei profughi/naufraghi. “Malta – ha segnalato Alarm Phone – ha però rifiutato il permesso di sbarco e la Lady Adriana, anziché proseguire per l’Italia come era previsto, ha ricevuto l’ordine di invertire la rotta e condurre i 38 sudanesi nel porto di Alessandria”.
(Fonte: Alarm Phone)
29 dicembre. Sar Malta gennaio-giugno: almeno 16 respingimenti fatti dalla Libia
Nei primi sei mesi del 2025 la Guardia Costiera libica ha effettuato almeno 16 respingimenti nella zona Sar maltese d’intesa con La Valletta. E’ quanto emerge dal dossier elaborato dall’Archivio Migrazioni di Malta che chiama pesantemente in causa le responsabilità delle autoriutà maltesi per la sorte di circa 800 persone riportate di forza in Libia “dove migranti e rifugiati – ha sottolineato il quotidiano Maltatoday riferendo la notizia – subiscono violenze sistematiche, tra cui uccisioni, torture, lavori forzati”. “Si è registrato un aumento pari a più del doppio del numero dei respingimenti avvenuti nella prima metà del 2024 e otto volte il numero di quelli del 2023”, ha denunciato l’Archivio Migrazioni, facendo notare che “i respingimenti verso la Libia sono illegali secondo il diritto internazionale” e che “la responsabilità di Malta di assistere le persone in difficoltà nella propria zona Sar e garantire che siano sbarcate in un luogo sicuro è incontrovertibile”. A conferma dei dati del dossier, Maltatoday ricorda di aver pubblicato nel 2023, insieme ad altre testate, la registrazione di un pilota delle forze asrmate maltesi che trasmetteva le coordinate a un gruppo di miliziani libici incaricati di svolgere compiti di guardia costiera. E sempre dal dossier emerge anche che, sempre nei primi sei mesi del 2025, nella zona Sar di Malta sono state registrate 242 richieste di soccorso ma le autorità di La Valletta hanno risposto in 2 soli casi.
(Fonte: Maltatoday, Libya Review, Italpress).
