Migranti. Il ruolo del Marocco nella “crisi di Ceuta”
di Emilio Drudi
Tra giovedì 30 e venerdì 31 luglio si sono riversate in massa a Ceuta dal Marocco, superando il confine meridionale dell’enclave spagnola nella zona del Tarajal, circa 70 mila persone. In massima parte marocchini molto giovani (ma persino intere famiglie con i bambini) ai quali si sono aggiunti anche numerosi profughi/migranti subsahariani bloccati da mesi sulle colline dei dintorni in attesa di trovare il modo di superare la frontiera. Un’invasione senza precedenti: 70 mila in meno di due giorni a fronte degli 80 mila ceutini, già “stretti” nel loro territorio di appena 18 chilometri quadrati. Ma superata la fase iniziale di sorpresa e panico insieme, già la sera di venerdì circa il 90 per cento degli “invasori” sono rientrati in Marocco. “Volontariamente” – hanno sottolineato le autorità spagnole – quando si sono resi conto che era del tutto fasulla la notizia, ampiamente diffusa in rete, che la Spagna avrebbe offerto accoglienza e lavoro a chiunque si fosse presentato entro 24 ore a partire, appunto, dal 30-31 luglio. In verità non del tutto “volontariamente” – hanno riferito alcune Ong – perché in certi casi ci sarebbero state forzature in contrasto con il diritto internazionale. Sta di fatto, in ogni caso, che Madrid e il governo locale sono riusciti ad affrontare questo “assalto” in massa riavviando la situazione sostanzialmente alla normalità nel giro di un paio di giorni o poco più. Secondo un rapporto pubblicato dal Governo, martedì 4 agosto rimanevano a Ceuta non più di 2.500/3.000 dei migranti arrivati dal Tarajal, in buona parte destinati a loro volta a tornare indietro. Degli altri si stava valutando la posizione: i migranti subsahariani sicuramente decisi a presentare una domanda di asilo o comunque di una forma di tutela internazionale, le donne in stato di difficoltà e soprattutto i minorenni. Ecco, i minorenni non accompagnati: se ne sono censiti più di 500 (inclusi numerosi bambini), in aggiunta ai circa mille già presenti a Ceuta. Per loro, come prevede il diritto internazionale, ovviamente nessuna espulsione: saranno inseriti in un programma di accoglienza per il quale sono stati subito stanziati 25 milioni ed è stata prevista la realizzazione di due nuovi grossi centri.
Non mancano motivi di critica. In particolare le condizioni di buona parte dei migranti rimasti – sia marocchini che subsahariani – ai quali hanno assicurato assistenza solo la Croce Rossa, gruppi di volontari e, molto spesso, semplici cittadini che hanno offerto cibo, ospitalità, indumenti. Nel complesso, però, appare innegabile che la gestione dell’emergenza da parte delle autorità spagnole a tutti i livelli si sia mostrata efficiente. Non è esplosa, insomma, nessuna “crisi migratoria”. Eppure in quasi tutti i paesi Ue (per non dire del presidente Trump negli Usa) si è gridato proprio alla “crisi migratoria”, prospettando il rischio di uno sbarco in massa e incontrollato in Europa di migranti provenienti da Ceuta, quasi come “avanguardia” di altre invasioni simili. Insomma, il primo esempio concreto di una “catastrofe migratoria” per l’intera Europa. E se ne è attribuita la responsabilità alla politica del presidente Sanchez e del suo governo a guida socialista. In particolare, alla legge di regolarizzazione per centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio spagnolo varata nel febbraio 2026 e, insieme, alla sentenza della Corte Suprema di Madrid che ha stabilito il divieto del “respingimento immediato” dei migranti che raggiungono Ceuta a nuoto, in linea con precedenti decisioni della Corte Costituzionale. Salvo poi scoprire – come è emerso dalle dichiarazioni rese da loro stessi a vari giornali – che la grande maggioranza degli “invasori” nemmeno era a conoscenza della legge di regolarizzazione e meno ancora della sentenza.
Alla testa di questa specie di crociata si è posta l’Italia, che è arrivata addirittura a sospendere nei confronti della Spagna gli accordi di Schengen sulla libera circolazione all’interno dell’Unione Europea ed ha sollecitato, presto spalleggiata dalla Danimarca e da altri 20 Stati Ue, una riunione d’urgenza tra i vari ministri degli interni per martedì 4 agosto. Quasi una “riunione-processo”, verrebbe da dire. Il “processo”, ovviamente, non è stato possibile. Tanto più che la “crisi” a cui si gridava era già rientrata. Ma quella riunione è servita comunque a mettere in agenda ulteriori misure restrittive sulle politiche migratorie, con un rafforzamento della sorveglianza ai confini e dell’agenzia Frontex, un potenziamento delle espulsioni, l’incremento della “collaborazione a pagamento” con gli Stati essenziali per la “difesa” delle frontiere Ue esternalizzate sempre più a sud, in Africa o nel Medio Oriente, l’avvio di hub di rimpatrio fuori dal territorio dell’Unione Europea.
Tutte cose che, in realtà, non hanno nulla che fare con la pretesa “crisi di Ceuta”. Quello che è accaduto il 30 e 31 luglio, infatti, è da considerare una “fiammata” magari collaterale al grande, strutturale problema delle migrazioni, ma che nasce da cause diverse. O, per meglio dire, da una strumentalizzazione, scrivendo un altro capitolo della “costruzione della paura del diverso”, e quindi del migrante, cavalcata ormai da anni in tutta Europa come base delle politiche migratorie. Chi c’è, allora, dietro l’assalto del Tarajal? In Spagna i sospetti si appuntano sul Marocco. Sarebbe stato un tema da affrontare nella riunione del 4 agosto. Invece a Bruxelles l’ipotesi di un coinvolgimento, più o meno attivo, delle autorità marocchine, non è stata nemmeno sfiorata. Vale la pena, invece, riflettere molto su questo aspetto. Il breve dossier pubblicato di seguito mira appunto ad aprire questa discussione.
Rivalità antica
Le enclave di Ceuta e Melilla, ultimo residuo del dominio coloniale spagnolo in Marocco, sono rivendicate da sempre da Rabat. Non a caso, in tutti i documenti governativi ufficiali non vengono citate solo per nome ma accompagnate dalla dicitura “città occupate” dalla Spagna.
La rivendicazione marocchina si è accentuata negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi (specie dove il riavvicinamento politico-diplomatico tra Spagna e Algeria). Rabat ha il sostegno del presidente Trump e, in definitiva, dell’intero governo degli Stati Uniti. Non è un caso che nel disegno di legge americano sulla spesa estera – come ha rivelato il senatore repubblicano Thomas Massie, unico contrario – ci sia un rapporto ufficiale relativo alle due città, descritte non come “territorio spagnolo” a tutti gli effetti quali risultano nella realtà e nel contesto della politica internazionale ma come zone “sotto amministrazione spagnola in territorio marocchino”, oggetto da anni di rivendicazione da parte di Rabat, specificando, anzi sottolineando, il sostegno a qualsiasi iniziativa diplomatica promossa dal Dipartimento di Stato per discutere sul futuro di entrambe le enclave.
Questione Saharawi e rapporto Spagna-Algeria
La Spagna non si è mai schierata dalla parte delle rivendicazioni/occupazioni della regione Saharawi (ex Marocco Spagnolo annesso per 2 terzi al Marocco e 1 terzo alla Mauritania) da parte di Rabat, sostenendo sempre la vecchia proposta Onu di autodeterminazione: un referendum sotto il controllo internazionale attraverso il quale la popolazione possa liberamente decidere il destino di quella regione. Referendum approvato più volte e poi “sepolto” di fatto dal Marocco, che lo ha rinnegato pur essendo già stato fatto il “censimento” degli elettori ammessi al voto. Anche l’adesione spagnola nel 2022 al “progetto di autonomia” del territorio saharawi proposto da Rabat – adesione con la quale di fatto Madrid abbandona la posizione favorevole all’autodeterminazione – è stata giustificata dal governo Sanchez come una “scelta del male minore” e, in sostanza, della via attualmente più concreta per trovare finalmente una soluzione.
In questo contesto si inserisce la decisa ostilità di Rabat nei confronti dei rapporti più stretti sottoscritti tra Madrid (spinta anche dalla necessità di accedere più facilmente al gas algerino) e il governo di Algeri, che è da sempre schierato a sostegno della lotta di indipendenza del popolo saharawi contro il Marocco e che ospita decine di miglia di profughi fuggiti dopo il 1975: la maggior parte dei 75 mila saharawi censiti nel 1974 quando la regione era ancora occupata dalla Spagna.
Un capitolo di questa questione particolarmente contestato da Rabat è la legge che Madrid si è impegnata ad approvare subito dopo l’estate 2026 per concedere la cittadinanza spagnola a tutti i saharawi nati sotto amministrazione spagnola prima del 1977 e ai loro discendenti: secondo le stime, tra 50 e 100 mila persone. Una concessione che vuol essere un riconoscimento/ammissione da parte della Spagna delle sue “responsabilità coloniali” nei confronti del popolo saharawi e che di per sé cambia di poco il problema della sovranità sulla regione, ma evidentemente Rabat è comunque preoccupata di poter avere a che fare con decine di migliaia di saharawi che sono anche cittadini spagnoli. L’impegno è stato ribadito ufficialmente dalla presidente della Camera Francina Armengolo il 14 luglio in occasione della visita al Congresso di un gruppo di bambine e bambini saharawi ospitati da famiglie spagnole nell’ambito del tradizionale progetto “Vacanze di Pace” che si ripete da anni.
Da notare le date: il 14 luglio la visita e appena due settimane dopo, 30-31 luglio, l’invasione di Ceuta. E’ solo un caso?
Alleanza con Trump
Il Marocco – in particolare lo stesso re Mohamed VI in persona – ha allacciato rapporti sempre più stretti con il presidente americano Donald Trump. Rapporti che rasentano (se non superano) il limite della aperta sudditanza e piaggeria: basti ricordare l’intitolazione al nome di Trump della nuova autostrada lunga 1.055 chilometri che, indicata come simbolo della “modernizzazione” del paese, collega il Marocco meridionale alla Mauritania.
Questa scelta ha portato a importanti, significative prese di posizione di Rabat in politica estera:
1 – Il Marocco, che coltiva da anni rapporti privilegiati con Israele ed ha firmato gli “accordi di Abramo” proposti da Trump per un nuovo equilibrio nel Medio Oriente (elaborato senza nemmeno consultare i palestinesi, né della Cisgiordania né tantomeno di Gaza), è tra gli Stati arabi più “tiepidi” nei confronti del genocidio di Gaza e, più in generale, sulla istituzione dello Stato di Palestina riconosciuto in tutto il mondo e con un suo posto di diritto nell’assemblea delle Nazioni Unite.
2 – Il Marocco ha di fatto espresso il proprio sostegno (o comunque non ha mai condannato apertamente e concretamente) il ruolo decisivo di Trump e degli Stati Uniti nella guerra israeliana in Medio Oriente: Gaza, Cisgiordania, Iran, ecc. Ci sono state semmai “condanne” per le azioni militari di Teheran e il blocco dello stretto di Ormuz ma non per i bombardamenti americani e israeliani non solo in Iran ma, ad esempio, in Libano o in Siria, per non dire di quello che sta accadendo in Cisgiordania.
Va inserita proprio in questo contesto di rapporti condotti in quello che appare un sistema di scambi e “compensazioni” reciproche (facendo il paio con la questione di Ceuta e Melilla di cui sopra), la decisione degli Stati Uniti e di Israele di riconoscere come atto legittimo e definitivo l’annessione della regione Saharawi da parte del Marocco e, dunque, la negazione del diritto stesso che possa esistere uno stato del Sahara in almeno parte dell’ex Marocco Spagnolo. Una decisione che, specie nella visione del governo di Gerusalemme, potrebbe avere come obiettivo anche quello di creare un “precedente politico-giuridico-legale” per giustificare l’occupazione-annessione definitiva di quello che resta della Palestina da parte dello Stato di Israele.
Per inciso, è legata proprio al riconoscimento deciso dal Governo americano della sovranità marocchina sull’ex Sahara occidentale spagnolo l’intitolazione a Donald Trump della nuova autostrada che va da Tiznit alla penisola di Dakhla (dove è in costruzione un nuovo porto), passando da Laayoune, la principale città della Repubblica Saharawi, il cui territorio è ora controllato da Rabat ma della quale è considerata la “capitale”.
Ceuta: i motivi della regia marocchina dell’invasione
Dalla ricostruzione dell’invasione di circa 70 mila persone a Ceuta emerge palese la regia di Rabat. Anche se il Governo di Madrid ha preferito non insistere su questo aspetto, quasi tutta la stampa spagnola ne ha parlato diffusamente. Con quale scopo/obiettivo da parte del Marocco? Almeno due le “risposte”:
1 – “Omaggio/regalo” a Trump (ma in subordine anche a Israele) con l’obiettivo di screditare e mettere in difficoltà – e, in definitiva, “punire” – il presidente spagnolo Pedro Sanchez e il suo esecutivo a guida socialista, l’unico in Occidente e in particolare in Europa che, oltre ad aver riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina nel 2024 (insieme, lo stesso anno, a Irlanda, Norvegia e Slovenia e poi seguito nel 2025 da Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo, Malta, Andorra, Monaco e San Marino, in aggiunta ai riconoscimenti “storici” che risalgono agli anni 980-990 di Bulgaria, Cipro, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia)
A – Contesta apertamente la politica Maga di Trump in generale, in nome della difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali
B – Ha condannato senza mezzi termini la guerra e il genocidio di Gaza, negando tra l’altro la disponibilità delle basi spagnole per le forze armate americane
C – Parla apertamente dei crimini commessi a Gaza e in Cisgiordania chiedendo l’intervento della Giustizia nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e degli altri personaggi incriminati dalla Corte Penale Internazionale. Non sembra un caso che, dopo il mandato di cattura emesso dalla Cpi, Netanyahu abbia evitato di entrare nello spazio aereo spagnolo nei suoi voli di stato
D – Ha rotto, proprio sulla scia del genocidio di Gaza, i rapporti diplomatici con Israele invitando di fatto gli altri governi europei a seguire la stessa linea o comunque evidenziando la contraddizione degli Stati Ue (Italia inclusa) nei quali autorevoli esponenti del Governo proprio sul caso di Netanyahu hanno escluso pubblicamente l’eventuale esecuzione, nei rispettivi territori nazionali, del mandato di cattura emesso dalla Cpi, nonostante vi aderiscano ufficialmente e ne riconoscano l’autorità.
E – Ha adottato una concreta politica di gestione dei flussi migratori e di accoglienza nei confronti dei migranti, in nome della solidarietà e del rispetto dei diritti umani, in contrasto con le scelte sempre più drastiche e nette di chiusura e respingimento adottate dall’Unione Europea e dalla maggioranza dei singoli Stati membri della Ue, a cominciare dall’Italia. Scelte sempre più ispirate alle direttive impartite negli Usa da Trump, inclusa l’istituzione di una polizia speciale, l’Ice, che agisce di fatto fuori controllo.
Due note nel contesto del paragrafo E
– La sentenza emessa dalla Corte Suprema spagnola a metà luglio, che vieta il “respingimento a caldo” (ovvero: immediato) dei migranti che giungono a nuoto a Ceuta e Melilla, dà ragione e fondamento giuridico alle scelte di politica migratoria adottate dalla Spagna
– La regolarizzazione di oltre 500 mila migranti presenti in Spagna (in prospettiva più di un milione) dimostra che la “gestione dei flussi” non soltanto è possibile ma utile e produce anzi grandi risultati, sconfessando così la politica Ue (ma in particolare quella italiana) dei respingimenti in massa, attuati ad ogni costo, nei confronti dei migranti che bussano alle porte della Fortezza Europa. E’, in sostanza, l’opposto della cosiddetta “remigrazione” proposta con sempre maggiore insistenza in Italia e in gran parte dei paesi Ue. Ed è la prova concreta che la cosiddetta “necessità di gestire i flussi” per creare un buon sistema di accoglienza/asilo può partire anche da una politica sui “flussi interni”, dando regolarità, serenità e dignità a centinaia di migliaia di profughi/migranti diventati “fantasmi” e “non persone” proprio a causa delle chiusure e dell’ottusità della politica italiana ed europea degli ultimi 25 anni.
2 – Almeno due obiettivi
L’invasione condotta a Ceuta è stata di fatto un assalto, anzi, un attacco premeditato ai confini e dunque alla sovranità nazionale spagnola. Per certi versi, un atto di “guerra ibrida” contro la Spagna, utilizzando come “arma” la disperazione dei profughi/migranti in cerca di aiuto e rifugio. In sostanza, esattamente quella “guerra ibrida” che la Ue attribuisce ormai da tempo alla Russia (e alla Bielorussia) contro l’Europa ai confini orientali. In particolare in Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia, con l’obiettivo di destabilizzare l’economia e il tessuto sociale dell’intera Europa. E’ verosimile che, alla base di questa azione “premeditata” almeno nelle linee generali, Rabat avesse due obiettivi
A – Ribadire la volontà di acquisire Ceuta e Melilla
B – Saggiare le eventuali reazioni della Spagna, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti
– Per quanto riguarda il punto A, gli abitanti di Ceuta (inclusa la larga componente araba) hanno ribadito la volontà di “rimanere in Spagna”. E del resto sono di fatto ostili a una acquisizione da parte di Rabat anche gran parte delle popolazioni marocchine che vivono nelle regioni limitrofe alle due enclave, la cui presenza costituisce un importante volano (o comunque una valvola di salvezza) per realtà estremamente povere e disagiate del nord del Marocco, incluse città come Nador o Castillejos per non dire del Rif. E non mancano motivi di preoccupazione: come hanno riferito alcuni giornali (in particolare il quotidiano Canarias7) è diffuso il timore che l’improvvisa, inarrestabile invasione in massa di almeno 70 mila persone sia il segnale esplicito di Rabat a Madrid che può “prendersi Ceuta e Melilla” quando vuole.
– Quanto al punto B, ad esclusione degli schieramenti di estrema destra (respinti con forza dalla popolazione in nome dell’antifascismo quando si sono recati a Ceuta subito dopo l’invasione), l’opinione pubblica spagnola, dopo la sorpresa e il disappunto iniziali, si è resa in massima parte conto della regia e, dunque, della trappola di Rabat e si è sottratta a ogni forma di strumentalizzazione e speculazione. L’America con Trump e buona parte degli Stati Ue, invece, non hanno capito o, per meglio dire, hanno fatto finta di non capire la realtà, attribuendo le responsabilità di quanto è accaduto a Ceuta il 30 e 31 luglio alla “politica migratoria” del governo Sanchez, a cominciare dal grande programma di regolarizzazione dei migranti. Senza spiegare come mai questa “sanatoria” abbia avuto effetto, come “elemento di richiamo”, soltanto dopo 5 mesi abbondanti – dunque fortemente “in ritardo” visto che è stata varata in febbraio – e per di più concentrandosi all’improvviso in due soli giorni. Ed è da notare come, in questa crociata contro la Spagna di Sanchez da parte delle destre europee – tutte le destre, da quelle estreme a quelle che si autodefiniscono moderate – nessuno si sia posto la domanda di come vivano milioni di marocchini sotto il regime del re Mohamed VI e di quale sia stato il “pull factor” che ha indotto decine di migliaia di loro a credere alla notizia, evidentemente fasulla ma diffusa ad arte tra gente disposta a credere anche all’incredibile, che la Spagna assicurava accoglienza e lavoro a chiunque arrivasse entro 24 ore. Già, perché è questa una delle principali, se non la principale “causa scatenante” dell’assalto in massa al Tarajal del 30 e 31 luglio, come hanno testimoniato in varie interviste giornalistiche diversi migranti arrivati a Ceuta. E, ancora, come mai quella marea umana al valico del Tarajal abbia trovato sul versante marocchino “tutte le porte aperte”, presidiate da appena una manciata di gendarmi i quali – anche questo lo hanno testimoniato i migranti a vari giornali – anziché dare l’allarme e tentare di fermarli li hanno spinti in mare.
Si è distinta in particolare l’Italia, che – prospettando una fantomatica, impossibile invasione di migranti da Ceuta e in generale dalla Penisola Iberica – ha addirittura scelto di sospendere nei confronti della Spagna gli accordi di Schengen sulla libera circolazione nei paesi Ue, con una decisione e una procedura quanto meno discutibili perché del tutto al di fuori delle rare e gravissime condizioni previste per un provvedimento del genere.
