LE VITTIME DEL “DOPO SBARCO”

ventimiglia4

 

Migliaia di vittime tra i profughi in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente: lungo le piste che conducono alle sponde meridionali del Mediterraneo, nel deserto, presi a fucilate ai confini o uccisi nei centri di detenzione dei paesi di transito, in fondo al mare, persino nel tentativo di passare le frontiere sempre più chiuse all’interno della Fortezza Europa. Ma ancora non basta: può sembrare assurdo, ma si continua a morire anche quando si pensa di essersi finalmente lasciati alle spalle pericoli e minacce. Si muore, ad esempio, mentre si cerca di lasciare o di non entrare nel limbo infinito dei Cas e dei Cara nei quali i richiedenti asilo sono confinati, in Italia, dall’attuale sistema di accoglienza. Oppure perché, uscendo da uno di questi centri, si incontra la persona sbagliata. O vinti dal peso, dalla disperazione di non vedere più un futuro proprio quando il futuro sembrava a portata di mano. E anche queste vittime stanno aumentando. Certo, è una parte infinitamente minore del terribile censimento dei morti scomparsi nel Mediterraneo o nel Sahara. Ma i morti non sono mai pochi: anche uno solo è una sconfitta dolorosa. Tanto più questi del “dopo sbarco”, presi sotto la tutela dello Stato: sommersi mentre pensavano di intravedere una luce di speranza.

 

La cronaca

 

Vittime 2017, totale: 4

Sesto Fiorentino, 11 gennaio 2017. Profugo muore nel rogo di un capannone

Un profugo somalo è morto nel rogo del capannone occupato abusivamente, dove alloggiava insieme a decine di altri migranti. Si chiamava Ali Muse, 35 anni, con un regolare permesso di soggiorno ma costretto a quell’abitazione di fortuna perché, come accade a tutti i rifugiati in Italia, lo Stato, dopo averlo accolto accordandogli la protezione internazionale, lo ha poi abbandonato a se stesso. Sono anzi nella sua stessa condizione tutti i circa cento migranti che vivevano nella struttura andata distrutta, l’ex fabbrica di mobili Aiazzone, abbandonata da anni e diventata rifugio di immigrati che, non avendo altra alternativa, avevano cercato di adattarne gli spazi con tramezzi di legno e separé improvvisati. Una specie di “accampamento coperto”, senza servizi, già sgomberato circa un anno fa ma di nuovo occupato e adattato alla meglio. Una sistemazione, in ogni caso, certamente inadeguata e a rischio. E’ quasi certo, infatti, che l’incendio si sia sviluppato a causa di un fuoco o di un braciere accesi da qualcuno degli occupanti per cercare di difendersi dal freddo. Ali Muse è riuscito inizialmente a mettersi in salvo, fuggendo all’esterno. Una volta fuori, però, si è reso conto che, nella concitazione, aveva dimenticato i documenti e, in particolare, quelli per il ricongiungimento con la moglie. Nonostante gli amici abbiano cercato di trattenerlo, ha deciso allora di tornare all’interno per recuperarli. Una decisione che gli è stata fatale: il denso fumo che si era sviluppato nel locale lo ha soffocato, facendogli perdere conoscenza: lo hanno trovato più tardi i vigili del fuoco, riverso a terra e ormai senza vita. Altri due profughi sono rimasti feriti e tre intossicati.

La protesta: “Morto per colpa dello Stato”. Il giorno dopo la tragedia una cinquantina di migranti ha dato vita a Firenze a una manifestazione di protesta. Un piccolo corteo ha percorso il centro della città, con in testa uno striscione con la scritta: “Ali Muse è morto per colpa dello Stato”. Evidente il riferimento/denuncia al fatto che i rifugiati vengono abbandonati a se stessi una volta ottenuto l’asilo e il permesso di soggiorno, senza alcun percorso di integrazione sociale. La protesta si è conclusa con l’occupazione del cortile di Palazzo Strozzi, sede della mostra sulla emergenza profughi allestita dall’artista cinese dissidente Ai Weiwei. Una scelta non casuale. “Vanno benissimo – ha denunciato un volontario che si occupa di migranti – iniziative come questa di Palazzo Strozzi per sensibilizzare l’opinione pubblica. Purché però non diventino un alibi: il problema dei profughi abbandonati a se stessi si trascina da anni. In particolare, era nota da anni la situazione della ex fabbrica di Sesto Fiorentino, ma nessuno è intervenuto se non con ordinanze di sgombero. Neanche le istituzioini che hanno organizzato la mostra a Palazzo Strozzi”.

(Fonte: La Repubblica, Agenzia Ansa 11 e 12 gennaio 2017)

Venezia, 22 gennaio 2017. Profugo suicida nel Canal Grande

Un giovane profugo fuggito dal Gambia si è sucidato a Venezia, gettandosi nel Canl Grande. Si chiamava Pateh Sabally e aveva 22 anni: pare gli fosse stato revocato il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Arrivato in Italia nel 2015, al momento dello sbarco, a Pozzallo, era così provato da non ricordare nemmeno la sua data di nascita. Secondo il regolamento imposto agli hotspot dall’Agenda sulla migrazione dell’Unione Europea, la polizia gli ha attribuito un’età convenzionale, vent’anni, facendo figurare il primo gennaio 1995, come data di nascita, nei documenti che gli sono stati rilasciati. Dopo un lungo soggiorno in Sicilia, è stato trasferito a Milano. E da Milano, appunto, il 22 gennaio, ha raggiunto Venezia. Appena sceso dal treno, ha lasciato il suo zaino fuori dalla stazione di Santa Lucia e si è diretto verso il Canal Grande, buttandosi in acqua, davanti a centinaia di persone. L’equipaggio di un vaporetto gli ha gettato alcuni salvagente, ma lui si è lasciato affondare, senza nemmeno tentare di nuotare. Nessuno si è a sua volta tuffato in acqua per cercare di salvarlo. Anzi, da alcuni gruppi di persone – come risulta da un filmato girato con un cellulare e pubblicato dal Gazzettino – si sono levate urla e insulti: c’è chi lo ha apostrofato “uno scemo che vuole morire” e chi lo ha chiamato “Africa”. Il suo corpo senza vita è stato recuperato in serata dai vigili del fuoco. Alla sua identità si è risaliti dai documenti trovati nello zaino. Ad avanzare l’ipotesi che il giovane si sia suicidato perché gli sarebbe stato ritirato il permesso di soggiorno è stata Daniela Padoan in un servizio pubblicato da Il Fatto Quotidiano. Altre fonti non specificano le cause.

(Fonti: Il Gazzettino, The Post International, Il Fatto Quotidiano).

Pomezia, 15 marzo 2017. Suicida un giovane somalo

Un giovane profugo somalo si è impiccato ad un albero in un parco di Pomezia. Si chiamava Maslah Mohamed: aveva appena 19 anni. Da gennaio alloggiava nel centro di accoglienza per richiedenti asilo del quartiere “Roma 2”, tra Pomezia e Santa Palomba, dove era stato trasferito dal Belgio. E’ la tragedia di un “dublinato”: sbarcato in Italia dopo aver lasciato l’Africa, era riuscito a varcare le Alpi ed a raggiungere il Nord Europa, ma al primo controllo è scattato il rimpatrio forzato verso l’Italia in base al regolamento di Dublino, che impone di chiedere asilo nel primo paese Schengen di arrivo. In questo caso, appunto, l’Italia. “Riconsegnato” a Roma, la Prefettura lo ha destinato al Cas di Pomezia. Questo rientro forzato e il lento scorrere del tempo senza aver null’altro da fare che aspettare devono averlo gettato in uno stato di profonda depressione. Ad alcuni compagni di stanza pare avesse confidato di essere disperato. E alla fine questa disperazione lo ha ucciso: ha raggiunto il parco di via Fiorucci, poco lontano dal centro accoglienza dove alloggiava, ed ha deciso di farla finita.

(Fonti: La Repubblica, Il Caffè)

Milano, 7 maggio 2017. Migrante si impicca vicino alla stazione centrale

Un migrante trentunenne originario del Mali si è impiccato nei pressi della stazione centrale di Milano appendendosi con  un cappio a un pilone lungo la massicciata ferroviaria, dal lato della strada, via  Ferrante Aperti, davanti ai passanti. Alcune persone lo hanno visto arrampicarsi sul muro di contenimento del terrapieno della ferrovia e poi gettarsi nel vuoto, dopo aver assicurato la corda al pilone: hanno dato immediatamente l’allarme e i primi soccorritori hanno trovato il giovane ancora in vita, trasportandolo all’ospedale Niguarda, dove però è morto pochi minuti dopo, verso le 13. Non è stato possibile identificarlo subito: indosso non aveva documenti e nessuno lo conosceva presso i servizi di accoglienza comunali, incluso il Casc, il centro aiuto sociale aperto poco distante, in sostituzione dell’hub di via Sammartini. Solo in serata, attraverso le impronte digitali, si è riusciti a risalire al suo nome e a ricostruirne la storia: era arrivato in Italia dal Mali un anno e mezzo fa ed aveva fatto domanda di protezione internazionale. La tragedia fa seguito al discusso maxi-blitz condotto il 2 maggio alla stazione contro i migranti su iniziativa della Prefettura e all’oscuro del Comune.

(Fonti: La Repubblica, Corriere della Sera, Ansa Lombardia)

 

 

Vittime 2016, totale: 6

Cagliari, 19 dicembre 2015. Profugo muore tentando la fuga
Un giovane profugo eritreo muore a Cagliari durante un tentativo di fuga dall’ospedale dove era stato ricoverato dopo essere stato assegnato a un centro di accoglienza in Sardegna. Si chiamava Tedros, aveva 23 anni e veniva da Ghinda, capoluogo del distretto omonimo, nella regione costiera del Mar Rosso settentrionale, tra Asmara e Massaua. I funerali si sono svolti solo l’11 gennaio 2016, a causa delle procedure d’inchiesta.
Fuggito dall’Eritrea, Tedros è stato sequestrato due volte, prima da una banda di trafficanti nel deserto del Sahara e poi a una formazione di miliziani in Libia. In entrambi i casi la sua famiglia ha dovuto pagare un riscatto per farlo rilasciare. Poi, finalmente, è riuscito a imbarcarsi per raggiungere l’Italia. Il gommone su cui si trovava è stato intercettato nel Canale di Sicilia. Il gruppo di profughi in cui è stato inserito dopo i soccorsi (285 persone) è stato portato in Sardegna il 4 dicembre 2015 dalla nave spagnola Canarias. Trovato affetto da scabbia e fortemente debilitato per le sofferenze patite durante il viaggio, è stato ricoverato all’ospedale di Cagliari. Era praticamente guarito e prossimo ad essere dimesso quando, il 19 dicembre, ha deciso di scappare: si è calato da una finestra ma è precipitato ed è morto.
(Fonte: Africa Express del 12 gennaio 2016)

Fermo, 5/6 luglio 2016. Profugo ucciso a calci da un ultrà razzista
Un profugo nigeriano, ospite con la moglie del seminario arcivescovile di Fermo, è stato ucciso a pugni e calci da un ultrà razzista della squadra di calcio locale. Si chiamava Emmanuel Chidi Namdi, aveva 36 anni e aveva lasciato la Nigeria, insieme alla compagna, Chinyery, 24 anni, per sfuggire alle violenze dei miliziani di Boko Haram, dopo un attentato contro una chiesa nel quale erano morti la sua figlioletta e i genitori.
A Fermo la coppia è arrivata nel settembre 2015, proveniente dalla Sicilia, raggiunta qualche settimana prima con un dei tanti gommoni carichi di profughi partiti dalla Libia. Anche la traversata è stata particolarmente dura: Chinyery ha perduto il bambino che aveva in grembo a causa di un aborto spontaneo, dovuto probabilmente alla forte debilitazione ma forse anche allo stress e alle conseguenze dell’aggressione e del pestaggio subiti insieme a Emmanuel, in Libia, prima dell’imbarco.
L’aggressione è avvenuta in pieno centro. Emmanuel e sua moglie stavano camminando lungo via XX Settembre quando due fermani hanno cominciato ad insultare Chinyery. Insulti razzisti: sarebbero stati ripetuti più volte, in particolare, frasi come “scimmie africane” e “negri di merda”. Emmanuel ha reagito, chiedendo spiegazioni. Tanto è bastato per scatenare la violenza. Emmanuel nella colluttazione ha afferrato un segnale stradale mobile di metallo, scagliandolo contro l’aggressore, il quale a sua volta gli ha sferrato un pugno violento sul viso, facendolo stramazzare a terra. Nella caduta ha battuto la testa, perdendo i sensi e a quel punto l’aggressore avrebbe continuato a infierire a calci. E’ risultato fatale l’urto contro il selciato, dal quale è derivata una emorragia cerebrale, che lo ha portato in coma irreversibile. Nel pomeriggio del giorno 6 i medici ne hanno decretato la morte clinica. Non era chiaro inizialmente chi per primo avesse afferrato il paletto, ma le indagini hanno stabilito che è stato Emmanuel, come poi ha confermato anche sua moglie, modificando in parte la prima testimonianza. Di certo tutto è cominciato dalla serie di insulti razzisti. Chinyery, la moglie, ha disposto la donazione degli organi di Emmanuel.
(Fonte: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Corriere della Sera).

Giugliano, 21 settembre 2016. In fuga dal campo: travolta e uccisa
Una ragazzina eritrea travolta e uccisa da un’auto, a Giugliano, nella cintura metropolitana di Napoli, poco dopo essere fuggita da un centro di accoglienza. La giovane profuga, poco più che sedicenne, faceva parte di un gruppo di migranti eritree, di età compresa tra i 16 e i 20 anni, condotte al Cas di Giugliano da Lampedusa, dove erano state sbarcate dalla nave della Marina che le aveva soccorse su un gommone alla deriva nel Canale di Sicilia. Volevano tutte essere inserite nel programma di relocation, per poter raggiungere un altro Stato europeo. La sera stessa dell’arrivo al Cas hanno deciso di fuggire da Giugliano tutte insieme, così come tutte insieme avevano attraversato il Mediterraneo.
Non sono noti i motivi di questa decisione: forse il timore di non poter accedere alla relocation o magari i tempi troppo lunghi di attesa. Oppure, come accade spesso, la mancanza di informazioni precise che desta incertezza e sfiducia in tantissimi giovani profughi, inducendoli ad affidarsi a canali clandestini o alle organizzazioni di trafficanti per passare il confine delle Alpi. Sta di fatto che hanno abbandonato il Cas di Giugliano e si sono allontanate a piedi verso Napoli, fino ad arrivare alla strada di Circumvallazione esterna della città, una via a scorrimento veloce, molto trafficata e pericolosa. Il rischio ad attraversarla è evidente, ma le sei ragazze hanno tentato ugualmente. Cinque sono riuscite a passare. Lei ha avuto forse un attimo di esitazione e deve essere rimasta un po’ attardata: un’auto in corsa l’ha investita, uccidendola sul colpo.
(Fonte: Diritti e Frontiere)

Cagliari, 4 novembre 2016. Misteriosa caduta da un albero: eritreo muore
Un giovane profugo eritreo, Alizar Brhane, è stato trovato morente nel centro di accoglienza dove era ospitato dal mese di maggio: era steso sotto un albero, nel giardino dell’albergo Santa Maria, messo dai proprietari a disposizione della prefettura per un Cas. Trasportato in ospedale, è spirato poche ore dopo. Secondo gli amici potrebbe essersi trattato di un suicidio, dovuto alla disperazione e allo sconforto per la lunga attesa di essere ammesso al programma di relocation e raggiungere così un altro paese europeo dove aveva parenti e amici disposti ad aiutarlo. In sostanza, si sarebbe gettato da una finestra o da un terrazzo durante la notte. Secondo la polizia è stato invece un tragico incidente: Alizar, forse rientrato nel centro dopo l’orario di chiusura, potrebbe aver tentato di arrampicarsi sull’albero per entrare da una finestra ma avrebbe perso l’equilibrio, precipitando a terra, lì dove è stato trovato la mattina dopo. A dire degli inquirenti, infatti, pur tenendo conto dello sconforto accumulato eventualmente in precedenza, il giovane non avrebbe avuto motivo di suicidarsi perché aveva appena ricevuto i documenti e il permesso di lasciare il centro accoglienza di Cagliari.
(Fonte: La Stampa, Cagliari Online, L’Unione Sarda)

Borghetto (Trento), 16 novembre 2016. Etiope travolta da un treno
Una giovane profuga etiope è stata travolta e uccisa da un treno mentre camminava lungo la ferrovia, nei pressi di Borghetto, in prossimità del confine tra Trentino e Veneto. Non si è riusciti a stabilire come mai si trovasse sulla massicciata ferroviaria e come sia arrivata sin lì. Indosso non le sono stati trovati documenti, tranne un foglio dal quale risulta che, dopo lo sbarco in Sicilia, sarebbe passata per un centro assistenza di Milano. Sta di fatto che, in piena notte, verso le 22, stava camminando lungo i binari, quando è sopraggiunto un treno diretto a Verona, che l’ha investita. Il macchinista ha riferito di non aver visto nessuno sui binari ma che, essendosi accorto di aver urtato un ostacolo, si è fermato a Peri, la prima stazione, per dare l’allarme. Una pattuglia di vigili del fuoco che ha ispezionato la linea ha poi trovato il corpo senza vita della ragazza. La salma è stata tumulata nel cimitero di Avio.
(Fonte: Il Trentino, Melting Pot)

Ventimiglia, 21/22 novembre 2016. Profugo annega nel Roja in piena
Un giovane profugo eritreo è annegato nel fiume Roja in piena alla periferia di Ventimiglia. Il ragazzo era in città da alcuni giorni: era arrivato nella speranza di trovare l’occasione per passare il confine con la Francia e proseguire poi il suo viaggio verso il Nord Europa. Era senza un alloggio, sia pure provvisorio: non si sa se per mancanza di posti disponibili oppure perché lui e i suoi compagni avevano preferito non rivolgersi ai centri di accoglienza allestiti dal Comune e da volontari. Sta di fatto che il 22, in serata, lui e altri quattro profughi, pure eritrei, hanno cercato riparo sotto il ponte sul Roja della strada statale per Tenda. Il nubifragio che si è scatenato durante la notte ha provocato una piena improvvisa. I suoi compagni si sono rifugiati su un pilone. Lui, a quanto pare, ha cercato di guadare il fiume per andare a cercare aiuto, ma è stato travolto dalla corrente. L’allarme è stato dato la mattina del 22, quando gli altri quattro profughi sono stati visti aggrappati al pilone. Il corpo della vittima è stato trascinato via dal fiume.
(Fonte: .La Repubblica, edizione di Genova)