Il “crimine” di solidarietà

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Non bastano le barriere che il Nord del mondo continua a costruire per bloccare i profughi e illudersi di potersi chiudere in una fortezza. Barriere fisiche, come quelle erette intorno a Ceuta e Melilla, le enclave spagnole in Marocco, lungo tutto il confine tra Grecia e Turchia o tra Bulgaria e Turchia, ma anche, nel cuore stesso dell’Europa, a Calais, tra Ungheria e Serbia, tra Croazia e Serbia, tra Macedonia e Grecia. E barriere politico/legali, come tutti i trattati che tendono a esternalizzare le frontiere dell’Europa: Processi di Rabat e Khartoum, accordi di Malta, trattato con la Turchia e l’Afghanistan, Migration Compact e tutta una serie di patti bilaterali con singoli Governi africani. Ora viene di fatto considerata un crimine anche la solidarietà, al punto da arrestare e processare, equiparandolo a un trafficante di uomini, chi cerca soltanto di salvare vite umane (talvolta mettendo a rischio la propria) e di difendere e trasmettere valori come libertà, uguaglianza, fratellanza tra tutti. Quei valori che nascono dai “diritti inviolabili” dell’uomo e che sono alla base del nostro stare insieme. Non a accade spesso. Non ancora, almeno. Però accade e, a prescindere da eventuali accuse e istruttorie formali, si ha la sensazione di una marea montante, in questo senso, nel sentire comune e, dunque, nella politica. Vale la pena, allora, segnalare queste aberrazioni e fare in modo che non se ne perda la memoria. Se non altro perché domani nessuno possa dire “non sapevo” se, all’improvviso, si ritroverà in una società dove libertà, uguaglianza e fratellanza valgono solo per alcuni o comunque per alcuni più che per altri.

Lesbo (Grecia), Arrestati per aver soccorso profughi in pericolo

Sono stati arrestati e incriminati per aver soccorso in mare un’imbarcazione in avaria che arrivava dalle coste turche. E’ accaduto a Lesbo, il 14 gennaio 2016, a cinque volontari. I primi tre sono vigili del fuoco spagnoli dell’associazione Proem Aid (specializzata per affrontare situazioni d’emergenza), i quali, in forza al comando di Siviglia, avevano deciso di dedicare l’intero periodo di ferie al soccorso dei profughi nell’Egeo. Gli altri due, soccorritori dell’organizzazione danese Team Humanity, mobilitata a Lesbo, l’isola greca meta del flusso maggiore dei migranti dalla Turchia, al punto di essere candidata al Nobel per la Pace. La Guardia Costiera greca li ha accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, trascinandoli davanti a un giudice. Il processo si è svolto per direttissima tre giorni dopo, il 17 gennaio. I tre spagnoli (Julio, Kike e Manuel) e uno dei due attivisti danesi sono stati rilasciati senza accuse, ma la loro assurda odissea non è finita: le autorità greche hanno deciso di continuare le indagini sul caso, chiedendo nel frattempo 5 mila euro a testa di cauzione. Mentre a Salam, il proprietario danese del battello usato per il salvataggio, è stato imposto un deposito cauzionale di 10 mila euro, con l’ordine di non lasciare la Grecia sino alla sentenza finale e l’obbligo di recarsi una volta alla settimana alla stazione di polizia.
Trattati come scafisti, insomma, quando stavano invece cercando di salvare vite umane, obbedendo alla propria coscienza prima ancora che al diritto internazionale. Eppure tutti sull’isola sapevano della loro opera: “Dal momento stesso in cui siamo arrivati – ha raccontato Manuel – abbiamo comunicato le ragioni per cui eravamo a Lesbo, ci siamo coordinati con il governo greco ed abbiamo specificato nei dettagli quello che stavamo facendo o avremmo fatto volta per volta”.
Il peggio è – secondo quanto hanno riferito diversi media – che il caso non è rimasto isolato: la polizia avrebbe cercato di limitare il più possibile l’attività di volontari “non inquadrati”, dotati di imbarcazioni proprie, che pure stavano salvando centinaia di migranti. Lo stesso “giro di vite”, sempre stando a notizie di stampa, si sarebbe verificato nella vicina isola di Chio.

(14-20 gennaio 2016. Fonte: El Diario, Melting Pot, Repubblica).

Udine. Aiutano i migranti: volontari sotto accusa

Sette volontari della Onlus Ospiti in arrivo sono stati identificati e indagati dalla polizia, a Udine, con l’accusa di aver commesso, in concorso tra loro, “invasione di terreni o edifici” e “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”. Ma, soprattutto, tre di loro – i due responsabili dell’associazione e un interprete – hanno ricevuto un avviso di garanzia per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in Italia” “per trarne ingiusto profitto”, un reato che prevede fino a 4 anni di carcere.
Le indagini si riferiscono a fatti accaduti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, quando a Udine non c’era alcuna struttura di accoglienza e i profughi erano in pratica abbandonati a se stessi, nonostante la città fosse tra i principali terminali italiani della “rotta balcanica”. “In sostanza – hanno spiegato gli stessi volontari – abbiamo iniziato a fornire un’assistenza quotidiana a queste persone, portando pasti caldi e coperte nei luoghi dove trovavano riparo, cioè edifici dismessi, parchi, il sottopasso della stazione ferroviaria. Il tutto assolutamente in maniera gratuita e grazie alle risorse messe a disposizione da privati cittadini”. I locali “incriminati” sono le ex acciaierie Safau, l’area demaniale di via Chinotto, l’ex caserma Osoppo, il sottopasso della stazione e l’ex concessionaria Alfa Romeo. Tutte le volte che è stato possibile, però, i migranti sono stati accompagnati alla sede della Caritas, unica struttura ufficiale allora operante a Udine. Ai profughi, inoltre, è stato dato il numero di cellulare dell’interprete Ali Zai ed è stato illustrato “l’iter burocratico relativo alle domande d’asilo: iter che nessuno aveva loro spiegato al momento dell’ingresso in Italia”. Come dire: i volontari non si sono posti in antitesi o “in concorrenza” con le strutture pubbliche: si sono organizzati per sopperire alla mancanza di interventi pressoché totale da parte delle istituzioni.
Questa solidarietà e questa mobilitazione sono state considerate un reato, incluso il fatto di aver accompagnato i migranti alla Caritas, con in più l’aggravante dell’ingiusto profitto, dovuta – secondo l’accusa – alla volontà di essere riconosciuti come associazione e di poter accedere così alla richiesta del 5 per mille. Le indagini della polizia, corredate anche da intercettazioni telefoniche, si sono poi concretizzate nel giugno del 2016 in una istruttoria della Procura

(16 giugno 2016. Fonte: L’Espresso, Fanpage.it)

Nizza. Soccorre tre profughi: arrestato e processato

Fermo di polizia, obbligo di non lasciare la città, sequestro dell’auto e del cellulare, incriminazione e processo. Solo per aver dato un passaggio e aver cercato di aiutare tre ragazze eritree incontrate casualmente, mezzo morte di freddo e totalmente spaesate, in una località delle Alpi Marittime. E’ quanto è capitato, il 17 ottobre, a Pierre Alain Mannoni, 42 anni, due figli, ricercatore del Dipartimento dell’Istruzione, di origine corsa ma residente a Nizza. La prima udienza si è svolta il 23 novembre: una breve seduta preliminare seguita da un rinvio. L’accusa è di aver favorito l’immigrazione clandestina: rischia sei mesi di carcere.

La lettera. L’intera vicenda è stata raccontata dallo stesso Mannoni in una lunga lettera inviata alla stampa. Il 16 ottobre, domenica, era stato con la figlia dodicenne a una festa a Brigue, un villaggio di montagna nella valle Roya, che sul versante italianio conduce verso Ventimiglia. Sulla via del ritorno ha incontrato quattro rifugiati del Darfur che, spossati dalla fatica e dal freddo, sembravano aver perso l’orientamento. “Era la seconda volta – ha spiegato Mannoni – che vedevo un piccolo gruppo di migranti al bordo della strada. La prima volta non avevo avuto il coraggio di fermarmi ad aiutarli. Ma, davanti a mia figlia, non potevo evitare di dare un esempio dei valori di solidarietà che le ho sempre insegnato”. Così li ha presi in macchina, li ha portati a casa sua a Nizza e l’indomani li ha accompagnati alla stazione: volevano raggiungere Marsiglia, dove sembra abbiano dei parenti. La sera del giorno dopo, di ritorno di nuovo dalla valle Roya, dove era stato in casa di amici, ha deciso di passare a vedere un centro di assistenza “spontaneo” organizzato da Amnesty ed altri gruppi umanitari in una colonia estiva della Sncf, le Ferrovie Francesi. Ha incontrato così tregiovani eritree sperdute e in difficoltà come i quattro ragazzi del giorno prima ed ha deciso di portarle con sé a casa. Alla barriera autostradale, però, è stato bloccato dalla polizia: le tre ragazze sono state rimandate in Italia e per lui è scattato il fermo. Trentasei ore dopo è stato rilasciato con l’obbligo di soggiorno, in attesa del processo. “Il mio – ha spiegato – non è stato un gesto politico o militante, è stato solo un gesto di umanità: non possiamo lasciar morire la gente davanti alle nostre porte.

L’assoluzione. Il 7 gennaio 2017, il Tribunale di Nizza si è pronunciato per la piena assoluzione. La Procura ha deciso di fare appello, ma intanto la sentenza potrebbe costituire un precedente importante e fare giurisprudenza. La Corte, infatti, ha smantellato completamente l’impianto accusatorio, accordando al professor Mannoni “l’immunità” in quanto, trasportando sulla sua auto le tre migranti, ha prestato soccorso a persone in pericolo. Secondo le parole del presidente del Tribunale, cioè, non si può condannare Mannoni perché ha agito “per assicurare dignità alle tre migranti” soccorse e “per garantirne l’integrità fisica”, avendo tra l’altro impedito che percorressero l’autostrada a piedi. Viene sancito, in sostanza, che può esserci una sorta di immunità per ragioni umanitarie applicabile al trasporto dei migranti che si trovino in una situazione di rischio per la propria incolumità. Un traguardo importante che si aggiunge alla riforma della legge sul “delitto di solidarietà” per cui non è più reato ospitare persone in situazione irregolare senza controparte economica o di altra natura. E’ una giurisprudenza che, allo stato dei fatti, vale ovviamente per la Francia ma che potrebbe essere indicativa per altri paesi europei.

(18 ottobre – 24 novembre 2016. F onte: Diritti e Frontiere, Liberation. 8 gennaio 2017. Fonte: Il Mnaifesto, Osservatorio Repressione)

Bruxelles. Frontex: “Ong colluse con i trafficanti”

Frontex, l’Agenzia Europea per le Frontiere esterne, ha accusato di collusione con i trafficanti di esseri umani le Ong impegnate con le loro navi nelle operazioni di soccorso ai battelli dei rifugiati che salpano dall’Africa per tentare di raggiungere l’Europa. Un’attività umanitaria essenziale, che specie negli ultimi mesi del 2016 ha garantito almeno il 40 per cento degli interventi di salvataggio in mare ai natanti salpati dalla Libia.

L’accusa di Frontex. L’accusa è parte essenziale di due documenti riservati, risalenti al mese di novembre ma ottenuti e pubblicati dal Financial Times il 15 dicembre, proprio il giorno in cui il vertice Ue era convocato per discutere la crisi dei migranti. Secondo Frontex, in sostanza, la flottiglia delle Ong, incrociando a breve distanza dal limite delle acque territoriali libiche, favorirebbe ed anzi costituirebbe un incentivo per gli imbarchi anche su natanti inadeguati e sovraccarichi, consentendo ai trafficanti di vincere la resistenza dei migranti con l’assicurazione che la navigazione sarà breve e i soccorsi quasi immediati. Ai migranti, secondo il rapporto di Frontex, verrebbero infatti impartite “chiare istruzioni, prima della partenza, sulla rotta da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle Ong”.  Di più: nel secondo documento è segnalato che i clan criminali almeno in un caso avrebbero “trafficato i migranti direttamente sulla nave di una Ong”. E in entrambi i documenti si afferma che le persone salvate delle Ong spesso non sarebbero disposte a collaborare con la polizia italiana e con Frontex proprio su indicazione delle Ong.

La replica delle Ong. Tutte le Ong hanno respinto l’accusa, facendo notare che senza le loro navi la strage nel Mediterraneo sarebbe ancora più grave e che l’unico modo per scongiurarla è istituire, da parte della Ue, canali legali di immigrazione verso l’Europa. Sea Watch, in particolare, ha ribaltato l’accusa: “Non ci vogliono in mare – ha dichiarato Ruben Neugebauer, a nome della Ong – perché sanno che non solo salviamo vite umane ma siamo anche un occhio libero e indipendente che monitora quanto sta succedendo in Libia. In realtà, alla Commissione Ue vogliono eliminare il problema immigrazione facendo in modo che i migranti restino in Libia”.

(15 dicembre 2016. Fonti: Financial Times, Agenzia Ansa, El Diario, Time)

Val Roya (Francia). Accoglie e aiuta i migranti: contadino sotto accusa

Non è isolato in Francia il caso del professor Pierre Alain Mannoni, arrestato (anche se poi assolto) per aver aiutato tre giovani eritree incontrate casualmente per strada nella Val Roya, sulle Alpi Marittime, al confine tra Francia e Italia. Sempre in Val Roya, dove passano migliaia di migranti provenienti dalla zona di Ventimiglia entrati senza documenti, molto più pesante è la vicenda di Cedric Herrou, un agricoltore di 37 anni, più volte arrestato e finito sotto processo per aver accolto e aiutato oltre 300 migranti, indicando loro la strada per superare il confine, ospitandoli nella sua casa e fornendo loro informazioni e mezzi per proseguire il viaggio. Lo fa ormai da anni, nonostante i frequenti arresti (l’ultimo il 18 gennaio 2017) e pur sapendo di rischiare 5 anni di carcere e 30 mila euro di ammenda.

La valle della solidarietà. Cedric Herrou, del resto, pur essendo forse quello più in vista, non è il solo abitante della valle ad aver fatto questa scelta: sono un centinaio i valligiani più attivi, riuniti nell’associazione Roya Citoyenne, e una decina di loro (contadini, insegnanti, avvocati) hanno già subito denunce, multe, perquisizioni, arresti. Una repressione continua, ma loro non hanno alcuna intenzione di fermarsi. “Andremo avanti – ha dichiarato Cedric Herrou a nome di tutti – finché le politiche di frontiera non cambieranno”. Il punto è che da quando, due anni fa, la Francia ha chiuso la frontiera, numerosissimi migranti, nel tentativo di passare la linea di confine eludendo i controlli della polizia, arrivano in Val Roya, seguendo la strada o gli antichi sentieri montani usati in passato anche dai migranti italiani irregolari, dai partigiani, dagli ebrei in fuga dal fascismo. E tutti, nella valle, hanno trovato aiuto, comprensione e assistenza. Proprio come oggi i giovani profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente.

Uscire allo scoperto. Dopo mesi di attività clandestina, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, quando è emerso il caso del professor Mannoni, il gruppo di Roya Citoyenne ha deciso di uscire allo scoperto. Le ragioni le ha spiegate Cedric Herrou: “Se avessimo continuato ad aiutare di nascosto – ha detto in una intervista al Fatto Quotidiano – non avremmo potuto mostrare al mondo che c’è questo problema e che i politici non lo stanno assolutamente gestendo. Se vedo delle persone in grave pericolo e l’unica soluzione è caricarli con me, io li porto con me. E non capisco come questo possa essere vietato. Il silenzio è complice di questa situazione: la Francia sta violando diritti fondamentali con la sua politica delle frontiere. La frontiera uccide chi vuole passare. La verità è che la gente muore e la Francia è responsabile di queste morti”.

Condanna simbolica. Il processo di fronte al Tribunale di Nizza si è concluso con una condanna poco più che simbolica: Cedric Herrou è stato condannato a 3 mila euro di ammenda per uno solo degli episodi che gli venivano contestati dall’accusa: aver portato alcuni ragazzi eritrei dall’Italia in Francia. Nessun tipo di reato è stato invece riscontrato dai giudici nell’aiuto prestato a tutti i migranti di passaggio incontrati nella valle e nella decisione di sistemare provvisoriamente una cinquantina di eritrei, senza averne l’autorizzazione, nel centro vacanze delle Ferrovie francesi (Sncf), in quel momento vuoto, di Saint Dalmas de Tende. La Corte ha riconosciuto, in sostanza, che Herrou ha agito per aiutare persone in pericolo. Respinte, dunque, le richieste del pubblico ministero, che aveva proposto 8 mesi di carcere, il sequestro dell’auto e il ritiro della patente di guida per impedire che Herrou possa continuare la sua attività. Ed Her0ru, per parte sua, ha confermato che quella vissuta fino al processo è stata solo una tappa: “Andrò avanti fino a quando il problema dei migranti non sarà risolto”.

(22 gennaio e 10 febbraio 2017. Fonte: Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Le Monde, Liberation)

Ventimiglia. Criminalizzato dal Comune chi distribuisce pane ai migranti

Distribuiscono ogni notte centinaia di panini ai migranti intrappolati a Ventimiglia per il blocco della frontiera con la Francia, ma lo devono fare di nascosto, perché il sindaco ha vietato ai “non autorizzati” la somministrazione di cibo e bevande su area pubblica. Sono i volontari francesi dell’associazione Roya Citoyenne, che ogni sera passano la frontiera, scendendo fino a Ventimiglia per testimoniare concretamente la propria solidarietà a migliaia di disperati. Rischiano, ogni volta, un’ammenda che va da 300 a 3.000 euro, il sequestro dell’auto e un foglio di via che impedirebbe loro di entrare e fermarsi in Italia.

Fronte del rifiuto. E’ l’ultimo atto delle misure di dissuasione e “decompressione territoriale” decise per allontanare i migranti da Ventimiglia e dal circondario prima del confine. Dalla fine di gennaio il campo di transito, che ha ospitato migliaia di giovani e famiglie, non accetta nuovi accessi “per lavori di manutenzione”, ma non è stata trovata alcuna soluzione alternativa tampone, per far fronte alla prevedibile emergenza che si sarebbe creata. I profughi non sanno dove andare: dormono all’addiaccio lungo il torrente Roya, magari in giacigli di fortuna ricavati sotto la arcate del ponte della strada statale, e non hanno di che mangiare. L’iniziativa dei volontari francesi è nata proprio dalla constatazione di questo “fronte del rifiuto” messo in piedi dalle autorità italiane, sia locali che nazionali. Un “fronte del rifiuto” che investe anche altre iniziative spontanee  E’ il caso del centro di accoglienza organizzato da don Rito Alvarez presso la chiesa di Sant’Antonio: ha ospitato finora oltre 15 mila transitanti, soprattutto famiglie e minorenni, senza il minimo supporto della Prefettura, nonostante le forti spese sostenute: nel mese di febbraio, ad esempio, è arrivata una bolletta per l’acqua di oltre 5.200 euro, che il sacerdote non sa come pagare. Ma è il caso anche di iniziative più semplici, come quella della titolare di un bar che non esita ad accogliere nel suo locale i migranti: ha perso molti dei clienti tradizionali ma soprattutto è finita nel mirino della polizia che, dopo aver effettuato numerose ispezioni senza trovare nulla di illegale o “anormale”, l’ha comunque ammonita, sia pure in via informale, a non far più entrare nel suo bar i transitanti. Lei continua ad accoglierli, mettendo a disposizione un luogo caldo dove sedersi e riposare un po’ e i servizi igienici, ma è quasi in “stato d’accusa”.

Retate della polizia. Sono aumentati intanto i controlli e le retate in tutto il territorio di Ventimiglia: in particolare in stazione, sui treni e lungo la linea di confine con la Francia. I controlli sui treni vengono condotti anche dalla polizia francese, autorizzata ad operare in territorio italiano. Decine di migranti vengono bloccati quasi ogni giorno, identificati e caricati su bus scortati che li trasferiscono altrove, in genere nel Cas di Taranto. Molti fuggono di nuovo e dopo pochi giorni si ritrovano a Ventimiglia per tentare ancora di passare la frontiera verso la Francia, magari a piedi lungo la ferrovia o l’autostrada o sui sentieri alpini: le vie di fuga su cui sono già morti diversi giovani.

(5 marzo 2017. Fonte: Repubblica. Link del servizio video: http://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/ventimiglia-panini-di-nascosto-e-una-chiesa-aperta-cosi-aiutiamo-i-migranti-nel-paese-che-vieta-la-carita/269166/269600)

Ventimiglia. Denunciato almeno uno dei “volontari del pane” per i migranti

L’ordinanza del sindaco Enrico Ioculano (Pd) che vieta di distribuire cibo e bevande ai migranti per strada ha avuto anche effetti giudiziari: è stato denunciato dalla polizia almeno uno dei volontari francesi che ogni sera arrivano in città con un’auto carica di panini e di generi di conforto per i giovani in attesa di poter passare il confine e di fatto abbandonati a se stessi. Quanto è scritto sul verbale, datato 20 marzo, non lascia alcun dubbio: “Indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti”. Il provvedimento ha colpito uno degli attivisti più in vista ma, secondo le voci raccolte in città da vari organi di stampa, i denunciati in realtà sarebbero stati tre, tutti francesi della Valle Roya. Uno di loro, in particolare, avrebbe in corso un procedimento in Francia anche per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver prestato aiuto ad alcuni profughi al di là della frontiera. Un altro, invece, si è rifiutato di firmare la denuncia perché al commissariato nessuno era in grado di tradurre il documento in francese.

Le reazioni. “Siamo di fronte al capovolgimento di ogni logica. Utilizzare il diritto per colpire e punire episodi di solidarietà non può avere e trovare alcuna giustificazione”, ha detto Patrizio Gonella, presidente dell’associazione Antigone. E’ una delle tante reazioni contro l’intervento della polizia. Una dura condanna è arrivata anche da parte di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International: “Questa sanzione non è che l’ennesimo segnale dell’avvio, anche in Italia, di un allarmante processo di criminalizzazione della solidarietà. Questi provvedimenti rischiano di avere un effetto raggelante nei confronti di chi intende manifestare solidarietà, con la conseguenza paradossale di colpire persone e associazioni che si assumono la responsabilità di colmare le gravi lacune lasciate dalle istituzioni”. O, ancora, Alessandra Ballerini, avvocato che a Ventimiglia collabora con la Caritas e Terres des Hommes: “L’articolo due della Costituzione impone il dovere della solidarietà: non capisco come si possa legittimamente vietare di dare cibo e acqua a chi si trova in condizioni di bisogno”.  E il vescovo Antonio Suetta: “L’accanimento su chi aiuta è una forma moderna di martirio”.

(24/25 marzo 2017. Fonti: La Repubblica edizione di Genova, Il Secolo XIX).

Svizzera. Aiutava i migranti a passare il confine: deputata condannata

Lisa Bosia Mirra – deputata del Gran Consiglio del Canton Ticino, premiata per quanto ha fatto per i profughi diretti verso il Nord Europa – è stata condannata a 80 franchi di ammenda al giorno (esecuzione sospesa per un periodo di prova di due anni) per “ripetuta incitazione all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale” di migranti nel territorio svizzero, in violazione della legge federale sugli stranieri. Il processo è stato originato dal fermo di polizia subito da Lisa Bosa Mirra ad opera delle guardie di confine “per aver collaborato all’entrata illegale in Svizzera di cittadini stranieri sprovvisti dei documenti necessari di legittimazione”. “L’inchiesta – ha dichiarato il pubblico ministero – ha appurato che ciò era avvenuto anche in precedenza, almeno nove volte in totale, fra l’agosto e il settembre 2016 con diverse modalità”. I mesi di agosto e settembre 2016 corrispondono al periodo di massima emergenza a Como, con centinaia di migranti accampati nel parco vicino alla stazione ferroviaria in attesa di trovare il modo di passare la frontiera svizzera. “Sono sconcertata – ha commentato a Radio 3i la parlamentare – perché la Procura non ha accettato il memoriale di difesa e quindi si è andati diretti verso una condanna senza tener conto di nessuna attenuante umanitaria. Questo lascia presagire che c’è un clima politico delicato che riguarda il tema dei migranti oltre che della giustizia”. Ancora più esplicito il suo post su Facebook: “Sono stata zitta a lungo ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque quello che ho visto a Como: le ferite ancora aperte, le donne stuprate, i minori respinti., Di come quel parco antistante la stazione si sia trasformato nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità”.

(13 aprile 2017. Fonte: La Repubblica).

Italia. “Collusione e favoreggiamento”: incriminato don Zerai

Don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, candidato al premio Nobel per la Pace nel 2015 per la sua attività in favore di rifugiati e migranti, è stato incriminato dalla Procura di Agrigento con l’accusa di complicità con i trafficanti o comunque di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’imputazione è scaturita dalle indagini condotte sulla Jugend Rettet, la Ong tedesca che opera con proprie navi di salvataggio nel Mediterraneo. Il nome di don Zerai, in particolare, figurerebbe in una rete telefonica ricollegabile alla Ong, alla quale si contesta a sua volta di essere in contatto con clan di trafficanti o addirittura di aver organizzato una vera e propria “rete di consegna” da parte degli scafisti alle unità di salvataggio in mare. Interrogato a Roma il 19 settembre, il sacerdote eritreo ha rilevato che tutte le sue segnalazioni e richieste di aiuto per natanti di profughi in difficoltà (incluse quelle arrivate alla Jugend Rettet) sono sempre passate attraverso il canale ufficiale della Guardia Costiera italiana.

(Luglio-settembre 2017. Fonti: Repubblica, Avvenire, La Stampa, Corriere della Sera, Il Giornale, Il Messaggero)

 Marocco. “Favorisce la rete dei trafficanti”: incriminata Helena Maleno

“La sua attività favorisce la rete dei trafficanti”: con questa accusa è stata incriminata dalla magistratura marocchina Helena Maleno, attivista per i diritti umani, la più nota esponente della Ong spagnola Caminando Fronteras, che opera sia in Marocco che in Spagna per la tutela dei migranti. Alla base dell’imputazione sono in particolare le segnalazioni inviate al servizio di Salvamento Maritimo spagnolo per sollecitare interventi di soccorso alle barche di migranti in difficoltà nello Stretto di Gibilterra, durante i tentativi di raggiungere l’Andalusia dalla costa marocchina. Uno dei nodi centrali sarebbero i contatti con i migranti e i loro familiari. Contatti che consentirebbero di essere a conoscenza in via preventiva delle partenze e di favorirle. La prima udienza si è svolta davanti alla Corte d’Appello di Tangeri il 5 dicembre. Helena Maleno, assistita da un rappresentante del Consiglio Generale dell’Avvocatura spagnola e dal Consolato di Spagna in Marocco, ha ottenuto un rinvio al 27 dicembre per prendere visione completa degli atti, perché nella citazione in giudizio le accuse specifiche non risultano ben chiare. L’iniziativa della magistratura di Tangeri ha suscitato grande eco in Spagna, sia per il caso in sé, sia per il ripetersi di iniziative giuridiche contro “i difensori dei migranti”.

(4-8 dicembre 2017. Fonte: El Diario, El Faro de Ceuta, Europasur, La Voz de Cadiz)