LE VITTIME DEL “DOPO SBARCO” IN EUROPA

NOTUE

 

Per molti rifugiati il calvario continua anche dopo lo sbarco in Europa, quando pensavano di essere arrivati al termine della difficile “fuga per la vita” che hanno intrapreso. Continua nei centri di accoglienza o comunque all’interno del sistema che dovrebbe accompagnarli finalmente verso un futuro migliore. Continua con i tempi lunghi di attesa, la mancanza di informazioni e di mediatori che li ascoltino, li capiscano e ne esprimano le esigenze. Con le difficoltà inattese e la mancanza di prospettive, con le giornate vuote che non finiscono mai, con la sensazione di essere emarginati, considerati ospiti inopportuni e indesiderati. Con gli sguardi ostili di tanti, troppi “buoni italiani”, “buoni francesi”, “buoni greci”… “Buoni europei”. Con l’incomprensione delle istituzioni, che non di rado li considerano o comunque li trattano più come numeri che come persone. Con i regolamenti assurdi, nazionali ed europei, che li rimpallano da uno Stato all’altro. Con la minaccia, reale o percepita, di un rimpatrio forzato. Ecco, tutto questo crea spesso sfiducia e frustrazione: un clima di incertezza che sfocia magari in gravi crisi di disperazione. Più di qualcuno non ce la fa. Si contano così, purtroppo, anche “vittime dell’accoglienza”: donne e uomini che muoiono mentre percorrono questa spirale apparentemente senza fine o che, peggio, non vedono altra maniera, per uscirne, che togliersi essi stessi la vita. Ai rifugiati vittime del “dopo sbarco” in Italia è dedicato un dossier specifico. Il dossier che segue cerca di raccontare le storie di alcuni di loro in altri paesi europei. Perché almeno non se ne perda la memoria.

 

Grecia

Anno 2017. Totale vittime: 2

Atene, 26 marzo 2017. Profugo trovato impiccato al Pireo
Un giovane richiedente asilo è stato trovato impiccato vicino al terminal passeggeri delle linee dei ferry, nel porto del Pireo, non lontano da un accampamento di tende che ospita numerosi profughi. Al momento della scoperta era morto già da alcune ore. La Guardia Costiera greca non ne ha rivelato l’identità ma secondo diversi gionali ateniesi era un siriano di circa 25 anni, arrivato da diversi mesi: uno degli oltre 60 mila rifugiati e migranti rimasti bloccati in Grecia e nelle isole dell’Egeo per la chiusura dei confini europei, l’inefficacia e l’estrema lentezza del programma di relocation e l’accordo tra Bruxelles e Ankara che, prevedendo espulsione forzate verso la Turchia, ha ulteriormente complicato la situazione.
Frequenti episodi di autolesionismo. Non è un caso isolato. Medici e assistenti volontari di Ong che si occupano di assistenza psichiatrica, hanno affermato che, a causa delle inattese, grosse difficoltà incontrate dopo un viaggio spesso estremamente duro e pericoloso per arrivare in Europa, sono sempre più frequenti tra i rifugiati gli episodi di autolesionismo, alimentati da una profonda sfiducia e frustrazione, che sfociano spesso in crisi di disperazione. Sempre ad Atene, nel febbraio 2016, altri due giovani rifugiati rimasti bloccati in Grecia, entrambi pakistani, hanno tentato il suicidio impiccandosi ad un albero in Victoria Square, nel centro della città, uno dei principali luoghi di incontro dei migranti. Sono stati salvati da alcuni passanti. Secondo la polizia ill loro gesto estremo voleva essere una protesta contro le disposizioni che impediscono ai migranti di lasciare la Grecia, a cominciare dal Regolamento di Dublino.
(Fonte: Al Jazeera, edizioni 27 marzo 2017, del 22 giugno e del 25 febbraio 2016).

Chio, 30 marzo 2017. Si dà fuoco un richiedente asilo siriano
Un richiedente asilo siriano si è ucciso appiccandosi fuoco nel centro di accoglienza dell’isola di Chio. Si chiamava Ali Aamer ed aveva 27 anni: è morto in un ospedale di Atene sabato 8 aprile dopo oltre una settimana di agonia. Secondo quanto ha riferito la polizia, era arrivato in Grecia da mesi. Viveva nel centro di accoglienza di Vial, a Chio, da quando era sbarcato. Forse temeva di essere rimpatriato d’ufficio in Turchia (dove si era imbarcato per chiedere asilo in Europa), in base agli accordi stipulati tra Bruxelles ed Ankara. Sta di fatto che la mattina del 30 marzo ha deciso di farla finita dandosi fuoco, probabilmente anche come estremo gesto di protesta. Un video diffuso dai social media lo mostra mentre, munito di una tanica di benzina e un accendino, si lascia avvolgere dalle fiamme e un agente di polizia cerca di bloccarlo e soccorrerlo, rimanendo a sua volta ustionato. Trasportato inizialmente al Skilitseion Hospital di Chio, è stato subito dopo trasferito in un centro specializzato per grandi ustionati ad Atene ma la mattina dell’otto aprile ha cessato di vivere. Molti media hanno sottolineato come questo terribile suicidio sia arrivato a pochi giorni da quello di un altro profugo siriano ad Atene, al porto del Pireo, richiamando i rapporti di medici e assistenti sociali che denunciano sempre più gravi e frequenti episodi di autolesionismo e disperazione tra i richiedenti asilo rifugiati in Grecia, provocati presumibilmente dalla lunga attesa, dall’incertezza del futuro e dal timore di espulsioni e rimpatri forzati.
(Fonte: Al Jazeera)


Anno 2016. Totale vittime: 2

Lesbo, 24 novembre 2016. Esplode bombola in un campo profughi: 2 morti
Una donna e un bambino, nonna e nipote, ospiti dl campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, sono morti in seguito all’esplosione di una bombola di gas nella tenda in cui erano alloggiati. Altri familiari sono rimasti feriti. In seguito allo scoppio, si è sviluppato un incendio che ha raggiunto anche altre tende.
L’incidente – hanno protestato numerosi rifugiati, giungendo anche a scontrarsi con la polizia – sarebbe legato alle precarie condizioni del centro di accoglienza, ancora strutturato essenzialmente con gli stessi alloggi e i servizi provvisori allestiti al momento dello sbarco in massa dei migranti sull’isola. Una situazione di grave disagio comune peraltro a numerosi altri campi per rifugiati in tutto il paese e che peggiora ovviamente nei mesi invernali. Proprio partendo dalle dure condizioni di vita dei rifugiati a Lesbo e da questo mortale incidente, numerose organizzazioni di volontari hanno sollecitato il Governo di Atene a farsi carico in maniera più efficace dei profughi presenti nel paese.
(Fonte: Ekathimerini e Associated Press Greek Reporter)

 

Svezia

Anno 2017. Totale vittime: 3

Stoccolma, 9 febbraio. Tre ragazzi suicidi in centri di accoglienza
Tre ragazzini afghani, profughi con meno di 18 anni di età, si sono tolti la vita nel centro di accoglienza dove erano ospitati. Altri tre sono stati salvati dopo che avevano a loro volta tentato il suicidio. “Avevano paura di essere espulsi ed erano ormai privi di speranza”, ha dichiarato Mahboba Madadi, un giovane volontario che si occupa di richiedenti asilo minorenni non accompagnati.
Madadi fa riferimento al parere pubblicato nel mese di dicembre 2016 dal Servizio Svedese per l’Immigrazione secondo il quale alcune regioni dell’Afghanistan non sarebbero più pericolose, nonostante l’aumento della violenza legata alla guerra in corso mai finita. Questo parere consente alle autorità di respingere più facilmente le richieste d’asilo presentate da giovani afghani. “Ci sono zone dell’Afghanistan dove si può ritornare”, ha infatti specificato successivamente un portavoce del servizio. E’ vero che lo stesso portavoce ha poi chiarito che comunque i minorenni non verranno rimpatriati se non hanno familiari che possano prendersi cura di loro in Afghanistan, ma – ha detto Sara Edvardson Ehrnborg, una insegnante volontaria che lavora per un’associazione no profit – i minorenni afghani non accompagnati restano fortemente preoccupati che le loro richieste siano respinte. Può essere proprio questo, dunque, ad aver spinto quei ragazzi a farla finita. E’ inoltre probabile – ha aggiunto Madadi, chiedendo un intervento del Governo di Stoccolma – che abbiano influito la solitudine e la mancanza di legami affettivi nei centri di accoglienza.
(Fonte: Tolo News)