LE VITTIME DEL “DOPO SBARCO” IN EUROPA

NOTUE

 

Per molti rifugiati il calvario continua anche dopo lo sbarco in Europa, quando pensavano di essere arrivati al termine della difficile “fuga per la vita” che hanno intrapreso. Continua nei centri di accoglienza o comunque all’interno del sistema che dovrebbe accompagnarli finalmente verso un futuro migliore. Continua con i tempi lunghi di attesa, la mancanza di informazioni e di mediatori che li ascoltino, li capiscano e ne esprimano le esigenze. Con le difficoltà inattese e la mancanza di prospettive, con le giornate vuote che non finiscono mai, con la sensazione di essere emarginati, considerati ospiti inopportuni e indesiderati. Con gli sguardi ostili di tanti, troppi “buoni italiani”, “buoni francesi”, “buoni greci”… “Buoni europei”. Con l’incomprensione delle istituzioni, che non di rado li considerano o comunque li trattano più come numeri che come persone. Con i regolamenti assurdi, nazionali ed europei, che li rimpallano da uno Stato all’altro. Con la minaccia, reale o percepita, di un rimpatrio forzato. Ecco, tutto questo crea spesso sfiducia e frustrazione: un clima di incertezza che sfocia magari in gravi crisi di disperazione. Più di qualcuno non ce la fa. Si contano così, purtroppo, anche “vittime dell’accoglienza”: donne e uomini che muoiono mentre percorrono questa spirale apparentemente senza fine o che, peggio, non vedono altra maniera, per uscirne, che togliersi essi stessi la vita. Ai rifugiati vittime del “dopo sbarco” in Italia è dedicato un dossier specifico. Il dossier che segue cerca di raccontare le storie di alcuni di loro in altri paesi europei. Perché almeno non se ne perda la memoria.

 

Austria

Anno 2017. Totale vittime: 1

Baden, 14-19 novembre. Si uccide un profugo afghano di soli 11 anni

Un giovanissimo profugo afghano, un ragazzino di appena 11 anni, si è ucciso nel centro accoglienza di Baden, a sud di Vienna, dove era arrivato diversi mesi fa insieme a sette fratelli, uno maggiore, di 23 anni, e gli altri tutti più piccoli. La tragedia è avvenuta il 14 novembre ma se ne è avuta notizia solo cinque giorni dopo. Secondo quanto hanno riferito i giornali, era lui, nonostante l’età, a prendersi cura dei cinque fratelli minori, dopo che il maggiore aveva lasciato Baden, probabilmente con la speranza di trovare una migliore condizione di vita per sé e per la sua famiglia. La radio nazionale austriaca Oe1 ha riferito che le autorità erano al corrente della difficile situazione in cui erano venuti a trovarsi quel ragazzino e i suoi cinque fratelli rimasti con lui a Vienna e stavano studiando una soluzione ma di non aver fatto in tempo a provvedere.

(Fonte: Sito Are You Syrious, 19 novembre 2017) 

 

 

Grecia

Anno 2017. Totale vittime: 3

Atene, 26 marzo 2017. Profugo trovato impiccato al Pireo
Un giovane richiedente asilo è stato trovato impiccato vicino al terminal passeggeri delle linee dei ferry, nel porto del Pireo, non lontano da un accampamento di tende che ospita numerosi profughi. Al momento della scoperta era morto già da alcune ore. La Guardia Costiera greca non ne ha rivelato l’identità ma secondo diversi gionali ateniesi era un siriano di circa 25 anni, arrivato da diversi mesi: uno degli oltre 60 mila rifugiati e migranti rimasti bloccati in Grecia e nelle isole dell’Egeo per la chiusura dei confini europei, l’inefficacia e l’estrema lentezza del programma di relocation e l’accordo tra Bruxelles e Ankara che, prevedendo espulsione forzate verso la Turchia, ha ulteriormente complicato la situazione.
Frequenti episodi di autolesionismo. Non è un caso isolato. Medici e assistenti volontari di Ong che si occupano di assistenza psichiatrica, hanno affermato che, a causa delle inattese, grosse difficoltà incontrate dopo un viaggio spesso estremamente duro e pericoloso per arrivare in Europa, sono sempre più frequenti tra i rifugiati gli episodi di autolesionismo, alimentati da una profonda sfiducia e frustrazione, che sfociano spesso in crisi di disperazione. Sempre ad Atene, nel febbraio 2016, altri due giovani rifugiati rimasti bloccati in Grecia, entrambi pakistani, hanno tentato il suicidio impiccandosi ad un albero in Victoria Square, nel centro della città, uno dei principali luoghi di incontro dei migranti. Sono stati salvati da alcuni passanti. Secondo la polizia ill loro gesto estremo voleva essere una protesta contro le disposizioni che impediscono ai migranti di lasciare la Grecia, a cominciare dal Regolamento di Dublino.

(Fonte: Al Jazeera, edizioni 27 marzo 2017, del 22 giugno e del 25 febbraio 2016).

Chio, 30 marzo 2017. Si dà fuoco un richiedente asilo siriano
Un richiedente asilo siriano si è ucciso appiccandosi fuoco nel centro di accoglienza dell’isola di Chio. Si chiamava Ali Aamer ed aveva 27 anni: è morto in un ospedale di Atene sabato 8 aprile dopo oltre una settimana di agonia. Secondo quanto ha riferito la polizia, era arrivato in Grecia da mesi. Viveva nel centro di accoglienza di Vial, a Chio, da quando era sbarcato. Forse temeva di essere rimpatriato d’ufficio in Turchia (dove si era imbarcato per chiedere asilo in Europa), in base agli accordi stipulati tra Bruxelles ed Ankara. Sta di fatto che la mattina del 30 marzo ha deciso di farla finita dandosi fuoco, probabilmente anche come estremo gesto di protesta. Un video diffuso dai social media lo mostra mentre, munito di una tanica di benzina e un accendino, si lascia avvolgere dalle fiamme e un agente di polizia cerca di bloccarlo e soccorrerlo, rimanendo a sua volta ustionato. Trasportato inizialmente al Skilitseion Hospital di Chio, è stato subito dopo trasferito in un centro specializzato per grandi ustionati ad Atene ma la mattina dell’otto aprile ha cessato di vivere. Molti media hanno sottolineato come questo terribile suicidio sia arrivato a pochi giorni da quello di un altro profugo siriano ad Atene, al porto del Pireo, richiamando i rapporti di medici e assistenti sociali che denunciano sempre più gravi e frequenti episodi di autolesionismo e disperazione tra i richiedenti asilo rifugiati in Grecia, provocati presumibilmente dalla lunga attesa, dall’incertezza del futuro e dal timore di espulsioni e rimpatri forzati.

(Fonte: Al Jazeera)

Lesbo, 20 ottobre 2017. Muore nel campo di Moria: “Non lo hanno curato”

Un profugo curdo-iracheno di 55 anni, sofferente di cuore, è morto nel campo di Moria, dove sono ospitati migliaia di rifugiati in condizioni che tutti i rapporti dell’Unhcr e delle principali organizzazioni umanitarie internazionali hanno definito ampiamente sotto la soglia della dignità e dei requisiti minimi per l’accoglienza. Secondo quanto hanno denunciato alcuni familiari e conoscenti, l’uomo avrebbe fatto presente più volte il suo precario stato di salute ma le autorità che gestiscono il centro non avrebbero fatto nulla di concreto per aiutarlo e assicurargli cure mediche adeguate. “Lo hanno portato in ospedale quando era ormai troppo tardi. E le condizioni estreme in cui siamo ospitati, quasi sempre in tende di fortuna, hanno sicuramente aggravato il suo stato di salute: forse, anzi, gli sono state fatali”, hanno aggiunto in molti. Proprio partendo da queste accuse, dopo la morte del loro compagno centinaia di profughi hanno organizzato una manifestazione di protesta che ha valicato i confini del campo ed è proseguita anche nei giorni successivi, con l’occupazione della piazza centrale di Mitilini.

(Fonte: Lesvos News e sito online Are You Syrious)

 

Anno 2016. Totale vittime: 2

Lesbo, 24 novembre 2016. Esplode bombola in un campo profughi: 2 morti
Una donna e un bambino, nonna e nipote, ospiti dl campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, sono morti in seguito all’esplosione di una bombola di gas nella tenda in cui erano alloggiati. Altri familiari sono rimasti feriti. In seguito allo scoppio, si è sviluppato un incendio che ha raggiunto anche altre tende.
L’incidente – hanno protestato numerosi rifugiati, giungendo anche a scontrarsi con la polizia – sarebbe legato alle precarie condizioni del centro di accoglienza, ancora strutturato essenzialmente con gli stessi alloggi e i servizi provvisori allestiti al momento dello sbarco in massa dei migranti sull’isola. Una situazione di grave disagio comune peraltro a numerosi altri campi per rifugiati in tutto il paese e che peggiora ovviamente nei mesi invernali. Proprio partendo dalle dure condizioni di vita dei rifugiati a Lesbo e da questo mortale incidente, numerose organizzazioni di volontari hanno sollecitato il Governo di Atene a farsi carico in maniera più efficace dei profughi presenti nel paese.

(Fonte: Ekathimerini e Associated Press Greek Reporter)

 

 

Regno Unito

Anno 2017. Vittime: 4

Glasgow, 20 novembre. Quarto suicidio nel centro detenzione profughi di Morton Hall

Il suicidio di un profugo iracheno ventisettenne ha portato alla luce che nel centro dove era detenuto, il Morton Hall di Glasgow, altri tre migranti si sono uccisi come lui dall’inizio dell’anno. Il giovane era ospite della struttura da alcuni mesi, in attesa di espulsione. “Era un ragazzo tranquillo ma molto chiuso – hanno riferito alcuni compagni a un cronista del Guardian – Ma aveva problemi di salute mentale: una depressione che ne faceva intuire una propensione all’autolesionismo e al suicidio”. Per questo il personale di guardia lo teneva sotto un’attenzione particolare ma la notte tra il 19 e il 20 novembre nessuno si è accorto che aveva deciso di farla finita. Il suo corpo è stato trovato privo di vita nel suo alloggio la mattina del 20. “Siamo rimasti scioccati – hanno detto ancora i compagni al Guardian – Tutti noi siamo stati portati e chiusi nella sala della piscina mentre spostavano e portavano via il corpo per impedirci di vedere. E’ assurdo: siamo detenuti senza aver commesso alcun crimine. Anche questo può aver influito sulla decisione estrema di quel ragazzo”. E’ emerso così che nello stesso centro, dalla fine di dicembre 2016 ci sono stati in tutto quattro suicidi. Poche settimane prima del giovane iracheno si è ucciso un migrante giamaicano, Carlington Spencer, di 38 anni; in gennaio un polacco, Lukasz Debowsky e a fine dicembre un ragazzo originario della Sierra Leone, Ahmed Kabia.

Le reazioni. Il nuovo suicidio ha provocata un’ondata di dure reazioni. Unanime la richiesta di riformare il sistema. “Non c’è dubbio che gli ospiti soffrono le condizioni e le caratteristiche di questo centro – ha dichiarato Celia Clarke, direttrice del Bail for Inmigration Detainees – Si tratta di persone disperate e vulnerabili. Non si può continuare così. La detenzione deve essere la scelta estrema e non una pratica abituale. Perché ci sono così tanti migranti detenuti?” Dello stesso tono le parole di Emma Ginn, coordinatrice di Medical Justice: “Questa morte sollecita misure urgenti. Il ministero degli Interni deve tutelare la vita di queste persone e prendersene cura. Tutti i centri immigrazione vanno chiusi e va condotta un’inchiesta sulle condizioni di vita degli ospiti”. O, ancora, Corey Stoughon, avvocato: “Noi siamo l’unico paese europeo che consente all’ufficio immigrazione di rinchiudere i migranti praticamente senza alcun limite”.

(Fonte: The Guardian e sito Are You Syrious)

 

 

Spagna

Anno 2017. Totale vittime: 1

Salou (Tarragona), 31 luglio. Migrante senegalese aggredito e ucciso

Un migrante senegalese è stato aggredito e ucciso all’uscita di un bar-pasticceria di Tarragona. Si chiamava Medou, 33 anni: arrivato già da tempo in Spagna, abitava poco lontano dal luogo dell’aggressione, l’imbocco dell’area pedonale lungo Calle Buigas de Salou. Secondo la ricostruzione della polizia, verso le otto del mattino il giovane, uscito di casa da pochi minuti, era entrato nella pasticceria per la colazione. All’uscita è stato fermato e  affrontato da quattro uomini (tutti sicuramente spagnoli perché vari testimoni hanno sentito che parlavano catalano) i quali, dopo una breve ma accesa discussione, lo hanno colpito duramente al volto. Lui è caduto a terra, battendo fortemente la testa sull’asfalto. E’ riuscito a rialzarsi ma è stato colpito di nuovo, fino a che ha perso i sensi. Non ha più ripreso conoscenza ed è morto poco più tardi. Il medico legale, oltre ad alcune ferite minori, gli ha riscontrato una forte contusione alla testa.. Nessuna traccia degli aggressori. Dalle immagini riprese da una telecamera di sorveglianza installata poco distante sembra che il colpo mortale sia stato sferrato in particolare da uno dei quattro, il più corpulento. Madou era piuttosto conosciuto nella zona ed aveva dei precedenti di polizia e giudiziari per piccoli reati. Non si sa se l’aggressione sia stata casuale o in qualche modo legata, appunto, a questi precedenti.

(Fonte. Diario de Tarragona)

 

 

Svezia

Anno 2017. Totale vittime: 3

Stoccolma, 9 febbraio. Tre ragazzi suicidi in centri di accoglienza
Tre ragazzini afghani, profughi con meno di 18 anni di età, si sono tolti la vita nel centro di accoglienza dove erano ospitati. Altri tre sono stati salvati dopo che avevano a loro volta tentato il suicidio. “Avevano paura di essere espulsi ed erano ormai privi di speranza”, ha dichiarato Mahboba Madadi, un giovane volontario che si occupa di richiedenti asilo minorenni non accompagnati.
Madadi fa riferimento al parere pubblicato nel mese di dicembre 2016 dal Servizio Svedese per l’Immigrazione secondo il quale alcune regioni dell’Afghanistan non sarebbero più pericolose, nonostante l’aumento della violenza legata alla guerra in corso mai finita. Questo parere consente alle autorità di respingere più facilmente le richieste d’asilo presentate da giovani afghani. “Ci sono zone dell’Afghanistan dove si può ritornare”, ha infatti specificato successivamente un portavoce del servizio. E’ vero che lo stesso portavoce ha poi chiarito che comunque i minorenni non verranno rimpatriati se non hanno familiari che possano prendersi cura di loro in Afghanistan, ma – ha detto Sara Edvardson Ehrnborg, una insegnante volontaria che lavora per un’associazione no profit – i minorenni afghani non accompagnati restano fortemente preoccupati che le loro richieste siano respinte. Può essere proprio questo, dunque, ad aver spinto quei ragazzi a farla finita. E’ inoltre probabile – ha aggiunto Madadi, chiedendo un intervento del Governo di Stoccolma – che abbiano influito la solitudine e la mancanza di legami affettivi nei centri di accoglienza.

(Fonte: Tolo News)