LE VITTIME DEL “DOPO SBARCO” IN EUROPA

NOTUE

 

Per molti rifugiati il calvario continua anche dopo lo sbarco in Europa, quando pensavano di essere arrivati al termine della difficile “fuga per la vita” che hanno intrapreso. Continua nei centri di accoglienza o comunque all’interno del sistema che dovrebbe accompagnarli finalmente verso un futuro migliore. Continua con i tempi lunghi di attesa, la mancanza di informazioni e di mediatori che li ascoltino, li capiscano e ne esprimano le esigenze. Con le difficoltà inattese e la mancanza di prospettive, con le giornate vuote che non finiscono mai, con la sensazione di essere emarginati, considerati ospiti inopportuni e indesiderati. Con gli sguardi ostili di tanti, troppi “buoni italiani”, “buoni francesi”, “buoni greci”… “Buoni europei”. Con l’incomprensione delle istituzioni, che non di rado li considerano o comunque li trattano più come numeri che come persone. Con i regolamenti assurdi, nazionali ed europei, che li rimpallano da uno Stato all’altro. Con la minaccia, reale o percepita, di un rimpatrio forzato. Ecco, tutto questo crea spesso sfiducia e frustrazione: un clima di incertezza che sfocia magari in gravi crisi di disperazione. Più di qualcuno non ce la fa. Si contano così, purtroppo, anche “vittime dell’accoglienza”: donne e uomini che muoiono mentre percorrono questa spirale apparentemente senza fine o che, peggio, non vedono altra maniera, per uscirne, che togliersi essi stessi la vita. Ai rifugiati vittime del “dopo sbarco” in Italia è dedicato un dossier specifico. Il dossier che segue cerca di raccontare le storie di alcuni di loro in altri paesi europei. Perché almeno non se ne perda la memoria.

 

Austria

Anno 2017. Totale vittime: 1

Baden, 14-19 novembre. Si uccide un profugo afghano di soli 11 anni

Un giovanissimo profugo afghano, un ragazzino di appena 11 anni, si è ucciso nel centro accoglienza di Baden, a sud di Vienna, dove era arrivato diversi mesi fa insieme a sette fratelli, uno maggiore, di 23 anni, e gli altri tutti più piccoli. La tragedia è avvenuta il 14 novembre ma se ne è avuta notizia solo cinque giorni dopo. Secondo quanto hanno riferito i giornali, era lui, nonostante l’età, a prendersi cura dei cinque fratelli minori, dopo che il maggiore aveva lasciato Baden, probabilmente con la speranza di trovare una migliore condizione di vita per sé e per la sua famiglia. La radio nazionale austriaca Oe1 ha riferito che le autorità erano al corrente della difficile situazione in cui erano venuti a trovarsi quel ragazzino e i suoi cinque fratelli rimasti con lui a Vienna e stavano studiando una soluzione ma di non aver fatto in tempo a provvedere.

(Fonte: Sito Are You Syrious, 19 novembre 2017) 

 

 

Bulgaria

Anno 2018. Totale vittime: 1

Sofia, 1 marzo 2018. Profugo curdo-iracheno morto di freddo

Un giovane profugo curdo-iracheno, Rebin Mitran, è morto di freddo a Sofia, dove era in attesa di ottenere i documenti di rifugiato, con la speranza di poter raggiungere la Germania, dove aveva dei familiari. Lo hanno trovato steso a terra e ormai  morente in una strada del centro, Botevgradsko Boulevard, a tarda sera, con una temperatura scesa a meno 18 gradi sotto lo zero. Trasportato al Centro Municipale per i senza tetto, nel distretto di Zaharna, è morto poche ore più tardi, durante la notte.  Ci sono due versioni contrastanti: secondo la prima, l’equipaggio dell’ambulanza chiamata dai primi soccorritori si sarebbe rifiutato di prenderlo a bordo e di portarlo in ospedale; l’altra versione dice che è stato regolarmente caricato sull’ambulanza ma che Rebin Mitran è morto poco dopo il ricovero. Il giovane, arrivato da mesi a Sofia, aveva svolto tutte le pratiche per essere accolto come rifugiato ma, a quanto dicono alcuni suoi conoscenti, non aveva il denaro per pagare la tassa prevista per il ritiro dei documenti. Non conosceva il bulgaro e parlava poco anche l’inglese: senza lavoro e privo di risorse, si arrangiava a vivere alla meglio, dormendo in casa di amici quando poteva o, altrimenti, per strada. “Le istituzioni – accusano gli amici – non si sono mai prese cura di lui, nonostante avesse gravi problemi di salute: gli hanno prestato aiuto, di tanto in tanto, solo i volontari di diversi gruppi”. Il Bulgarian Helsinki Committee (Bhc) ha definito la morte e la storia di Rebin Mitran un esempio evidente del fallimento del Programma nazionale per l’integrazione dei rifugiati (Npir).

(Fonte: Rapporto Border Monitoring Bulgaria, 31 marzo 2018)

 

 

Francia

Anno 2019. Vittime: 3

Reims, 9 gennaio 2019. Migrante trovata morta nel centro accoglienza

Un’anziana migrante maghrebina, Jamina, di quasi 80 anni, è stata trovata morta nel centro di accoglienza di Reims. Nel campo era arrivata oltre un mese fa, già in condizioni precarie per l’età avanzata e vari problemi di salute. Non sono chiare le cause della morte: secondo alcuni volontari che l’aiutavano potrebbero essere stati determinanti l’esposizione prolungata al freddo e, insieme, la mancanza di cure mediche adeguate.

(Fonte: Sito web Are You Syrious)

Grasse (Alpi Marittime), 27 aprile 2019. Si uccide alla vigilia dell’espulsione

Un migrante di 25 anni si è ucciso in carcere alla vigilia dell’esecuzione del provvedimento di espulsione dalla Francia. Originario della Costa d’Avorio, era stato arrestato come “recidivo” per aver tentato già altre volte di entrare in Francia. Pur in condizioni di detenzione, nel carcere di Grasse, aveva presentato la richiesta di essere accolto ma all’inizio di aprile gli era stato comunicato che l’istanza non era stata accolta ed era anzi stato emesso un decreto di espulsione che sarebbe stato eseguito di lì a poche settimane. Proprio questo diniego sarebbe alla base della decisione del ragazzo di farla finita, impiccandosi nella sua cella. Sta di fatto che la mattina di sabato 27 aprile il suo corpo privo di vita, ancora appeso al cappio, è stato trovato dal personale di custodia durante il primo giro giornaliero di ispezione

(Fonte: Revolution Permanente)

Parigi, 13 luglio 2019. Profugo suicida a Porte de la Chapelle

Un giovane profugo si è impiccato in piazza Charles Hermite, nella zona di Porte de la Chapelle, periferia nord di Parigi. Probabilmente veniva dal grande campo allestito intorno ai cavalcavia autostradali, più volte sgomberato e puntualmente ripopolato, che ospita soprattutto sudanesi, eritrei e afghani, in gran parte “dublinati” in attesa di espulsione. Tra i profughi che vivono nella zona, il diciottesimo arrondissement, c’è la diffusa convinzione che a spingerlo a farla finita sia lo stato di estrema precarietà e incertezza sul futuro comune a molti migranti che non riescono a ottenere il diritto d’asilo. Poco distante dal punto in cui è stato trovato il corpo senza vita del giovane, sul selciato c’era una scritta tracciata col gesso: “Siamo giovani di 20-35 anni. Siamo rifugiati. Abbiamo bisogno di aiuto. Aiutateci!”. Non si sa se sia ricollegabile al suicidio di quel giovane. “Certo però quella scritta è significativa della situazione che stiamo vivendo”, dicono altri giovani migranti, citando un altro tentativo di suicidio: un ragazzo che si è gettato in un canale quando ha saputo che la sua domanda d’asilo era stata respinta.

(Fonte: Mediapart)

 

 

Germania

Anno 2019. Totale vittime: 1

Abensberg, 6 gennaio 2019. Suicida un giovane profugo afghano

Un giovane profugo afghano si è tolto la vita per non essere rimpatriato contro la sua volontà. Si chiamava Taher R. ed aveva poco più di vent’anni. La notizia, riferita da alcuni operatori sociali, è stata ripresa e rilanciata dalla Ong Are You Syrious per denunciare il grave timore di numerosi altri profughi (specie nel centro di detenzione di Eichstart) di essere costretti a rientrare in Afghanistan. “Sono sempre più numerosi coloro che sono stati inseriti nelle liste di deportazione, per varie ragioni”, ha rilevato il Consiglio per i rifugiati della Bavaria, chiedendo di porre fine ai provvedimenti.

(Fonte: sito web Are you Syrious)

 

 

Grecia

Anno 2019. Totale vittime: 10

Lesbo, 8 gennaio 2018. Camerunense muore di freddo a Moria

Un profugo camerunense di 24 anni è morto di freddo e sfinimento nel campo per migranti di Moria. Il suo corpo senza vita è stato trovato da alcuni compagni la mattina del giorno 8 gennaio nella tenda dove aveva trovato un riparo di fortuna ormai da mesi. Il decesso è avvenuto nel sonno, durante le ore più fredde della notte. Decine di altri migranti, quando la notizia si è diffusa, hanno dato vita a una lunga manifestazione di protesta contro le condizioni di vita nel centro di accoglienza, particolarmente pesanti per l’affollamento e per i disagi dell’inverno. Contro il freddo gli ospiti, costretti a vivere in tenda, hanno solo delle coperte, bracieri e falò che non di rado provocano incendi devastanti.

(Fonte: The National Herald)

 Rodi, 8 gennaio 2019. Profugo pakistano ucciso dal monossido di carbonio

Un giovane profugo pakistano è stato ucciso a Rodi dal monossido di carbonio sprigionato dal braciere lasciato acceso durante la notte per tentare di scaldare la stanza dove dormiva. Arrivato sull’isola ormai da mesi, aveva presentato richiesta di  asilo e viveva in una vecchia casa semi abbandonata, che aveva occupata insieme ad alcuni compagni. Una sistemazione di fortuna, resa particolarmente precaria dal grande freddo portato dall’ondata di maltempo che ha investito tra dicembre e gennaio tutta la Grecia e la Turchia. Per scaldarsi, lui e gli altri ogni sera accedevano dei fuochi con legname di risulta e carbone. L’altra notte, il monossido prodotto dalla brace ha saturato la stanza e il giovane è morto durante il sonno. Due suoi compagni, gravemente intossicati, sono stati ricoverati nel locale ospedale.

(Fonte: Sito webb Are You Syrious)

 Lesbo, 6 febbraio 2019. Profugo trovato morto nel campo di Moria

Un profugo camerunense di 24 anni è stato trovato morto, la mattina del 6 febbraio, nella tenda dove alloggiava, nel campo di accoglienza di Moria. Ad accorgersi che era ormai privo di vita sono stati i due amici che dividevano con lui la tenda. E’ stata disposta un’autopsia ma sembra scontato che ad ucciderlo sia stato il freddo. “Durante la notte – ha rilevato un volontario di una Ong – le temperature a Lesbo subiscono un forte abbassamento e le condizioni di vita, nelle tende del campo di Moria, già di per sé difficili, diventano pressoché impossibili durante l’inverno”. Anche il governatore della regione delle Isole Egee settentrionali ha accusato il governo di  aver abbandonato al freddo i rifugiati nei campi di Lesbo, Chios e Samo. “Questa gente – ha detto – è costretta a vivere in sottili tende di tela. Non è ancora caduta la neve sui campi, ma il freddo è particolarmente intenso”.

(Fonte: Ekathimerini, Lesbvos Hashtag, siti web di Stefan Simanowitz e Bruno Tersago)

 Lesbo, 24-25 agosto, ragazzo afghano ucciso a coltellate

Un ragazzo afghano quindicenne è stato accoltellato a morte durante una lite da  un coetaneo nel centro di detenzione per profughi minorenni di Moria. Non si conoscono le cause esatte del litigio conclusosi in tragedia. L’unica cosa certa è che l’accoltellatore si è scontrato con altri tre ragazzi, tutti afghani, e che a un certo punto ha messo mano a un coltello colpendo ripetutamente gli antagonisti. Il quindicenne, in particolare, ha subito una serie di gravi ferite che di lì a poco ne hanno provocato la morte. Al di là dei motivi contingenti, diversi operatori umanitari ritengono che la lite sia ricollegabile al clima di grave tensione e disagio che si respira nel campo per i lunghi tempi di attesa e per le condizioni di vita in una sttruttura che ospiota piùdi 600 giovani a fronte di una capacità massima di 160 posti.

(Fonte: Ekathimerini)

Grecia (Lesbo), 24 settembre 2019

Un bambino afghano di appena cinque anni è stato travolto e ucciso da un camion a Lesbo, ai margini del campo profughi di Moria, dove la sua famiglia è alloggiata, dopo essere arrivata dalla Turchia, in attesa di poter proseguire la fuga ed essere accolta in uno dei paesi dell’Europa centrale. Stando a quanto è emerso dall’inchiesta condotta dalla polizia dell’isola, il bimbo era entrato per gioco in uno scatolone di cartone, accanto alla strada, nei pressi dell’accesso a un parcheggio. Il conducente del camion, che doveva consegnare della merce a un magazzino, entrando nell’area di sosta è passato sopra lo scatolone, senza immaginare che all’interno c’era il bambino, che è rimasto schiacciato ed è morto all’istante. Il governatore regionale delle Isole Egee, Kostas Moutzouris, ha definito la morte atroce del piccolo una tragedia che conferma come la situazione del campo di transito di Moria sia insostenibile da anni e occorra provvedere al più presto a trasferirne gli ospiti in strutture adeguate nel continente, in attesa che le loro richieste di asilo siano esaminate o che abbiano la possibilità di continuare il viaggio intrapreso nel momento in cui sono stati costretti a fuggire dal proprio paese.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini, The National Herald, siti web Hibai Arbaid Aza ed Helena Maleno)  

Lesbo, 29 settembre, madre e figlia morte in un incendio a Moria

Una donna e la sua bambina sono morte nel centro di transito per profughi di Moria, a Lesbo, nell’incendio di un grosso container adibito ad alloggio per famiglie. Una quindicina i feriti, curati nella clinica pediatrica organizzata fuori dal centro di accoglienza da una equipe internazionale di Medici Senza Frontiere. Non è chiaro se il fuoco sia divampato accidentalmente o si sia propagato da un incendio appiccato per protesta da altri ospiti del centro accoglienza. Sta id fatto che le fiamme si sono estese rapidamente al container-alloggio anche perché il sovraffollamento e le pessime condizioni del campo hanno impedito interventi tempestivi per fronteggiare l’emergenza e per i soccorsi. “Nessuno può dire – è l’accusa di Msf – che questo è un incidente. E’ la diretta conseguenza di aver intrappolato 13 mila persone in uno spazio che ne può contenere al massimo 3 mila”. Dopo l’incendio è esplosa la protesta degli ospiti del centro, sfociata in duri scontri con la polizia, per chiedere di essere trasferiti immediatamente nel continente e poter proseguire la loro fuga verso uno degli Stati Ue. Alcuni hanno anche appiccato nuovi incendi, fuori e dentro le strutture di Moria.

(Fonte: Repubblica, Ekathimerini)

Chios, 4 novembre. Bimba irachena di 2 anni travolta e uccisa davanti al campo profughi

Una bimba irachena di appena due anni è stata travolta e uccisa da un’auto alle soglie del campo profughi di Agia Ermione, sull’isola egea di Chios, dove la sua famiglia è rifugiata da alcuni mesi in attesa di essere trasferita sul continente ed eventualmente poter proseguire verso un altro Stato dell’Unione Europea dove chiedere asilo. La tragedia si è verificata nel primo pomeriggio nei pressi degli uffici del Centro di Identificazione e Accoglienza. La piccola è stata investita da una vettura di una Ong che collabora con la direzione del campo: il conducente è partito in retromarcia senza accorgersi che dietro c’era la bambina la quale, subito soccorsa, è stata traferita all’ospedale dell’isola ma è morta durante il tragitto. I medici non hanno potuto che constatarne il decesso per le gravi ferite riportate. Nei campi per richiedenti asilo di Chios sono ospitate circa 5 mila persone. Poche ore prima dell’incidente numerosi abitanti dell’isola avevano dato vita a una manifestazione per chiedere al Governo di Atene di trasferirne almeno una parte nel più breve tempo possibile.

(Fonti: The National Herald, Ekathimerini)

Lesbo, 10 novembre. Bimbo di 9 mesi morto di disidratazione a Moria

Un bimbo di nove mesi è morto a Lesbo, nel campo profughi di Moria, per una grave forma di disidratazione dovuta a una patologia non curata. Il decesso è avvenuto il giorno 10 di novembre, ma la notizia è emersa soltanto una settimana più tardi, il giorno 16, su denuncia dell’equipe di Medici Senza Frontiere che opera sull’isola. La famiglia del bimbo, di origine congolese, è ospite del campo da mesi, in attesa di essere trasferita sul continente e di essere accolta eventualmente in un altro Stato della Ue come richiedente asilo. Malato, a quanto pare, già da qualche giorno, i genitori lo hanno portato la mattina de 10 al centro medico del campo, dove i sanitari gli ahnno subito diagnosticato una grave forma di disidratazione, facendolo trasferire d’urgenza all’ospedale di Mytilene. Quando è arrivato al pronto soccorso, però, era già morto. Il direttore dell’ambulatorio di Medici Senza Frontiere ha comunicato che una sua equipe aveva visitato il bimbo nel mese di settembre e ottobre, avvertendo i genitori e le autorità del campo che aveva bisogno di cure specialistiche appropriate che non era possibile assicurare all’interno del campo. Nel rapporto viene rilevato che a Moria risultavano almeno 77 altri bambini bisognosi di cure specifiche adeguate.

(Fonte: Beaking News, Euronews, Sito Web Medici Senza Frontiere, Newsbook, The National Herald, Greek Reporter)

Chios, 28 novembre. Profugo siriano si sente male nel campo di Vial e muore in poche ore

Un profugo siriano di 48 anni è morto nell’ospedale di Chio dove era stato ricoverato d’urgenza per una crisi cardiaca. L’uomo viveva da mesi nel centro di accoglienza di Vial, come richiedente asilo, insieme alla moglie e sei figli, nella speranza di poter proseguire verso la Grecia continentale e poi verso l’Europa del Nord. Sofferente di diabete, durante la permanenza al campo aveva avuto delle complicazioni, culminate con l’amputazione di una gamba. Da allora era costretto su una sedia a rotelle. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 novembre si è sentito male ed ha chiesto alla polizia di servizio nel campo di trasferirlo in ospedale, ma un’ambulanza non era disponibile. Più tardi, il malore, dovuto a una crisi cardiaca, si è aggravato e dal campo hanno deciso allora di portare il profugo al pronto soccorso con un taxi. Subito ricoverato, non si è più ripreso: è morto la mattina di giovedì’ 28 novembre. L’assistenza sanitaria – hanno denunciato alcune Ong – è uno dei maggiori problemi sia del campo di Vial che di quello di Moria, a Lesbo: in entrambe le strutture è disponibile un solo medico per turno, nonostante in ciascuna delle due siano ospitati migliaia di profughi.

(Fonti: rapporto Are You Syrious e Kounouti)    

 

Anno 2018. Totale vittime: 3

Lesbo, 23 febbraio 2018. Bimbo siriano ucciso da un’auto davanti al campo profughi

Un bambino siriano di 5 anni è stato travolto e ucciso da un’auto davanti all’ingresso del campo profughi di Kara Tepe, sull’isola di Lesbo, dove era rifugiato insieme ai genitori e ad altri sette membri della sua famiglia. Il piccolo era uscito dal campo da solo, eludendo la sorveglianza dei familiari, ed ha tentato di attraversare la strada di fronte, una via molto trafficata che conduce dalla capitale dell’isola, Mytilene, fino a Madamodou. Voleva probabilmente raggiungere uno dei campi “spontanei” organizzati da varie Ong intorno al centro di accoglienza comunale, dove vivono numerosi profughi. Un’auto lo ha travolto mentre era quasi al centro della carreggiata ed è morto poco dopo per le ferite riportate. Nonostante sia frequentata e percorsa a piedi dai numerosi rifugiati che vivono nei campi, in quel tratto la strada non ha strisce pedonali e segnaletica adeguata ed anche la visibilità non è buona a causa delle auto in sosta ed altri materiali allineati ai lati della carreggiata. Pare che, appunto, il bimbo sia spuntato da dietro una vettura ferma e che il conducente dell’auto investitrice lo abbia visto solo all’ultimo istante. Secondo molte Ong questo tragico incidente è attribuibile anche alla disorganizzazione e al caos in cui è immerso il campo profughi principale, dove il bimbo era alloggiato.

(Fonte: Lesvos News, Agenzia Ana Mpa)

Tebe, 18 giugno 2018. Bimba trovata morta in una fogna

Una bimba di quattro anni, di origine irachena, è morta dopo essere caduta in una fognatura nel campo profughi di Tebe, a nord ovest di Atene. Della piccola si erano perse le tracce verso sera, quando si è allontanata eludendo l’attenzione dei familiari. Le ricerche si sono protratte per ore, fino a che il corpicino ormai senza vita è stato individuato in fondo a un condotto fognario all’interno dell’area recintata del campo. A riportarlo in superficie, verso le 23, è stato il personale di un’ambulanza accorso nel frattempo nella struttura di accoglienza. Hanno cercato di rianimarlo ma è stato subito chiaro che la bimba era morta già da tempo. Il ritrovamento ha creato forte tensione tra gli ospiti del campo, con centinaia di persone che gridavano contro le autorità greche per le condizioni di vita nel centro di accoglienza e si rifiutavano di consegnare il cadavere a una equipe di medici legali per poter procedere all’autopsia. Solo in nottata, dopo l’intervento della polizia, si è potuta ristabilire la calma. La magistratura ha aperto un’inchiesta per acceertare come la piccola sia potuta finire nel condotto.

(Fonte: Agenzia Ansa)  

Lesbo, 12 dicembre 2018. Afghano trovato cadavere a Moria: omicidio?

Il corpo senza vita di un giovane profugo afghano è stato trovato mercoledì mattina in un oliveto nei pressi del centro di accoglienza per i migranti di Moria, a Lesbo. Le ferite riscontrate dai medici fanno pensare a una morte violenta, forse un omicidio. Il cadavere era poco distante dalla strada che da Mitilene conduce al villaggio di Moria. Notato per caso da alcuni passanti, si è subito ipotizzato che potesse trattarsi di uno degli ospiti del centro accoglienza. La conferma è arrivata poco dopo: la vittima è un ragazzo di 22 anni che viveva ormai da mesi a Moria, in attesa di un permesso di soggiorno come rifugiato. La morte, che risale alla notte precedente al ritrovamento, è stata provocata da alcune profonde lesioni alla testa che, secondo la polizia, potrebbero essere dovute a uno o più colpi violenti sferrati con un corpo contundente pesante e appuntito. La Procura ha aperto un’inchiesta ipotizzando un delitto. Nulla è emerso, almeno nelle prime ore, sull’eventuale movente e sulle circostanze.

(Fonte: Agenzia Ana Mpa) 

 

Anno 2017. Totale vittime: 6

Lesbo, gennaio 2017. Tre migranti uccisi da ossido di carbonio a Moria

Tre giovani migranti sono morti intossicati, durante la notte, da esalazioni di monossido di carbonio all’interno della tenda dove alloggiavano, nel centro di accoglienza di Moria. Per cercare di difendersi dalle temperature molto basse della notte, la sera, prima di coricarsi, i tre giovani avevano acceso un braciere. Mentre dormivano le esalazioni di monossido provocate dalla brace hanno saturato l’ambiente, uccidendo i t re ragazzi nel sonno. Nessuno si è accorto di nulla fino al mattino successivo quando, non vedendoli, alcuni compagni sono andati a cercarli.

(Fonte: The National Herald, edizione 8 gennaio 2019).

Atene, 26 marzo 2017. Profugo trovato impiccato al Pireo

Un giovane richiedente asilo è stato trovato impiccato vicino al terminal passeggeri delle linee dei ferry, nel porto del Pireo, non lontano da un accampamento di tende che ospita numerosi profughi. Al momento della scoperta era morto già da alcune ore. La Guardia Costiera greca non ne ha rivelato l’identità ma secondo diversi gionali ateniesi era un siriano di circa 25 anni, arrivato da diversi mesi: uno degli oltre 60 mila rifugiati e migranti rimasti bloccati in Grecia e nelle isole dell’Egeo per la chiusura dei confini europei, l’inefficacia e l’estrema lentezza del programma di relocation e l’accordo tra Bruxelles e Ankara che, prevedendo espulsione forzate verso la Turchia, ha ulteriormente complicato la situazione.
Frequenti episodi di autolesionismo. Non è un caso isolato. Medici e assistenti volontari di Ong che si occupano di assistenza psichiatrica, hanno affermato che, a causa delle inattese, grosse difficoltà incontrate dopo un viaggio spesso estremamente duro e pericoloso per arrivare in Europa, sono sempre più frequenti tra i rifugiati gli episodi di autolesionismo, alimentati da una profonda sfiducia e frustrazione, che sfociano spesso in crisi di disperazione. Sempre ad Atene, nel febbraio 2016, altri due giovani rifugiati rimasti bloccati in Grecia, entrambi pakistani, hanno tentato il suicidio impiccandosi ad un albero in Victoria Square, nel centro della città, uno dei principali luoghi di incontro dei migranti. Sono stati salvati da alcuni passanti. Secondo la polizia ill loro gesto estremo voleva essere una protesta contro le disposizioni che impediscono ai migranti di lasciare la Grecia, a cominciare dal Regolamento di Dublino.

(Fonte: Al Jazeera, edizioni 27 marzo 2017, del 22 giugno e del 25 febbraio 2016).

Chio, 30 marzo 2017. Si dà fuoco un richiedente asilo siriano

Un richiedente asilo siriano si è ucciso appiccandosi fuoco nel centro di accoglienza dell’isola di Chio. Si chiamava Ali Aamer ed aveva 27 anni: è morto in un ospedale di Atene sabato 8 aprile dopo oltre una settimana di agonia. Secondo quanto ha riferito la polizia, era arrivato in Grecia da mesi. Viveva nel centro di accoglienza di Vial, a Chio, da quando era sbarcato. Forse temeva di essere rimpatriato d’ufficio in Turchia (dove si era imbarcato per chiedere asilo in Europa), in base agli accordi stipulati tra Bruxelles ed Ankara. Sta di fatto che la mattina del 30 marzo ha deciso di farla finita dandosi fuoco, probabilmente anche come estremo gesto di protesta. Un video diffuso dai social media lo mostra mentre, munito di una tanica di benzina e un accendino, si lascia avvolgere dalle fiamme e un agente di polizia cerca di bloccarlo e soccorrerlo, rimanendo a sua volta ustionato. Trasportato inizialmente al Skilitseion Hospital di Chio, è stato subito dopo trasferito in un centro specializzato per grandi ustionati ad Atene ma la mattina dell’otto aprile ha cessato di vivere. Molti media hanno sottolineato come questo terribile suicidio sia arrivato a pochi giorni da quello di un altro profugo siriano ad Atene, al porto del Pireo, richiamando i rapporti di medici e assistenti sociali che denunciano sempre più gravi e frequenti episodi di autolesionismo e disperazione tra i richiedenti asilo rifugiati in Grecia, provocati presumibilmente dalla lunga attesa, dall’incertezza del futuro e dal timore di espulsioni e rimpatri forzati.

(Fonte: Al Jazeera)

Lesbo, 20 ottobre 2017. Muore nel campo di Moria: “Non lo hanno curato”

Un profugo curdo-iracheno di 55 anni, sofferente di cuore, è morto nel campo di Moria, dove sono ospitati migliaia di rifugiati in condizioni che tutti i rapporti dell’Unhcr e delle principali organizzazioni umanitarie internazionali hanno definito ampiamente sotto la soglia della dignità e dei requisiti minimi per l’accoglienza. Secondo quanto hanno denunciato alcuni familiari e conoscenti, l’uomo avrebbe fatto presente più volte il suo precario stato di salute ma le autorità che gestiscono il centro non avrebbero fatto nulla di concreto per aiutarlo e assicurargli cure mediche adeguate. “Lo hanno portato in ospedale quando era ormai troppo tardi. E le condizioni estreme in cui siamo ospitati, quasi sempre in tende di fortuna, hanno sicuramente aggravato il suo stato di salute: forse, anzi, gli sono state fatali”, hanno aggiunto in molti. Proprio partendo da queste accuse, dopo la morte del loro compagno centinaia di profughi hanno organizzato una manifestazione di protesta che ha valicato i confini del campo ed è proseguita anche nei giorni successivi, con l’occupazione della piazza centrale di Mitilini.

(Fonte: Lesvos News e sito online Are You Syrious)

 

Anno 2016. Totale vittime: 2

Lesbo, 24 novembre 2016. Esplode bombola in un campo profughi: 2 morti

Una donna e un bambino, nonna e nipote, ospiti dl campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, sono morti in seguito all’esplosione di una bombola di gas nella tenda in cui erano alloggiati. Altri familiari sono rimasti feriti. In seguito allo scoppio, si è sviluppato un incendio che ha raggiunto anche altre tende.
L’incidente – hanno protestato numerosi rifugiati, giungendo anche a scontrarsi con la polizia – sarebbe legato alle precarie condizioni del centro di accoglienza, ancora strutturato essenzialmente con gli stessi alloggi e i servizi provvisori allestiti al momento dello sbarco in massa dei migranti sull’isola. Una situazione di grave disagio comune peraltro a numerosi altri campi per rifugiati in tutto il paese e che peggiora ovviamente nei mesi invernali. Proprio partendo dalle dure condizioni di vita dei rifugiati a Lesbo e da questo mortale incidente, numerose organizzazioni di volontari hanno sollecitato il Governo di Atene a farsi carico in maniera più efficace dei profughi presenti nel paese.

(Fonte: Ekathimerini e Associated Press Greek Reporter)

 

 

Regno Unito

Anno 2019. Vittime: 1

Londra, 18 febbraio 2019. Suicida un ragazzo eritreo

Un ragazzo eritreo di appena 18 anni, Mulubrhane Medhane Kfleyosus, si è tolto la vita nel centro di accoglienza dove era ospitato da circa due anni, nel sobborgo londinese di Milton Keynes. Il suo corpo senza vita è stato trovato qualche ora dopo il suicidio. Il giovane faceva parte di un piccolo gruppo di eritrei arrivati nel  Regno Unito come richiedenti asilo minorenni nel 2016 e che da allora non hanno avuto alcuna indicazione certa sul proprio futuro, fibnendo in uno stato di incertezza e scoramento a cui sono riconducibili probabilmente anche almeno tre altri suicidi avvenuti nel passato: quello di Osman Ahmed Nur, 19 anni, trovato morto nel maggio 2018, e quelli di Filmon Yemane e Alexander Tekle, entrambi diciottenni, che si sono uccisi nel 2017. “E’ terribile che questi ragazzi, dopo essere stati costretti ad abbandonare il proprio Paese ed aver affrontato un viaggio pieno di pericoli, arrivino nel Regno Unito per togliersi la vita, lì dove pensavano ormai di essere al sicuro”, ha commentato Helen Johnson, presidente della Commissione per i minorenni rifugiati.

(Fonte: The Guardian)

 

Anno 2018. Vittime: 1

Londra, 10 maggio 2018. Si uccide un giovane profugo eritreo

Un diciannovenne arrivato come richiedente asilo dall’Eritrea, Osman Ahmed Nur, si è ucciso nel suo alloggio, presso il Camdem Hostel, nella zona nord di Londra. Secondo quanto è emerso dalle indagini, basate sulle testimonianze dei compagni, pare attraversasse una fase di profonda depressione e scoramento per i lunghi tempi di attesa delle procedure per ottenere lo status di rifugiato. In Inghilterra era arrivato ne 2016. Pochi mesi prima, sul finire del 2017, si erano tolti la vita a Londra altri due giovanissimi eritrei, amici di Osman.

(Fonte: The Guardian)

 

Anno 2017. Vittime: 4

Glasgow, 20 novembre. Quarto suicidio nel centro detenzione profughi di Morton Hall

Il suicidio di un profugo iracheno ventisettenne ha portato alla luce che nel centro dove era detenuto, il Morton Hall di Glasgow, altri tre migranti si sono uccisi come lui dall’inizio dell’anno. Il giovane era ospite della struttura da alcuni mesi, in attesa di espulsione. “Era un ragazzo tranquillo ma molto chiuso – hanno riferito alcuni compagni a un cronista del Guardian – Ma aveva problemi di salute mentale: una depressione che ne faceva intuire una propensione all’autolesionismo e al suicidio”. Per questo il personale di guardia lo teneva sotto un’attenzione particolare ma la notte tra il 19 e il 20 novembre nessuno si è accorto che aveva deciso di farla finita. Il suo corpo è stato trovato privo di vita nel suo alloggio la mattina del 20. “Siamo rimasti scioccati – hanno detto ancora i compagni al Guardian – Tutti noi siamo stati portati e chiusi nella sala della piscina mentre spostavano e portavano via il corpo per impedirci di vedere. E’ assurdo: siamo detenuti senza aver commesso alcun crimine. Anche questo può aver influito sulla decisione estrema di quel ragazzo”. E’ emerso così che nello stesso centro, dalla fine di dicembre 2016 ci sono stati in tutto quattro suicidi. Poche settimane prima del giovane iracheno si è ucciso un migrante giamaicano, Carlington Spencer, di 38 anni; in gennaio un polacco, Lukasz Debowsky e a fine dicembre un ragazzo originario della Sierra Leone, Ahmed Kabia.

Le reazioni. Il nuovo suicidio ha provocata un’ondata di dure reazioni. Unanime la richiesta di riformare il sistema. “Non c’è dubbio che gli ospiti soffrono le condizioni e le caratteristiche di questo centro – ha dichiarato Celia Clarke, direttrice del Bail for Inmigration Detainees – Si tratta di persone disperate e vulnerabili. Non si può continuare così. La detenzione deve essere la scelta estrema e non una pratica abituale. Perché ci sono così tanti migranti detenuti?” Dello stesso tono le parole di Emma Ginn, coordinatrice di Medical Justice: “Questa morte sollecita misure urgenti. Il ministero degli Interni deve tutelare la vita di queste persone e prendersene cura. Tutti i centri immigrazione vanno chiusi e va condotta un’inchiesta sulle condizioni di vita degli ospiti”. O, ancora, Corey Stoughon, avvocato: “Noi siamo l’unico paese europeo che consente all’ufficio immigrazione di rinchiudere i migranti praticamente senza alcun limite”.

(Fonte: The Guardian e sito Are You Syrious)

Londra. Suicidi due giovani profughi eritrei tra novembre e dicembre

Due giovani profughi eritrei diciottenni si sono tolti la vita a poche settimane di distanza l’uno dall’altro nel centro di accoglienza di Londra dove erano ospitati. Amici tra loro, entrambi in attesa di risposta alla richiesta di asilo, erano arrivati in Inghilterra poco più di un anno prima del suicidio, dopo aver affrontato insieme gran parte dei pericoli della lunga fuga dall’Eritrea, lungo le piste del Sahara, nella traversata del Mediterraneo e del viaggio attraverso l’Europa. Il primo, Filmon Yemane, ha deciso di farla finita verso la fine del mese di novembre. Il suo amico, Alexander Tekle, qualche settimana dopo, in dicembre. Eloquente il commento del Guardian: “Dopo aver affrontato la sfida estrema e la grande difficoltà di dover abbandonare il proprio paese e dopo i rischi di un viaggio pericolosissimo attraverso il continente africano, fatto da soli, senza la guida e la tutela di adulti, questi ragazzi, una volta arrivati in salvo in un paese come il Regno Unito, subiscono il trauma di dover scoprire che i loro problemi non sono finiti…”

(Fonte: The Guardian)

 

 

Spagna

Anno 2019. Totale vittime: 2

Valencia, 15 luglio. migrante marocchino trovato morto nel Cie

Un giovane migrante marocchino è stato trovato privo di vita nel Centro espulsione (Cie) di Zapatores, a Valencia. Il ragazzo era stato messo in isolamento in seguito ai contrasti che aveva avuto con un gruppo di detenuti. In un primo momento è stata avanzata l’ipotesi del suicidio, dovuto forse a un forte stato di depressione. Ma questa versione ha presto destato grossi dubbi e interrogativi. E’ certo che poco prima di essere destinato all’isolamento il ragazzo ha subito un’aggressione e un feroce pestaggio: lo testimoniano le foto del suo viso tumefatto. Lui stesso o alcuni compagni avrebbero segnalato che, in seguito alle percosse subite, stava molto male e avvertiva forti dolori. Ciononostante si è deciso di isolarlo dagli altri, destinandolo appunto a una cella speciale. Non si comprende come mai, invece, non sia stato ricoverato in un ospedale o quanto meno portato in un pronto soccorso, se non altro per verificane le condizioni fisiche. Tanto più che, se stava davvero vivendo una fase di depressione, metterlo in isolamento avrebbe potuto peggiorare anziché migliorare la situazione. Sta di fatto che il personale di custodia lo ha trovato esanime nel suo alloggio. Hanno cercato di rianimarlo ma era ormai troppo tardi.

(Fonte: Levante edizioni del 16 e del 22 luglio. Sito web Helena Maleno)

Barcellona, 7 novembre. Espulso dal centro minori: giovane guineano suicida

Un giovane migrante guineano, Omar, si è ucciso nel timore di essere rimpatriato, dopo essere stato espulso dal centro per minori dove era ospitato. Arrivato in Spagna nel maggio 2019, avendo dichiarato di avere meno di 18 anni, era stato inserito nel percorso di tutela per i minorenni ed ospitato in un istituto di accoglienza per ragazzi migranti gestito dal Governo catalano a Barcellona. Secondo i responsabili del centro, si è dimostrato molto collaborativo e partecipe ai programmi di studio e integrazione. Il suo atteggiamento è cambiato di colpo quando – come ha specificato il suo avvocato, Albert Pares – gli è stato comunicato che, secondo gli esami ossei, sarebbe risultato  maggiorenne. Lui ha protestato ancora di non aver compiuto i 18 anni, ma è stato costretto a lasciare l’istituto e, dunque, a uscire nel programma di inclusione riservato ai minori. A quel punto, disperando di poter essere accolto come migrante maggiorenne, è precipitato in un profondo stato di depressione. Non è noto come abbia trascorso i suoi ultimi giorni di vita. Sta di fatto che la mattina del 7 novembre una pattuglia della polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, ne ha trovato il corpo senza vita nel fiume Anoia. L’ipotesi degli agenti è che si sia gettato da un ponte a Igualada, una località distante circa 60 chilometri da Barcellona

(Fonte: El Pais)

 

Anno 2017. Totale vittime: 2

Salou (Tarragona), 31 luglio. Migrante senegalese aggredito e ucciso

Un migrante senegalese è stato aggredito e ucciso all’uscita di un bar-pasticceria di Tarragona. Si chiamava Medou, 33 anni: arrivato già da tempo in Spagna, abitava poco lontano dal luogo dell’aggressione, l’imbocco dell’area pedonale lungo Calle Buigas de Salou. Secondo la ricostruzione della polizia, verso le otto del mattino il giovane, uscito di casa da pochi minuti, era entrato nella pasticceria per la colazione. All’uscita è stato fermato e  affrontato da quattro uomini (tutti sicuramente spagnoli perché vari testimoni hanno sentito che parlavano catalano) i quali, dopo una breve ma accesa discussione, lo hanno colpito duramente al volto. Lui è caduto a terra, battendo fortemente la testa sull’asfalto. E’ riuscito a rialzarsi ma è stato colpito di nuovo, fino a che ha perso i sensi. Non ha più ripreso conoscenza ed è morto poco più tardi. Il medico legale, oltre ad alcune ferite minori, gli ha riscontrato una forte contusione alla testa.. Nessuna traccia degli aggressori. Dalle immagini riprese da una telecamera di sorveglianza installata poco distante sembra che il colpo mortale sia stato sferrato in particolare da uno dei quattro, il più corpulento. Madou era piuttosto conosciuto nella zona ed aveva dei precedenti di polizia e giudiziari per piccoli reati. Non si sa se l’aggressione sia stata casuale o in qualche modo legata, appunto, a questi precedenti.

(Fonte. Diario de Tarragona)

Malaga (Spagna) Migrante si impicca nel centro di accoglienza

Un giovane algerino si è impiccato nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, a Malaga, nel carcere di Archidona, adibito a centro di identificazione ed espulsione per i migranti. Il suo corpo senza vita è stato trovato la mattina del 29, all’interno di una cella, dal personale di vigilanza durante un giro di ispezione. La vittima, di 36 anni, era ad Archidona dal 20 novembre, in attesa di essere rimpatriato d’ufficio. La magistratura ha aperto un’inchiesta. Al di là degli aspetti e di eventuali responsabilità sotto il profilo giudiziario, tuttavia, tutto il sistema incentrato sul carcere di Archidona è stato messo sotto accusa da numerose organizzazioni umanitarie e di assistenza ai migranti e per la difesa dei diritti dei rifugiati. “La presenza di ben 519 migranti in questo centro penitenziario – si afferma – denuncia il collasso del sistema. La legge e la Corte Costituzionale stabiliscono che i centri di internamento per stranieri non possono avere le caratteristiche di una prigione. Sono violati i diritti fondamentali di queste persone”. A conferma delle condizioni difficili cui sono costretti i migranti, Daniel Machuca, portavoce della Piattaforma contro il Cie di Archidona, ha denunciato che sono numerosi e sempre più frequenti i casi di autolesionismo, quasi a dire che il suicidio del giovane algerino era una tragedia annunciata. L’associazione Malaga Acoge ha annunciato un ricorso all’ufficio del Difensore del Popolo mentre la Rete di auto ai rifugiati ha chiesto le dimissioni del ministro dell’interno Juan Ignacio Zoido come responsabile di una politica di cui la situazione del carcere di Archidona è una conseguenza diretta.

(Fonte: Malaga Sud, La Vanguardia)

 

 

Svezia

Anno 2017. Totale vittime: 3

Stoccolma, 9 febbraio. Tre ragazzi suicidi in centri di accoglienza
Tre ragazzini afghani, profughi con meno di 18 anni di età, si sono tolti la vita nel centro di accoglienza dove erano ospitati. Altri tre sono stati salvati dopo che avevano a loro volta tentato il suicidio. “Avevano paura di essere espulsi ed erano ormai privi di speranza”, ha dichiarato Mahboba Madadi, un giovane volontario che si occupa di richiedenti asilo minorenni non accompagnati.
Madadi fa riferimento al parere pubblicato nel mese di dicembre 2016 dal Servizio Svedese per l’Immigrazione secondo il quale alcune regioni dell’Afghanistan non sarebbero più pericolose, nonostante l’aumento della violenza legata alla guerra in corso mai finita. Questo parere consente alle autorità di respingere più facilmente le richieste d’asilo presentate da giovani afghani. “Ci sono zone dell’Afghanistan dove si può ritornare”, ha infatti specificato successivamente un portavoce del servizio. E’ vero che lo stesso portavoce ha poi chiarito che comunque i minorenni non verranno rimpatriati se non hanno familiari che possano prendersi cura di loro in Afghanistan, ma – ha detto Sara Edvardson Ehrnborg, una insegnante volontaria che lavora per un’associazione no profit – i minorenni afghani non accompagnati restano fortemente preoccupati che le loro richieste siano respinte. Può essere proprio questo, dunque, ad aver spinto quei ragazzi a farla finita. E’ inoltre probabile – ha aggiunto Madadi, chiedendo un intervento del Governo di Stoccolma – che abbiano influito la solitudine e la mancanza di legami affettivi nei centri di accoglienza.

(Fonte: Tolo News)

 

 

Turchia

Anno 2018. Vittime: 1

Afyon, 12 dicembre 2018. Afghano muore “per mancanza di cure mediche”

“Nostro padre era malato: è morto per mancanza di cure mediche”: è l’accusa mossa dai familiari di Sayyid Soltan Hussaini, un profugo afghano di 41 anni, affetto da una grave forma di diabete, che aveva trovato rifugio ad Afyon, nella Turchia occidentale, circa 250 chilometri da Ankara. Entrato in Turchia dall’Iran, insieme alla famiglia, si era rivolto all’ospedale di Afyon per essere ammesso a terapie specifiche e alla dialisi. Ricevuto un rifiuto, l’undici novembre aveva rinnovato la domanda, rivolgendosi a un ospedale di Izmir, città nella quale aveva alcuni parenti. Ancora una volta la domanda è stata respinta per un problema di documentazione incompleta. Alcuni giorni dopo è stato colto da una crisi che ne hanno costretto il ricovero in una clinica di Afyon, dove però è morto poche ore più tardi. La famiglia si è rivolta alla magistratura.

(Fonte: sito web Are You Syrios)