“Perché ho soccorso i rifugiati”

Il 23 novembre 2016 il Procuratore al Tribunale di Nizza ha chiesto sei mesi di reclusione con la condizionale per Pierre-Alain Mannoni, ricercatore e docente francese, per aver dato un passaggio in macchina a tre ragazze eritree di cui una minorenne, che cercavano di attraversare il paese, con l’imputazione di aver commesso un “reato di soccorso”. Mannoni spiega nella sua lettera, diffusa in rete dalle associazioni di solidarietà in Francia, che il ‘reato’ gli è stato imposto dai suoi stessi valori etici e sociali di insegnante e di padre. Sulla scorta di questa vicenda (già citata da Nuovi Desaparecidos nel dossier “Crimini di Solidarietà”), le associazioni di accoglienza in Francia stanno cercando di mettere in piedi una rete di solidarietà transnazionale per opporsi non solo alla eventuale condanna di Mannoni ma alla tendenza sempre più diffusa di perseguire chi cerca di prestare aiuto a rifugiati e migranti, come se, appunto, la solidarietà fosse un crimine. Pubblichiamo di seguito la lettera con cui Mannoni ha spiegato le ragioni del suo gesto.
di Pierre Alain Mannoni

Ho 45 anni e due figli. Sono un funzionario dell’Educazione Nazionale, Ingegnere di studi in un laboratorio di ricerca del CNRS/Università di Nizza Sophia Antipolis, docente alla Facoltà di Scienze. Non ero un militante politico o associativo fino a ora. In famiglia veniamo dalla Corsica. Passo tutte le vacanze nel paese di Pero-Casevecchie nella casa di mio nonno, il medico di distretto che faceva le sue visite andando a cavallo. In paese , a distanza di quasi 50 anni dalla sua morte, la gente ne parla ancora perché, sia in piena notte dall’altra parte del distretto, sia per assistere un bandito ferito o un contadino che non aveva di che pagare, lui prestava le sue cure. Nei racconti che mi faceva mio padre e nelle esperienze che ho vissuto là, ho imparato a capire che non si lascia qualcuno che è in pericolo ai margini della strada, prima di tutto perché si è in montagna ma anche perché è una questione di dignità. O di onore come si dice.

Ho la fortuna di avere dei figli e come padre ho l’affidamento congiunto, un compito non evidente che ho preso molto seriamente. Non evidente perché al giorno d’oggi il mondo va male sia da un punto di vista sociale che ambientale anche per chi ‘ha una buona posizione’; quello che auguro ai miei figli è che siano la speranza di un mondo migliore.

Domenica 16 ottobre rientrando in macchina da una festa di campagana a Briga con mia figlia di 12 anni, abbiamo soccorso 4 giovani del Darfur (Sudan). Briga è una cittadina francese nella Valle della Roya che confina con Ventimiglia in Italia. E’ in questa valle che vengono soccorsi regolarmente uomini ma soprattutto donne e bambini che si trovano su queste strade di montagna e che noi chiamiamo migranti. Questi 4 ragazzi erano completamente persi e si dirigevano a piedi, alcuni in bermuda, verso montagne innevate. Con mia figlia li abbiamo portati a Nizza, hanno mangiato e dormito con noi nel nostro appartamento di 40 mq. Il giorno dopo, come ogni giorno di scuola, ci siamo alzati alle 6 e un quarto. I ragazzi sono venuti con me a portare mia figlia a scuola, poi li ho lasciati in una piccola stazione poco controllata dalla polizia pagando loro un biglietto di treno per la prima parte del viaggio. Andavano a ricongiungersi con i loro famigliari a Marsiglia.

E’ stata la mia prima azione di soccorso nei confronti di “migranti”. Perché l’ho fatto quel giorno? Fino a oggi con i miei figli abbiamo dato vestiti usati alla Croce Rossa di Ventimiglia, delle scarpe, un sacco a spalla, per dare un po’ di aiuto ma soprattutto per mostrare loro che ci sono ingiustizie al mondo e che ognuno di noi può fare qualche cosa a riguardo… Era la seconda volta che vedevo un gruppo di ragazzi sul bordo della strada. La prima volta avevo esitato, non avevo avuto il coraggio, ma questa volta c’era mia figlia con me e ho voluto dare un esempio.

L’indomani lunedì 17 ottobre, dopo una serata passata da amici in quella stessa vallata, sulla strada del ritorno per Nizza, ho deciso di arrestarmi in un campo per migranti a St. Dalmas de Tende, un edificio in disuso per colonie di vacanza appartenente alle Ferrovie dello Stato (SNCF) che era stato occupato poche ore prima, senza autorizzazione, da un collettivo di associazioni tra cui la Lega dei Diritti dell’Uomo, Amnesty International e molte altre associazioni nazionali e locali. L’apertura di quel luogo è stata ufficializzata con un comunicato delle Associazioni sui media. Sapevo che il mio ritorno a Nizza poteva essere un’opportunità per togliere qualcuno da quel luogo senza acqua né elettricità e dove la temperatura di notte non arriva a 10 gradi. Così ho deciso di portare qualcuno a casa da me per accompagnarli alla stazione il giorno dopo.

Sono tre ragazze quelle che vengono individuate. Sono molto contente della mia proposta, mi viene detto, perché sono attese da una associazione a Marsiglia che si prenderà cura di loro. Quando le vedo ho il cuore a pezzi. Hanno paura, hanno freddo, sono sfinite, hanno delle fasce sulle mani, sulle gambe, una zoppica facendo smorfie di dolore, un’altra non può portare la sua borsa perché ha una mano ferita. Apprenderò in un secondo momento che una di loro è la cugina della ragazza uccisa sull’autostrada per Mentone qualche settimana prima. Non parlano francese né inglese. Prendiamo del tempo per arrivare alla mia macchina distante solo un centinaio di metri perché una cammina a fatica. Ne approfitto per chiedere da quale paese vengono. Eritrea. Una volta in macchina, mi rendo conto che non hanno mai usato una cintura di sicurezza. Mi sento in imbarazzo di avvicinarmi a loro per sistemargli la cintura perché sento che hanno paura. Non hanno paura di me ma nei loro occhi leggo che non danno nulla per scontato. Non bisogna essere un genio per capire che lungo un tragitto di 6000 km che hanno compiuto per venire fino a qui loro hanno visto la morte da vicino e un corteo di orrori che non oso nemmeno immaginare. Metto in moto la vettura con le ragazze di cui mi voglio prendere cura e che devo portare a buon fine. Spengo la radio, la situazione è già abbastanza irreale.

Non arriveremo mai a Nizza. Al pedaggio autostradale di Turbie i poliziotti ci fermano e ci portano negli uffici della Polizia di frontiera. Mi hanno separato dalle ragazze eritree. Non è chiaro cosa abbiano fatto per loro ma non credo che se ne siano curati. Saranno state rimandate indietro nel sud d’Italia come si fa spesso. I poliziotti mi hanno detto che almeno una di loro era minorenne. Non sono riuscito a proteggerle.

Dopo 36 ore di detenzione, sono stato liberato sotto cauzione. La mia vettura è stata sequestrata così come il mio cellulare; non ho il diritto di lasciare Nizza tranne che per portare i miei figli a scuola ma non esiste un servizio comune a meno di svegliarli alle 5,30 del mattino. Il mio processo viene rinviato, alla stessa data di quello di Cédric Herrou, membro di una associazione umanitaria che presta soccorso alle persone in pericolo nella Valle della Roya anche lui perseguito per aver aiutato degli stranieri.

Il giorno dopo la mia liberazione, mentre per caso mi trovo a soccorrere un ferito per un incidente di strada che sanguinava sotto casa, un “giovane migrante” muore travolto da una vettura sull’autostrada per Mentone che l’ha scaraventato oltre il parapetto del viadotto cadendo per decine di metri nel vuoto. Venuto dall’altro capo del mondo, si è perso sull’autostrada ed è morto a 20 km da casa mia.

Il mio gesto non è né politico, né militante, è semplicemente umano, e qualunque abitante di questa regione avrebbe potuto fare quello che doveva per l’onore della nostra patria, per la nostra dignità di uomini liberi, per i nostri valori, le nostre fedi; per amore o per compassione non dobbiamo lasciar morire delle persone davanti alle nostre porte. La storia e l’attualità ci mostrano a sufficienza che ogni discriminazione porta a orrori più grandi e, perché la storia non si ripeta, dobbiamo dare valore alla solidarietà e educare i nostri figli con l’esempio.

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