Profughi: barriera in Niger, tra guerra e terrorismo

di Emilio Drudi

Nei piani di Bruxelles è il Niger il caposaldo del nuovo sistema da attuare a sud del Sahara per bloccare il flusso dei profughi verso l’Europa. Nel programma sono inseriti anche altri Stati. Nel giugno scorso, i commissari per la politica estera, Federica Mogherini, e per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ne hanno elencati altri sei: Etiopia, Mali, Nigeria, Senegal, Tunisia e Libia. La chiave di volta, però, è il Niger, che quest’anno – come ha riferito il quotidiano spagnolo El Pais, citando come fonte l’ambasciatore Ue nel paese, Raul Mateus – è stato il maggiore beneficiario degli aiuti europei per abitante (per un totale di centinaia di milioni di euro) e che, facendosi forte evidentemente del ruolo che gli viene assegnato, ha già richiesto nuovi consistenti finanziamenti, più di un miliardo, per la “lotta all’immigrazione clandestina”.
Il motivo della scelta sta nei “numeri”: l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim) ha stimato che nel 2016 sono transitati dal Niger circa il novanta per cento dei migranti arrivati in Libia per cercare poi un imbarco verso l’Italia. E, sulla base di quanto emerge dai rapporti di varie organizzazioni umanitarie, da inchieste giornalistiche e da fonti di polizia, ce ne sarebbero a migliaia in attesa di mettersi in marcia da Agadez, la base di partenza principale delle “piste del contrabbando” che attraverso il deserto portano in Libia o in Algeria. L’idea, allora, sarebbe quella di “gestire” questi flussi in continua crescita facendo del Niger una sorta di hub di concentrazione, identificazione e smistamento dei migranti, con il supporto di campi attrezzati, magari sotto l’egida dell’Unhcr e dell’Oim, dove i profughi potrebbero eventualmente presentare domanda d’asilo e aspettare poi l’esito dell’esame, oppure soggiornare in attesa di riuscire a stabilizzarsi nello stesso Niger o in qualcuno degli Stati vicini, tanto più che, secondo i dati della Banca Mondiale, oltre il 75 per cento dei migranti subsahariani non puntano verso l’Europa ma preferiscono restare in Africa. Per molti versi, dunque, un grande hub che farebbe da “barriera selettiva”. E il Niger, rileva El Pais, diventerebbe così “il nuovo confine della ogni giorno meno salda Fortezza Europa”.
Non è una “novità”. E’ un piano analogo a quello varato nel 2009 con Gheddafi in Libia e a quello concordato con Erdogan per la Turchia nel 2015: al governo di Niamey viene assegnato il ruolo di “gendarme e pagamento” della frontiera europea “esternalizzata”, così come è stato fatto prima con Tripoli e Ankara. Si tratterebbe, in sostanza, dell’ultimo capitolo del programma iniziato con il Processo di Rabat (2006), proseguito con il Processo di Khartoum (novembre 2014), poi con i trattati di Malta, firmati a La Valletta nel novembre 2015 e completato con il Migration Compact proposto a Bruxelles dall’Italia all’inizio del 2016 e che, a quanto pare, Renzi vorrebbe rilanciare “in grande” nel prossimo G-7. L’ultimo capitolo, cioè, di quel “soldi in cambio di uomini” che è alla base anche degli accordi bilaterali che l’Italia ha intanto sottoscritto o sta per sottoscrivere con il Gambia, il Sudan, la Libia, la Nigeria, il Senegal, lo stesso Niger, senza sottilizzare troppo sulle “figure” dei contraenti, tra i quali dittatori come Al Bashir, inseguito da un ordine di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, o Yahya Jammeh, che sta facendo del Gambia una prigione ed è stato di nuovo messo sotto accusa dall’Onu per la carcerazione del leader e di decine di altri rappresentanti delle forze di opposizione.

 

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Bruxelles e Roma contestano il sospetto che i fondi stanziati servano, in concreto, a pagare il “lavoro sporco” di fermare i profughi in Africa, impedendo loro anche di raggiungere la sponda del Mediterraneo e riprendendosi indietro quelli espulsi dall’Europa. Insistono che si tratta di finanziamenti per lo sviluppo: aiuti, cioè, rivolti a migliorare le condizioni di vita, l’economia e la sicurezza nei paesi d’origine, di transito e di prima sosta dei migranti, in modo da combattere alla radice le ragioni del fenomeno migratorio. Ma sono gli stessi partner con cui hanno scelto di trattare a rendere poco credibili l’Unione Europea e l’Italia e i loro argomenti. “Io sono scappato dal Gambia subito dopo l’arresto di mio padre: tutti dicevano che subito dopo sarebbe toccato a me finire in carcere. Ora scopro, però, che l’Italia fa accordi con il dittatore che mi ha costretto a fuggire: non riesco a capire”, ha dichiarato Adam, un ragazzo poco più che ventenne. Lo stesso vale per il Sudan. Per non dire dell’Eritrea, dove stanno affluendo finanziamenti contestatissimi dalla diaspora: “Bruxelles dice che quei fondi servono a migliorare il livello di vita della popolazione. In realtà rafforzano il regime e così i profughi, anziché diminuire, aumenteranno: correranno rischi maggiori per fuggire, ma aumenteranno”, protesta Abraham, da anni esule a Bologna. Sulla stessa linea è Ahmed, un giovane arrivato dal Niger: “Se l’Europa vuole creare posti di lavoro per contenere l’immigrazione non deve dare soldi al governo di Niamey: quei fondi servirebbero solo ad alimentare la già enorme corruzione che c’è”.
Potrebbero sembrare solo proteste dettate dalla disperazione, ma quanto tutto il programma desti grossi interrogativi di credibilità emerge anche dal fatto stesso che il Niger, la chiave di volta del sistema, attraversa uno stato di instabilità e insicurezza senza precedenti, al punto che nel giugno scorso – proprio mentre cioè Bruxelles metteva a punto il suo piano – l’Onu, in seguito a un ennesimo attacco in forze dei guerriglieri fondamentalisti di Boko Haram, collegati all’Isis, lo ha catalogato in “emergenza umanitaria”, con decine di migliaia di sfollati e profughi in fuga dal sud, privi di tutto, spesso persino di acqua da bere, ed esposti a mille rischi, incluse nuove rappresaglie e razzie dei miliziani che ne avevano distrutto case e villaggi. Solo nella regione di Diffa, la più colpita, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari ha calcolato che oltre 76 mila persone, nell’arco di appena una settimana, tra il 6 e l’11 giugno, erano state costrette ad abbandonare le città di Yebi, Bosso e Toumor. In aggiunta ai 241 mila sfollati registrati in precedenza.
Da allora la situazione non è cambiata. Semmai è peggiorata, perché sono sempre più frequenti gli attentati terroristici e le incursioni jihadiste anche dalla frontiera con il Mali, nel nord-ovest. Uno degli episodi più gravi si è registrato all’inizio di ottobre, quando è stato preso d’assalto il centro per rifugiati maliani di Tazalit, a circa 180 chilometri dalla linea di confine. E’ stata una vera e propria azione di commando, condotta da oltre 40 miliziani ben addestrati, che conoscevano perfettamente l’organizzazione del campo e che hanno agito a colpo sicuro, uccidendo 22 dei militari di guardia: dei soldati dell’intera guarnigione, a quanto pare, se ne sarebbero salvati soltanto tre. L’intero complesso è rimasto per ore in balia dei terroristi, che poi si sono allontanati in direzione della frontiera, dopo aver razziato armi, munizioni, viveri e tre veicoli fuoristrada, inclusa un’ambulanza. In precedenza, in un attacco simile, anche se meno clamoroso, messo a segno nel mese di settembre, due civili erano stati uccisi e numerosi altri feriti, nel centro di accoglienza dell’Unhcr di Tabareybarey, vicino al confine con il Mali.
Entrambe le azioni sono state attribuite ad Al Qaeda nel Maghreb (Aqim), uno dei gruppi terroristici più forti nel Mali, i cui leader si stanno almeno in parte avvicinando all’Isis. E che non si sia trattato di episodi casuali o isolati ma probabilmente dell’inizio di una escalation di terrorismo nel Niger lo dimostra il fatto che di lì a pochi giorni, all’inizio di novembre, un altro grosso attacco ha preso di mira il presidio militare di Banibangou, una città situata nei pressi della frontiera, uccidendo 5 soldati. Anche in questo caso i servizi di sicurezza sono stati presi totalmente di sorpresa: la linea di frontiera è pressoché indifesa e i miliziani di Aqim hanno agito senza trovare ostacoli e, anzi, probabilmente con il sostegno delle bande di Ansar Dine. Né è pensabile che interventi più efficaci di controllo possano essere adottati in Mali, in preda dal 2012 al caos della guerra civile esplosa con la rivolta tuareg nelle regioni del nord e mai conclusa, nonostante l’intervento del corpo di spedizione francese nel 2013 e la pace firmata ad Algeri nel 2015.
D’altra parte non c’è da stupirsi che il Niger si trovi al centro di questa che ha tutta l’aria di essere un’offensiva di lunga durata. Semmai c’è da prevedere che gli assalti verranno intensificati, come ha fatto notare in una serie di servizi il quotidiano Liberte Algerie. Boko Haram dalla Nigeria e i vari gruppi jihadisti dal Mali, infatti, hanno tutto l’interesse, per destabilizzare l’intera regione, a portare la loro guerra anche direttamente in Niger, dove ci sono basi militari americane e francesi e sta per essere aperta una base aerea tedesca, con il compito di appoggiare i reparti inviati da Berlino nel contesto della missione Onu (Minusma) nelle province maliane settentrionali.
Bruxelles come le varie cancellerie europee non possono non essere al corrente di tutto questo e dei rischi che si profilano. Eppure il programma di fare del Niger il cardine del sistema di controllo dell’immigrazione sta andando avanti. Con la prospettiva che i campi per rifugiati e migranti bloccati alle soglie del Sahara finiscano per trovarsi al centro di una regione sconvolta da guerra e terrorismo. C’è da chiedersi con quale criterio si faccia una scelta del genere. A meno che il principio guida non sia quello di fermare comunque i profughi, molto prima che riescano a raggiungere le sponde del Mediterraneo: a qualsiasi costo e a prescindere dal destino che li attende.

Tratto da Diritti e Frontiere

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