Memorandum Italia-Libia. Verso il rinnovo: perché e come dire “no”

di Emilio Drudi e Arturo Salerni

Più di 1.300. Per l’esattezza, 1.328. Sono i migranti morti o dispersi dal primo gennaio 2022 nel Mediterraneo centrale, tentando di arrivare in Italia. Il 41,8 per cento delle 3.177 vittime registrate in totale dall’inizio dell’anno su tutte le vie di fuga verso l’Europa. Più di 1.300 vite spezzate dalla politica di chiusura e respingimento adottata progressivamente dall’Italia e dalla Ue negli ultimi vent’anni. Quella politica di esternalizzazione delle frontiere della “Fortezza Europa” perseguita attraverso una serie di accordi con stati terzi – Processo di Rabat (2006), Processo di Khartoum (2014), Vertice di Malta (2016), accordo Ue-Turchia (2016) – e che ha uno dei cardini operativi nel memorandum Italia-Libia.

Firmato a Roma nel febbraio 2017 con il governo Gentiloni, auspice il ministro dell’interno Marco Minniti, questo memorandum è stato rinnovato senza cambiarne neanche una virgola dal secondo governo Conte nel 2020 ed ora ci si appresta al nuovo rinnovo, sempre senza porsi il minimo interrogativo: né, prima, da parte del governo Draghi, rimasto in carico sino a metà ottobre, né da parte del nuovo esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Non conta nulla che lo Stato “contraente” sia un paese dominato da milizie criminali come la Libia. Non conta nulla, ad esempio, che ai vertici della Guardia Costiera libica, che dà la caccia in mare ai migranti, ci sia un personaggio come Abd Al Rahman, conosciuto come Bija, indicato dall’Onu e dall’Interpol come uno dei massimi trafficanti di uomini, petrolio e armi, ricercato a livello internazionale, arrestato nell’ottobre 2020 ma scarcerato nell’aprile del 2021 dal governo di Tripoli, che lo ha poi messo a capo dell’accademia dei guardacoste e premiato di nuovo proprio in questi giorni con una sorta di encomio d’onore. 

Quello che conta è impedire ai profughi/migranti di arrivare in Europa delegando alla Libia il “lavoro sporco” di fermarli a terra, in Africa, e di raggiungere e bloccare in mare quelli che riescono a imbarcarsi, sbarrando così la rotta del Mediterraneo centrale. “Lavoro sporco” da attuare ad ogni costo e per il quale l’Italia fornisce gli strumenti operativi alla Guardia Costiera, alla marina e alla polizia del governo di Tripoli: navi e motovedette (altre 14 unità, per un valore di 6,65 milioni di euro, sono state assegnate in questi giorni), strumentazione e assistenza tecnica, automezzi, addestramento per la guardia costiera, finanziamenti

Rientra in questo contesto, in particolare, la finzione della enorme zona Sar che Tripoli si è attribuita nel giugno 2018. La Libia non ha in realtà alcun requisito – né tecnico, né operativo, né politico – per gestire una zona di ricerca e soccorso in mare. In particolare emergono due fattori:

1 – A oltre 4 anni dalla istituzione, non risulta che Tripoli abbia una centrale Mrcc per coordinare, organizzare e attuare interventi di soccorso in mare.

2 – La Libia non può in alcun modo essere considerata, nella sua totalità, un porto/posto sicuro (place of safety) dove sbarcare i profughi.

Eppure nessuno ha fiatato contro l’iniziativa di Tripoli. Perché? Perché la zona Sar libica è l’alibi che ci si è inventati per non intervenire, asserendo che “la “competenza è di altri”. Nascosta dietro questo alibi, l’Italia (così come l’Unione Europea) ignora totalmente il punto 2 e, quanto al punto 1, è proprio l’Italia a svolgere di fatto le funzioni della centrale Mrcc, che la Libia non ha mai avuto, attraverso le navi della Marina Militare che si alternano nella rada di Tripoli e con il supporto anche di Frontex, l’agenzia europea per la “sicurezza” dei confini.

In definitiva, cioè, sono l’Italia e Frontex a dare disposizioni e indicazioni alla Guardia Costiera libica per intercettare in mare le barche dei profughi/migranti, in modo da bloccarle e riportare indietro le persone a bordo. Non sembrano esserci dubbi, infatti, che le missioni delle motovedette libiche non sono finalizzate a operazioni di salvataggio, ma ad attuare respingimenti forzati di massa in mare, a prescindere dalle conseguenze che questo modus operandi comporta. Molti dei naufragi o comunque dei mancati soccorsi registrati dal giugno 2018 a oggi sono maturati appunto in questo contesto. Spesso con numerose vittime. Due esempi per tutti: la strage di Pasquetta dell’aprile 2020 e, esattamente un anno dopo, nell’aprile 2021, la strage di Garabulli.

Per di più, ammesso anche che si voglia accettare la finzione che si tratterebbe comunque di “interventi di soccorso e salvataggio”, resta il nodo fondamentale e imprescindibile che i naufraghi non possono essere riportati in Libia, ovvero proprio nel paese da cui sono fuggiti e che non è unanimemente considerato un “posto sicuro”.

Aspetti giuridico-legali

Tutto questo fa emergere almeno due aspetti di rilevanza giuridico-legale

1 – L’esecuzione dei respingimenti in sé

2 – Le conseguenze per le persone respinte

Respingimenti. Ogni respingimento forzato e per di più eseguito indiscriminatamente e in forma massiva, sia in mare sia a terra, che impedisca anche a una sola persona di presentare una richiesta di asilo, è una violazione evidente del diritto internazionale e degli stessi diritti fondamentali dell’uomo. E’ una scelta, cioè, che implica di per sé un contrasto con leggi e convenzioni internazionali quali la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati, la Convenzione Ue sui diritti umani. Anzi, nel caso specifico dell’Italia, la stessa Costituzione Repubblicana in relazione al comma 3 dell’articolo 10. Violazioni tanto più gravi quando, come accade in molti casi, colpiscono persone fragili che di per sé, per la loro stessa condizione, hanno il diritto di essere accolte: bambini e ragazzi minorenni, malati, feriti, donne in gravidanza, perseguitati politici, persone che hanno già ottenuto dall’Unhcr il riconoscimento dello status di richiedente asilo o rifugiato, ecc.

Poco importa se questi respingimenti indiscriminati, che impediscono a priori di presentare richiesta di asilo, vengano operati direttamente o siano delegati a una entità terza, come appunto la Libia. Tripoli infatti, è bene ribadirlo, svolge il “lavoro sporco” dei blocchi e dei respingimenti a terra o in mare su incarico e indicazioni specifiche e, per di più, con i mezzi forniti dall’Italia e dalla Unione Europea.

La sorte delle persone respinte. “La detenzione dei migranti in Libia è un oltraggio all’umanità”. E’ la pesante accusa mossa nel novembre 2017, dieci mesi dopo la firma del memorandum Italia-Libia, da Zeid Ra’ad al Hussein, alto commissario Onu peri diritti umani. Si faceva riferimento in particolare alla collaborazione instaurata dall’Italia e dalla Unione Europea con la Guardia Costiera di Tripoli, evidenziando senza mezzi termini che proprio il supporto italiano ed europeo alla marina libica faceva in modo che migliaia di migranti “fossero detenuti in condizioni orribili in Libia”.

Ecco il punto, direttamente collegato al fatto che la Libia non può in alcun modo essere considerata un posto sicuro dove bloccare i migranti o addirittura riportare quelli fermati in mare. Non a caso da anni si parla diffusamente di “inferno libico”, come hanno evidenziato non solo i rapporti delle principali Ong internazionali e numerose inchieste giornalistiche, ma relazioni ufficiali di istituzioni quali la Commissione Onu peri diritti umani, la missione Onu in Libia, l’Unhcr e la stessa magistratura italiana attraverso sentenze estremamente indicative in processi condotti ad esempio a Milano, Palermo, Agrigento. Un inferno che riguarda non solo i lager dove i profughi/migranti vengono rinchiusi subito dopo lo sbarco e nei quali violenze di ogni genere, torture e morte sono pratica usuale, ma addirittura la quotidianità al di fuori dei cosiddetti centri di accoglienza: le condizioni di vita generali, le minacce, i ricatti, i maltrattamenti, i soprusi continui che profughi e migranti devono subire, specie se provengono da paesi subsahariani, evidenziando un radicato pregiudizio razzista. Basti citare, a questo proposito, il recentissimo caso di almeno 15 migranti massacrati al momento dell’imbarco, non è chiaro se in un conflitto a fuoco tra bande rivali di trafficanti o come “punizione” per aver cercato di fuggire al di fuori dei canali gestiti dai mercanti di esseri umani.

Tutto questo è più che noto. Nessuno può dire di non sapere che ognuno dei profughi riconsegnati alla Libia attraverso accordi come il memorandum del febbraio 2017 viene precipitato in questo inferno e nella quasi totalità dei casi se ne perdono le tracce: una sorta di condanna a morte o in ogni caso a sofferenze indicibili. Meno che mai possono  dire di ignorare questa pesantissima realtà il governo e le istituzioni italiane o l’Unione Europea.

E adesso che fare?

Per ogni vittima – per le uccisioni o comunque le morti nei lager, per le torture, i maltrattamenti, i ricatti, la riduzione in schiavitù, gli stupri e ogni altra forma di violenza, per tutto quanto devono subire i migranti intercettati in mare e riportati in Libia (dentro o fuori dai cosiddetti centri di accoglienza) – si profila allora quanto meno una complicità evidente o addirittura una responsabilità diretta dell’Italia come “mandante”. Per molti versi, si tratta dello stesso criterio che ha portato a condannare (sia di fronte a corti di giustizia che di fronte alla storia) i collaborazionisti italiani o europei che hanno consegnato gli ebrei alla polizia nazista, ben sapendo quale ne sarebbe stata la sorte. Anzi, per certi versi ora è anche più grave, perché oggi si sa dei lager libici molto di più di quanto si sapesse allora dei lager nazisti. E’ un quadro terribile dal quale, nel suo insieme e attraverso sempre più numerosi singoli casi, emerge come si stia commettendo un crimine di lesa umanità.

Il termine ultimo per bloccare il memorandum scade il 2 novembre. Dopo quella data l’accordo verrà rinnovato automaticamente nel febbraio 2023 e resterà in vigore per altri tre anni, esattamente negli stessi termini del 2017. Tre anni nei quali continueranno a ripetersi  e a moltiplicarsi gli orrori dell’inferno libico, in mare e a terra.

C’è da chiedersi come opporsi a tutto questo, abbattendo il muro di complicità e indifferenza che ha guidato le scelte della politica italiana ed europea. In un ripensamento “politico” non sembra ci sia granché da sperare. Quanto meno “distratto” è anche il sistema dell’informazione, che in genere si limita al massimo a riferire di qualche episodio particolare, ma ha da tempo oscurato la questione più generale ed essenziale della politica migratoria, facendo mancare all’opinione pubblica, alla gente, gli strumenti per capire, giudicare, porre interrogativi, scegliere. Forse, allora, può essere importante riuscire ad impostare una decisa azione giuridico-legale che, chiamando in causa i responsabili e gli esecutori a vario titolo di queste politiche, sollevi di fronte alle corti di giustizia internazionali e italiane, quanti più casi possibile, in modo che, partendo dai respingimenti indiscriminati di massa in mare e dalle conseguenze che questi comportano sulle persone, si possa evidenziare come il memorandum Italia-Libia ma, più in generale, tutti gli interventi di “chiusura” adottati sin dall’inizio degli anni Duemila contro i migranti, comportino una evidente, costante violazione del diritto internazionale e si risolvano, in definitiva, in un pesante, pericoloso vulnus per i principi fondamentali del sistema democratico sancito dalla Costituzione Repubblicana e che è alla base dell’idea stessa di Europa.

Proprio per questo, per questa grave ferita ai valori del nostro “stare insieme”, la tragedia dei profughi riguarda direttamente ciascuno di noi.

Nella foto: il centro detenzione di Tarek al Sika

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