Profughi: tutti “alzano muri”, a cominciare dall’Italia

di Emilio Drudi

“L’Europa deve cambiare l’approccio nella lotta allo spreco alimentare come sull’immigrazione. In Ue prevalgono gli egoismi nazionali, ma l’Europa è nata per abbattere muri, non alzarli. Per questo proporrò che quel barcone recuperato nel 2016 sia messo davanti alla sede delle istituzioni europee: mi piacerebbe che lì davanti ci fosse quel relitto che ci ricorda come combattere l’egoismo”: lo ha detto Matteo Renzi intervenendo a Roma alla Giornata Mondiale dell’Alimentazione indetta dalla Fao. Il barcone è quello della più grave tragedia registrata nel Mediterraneo: il naufragio che nella notte tra il 18 e il 19 aprile del 2015, poco prima dell’alba, è costato la vita a circa 800 profughi, in mezzo al Canale di Sicilia.
Messa così, questa dichiarazione suona come un pesante j’accuse contro l’Unione Europea. Ma ha davvero le carte in regola e la coscienza pulita l’Italia per muovere accuse sulla politica per l’immigrazione? Forse è il caso di riflettere, cominciando proprio da quel naufragio, avvenuto pochi mesi dopo l’abolizione di Mare Nostrum, l’operazione di intercettazione e salvataggio affidata dal governo Letta alla Marina Militare italiana a partire dal primo novembre 2013, sulla scia dell’emozione suscitata dalla strage del 3 ottobre a Lampedusa, e chiusa esattamente un anno dopo, il primo novembre 2014, dal governo Renzi. Una “chiusura” giustificata con motivazioni di bilancio (meno di 10 milioni al mese di spesa) ma che, come era ampiamente prevedibile, ha moltiplicato le vittime nel Mediterraneo.
Le circostanze del naufragio sono ormai note: il battello si è scontrato con la prima nave giunta per i soccorsi, la portacontainer portoghese King Jacob e, in seguito all’urto, si è ribaltato, colando a picco in pochi minuti e trascinando sul fondo tutto il suo carico di vite umane1. Nei giorni successivi numerose Ong e alcuni media, analizzando le varie fasi della strage costata la vita a quasi 800 tra bambini, donne e uomini, non hanno mancato di rilevare che Mare Nostrum, con le sue unità dislocate al limite delle acque territoriali libiche, probabilmente “li avrebbe salvati”. Il punto messo in discussione è il sistema di soccorso previsto dal programma Triton, gestito dall’agenzia Frontex, che ha sostituito Mare Nostrum. Dovendo partire dalle acque territoriali europee, a centinaia di miglia di distanza, i mezzi di Triton ci avrebbero messo troppo tempo ad arrivare e allora, come è prassi, sono state mobilitate, per le ricerche e il salvataggio, le unità commerciali private più vicine, tra cui, appunto, la King Jacob, certamente non attrezzata per questo genere di interventi. “Secondo la Procura di Catania – ha scritto Francesco Anfossi su Avvenire – il naufragio sarebbe dovuto a due cause: lo spostamento dei migranti sull’imbarcazione, che era sovraffollata, e l’errata manovra dello scafista, che l’ha portata a collidere con la King Jacob. Gli operatori di Mare Nostrum sono abituati a questo tipo di abbordaggio. Il protocollo è quello di avvicinarsi prima con i gommoni e avvertire con i megafoni gli occupanti del barcone di non muoversi. Alcuni salgono a bordo per guidare le operazioni. Solo dopo questi ed altri accorgimenti si procede al trasbordo”. Ecco: “con questi e altri accorgimenti” ci sarebbero state buone probabilità di evitare la tragedia.
Queste denunce giornalistiche non hanno avuto molta eco. Né tanto meno ne hanno avuta quelle delle Ong e delle associazioni umanitarie che, dando seguito alle preoccupazioni espresse anche dall’Unhcr, avevano segnalato che con l’abolizione di Mare Nostrum sarebbero quasi certamente aumentati i morti nel Mediterraneo. Questa presa di posizione è stata però raccolta, analizzata, approfondita e, infine, confermata da una accurata inchiesta condotta dal dipartimento di Oceanografia Forense dell’Università di Londra, in collaborazione con Watch the Med e il supporto del progetto “Precarious Trajectories”, diretto dal dottor Sion Parker, del dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di York. Sono stati presi in esame diversi naufragi e, in particolare, proprio quello del 18 aprile 2015 e quello avvenuto appena una settimana prima, il 12 aprile, non lontano da una piattaforma petrolifera dell’Eni, con 400 vittime. La conclusione del rapporto – intitolato non a caso “Gli effetti letali della politica di non assistenza della Ue – è, in estrema sintesi, che “decidendo di tagliare le operazioni di ricerca e di soccorso in mare (Sar), i responsabili della politica dell’Unione Europea, le agenzie e gli Stati membri – in primo luogo l’Italia – hanno creato le condizioni per la perdita in massa di vite umane nel Mediterraneo, incluse le oltre 1.200 persone scomparse tra il 12 e il 18 aprile”.
Dieci giorni dopo la strage, il 29 aprile 2015, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, ha ammesso che “è stato un grave errore interrompere Mare Nostrum”. Il rapporto dell’Università di Londra non manca di sottolineare che l’abolizione di Mare Nostrum non può essere definita semplicemente un errore: “E’ stata – si contesta – una decisione presa dal Governo italiano alla quale la politica europea ha dato una risposta tragicamente inadeguata”.
Le responsabilità dell’Europa e dell’Italia appaiono anche maggiori se si tiene conto dei numerosi, eloquenti “segnali d’allarme” – segnali fatti di decine, centinaia di vittime – arrivati già nei primi mesi del 2015, dopo che, il 31 dicembre 2014, anche le ultime navi della Marina italiana hanno cessato di operare in base alle regole d’ingaggio di Mare Nostrum. Terribile, in particolare, nel mese di febbraio, il caso dei profughi morti di freddo, nel Canale di Sicilia. E’ accaduto la notte tra l’8 e il 9, un centina di miglia a sud di Lampedusa. Una notte di tempesta, con onde alte fino a nove metri, che rendevano ingovernabile il gommone su cui decine di migranti erano stati costretti a imbarcarsi dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, sulla spiaggia di Garabouli. Allertate dalla centrale di soccorso della Guardia Costiera, che aveva captato la richiesta d’aiuto, da Lampedusa sono partite due motovedette e sul posto sono stati dirottati due mercantili. Quando, verso le 22, il gommone è stato raggiunto, 7 migranti erano già morti per il freddo. Anche tutti gli altri, presi a bordo, erano allo stremo per ipotermia. Le motovedette hanno cercato di rientrare il più velocemente possibile ma, all’arrivo in porto, 22 dei più gravi erano ormai morti, nonostante i tentativi dell’equipaggio di proteggerli con coperte termiche e qualche indumento asciutto. Le vittime sono così salite a 29. Ventinove morti di freddo perché i soccorsi sono dovuti partire da cento miglia di distanza, in una notte di tempesta. Ma era solo l’inizio di una tragedia molto più vasta. Il giorno dopo, i mercantili dirottati verso le acque libiche per i soccorsi, hanno scoperto che altri tre gommoni erano stati costretti a salpare da Garabouli nonostante la forte burrasca. Ciascuno con almeno un centinaio di migranti a bordo: di questi 300 disperati soltanto 9 sono sopravvissuti.
Con Mare Nostrum ancora operativo e navi pronte a intervenire alle soglie delle acque libiche, avrebbero potuto salvarsi tutti o quasi tutti? E’ difficile dirlo, tanto più in quella notte di tempesta. Resta attualissima, però, la denuncia fatta da Giusy Nicolini, la sindaco di Lampedusa, quando le 29 salme dei ragazzi morti di freddo sono state sbarcate: “I 366 morti dell’ottobre 2013 non sono serviti a niente. Le parole del Papa non sono servite a niente. Siamo tornati a prima di Mare Nostrum. E’ la realtà. Siamo tornati indietro”. Certo è che, di fronte a tutto questo, nessuno sembra essere nella condizione di lanciare accuse. Inclusa l’Italia, che ha voluto chiudere Mare Nostrum, pur sapendo benissimo che il programma Triton dell’agenzia Frontex sconvolgeva, anzi, annullava in toto, le regole d’ingaggio che, nell’arco di dodici mesi, hanno permesso di trarre in salvo decine di migliaia di persone.
Proporre di sistemare il relitto del naufragio del 18 aprile 2015 “davanti alla sede delle istituzioni europee”, allora, è certamente un annuncio di grande effetto. Ma forse sarebbe più dignitoso tacere e chiedere scusa per tutti gli errori, o peggio, commessi finora dall’Italia e dall’Europa. Anzi, se è vero che la scelta migliore per onorare la memoria dei morti è salvare i vivi, più che di mosse ad effetto c’è bisogno di un cambiamento radicale nella politica sui profughi e sui migranti: l’abolizione dei respingimenti di massa indiscriminati; l’adozione di un sistema unico di accoglienza europeo, con quote obbligatorie e con gli stessi livelli di trattamento e possibilità di inserimento sociale in tutti gli Stati Ue; canali umanitari e vie di immigrazione legali per sottrarre i rifugiati ai ricatti dei trafficanti, ponendo fine all’escalation di morte nel Mediterraneo e lungo le vie di fuga dall’Africa e dal Medio Oriente.
E’ questo l’unico modo per abbattere davvero i muri della Fortezza Europa, che soffocano il grido d’aiuto di migliaia di disperati: a cominciare dagli accordi per il blocco in Africa o il rimpatrio forzato dei rifugiati, come il Processo di Khartoum, firmato dall’intera Unione Europea ma voluto fortemente soprattutto dall’Italia; o come i recenti patti bilaterali sottoscritti da Roma con la Nigeria, il Gambia, il Sudan, la porzione di Libia che fa capo a Fajez Serrai.

Nota 1

Il naufragio del 18 aprile 2015

Il battello, un vecchio peschereccio lungo oltre 25 metri, arriva vuoto dall’Egitto per imbarcare centinaia di migranti vicino a Zuwara, sulla costa nord occidentale della Libia. Riprende il mare stracarico di disperati: quasi 800, tra cui 200 donne e una cinquantina di bambini. La maggior parte sono stipati sottocoperta, pare addirittura con i portelloni di accesso chiusi. Quando arriva a 130 chilometri dalla costa africana, a 205 da Malta e a 240 da Lampedusa, intorno alla mezzanotte in Italia, viene lanciato un Sos. L’allarme è raccolto a Roma dal Centro Nazionale di Soccorso della Guardia Costiera, che dirotta nella zona le navi più vicine. La prima ad arrivare è una portacontainer portoghese, la King Jacob. E’ il momento della sciagura: alla vista della nave, molti profughi cominciano ad agitarsi e a spostarsi su un lato, minando così l’assetto di galleggiamento, già estremamente precario, del barcone che, per di più, a causa di una manovra errata o addirittura dell’abbandono del timone da parte dello scafista, entra in collisione con la King Jacob. Subito dopo il battello dei profughi si ribalta e va a picco, trascinando in fondo al mare quasi 800 persone: i superstiti sono appena 28. Quarantotto le salme trovate in mare.
Il relitto viene recuperato dalla Marina Italiana, tra giugno e luglio 2016, a quasi 400 metri di profondità. Chiusi nella stiva vengono trovati 458 corpi senza vita; altri 169 sono individuati nei fondali circostanti. E’ verosimile che ci siano ancora dei dispersi.
Tratto da: Diritti e Frontiere

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