Migranti: dal caso Vos Triton un colpo al segreto di Stato

di Emilio Drudi

Il Ministero delle Infrastrutture (da cui dipende la Guardia Costiera) è obbligato a fornire informazioni sulle modalità, le circostanze e le decisioni adottate in occasione di interventi per situazioni di grave emergenza in cui sia coinvolta o di cui, in ogni caso, sia a conoscenza la centrale Mrcc italiana per il coordinamento dei soccorsi in mare. E’ quanto stabilisce una sentenza del Tar di Roma emessa il 21 marzo sulla trasparenza della condotta della Mrcc e, di conseguenza, della Guardia Costiera, asserendo che non ci si può appellare al segreto per “interessi superiori”, di natura militare o diplomatica o di rapporti internazionali.

Si tratta, per molti versi, di un duro colpo al “segreto di Stato”, sul quale deve prevalere il “diritto di sapere”. La trasparenza, appunto. E proprio per questo appare una sentenza destinata a “fare storia”, aprendo uno squarcio nel muro di silenziamento innalzato finora. Specie quando questi “silenzi” adottati sistematicamente hanno riguardato respingimenti di massa indiscriminati effettuati in mare verso i lager libici o, peggio, naufragi, mancati o ritardati soccorsi. E, dunque, non di rado, anche la perdita di vite umane.

A rivolgersi al Tar, attraverso l’avvocato Arturo Salerni, sono stati il Comitato Nuovi Desaparecidos e il senatore Gregorio De Falco Al centro della questione sollevata di fronte ai giudici amministrativi è la vicenda nella quale si è trovata coinvolta la nave italiana Vos Triton in seguito all’emergenza scattata nel Mediterraneo Centrale, al largo della Libia, per un barcone carico di profughi/migranti in gravi difficoltà e a rischio di naufragare.

I fatti risalgono al 14 giugno 2021. Quella mattina la centrale di soccorso della Ong Alarm Phone riceve una disperata richiesta di aiuto da parte di circa 200 persone ammassate su un vecchio peschereccio, ingovernabile per un’avaria al motore e alla deriva già da tre giorni. L’allarme viene immediatamente diramato dalla Ong a una ventina di autorità e istituzioni, precisando che, secondo le informazioni ricevute, tra i 200 a bordo ce ne sono alcuni bisognosi di urgenti cure mediche e, soprattutto, specificando le coordinate geografiche del punto in cui si trovava la barca, in acque internazionali, sulla rotta tra il porto libico di Zuwara e Lampedusa. In particolare, proprio sulla base di questa posizione, viene allertata e costantemente aggiornata con almeno sei messaggi ripetuti nel tempo, la centrale Mrcc di Roma.

La prima nave a raggiungere il punto indicato da Alarm Phone è la Vos Triton, una supply ship che opera generalmente a servizio della piattaforma petrolifera situata al largo di Zuwara. Sul posto, intanto, sta da tempo monitorando la situazione, con continui sorvoli, l’equipaggio di Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch. Appare ovvio ritenere che l’arrivo della Vos Triton preluda finalmente a  un intervento risolutivo. Secondo quanto segnalato da Seabird, invece, la nave, almeno inizialmente, si limita ad osservare a sua volta la situazione, senza mettere in atto alcun intervento di soccorso. Nulla anche quando otto dei naufraghi a bordo del barcone si gettano in acqua per cercare di raggiungerla a nuoto. Solo dopo ulteriori, insistiti sorvoli di Seabird – che sta filmando la scena – la Vos Triton inizia il recupero degli otto giovani che le stanno nuotando incontro e poi accosta il barcone, in modo da trasbordare altri naufraghi.

Sembra finita. Anziché completare le operazioni di soccorso, portando al più presto le persone tratte in salvo nel porto sicuro più vicino (che risulta Lampedusa) come previsto dal diritto internazionale del mare, però, la nave rimane pressoché immobile, fino a quando viene raggiunta da una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli la quale, presi a sua volta a bordo i naufraghi, inverte la rotta e li riporta tutti in Libia, con ogni evidenza contro la loro volontà. Quasi tutto questo operato – che configura un vero e proprio respingimento di massa in mare attraverso la consegna dei naufraghi, già tratti in salvo e al sicuro su una unità italiana, a una nave militare libica – viene filmato dai piloti di Seabird, che consegnano poi il video, come documento, alla redazione del Tg3.

Alla luce di quella che appare una violazione del diritto internazionale e, in particolare, dei diritti specifici delle 200 persone in fuga dalla Libia che erano sul barcone, il Comitato Nuovi Desaparecidos e il senatore Gregorio De Falco hanno immediatamente sollevato la questione, rivolgendosi al Corpo delle Capitanerie di Porto Guardia Costiera, al Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso in Mare e al Ministero delle Infrastrutture, chiedendo quanto meno dei chiarimenti. In particolare, sono stati posti sei quesiti. Eccoli in sintesi:

1 – Se Mrcc Italia abbia assunto il coordinamento dei soccorsi inviando sul posto mezzi italiani per le operazioni di salvataggio o se siano state mobilitate navi in transito nella zona

2  – Se da parte di Mrcc Italia sia stata interessata un’altra centrale di soccorso

3 – Nel caso fosse stata interessata o comunque fosse mobilitata un’altra centrale di soccorso, se ci si sia accertati che l’operazione di salvataggio fosse condotta nel modo più rapido ed efficace possibile nel rispetto del diritto internazionale e della Convenzione di Ginevra

4 – Nel caso si fosse ritenuto che gli interventi di soccorso spettavano alla Libia, se si sia tenuto conto che la Libia non può essere ritenuta un “luogo sicuro”

5 – Se siano stati presi contatti con la Vos Triton e se l’operato di questa nave si stato coordinato (in tutto o anche solo in parte) da Mrcc Italia

6 – Nel caso il coordinamento dell’operato della Vos Triton non sia stato assunto da Mrcc Italia, se risulti quale sia la centrale operativa intervenuta, sempre tenendo conto che riportare i naufraghi in Libia contro la loro volontà equivale a un respingimento di massa.

Alla “richiesta di accesso” basata su questi sei punti il Ministero delle Infrastrutture ha risposto verso la fine di luglio invocando il “segreto” a tutela “della salvaguardia delle relazioni internazionali” e della “programmazione, pianificazione e condotta di attività operative-esercitazioni Nato e nazionali”, tra le quali – si afferma – “rientrano talune attività di vigilanza e pattugliamento avvenute nell’area marittima interessata all’evento e che ha visto coinvolti assetti militari europei”.

Da qui, nel mese di settembre, il ricorso presentato al Tar, che ha accolto totalmente i punti uno, due e cinque e la prima parte del punto sei, quella in cui si chiede, nel caso il coordinamento dei soccorsi non sia stato svolto da Mrcc Italia, se risulta quale sia la centrale operativa intervenuta. La seconda parte – quella relativa all’eventuale respingimento effettuato in contrasto con il diritto internazionale – non è stata invece accettata dai giudici ritenendo che “non si tratta di acquisizione di dati, documenti, informazioni, bensì di valutazioni e giudizi che fuoriescono dall’ambito oggettivo dell’accesso civico”. Con la stessa motivazione non sono stati accolti i punti 3 e 4.

“Questa sentenza – ha dichiarato l’avvocato Salerni – ha almeno due aspetti molto positivi. Il primo, di carattere più generale ma forse per questo anche più importante, è che le istituzioni italiane sono obbligate a fornire informazioni finora negate sistematicamente e che raccontano quanto avviene in pratica ogni giorno nel Mediterraneo centrale, spesso appena poche miglia a sud di Lampedusa, abbattendo un tabù di silenzio incomprensibile e quanto meno pretestuoso. Il secondo punto è che finalmente si potrà fare chiarezza su come è maturato quanto è accaduto il 14 giugno 2021 poche decine di miglia a sud di Lampedusa. Quel giorno, su questo non c’è dubbio, circa 200 profughi/migranti sono stati riportati in Libia contro la loro volontà. Un evidente respingimento di massa. Di più: la consegna materiale a una nave militare libica di ben 200 persone che erano già al sicuro su una nave italiana. Ora Mrcc Roma dovrà dire quale ruolo abbia avuto in questa triste, terribile vicenda. Se sia stata l’Italia, cioè, a coordinare le operazioni e a ordinare alla Vos Triton di agire come poi ha agito. E d’altra parte, se pure dovesse emergere che tutta l’operazione sarebbe stata gestita dalla Libia (ma come, se Tripoli non ha una centrale Mrcc?), le autorità italiane non potevano non sapere, vista la montagna di terribili rapporti sulla situazione dei migranti in Libia, che una nave italiana stava consegnando a quell’inferno 200 persone. E c’è da chiedersi, allora, perché non siano intervenute. Poco importa, a questo proposito, che non siano stati accettati dal Tar i punti relativi alla questione del ‘porto sicuro’ per i naufraghi. Infine, la Vos Triton. Va da sé che occorre attendere le risposte alla nostra richiesta di accesso. Il Tar ha dato una quarantina di giorni di tempo. Già da ora, tuttavia, è difficile credere che il comportamento della Vos Triton sia frutto di decisioni ‘autonome’ del comandante. Ma chiunque abbia indicato di agire come poi si è agito, resta la responsabilità di aver consegnato 200 persone, in acque internazionali e contro la loro volontà, a una nave che le avrebbe riportate proprio all’inferno da cui erano riuscite a fuggire. E’ ovviamente fondamentale sapere chi ‘ha dato gli ordini’. Però va ricordato che in casi come questo non ci sono ordini che tengano o che possano fornire giustificazioni: lo dimostrano casi di ‘disobbedienza’ registrati in circostanze analoghe persino da parte di navi militari”.

Nella foto: La Vos Triton con accanto, sulla fiancata destra, la motovedetta libica e, su quella sinistra, il barcone dei migranti ormai quasi vuoto (foto scattata da Seabird)

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