Migranti, esposto alla Corte dell’Aia: “Indagare su Italia e Ue. Si profila un crimine di lesa umanità?”

di Emilio Drudi

In Libia, a Bany Walid e nella prigione di Sikka (Tarek al Sika: ndr), ho visto morire 26 persone: le ho contate una ad una. Tra loro anche mio nipote: non so dove sia sepolto. Le celle erano sotto terra, c’era tanta umidità, molti si sono ammalati di tubercolosi…”: è il racconto che Abde, un profugo eritreo di 39 anni, rifugiato a Milano, ha fatto di recente a Manuela D’Alessandro, giornalista dell’Agenzia Italia. Testimonianze come questa potrebbero risultare fondamentali se la Corte Penale Internazionale deciderà di aprire un’inchiesta sull’inferno libico a cui vengono sistematicamente consegnati migliaia di migranti, grazie in buona parte anche alla politica di chiusura ed esternalizzazione delle frontiere adottata dall’Italia e dall’Unione Europea e al conseguente compito di “gendarmi” del Mediterraneo anti immigrazione affidato alla guardia costiera e alla polizia di Tripoli. A prescindere dalla sorte di coloro che restano intrappolati al di là di queste frontiere.

A sollevare di fronte Alla Procura presso la Corte dell’Aia la questione dei crimini commessi, in questo contesto, contro i migranti, è un esposto presentato dal Comitato Nuovi Desaparecidos insieme al senatore Gregorio De Falco e all’avvocato Stefano Greco, esperto di diritto della navigazione e consulente di varie Ong. Inoltrato verso la fine di gennaio, questo dossier si aggiunge a quello depositato due settimane prima da un team di giuristi di UpTights (Olanda), Adala for All (Francia) e Strali (Italia). Nell’uno e nell’altro caso non ci si limita alle responsabilità delle autorità libiche. Il dossier del gruppo di giuristi europei chiama in causa anche l’Italia e Malta, ritenute complici di quella che viene definita una vera e propria “filiera della tortura”, in virtù del supporto assicurato al governo di Tripoli per intercettare in mare e riportare i migranti i quei centri di detenzione, quei lager, dove uccisioni, morte, torture, stupri e violenze di ogni genere sono la vita quotidiana. E dove – si può aggiungere – la maggior parte dei prigionieri sparisce: “Dei 32 mila deportati del 2021, è rimasta traccia solo di 12 mila, registrati in centri ufficiali, mentre i restanti 20 mila sono diventati dei fantasmi”, scrive in un servizio più che eloquente Paolo Pezzato, di Oxfam. Forse, anzi, anche più di 20 mila, perché ai 32.425 profughi/migranti bloccati in mare ne vanno aggiunti almeno altri 9.500 circa, fermati “a terra” prima di riuscire a imbarcarsi oppure  al confine meridionale e sulle piste che dal sud conducono verso la costa.

Rispetto a quello dell’equipe di Up Tights, Adala for All e Strali, il dossier del Comitato Nuovi Desaparecidos, oltre a rimarcare ovviamente la terribile realtà a cui sono condannati i profughi/migranti bloccati dalla guardia costiera libica, rileva come tutto lasci credere che il meccanismo di respingimento affidato alla Libia possa essere il frutto di un disegno preciso, voluto dalla politica italiana ed europea sull’immigrazione e maturato nel tempo. Un elemento essenziale, in questo disegno, risulterebbe la zona Sar che Tripoli si è attribuita e ha fatto registrare presso l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) nel giugno del 2018, assumendosi la responsabilità dei soccorsi nella vastissima zona del Mediterraneo centrale attraversata dalle barche dei migranti, pur non essendo in grado né di coordinare né tanto meno di organizzare alcuna operazione di ricerca e salvataggio. Il punto è, in sostanza, che questa zona Sar è una pura finzione per almeno due motivi. Il primo di natura tecnica: la Libia non ha i mezzi, le strutture e la preparazione per gestire una Sar, a cominciare dalla centrale operativa Mrcc, che è un elemento assolutamente essenziale e imprescindibile. Il secondo è che la Libia – per la situazione generale di caos in cui è precipitata dal 2011 e soprattutto proprio per la sorte riservata ai migranti, più volte denunciata dall’Onu attraverso l’Oim e l’Unhcr, oltre che da tutte le principali Ong – non può ovviamente essere considerata in alcun modo, per le persone che sono riuscite a fuggirne, quel “porto sicuro” dove sbarcare i naufraghi previsto dalla normativa internazionale.

Confermano pienamente questi rilievi numerosi profughi che, tratti in salvo da equipaggi delle Ong, hanno dichiarato concordi, in tempi e su unità diverse, che avrebbero preferito morire piuttosto che tornare in Libia. Ed è significativo che non di rado più di qualcuno, piuttosto che essere bloccato e catturato dalla guardia costiera di Tripoli, scelga di gettarsi in mare, magari per tentare di raggiungere a nuoto una nave umanitaria intravista in lontananza. E quanto al “modus operandi” della Marina di Tripoli, appaiono estremamente indicative le denunce di alcune Ong che hanno documentato come le motovedette libiche non abbiano esitato a far uso delle armi da fuoco pur di bloccare le barche dei migranti. Anche a poche decine di miglia da Lampedusa.

Ma se questa è la realtà – se cioè Tripoli non ha né la capacità né i requisiti per assumersi la responsabilità di coordinare e organizzare i soccorsi in mare – si pone l’interrogativo di chi sia in realtà a gestire l’immensa zona Sar libica. Il sospetto sollevato nell’esposto del Comitato, sulla base di una cospicua documentazione, è allora che, in questi ultimi quattro anni e mezzo abbondanti (dal giugno 2018 ad oggi), a “guidare” la flottiglia di motovedette libiche (peraltro in massima parte cedute a Tripoli da Roma) siano state in realtà l’Italia e l’Unione Europea (attraverso l’agenzia Frontex). Sembra emergere, in altri termini, un ruolo, se non decisivo, certamente importante o comunque tutt’altro che secondario, svolto dall’Italia e dall’Europa sia per i respingimenti indiscriminati di massa in mare verso la Libia (che hanno interessato migliaia di disperati a cui, rimandati nel girone dei lager, è stata negata tra l’altro ogni possibilità di presentare una richiesta di asilo), sia per i soccorsi mancati o tardivi che sono alla base di numerosissimi naufragi, con migliaia di morti e dispersi nel Mediterraneo centrale: ben 1.518 solo nel 2021 (il 42 per cento dei 3.613 registrati in totale, nell’arco dell’anno, sulle vie di fuga verso l’Europa), con un indice di mortalità di 1 ogni 44,5 migranti arrivati in Italia o a Malta, il più alto in assoluto dal 2015 in poi.

“Secondo quanto abbiamo potuto ricostruire – afferma Arturo Salerni, presidente del Comitato Nuovi Desaparecidos – la Sar libica è una finzione che ha una parvenza di realtà soltanto grazie al costante supporto italiano ed europeo e che è funzionale unicamente alla politica di chiusura e respingimento nei confronti dei migranti varata dall’Italia e dall’Unione Europea. E proprio a questa politica sembrano ricollegabili il numero crescente di morti nel Mediterraneo così come il destino terribile delle persone ricondotte nell’orrore dei centri di detenzione in Libia. In un rapporto più meno diretto di causa-effetto. Tutto ciò, a nostro avviso, ha determinato una situazione in cui può configurarsi un delitto di lesa umanità. La violazione dei diritti fondamentali di migliaia di persone, a cominciare da quello alla vita stessa. Ecco, è su questo che chiediamo di indagare alla Procura presso la Corte dell’Aia”.

Nella foto: un gruppo di giovani donne prigioniere in un centro di detenzione in Libia



In Libia, a Bany Walid e nella prigione di Sikka (Tarek al Sika: ndr), ho visto morire 26 persone: le ho contate una ad una. Tra loro anche mio nipote: non so dove sia sepolto. Le celle erano sotto terra, c’era tanta umidità, molti si sono ammalati di tubercolosi…”: è il racconto che Abde, un profugo eritreo di 39 anni, rifugiato a Milano, ha fatto di recente a Manuela D’Alessandro, giornalista dell’Agenzia Italia. Testimonianze come questa potrebbero risultare fondamentali se la Corte Penale Internazionale deciderà di aprire un’inchiesta sull’inferno libico a cui vengono sistematicamente consegnati migliaia di migranti, grazie in buona parte anche alla politica di chiusura ed esternalizzazione delle frontiere adottata dall’Italia e dall’Unione Europea e al conseguente compito di “gendarmi” del Mediterraneo anti immigrazione affidato alla guardia costiera e alla polizia di Tripoli. A prescindere dalla sorte di coloro che restano intrappolati al di là di queste frontiere.

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