Migranti, esposto all’Imo e all’Onu: a sud di Lampedusa un mare di nessuno dove si perdono i diritti umani

di Emilio Drudi

“Abbiamo ricevuto una chiamata di persone in pericolo. Dicono che la guardia costiera libica le sta inseguendo e spara contro la loro barca. Chiediamo a tutte le autorità di imporre di cessare il fuoco”. E’ il drammatico Sos lanciato da Alarm Phone la mattina del 24 novembre scorso alle centrali operative di Roma e di Malta e alle istituzioni europee. La barca assalita si trovava ampiamente all’interno della zona Sar (salvataggio e soccorso) di Malta: 34° 39’ di latitudine nord, 12 ° 37’ longitudine est. E la notizia dell’uso di armi da fuoco da parte delle motovedette libiche contro i migranti era più che credibile: lo dimostrano numerosi precedenti. Per di più, in questo caso, in acque internazionali sulle quali uno Stato europeo si è assunto la responsabilità dei soccorsi e, peraltro, molto vicine a Lampedusa. Si era di fronte a una serie incredibile di abusi. Eppure non risulta che ci siano stati interventi per bloccarli. Poco dopo quel drammatico appello Alarm Phone ha perso i contatti. Il giorno dopo si è saputo che i guardacoste libici avevano raggiunto quella barca e riportato a Tripoli tutte gli 85 migranti a bordo. Nel silenzio totale di Malta, dell’Italia, dell’Unione Europea.

E’ sulla base di episodi come questo che il Comitato Nuovi Desaparecidos ha rilanciato presso l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) il problema della zona Sar maltese, dopo averlo già sollevato nel luglio del 2020. Nell’istanza – sostenuta anche dal senatore Gregorio De Falco e dall’avvocato Stefano Greco, esperto di diritto della navigazione e consulente di varie Ong – si ribadisce che il Mediterraneo, nella vasta fascia a sud di Lampedusa, è diventato una sorta di “mare di nessuno” nel quale sempre più spesso, anche in situazioni d’emergenza estreme, vengono abbandonate a se stesse le barche cariche di migranti. E questa volta, oltre all’Imo, è stata interessata anche la Commissione Onu per i diritti umani, nella convinzione che, come conseguenza diretta della situazione assurda che si è creata, vengano palesemente e sistematicamente violati i diritti fondamentali – a cominciare da quello alla vita stessa – di migliaia di profughi/migranti costretti a imbarcarsi su mezzi di fortuna per sottrarsi a situazioni di crisi gravissime, dovute a molteplici fattori, nei paesi d’origine o di transito. Ovvero, nella convinzione che in questo mare di nessuno si siano costruite le condizioni per un delitto contro l’umanità.

I termini del problema

La zona Sar di Malta si spinge fino alle soglie della Tunisia, arrivando quasi a inglobare l’arcipelago delle Pelagie e in particolare Lampedusa, l’isola più meridionale e più vicina alle coste africane della Libia. In sostanza, una superficie di mare di circa 250 mila chilometri quadrati, che si estende per centinaia di miglia da est a ovest nel Mediterraneo centrale e si sovrappone per un largo tratto alla zona Sar italiana (istituita successivamente, nel 1994), arrivando a inglobare anche aree che distano da Lampedusa appena 25/30 miglia.

Appare evidente, in queste condizioni, la necessità, per i governi di Roma e La Valletta, di sottoscrivere una intesa operativa per la gestione delle rispettive zone Sar, con particolare riferimento alle fasce contigue. In tutto il vastissimo tratto di mare a sud delle Pelagie, infatti, accade che la competenza per l’organizzazione e il coordinamento dei soccorsi spetta a Malta ma è Lampedusa (e dunque l’Italia) il porto sicuro più vicino e la località/stato da cui è possibile predisporre e attuare gli interventi di ricerca e salvataggio nel modo più rapido ed efficace. Tuttavia, in evidente violazione delle norme stabilite dalla Convenzione Solas del 1974, l’Italia e Malta non hanno mai firmato accordi operativi di questo genere, in modo che sia chiaro, di volta in volta, come intervenire, chi deve operare, con quali mezzi, sotto quale coordinamento, ecc. Ovvero, che sia ben chiaro il modus operandi per il coordinamento, l’organizzazione, la conduzione e la responsabilità del soccorso.

La conseguenza, gravissima, è che nel Mediterraneo centrale, tra le Pelagie e la Libia, si è creata una enorme “area grigia” – un “mare di nessuno” – nella quale di fatto non intervengono né l’Italia né Malta, ciascuna scaricando sull’altra l’obbligo di farsi carico delle situazioni di emergenza e delle richieste di soccorso che – con il forte flusso di migranti in atto da anni dalle coste africane verso l’Europa, su imbarcazioni inadeguate e di per sé in stato di costante pericolo per le caratteristiche stesse del natante e per il sovraccarico – arrivano in pratica ogni giorno alle rispettive centrali Mrcc. Proprio attraverso questa “area grigia”, inclusa nella zona Sar maltese ma che ha in Lampedusa il porto sicuro più vicino, difatti, devono forzatamente transitare tutte le unità (dalle grandi navi ai gommoni dei migranti e richiedenti asilo) dirette verso l’Europa salpando dal tratto di costa che va da circa 30 chilometri a est di Tripoli fino, in direzione ovest, a Sousse in Tunisia. In sostanza, ogni barca carica di migranti entra nel “mare di nessuno” non appena, navigando verso l’Italia dalla Libia (ad esempio dalla costa di Tripoli, di Zawiya, Sabratha o Zuwara), supera i 34° e 20’ di latitudine nord. E’ il caso, ad esempio, rilevato il 24 ottobre 2021, quando è rimasta a lungo alla deriva, in grave pericolo, una barca con 68 persone che si trovava a sole 36 miglia nautiche da Lampedusa e a 120 da Malta, coordinate geografiche 34° 52’ nord e 12° 0’ est.

Una strage continua

Si tratta di un equivoco o, peggio, di uno scarico di competenze e dunque di un conflitto tra governi, che ha avuto e continua ad avere effetti gravissimi e può considerarsi la causa diretta di tragedie enormi, con centinaia di vite spezzate, ma troppo spesso dimenticate o sottaciute. Emblematico, in particolare, il naufragio dell’11 ottobre 2013, noto come la “strage dei bambini siriani”, con 268 vittime, avvenuto circa 40 miglia a sud di Lampedusa e a 110 da Malta. O, più di recente, la “strage di Pasquetta”, con 13 vittime, tra il 10 e il 15 aprile 2020, appena 25 miglia a sud di Lampedusa e circa 120 da Malta.

E’ una situazione assurda che – come dimostrano le date – si trascina da anni e che ha fatto del Mediterraneo un immenso cimitero: si parla di almeno 40 mila vittime negli ultimi venti anni. L’istanza presentata all’Imo il 7 luglio 2020 insiste molto su questo punto ma, a distanza di 16 mesi, quasi un anno e mezzo, la situazione non è cambiata. Anzi, per certi versi è anche peggiorata, perché in virtù dell’accordo sottoscritto nel giugno 2020 tra il governo maltese e quello di Tripoli, le autorità di La Valletta autorizzano ed anzi spesso chiamano esse stesse a intervenire nella propria zona Sar le motovedette libiche, le quali – come denunciato da anni, oltre che da tutte le più prestigiose Ong internazionali, soprattutto dall’Onu, attraverso l’Oim e dall’Unhcr – non effettuano operazioni di salvataggio ma di “cattura” dei profughi/migranti, riportandoli contro la loro volontà e talvolta con metodi a dir poco violenti, “nell’inferno della Libia” (inclusi assai spesso i campi di detenzione lager) da cui erano riusciti a fuggire a prezzo di mille rischi. In sostanza, operazioni di respingimento pilotate ed anzi addirittura regolamentate in base all’accordo citato, ma di fatto avallate o comunque accettate senza alcuna obiezione anche da parte dell’Italia persino quando si svolgono a poche miglia da Lampedusa e dalle sue acque territoriali. Il tutto in palese contrasto con il diritto internazionale, la Convenzione Onu sui diritti umani, la convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati, la Convenzione Ue sui diritti umani.

Alcuni episodi simbolo

Sono numerosissimi, quasi quotidiani, gli episodi che testimoniano questa drammatica realtà. Nella nuova istanza inviata sia all’Imo che alla Commissione Onu per i Diritti Umani, oltre a quello del 24 ottobre già citato, ne vengono documentati alcuni dei più significativi registrati nel 2021.

2-5 aprile 2021. Tre barche in grave pericolo vengono lasciate alla deriva per quattro giorni prima di riuscire a raggiungere da sole le acque italiane. A bordo ci sono complessivamente 270 persone. L’allarme viene lanciato dalla piattaforma di soccorso Alarm Phone intorno alle 10 del mattino del 2 aprile, quando la prima barca (100 a bordo) si trova nella posizione di 34° 42’ nord e 12° 3’ est. Seguono a breve gli Sos per la seconda (60 a bordo) situata 34° 55’ nord e 12° 21’ est, poi la terza (110 a bordo) a 34° 39’ nord e 13° 42’ est. Nessuno interviene. Nella zona sono in navigazione due navi commerciali (la Anna & Ns Challenger e la Nordic Star), ma non risulta che vengano mobilitate. Ignorate tutte le richieste di soccorso successive, nonostante dalle segnalazioni e dalle immagini trasmesse da Moonbird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, l’emergenza appaia evidente, se non altro per il sovraccarico dei tre natanti, oltre che per i problemi al motore segnalati da almeno una delle barche. I tre battelli continuano lentamente ad avanzare verso nord, fino a raggiungere le acque italiane di Lampedusa. L’ultimo ad arrivare è quello con 110 migranti. La vicenda ha una grande risonanza sulla stampa maltese. Diverse organizzazioni della società civile chiedono conto del mancato intervento al Governo. La Marina maltese replica che non risultava che le tre barche fossero in difficoltà.

16 giugno 2021. Una barca in legno proveniente dalla Libia con 86 persone lancia un Sos, segnalando che il motore è in panne e a bordo si sta diffondendo il panico. La richiesta di aiuto viene raccolta da Alarm Phone che, oltre a informare le centrali Mrcc di Malta e di Roma, alle 11,55 segnala l’emergenza sul suo sito web. Né da Malta né dall’Italia vengono organizzati soccorsi. In aiuto del natante alla deriva arriva intorno alle 17 solo il veliero Nadir, della Ong Sea Watch. Questa nave non è attrezzata per operazioni di salvataggio e recupero, ma il suo intervento si rivela provvidenziale perché poco dopo arriva sul posto una motovedetta libica, che intima al Nadir di allontanarsi. L’equipaggio della Ong respinge l’ordine e porta a bordo gli 86 migranti per impedire un respingimento di massa operato da una unità libica in acque della zona Sar maltese. Da Malta nessuna notizia, mentre continuano le intimazioni dei guardacoste libici, verosimilmente fatti intervenire da La Valletta. La situazione si sblocco solo poco prima dell’alba del 17 giugno, quando – mentre il caso sta montando sui media – arriva sul posto una motovedetta della Guardia Costiera italiana per prendere a bordo tutti i naufraghi.

31 luglio – 2 agosto 2021. Alarm Phone riceve intorno alle 19 un Sos da un barcone in legno in procinto di affondare con quasi 400 persone. Sul web della Ong la notizia viene pubblicata alle 21,50, circa due ore dopo aver informato Malta e Roma. Il battello si trova appena fuori della zona Sar maltese (34° 15’ latitudine nord e 11° 28’ longitudine est), ma la situazione di pericolo descritta è tale, con lo scafo che sta imbarcando rapidamente acqua, che da parte dell’Italia e di Malta dovrebbe comunque scattare una operazione di soccorso. Eppure nessuna “autorità” si fa carico del caso. “La guardia costiera libica e la guardia costiera tunisina – scrive la Ong alle 22,17 – si rifiutano di intervenire. Nel frattempo le autorità europee rimangono in silenzio”. I soccorsi arrivano da due navi Ong che hanno intercettato gli Sos:  la Sea Watch 3, che giunge sul posto intorno alla mezzanotte, e poi, a breve distanza di tempo, la Ocean Viking, di Sos Mediterranee. Le operazioni di salvataggio vanno avanti per tutta la notte, fino alle prime ore del mattino del primo agosto. I naufraghi vengono ripartiti tra le due navi Ong, che nelle ore successive, in rotta verso nord, portano a termine altri due interventi di soccorso (entrambi nella zona Sar maltese ma a poche decine di miglia da Lampedusa) a barche abbandonate a se stesse. La Viking verso le 18 dello stesso primo agosto, su segnalazione della Sea Watch 3, a un battello con 106 persone (tra cui un bimbo di appena 3 mesi); la Sea Watch 3 il 2 agosto a un piccolo natante con 12 persone.

13 agosto 2021. Una motovedetta di Tripoli blocca nella zona Sar maltese tre piccole barche e riporta in Libia le circa 40 persone che erano a bordo. Sembra trattarsi di un vero e proprio respingimento pilotato di massa in mare: ne è testimone diretto l’equipaggio della nave Res Q People (l’ex Alan Kurdi di Sea Eye) della Ong italiana Saving People, arrivata sul posto per i soccorsi, dopo essere stata allertata (nel silenzio totale di Mrcc Roma e Mrcc Malta) dall’aereo della Ong Pilotes Volontaires. Il comandante della Res Q People contatta subito via radio la motovedetta libica, sottolineando che si trova in area Sar maltese (34° 23’nord, 11° 50’ est), abbondantemente fuori dalle acque di sua competenza, ma in concreto non ottiene risposta. Anzi, l’unità libica si allontana velocemente, oltre tutto – contrariamente a quanto prevedono le modalità operative – abbandonando alla deriva uno dei barchini fermati, senza segnalare le coordinate e la data dell’intercettazione. Appare evidente che la presenza di quella motovedetta libica, a molte ore di navigazione da Tripoli, non era casuale: sembra dimostrare che le autorità europee e libiche sapevano di quei tre barchini in difficoltà a sud di Lampedusa, ma non hanno emanato alcuna “allerta ai naviganti” per soccorrere le persone a bordo, verosimilmente in attesa che arrivasse un guardacoste dalla Libia.

12 ottobre 2021. La mattina del 12 ottobre scatta l’allarme per un gommone con 70 migranti localizzato nella zona Sar maltese, a sud di Lampedusa (34° 25’ nord, 12° 52’ est): il natante è sovraccarico, le condizioni meteo difficili, una delle donne a bordo è in avanzato stato di gravidanza.. “C’è vento forte, con onde alte”, comunica alle 11,50 Alarm Phone, specificando di aver allertato già da tempo le autorità maltesi e italiane per chiedere “l’avvio immediato di un’operazione di soccorso”. Passano le ore, ma nessuno interviene. Mentre lo scafo comincia a imbarcare acqua, nel pomeriggio arriva la segnalazione che su quel gommone sballottato dal mare la donna incinta ha dato alla luce una bambina: “Stiamo cercando – gridano – di proteggere il neonato dall’acqua”. Ancora niente. Neanche un avviso alle navi in transito nella zona. Poi, verso le 21,30, si viene a sapere che il gommone è stato raggiunto da una motovedetta libica entrata nella zona Sar maltese: “Abbiamo appreso – scrive Alarm Phone alle 21,26 – che le 70 persone sono state intercettate dalla guardia costiera libica e riportate forzatamente in Libia…”. C’è da credere che quel guardacoste sia intervenuto su indicazione di Malta ma l’Italia, “porto sicuro” più vicino con Lampedusa, ha scelto di restare inerte.

2-3 novembre 2021. La sera del 2 novembre la centrale operativa di Alarm Phone riceve un Sos da 75 migranti in evidente condizione di pericolo su un gommone alla deriva nella zona Sar di Malta. Alle 20,30 la posizione esatta è 34° 52’ nord, 11° 52’est. In sostanza, meno di 40 miglia da Lampedusa e circa 120 da Malta. La Ong sollecita una operazione di soccorso immediata: “Le persone a bordo sono nel panico – comunica – Riferiscono di essere tra onde alte e vento forte”. L’emergenza viene ignorata sia da Malta che da Roma. Per tutta la notte. I soccorsi arrivano soltanto la mattina dopo, ma dalla nave Ong Sea Eye, che raggiunge il gommone dopo aver intercettato le richieste di aiuto di Alarm Phone. “Gli attori statali – accusa Alarm Phone – hanno rifiutato la loro responsabilità, non tenendo conto dell’allarme”.

3-4 novembre 2021. E’ uno degli episodi più gravi e drammatici. Quasi 400 persone hanno rischiato di annegare, abbandonate a se stesse nel mare in tempesta, su un vecchio barcone in legno in procinto di affondare. L’allarme scatta, con la segnalazione di Alarm Phone, nelle prime ore del mattino di mercoledì 3 novembre. Il grosso natante, salpato la sera del 2 novembre da Zuwara, 120 chilometri a ovest di Tripoli, si trova in quel momento nella posizione di 34° 28’ nord e 11° 51’ est. Lampedusa, circa 40 miglia a nord est, è il porto sicuro più vicino e quello da cui potrebbero arrivare gli aiuti nella maniera più rapida ed efficace. Malta avrebbe il dovere, trattandosi della sua zona Sar, di organizzare e coordinare le ricerche e le operazioni di salvataggio. Né Roma, né la Valletta danno seguito alle chiamate di soccorso. Le uniche a muoversi sono le navi Ong Sea Eye 4 e Rise Above. Le due unità si trovano entrambe ad almeno sei ore di navigazione dal punto dell’emergenza ma, constatando che non sono in corso interventi da parte di altri soggetti, decidono comunque di fare rotta verso il barcone in pericolo. Per prima arriva la Rise Above. Poco dopo la Sea Eye 4. Appena in tempo. E’ già buio. Il barcone sta affondando a causa di una grossa falla e numerose persone sono già in acqua. Nessuno ha il giubbotto di salvataggio: né i naufraghi in mare, né le persone ancora a bordo. L’intervento di soccorso si protrae per tutta la notte, tra difficoltà enormi e in condizioni drammatiche, perché il barcone minaccia di rovesciarsi da un momento all’altro, come documentano le foto pubblicate da Sea Eye. Sembra incredibile che i due equipaggi Ong siano riusciti a trarre in salvo tutti i quasi 400 naufraghi, inclusa una donna portata sulla Sea Eye in gravi condizioni ma rianimata grazie alle cure prestate a bordo dall’equipe medica. Appare evidente che, senza l’intervento delle due navi Ong a fronte dell’inerzia delle autorità italiane e maltesi, si sarebbe verificata una delle più gravi tragedie del Mediterraneo.

Conclusioni

Ognuno dei drammatici episodi illustrati è la conferma di quanto accade pressoché quotidianamente nel “mare di nessuno” a sud di Lampedusa. Ne emergono due dati fondamentali, gli stessi già sottolineati nell’esposto presentato all’Imo nel luglio 2020:

– Malta non ha né la volontà, né mezzi adeguati per coordinare e condurre soccorsi in mare in rapporto alla vastità della zona Sar di cui si è assunta la responsabilità

– La mancanza di qualsiasi tipo di accordi tra i governi maltese e italiano crea una costante situazione equivoca che favorisce un assurdo scarico di competenze tra l’Italia e Malta per la responsabilità e, dunque, per l’organizzazione dei soccorsi in mare, fino allo sbarco in un porto sicuro. Eppure, la già citata Convenzione Solas del 1974 evidenzia senza possibilità di dubbio come tali accordi siano inderogabili per il funzionamento reale e per il riconoscimento stesso di una zona Sar.

Si tratta di capire allora – ed è questo l’obiettivo dell’esposto – se si è ancora disposti a trincerarsi dietro il falso alibi delle “competenze altrui”. Se si è ancora disposti, cioè, a chiudere gli occhi di fronte a quella che appare senza dubbio una delle principali cause dirette della strage in atto da anni nel Mediterraneo centrale. Quella strage che si configura ogni giorno di più come un delitto di lesa umanità.

 

Nella foto. Una motovedetta libica insegue sparando una barca di migranti: nel cerchio rosso gli spruzzi provocati in acqua dai proiettili. L’assalto è stato documentato dall’aereo della Ong Sea Watch  

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