Ai confini delle Alpi è in gioco l’Europa

Migliaia di profughi bloccati a Ventimiglia, a Como, a Milano, ai valichi di frontiera, in attesa di trovare il modo di passare i confini delle Alpi per tentare di raggiungere un altro paese europeo. Centri di accoglienza sempre più affollati; tempi sempre più lunghi per le richieste di asilo in Italia o in qualche altra parte dell’Europa. Fughe continue, a centinaia, dalle strutture di ospitalità e assistenza. Il programma di ricollocamento fermo ad appena 3.500 trasferimenti contro i 160.000 promessi entro il 2017: tanto pochi che, con questo ritmo, per completare il programma ci vorranno almeno 50 anni.

E’ lo specchio del fallimento dell’Europa di fronte al problema dei profughi. “Il problema”, non l’emergenza, perché non si tratta di un evento improvviso e inatteso, ma di un fenomeno strutturale, maturato nel tempo: una catastrofe umanitaria che viene da lontano, ampiamente prevedibile anche nelle dimensioni e aggravata unicamente dalla volontà dell’Europa di affrontarla alzando barriere e gridando all’allarme invasione. Un allarme smentito dalle cifre stesse: gli arrivi di quest’anno in Italia sono ai livelli del 2015 e nell’intera Unione Europea decisamente inferiori. Dati, insomma, tutt’altro che da invasione: il record di un milione e 50 mila profughi registrati lo scorso anno equivale ad appena lo 0,2 per cento della popolazione europea. Della popolazione, cioè, del continente più ricco del mondo.
Il nodo vero, allora, sono le mura dentro le quali la Fortezza Europa continua a rinchiudersi. L’appello lanciato a Bruxelles e a Roma da don Mussie Zerai, a nome dell’agenzia Habeshia, è contro questa chiusura. Nell’interesse stesso dell’Unione Europea, oltre che dei tanti migranti forzati intrappolati al di là di queste mura. Perché ai confini delle Alpi è in gioco oggi l’idea stessa d’Europa.

 

Profughi in trappola: aprire le frontiere europee

Centinaia di profughi sono bloccati a Ventimiglia, a Como, alle soglie della frontiera delle Alpi. A Milano ne sono arrivati quasi 3.500 e continuano ad aumentare perché appena il 20 per cento riescono a proseguire il loro viaggio, rispetto all’85/90 per cento degli anni scorsi.
A Como, in particolare, secondo le ultime segnalazioni, sono intrappolati circa 500 migranti, ospitati in alloggi di fortuna o accampati alla meglio nel parco di fronte alla stazione. Quasi tutti hanno cercato più volte di entrare in Svizzera o per attraversarla verso la Germania o per chiedervi asilo, specificando di avere nel paese parenti disposti ad ospitarli ed aiutarli. Nella stragrande maggioranza dei casi, sono stati respinti, anche quando hanno potuto esibire attestazioni e documenti di familiari che, domiciliati da tempo in Svizzera, dichiarano appunto di poterli e volerli accogliere. Solo pochi, aiutati da volontari e magari dopo numerosi tentativi a vuoto, sono riusciti ad arrivare al Centro di Registrazione per presentare domanda di tutela internazionale. E’ uno stillicidio quotidiano, nel quale non sembrano esserci criteri certi nelle procedure di accettazione o respingimento, tanto da indurre il sospetto che alle guardie di confine siano stati impartiti ordini di servizio restrittivi finora non resi noti ufficialmente, con il risultato di aumentare la confusione, l’incertezza e, dunque, la sofferenza di tante persone, tra le quali vanno segnalati, oltre tutto, almeno un centinaio di minorenni.
A Ventimiglia la situazione è analoga: centinaia di migranti stanno ripetutamente tentando di arrivare a Mentone, ma vengono quasi sempre intercettati e respinti. Anche i pochissimi che riescono a filtrare sono in genere individuati in breve tempo e rimandati indietro. E il Brennero, intanto, è sempre chiuso. Si registra così spesso un riflusso verso Milano e il suo hinterland o addirittura verso Bologna e Roma.

E’ una situazione che sta esplodendo, come dimostrano i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Ventimiglia, dove purtroppo si è dovuta registrare anche la morte di un agente di polizia. Ma rischia di essere soltanto l’inizio, se si pensa a quanto accade nei centri di accoglienza in Italia: i campi sempre più affollati, i tempi d’attesa lunghissimi per chi vuole chiedere asilo in Italia o proseguire il suo itinerario verso altri paesi europei, il clima di enorme incertezza inducono sempre più spesso i migranti a fuggire, per cercare di superare la frontiera, anche sfidando il rischio di essere rimandati indietro al primo controllo e affidandosi magari alle organizzazioni di trafficanti che hanno messo radici anche in Europa.

Il punto è che l’Europa è sempre più chiusa e continua ad alzare barriere alle sue frontiere, sia quelle esterne, sia quelle interne tra i singoli Stati. In particolare appare evidente, in questo contesto, il fallimento del programma di relocation: erano stati previsti 160 mila posti entro il 2017 ma ad oggi ne sono stati attivati in concreto solo poco più di 3.500, dei quali 902 dall’Italia e il resto dalla Grecia. E’ evidente che se il progetto funzionasse, nessuno dei richiedenti asilo si esporrebbe al rischio di un viaggio in clandestinità verso l’ignoto, dove l’unica certezza sono le difficoltà e le sofferenze che si incontreranno lungo il cammino, spesso l’incomprensione o addirittura l’ostilità di molti, la prospettiva sempre più frequenti di finire nelle mani dei trafficanti, esattamente come è accaduto a tantissimi di loro in Africa, prima dello sbarco in Italia.

Emergono allora due esigenze a cui dare risposte immediate:

– Rimettere in moto il piano di relocation, chiedendo a Bruxelles e ai singoli Stati Ue di rispettare gli impegni presi, secondo il principio, più volte ribadito da vari leader europei, che “ciascuno deve fare la propria parte”.

– Attuare finalmente in Italia (che finora si è rivelata essenzialmente un paese di transito per i migranti) un sistema di accoglienza in grado di superare la situazione attuale che registra oltre 90 mila posti nelle strutture “straordinarie” (Cas e Cara) e meno di 25 mila in quelle destinate ad accompagnare i profughi in un percorso di inserimento sociale (Sprar), portando le sue capacità di “ospitalità” permanente ai livelli della media europea.
Un problema particolare ed estremamente delicato è, in questa situazione, quello dei minori non accompagnati. Ne arrivano sempre di più: risultano triplicati negli ultimi cinque anni. E sempre di più ne spariscono senza lasciare traccia. Ce ne sono tantissimi anche tra i profughi bloccati a Ventimiglia, a Como, a Milano, ai posti di frontiera: ragazzi nella stragrande maggioranza identificati allo sbarco e dunque formalmente “presi in carico” dallo Stato italiano e poi “spariti”. Appare evidente che per tutti loro occorre una attenzione particolare. E’ certamente positiva la decisione del Governo italiano di aprire entro brevissimo tempo 35 nuovi centri di accoglienza dove prendersi cura di questa speciale categoria di profughi, i più deboli e a rischio, come hanno denunciato a più riprese numerose Ong e la stessa Europol. La situazione che si è creata nelle ultime settimane, però, esige interventi immediati che coinvolgano l’intera Europa:

– Facilitare, da parte dei Governi dell’Unione, l’ingresso dei ragazzi che abbiano nel paese parenti e familiari disposti a prendersi cura di loro, a cominciare dai minori bloccati in questi giorni alle frontiere.

– Uniformare e rendere le più rapide possibile le procedure per l’affidamento a familiari presenti o negli stessi paesi di sbarco (essenzialmente Italia e Grecia) o in altri paesi di tutta l’Europa comunitaria, come prevede anche il regolamento di Dublino.

– Attivare e potenziare i servizi sociali territoriali che devono prendersi cura dei profughi minorenni non accompagnati che non risultano avere familiari in uno dei paesi europei, ospitandoli in comunità di accoglienza adeguate, senza escludere in futuro soluzioni migliori, come l’affidamento a famiglie disposte ad accoglierli o ad eventuali parenti ritrovati o arrivati nel frattempo in Europa.
Non si tratta di interventi straordinari. Si tratta solo di applicare le leggi e le regole che gli Stati Ue si sono dati. Anzi, di rispettare i valori da cui è nata l’idea stessa di Unione Europea. Dare risposte adeguate all’attuale crisi dei migranti, allora, va forse molto al di là del problema in sé: è una sfida in cui è in gioco il futuro dell’Europa.
don Mussie Zerai – presidente dell’agenzia Habeshia
Roma, agosto 2016

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