Alla deriva per mesi, un cayuco partito dalla Mauritania per le Canarie finisce ai Caraibi carico di cadaveri

di Emilio Drudi

Doveva arrivare alle Canarie. Ha invece vagato per mesi nell’Atlantico. Dall’Africa ai Caraibi. Come una nave fantasma. Piena di morti. E’ la tragica, incredibile storia – ricostruita dal quotidiano online Canariasenred – di un grosso cayuco da pesca salpato diversi mesi fa dalla Mauritania e poi svanito nel nulla. Con il suo carico di umanità disperata. Uno dei tanti battelli che si perdono in mare e dei quali ormai neppure più si parla, sepolti nel silenzio e nell’indifferenza, anche se ogni volta, con ognuno, spariscono decine di vite. Stavolta, però, la sorte ha voluto che la barca ricomparisse all’improvviso, con ancora a bordo miseri resti umani, per urlare questa ennesima, terribile strage in faccia a quanti si ostinano ad alzare “muri” e a voltarsi dall’altra parte di fronte alla tragedia delle migliaia di giovani costretti ad abbandonare la propria terra. A rischiare di morire per poter vivere.

Lo scafo robusto del cayuco, concepito per sfidare la forza e le insidie dell’Atlantico nelle battute di pesca al largo delle coste africane occidentali, è arrivato la mattina del 28 maggio in vista delle isole di Trinidad e Tobago. Era a poco più di quattro miglia da Belle Garden, uno dei centri della costa orientale di Tobago, quando è stato avvistato da alcuni pescatori che, vedendolo flottare alla deriva, senza alcun segno di vita, si sono avvicinati, intuendo che doveva essere accaduto qualcosa di grave. Il tempo di accostare ed hanno scoperto l’orrore: su quel battello misterioso c’era un groviglio di cadaveri devastati dalla decomposizione.

Impossibile intervenire o anche solo organizzare un traino fino a terra. A rimorchiare il cayuco al porto di Belle Garden ha provveduto una motovedetta della polizia. I corpi sono stati trasferiti all’obitorio dell’istituto di medicina legale. Quattordici. Tutti di uomini, quasi certamente subsahariani. Ma il conto totale delle vittime è sicuramente molto più alto. Tenendo conto che su una barca come quella vengono fatte salire in genere da circa 50 fino a 90 persone, è verosimile che ci siano almeno una trentina di dispersi. Lo conferma anche il fatto che, oltre ai 14 corpi, altri resti sono stati trovati sul fondo dello scafo.

La barca, con tutto quanto era a bordo, è stata posta sotto sequestro per le indagini. E’ apparso subito chiaro, dallo stato di conservazione, che le salme sono rimaste per mesi abbandonate all’ingiuria del sole, del mare e del tempo. Restava da chiarire da dove venisse il cayuco e cosa è accaduto dal momento in cui ha preso il mare. Il mistero è stato risolto nel giro di una settimana. La sigla dipinta sullo scafo ha rivelato che quel cayuco risulta iscritto nei registri navali della Mauritania e che il proprietario ne ha denunciato il furto diversi mesi fa. Una prova ulteriore, definitiva, che è proprio la Mauritania il paese di partenza, è poi venuta dall’esame del cellulare appartenente a una delle vittime, dotato di una sim card registrata e in uso nella rete mauritana. Tutti gli altri oggetti erano troppo rovinati per fornire elementi utili alle indagini: l’identità dei morti, ad esempio, o il loro paese d’origine. Ma la sigla navale e la sim card hanno comunque consentito di delineare un quadro generale.

Secondo quanto ha riferito il 4 giugno, in una conferenza stampa, il capo della polizia di Tobago, William Nurse, il battello era diretto verso le Canarie, seguendo una rotta difficile, lunga quasi mille chilometri, ma sempre più  battuta dai migranti subsahariani da quando la “via libica” (prima il Sahara e poi il Mediterraneo) si è quasi chiusa e contemporaneamente è diventato molto più difficile anche imbarcarsi sulla costa atlantica marocchina più vicina all’arcipelago spagnolo, a causa della capillare sorveglianza e delle retate periodiche della gendarmeria legate agli accordi anti immigrazione tra Rabat e l’Unione Europea. Durante la navigazione deve essere accaduto qualcosa: forse un guasto al motore che ha reso ingovernabile la barca, forse un errore che la ha portata fuori rotta, esaurendo le scorte di carburante. Sta di fatto – come scrive Canariasenred – che il cayuco, spostandosi verso ovest dall’Africa, deve essere finito nella corrente atlantica delle Canarie, che lo ha trascinato oltre le isole di Capo Verde. A questo punto, se fosse stato “catturato” dalla corrente nord equatoriale, “avrebbe preso il percorso diretto verso i Caraibi, finendo a nord di Trinidad e Tobago”. E’ verosimile, invece, che sia rimasto intrappolato nella controcorrente equatoriale e poi in quella equatoriale meridionale, finendo oltre le coste settentrionali del Brasile, poi del Suriname e della Guayana, dove sarebbe stato intravisto nel mese di febbraio, per poi sparire di nuovo e ricomparire verso la fine di maggio a est di Tobago. Dal punto di partenza a qui, in rotta diretta, c’è una distanza di quasi 5.100 chilometri, ma è evidente che, flottando sulla scia delle correnti, ne sono stati percorsi molti di più. In un arco di tempo calcolabile in oltre quattro mesi.

L’agonia, terribile, per le persone a bordo è iniziata nel momento stesso in cui hanno perso la rotta. La barca ingovernabile e sperduta nel nulla dell’Oceano, le riserve d’acqua e di cibo – generalmente calcolate per una settimana di navigazione dalla Mauritania – che si sono via via esaurite, l’impossibilità di chiedere aiuto. Solo mare e sole all’infinito. Il caldo del giorno e il freddo insopportabile della notte. La fame, la sete. La morte, sempre più frequente, dei più deboli, i cui corpi, come sempre accade in queste drammatiche circostanze, sono stati verosimilmente fatti scivolare in mare dai compagni. E qualcuno che, magari, ha deciso di porre fine a questa tortura abbandonandosi alle onde: anche questo accade spesso. Alla fine sono rimasti i quattordici più forti, quelli trovati ancora a bordo, ma anche per loro non poteva esserci scampo.

Il cayuco resterà ora sotto sequestro sino alla fine dell’inchiesta. I pescatori di Belle Garden hanno chiesto alle autorità locali di bruciarlo, quasi come uno scongiuro: “Ha un odore di morte”, hanno detto. La Procura e la polizia intendono invece riconsegnarlo al proprietario alla fine delle indagini. Gli accertamenti, anzi, partono proprio da lì: da quando la barca è sparita e ne è stato denunciato il furto. Per cercare di capire chi e quando l’abbia fatta partire. Se ne è stata o no segnalata la scomparsa. Chi e quanti erano con esattezza quelli che ci sono saliti, inseguendo la speranza di arrivare in Europa attraverso le Canarie.

Da ognuno dei quattordici giovani di cui è stato recuperato il corpo l’Istituto di medicina legale ha prelevato il dna, nella speranza che possa servire almeno a identificali e magari a risalire anche ai loro compagni. Perché queste vittime non restino fantasmi. Numeri. Per dare una risposta all’ansia dei loro familiari. Perché non siano desaparecidos e basta, ma di ciascuno di loro si possano conoscere il volto, la storia, i sogni.

E perché la Fortezza Europa rifletta sulle conseguenze delle sue barriere sempre più alte.

Nella foto: il cayuco nel porto di Belle Garden, a Tobago, poco dopo il recupero (da Canariasenred)

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