APPELLO AI SINDACI PER UNA RETE DI CITTA’ APERTE E SOLIDALI

Costruire una rete di “città solidali”

Tutta la politica europea e italiana sulla crisi di profughi e migranti è improntata a criteri di chiusura e respingimento, dettata da egoismo, indifferenza e paure infondate e sorda ai diritti e alle esigenze delle persone travolte da una catastrofe umanitaria senza precedenti. Contro questa scelta si sono schierati i sindaci di Barcellona, Lesbo e Lampedusa, a nome delle loro amministrazioni e di tutti i loro cittadini. E’ un esempio da seguire, costituendo in Italia una rete di “città solidali” e chiedendo che i Comuni, nel loro insieme, abbiano il diritto di contribuire a riformare radicalmente l’attuale sistema di accoglienza in Italia e in Europa. Costruendo ponti e non barriere, in nome dei fondamentali diritti dell’uomo.
Numerosi Comuni hanno già imboccato questa via negli anni passati, realizzando in via ufficiosa progetti di assistenza e accoglienza “fuori dai canoni” o comunque non in linea con le norme ufficiali. Ora si tratta di far uscire allo scoperto, ufficializzare e “sistematizzare” questa scelta. Un primo passo può essere l’adesione all’appello lanciato a tutti i sindaci italiani dal Comitato Nuovi Desaparecidos. Adesione come impegno di giunta, realizzandone le richieste fondamentali.

APPELLO AI SINDACI PER UNA RETE DI  CITTA’  APERTE E SOLIDALI

Di fronte alla barbarie del terrorismo che colpisce inermi, alla scomposta reazione dell’Europa che blinda ancor di più le frontiere, contraddicendo gli stessi principi che erano alla base del suo progetto originario, di fronte alla sofferenza di migliaia e migliaia di profughi che cercano rifugio e protezione, ci sentiamo chiamati ad agire.
Agire con determinazione per chiedere giustizia per le violazioni dei diritti e della dignità di uomini e donne, anziani e bambini, rimasti ostaggio di logiche geopolitiche e di convenienza. Merce di scambio tra paesi, numeri e cifre di una contabilità che li trasforma in voci di bilancio. L’accordo scellerato tra Unione Europea e Turchia si aggiunge ad una sequela di passi intrapresi al solo scopo di blindare le frontiere, cingere l’Europa di muri e fili spinati, violando o contraddicendo il diritto internazionale ed il diritto umanitario. Da Frontex agli accordi di riammissione, ai processi di   Rabat (2006) e di Khartoum (2014), agli accordi di Malta del novembre scorso all’obbrobrio giuridico degli hotspot. E ora il cerchio rischia di chiudersi definitivamente con il cosiddetto Migration Compact, il piano che “sistemizza” definitivamente il principio “soldi in cambio di uomini” sposato dall’Unione Europea: soldi mascherati da contributi allo sviluppo per gli Stati africani (incluse alcune delle peggiori dittature del mondo) che accettano di fare, per conto dell’Europa, il “lavoro sporco” di fermare a qualunque costo i flussi dei profughi prima ancora che arrivino alla sponda sud del Mediterraneo, nel cuore stesso dell’Africa, in modo che non possano nemmeno tentare di imbarcarsi.

Agire, dunque, per respingere e bloccare questa politica che sta moltiplicando le vittime nel Mediterraneo o nei paesi di transito e le sofferenze di milioni di disperati. Lo faremo, con i tempi di cui ci sarà bisogno per costruire un processo largo e partecipato che veda i migranti ed i rifugiati come attori principali. Continueremo a lavorare per un tribunale internazionale di opinione che dia loro strumenti e piattaforme per rivendicare la propria dignità ed i propri diritti. Indagheremo le modalità ed i canali legali esistenti. Faremo tutto questo, ma oggi non basta.

C’è chi decide di disobbedire, in nome del valore più alto della dignità umana, chi aiuta i profughi a varcare reti e frontiere, chi lo ha fatto in Austria e Germania, chi lo fa quotidianamente fornendo aiuto, supporto, ospitalità.
Accanto alla richiesta di giustizia oggi siamo chiamati a provare ad assicurare un livello di dignità e la sopravvivenza stessa di migliaia e migliaia di esseri umani.

Nel caso dei migranti  o rifugiati che transitano per le nostre città, non basta chiudere un occhio di fronte al loro passaggio o addirittura assecondarlo più o meno ufficialmente con l’allestimento di centri di accoglienza gestiti più o meno direttamente dal Comune. Serve che chi amministra una città si arroghi il diritto di contestare l’attuale normativa che regola il diritto d’asilo riducendo i “transitanti” ad una condizione di “clandestinità” e sottoponendo l’Italia ai rimproveri dell’Europa. Le città italiane, tutte “attraversate” in qualche modo da questo fenomeno, possono e devono inserire la propria voce nell’attuale discussione che sta dividendo il vecchio continente sulle politiche d’asilo. Dicendo forte e chiaro che comprendono le ragioni di chi sfugge all’identificazione per non finire in un centro di detenzione come il Cara di Mineo. Ribadendo che il Regolamento di Dublino, che fissa la domanda d’asilo nel primo Paese d’approdo, deve essere superato attraverso l’adozione di un sistema di accoglienza unico europeo, accettato, condiviso ed applicato da tutti gli Stati membri dell’Unione con quote obbligatorie e con gli stessi parametri di trattamento e di inserimento sociale, in modo da consentire ai profughi di raggiungere la meta per cui hanno intrapreso un viaggio così pericoloso, insistendo sul fatto che qualsiasi “quota” di accoglienza attribuita ai diversi Paesi dell’Europa debba tener conto anche del fattore umano rappresentato dai bisogni, dalle aspettative e dalla storia personale di chi cerca un rifugio.  Per la situazione specifica dell’Italia, inoltre, in attesa di un programma di asilo unico europeo, va riformato al più presto l’attuale sistema di accoglienza, uno dei peggiori d’Europa, pensato e organizzato sull’emergenza e la provvisorietà anziché su concreti programmi di inserimento sociale, come dimostra l’enorme sproporzione tra il numero dei posti “straordinari” disponibili (quasi 100 mila tra Cara e Cas) rispetto a quelli, circa 22 mila, predisposti per un percorso di inserimento nella società italiana attraverso il circuito Sprar. Oltre tutto, con un enorme spreco di risorse economiche ed umane.

Nei giorni in cui l’odio rischia di dettare la legge, e la discriminazione su base religiosa ed etnica può diventare la norma, c’è urgente bisogno di azioni concrete di giustizia, di solidarietà, di dignità.
Sarà quindi doveroso operare per assicurare protezione e tutela, vigilare sul modo in cui sono trattati i profughi, i richiedenti asilo e i migranti, lavorare per promuovere dignità e umanità e possibilità di integrazione, a partire dalla disponibilità dei servizi pubblici, costruire la cultura e gli strumenti per l’accoglienza, attraverso la partecipazione attiva dei migranti e rifugiati alla vita della città e ai suoi bisogni, combattendo, con tutti gli strumenti a disposizione, culturali, amministrativi e finanziari, la contrapposizione tra quanti e quante sono in condizione di bisogno.

Pensiamo che i sindaci possano agevolare questo cambio di passo, impegnandosi a mettere in rete buone pratiche, realtà che cercano di costruire ponti, chi si sforza di dare protagonismo ai rifugiati, affinché loro stessi possano decidere come proteggere sé stessi, secondo quali bisogni e progettualità. Chiediamo non proclami ma atti chiari e concreti, iniziando a mettere a disposizione ogni strumento e capacità per contribuire a costruire canali umanitari e assicurare un’ accoglienza degna a chi arriva o chi resta. E per far questo c’è bisogno di un grande sforzo creativo e culturale, per passare dall’emergenza e dall’assistenza alla collaborazione, alla cooperazione e al partenariato tra comunità e nelle comunità che si creano di volta in volta nei percorsi migratori.

Per questo ci rivolgiamo ai sindaci d’Italia, a quelli che già praticano accoglienza e a quelli che finora sono rimasti indifferenti o hanno subito il problema. Ai sindaci che governano grandi città come Roma, Milano, Palermo, Napoli, Torino, Bologna, Firenze nelle quali – diventate di fatto hub di sbarco, di transito e di sosta per migliaia di migranti – il fenomeno appare più evidente; ai sindaci delle numerose altre città italiane di media grandezza ma di importante rilievo nelle realtà regionali e locali; ai sindaci dei piccoli comuni e dei mille “campanili” che rappresentano comunque lo “Stato in prima linea”, a contatto diretto con la vita quotidiana delle persone.. A tutti loro facciamo appello affinché uniscano la loro voce e le loro azioni a quelle dei sindaci di Barcellona, Lesbo, Lampedusa, Pozzallo, Ventimiglia. Città coraggiose, che aprono le loro porte, comunità che vivono quotidianamente la sfida di accogliere, aiutare e assicurare un minimo di decenza nelle condizioni di vita materiali di migliaia di disperati.

Rafforziamo una rete di città aperte e solidali:
– per cambiare insieme, dal basso, ad opera di chi vive concretamente, giorno per giorno il problema, l’intero sistema di accoglienza italiano ed europeo;
– per ricostruire le ragioni di un’Europa che sentiamo sempre più lontana, e rimettere al centro la dignità ed i diritti delle persone, di qualsiasi razza, religione o nazionalità esse siano.

Arturo Salerni ed Enrico Calamai (Comitato Nuovi Desaparecidos)
Don Mussie Zerai (Agenzia Habeshia)

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