Profughi, documenti falsi per muoversi in Italia: cresce la rete dei trafficanti

di Emilio Drudi

Roma, domenica pomeriggio. Tra le centinaia di giovani profughi raccolti attorno ad una decina di tende improvvisate vicino alla via Tiburtina, c’è anche una ragazzina eritrea di appena 15 o 16 anni. Si fa chiamare Asmeret, ma è un nome fittizio. “Martedì scorso l’ho incontrata a Lampedusa. Credo sia arrivata in Sicilia mercoledì. E’ a Roma da ieri sera”, dice una giornalista freelance. A Lampedusa Asmeret è stata identificata. Dopo lo sbarco in Sicilia è sparita. Non si sa come abbia fatto a raggiungere Roma. “Mi hanno aiutata”, si limita a dire, aggiungendo poi che è in attesa di ripartire. Vuole andare in Inghilterra, ma non ha un soldo: confida che la “aiutino” gli stessi che l’hanno fatta arrivare a Roma. Si rifiuta però di rivelare chi siano. E’ evidente che ha dei numeri di cellulare a cui rivolgersi. E che li ha già contattati: aspetta che la chiamino e le diano indicazioni.

A Roma è arrivata anche un’altra ragazza eritrea: è di Cheren ed ha poco più di 20 anni. Accetta di raccontare la sua storia, ma sotto un nome di copertura, Meron. Viene dalla Sardegna. Sull’isola è sbarcata direttamente, insieme a centinaia di altri profughi, subito dopo essere stata salvata al largo della Libia. A Cagliari è riuscita a dileguarsi, senza farsi identificare. Sapeva già come muoversi. Qualcuno le aveva fornito un recapito telefonico: il cellulare di un giovane somalo “in grado di aiutarla”. Con ogni probabilità, il referente di una organizzazione di “scafisti di terra”, una rete che “garantisce” passaggi in Italia dalla Sardegna e che potrebbe magari avere diramazioni in altri paesi europei. I “clienti” sembra siano soprattutto somali, ma non mancano eritrei ed etiopi: basta pagare. La tariffa per arrivare sul continente varia da 300 a 200 euro a testa. Si viaggia su una nave di linea, salpando da Olbia e sbarcando a Civitavecchia o a Genova. Ogni “corsa” è organizzata per piccoli gruppi: 4 o 5 persone al massimo, “per non dare nell’occhio”.

Al momento della partenza, prima di entrare nell’area portuale, un emissario dell’organizzazione consegna il biglietto e un documento falso per superare i controlli all’imbarco. Da come Meron ha descritto il suo, dovrebbe trattarsi di carte d’identità italiane. A bordo o, più spesso, nel porto di sbarco, c’è un altro emissario degli scafisti che prende in consegna i “clienti” per accompagnarli “al sicuro”. Meron aveva chiesto di sbarcare a Civitavecchia, per poi raggiungere Roma. Non per restarci, però: solo per una sosta di qualche giorno, giusto il tempo di riorganizzarsi e poi proseguire il viaggio. La sua meta è la Norvegia, dove ha un cugino. Lo “scafista” ha accompagnato a Roma tutto il piccolo gruppo e, prima di andarsene, ha chiesto a tutti di restituire i documenti falsi usati per la traversata: una volta “risistemati”, verranno utilizzati per altri “passaggi”.
Anche Asmeret probabilmente è arrivata dalla Sicilia fino al campo “spontaneo” sulla via Tiburtina con una organizzazione di questo genere. Dalla Sicilia, anzi, è più facile, perché non c’è il problema della lunga traversata per mare da Olbia fino a Civitavecchia o a Genova. Già negli ultimi due anni, infatti, la “rotta” Sicilia-Roma ha portato verso nord tantissimi migranti: migliaia di “transitanti” intercettati dai trafficanti nei porti di sbarco prima che fossero identificati e convinti ad affidarsi a loro, con la promessa di aiutarli a eludere i controlli e ad arrivare fino al confine delle Alpi o magari a superarlo. La tariffa è di 150/200 euro a testa solo per la prima tratta: il tragitto in pullman, fino al terminal della stazione Tiburtina, a Roma, che costa in realtà molto di meno, non più di 37 euro.

All’inizio era un mercato per molti versi “improvvisato” ma col tempo, a quanto pare, hanno cominciato a metterci le mani reti ben organizzate che, sia pure per tappe successive, “vendono” passaggi per tutta l’Europa. Lo ha confermato, ad esempio, l’inchiesta che nel dicembre 2015 ha portato all’arresto di undici persone a Catania, Trapani, Roma e Milano e alla liberazione di nove ragazzini, segregati in attesa che qualcuno garantisse la copertura delle “spese di viaggio” per vari paesi europei. O, più di recente, l’indagine della procura di Palermo, che ha disposto diversi fermi anche a Roma e che è tuttora in corso. La novità che emerge nel traffico dalla Sardegna è però l’uso sistematico di documenti falsi forniti dalla stessa organizzazione e poi ritirati all’arrivo. C’è un precedente: quello delle due ragazze eritree dirette in Norvegia e bloccate, all’inizio dello scorso giugno, all’aeroporto di Falconara, con passaporti finlandesi contraffatti. Nel caso della Sardegna, però, la tecnica, sembrerebbe molto più sofisticata: sono state usate carte d’identità italiane, documenti certamente molto più “plausibili” di un passaporto finlandese per un migrante, e anche la contraffazione dovrebbe essere di buona fattura, tanto da non aver sollevato sospetti ai controlli. Colpisce poi il fatto che i documenti vengano ritirati per essere eventualmente riutilizzati. Proprio come fanno in Sudan diverse organizzazioni che “trasferiscono” profughi a piccoli gruppi da Khartoum al Cairo: consegna del biglietto aereo e di un passaporto sudanese al momento della partenza, poco prima di entrare in aeroporto, un emissario che segue i controlli di frontiera per dare l’allarme in caso qualcosa vada storto, un altro emissario che, all’aeroporto del Cairo, prende in carico i “clienti”, li accompagna in un alloggio “sicuro” e ritira a ciascuno il passaporto utilizzato.

Non si sa o comunque è difficile dire se ci sia qualche collegamento tra le reti italiane che operano dalla Sardegna e dalla Sicilia e le organizzazioni di Khartoum oppure se, più semplicemente, i trafficanti sudanesi abbiano “fatto scuola”, inducendo a mettere in piedi in Italia un sistema analogo ma autonomo. Certo è, in ogni caso, che sembra esserci un salto di qualità, perché non si improvvisa una organizzazione in grado di fornire documenti ben contraffatti, con basi o comunque cellule in diverse città italiane: sicuramente Genova e Civitavecchia/Roma per gli sbarchi dalla Sardegna ma, presumibilmente, anche altre località lungo il percorso dei profughi che vogliono raggiungere la Francia, la Svizzera o il Brennero, per poi proseguire magari verso il Nord Europa.

Che ci siano più emissari “fidati” e quindi gruppi organizzati sparsi in Italia e in Europa potrebbe confermarlo anche il fatto che i profughi non si muovono alla cieca: hanno in genere diversi numeri telefonici di riferimento. Numeri che, a quanto pare, cambierebbero a seconda della località in cui si trovano. Il tratto comune è che quasi tutti fanno capo a compagnie telefoniche di cui è facile procurarsi le schede in maniera anonima, senza contratti e senza registrazione di identità, in modo che risulti molto difficile risalire a chi le usa. Un’altra precauzione è quella di limitare al massimo le conversazioni “in chiaro”: in genere, i primi contatti e l’accordo per un appuntamento. Poi si usa un linguaggio semi cifrato o, più ancora, si ricorre a messaggi sulla rete Whats App, più difficili da intercettare e individuare. E, al minimo sospetto apparecchi e schede vengono distrutti.

Quanto ai “clienti” degli scafisti, rispetto allo scorso anno c’è una differenza non da poco: nel 2015 la grande maggioranza erano migranti non identificati, transitanti che erano riusciti a sottrarsi ai controlli al momento dello sbarco. Quest’anno, il 90 per cento sono stati foto-segnalati ed hanno rilasciato le impronte digitali. Solo pochi risultano “sconosciuti alle autorità”. La grande maggioranza corre il rischio, dunque, di finire tra i cosiddetti “dublinati”: di essere bloccati e rimandati d’ufficio in Italia al primo controllo oltre frontiera, uscendo così dai piani di ricollocamento e accoglienza. Quasi tutti sono consapevoli di questo pericolo. Eppure preferiscono rivolgersi ai trafficanti piuttosto che fare capo alle istituzioni, per trovare una via legale di immigrazione dall’Italia verso l’Europa, attraverso il programma comunitario di rilocation. Ma è una scelta che non sorprende. Il progetto di ricollocamento e reinsediamento si è dimostrato un gigantesco flop: il numero dei trasferimenti verso altri Stati Ue è irrisorio, poche centinaia rispetto ai 40 mila iniziali previsti. E chi ha aderito è costretto ad aspettare per mesi nel limbo di un centro di accoglienza, senza alcuna prospettiva, senza certezze, spesso addirittura senza informazioni. Una situazione assurda, che ha spazzato via la diffusa fiducia iniziale manifestata dai migranti nei confronti della politica di rilocation. Consegnando agli scafisti, anche in Italia e in Europa, migliaia di giovani disperati.

Tratto da: www.buongiornolatina.it

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