Piano per bloccare i profughi: Human Rights Watch accusa l’Europa

di Emilio Drudi

Novantasette profughi eritrei, tra cui 22 donne, sono stati arrestati, il tre luglio, in una vasta retata condotta dalla polizia a Misurata. Accusati di immigrazione illegale, ora sono in attesa di essere riconsegnati ad Asmara.

Il governo di Tripoli ha già preso contatto con l’ambasciata per espellerli prima possibile. Poco importa se rimpatriarli significa consegnarli alla vendetta del regime dal quale sono fuggiti, a rischio della vita. Nell’attesa resteranno rinchiusi in uno dei tanti centri di detenzione, lager dove i prigionieri sono in balia degli abusi delle guardie, privati di ogni diritto, costretti a condizioni di vita inumane.

Nella stessa situazione di quel centinaio di eritrei ci sono in Libia migliaia di altri migranti: nelle carceri dello Stato, in quelle gestite da miliziani di varie fazioni, nelle prigioni improvvisate dei trafficanti. Non fa molta differenza chi siano i carcerieri: per tutte queste migliaia di detenuti la vita quotidiana è scandita, di giorno e di notte, da fame, sete, maltrattamenti, violenze, lavoro forzato, stupri, torture, uccisioni.
Un inferno. Ma un infermo a cui li condanna o comunque di cui è complice di fatto la politica sull’immigrazione adottata da Bruxelles e dalle cancellerie dei vari Stati membri dell’Unione. Politica che, nel tentativo di bloccare i flussi crescenti in arrivo dall’Africa e dal Medio Oriente, incastra i profughi tra le situazioni estreme da cui sono costretti a scappare e i muri sempre più alti della Fortezza Europa. Finendo per stritolarli. Non a caso solo negli ultimi tre anni ci sono stati più di 10 mila morti. E il 2016, che ha segnato una moltiplicazione delle “barriere” contro il grido d’aiuto che sale dal Sud del mondo, si caratterizza con il tragico primato di oltre 3.440 vittime già al 7 luglio, quando mancano ancora sei mesi alla fine dell’anno.

Human Rights Watch non ha dubbi che siano una responsabilità precisa dell’Europa sia questa strage, sia le enormi sofferenze che ne costituiscono il tremendo corollario nei paesi di transito o di prima sosta e soprattutto in Libia. L’ultimo rapporto è un esplicito, durissimo atto d’accusa in questo senso. “Gli sforzi dell’Unione Europea di contenere la migrazione dalla Libia rischiano di condannare i migranti e i richiedenti asilo a violenze e abusi nelle mani di ufficiali governativi, miliziani e gruppi criminali”, si legge già nelle righe introduttive, specificando subito che l’inchiesta appena conclusa ha documentato “abusi tra cui figurano torture, violenze sessuali e uccisioni negli squallidi centri di detenzione dove sono rinchiusi i migranti, compresi quelli intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica”.

Il dossier, presentato a Londra il 6 luglio, si basa in particolare sulle testimonianze di 47 profughi giunti in Italia quest’anno, la maggior parte tra i mesi di febbraio e di maggio, rintracciati e ascoltati in Sicilia. Si tratta di 23 donne e 24 uomini, provenienti da diversi paesi africani: Cameroon, Eritrea, Gambia, Guinea, Costa d’Avorio, Nigeria, Senegal e Sudan. Ne viene fuori un racconto corale dell’orrore. In particolare nei centri di detenzione, dove uomini e donne sono come schiavi: “non persone”, oggetti da sfruttare a piacimento. E dove i guardiani appaiono i padroni assoluti della vita e della morte.

Ecco, così, la testimonianza di Guyzo, un camerunense quarantenne, che denuncia il suicidio di sei suoi compagni per l’umiliazione di essere stati stuprati e la paura di subire di nuovo questa tortura:

“Sei uomini si sono impiccati nella stessa stanza dove ero rinchiuso anche io. Quei sei uomini erano stati sodomizzati e non sono riusciti a sopportarlo”, ha raccontato. Aggiungendo: “Mi porto dietro tantissime ferite… Anche a me è accaduto di subire violenze sessuali. Per sette volte. Mi hanno afferrato quattro o cinque uomini, colpendomi per buttarmi a terra. Se cerchi di resistere, chiamano altri uomini e ti picchiano ancora di più”. Stupri sistematici ha subito anche Nourah, una ventiseienne della Costa d’Avorio, detenuta per mesi nella zona est di Tripoli perché sorpresa senza documenti. Il suo aguzzino era uno degli agenti di guardia, un certo Ibrahim: “Lo ricordo molto bene. Quell’uomo è venuto nello stanzone, si è arrotolato una sigaretta e si è messo a fumare davanti a noi. Poi ha scelto me. Aveva un condom in mano. Mi ha costretta a un rapporto orale. Da allora è tornato ogni notte, tranne il venerdì”. Più o meno lo stesso facevano altre guardie con alcune sue compagne: “C’era un uomo che si copriva il viso. Era il peggiore di tutti. Veniva con altri tre o quattro uomini e si sceglievano le ragazze. In particolare prendevano sempre una giovane eritrea: ogni volta che quelli entravano lei scoppiava a piangere…”. Confermano questi racconti anche altri testimoni. Ad esempio Jabril, un gambiano trentenne che ha trascorso sei mesi in stato di detenzione a Sabratha, dopo che il battello su cui si era imbarcato è stato intercettato dalla polizia: “Spesso le guardie portavano via le donne. Arrivavano di notte e dicevano: una, due, tre venite con noi…”. O Sondi, un nigeriano trentenne prigioniero a Tripoli, che ha riferito il racconto di una ragazza, nigeriana anche lei, che era nello stesso carcere e con la quale ha avuto modo di parlare di nascosto: “Le guardie prelevavano le donne per dormire con loro. Me lo ha detto una giovane alla quale è accaduto e che ha specificato che lo stesso accadeva alle altre ragazze”.

Poco cibo e persino poca acqua da bere, pestaggi continui, maltrattamenti di ogni genere, minacce, umiliazioni, ricatti e richieste di denaro per essere lasciati andare; lavoro forzato, in stato praticamente di schiavitù, fino a che i carcerieri non decidono che la somma della “taglia sulla libertà” è stata raggiunta. In queste condizioni non stupisce che nessuno dei testimoni intervistati sia comparso davanti a un tribunale per difendersi dalle accuse contestate. Anzi, che non abbia mai nemmeno visto un magistrato. E, peggio, non stupisce nemmeno che le guardie sparino al minimo pretesto. Per uccidere. “Un giorno – ha dichiarato ancora Jabril, il giovane gambiano detenuto a Sabratha – le guardie sono entrate nella prigione per darci del pane. Ognuno di noi è corso in avanti per prendere quel poco di cibo. Allora quelli hanno cominciato a sparare. Un uomo è stato ucciso e due sono rimasti feriti. Perché hanno sparato? Per niente: non ce n’era motivo. Poi hanno portato via il cadavere. Non so dove”.
Ce n’è anche per la Guardia Costiera e la Marina libiche. Per intercettare e bloccare i natanti carichi di profughi che cercano di fare rotta verso l’Italia sono stati intensificati i controlli lungo le coste e nelle acque territoriali. Gli interventi sono ispirati alla massima durezza, tanto che non mancano incidenti anche mortali. Una delle vittime è una giovane nigeriana. Lo ha riferito Ibrahim, un ventenne della Costa d’Avorio. La ragazza era su un gommone stracarico, intercettato dopo poche miglia di navigazione: “Si è avvicinato uno Zodiac nero, con la bandiera libica. A bordo erano in sei o sette. Ci hanno gettato una cima per prenderci a rimorchio. Noi abbiamo rifiutato. Allora lo Zodiac ha cominciato a girare intorno a tutta forza, sollevando onde molto alte, tanto che il fondo del nostro battello ha cominciato a cedere. A bordo si è scatenato il panico. La gente si muoveva impaurita da un lato all’altro. Lì in mezzo, vicino a me, c’era una ragazza con sua sorella. E’ stata calpestata nella ressa ed è morta. Doveva avere 16 o 17 anni”.

Non è casuale questo riferimento alla Guardia Costiera libica. Le unità dell’Unione Europea e della Nato mobilitate nel Mediterraneo non possono riportare in Libia i migranti trovati sui barconi e sui gommoni intercettati: devono soccorrerli e portarli in salvo in Italia. Il lavoro sporco di ricondurre sulla sponda africana i fuggiaschi è stato assegnato alle motovedette libiche: per questo è stata coinvolta nell’operazione anche la Marina di Tripoli. Human Rights Watch non lo dice, ma rientrano verosimilmente in questo contesto di “lavoro sporco” affidato alla Libia, gli impegni, ribaditi più volte, di fornire al nuovo governo, guidato da Fayez Serraj, altre navi e pattugliatori d’altura, sistemi di rilevamento, armamenti, istruttori. Sia pure con la giustificazione “ufficiale” che questi aiuti servirebbero a contrastare i trafficanti e magari il terrorismo.

A fronte del fosco quadro delineato dall’inchiesta, Human Rights Watch avanza una serie di richieste. All’Unione Europea, in particolare, quella di assicurarsi che eventuali finanziamenti, forniture di materiali e di assistenza alla Guardia Costiera o ad altre istituzioni libiche, non finiscano per aggravare gli abusi e la violazione dei diritti umani. Nello stesso tempo occorre monitorare costantemente, attraverso commissioni sovranazionali (che includano anche l’Onu e delegati Ue), la situazione nei centri di detenzione. Viene ribadita, infine, la necessità di creare canali legali di immigrazione verso l’Europa per tutti coloro che hanno diritto a una forma di protezione internazionale. Quanto al governo libico, si sollecita una radicale “riforma” del sistema di detenzione dei profughi, rimuovendo tutti coloro che si sono resi colpevoli di abusi e violenze e, soprattutto, rilasciando subito quanti sono trattenuti senza motivo, a cominciare dai soggetti più vulnerabili, come donne sole o bambini non accompagnati. Essenziali, inoltre, la ratifica della convenzione sui rifugiati del 1951 (che la Libia non ha mai firmato) e il varo di una legge sull’asilo, aprendo contatti formali con il Commissariato dell’Onu (Unhcr).
Al di là del “protocollo di raccomandazioni” conclusivo, tuttavia, il nuovo dossier di Human Rights Watch suona soprattutto come una dura condanna nei confronti dell’Europa. Numerosi altri rapporti hanno sollevato, fin dai tempi di Gheddafi, qual è la realtà dei centri di detenzione in Libia: quelli ufficiali (che a lungo in Italia e in vari altri Stati dell’Unione sono stati ipocritamente definiti centri di accoglienza) e quelli in mano alle milizie o, peggio ancora, ai trafficanti. La politica non ne ha mai tenuto conto, scegliendo la linea di bloccare e respingere ad ogni costo sulla sponda africana i migranti che guardano all’Europa. Fingendo di ignorare che ciò significa consegnarli a sofferenze enormi o addirittura alla morte. Ora Human Rights Watch smaschera senza mezzi termini questa finzione, evidenziandone le conseguenze e le pesantissime responsabilità.

E’ questo il punto. D’ora in poi nessuno in Europa potrà dire di “non sapere”. Di non sapere, cioè, quali mortali responsabilità l’Unione si è assunta con accordi come il Processo di Rabat (2006) e il Processo di Khartoum (2014), con i trattati di Malta (dicembre 2015) e, ora, con il Migration Compact, la fotocopia in salsa africana dell’intesa con la Turchia, fortemente voluto da Roma e in via di approvazione a Bruxelles. Quella lunga serie di accordi per il controllo dell’immigrazione il cui vero scopo è esternalizzare e spostare sempre più a sud i confini della Fortezza Europa, anche a costo di affidarne la sorveglianza, il “lavoro sporco” appunto, a uno Stato nel caos come la Libia o a dittature come quelle di Al Sisi in Egitto, di Al Bashir in Sudan e persino di Isaias Afewerki in Eritrea.

Tratto da: www.buongiornolatina.it

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