Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2020, seconda parte

Nei primi sei mesi di quest’anno 689 profughi/migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa; 528 inghiottiti dal mare, sulle rotte del Mediterraneo o in quella atlantica verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie; 161 “a terra”, lungo le piste del Medio Oriente o dell’Africa, nei lager libici, lungo la via Balcanica e alle soglie delle frontiere della Fortezza Europa. Sono 124 in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando si sono registrate 813 vite spezzate: 682 in mare e 131 a terra. Tenendo conto della contemporanea diminuzione degli arrivi, dovuta in particolare al blocco pressoché totale seguito alla pandemia di coronavirus, il tasso di mortalità, tuttavia, è rimasto molto elevato. A livello europeo, un morto ogni 46,5 arrivi, parecchio più grave di quello – una vittima ogni 56,4 arrivi – registrato nell’intero arco del 2019.

L’esame dei dati scomposti in base alle vie di fuga seguite (tenendo conto delle sole vite perdute in mare) conferma che la rotta del Mediterraneo centrale è la più pericolosa: 1 morto ogni 26,8 arrivi contro 1 ogni 41,5 del Mediterraneo Occidentale e Canarie e 130,4 del Mediterraneo Orientale ed Egeo. Nel 2019 (intero anno), sulle tre rotte si sono registrati 1 morto ogni 8,8 arrivi nel Mediterraneo Centrale; 1 ogni 40,1 in quello Occidentale, 1 ogni 907 in quello Orientale ed Egeo. Il Mediterraneo Centrale registra dunque, nei primi sei mesi 2020, un tasso di mortalità tre volte inferiore a quello dell’intero 2019. Va considerato, però, che il “bilancio di morte” nel 2019 è cresciuto soprattutto nella seconda parte dell’anno, e, in più, il fatto che, ridotta a colpi di decreti  e ostacoli di ogni genere la presenza delle navi-testimoni delle Ong, questa rotta è sempre meno monitorata e cresce il sospetto/timore di non infrequenti naufragi fantasma di cui non arriva notizia. Due casi per tutti. Il primo riguarda la barca con 91 profughi, quasi tutti sudanesi, salpata dalla Libia il 9 febbraio e scomparsa nel nulla. L’altro, i due cadaveri  scoperti il 29 e il 30 giugno dall’aereo da ricognizione Seabir,d che collabora con la Ong Sea Watch: il primo adagiato sul relitto di un gommone; il secondo sorretto a galla da un giubbotto di salvataggio a non grande distanza dal primo avvistamento. Tutto lascia pensare a una tragedia di cui non si è saputo nulla. L’equipaggio di Seabird ha subito informato sia l’Italia che Malta, per attivare accertamenti su quanto è accaduto. Non risulta che abbia avuto risposta.

 

 

Grecia (Oinofyta, Beozia), 2 luglio 2020

Un profugo si è ucciso nel campo di Oinofyta, in Beozia, dopo aver appreso che per la terza volta era stata respinta la sua richiesta di asilo. La notizia è stata diffusa via twitter dai compagni che hanno scoperto il suo corpo senza vita. Particolarmente significativo il messaggio di uno di loro: “La richiesta di asilo misura il valore della nostra vita! Siamo rifugiati! Quando, nella prima intervista, diciamo che dobbiamo trovare un riparo, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando, nella seconda intervista, diciamo che ci occorre un rifugio, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando riceviamo un rifiuto, dopo aver affrontato tanti problemi per anni e anni, significa che la nostra vita non è importante. E la morte ci invita a imboccare la sua strada”.

(Fonte: sito web Are You Syrious, rapporto 3 luglio 2020) 

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 4-5 luglio 2020

Un ragazzo congolese di 19 anni è stato accoltellato a morte nel campo profughi di Moria, a Lesbo. Era in attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata. A colpirlo è stato un altro profugo, di origine afghana. E’ stato il tragico epilogo di una violenta lite avvenuta in piena notte, tra sabato 4 e domenica 5 luglio. Non sono chiari i motivi specifici dello scontro. Sta di fatto che quando il ragazzo è stato trovato da alcuni volontari che operano all’interno del campo era ormai in gravi condizioni: trasportato all’ospedale di Mitilene, è morto poche ore dopo.  “Di sicuro – ha riferito Nawal Soufi, una volontaria italo marocchina che lavora da anni a Moria – episodi come questo, sempre più numerosi, nascono dalle condizioni di tensione e di insicurezza generale del campo”. La situazione è particolarmente difficile di notte, quando la struttura è praticamente abbandonata a se stessa. “Con il buio – ha aggiunto Nawal Soufi – il campo diventa terra di nessuno. Scompaiono anche i servizi medici e certe volte ci ritroviamo ad aspettare un’ambulanza per 30 o 45 minuti. Tante delle morti che abbiamo avuto sono dovute anche a questo”. Da qui la richiesta alle autorità greche di organizzare almeno un presidio di ambulanza notturno di fronte all’ingresso del campo. Sulla morte del giovane congolese è stata aperta un’inchiesta della magistratura.

(Fonte: sito web di Nawal Soufi) 

Libia (costa a ovest di Tripoli, 8 luglio 2020

Almeno 7 morti su un gommone rimasto alla deriva, al largo della Libia, per circa 10 giorni. La notizia, ignorata dalle autorità di Tripoli, è stata resa nota dall’Oim dopo che, intervenuta per l’assistenza allo sbarco, ha parlato con alcuni dei superstiti, 18 persone, tutte di nazionalità sudanese, secondo la stessa Oim ma 19 secondo l’Unhcr. Stando alle testimonianze, il battello sarebbe salpato da  un punto imprecisato della costa a ovest di Tripoli, tra il 29 e il 30 giugno: i giorni in cui, favorite dalle buone condizioni meteomarine, si sono registrate numerose partenze di migranti dalle coste della Tripolitania. I problemi sono cominciati dopo alcune ore di navigazione, in acque della zona Sar libica, ad alcune decine di miglia dalla riva: un guasto avrebbe reso ingovernabile il natante, che è rimasto così in balia del mare. Soccorsi non ne sono arrivati. Non ne è chiara la ragione: forse, contrariamente a quanto avviene di solito, i trafficanti non hanno consegnato a qualcuno del gruppo un telefono satellitare per ogni evenienza o forse nessuno ha risposto alle chiamate. Sta di fatto che il gommone ha flottato alla deriva per quasi dieci giorni e dopo un po’, ad ogni giorno che passava, qualcuno ha cominciato a morire, di sete e di stenti. Le salme sarebbero state via via lasciate scivolare in acqua. Una “tragedia fantasma” che si è protratta fino alla mattina dell’otto luglio, quando il natante è stato intercettato casualmente da una motovedetta libica. Sbarcati a Tripoli, i superstiti sono stati presi in consegna dalle autorità libiche: quattro di loro, in partioclare, sono risultati in condizioni gravissime per un forte stato di disidratazione.

(Fonte: sito web Iom Libya, sito Unhcr Libya, Il Piccolo, La Stampa, sito web Alarm Phone, sito web Sergio Scandura)

Libia (Sabratha), 8-9 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla costa di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio, il corpo, a giudicare dallo stato di conservazione, deve aver flottato per diversi giorni, fino a quando, la sera del giorno 8, le correnti lo hanno spinto a Talil Beach, dove è stato notato da alcuni abitanti del posto, che hanno avvisato la polizia. Il recupero è stato effettuato durante la notte da una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma presso l’obitorio di Sabratha, a disposizione dell’autorità giudiziaria per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch).

Tunisia (Zarzis), 9-10 luglio 2020

I corpi senza vita di otto migranti sono stati trascinati dal mare sul litorale di Zarzis e Ben Gardane, nel sud est della Tunisia, governatorato di Medenine. Quando sono stati avvistati flottavano a breve distanza dalla riva. Il giorno 9 ne sono affiorati 6 nel tratto di costa tra Katef e El Jidaria: ha provveduto a recuperarli una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha ne ha anche rilevato il Dna per cercare di identificarli. Il giorno dopo altri 2 sono stati trascinati dal mare nella zona di Zarzis. Per recuperarli è intervenuta una squadra della Guardia Costiera, che li ha poi trasferiti nell’obitorio della città per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione. Tutte le salme sono state infine sepolte nell’Africa Gardens, il cimitero dei migranti morti recuperati in mare. Il timore è che siano vittime di un “naufragio fantasma” avvenuto tra la Libia e la Tunisia. Zarzis dista circa 50 chilometri dal confine e da questo tratto di costa, a cavallo della frontiera, sono state segnalate sempre più di frequente partenze di barche cariche di migranti che puntano verso l’arcipelago delle Pelagie o la Sicilia. Veniva da questa zona, ad esempio, anche il barcone con 268 migranti arrivato a Lampedusa prima dell’alba del 10 luglio, dopo essere salpato quasi un giorno prima dalla piccola città costiera libica di Abu Kammash, ell’estremo ovest della Libia. Se il timore di un “naufragio fantasma” ha fondamento, c’è da ritenere che ci siano altre numerose vittime.

(Fonte: Tunisie Numerique, rapporto Migrant Rescue Watch)

Grecia (Creta), 11-12 luglio 2020

Quattro migranti dispersi in un naufragio avvenuto nel pomeriggio di sabato 11 luglio diverse miglia a nord ovest di Creta. C’è un solo superstite, un algerino di 25 anni, tratto in salvo dalla Guardia Costiera greca. E’ stato lui a ricostruire la tragedia, specificando che i suoi compagni erano tre tunisini e un libico. I cinque sono partiti dalla Tunisia, puntando verso l’Italia. Durante la navigazione hanno sbagliato rotta e si sono persi in mare, arrivando verso Creta, fino a quando la loro piccola barca, a quanto pare diventata ingovernabile per mancanza di carburante, si è rovesciata ed è affondata. Quando sono arrivati i soccorsi da Creta, quattro dei cinque naufraghi erano scomparsi. Anche il quinto, l’algerino, era molto provato, tanto da dover essere ricoverato all’ospedale di Chania, a Creta, in stato di ipotermia. Le ricerche dei dispersi sono proseguite anche nella giornata di domenica 12 luglio, ma asenza alcun esito.

(Fonte: Agenzia Ana Mpa) 

Nigeria (zona di confine con il Niger), 12 luglio 2020

Una giovane profuga nigeriana, in avanzato stato di gravidanza, è morta dando alla luce il suo bambino, dopo aver camminato 24 ore, quasi ininterrottamente, per fuggire dal suo villaggio assalito da una squadra di uomini armati e mettersi in salvo da violenze e soprusi. Il bimbo si è salvato: ne ha preso cura la zia materna, Haboud, che lo ha portato con sé insieme ai suoi figli ed altri nipoti, 9 bambini in tutto, fino a trovare rifugio nel campo profughi di Maradi, nel sud del Niger, a non grande distanza dalla frontiera con la Nigeria. Ricostruita in una breve videointervista pubblicata il 12 luglio sul sito web Unhcr dagli operatori che si occupano dell’assistenza a Maradi, la morte della donna risale ad alcuni giorni prima. “Il parto – ha raccontato Haboud – è stato accelerato dallo stress, dalla fatica e dalla paura. La sofferenza è stata troppa: mia sorella non ce l’ha fatta a sopravvivere. Quando l’ho trovata era ormai morta, ma il bambino era vivo. Così l’ho preso con me”. Dopo un primo soggiorno a Maradi, si è deciso di spostare la donna e i 9 bambini in altri campi più a nord e più lontani dal confine nigeriano, in attesa di una eventuale relocation. Nonostante le restrizioni decise per la pandemia di coronavirus, negli ultimi due mesi sono arrivati a Maradi dalla Nigeria oltre 30 mila profughi, per il 90 per cento donne e bambini, ma la zona non è considerata sicura a causa delle frequenti incursioni di gruppi armati da oltreconfine. Per questo l’Unhcr ha proposto un massiccio trasferimento verso località meno minacciate.

(Fonte: sito web Unhcr Niger)  

Libia (distretto di Qarqarsh, Tripoli), 14 luglio 2020

Il cadavere di un migrante subsahariano è stato trascinato dal mare sul litorale di Qarqarsh, uno dei distretti occidentali di Tripoli. Per il recupero sono intervenute una squadra dei servizi d’emergenza e una pattuglia della polizia costiera. A giudicare dallo stato  di conservazione, la salma dovrebbe essere rimasta in acqua per diversi giorni, prima del ritrovamento. Se ne ignora la provenienza e non sono stati trovati elementi per l’identificazione. Da notare che, sempre sulla costa a ovest di Tripoli, tra l’otto e il nove luglio un altro cadavere di migrante è stato portato dal mare nei pressi di Sabratha. I due corpi potrebbero essere la testimonianza di naufragi fantasma. Quello recuperato a Qarqarsh è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Zawiya per gli adempimenti  di legge.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch)

Libia (Bani Valid e Tripoli), 20 luglio 2020

Un giovane richiedente asilo eritreo, Hashim Mahammed di 25 anni, è morto di inedia e sfinimento poco dopo essere arrivato al Centro Unhcr di Tripoli in cerca di assistenza medica. Si era trascinato fin lì aiutato da un altro profugo, anch’egli eritreo e anch’egli allo stremo delle forze. I due arrivavano entrambi da Bani Walid, dove hanno trascorso lunghi mesi di dura detenzione, vittime di ogni genere di violenze e soprusi, mancanza di cibo e persino di acqua potabile. A quanto si è potuto accertare, erano stati rilasciati qualche giorno prima, dopo che i familiari erano riusciti a trovare il denaro per il riscatto, migliaia di dollari. Era evidente – ha riferito un rapporto dell’Unhcr – che soffrivano entrambi di malnutrizione acuta, ma il primo, in particolare, appariva quasi morente e aveva bisogno di cure mediche urgenti. Il personale del centro Unhcr ha subito cercato un’ambulanza ma il giovane ha perso conoscenza prima di arrivare in ospedale e tutti gi sforzi per rianimarlo si sono rivelati inutili. Al suo compagno l’Unhcr ha trovato un rifugio nel contesto dei servizi previsti sul posto: registrato come richiedente asilo, è stato inserito nei programmi di assistenza e relocation. E’ stato lui a raccontare la loro odissea nel campo di Bani Walid.

(Fonte: rapporto Unhcr, Coordinamento Eritrea Democratica  

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 20-21 luglio 2020

Venti vittime in due naufragi nello Stretto di Gibilterra: il primo, con 2 morti e 12 dispersi, in acque marocchine, il secondo, 6 morti, in quelle spagnole. Ne ha dato notizia il sito web di Helena Maleno, l’attivista dei diritti umani legata alla Ong Caminando Fronteras, che monitora in particolare le rotte del Mediterraneo Occidentale e delle Canarie, in Atlantico. Pochissimi i dettagli emersi sui due episodi. Si sa per certo che le due barche erano partite dalla costa marocchina, presumibilmente dalla zona di Tangeri, puntando verso il golfo di Cadice. La prima, intercettata la sera di lunedì 20 da una motovedetta della Marina Imperiale, si è rovesciata durante le operazioni di recupero, scaraventando tutti gli occupanti in mare. Insieme ai naufraghi ancora in vita sono stati recuperati i cadaveri di due giovani senegalesi ma, secondo la nota diffusa da Helena Maleno, altri 12 sono scomparsi in mare e non ne è più stata trovata traccia. Poche ore dopo, durante la notte, la seconda tragedia: sei migranti sono morti nella zona di competenza spagnola prima di poter essere raggiunti da una motovedetta partita dall’Andalusia. “I servizi di soccorso somo arrivati troppo tardi – denuncia Helena Maleno – Non possiamo permettere che si continuino a perdere delle vite umane  in un tratto  di mare di appena 14 chilometri”.

(Fonte: sito web Helena Maleno, ore 17,52 del 21 luglio, Caminando Fronteras 22 luglio, Infomigrants)  

Libia (mare a ovest di Tripoli), 21 luglio 2020

Il corpo senza vita di un migrante è stato avvistato in mare da Moonbird, l’aereo da ricognizione che collabora con la Ong Sea Watch, durante una missione di ricerca nel Mediterraneo, a ovest di Tripoli. L’equipaggio ne ha localizzato la posizione esatta a 33 gradi e 25 primi di latitudine nord e 15 gradi 15 primi di longitudine est. Questi dati sono stati immediatamnete trasmessi alle autorità italiane, maltesi e libiche, chiedendo di organizzare un intervento  di recupero. E’ la terza salma di un migrante trovata da Moonbird nelle ultime settimane: il primo è stato avvistato il 29 giugno, incastrato nel relitto di un gommone; il secondo l’indomani, 30 giugno, a non grande distanza. Tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio di colore rosso. Il timore è che siano la spia di episodi di cui non si è saputo nulla, uno dei sempre più probaili naufragi “fantasma” denunciati dalla scomparsa nel nulla di barche che, secondo varie fonti, risulterebbero partite dalla Libia. “Stiamo sorvolando  un cimitero”, ha commentato il capo missione Tamino Bolum.

(Fonte: rapporto Sea Watch del 21 luglio, ore 17,09) 

Spagna (Fuerteventura, Isole Canarie), 24 luglio 2020

Il cadavere di un migrante africano è stato avvistato in mare circa un miglio a sud di Morro Jable, nella parte meridionale dell’isola di Fuerteventura, nelle Canarie. Lo ha trovato casualmente l’equipaggio di una barca da diporto, che ha avvertito la polizia. Sul posto, per il recupero, si è portata una motovedetta del servizio Salvamento Maritimo, che dopo lo sbarco ha trasferito la salma nell’obitorio di medicina legale per l’autopsia. Secondo la prima ricognizione medica si tratta di un giovane di età compresa tra i 25 e i 30 anni. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma (che non presenta segni di violenza) era in  mare da alcuni giorni. Non sono stati trovati elementi per l’identificazione o almeno per stabilirne la provenienza. Due le ipotesi della polizia: o un migrante caduto da una delle barche arrivate nell’ultima settimana alle Canarie (ma in questo caso non si capirebbe come mai i compagni non ne abbiano denunciato la scomparsa); oppure il segnale di un naufragio rimasto sconosciuto, il che porterebbe a credere che ci siano altre vittime. A questo proposito il quotidiasno El Diario, riferendo la notizia, fa notare che si sono perse le tracce di un gommone con a bordo 63 persone partito venerdì 17 luglio da Tarfaya, una città della costa marocchina situata alla stessa latitudine di Morro Jable. Per questo battello scomparso il Salvamento Maritimo ha condotto per giorni una operazione di ricerca a largo raggio, con mezzi aerei e navali, fin dal mattino di lunedì 20 luglio, quando è stato diramato l’allarme.

(Fonte: El Diario, La Provincia) 

Libia (Zawiya), 26 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è affiorato sul litorale di Zawiya, a ovest di Tripoli, di fronte alla località costiera di Al Mutrad. Avvistato mentre flottava in mare a poca distanza dalla riva, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa insieme a funzionari dei servizi d’emergenza. A giudicare dallo stato di conservazione, è rimasto in acqua diversi giorni, prima che la corrente lo spingesse verso la spiaggia. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione o anche solo per stabilirne la provenienza, ma va ricordato che tra il 9 e il 14 luglio sono stati trovati, a ovest di Tripoli, i corpi senza vita di altri due migranti. La salma è stata trasferita presso l’obitorio dell’isituto di medicina legale.

(Fonte: rapporto Migrant Rscue Watch) 

Tunisia (Mulush), 26 luglio 2020

Un morto e due dispersi nel naufragio di una piccola barca in legno al largo della costa di Mulush, nel governatorato di Mahdia, all’estremità meridionale del golfo di Hammamet. Il battello era partito poco prima, con a bordo 16 migranti, tutti tunisini che puntavano ad arrivare in Sicilia.Non è chiaro perché e come sia affondato. A dare l’allarme è stato un peschereccio che, avvistati casualmente i naufraghi e il relitto, ha avvertito la Guardia Costiera di Mahdia, iniziando poi a recuperare i superstiti. A questa operazione si è aggiunta poco dopo la motovedetta arrivata sul posto. Tredici i naufraghi tratti in salvo. Nonostante le ricerche condotte nelle ore successive, è stato possibile recuperare solo il corpo di uno dei tre dispersi. Nessuna traccia degli altri.

(Fonte: rapporto Migrant Rdescue Watch, Al Jawhara Fm) 

Tunisia (Hassi el Jerbi), 26 luglio 2020

Un migrante tunisino (poi identificato come Aseel Zarzis, 40 anni) è morto nel naufragio di una piccola barca in legno all’altezza di Hassi El Jerbi, un comune costiero di circa 8.500 abitanti nella regione sud-est. Il battello era partito dalla zona di Zarzis. A bordo erano in 12: molti, in rapporto alle dimensioni dello scafo. Ha navigato non lontano dalla riva in direzione nord, ma ha fatto solo poche miglia. Al largo di Hassi El Jerbi, a metà strada circa tra Zarzis e Djerba, a causa del sovraccarico e delle condizioni del mare, si è rovesciato ed è poi affondato rapidamente. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera della base di Zarzis e da alcuni pescherecci: inizialmente sono stati recuperati 6 superstiti e un corpo ormai senza vita. Quattro dei naufraghi risultavano dunque dispersi, ma due sono stati ritrovati grazie alle ricerche condotte nella zona nelle ore successive, mentre si è scoperto che gli altri due erano riusciti a raggiungere la riva a nuoto. “Tutti i naufraghi – ha riferito il maggiore Rashid Al Bouzidi, portavoce della Guardia Costiera regionale – sono stati portati in ospedale perché apparivano molto provati. Sei sono stati ricoverati e gli altri dimessi dopo le prime cure”

(Fonte: Alarm Phone, Migrant Rescue Watch, Radiotunisienne, Al Jawhara Fm) 

Tunisia (Sfax), 26/27 luglio 2020

Cinquatasei vittime in un naufragio fantasma avvenuto al largo delle coste del nord della Tunisia. Sono tutti giovani tunisini: di 45 è stato possibile recuperare il corpo, senza esito le ricerche per gli altri 11. La tragedia è avvenuta intorno al 21/22 luglio, ma né le autorità né la stampa locale ne hanno parlato. In Italia se ne è avuto il sospetto quando si è scoperto che si erano perse le tracce di una barca con più di 50 persone diretta verso le coste siciliane. La conferma si è avuta solo tra il 26 e il 27 luglio grazie a una serie di servizi giornalistici e alle informazioni fornite dalla Mezzaluna Rossa, intervenuta per recuperare le salme. Il battello è partito intorno al 20/21 luglio dal porticciolo di Sidi Mansour, pochi chilometri a nord di Sfax. Era un vecchio scafo da pesca, cancellato dai registri navali e diventato, appunto, dopo essere stato venduto, una barca per i migranti che cercano scampo in Europa. Era abilitato per trasportare al massimo 20 persone, ma a bordo erano in 56, tutti ragazzi provenienti dal Sud della Tunisia, la zona più diffiicle e disperata del Paese: Gafsa, Kasserine, Sidi Bouzid. Non ha fatto molta strada: superata la punta delle isole Kerkennah, ha preso il largo, ma il mare mosso e il sovraccarico non hano lasciato scampo. Qualcuno è riuscito a lanciare da bordo un Sos prima che l’ex peschereccio si rovesciasse, andando rapidamente a fondo, ma i soccorsi sono stati tardivi, lenti e disorganizzati. Quando una motovedetta della Guardia Costiera e alcuni pescherecci sono arrivati sul posto, in mare c’erano solo cadaveri. La Mezzaluna Rossa ne ha recuperati in  tutto 45, trasferendoli all’obitorio dell’ospedale di Sfax. “Non ci sono superstiti – ha dichiarato al Fatto Quotidiano Walid, uno dei soccorritori – Abbiamo raccolto i sacchi con i corpi e li abbiamo portati all’ospedale di Sfax. E’ stato terribile, ma ormai siamo abituati a questo genere di tragedie”. La notizia del naufragio si è presto diffusa nella zona e soprattutto tra le famiglie delle vittime, che invano aspettavano da giorni notizie dai ragazzi che si erano imbarcati. Ad attendere a terra l’arrivo delle salme c’era così una piccola folla, composta soprattutto da parenti e amici dei giovani morti. Tra loro, in particolare, una donna di Gafsa, che nella tragedia ha perso tre figli. Il sospetto sempre più concreto che si fosse verificata l’ennesima tragedia di un naufragio fantasma, con decine di vittime, è stato alimentato per giorni dal giornalista Sergio Scandura, di Radio Radicale. Non una parola nei rapporti quotidiani di Migrant Rescue Watch, che pure racconta nei dettagli i blocchi e i respingimenti in mare di migranti operati dalle navi delle Guardie Costiere libica e tunisina.

(Fonti: sito web di Sergio Scandura, Il Fatto Quotidiano, Radio Radicale) 

Grecia (Moria), 27 luglio 2020

Un profugo afghano ventunenne è stato accoltellato a morte nel corso di una violenta lite scoppiata nel centro di identificazione migranti di Moria, sull’isola di Lesbo. A colpirlo sarebbe stato un diciannovenne, anch’egli afghano, che è stato arrestato dalla polizia. Allo scontro avrebbero partecipato altri due profughi. Non sono chiari i motivi del contrasto, ma spesso sono le lunghe attese per l’esame delle richieste di asilo e le condizioni di vita stesse all’interno del campo, sovraffollato e privo  di strutture adeguate, a provocare stati di forte tensione che possono sfociare in violenza e risse. Secondo le statistiche della polizia, senza tener conto degli episodi meno gravi, dall’inizio dell’anno si sono contate almeno 18 risse all’interno del campo, soprattutto tra profughi di nazionalità diverse.

(Fonte: Ekathimerini) 

Libia (Khoms), 27-28 luglio 2020

Tre profughi sudanesi sono stati uccisi a raffiche di mitra dalla Guardia Costiera e dalla polizia libiche mentre tentavano di fuggire, al momento dello sbarco nel porto di Khoms (130 chilometri a est di Tripoli), dopo essere stati intercettati in mare e riportati  in Libia contro la loro volontà. Altri 2 sono rimasti feriti. Le vittime facevano parte di un gruppo di 72 profughi/migranti, quasi tutti sudanesi, partito su un gommone di colore nero, dalla costa a oriente di Tripoli, il 27 luglio e intercettato in mare dalla nave Zuwara, una delle motovedette consegnate a Tripoli dall’Italia. Presi a bordo e costretti a tornare a Khoms, numerosi profughi hanno approfittato della confusione dello sbarco per tentare di scappare, prima di essere presi in consegna dalla polizia e condotti su bus sotto scorta in un centro di detenzione. Per fermarli, i miliziani non hanno esitato a sparare, ad altezza d’uomo, per uccidere. Almeno cinque sono stati raggiunti dai proiettili: due sono morti sul colpo, mentre i 3 feriti sono stati trasferiti in ospedali di Khoms, ma uno era già morente ed è spirato prima di arrivare al pronto soccorso. Il rapporto della Guardia Costiera libica, pubblicato la sera stessa da Migrant Rescue Watch, parla solo dello sbarco dei 72 bloccati in mare, senza far cenno alla sparatoria con ben tre vittime e due feriti.  Allo sbarco erano però presenti, per i servizi di prima assistenza, alcune squadre dell’Oim e dell’Unhcr ed è stato appunto il personale dell’Onu a denunciare la strage. Nella mattinata del giorno 28 è stato pubblicato il primo rapporto ufficiale direttamente dalla sede di Ginevra dell’Oim. In questo documento si parla di due soli morti, perché la notizia della terza vittima è arrivata nelle ore successive. “La sofferenza dei migranti in Libia è intollerabile. Sono anni che diciamo che i migranti non devono essere ricondotti in Libia se riescono a fuggire e che tutti i centri di detenzione vanno chiusi”, ha dichiarato Federico Soda, capo della missione Oim in Libia. Appare un chiaro, ennesimo monito all’Unione Europea, che ha inviato al governo di Tripoli circa 328 milioni di euro di finanziamenti, ignorando la realtà dei lager in cui vengono rinchiusi i profughi e senza chiedere alcuna garanzia. Un monito, in particolare, nei confronti dell’Italia, che proprio quasi alla vigilia di questa strage ha rinnovato e anzi ampliato i finanziamenti in favore della Guardia Costiera libica.

(Fonti: Rapporto Oim, Rappoto Unhcr, Al Jazeeera, Infomigrants, Alarm Phone, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera)

Tunisia (Sfax), 29-30 luglio 2020

Ventiquattro dispersi e un solo superstite per una barca carica di migranti affondata al largo della Tunisia. Il naufragio si è verificato tra il 26 e il 27 luglio ma non se ne è saputo nulla fino a quando, il giorno 29, a 17 miglia dalla riva, è stato avvistato casualmente l’unico naufrago ancora in vita, poi tratto in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera. L’uomo si è salvato rimanendo disperatamente avvinghiato a una tanica di plastica per restare a galla e vedendo scomparire l’uno dopo l’altro i compagni. Ovviamente molto provato dalla lunga permanenza in acqua, appena a terra è stato trasferito all’ospedaqle regionale di Monastir. Ha avuto modo lui stesso, però, di ricostruire la tragedia. Secondo quanto ha riferito, era partito circa quattro giorni prima del ritrovamente insieme a 24 compagni, su una piccola barca in legno, dalla costa di Sfax. Il naufragio è avvenuto probabilmente a causa del sovraccarico, aggravato delle condizioni del mare. Tutto si sarebbe svolto così rapidamente che non si è avuto neanche il tempo di lanciare un Sos. Sulla base delle sue dichiarazioni la Guardia Costiera tunisina ha lanciato una operazione di ricerca dei 24 dispersi, partendo dal punto in cui era il naufrago che si è salvato.

(Fonte: Mosaiquefm, Alarm Phone) 

Spagna (Cabo de Gata, Almeria), 29-30 luglio 2020

Un migrante subsahariano è stato trovato ormai senza vita su una barca raggiunta la notte tra il 29 e il 30 luglio, nel mare di Alboran, dalla salvamar Algenib, del Salvamento Maritimo spagnolo. Molto provati ma tutti in salvo i suoi 11 compagni, 9 uomini e 2 donne. La presenza della barca in difficoltà, a 56 miglia al largodi Cabo de Gata, era stata segnalata intorno alle 18,20 del giorno 29, alla cetrale operativa del Salvamento di Almeria, da un elicottero americano con base su una nave militare portaelicotteri della flotta Usa dislocata nel Mediterraneo Occidentale. E’ stato subito chiaro che doveva trattarsi di una barca di migranti salpati dal Marocco per puntare verso l’Andalusia. La Algenib, raggiunta la zona dell’emergenza, ha condotto una operazione di ricerca che si è conclusa poco dopo la mezzanotte: alle 0,19 il battello è stato raggiunto. Sia i naufraghi che la salma del giovane morto poche ore prima che arrivassero i soccorsi sono stati sbarcati ad Almeria. Nello stesso tratto di mare, sei ore dopo, la salvamar Spica ha tratto in salvo altri 11 migranti, tutti maghrebini, trovati alla deriva su un battello individuato dall’Helimer 220, della flotta aerea del Salvamento Maritimo, verso le 3,20. Anche questi naufraghi sono  stati  trasferiti ad Almeria, dove sono arrivati poco dopo le 8 del giorno 30.

(Fonte: Europa Press Andalucia) 

Libia (Garaboulli-Tajoura), 30 luglio 2020 

Fino a 40 vittime e, comunque, non meno di 32, tra morti e dispersi, in un naufragio al largo della Libia, di fronte alla costa che va da Garaboulli a Tajoura, a est di Tripoli. Il dato non è certo perché sono contrastanti le notizie sul numero delle persone a bordo della barca affondata: 71 secondo le segnalazioni giunte ad Alarm Phone, 63 secondo fonti libiche. Di sicuro sono stati recuperati progressivamente 14 corpi senza vita. I dispersi risultano quindi da un massimo di 26 a  un minimo di 18. L’allarme e i soccorsi non sono venuti dalla Guardia Costiera libica – che anzi ha diffuso solo uno scarno comunicato sulla tragedia, attraverso il sito Migrant Rescue Watch, senza alcun particolare utile a ricostruire quanto è accaduto – ma dall’equipaggio di un piccolo peschereccio, che ha tratto in salvo 6 naufraghi e recuperato il primo dei 14 cadaveri. Tutti i superstiti, una volta a terra, stando alle assicurazioni della Guardia Costiera, sarebbero stati accompagnati in un centro medico, ma poche ore dopo sono finiti in un centro di detenzione di Tripoli (forse proprio quello di Tajoura), senza la possibilità di essere avvicinati e ascoltati. Meno di tre giorni dopo, la mattina del due agosto, il mare ha cominciato a restituire i corpi di altre vittime: sul litorale di Ghot Romman, a breve distanza da Tajoura, ne sono affiorati 4, poi recuperati dalla Guardia Costiera e dal servizio d’emergenza civile. Altri 5 corpi sono stati trovati il 3 agosto, sempre a Ghot Raman, mentre un sesto  e poi altri 3 sono stati individuati e recuperati il giorno 4, portando così a 14 il numero totale dei morti accertati. Restavano da capire, a questo punto, le circostanze del naufragio e quanti fossero i dispersi. La svolta si è avuta grazie alla testimonianza resa ad Alarm Phone il 3 agosto da un giovane che era sulla barca e si è salvato a nuoto insieme a un compagno. Il battello – ha riferito – è partito da Garabulli puntando verso l’Italia. L’accordo con i trafficanti che hanno organizzato la traversata era che a bordo dovevano essere al massimo in 30. In realtà già il gruppo di questo testimone, un sudanese, era composto in partenza da 48 persone e per di più, al momento dell’imbarco, sulla spiaggia c’erano già altre 20 e più persone in attesa. “Alla fine – ha detto – eravamo in 71, tra cui una ventina di sudanesi, 10 etiopi e quasi tutti gli altri ghanesi. Qualcuno, a fronte dell’evidente sovraccarico, ha cercato di rifiutare l’imbarco ma i trafficanti hanno costretto tutti a salire, armi alla mano”. La navigazione, con tanta gente a bordo, è stata subito molto difficile. E infatti sono riusciti ad allontanarsi di poco: erano a circa 3 chilometri dalla riva, tra Garabulli e Tajoura, quando lo scafo si è ribaltato di colpo. Tutto è avvenuto così rapidamnete che non c’è stato il tempo neanche di lanciare un Sos. Il testimone e il suo amico sono riusciti a nuotare per due ore fino alla spiaggia. Nello stesso tratto di costa sono poi arrivati, sempre a nuoto, altri 23 naufraghi. Per non farsi trovare dalla polizia hanno deciso di nascondersi in piccoli gruppi, 5 persone al massimo, con l’aiuto di alcuni contadini della zona. La conferma di questa ricostruzione è arrivata dai dispacci twitter di un giovamne attivista libico, Monhamed Elganga, che ha riferito di almeno 20 migranti soccorsi e nascosti da un suo amico dopo un naufragio a est di Tripoli, pubblicando anche la foto di alcuni naufraghi. Secondo la sua ricostruzione, a bordo della barca affondata dovevano essere almeno in 63, otto in meno, dunque, rispettto alla segnalazione ricevuta da Alarm Phone. Fa pensare che fossero però circa 70 un’altra testimonianza arrivata il 5 agosto via twitter ad Alarm Phone, che parla del gruppo dei 23 arrivati a riva a nuoto, con l’aiuto di un pescatore, e riferisce, appunto, che sul battello erano state fatte salire non meno di 69 persone. Ne consegue che, oltre ai 31 superstiti e ai 14 morti accertati, dovrebbero esserci 25/26 dispersi, per un totale di circa una quarantina di vittime.

(Fonte: Migrant Rescue Watch del 30 luglio, 2  e 3 agosto, Libya Observer, rapporti Oim e Alarm Phone, sito web Mohamed Elganga) 

Marocco (Nador), 30 luglio 2020

Due profughi siriani sono annegati nel naufragio di una piccola barca al largo di Nador, in Marocco. Tratti in salvo altri 13 migranti, tutti originari dell’Africa Subsahariana. Il battello è partito nel pomeriggio di giovedì 30, puntando verso l’Andalusia ma dopo poche miglia si è capovolto ed è affondato prima che facesse buio. Ignote le cause e le circostanze precise: certamente un fattore determinante deve essere stato il sovraccarico. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Marina Imperiale. L’equipaggio ha via via individuato e recuperato 13 naufraghi ancora in vita. Successivamnete sono stati trovati i corpi ormai senza vita degli altri due. Le salme sono state sbarcate sulla spiaggia di Ras Al Maa e da qui trasferite all’obitorio dell’ospedale Al Hassani. La polizia ha preso in consegna i 13 superstiti.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Marocco (Tangeri), 31 luglio 2020

Un profugo senegalese di nome Felix, poco più che ventenne, è morto in circostanze misteriose in un sobborgo di Tangeri, in Marocco. Numerosi suoi amici accusano di averne provocato la morte la polizia ausiliaria, a cui è spesso demandato il controllo dei migranti. Il giovane, a quanto pare, viveva insieme a numerosi altri migranti in un riparo di fortuna nella foresta del Danbo, in località Salouki. Non è chiaro cosa sia accaduto. Il portavoce del governatorato di Tangeri, Tetoun e Al Hoceima ha riferito che le forze di sicurezza, intervenute per un principio d’incendio nel Danbo, hanno incontrato un folto gruppo di migranti subsahariani, uno dei quali era in coma. La stessa polizia – sostiene sempre il Governatorato – ha cercato di soccorrere questo ragazzo, portandolo all’ospedale regionale Mohamed V, ma i medici non hanno potuto che constatarne la morte. Gli amici sostengono invece che Felix si sarebbe sentito male per le conseguenze delle percosse o comunque del trattamento subito da parte di una squadra della polizia ausiliaria durante una delle frequenti retate nell’accampamento della foresta e che lo stavano appunto portando tutti insieme verso Tangeri per i soccorsi. La magistratura ha aperto un’inchiesta e disposto un’autopsia. I 13 migranti che lo stavano trasportando, tutti di origine subsahariana, sono stati fermati in attesa di accertamenti.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Libia (Zliten), 31 luglio – 1 agosto 2020

Due profughi sono morti per denutrizione e per i gravi maltrattamenti subiti nel capannone-prigione dove erano detenuti da una banda di trafficanti. Il lager era alla periferia di Zliten, una città a 4 chilometri dalla costa, tra Misurata (distante circa 60 chilometri) e Khums (35 chilometri), uno dei tratti di litorale da cui sono più frequenti gli imbarchi gestiti dai mercanti di uomini a est di Tripoli, distante 160 chilometri. A scoprire la tragica fine dei due ragazzi, entrambi subsahariani, è stato il contingente di polizia che nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto ha fatto irruzione nella prigione. All’interno del vecchio magazzino adibito a centro di detenzione sono stati trovati 55 migranti di varie nazionalità, in maggioranza africani ma anche asiatici. I due cadaveri erano in una zona appartata, sul retro, in attesa evidentemente di essere fatti sparire, seppellendoli di nascosto, in qualche fossa anonima. Le salme sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale per l’autopsia, ma già il primo, sommario esame medico ha indicato che i due giovani devono essere morti di inedia e di stenti, oltre che per le violenze subite durante la detenzione. Tutti molto provati anche i 55 migranti trovati nella prigione, che – secondo quanto riferisce il rapporto della polizia – sono stati affidati ai servizi medici. Un libico sorpreso dall’irruzione nella struttura è stato arrestato: si ritiene che fosse il “custode” o che comunque sia complice della banda di trafficanti.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Libia (Tripoli), 31 luglio – 1 agosto 2020

“Dieci di noi sono scomparsi in mare prima che la nostra barca fosse intercettata”: lo hanno denunciato alcuni degli 81 migranti ricondotti a Tripoli la sera del 31 luglio dalla Ras Jadar, una delle motovedette consegnate alla Libia dall’Italia. Il battello, partito a quanto pare dalla costa a ovet di Tripoli, è stato raggiunto dopo ore di navigazione verso l’Italia, in acque della zona Sar libica. Costretti a salire a bordo della motovedetta, la sera stessa sono arrivati a Tripoli: 73 sudanesi (inclusi 18 minorenni), 6 guineiani e 2 di provenienza non accertata. Poco dopo lo sbarco,  mentre venivano condotti in un centro di detenzione, cinque hanno tentato la fuga, ma sono stati subito ripresi. La denuncia che 10 dei loro compagni erano dispersi in mare, ormai dati per morti, è stata fatta appunto al momento di entrare nella prigione, quando è stata accertata la nazionalità di tutti i componenti del gruppo. Al momento della tragedia la barca era a decine di miglia dalla costa. Il notiziario Migrant Rescue Watch ha riferito la notizia il due agosto, senza aggiungere particolari. Non risulta che la Guardia Costiera libica abbia organizzato una operazione di ricerca dei dispersi.

(Fonte: Migrant Rescue Watch) 

Algeria (Ain Turk e Sidi Safi) 31 luglio – 1 agosto

I corpi senza vita di due harraga sono stati trovati lungo la costa algerina il 31 luglio e il primo agosto. Il primo, in stato di decomposizione molto avanzata, flottava in mare due chilometri circa al largo di Cap Falcon: recuperato dalla Guardia Costiera, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Ain Turck. Non è stato possibile identificarlo. L’altro – un uomo di circa 50 anni, con indosso una maglia e pantaloni di colore blu – era incastrato tra le rocce della scogliera di Ingliz, nei pressi della spiaggia di Sidi Dielloul, nel comune di Sidi Safi, circa 100 chilometri a ovest di Cap Falcon. Alla luce delle condizioni di conservazione, che denotano una lunga permanenza in mare (specie per il cadavere di Ain Turck), e data la grande distanza dei luoghi, non è verosimile un collegamento con il naufragio di Mostaganem – scoperto il primo agosto ma avvenuto qualche giorno prima (vedi nota seguente) –  lontano oltre 100 chilometri da Cap Falcon e quasi 200 da Sidi Safi. Restano ignoti gli episodi in cui i due migranti sono morti, annegati probabilmente in circostanze e tempi diversi.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, Liberte Algerie)  

Algeria (Mostaganem), 1 agosto 2020

Un migrante morto e 9 dispersi in un naufragio al largo dell’Algeria. Non ci sono superstiti. Il battello è partito dalla zona di Mostaganem, puntando verso le coste della Murcia, in Spagna, intorno al 27/28 luglio. Se ne sono perse le tracce dal momento in cui ha preso il largo, ma nei giorni successivi ha cominciato a circolare la voce che una delle numerose barche salpate in quei giorni verso la Spagna era affondata. La mancanza di qualsiasi contatto con i familiari rimasti in Algeria faceva temere il peggio, ma non si sono avute conferme fino alla giornata di sabato primo agosto, quando sulla spiaggia del Petit Port, a Mostaganem, il mare ha trascinato il corpo senza vita di uno dei giovani che erano a bordo, un ragazzo che veniva dalla provincia di Tiaret, nell’entroterra, a circa 160 chilometri da Mostaganem. Nessuna notizia dei 9 harraga che erano con lui. Senza esito le ricerche condotte in mare dopo il ritrovamento della salma.

(Fonte: Liberte Algerie) 

Spagna-Algeria (Mare di Alboran), 2 agosto 2020

Un migrante morto e sette dispersi (8 vittime) nel naufragio di una barca nel mare di Alboran, a sud della costa di Almeria, quasi all’altezza della linea di confine, in Africa, tra l’Algeria e il Marocco. Soltanto 3 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba presumilmente dalla zona di Orano, in Algeria: era arrivato fino a circa 70 miglia da Almeria quando, per cause imprecisate, è affondato. Tutto deve essersi svolto molto rapidamente e senza che siano state intercettate richieste di soccorso. L’allarme è stato lanciato solo più tardi, intorno alle 9 del mattino, dall’equipahggio di un cargo che ha avvistato casualmente e tratto in salvo uno dei naufraghi, avvertendo subito la centrale operativa del Salvamento Maritimo di Almeria, tanto più che l’uomo ha riferito che sulla barca naufragata erano partiti in undici. Dalla Spagna si è levato in volo un elicottero da ricognizione e salvataggio, l’Helimer 220, che ha individuato e preso a bordo altri due naufaghi e recuperato poi in mare un corpo senza vita. La missione di ricerca dei 7 dispersi è continuata fino al limite dell’esaurimento del carburante, ma prima di rientrare l’equipaggio ha prelevato dal cargo anche il primo naufago soccorso. Sul posto l’Helimer 220 è stato sostituito da un aereo, il Sasemar 101, che ha continuato a pattugliare la zona fino a sera inoltrata, ma non è stata trovata traccia dei dispersi. Alle ricerche si è unita, fin dal mattino, una motovedetta della Marina algerina.

(Fonte: Europapress Andalucia, sito facebook Helena Maleno) 

Marocco-Spagna (Tarfaya, rotta delle Canarie), 3 agosto 2020

Sette morti e 13 dispersi (20 vittime) nel naufragio di un gommone, uno Zodiac, partito dal Marocco per raggiungere le Canarie, con a bordo 60 migranti. La notizia della tragedia è emersa quando i primi corpi degli annegati, poi diventati sette (5 donne e 2 uomini) sono stati trascinati dal mare sul litorale di Tarfaya, una città portuale della costa atlantica, 890 chilometri a sud ovest di Rabat, scelta dai trafficanti come uno dei principali punti d’imbarco per le “spedizioni” di migranti verso l’arcipelago spagnolo. Lo Zodiac, stracarico, ha preso il mare prima dell’alba. Dopo poche miglia si è rovesciato, presumibilmente a causa delle condizioni del mare e del sovrappeso. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Marina Imperiale, la tragedia si era ormai compiuta: 40 i naufraghi tratti in salvo, mentre verso la spiaggia flottavano alcuni corpi trascinati dalle onde. Le autorità marocchine hanno comunicato il naufragio parlando di “almeno 7 morti”, tanti quanti sono, appunto, i corpi trovati su una delle spiagge di Tarfaya. Non un cenno sul numero dei dispersi. L’attivista per i diritti umani Helena Maleno e la Ong Caminando Fronteras hanno potuto però accertare, parlando con i familiari delle vittime, che al momento della partenza sullo Zodiac erano saliti in 60, tra cui numerose donne. Tenendo conto delle salme recuperate e dei 40 naufraghi supersiti, risultano dunque 13 dispersi. “A provocare la tragedia – ha denunciato Helena Maleno – hanno contribuito la pericolosità stessa della rotta atlantica delle Canarie, la debolezza degli Zodiac, inadatti ad affrontare l’Oceano, ma anche i servizi di salvataggio che non hanno reagito alle chiamate di soccorso”. I 40 superstiti (7 donne) sono stati fermati dalla polizia e messi in quarantena preventiva per la pandemia di coronavirus.

(Fonti: sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, Europa Press, El Diario Canarias, Nadorcity.com) 

Tunisia (Sidi Mansour), 3-4 agosto 2020

Un migrante è annegato dopo essere stato gettato in mare esanime dai trafficanti, al largo delle coste di Sfax, nella Tunisia orientale. La barca era partita fra il 3 e il 4 agosto dal litorale di Sidi Mansour, il villaggio situato circa 8 chilometri a nord-est di Sfax diventato una delle principali basi dei trafficanti per le partenze dalla Tunisia verso l’Italia. Erano ancora a poche miglia dalla costa quando il giovane si è reso conto che a bordo erano in troppi ed ha protestato, contestando che il sovraccarico minacciava la stabilità dello scafo e la sicurezza di tutti. Alle sue proteste si sono uniti almeno altri quattro migranti. Due tunisini, presumibilmente gli scafisti, non hanno esitato a pestarlo duramente per farlo tacere e tenere calmi gli altri, colpendolo tanto da fargli perdere i sensi. Poi lo hanno gettato ancora esanime fuoribordo: è annegato e scomparso in pochi minuti, trascinato via dal mare. Il suo corpo è stato trovato, nella giornata di lunedì 4 agosto, a circa 5 miglia da Sidi Mansour. Anche i  quattro che lo avevano spalleggiato sono  stati costretti a gettarsi in acqua ed hanno raggiunto la riva a nuoto. La barca ha poi proseguito la rotta verso la Sicilia, ma si è bloccata poco dopo per un guasto al motore, al largo delle isole Kerkennah, rimanendo in balia delle onde fino a quando è stata raggiunta da un peschereccio, che l’ha rimorchiata a riva. Una volta a terra la vicenda è venuta alla luce, grazie al racconto dei quattro che avevano raggiunto la costa a nuoto. La polizia ha arrestato i due, entrambi tunisini, che hanno picchiato e buttato in acqua il giovane e costretto gli altri 4 a gettarsi a loro volta fuoribordo e altri 8, tutti tunisini, considerati complici dell’omicidio.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)  

Marocco (Dakhla, Sahara Occidentale), 3-4-5 agosto 2020

Almeno 20 morti (17 adulti e 3 bambini) e un numero imprecisato di dispersi in un naufragio scoperto la mattina di martedì 4 agosto al largo di Dakhla, nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, capoluogo della regione Dakhla – Oued El Dahab. Dieci soltanto i superstiti. La barca, quasi certamente un tradizionale cayuco da pesca in legno, deve essere partita il giorno prima, lunedì 3. Non si sa esattamente da dove, ma presumibilmente da una zona a sud di Dakhla, uno dei tratti di costa sahariana da cui sono frequenti gli imbarchi verso le Canarie spagnole. Le condizioni meteomarine erano pessime, con vento a oltre 75 nodi da nord est, forti correnti e onde molto alte, ma i migranti devono essersi convinti a salpare ugualmente, forse contando su una sorveglianza meno rigida sul litorale in occasione dei giorni di Eid Al Adha, la più importante e sentita festa islamica. Il battello non ha però retto alla furia del mare, rovesciandosi e andando a fondo rapidamente. L’allarme è scattato martedì mattina quando un peschereccio della cooperativa Lasarka, tornato in mare dopo le feste e dopo la sosta dovuta al maltempo, ha scoperto a circa 5-6 chilometri dalla riva i relitti del naufragio, recuperando dieci persone ancora in vita aggrappate ai rottami della barca e due cadaveri, dopo aver subito avvertito il comando della Marina di Dakhla. Grazie alle ricerche proseguite dalla mattinata di martedì fino a giovedì 6, ad opera di motovedette della Marina Imperiale e di varie barche da pesca, sono stati trovati inizialmente 2 corpi e poi altri 8 ma, secondo Helena Maleno, di Caminando Fronteras, le vittime accertate sono infine salite a 20, tra cui 3 bambini. Non si sa con esattezza in quanti fossero a bordo, sicché non è stato possibile, almeno nell’immediato, stabilire il numero dei dispersi. La polizia ha aperto un’inchiesta per risalire all’organizzaizone che ha gestito la partenza.

(Fonte: Dakhlanews.com, sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, El Pais, Publico)  

Grecia (Ardania, Alexandroupolis), 5 agosto 2020

Sette profughi morti e 5 feriti in un incidente stradale avvenuto intormo all’una di notte all’altezza di un accesso all’autostrada Egnatia, nel nord est della Grecia. La vettura, stracarica, veniva dalla frontiera dell’Evros, diretta verso Salonicco o Atene. I profughi a bordo, dovevano aver passato da poco il confine e presumibilmente avevano deciso di viaggiare in piena notte per eludere la sorveglianza della polizia, sempre molto intensa nella zona e rafforzata dai primi di marzo, quando il presidente turco Erdogan ha aperto i confini in uscita per i rifugiati e richiedenti asilo. All’altezza del villaggio di Ardania, nei pressi di Alexandroupolis, hanno lasciato la statale per prendere a forte velocità lo svincolo in costruzione verso l’autostrada, senza accorgersi che l’imbocco era ostruito dalla base di cemento su cui è prevista l’installazione della stazione d’ingresso. L’impatto è stato devastante. Quando la polizia greca è giunta sul posto, ben 7 dei 12 profughi erano morti. Gli altri 5 sono stati trasferiti negli ospedali della zona. Due apparivano in condizioni critiche. Non è stato possibile stabilire sul momento la nazionalitnà dei profughi.

(Fonte: Associated Press, Ekathinmerini) 

Mauritania (Nouadhibou), 6 agosto 2020

Ventisette morti e un solo superstite nel naufragio di una barca carica di migranti al largo della Mauritania, all’altezza di Nouadhibou, la seconda città del Paese, situata vicino al confine con il Sahara Occidentale, sulla penisola di Capo Blanco, famosa per la grande baia diventata uno dei più grandi cimiteri di navi abbandonate e da smantellare. In base alle prime ricostruzioni della tragedia e alle prime parole dell’unco superstite, originario della Guinea, si pensava che ci fossero 40 vittime e che il battello fosse partito per le Canarie da una zona più a sud, nella stessa Mauritania, e che le pessime condizioni meteomarine lo avessero poi fatto affondare. La testimonianza resa a Laura Lungarotti, responsabile dell’ufficio Oim in Mauritania, dal giovane guineano due giorni dopo, non appena ha riacquistato le forze e si è ripreso dallo stato confusionale in cui si trovava quando è stato salvato, delinea uno scenario molto diverso e per certi versi ancora più drammatico. La barca è partita il 18 luglio non dalla Mauritania ma da Dakhla, nel Sahara Occicentale. A bordo erano in 28 e le vittime, dunque, sono 27 e non 40. Si tratta presumibilmente di una delle numerose barche salpate tra il 17 e il 19 luglio dalle coste del Sahara verso le Canarie, di alcune delle quali si sono perse le tracce. Durante la navigazione il motore è andato in avaria e il battello è rimasto alla deriva per più di due settimane: 16 o 17 giorni durante i quali, finiti i viveri e l’acqua, l’unico sopravvissuto ha visto morire una dopo l’altra, per sfinimento e disidratazione, tutte le altre 27 persone che erano a bordo, tra cui due donne e diversi ragazzi minorenni. “Via via che morivano – ha raccontato – siamo stati costretti a far scivolare i loro corpi in mare”. La corrente ha spinto il battello verso sud, fino all’altezza delle coste della Mauritania, davanti a Nouadhibou, dove poi è stato intercettato dalla Guardia Costiera del posto, nel pieno di una violenta burrasca. Quasi tutte le vittime, come il giovane tratto in salvo, venivano dalla Guinea.

(Fonte: siti web Laura Lungarotti, Oim; Vincent Cochetel, Unhcr, Helena Maleno, El Pais) 

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 7 agosto 2020

Non si ha più traccia di 63 migranti salpati dal Marocco per le Canarie il 18 luglio: passate 3 settimane senza averne più alcuna notizia, tutto lascia pensare che siano morti in uno dei sempre più frequenti naufragi fantasma. Si sa per certo che erano a bordo di un gommone partito nel pomeriggio del giorno 18 da Tarfaya, nel Sahara Occidentale, uno dei punti d’imbarco più usati dai trafficanti sulla rotta dalla costa marocchina all’arcipelago spagnolo. Nelle stesse ore sono partite altre quattro barche dal Marocco, una da Tan Tan, 200 chilometri più a nord, e tre da Dakhla, molto più a sud. Tutte e cinque si sono trovate in difficoltà, durante la notte, a causa delle cattive condizioni del mare. La mattina del 19, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è scattato uno stato d’emergenza per individuarle e soccorrerle. Almeno tre sono state ritrovate nei giorni successivi. Nessuna traccia, invece, di quella partita da Tarfaya. Senza esito anche le ricognizioni a lungo raggio condotte per almeno una settimana dal Salvamento Maritimo spagnolo delle Canarie, con elicotteri e aerei. Il 31 luglio il problema dei soccorsi in Atlantico sulla rotta delle Canarie è stato sollevato di fronte al Parlamento spagnolo dalla deputata Ana Oremas, la quale ha chiamato in causa anche l’agenzia europea Frontex. Questo intervento ha offerto l’occasione ad Helena Maleno, di Caminando Fronteras, di richiamare anche il caso del gommone con 63 dispersi partito da Tarfaya, sottolineando come non se ne avesse notizia ormai da due settimane. Il 3 agosto il caso è stato rilanciato da Alarm Phone, comunicando che sia le autorità spagnole che marocchine avevano comunicato di non aver trovato il battello nonostante le ricerche e che, nello stesso tempo, non risultava che la barca fosse in qualche modo rientrata in Marocco, sicché era lecito ipotizzare un naufragio fantasma, senza alcun superstite. Il 5 agosto l’ipotesi di un naufagio con 63 dispersi è stata confermata all’Oim dalla Spanish Refugee  Commission in the Canary Islands, un gruppo che monitorizza le partenze e gli arrivi o intercettazioni in mare delle barche sulla rotta atlantica tra il Marocco e l’arcipelago. Sulla base di questi rapporti, dopo tre settimane, si è persa ogni speranza di ritrovare quei 63 migranti.

(Fonti: El Diario, sito web Helena Maleno, Alarm Phone, ufficio Oim Spagna) 

Spagna (Valencia), 7 agosto 2020

Due giovanissimi migranti subsahariani sono annegati nel porto di Valencia: arrivati come clandestini su un cargo, temendo evidentemente di essere bloccati e rimpatriati al momento dello sbarco, si sono gettati in acqua e non sono più riemersi. Dovevano avere entrambi non più di 13/14 anni. La nave, una enorme unità da carico, lunga 220 metri e più di 42 mila tonnellate di stazza, con bandiera liberiana, proveniva da Monrovia. Non sembra comunque che i due ragazzini siano saliti a bordo in questo porto: si ritiene più probabile che si siano nascosti sul cargo in Camerun o in Costa d’Avorio, gli ultimi due scali. Non si sa se durante la navigazione siano stati scoperti. Di sicuro il comandante, prima di entrare nel porto di Valencia, non ne ha comunicato la presenza come è previsto dalle norme internazionali: le autorità spagnole hanno aperto un’inchiesta per accertare se questa omessa segnalazione sia stata voluta, per non incorrere nei problemi che sorgono smepre in questi casi, o se invece dipenda dal fatto che fino all’ultimo nessuno si è accorto di loro. Certo è che i due hanno deciso di tuffarsi dalla fiancata sinistra, quella opposta alla banchina di ormeggio, proprio nel momento più pericoloso, quando la nave stava compiendo la complicata manovra di accostamento. Hanno scelto la parte prodiera, finendo proprio di fronte alle turbine azionate al massimo per avvicinare il cargo al molo.  Le correnti e i gorghi provocati dalle eliche prodiere e il loro stesso peso corporeo li hanno trascinati a fondo: da quel momento nessuno li ha più visti. L’allarme è stato subito lanciato sia da alcuni membri dell’equipaggio che dal personale di un rimorchiatore che era vicino al cargo. Sono accorse unità dei pompieri, del Salvamento Maritimo, della Guardia Civil e della Polizia Portuaria, ma dei due ragazzi non è stata trovata traccia. I loro corpi sono stati recuperati più di due ore dopo, verso le 10,30, immersi nel fango del fondo, da una squadra di sommozzatori che ha ispezionato l’intera zona, partendo da sotto la chiglia del cargo. La Procura ha aperto un’inchiesta per identificarli e per stabilire le eventuali responsabilità dell’equipaggio e del comandante della nave.

(Fonti: Mediterraneo, Levante, Informacion, siti web Helena Maleno e Hibai Arbide Aza) 

Algeria (Annaba), 11 agosto 2020

Un bimbo di 3 anni è annegato nel naufragio di una barca carica di migranti al largo dell’Algeria. Il battello, un piccolo scafo da pesca in legno, era partito da Annaba (Bona) nell’estremo nord est del paese, a pochi chilometri dal confine occidentale della Tunisia. A bordo, oltre al bambino, c’erano 33 uomini e 4 donne, tra cui la madre del piccolo. Puntavano verosimilmente verso la Sardegna o comunque l’Italia, come tutte le barche di “harraga” che salpano da questo tratto di costa algerina. Non hanno fatto molta strada: dopo qualche ora di navigazione la barca si è rovesciata. Le condizioni del mare erano abbastanza buone: c’è da pensare, dunque, che la causa vada forse ricercata in una manovra errata e certamente nel sovraccarico. Di sicuro tutto è avvenuto in pochi minuti, tanto che non c’è stato neanche il tempo di lanciare un Sos. L’allarme è stato dato da un cargo algerino proveniente da Annaba e diretto a Torre Annunziata, il Timgad, che ha avvistato casualmente il relitto e alcuni naufraghi in acqua. La Guardia Costiera algerina è arrivata in tempo per salvare i 37 adulti ma quando è stato ritrovato il bimbo era ormai senza vita. La piccola salma e i superstiti sono stati sbarcati ad Annaba. La magistratura ha aperto un’inchiesta, affidandola ai servizi di sicurezza.

(Fonte: Observalgerie) 

Libia (Tripoli), 11-13 agosto 2020

Un profugo eritreo è morto a Tripoli stroncato dalla tubercolosi contratta in un centro di detenzione. Si chiamava Tesfalem Habton, aveva 24 anni. Arrivato in Libia come richiedente asilo nei primi mesi del 2017 e catturato poco tempo dopo aver varcato il confine, mentre cercava un imbarco verso l’Europa, ha peregrinato in diversi centri di detenzione: prima Gharyan, poi Tarek al Matar a Tripoli, poi Al Zintan, 160 chilometri a sud ovest della capitale. E’ probabilmente proprio in questo lager, dove si è diffusa un’epidemia di Tbc con decine di vittime, che Tesfalem ha contratto il contagio. Sta di fatto che è stato incluso nel gruppo di detenuti che le autorità libiche, con l’intento di ridurre il sovraffollamento del centro in presenza dell’epidemia, hanno trasferito a Gharyan, con il risultato di diffondere la malattia anche in questo centro. Sta di fatto che Tesfalem ha cominciato a sentirsi male durante il suo secondo soggiorno a Gharyan. La mancanza di cure adeguate ha fatto il resto. Dopo alcuni mesi è stato di nuovo trasferito, questa volta a Tripoli, ma non si è più ripreso. Le sue condizioni sono progressivamente peggiorate e tra l’undici e il dodici agosto ha cessato di vivere. Il giorno 13 è stato seppellito.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica) 

Spagna (Valencia), 15 agosto 2020

Due migranti algerini sono stati trovati privi di vita, a Valencia, sulla nave su cui si erano imbarcati clandestinamente, nascosti in un container insieme a tre compagni. Non si sa quanto tempo abbiano trascorso in quel nascondiglio. Probabilmente si sono chiusi nel container sulla banchina del porto di partenza, prima che fosse caricato, e – a giudicare anche dalle condizioni dei tre sopravvissuti, rinvenuti in stato di semi-incoscienza, con gravi sintomi di asfissia e disidratazione – devono esserci rimasti per più giorni, esaurendo le scorte di cibo e di acqua. Nessuno si è accorto di nulla fino all’arrivo della nave a Valencia. L’allarme è scattato al momento dello sbarco del container, quando alcuni rumori sospetti hanno attirato l’attenzione del perosnale addetto alla manovra. I tre sopravvissuti, dopo un’assistenza d’urgenza prestata direttamente sul molo da personale della Croce Rossa, sono stati trasferiti in ospedale. La Procura ha disposta l’autopsia delle salme delle due vititme per stabilire con esattezza le cause della morte, nel contesto dell’indagine giudiziaria affidata alla polizia nazionale per ricostruire la tragedia, dal momento dell’imbarco all’arrivo a Valencia.

(Fonte: Europa Press, sito web Helena Maleno, Observalgerie).

Libia (Zuwara – Abu Kammash), 15-17 agosto 2020

Almeno 45 vittime, tra morti e dispersi, al largo della Libia occidentale, tra Zuwara e Abu Kammash, nel naufragio di una barca provocato dall’incendio del motore e dall’esplosione del serbatoio. Secondo alcuni superstitit, l’incendio sarebbe stato innescato da raffiche di mitra esplose contro il serbatoio di benzina del motore dai miliziani di un battello con bandiera libica. I 37 superstiti, condotti  a terra a Zuwara da un peschereccio, sono stati rinchiusi dalla polizia in un centro di detenzione. Tra le vittime ci sono anche 5 bambini. Il natante risulta salpato la notte tra il 14 e il 15 agosto, intorno alle 4, da un tratto di costa vicino ad Abu Kammash, a ovest di Zuwara, quasi al confine con la Tunisia. Dopo alcune ore di navigazione il motore è andato in avaria, ma i migranti sono riusciti in qualche modo a riavviarlo. E’ andata avanti così fino al secondo giorno (16 agosto), tra continue interruzioni e nuovi riavvii del motore e navigando in pratica alla cieca, perché anche il dispositivo Gps ha smesso di funzionare, mentre il mare si stava gonfiando e le onde si facevano sempre più alte. In queste condizioni, i migranti a bordo, rendendosi conto di essere ancora molto lontani dalle coste italiane, con le scorte d’acqua e di cibo esarite, hanno deciso di rientrare in Libia. Sarebbe avvenuto in queste ore l’incontro con la il battello dei miliziani – forse un peschereccio, identificato dai superstiti come Captain Salam 181, con a bordo un equipaggio misto libico ed egiziano – i quali, anziché prestare aiuto, avrebbero ostacolato la navigazione della barca dei migranti, pretendendo la consegna del  Gps e di tutti i cellulari per rimorchiarla verso l’Africa. “A breve distanza dalla costa, anziché procedere verso la riva – hanno raccontato i naufraghi – quei miliziani hanno preteso del denaro: 100 dollari a testa per farci sbarcare e liberarci. Abbiamo contestato che nessuno di noi aveva né dollari né altra valuta e allora quelli hanno invertito la rotta, riportandoci molto al largo, quasi fin dove era iniziato il rimorchio. Poi volevano prendersi il motore: ‘Se non avete soldi, hanno detto, allora morirete’. Ci siamo opposti e quelli hanno sparato verso la nostra barca: la raffica ha raggiunto il serbatoio della benzina, facendo esplodere l’incendio che ha provocato il ferimento di molti di noi e il naufragio. Poi ci hanno abbandonato in mare aperto”. Nelle ore successive, prima di notte, mentre la barca stava affondando e molti erano già in acqua, i soccorsi sono arrivati da un piccolo peschereccio libico che, avvistato casualmente il relitto e udite le invocazioni di aiuto, si è avvicinato. I pescatori sono rimasti sul posto tutta la notte per prestare assistenza e soccorrere i naufraghi, recuperando anche una decina di salme. L’indomani (17 agosto) i superstiti sono stati sbarcati a Zuwara: vengono da Senegal, Mali, Ciad e Ghana. Nei giorni successivi altre due salme sono state spinte dal mare sulla spiaggia di Zuwara. Non è chiaro se questa barca sia la stessa (indicata però con 65 persone a bordo e non 82) che, partita dai dintorni di Zuwara, risulta dispersa dalla notte tra il 15 e il 16 agosto, dopo aver chiesto aiuto ad Alarm Phone. L’ultimo contatto con Alarm Phone risale alle 22,25 del giorno 15. Da allora silenzio totale e nessun intervento di soccorso: né da parte della Libia o della Tunisia, né tantomeno dell’Italia o di Malta, più volte informate dell’emergenza in atto. Nonostante la differenza del numero di persone a bordo tra la richiesta di aiuto giunta ad Alarm Phone e quanto si è potuto accertare dopo il naufragio, si è portati a credere che si tratti della stessa barca.

(Fonte: Rapporto congiunto Oim e Unhcr da Ginevra 17 agosto, Associated Press, Reuters, Al Jazeera, Franceinfo, Repubblica, Avvenire edizioni del 17 e 21 agosto, Internazionale, sito web Alarm Phone)

Marocco-Spagna (rotta atlantica) 18-20 agosto 2020

Almeno 15 migranti subsahariani morti a bordo di un cayuco da pesca in rotta verso le Canarie dopo essere partito presumibilmente dal sud dell’ex Sahara Spagnolo o addirittura dalla Mauritania. Il battello è stato individuato casualnente la mattina di mercoledì 18 agosto, poco dopo le 8, dall’aereo da ricognizione Sasemar 103, del Salvamento Maritimo spagnolo, in volo per cercare un’altra barca con a bordo una quarantina di persone, segnalata in difficoltà dopo essere salpata da Nuadibù, in Mauritania. Era a 81 miglia a sud di Gan Canaria. Non appena il velivolo si è abbassato per verificare la situazione, ci si è resi subito conto che le persone a  bordo – inzialmente si pensava una decina – non davano segno di vita. Da qui l’allarme. Il centro di coordinamneto e salvamento di Las Palmas ha inviato in zona un elicottero, Helimer 22, la salvamar Menkalinan e la guardamar Talia. A queste unità si è aggiunto il pattugliatore d’altura Rio Tajo, della Guardia Civil. Quando, su segnalazione di Helimer 22, si è avuto conferma che sulla barca dovevano esserci solo cadaveri, ha proseguito la rotta soltanto il Rio Tajo, che ha raggiunto la zona il giorno 19 e, preso a rimorchio il cayuco, ha poi invertito la rotta per rientrare a Gran Canaria. La navigazione di ritorno è stata ostacolata dal mare mosso e dalle conseguenti difficoltà del rimorchio. L’arrivo era previsto per il pomeriggio del 20 ma il pattugliatore è entrato in porto solo verso le 22, attraccando al molo di Arinaga, appositamnete predisposto per lo sbarco dei cadaveri, con la presenza di un presidio della Croce Rossa. Si è scoperto solo in quel momento che i morti – verosimilmente per disidratazione e sfinimento – erano 15 anziché una decina. Non è da escludere, anzi, che sul cayuco ci fossero altri migranti che potrebbero essersi persi in mare.

(Fonte: El Diario, La Provincia, Canarias 7, sito web Helena Maleno) 

Libia-Italia (Zuwara), 17-19 agosto 2020

Almeno 30 vittime nel naufragio di un gommone carico di migranti diretto verso l’Italia, al largo di Zuwara. Il battello risulta partito il 17 agosto dalla costa a ovest di Tripoli, proprio nei dintorni di Zuwara. A bordo, secondo alcuni superstiti, c’erano come minimo 95 persone. Circa 100, secondo la richiesta di aiuto giunta alla centrale di Alarm Phone intorno alle 10,30 del mattino del giorno 18, quando erano a una trentina di miglia dalla Libia. “Il battello – hanno segnalato i migranti – si sta sgonfiando e uno dei tubolari rischia di scoppiare”. La segnalazione è stata immediatamente comunicata alla Guardia Costiera libica e alle centrali Mrcc di Roma e di Malta, ma non è scattata alcuna operazione di soccorso. Il naufragio è avvenuto in concomitanza con il colloquio in corso con Alarm Phone, che si è interrotta quasi di colpo. La stessa Alarm Phone, non riuscendo più a contattare il gommone nelle ore successive, ha poi comunicato di aver sentito come un’esplosione e un sibilo, mettendo anche in rete questi strani rumori. Nemmeno a questo punto sono state predispostiinterventi di  ricerca e soccorso. Poco prima o in concomitanza con il naufragio 7 ragazzi si sono gettati in mare per cercare di raggiungere a nuoto due barche di pescatori che si vedevano poco lontano: non  se ne è saputo più nulla. I naufraghi hanno cercato di salvarsi aggrappandosi a quanto rimaneva del gommone ormai semi sommerso e ad altri relitti. Sono rimasti in acqua per ore, molti fino al giorno dopo: non avevano giubbotti di salvataggio e tanti non ce l’hanno fatta a resistere. Nella serata dello stesso giorno 18 pare abbia incrociato nella zona, su indicazione di Alarm Phone, la Vos Afrodite, una delle navi di supporto alle piattaforme petrolifere offshore, ma non avrebbe trovato traccia del naufragio: né rottami, né gente in mare. I primi soccorsi sono arrivati verso il tramonto e nel corso della notte da alcune piccole barche da pesca, che hanno recuperato complessivamente 65 persone. Tutti i superstiti sono stati portati verso la costa dagli stessi pescatori. La Guardia Costiera libica è intervenuta solo successivamente, per prendere in carico i sopravvissuti a Zuwara, nella tarda serata del 19 agosto. Dei 65 che si sono salvati, la maggior parte, 35, sono originari della Guinea e 11 della Nigeria. Queste le altre nazionalità d’origine: Mali 6, Eritrea 4, Togo 3, Camerun 2, Sudan 1 e altri 3 di nazionalità sconosciuta. Nell’ipotesi minima di 95 persone a bordo, i dispersi risultano dunque non meno di 30. Forse qualcuno in più. Tra loro almeno 6 eritrei, alcuni dei quali (Mnase Tukabo, Jamal Mohammed e Hani Arefajne) erano, insieme a due etiopi, nel piccolo gruppo dei sette che ha cercato di arrivare a nuoto fino ai pescherecci che si vedevano nella zona. Nei giorni successivi il mare ha cominciato a spingere a riva i corpi delle vittime, sulla spiaggia di Zuwara: secondo un rapporto dell’Oim, 22 fino alla sera di domenica 23 agosto.

(Fonti: sito web Alarm Phone, Migrant Rescue Watch, Coordinamento Eritrea)

Tunisia (Jdareya, Ben Guardane), 18-19 agosto 2020

Tre migranti tunisini morti nel naufragio di una piccola barca al largo del nord est della Tunisia. Il battello era partito da Jdareya, tra Zarzis e Ben Guardane, puntando verosimilmente verso l’Italia, come quasi la totalità dei natanti di harraga che salpano da questa zona. A bordo erano in 18, tutti provenienti da Ben Guardane. Dopo poche ore di navigazione il motore è andato in avaria e la barca, rimasta in balia de mare, è affondata. I naufraghi sono rimasti in acqua per ore, fino al giorno successivo, 19 agosto, quando il relitto è stato avvistato da un peschereccio, che ha tratto in salvo quindici persone. Nessuna traccia degli altri tre migranti.

(Fonte: rapporto Alarm Phone del 24 agosto, sito web Alarm Phone)

Marocco-Spagna (Melilla), 20 agosto 2020

Un giovane migrante subsahariano è morto nel tentativo di superare il vallo che separa il territorio dell’enclave spagnola di Melilla dal Marocco. La triplice barriera di rete d’acciaio e matasse di filo lamellato è stata presa d’assalto intorno alle 6 del mattino da almeno 300 migranti, partiti in massa dalle colline poco distanti dalla linea di confine. La polizia di frontiera e la Guardia Civil, benché colte di sorpresa, sono riuscite a respingerne la maggioranza, ma almeno una trentina ce l’hanno fatta a scavalcare il “muro” e ad entrare dunque in Spagna. Tra loro, anche il ragazzo che è morto, il quale, stando ad alcune testimonianze raccolte dal quotidiano La Provincia, avrebbe perso l’equilibrio mentre era sulla sommità dell’ultima barriera, cadendo da un’altezza di oltre 4 metri sul fondo del letto di un torrente in secca, nel tratto del vallo compreso tra le località di Barrio Chino e Pino, rimanendo esanime a terra. Una squadra della Croce Rossa, avvertita da agenti della Guardia Civil, ha cercato poco dopo di soccorrerlo, ma è apparso subito chiaro che era in condizioni disperate: gli è stata praticata una terapia di rianimazione cardiopolmonare, ma ha cessato di vivere prima ancora che potessero trasferirlo in ospedale. Il cadavere è stato composto all’obitorio dell’istituto di medicina legale per le indagini.

(Fonte: La Provincia, El Faro de Melilla, El Diario, sito web Helena Maleno)   

Mauritania-Marocco-Spagna (rotta atlantica), 20-21 agosto 2020          

Cinque migranti subsahariani morti su un cayuco da pesca raggiunto dalla salvamar Menkalinan, del Salvamento Maritimo spagnolo, oltre 110 miglia a sud di Gran Canaria. Undici i supersiti. La barca, sicuramente in mare da diversi giorni, è stata avvistata la mattina del 20 agosto, ancora più a sud, da un elicottero da ricognizione che ha condotto le operazioni di ricerca coordinandosi con le unità navali. A bordo i soccorritori hanno trovato 4 cadaveri e 12 persone ancora in vita, anche se molto provate e con evidenti sintomi di ipotermia e disidratazione. L’elicottero, su indicazione dell’equipaggio della Menkalinan, ha preso a bordo i due più gravi, entrambi in condizioni critiche, per trasferirli d’urgenza all’ospedale di Gan Canaria. Uno non ce l’ha fatta: è morto durante il volo, portando a 5 il numero delle vittime. Gli altri 10 sono stati trasferiti sulla Menkalinan e sbarcati al porto di Arguineguin, con l’assistenza di una equipe della Croce Rossa. Nelle stesse ore è stata soccorsa da una motovedetta della Guardia Civil, a circa 5 miglia da Gran Canaria, un’altra barca con 36 migranti subsahariani a bordo.

(Fonte: La Provincia, El Diario, Canarias 7)

Algeria-Spagna (Cabo de Gata, Almeria), 21-22 agosto 2020

Undici migranti morti nel naufragio di un gommone Zodiac partito dall’Algeria e diretto verso la costa di Almeria, in Andalusia. A bordo erano in 15: quattro soltanto i superstiti. Il battello era partito la sera di venerdì 21 agosto dalla costa algerina occidentale, nella zona di Orano. Dopo circa 4 ore di navigazione, intorno alle 22,30, 32 miglia al largo di Cabo de Gata, nella provincia di Almeria, ha avuto un incidente: probabilmente una falla nello scafo, che lo ha fatto affondare rapidamente. La richiesta di soccorso è stata raccolta dalla centrale di Almeria del Salvamento Maritimo, che ha subito mobilitato per le ricerche i pescherecci e tutte le navi che incrociavano nella zona. Ed è stata appunto una nave – il ro-ro merci e passeggeri italiano Cristal (proveniente da Nador, in Marocco, e diretto a Marsiglia) – a raggiungere per prima il punto del naufragio, dove ha recuperato tre naufraghi, trasferendoli poi a Barcellona. Un altro è stato tratto in salvo dalla guardamar Concepcion Arenal, arrivata da Almeria: era in gravi condizioni per un forte stato di ipotermia ed è stato necessario trasferirlo d’urgenza, con un elicottero, all’ospedale di Almeria. La stessa Concepcion Arenal ha poi individuato anche due corpi senza vita, sbarcandoli in nottata ad Almeria. Dispersi gli altri 9 “harraga”, tra cui una donna in stato di gravidanza e due bambini di 10 e 14 anni. Senza esito le ricerche condotte nella giornata del 22 agosto.

(Fonte: La Voz de Almeria, Europa Press Andalucia, sito web Alarm Phone, sito web Helena Maleno, sito web Javier Pajaron giornalista, sito web Eroesdelmar).

Tunisia-Libia (dipartimento di Zarzis), 22-23 agosto 2020

Sei corpi senza vita di giovani migranti subsahariani sono affiorati tra sabato 22 e domenica 23 sul litorale del dipartimento di Zarzis, in Tunisia. I primi 2 sono stati recuperati sabato da una squadra della Protezione Civile: uno sulla spiaggia di Uqla e il secondo su quella di Lamsa, dove erano arrivati spinti dalle onde. Una terza salma è stata trovata sulla spiaggia di Hassi Jerbi. Altre tre, infine, sono state individuate nelle ore successive. A giudicare dallo stato di conservazione, devono essere rimaste in acqua per più giorni: non è stato possibile identificarle, ma ne è stato prelevato il Dna e la magistratura locale ne ha disposto l’autopsia. Secondo la polizia, appartengono a migranti annegati nel “naufragio fantasma” di una barca diretta verso l’Italia. Il ritrovamento è, con ogni probabilità, la conferma della denuncia fatta da un giovane egiziano salvato da un pescatore libico e fatto sbarcare a Jansour, poco a ovest di Tripoli, dove è stato preso in consegna dalla polizia e rinchiuso in un centro di detenzione, nonostante avesse numerose, gravi ustioni in più parti del corpo, provocate dall’immersione prolungata in una miscela di benzina e acqua salata a bordo della barca stessa. Da Jansour il giovane è riuscito a contattare Alarm Phone, riferendo di essere forse l’unico superstite di un naufragio avvenuto il 16 agosto. Secondo il suo racconto, sono partiti in almeno 40, la notte del 15 agosto: tunisini, egiziani, gambiani e guineiani. La barca, in pessime condizioni, ha navigato solo per poco più di quattro ore. Verso le cinque del mattino è andata a fondo rapidamente, non lontano dalla costa sudorientale tunisina. Lui si è salvato aggrappandosi a una tanica vuota. E’ rimasto in acqua fino al pomeriggio, quando è arrivato il piccolo peschereccio che lo ha salvato. Il pescatore ha anche perlustrato un po’ la zona alla ricerca di altri naufaghi, ma non ne ha trovato traccia. Tre giorni dopo, il primo dei 6 corpi senza vita è affiorato sulla costa di Zarzis. In base a questo racconto, dunque, risultano 6 morti accertati e, almeno 30 dispersi, verosimilmente 33.

Il rapporto Oim. Un rapporto pubblicato dall’Oim il 10 settembre ha segnalato che tra il 20 e il 28 agosto sno sttai recuperati sulla costa di Abukamash, tra Zuwara e il confine con la Tunisia, i corpi senza vita di 32 migranti subsahariani: sembra la conferma dei tre naufragi avvenuti tra il 15 e il 20 agosto (vedi anche note del 15-17 e 17-19 agosto) con decine di vittime e dispersi.

(Fonte: Quotidiano tunisino in arabo Shemsfm.net, rapporto Alarm Phone)

Grecia-Turchia (isola di Halki, Dodecaneso), 25-26 agosto 2020

Due profughi dispersi, padre e figlio, la notte tra il 25 e il 26 agosto, durante le operazioni di soccorso a uno yacht con a bordo circa 100 migranti partito dal sud ovest della Turchia. Il battello puntava probabilmente verso Rodi. Era a una ventina di miglia dall’isola disabitata di Halki, la più piccola del Dodecaneso, 4 miglia a sud ovest di Rodi, quando lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua ed è affondato rapidamente. La richiesta di aiuto è stata intercettata dalla centrale operativa Mrcc greca, che ha mobilitato per le ricerche due elicotteri, una nave della marina, 5 motovedette e almeno tre cargo presenti nella zona. A queste si sono aggiunte alcune unità della Guardia Costiera turca, che hanno però operato autonomamente, al di fuori del coordinamento greco. Sono stati tratti in salvo complessivamente 96 naufraghi: 77 dalla marina greca (72 sbarcati a Rodi e 5 a Karpathos) e 19 dal cargo maltese Alexandra, che li ha poi trasferiti su una motovedetta turca. Una volta a terra, una famiglia ha segnalato che mancavano due dei suoi componenti, un uomo e suo figlio bambino, non reperibili in nessuno dei tre gruppi di superstiti. Atene ha accusato la Guardia Costiera di Ankara di aver di fatto ostacolato le operaizoni di soccorso, in particolare il pattugliamento di uno degli elicotteri. Tra i profughi riportati in Anatolia ci sarebbe anche un oppositore del regime di Erdogan, che stava cercando di fuggire dallaTurchia.

(Fonti: Associated Press, Ekathimerini, Ana Mpa, Anadolu Agency) 

Spagna (Melilla), 26 agosto 2020

Un migrante maghrebino minorenne è annegato nel porto di Melilla cadendo dalla nave dove stava cercando di imbarcarsi di nascosto per raggiungere la Penisola Iberica. Con lui erano alcuni coetanei: in tutto, a quanto pare, almeno tre o quattro dei tanti che stazionano nella zona del porto commerciale per cercare di procurarsi un imbarco. La nave su cui volevano salire era ormeggiata al molo Ribera II e doveva partire per l’Andalusia di lì a poche ore. Il ragazzo ha tentato di salire a bordo verso le 22,30, quando era ormai buio, arrampicandosi lungo una delle cime di ormeggio: era già molto in alto quando ha perso la presa ed è precipitato in acqua. L’allarme è scattato quasi subito. Una squadra di sommozzatori della Guardia Civil lo ha indiviuato non lontano dallo scafo, ma era già troppo tardi. Sul corpo sono state trovate delle contusioni: forse, precipitando, il ragazzo ha urtato qualcosa ed ha perso i sensi, annegando in pochi minuti. La salma è stata trasferita all’obitorio poer l’autopsia. Non si è riusciti a rintracciare i compagni della vittima.

(Fonte: El Faro de Melilla, Nadorcity.com)

Libia (Surman), 26 agosto 2020

La Mezzaluna Rossa ha sepolto il cadavere di un migrante subsahariano sconosciuto affiorato sul litorale di Surman, circa 20 chilometri a ovest di Zawiya. Lo ha comunicato il sito web Migrant Rescue Watch il 26 agosto, precisando che il ritrovamento risale alla seconda metà di maggio ma che la Procura locale ha atteso più di tre mesi prima di concedere il nulla osta per l’inumazione, in modo da espletare tutte le procedure per arrivare eventualmente all’identificazione e alla provenienza della vittima oltre che alle circostanze della morte. Sempre la Mezzaluna Rossa si è occupata a suo tempo del recupero della salma, trasferendola all’obitorio dell’ospedale di Surman, dove è rimasta per tutto questo periodo.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)  

Libia (Surman, Zawiya), 28 agosto 2020

Trovato il cadavere di un migrante subsahariano sulla costa di Surman, nei pressi di Zawiya, a ovest di Tripoli. Avvistato da alcuni abitanti del posto, è stato recuperato dalla una squadra della Mezzaluna Rossa, che lo ha trasferito nell’obitorio locale. A giudicare dallo stato di conservazione, doveva e in mare da giorni. Tra il 20 e il 28 agosto altri 32 cadaveri sono stati trovati sul litorale libico a ovest di Tripoli, ad Abu Hammash, poco lontano dal confine tunisino, provenienti verosimilmente dai naufragi avvenuti nel tratto di mare tra Zuwara e la Tunisia a metà agosto. La grande distanza tra Zawiya e Abu Hammash, oltre 110 chilometri, sembra tuttavia portare ad escludere che la salma spinta dal mare a Surman sia ricollegabile a quelle tragedie. Non sono stati trovati elementi utili per l’idetificazione e la provenienza.

(Fonte: Rapporto Oim Libia 10 settembre)

Niger (Dirkou, Sahara), 28 agosto 2020

Quattro morti e due feriti in un incidente, in pieno deserto, a un pick up carico di migranti, a nord ovest di Dirkou, nel Niger settentrionale. L’automezzo, proveniente da sud, viaggiava lungo l’asse transahariano che conduce verso il confine con la Libia e il Ciad ed è una delle rotte più battute dai migranti che cercano di arrivare alla sponda sud del Mediterraneo dall’Africa Subsahariana e Occidentale. Era stata scelta, a quanto pare, una pista secondaria, meno sicura ma dove è meno probabile incontrare dei posti di blocco. A circa 90 chilometri da Dirkou, una delle tappe di questa “via della migrazione”, il pick up si è rovesciato, forse a causa della forte velocità e del fondo accidentato della pista. Per alcuni non c’è stato scampo. La richiesta di aiuto è arrivata alla centrale di soccorso di Alarm Phone Sahara. L’operatore di turno, Laouel Taher, ha chiesto la collaborazione di Medici Senza Frontiere ed avvertito il presidio dell’esercito. L’equipe giunta sul posto ha trovato 4 migranti ormai senza vita e 2 feriti in modo grave, trasferiti successivamente a Dirkou con una ambulanza militare. “I controlli di polizia sempre più rigidi lungo le vie della migrazione – ha rilevato la Ong Alarm Phone – rendono sempre più difficile e pericolosa la traversata del Sahara. E’ una procedura da rivedere e da abbandonare: va garantita la libertà di movimento per chi si sposta tra i paesi del Sahel e del Sahara”.

(Fonte: rapporto Alarm Phone Sahara

Libia-Italia (A sud Lampedusa, Sar maltese) 28-29 agosto 2020

Quattro morti su un gommone con oltre 130 migranti partito dalla Libia verso le coste italiane: uno è stato trovato a bordo al momento dei soccorsi e 3 si sono persi in mare. A dare l’allarme, diramando la richiesta di aiuto, è stato Moonbird, l’aereo da ricognizioner che collabora con la Ogn Sea Watch. Quando è stato avvistato, in acque della zona Sar maltese, a sud di Lampedusa, il battello era in evidente difficoltà: stracarico e impossibile da governare, stava imbarcando acqua e minacciava di affondare rapidamente. L’Sos è stato raccolto la mattina del giorno 28 agosto dalla nave umanitaria Louise Michel, una ex motovedetta militare veloce francese che poche ore prima aveva già tratto in salvo 89 profughi da un altro gommone semi affondato. Dato il numero di naufraghi, la Louise Michel ha chiesto a sua volta aiuto, inviando via radio una serie di my day e anche interessando direttamente le centrali operative Mrcc di Malta e di Roma, tra le 19 del giorno 28 e l’indomani mattina. In mancanza di risposte, il comandante ha deciso di prendere a bordo quanti più naufraghi possibile, anche a costo di paralizzare la nave. Già al momento dei primi soccorsi si è scoperto il cadavere di un giovane subsahariano, morto di disidratazione e di sfinimento: i compagni hanno riferito che aveva perso conoscenza alcune ore prima e non si era più riavuto, aggiungendo che in precedenza erano morti allo stesso modo altri tre giovani, il cui corpo è stato fatto scivolare fuoribiordo e si è poi perso in mare. Molto provati anche numerosi altri dei 130 naufraghi, quasi tutti disidratati e con gravi ustioni provocate dalla miscela di acqua salata e carburante che si è accumulata sul fondo del gommone. Nel pomeriggio del 29 agosto, il cvadavere e 49 dei naufraghi più vulnerabili, quasi tutti donne e bambini, sono stati trasferiti su una unità della Guardia Costiera italiana e portati in Sicilia.

(Fonte: siti web Louise Michel, Sea Watch, Alarm Phone ed Elena Caponnetto, Mediterraneo Cronaca, The Guardian, Il Gazzettino)

Italia (Praialonga, Crotone), 30 agosto 2020

Tre morti e uno disperso, al largo della costa di Crotone, nel naufragio di una barca con 21 profughi afghani causato da un incendio a bordo seguito da una disastrosa esplosione. Il battello, un’imbarcazione a vela da diporto munita anche di motore, è arrivato di fronte alla spiaggia di Sellia Marina, tra Catanzaro e Crotone, verso l’alba. Poco dopo è stato intercettato da una motovedetta della Guardia di Finanza, che lo ha bloccato, iniziando a scortarlo verso il porto di Crotone, dove era previsto che i profughi venissero sbarcati e avviati verso l’hub per migranti Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. Durante il tragitto, all’altezza di Praialonga, si è improvvisamente sviluppato nel sottoponte un violento incendio: non si sa se accidentalmente o provocato magari da uno dei sospetti scafisti. Sta di fatto che le fiamme hanno raggiunto in pochi istanti il serbatoio della benzina, che è esploso, distruggendo completamente il natante e scaraventando tutti in mare. I primi soccorsi sono arrivati dalla stessa motovedetta di scorta. Tre dei 21 migranti (una donna e due uomini) sono stati recuperati ormai senza vita. Di un quarto non si è trovata traccia. Probabilmente erano quelli più vicini al punto dell’esplosione. Cinque sono rimasti feriti: 2 in modo grave per profonde ustioni che ne hanno reso necessario il ricovero presso il centro grandi ustionati dell’ospedale di Catanzaro; gli altri tre sono stati condotti all’ospedale di Crotone. I 12 rimasti incolumi sono stati trasferiti al centro Sant’Anna come previsto. Feriti anche due finanzieri che erano saliti sul battello per controllare lo sbarco.

(Fonte: Ansa, Huffpost, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Spagna-Marocco (isole Chafarinas), 30 agosto-1settembre 2020

Una coppia di profughi curdosiriani è annegata tra le isole Chafarinas e Melilla, dopo essere stata scaraventata in mare dal trafficante che si era impegnato a condurla  da Nador all’enclave spagnola con una moto d’acqua. Lui, Kozal Ahmand, aveva 37 anni; lei, Mala Hussein Nassan, 28. L’allarme è scattato quando il corpo senza vita della donna è stato visto flottare tra le onde, circa 50 metri al largo di Isla del Rey, da una pattuglia del presidio militare spagnolo dell’arcipelago. La scoperta è stata presto ricollegata a una moto d’acqua che era stata vista passare in precedenza nella zona con tre persone a bordo e ritornare poco dopo con una sola. Nei giorni successivi il cadavere di un uomo è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di San Lorenze a Melilla. La vicenda è stata ricostruita in base alla testimonianza di Osman, il fratello maggiore di Kozal. Arrivati in Marocco, a Nador, Kozal e Mala intendevano chiedere asilo come profughi in Spagna. Volevano entrare a Melilla dalla frontiera di terra, che è però chiusa per la pandemia di coronavirus. Osman li ha invitati a pazientare e comunque a non tentare la traversata clandestina via mare. E’ prevalso il desiderio di trovare comunque rifugio in Europa e i due avrebbero così versato circa 2.000 euro a un trafficante per un “trasporto” con una moto d’acqua. Di sicuro non sono mai arrivati a Melilla. Appare scontato, anzi, che in quei giorni nessuna moto d’acqua con migranti a bordo sia approdata sulle spiagge dell’enclave spagnola. Si ipotizza, dunque, che il trafficante abbia costretto Ozan e Mala scendere in mare poco dopo aver superato le Chafarinas. Ma nessuno dei due sapeva nuotare e non hanno avuto scampo: sono entrambi annegati. Mala è stata identificata quasi subito grazie a una carta d’identità trovata sulla salma. Si è poi intuito che il cadavere affiorato sul litorale di San Lorenzo doveva essere quello di Kozal: la conferma è venuta da un esame odontotecnico.

(Fonte: El Pais del 14 settembre, El Faro de Melilla, sito web Helena Maleno, Nadorcity.com)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 1 settembre 2020

Un giovane migrante marocchino è annegato nel tentativo di attraversare il fiume Evros, nel tratto che segna il confine tra la Turchia e la Grecia. Si chiamava Mehdi Azzawi e veniva da Karrat Arkmane, una città con poco più di 5 mila abitanti della provincia di Nador, nel nord del paese. La notizia si è diffusa il primo settembre ma la morte risale a qualche giorno prima. Il giovane era partito da Arkmane verso l’inizio di agosto, insieme ad alcuni compagni, per cercare di arrivare in Europa. Le restrizioni e l’accresciuta sorveglianza nel Mediterraneo lo hanno indotto a tentare la via di terra, lungo la rotta balcanica: raggiunta la Turchia, ha puntato verso il confine greco. Da quel momento i familiari non hanno avuto più alcun contatto con lui. Il protrarsi di questo inusuale “silenzio” ha cominciato a far temere che fosse accaduto qualcosa di grave. La conferma è arrivata il primo settembre, quando alcuni dei compagni partiti con lui hanno avvertito che Medhi era morto mentre cercava di guadagnare la sponda greca dell’Evros. Non hanno specificato le circostanze precise.

(Fonte: Nadorcity.com)

Marocco (Nador), 1-2 settembre 2020

Un giovane migrante marocchino è annegato in un naufragio avvenuto a breve distanza dalla costa di Nador la notte tra il primo e il due settembre. Si chiamava Ibrahim, aveva 23 anni e veniva da Casablanca, dove lavorava in un negozio di barbiere. Il giovane – secondo quanto hanno riferito i genitori – non aveva mai manifestato in famiglia la volontà di lasciare il Marocco per raggoungere l’Europa. Aveva lasciato Casablanca una decina di giorni prima della tragedia, dicendo a casa che intendeva recarsi con alcuni amici nella zona di Tetouan, nel Rif, per una breve vacanza alle pendici del Jebel Dersa o sulla vicina costa, una delle più belle e intatte del Marocco. In realtà aveva preso accordi con due amici e un cugino per tentare di attraversare lo Stretto e raggiungere l’Andalusia partendo da Nador. Non ha detto nulla alla madre neanche poco prima della partenza, avvenuta nella tarda serata di martedì primo settembre, quando c’è stato l’ultimo contatto con la famiglia. La barca è naufragata, capovolgendosi, al largo della spiaggia di Bukana. Al naufragio ha assistito un agente di un istituto di sicurezza privato, che ha gettato in mare alcuni galleggianti per aiutare i naufraghi. Ibrahim però non è più riaffiorato. A riferire la notizia della sua morte ai familiari sono stati i suoi stessi amici, che nella giornata di mercoledì 2 settembre sono rientrati a Casablanca. Le ricerche della salma, condotte anche da una squadra di sommozzatori della gendarmeria, non hanno dato alcun esito. E’ stata aperta un’inchiesta per verifivcare se ci siano sati altri dispersi.

(Fonte: Nadorcity del 7 settembre, due edizioni e filmato delle ricerche)

Libia-Italia (Sabratha-Pozzallo), 2 settembre 2020

Risultano dispersi in mare tre dei 21 migranti partiti dalla Libia su un barchino negli ultimi giorni di agosto. Il battello, salpato dalla costa di Sabratha, a ovest di Tripoli, è rimasto a lungo alla deriva, fino a quando ha cominciato ad affondare, poche miglia a sud della piattaforma petrolifera di Sabratha. A bordo c’erano 17 uomini, due donne e due bambini. La Asso 29, una delle navi a servizio della piattaforma, è arrivata sul posto quando lo scafo si era ormai rovesciato. I naufraghi erano tutti in acqua, molti aggrappati al relitto per cercare di tenersi a galla. Ne sono stati tratti in salvo 18: 15 uomini, una donna e i due bambini. Condotti a Pozzallo, appena sono arrivati, la mattina del  settembre, i superstiti hanno subito riferito ad alcuni operatori della Ong Mediterranea che tre loro compagni, tra cui una ragazza del Benin, erano stati trascinati via dalle onde e se ne erano perse le tracce. Ovviamente ne avevano già segnalato la scomparsa all’equipaggio della Asso 29, ma le ricerche non hanno avuto esito e i tre sono da considerarsi dispersi.

(Fonte: Virgilio.it, Redattore Sociale, Nuovo Sud, La Difesa del Popolo, Il Sicilia, sito web Sea Watch)

Malta (Centro detenzione di Hal Far), 2 settembre 2020

Un giovane sudanese è morto a Malta nel tentativo di fuggire dal centro di detenzione di Hal Far, uno dei più grandi dell’isola, dove sono alloggiati quasi mille migranti, in gran parte africani, e dove le misure di sorveglianza sono state intensificate in seguito alle restrizioni decise per la pandemia di coronavirus. Il giovane sudanese vi era stato rinchiuso subito dopo lo sbarco. E’ probabile che una volta lasciato il centro pensasse di poter proseguire la fuga verso l’Italia o un altro paese europeo, come hanno cercato di fare altri migranti, procurandosi documenti falsi. Sta di fatto che intorno alle 5 del 2 settembre, quando era ancora buio, si è arrampicato sulla recinzione del campo, per passare dall’altra parte, ma deve aver perso la presa ed è caduto da un’altezza di almeno tre metri, rimanendo esanime al suolo. I primi soccorsi gli sono arrivati dal personale medico della struttura, che lo ha subito fatto trasferire con un’ambulanza all’ospedale di La Valletta, dove ha cessato di vivere verso le 11,30.

(Fonte: Malta Today)

Libia (Sabratha), 3-4 settembre 2020

I cadaveri di due migranti subsahariani sono stati trascinati dal mare sul litorale di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Ad avvistarli, nel tardo pomeriggio del 3 settembre, sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la polizia e la Mezzaluna Rossa. Durante la notte, una squadra di operatori sanitari della stessa Mezzaluna Rossa li ha recuperati, trasferendoli all’obitorio dell’ospedale per le indagini. In base allo stato di conservazione, sarebbero rimasti in acqua per alcuni giorni. Se ne ignora la provenienza: né la Guardia Costiera né la polizia libiche hanno fornito informazioni in proposito. Tra i volontari di varie Ong, tuttavia, già prima del ritrovamento circolava la “voce” di un ennesimo naufragio fantasma: una barca con circa 20 persone scomparsa dal 28 agosto, dopo essere salpata, appunto, dalla costa di Sabratha. Sette naufraghi sarebbero stati tratti in salvo da un pescatore, che li avrebbe poi sbarcati nei pressi di Sabratha, mentre degli altri 13 non sarebbe stata trovata traccia. Né le autorità libiche né l’Oim di Tripoli hanno confermato la notizia nei giorni immediatamente successivi al 28 agosto, ma questi due cadaveri sembrano darle credito. In mancanza di riscontri, il “bilancio di morte” ufficiale resta di 2 vittime, ma alcune Ong hanno avviato una serie di accertamenti e verifiche per trovare eventuali conferme del naufragio del giorno 28. In ogni caso, le distanze dei luoghi e dei tempi inducono ad escludere che le due salme possano essere collegate ai naufragi di metà agosto, avvenuti nella zona di mare tra Zuwara e la Tunisia.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Italia (Siculiana, Agrigento), 3-4 settembre 2020

Un profugo eritreo di vent’anni, Anwar Said, è morto investito da un’auto durante la fuga da Villa Sikania, un ex hotel di Siculiana, in provincia di Agrigento, adattato ad hub per migranti. Arrivato nella struttura l’undici agosto da Lampedusa, dove era sbarcato il primo del mese, il ragazzo contava verosimilmente di poter lasciare in qualche modo la Sicilia per raggiungere la Germania (dove vive lo zio paterno mentre il padre, Said, si è trasferito da anni in Arabia), sottraendosi alle procedure per la richiesta di asilo in Italia, peraltro mai avviate dalle autorità italiane dopo il suo arrivo a Siculiana. La fuga è maturata al termine di una giornata molto movimentata nel complesso di Villa Sikania, dove numeriosi ospiti hanno organizzato una protesta per chiedere di essere lasciati andare, dopo aver terminato il periodo di quarantena per la pandemia di coronavirus. Almeno una ventina, nel pomeriggio, si sono anche arrampicati sul tetto, per richiamare di più l’attenzione. In serata la situazione sembrava tornata sotto controllo, ma durante la notte Anwar e un altro migrante sono riusciti a dileguarsi e a raggiungere la statale 115 che passa proprio accanto al centro. Alcuni agenti di polizia, presenti sul posto fin dai primi momenti della protesta, li hanno inseguiti per cercare di bloccarli. Su tutti, lungo la statale, a breve distanza da Villa Sikania, è piombata in piena velocità un’auto condotta da un abitante del posto, che ha falciato il ragazzo eritreo, uccidendolo all’istante. Gravemente feriti anche tre dei poliziotti che avevano appena raggiunto Anwar. Molto dura la presa di posizione del sindacato di polizia Silp Cgil: “Da tempo denunciamo l’inadeguatezza del centro di accogliernza di Siculiana e ne chiediamo la chiusura: quella di ieri è la morte annunciata di un ragazzo, che verosimilmente non era pericoloso, in un incidente in cui sono rimasti gravemente feriti anche tre poliziotti. Il centro Sikania, il cui ingrersso affaccia direttamnente sulla statale 115, non è adatto all’attuale uso: un hub che oggi, in piena era Covid, pur mantenendo le sue funzioni per il transito per migranti in vista del ricollocamento, è anche un centro di isolamento e osservazione sanitaria”. L’automobilista investitore è stato arrestato per omicidio stradale.

(Fonte: Ansa, Repubblica, Il Messaggero, Agrigentonotizie, Mediterraneo Cronaca, Huffpost)

Grecia-Italia (Patrasso-Ancona), 5-6 settembre 2020

Un profugo afghano ventiquattrenne è stato trovato morto nella stiva di un traghetto proveniente dalla Grecia ed approdato nel porto di Ancona. La nave, la Cruise Europe della Minoanline, è partita da Patrasso nella serata di sabato 5 settembre ed è arrivata ad Ancona verso le 17 di domenica 6, dopo aver fatto sosta, in Grecia, anche ad Igoumenitsa. Il giovane deve essere salito a bordo a Patrasso, nascosto su uno dei camion stivati nel garage principale del ferry, che durante la navigazione viene chiuso e dove la temperatura può raggiungere anche i 50 gradi. Proprio questa si ritiene sia stata la causa della morte: disidratazione e asfissia, senza la possibilità di chiedere aiuto. Il corpo esanime è stato trovato al momento dello sbarco, al molo numero 11: era sotto un camion, probabilmente lo stesso a cui il giovane profugo si era aggrappato per salire sul traghetto. Dopo i primi accertamenti sul posto, condotti dalla polizia di frontiera, la salma è stata trasferita all’obitorio per l’autopsia.

(Fonte: Rai News, Adn Kronos, Agenzia Ansa)

Marocco-Spagna (Ceuta), 7 settembre 2020

Il cadavere di un giovane migrante marocchino è affiorato a Ceuta, nelle prime ore del mattino, di fronte alla spiaggia di Restinga, a breve distanza dalla linea di confine con il Marocco. Grazie alle testimonianze di alcuni conoscenti è stato possibile identificarlo: aveva 17 anni e veniva da Fnideq, una città della provincia di Tetouan, nel Rif. E’ annegato nel tentativo di arrivare a nuoto fino all’enclave spagnola, eludendo i controlli alla frontiera. Raggiunta domenica 6 la zona di Castillejos, dove passa il confine, ha aspettato il buio per entrare in mare e nuotare fino a una spiaggia di Ceuta. Come fanno in genere i migranti che tentano questa via di fuga, deve essersi spinto abbastanza al largo per non essere notato e proprio questo probabilmente gli è stato fatale: l’onda di marea gli ha impedito di guadagnare la costa, fino a che le forze lo hanno abbandonato. Nelle ore successive la corrente ne ha trascinato a terra il corpo ormai senza vita.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Spagna (Tenerife, Canarie), 8 settembre 2020

Un migrante è morto prima che arrivassero i soccorsi su un cayuco carico di migranti diretto verso le Canarie; un altro si è spento nell’ospedale di Tenerife dove era stato ricoverato in gravi condizioni, insieme ad altri tre, subito dopo lo sbarco; il terzo ha resistito due settimane ma le cure dei medici non sono valse a salvarlo. Il battello, salpato dal Sahara Occidentale, è rimasto per giorni alla deriva. A bordo erano in 59, tra cui due donne e un ragazzo minorenne. L’allarme è stato lanciato da una barca da diporto, che ha avvistato il cayuco a circa 5 miglia di distanza da Playa Varadero. Poco dopo, un secondo Sos è stato diramato da un’altra barca privata. Ne è seguita una rapida operazione di soccorso ad opera del Salvamento Maritimo: uno degli elicotteri di base sull’isola, Helimer 202, ha localizzato con precisione il cayuco, convogliando sul posto la salvamar Alpheratz, che ha recuperato i 58 superstiti e il corpo ormai senza vita del loro compagno. Contemporaneamente sul molo Los Cristianos, scelto per lo sbarco, è stato organizzato un servizio di assistenza medica a cura della Croce Rossa, che si è presa cura dei 4 naufraghi più provati dalla lunga permanenza in mare, trasferendoli all’ospedale. Due di loro non ce l’hanno fatta: è morto la mattina del giorno 10 settembre senza riprendere conoscenza; ilseocndo dopo circa due settimane, il 22 settembre.

(Fonte: El Diario, La Provincia, siti web Helena Maleno e Txema Santana)

Turchia-Grecia (isola di Amorgos, Cicladi), 9 settembre 2020

Risulta disperso un profugo caduto in mare da uno yacht con a bordo oltre 150 migranti nell’Egeo. Il battello era partito dalla Turchia puntando verosimilmente verso l’Italia: la nuova rotta proposta dai trafficanti, con scafi di medie e grandi dimensioni, per eludere quella più breve e agevole, ma ormai sorvegliatissima, verso le più vicine isole egee. Le condizioni meteo non erano buone. Al largo dell’isola di Amorgos, la più vicina delle Cicladi al Dodecaneso, lo yacth si è trovato in difficoltà a causa di un vento fortissimo, superiore a forza 8, e non è stato più in grado di essere governato. I soccorsi sono arrivati da un cargo con bandiera di Antigua diretto in Turchia. La tragedia si è compiuta proprio durante le operazioni di recupero: l’uomo è caduto in mare e ha cercato di nuotare per tenersi a galla, ma le onde lo hanno trascinato lontano ed è in breve sparito alla vista. Tutti in salvo gli altri 151 profughi che erano sullo yacth. Avvertita dal comandante del cargo, la Guardia Costiera greca ha condotto le ricerche del disperso per l’intera giornata, con l’intervento di un elicottero militare e di alcune motovedette e lanciando l’allerta alle navi in transito nella zona. I naufraghi sono stati sbarcati in Turchia.

(Fonte: Ana Mpa, Associated Press, Ekathimerini)  

Marocco-Spagna (Isole Chafarinas), 9-10 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante sconosciuto è stato recuperato da una unità del Salvamento Maritimo, partita da Melilla, nelle acque dell’arcipelago delle Chafarinas che, distanti dalla costa marocchina appena due miglia, sono spesso la meta di gruppi di migranti che cercano di raggiungere il territorio spagnolo, anche se tutte le isole sono disabitate, tranne un presidio dell’esercito. Sulla salma, trasferita nell’obitorio di Melilla, non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione: si sa solo che, a giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in acqua già da qualche giorno. Ignote anche le circostanze della morte. Circa dieci giorni prima, un altro migrante, in questo caso subsahariano, era stato recuperato dalla salvamar El Puntal sull’isola Isabella II.

(Fonte: sito web Helena Maleno, El Fari de Melilla)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 10 settembre 2020

Un migrante è scomparso in mare nello Stretto di Gibilterra. L’uomo era, insieme a tre compagni, su un gommone Zodiac che, partito dalla costa di Tangeri puntando verso l’Andalusia, si è rovesciato al largo  di Cadice. La motovedetta della Marina Imperiale giunta sul posto per i soccorsi, è riuscita a trarre in salvo gli altri tre naufraghi ma di lui non ha trovato traccia. Senza esito anche le ricerche condotte successivamente nella zona. I superstiti sarebbero stati sbarcati a Tangeri.

(Fonte: sito web Helena Maleno)

Serbia (Banja Koviljaca, confine della Drina con la Bosnia), 11 settembre 2020

Undici profughi sono morti tra la fine di agosto e il tre settembre, in circostanze diverse, nel tentativo di attraversare a nuoto la Drina, che segna il confine tra la Bosnia e la Serbia. La tragedia è venuta alla luce l’undici settembre grazie a un servizio della televisione di stato su quanto accade a Banja Koviljaca, una piccola città di frontiera sulla sponda serba del fiume. Ne ha parlato, in particolare, l’avvocato Milica Svabic, che si occupa dei problemi dei migranti: “In questo punto del confine – ha detto – ci sono continui respingimenti operati dalla polizia bosniaca nei confronti dei profughi. Quando i rifugiati cercano di passare la Drina dalla Serbia, usando piccole barche o canotti pneumatici, gli agenti di frontiera li bloccano, sequestrano le barche e li costringono a ritornare a nuoto in Serbia, sotto la minaccia delle armi e scatenando contro di loro i cani poliziotto. Nessuno ne parla, ma accade sempre più spesso. Due settimane fa si sono rivolti a noi quattrio ragazzi. Erano in un gruppo di sei. Sono stati costretti tutti a riattraversare il fiume a nuoto, ma solo quattro ci sono riusciti, perdendo ogni traccia degli altri due. Abbiamo subito preso contatto con le autorità sia serbe che bosniache. E’ venuto fuori così che nell’arco di appena cinque giorni erano stati trovati ben 7 corpi senza vita nel fiume, tutti profughi annegati nel tentativo di attraversarlo. Non solo. Lo stesso giorno in cui abbiamo saputo di queste 7 vittime, il 3 settembre, andando a Banja Koviljaca, abbiamo appreso che altri 4 profughi, provenienti dalla Siria e dall’Iraq, erano annegati pochi giorni prima. Facevano parte di un gruppo di 9 rifugiati respinti mentre tentavano di entrare in Bosnia e costretti dalla polizia ad attraversare a nuoto la Drina: solo cinque di loro ce l’hanno fatta ad arrivare fino alla sponda serba e a mettersi in salvo”.

(Fonte: Klikaktiv Journal, European Council of Refugees and Exiles)

Marocco-Spagna (Ceuta), 13 settembre 2020

Non si hanno più notizie di un giovane marocchino, Fouad El Youssfi, che ha tentato di raggiungere il territorio di Ceuta a nuoto. La denuncia della sua scomparsa è stata fatta dopo quasi dieci giorni dal cugino Mohammed, che ha interessato anche i giornali dell’enclave spagnola. “Rimasto senza lavoro, con 7 figli a carico – ha  detto Mohammed – Fouad ha deciso di entrare in qualche modo a Ceuta per proseguire poi verso la Penisola Iberica e l’Europa. E’ entrato in mare prima dell’alba di sabato 5 settembre. Da allora non abbiamo più saputo nulla di lui”. Tra il 4 e il 5 settembre numerosi giovani marocchini hanno tentato di passare via mare la linea di frontiera nella zona di Castillejos. Molti sono stati intercettati dalla polizia marocchina ma diversi altri sono riusciti a passare. Partendo da quella spiaggia i migranti nuotano fino al largo per non farsi intercettare e poi cercano di guadagnare progressivamente la riva. E’ una traversata pericolosa, ostacolata da forti correnti. Così deve aver fatto anche Fouad ma lui non risulta né tra quelli bloccati prima della frontiera, né tra quelli arrivati: non è tra i migranti condotti in ospedale e non figura, tantomeno, tra quelli posti in stato di fermo dalla polizia spagnola. Nessun contatto, inoltre, con la famiglia che, dopo quasi dieci giorni, ha deciso di rivolgersi alle autorità sia spagnole che marocchine per le ricerche. “Sua moglie e sua madre sono disperate: se fosse riuscito ad arrivare sicuramente avrebbe inviato sue notizie”: ha dichiarato Mohammed alla redazione de El Faro De Ceuta.

(Fonte: El Faro de Ceuta).

Grecia (isola di Creta), 14 settembre 2020

Quattro morti (due donne e due bambini di 6 e 7 anni) e 14 dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti al largo di Creta, non lontano anche da Scarpanto, l’isola più occidentale del Dodecaneso. Il battello, verosimilmente un vecchio yatch, navigava verso ovest, lungo la rotta Rodi-Creta. Era salpato da Antalya, in Turchia, secondo la nuova rotta verso l’Italia, percorsa da barche di medie e grandi dimensioni, dopo che la via diretta per le Isole Egee è diventata molto più difficle a causa dei respingimenti sistematici e spesso violenti operati dalla Guardia Costiera greca. Durante la navigazione si è imbattuto in condizioni meteomarine molto difficili, con venti avversi fortissimi. L’allarme è stato lanciato quando era a circa 16 miglia (una ventina di chilometri) a sud-est di Creta: qualcuno da bordo ha contattato la centrale operativa Mrcc greca, segnalando che la barca aveva perso l’assetto e rischiava di rovesciarsi. Poi, più nulla. Sono scattate subito le operazioni di ricerca, allertando anche le navi in transito nella zona e mobilitando un elicottero e quattro unità della Marina militare e della Guardia Costiera. Quando, verso sera, i soccorritori sono giunti sul posto, la barca era già affondata: in mare c’erano solo naufraghi e qualche rottame. Un cargo commerciale ha recuperato una trentina di persone. Altre 26 sono state tratte in salvo dalle motovedette e un’altra, il cinquantasettesimo superstite, alcune ore dopo, prima dell’alba di martedì 15 settembre, sempre dalla Guardia Costiera, che ha recuperato anche le prime tre salme (una donna e i due bambini). Le ricerche condotte nella giornata di mercoledì hanno portato al ritrovamento della quarta salma. Fin dall’inizio si è intuito che dovevano essersi dei dispersi, ma i superstiti non hanno saputo specificare subito con esattezza quanti migranti erano saliti a bordo alla partenza. In base alle dichiarazioni successive e a fonti riferibili alle autorità portuali che hanno accolto i sopravvissuti a terra (riportate dal sito Aegean Boat Report) è poi emerso che lo yatch era partito da Antalya con 75 persone. Oltre ai 4 morti, dunque, sono da calcolare 14 dispersi, per un totale di 18 vittime. I superstiti sono stati sbarcati 9 a Sitia (Creta), 4 a Rodi e gli altri a Scarpanto.

(Fonte: Associated Press, Agenzia Ana Mpa, Ekathimerini, Il Fatto Quotidiano, Anadolu Agency, Aegean Boat Report, Al Jazeera)

Libia-Italia (Tripoli), 14-15 settembre 2020

Almeno 24 vittime (2 morti e 22 dispersi) nel naufragio di una barca di migranti al largo della costa libica, fra Tripoli e Zawiya. La notizia è stata diffusa dall’ufficio Oim di Tripoli la mattina di martedì 15 settembre, ma la tragedia si è compiuta nella serata del giorno prima. Fino al pomeriggio del 15 silenzio totale da parte della Guardia Costiera libica, che pure ha operato sul posto. Il battello affondato è uno dei tre pariti da Zawiya e intercettati lunedì 14 dalla Ras Jadar, una delle motovedette cedute dall’Italia a Tripoli. Il naufragio sarebbe avvenuto proprio durante o poco prima delle operazioni di recupero: la barca, sovraccarica e quasi ingovernabile, si è rovesciata, scaraventando tutti in acqua. La Ras Jadar ha individuato e preso a bordo 2 naufraghi, unendoli ai 43 che erano sulle altre due barche. Poco dopo sono stati trovati due corpi senza vita. Il bilancio di morte è però molto più pesante: i superstiti hanno subito avvisato che mancavano almeno 22 compagni, dati ormai per dispersi. Dalle autorità libiche non sono stati fatti filtrare altri particolari. I 45 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli e da qui trasferiti nel centro di detenzione di Zawiya: 23 egiziani, 20 marocchini, 1 sudanese e 1 gambiano. Tutti uomini.

(Fonte: Associated Press, The New York Times, Al Arabiya, Daily Sabah, Washington Post, sito web Oim Libya, sito web Safa Msheli, Migrant Rescue Watch)

Bosnia (Cazin, confine con la Croazia), 15 settembre

Il corpo senza vita di un profugo pakistano è stato trovato nei pressi di Cazin, in Bosnia, lungo la strada che conduce verso il vicino confine con la Croazia. Come ha riferito Ale Siljdevic, portavoce del ministero dell’interno, è il nono migrante morto in circostanze simili in Bosnia dall’inizio dell’anno. In questo caso, il cadavere è stato notato da qualcuno che, verso le otto di sera, ha telefonato alla polizia, senza rivelare la sua identità. Poco dopo una squadra di agenti, giunta sul posto, ha avuto conferma che la segnalazione era fondata. “Il corpo – ha dichiarato Ale Siljdevic – era adagiato su una barella improvvisata, sotto una vecchia coperta, al margine della carreggiata. Una carta d’identità trovata in una tasca, rilasciata da un campo migranti situato in Macedonia, ha confermato che si trattava di un rifugiato: un uomo di 40 anni proveniente dal Pakistan”. Sembra scontato che facesse parte di un gruppo che puntava ad attraversare il confine con la Croazia. Evidentemente stava male, tanto da essere trasportato in barella. Poi, quando si sono accorti che era morto, i compagni devono averlo lasciato lungo la strada. La salma è stata trasportata all’obitorio dell’ospedale cantonale di Bihac per l’autopsia. Da notare che degli 8 rifugiati morti dall’inizio dell’anno in Bosnia citati dal portavoce del ministero in aggiunta al caso di Cazin, in questo dossier ne figurano registrati soltanto 4: uno a Sarajevo il 3 maggio, un altro a Velika Kladisca il 12 maggio e due a Covin il 29 maggio. Oltre al profugo pakistano trovato il 15 settembre, dunque, ne vanno aggiunti altri 4.

(Fonte: Nezavisne.com)

Italia (Catania), prima metà del mese di settembre

Un profugo somalo è morto di sfinimento e disidratazione all’ospedal Cannizzaro di Catania dove era stato trasferito d’urgenza dalla nave quarantena Azzurra diretta verso la rada di Augusta. Il ragazzo era su una barca partita dalla Libia e intercettata da una delle navi Ong nei primi giorni di settembre: voleva raggiungere l’Italia dove vivono da tempo un fratello e un cugino. Sbarcato a Lampedusa dopo una lunga attesa a bordo della nave umanitaria bloccata al largo prima di ricevere il nulla osta per l’approdo, era stato assegnato alla nave quarantena Azzurra, nonostante il suo stato di deperimento dovesse apparire evidente. Uno dei medici dell’equipe della Croce Rossa in servizio su questa unità ha subito constatato che era in condizioni molto gravi, tanto da chiederne il ricovero  urgente: forte denutrizione, sfinimento fisico e debilitazione, probabile forte disidratazione, uniti anche a problemi psichici. Il tutto, presumibilmente, dovuto a un lungo, pesantissimo periodo di prigionia in Libia prima della partenza. Trasferito all’ospedale Cannizzaro di Catania, le cure non sono valse a salvarlo: è morto alcuni giorni dopo il ricovero. Nel frattempo, il fratello e il cugino, che sapevano della sua partenza dalla Libia con un gommone, avevano cominciato a cercarlo: lo hanno trovato, tramite la Croce Rossa, solo quando ormai non c’era più nulla da fare. I familiari hanno chiesto alla magistratura di aprire un’inchiesta.

(Fonti: sito web Sara Creta, testimonianza operatore Croce Rossa)    

Libano-Cipro (al largo di Beirut-Tripoli), 14-17 settembre

Quattordici morti su una barca di legno carica di migranti rimasta alla deriva per circa otto giorni tra il Libano e l’isola di Cipro. Subito dopo i soccorsi, arrivati nella giornata di lunedì 14 settembre da una nave militare della missione Unifil, si è parlato di una vittima e 36 superstiti: 25 siriani, 8 libanesi e 3 di nazionalità sconosciuta. Le dichiarazioni dei familiari di alcuni dei profughi che erano a bordo  hanno però evidenziato che, al momento della partenza (come ha ricostruito Asia News), a bordo erano in 50 e che le vittime sono dunque 14. Preziose, in particolare, le notizie fornite al Cyprus Mail, tra il 16 e il 17 settembre, da Suad Mohammad, 27 anni, che ha perso il marito, Shady Ramadam, un siriano trentacinquenne profugo in Libano; di Khaldoun Mohammad, 54 anni, libanese, che ha perso il figlio Mohammad Mohammad, di 27 anni; e di Ziad al Bira, parente di Khaldoun Mohammad, che era sulla barca. Il battello, un vecchio scafo da pesca, è partito da Al Miniyeh, sulla costa libanese, a 10 chilometri da Tripoli, la notte di domenica 6 settembre. Durante la navigazione hanno perso la rotta e si sono persi in mare, senza poter dare l’allarme e chiedere aiuto: non avevano un cellulare satellitare con cui comunicare e nessuno di loro sapeva pilotare una barca. Sono così rimasti alla deriva fino al lunedì della settimana successiva, 14 settembre, quando la barca è stata avvistata casualmente e soccorsa dalla nave Unifil, che ha subito segnalato l’emergenza, comunicando di aver trovato un cadavere a bordo e facendo trasferire i superstiti a Beirut, dove alcuni, in condizioni gravi di sfinimento e disidratazione, sono stati ricoverati presso il centro medico dlla Croce Rossa e dell’Unhcr.

Il racconto dei superstiti

La realtà della tragedia è emersa nelle ore successive. L’ha ricostruita nei particolari soprattutto Ziad al Bira. “Avevamo una piccola scorta di acqua, cibo e latte per i bambini – ha riferito ai cronisti del Cyprus Mail – ma è finito tutto in breve tempo. Anche la benzina. Non avevamo alcuna guida né la possibilità di comunicare. Siamo rimasti per giorni in balia del mare. Immobili. E alcuni di noi hanno cominciato a morire. Per primi due bambini, il 10 settembre, senza poter fare nulla per aiutarli. Abbiamo fatto scivolare in acqua i loro corpi. Dopo la morte di quei due piccoli, Shady Ramam ha deciso di provare a raggiungere Cipro a nuoto, per cercare aiuto. Non lo abbiamo più rivisto. Dopo di lui ha tentato di fare lo stesso Mohammad Mohammad, il figlio di Khaldoun: si è allontanato a nuoto e anche di lui e non abbiamo saputo più nulla. Poi, finalmente, dopo almeno 8 giorni, è arrivata la nave che ci ha salvato”. Nel frattempo, però, altre persone erano morte di sete e di stenti: anche i loro corpi sono stati affidati al mare. Zeinab Al Qak, la madre di uno dei due piccoli morti il 10 settembre, ha tenuto per due giorni il corpicino ta le braccia prima di decidersi a lasciarlo andare, sotto gli occhi della sorellina di 10 anni, che è sopravvissuta.  “Ramadam, mio marito – ha raccontato Suad Mohammad – è partito perché qui in Libano non ce la facevamo più. Ha fatto di tutto per guadagnare qualcosa. Negli ultimi tempi si è messo a vendere gelati con un carrettino ma guadagnava appena 20 mila pounds libanesi al giorno quando una busta di pannolini ne costa 33 mila di pounds. Allora ha deciso di tentare di arrivare in Europa, pensando poi di chiamare anche me i i nostri bambini. E invece è morto in mare. Spero che almeno mi aiutino a ritrovare il suo corpo…”.

I corpi recuperati e i trafficanti

Il 18 settembre la Marina militare libanese ha recuperato il corpo di una delle vittime, portato dal mare sulla costa di Saadiyat, nei sobborghi di Beirut. Altri tre sono stati trovati nei giorni successivi.  Identificati anche i trafficanti che hanno organizzato il “trasporto”: secondo la polizia sono Burhan Qatarib e suo cognato Ahmand Safwan, entrambi residenti a Bebnine, una città costiera del distretto di Akkar. Nei loro confronti è stato emesso un mandato di cattura.

(Fonte: Asia News, Cyprus Mail, rapporto 14 settembre e sito web Unifil) 

Italia (Carloforte), 17 settembre 2020

Un migrante algerino è scomparso in mare dopo il naufragio di un barchino in procinto di arrivare a Carloforte, in Sardegna. A bordo erano in 14, partiti dal nord est dell’Algeria. Dopo aver navigato per buona parte della notte di mercoledì 16 e l’intera mattinata di giovedì 17, erano ormai in vista della costa italiana quando lo scafo si è rovesciato ed è andato a fondo, forse per un colpo di mare. L’allarme è scattato poco prima delle 13, lanciato da un mercantile che, in transito di fronte a Cala Sapone, circa 24 miglia a ovest di Carloforte, ha visto il natante affondare. I primi soccorsi sono arrivati dall’equipaggio del cargo stesso, che ha tratto in salvo 7 naufraghi. Altri 6 sono stati recuperati da una motovedetta della Guardia Costiera, coadiuvata da un elicottero. Nessuna traccia, però, dell’ultimo naufrago. Senza esito anche le ricerche condotte nelle ore successive, fino al tramonto.

(Fonte: Agenzia Ansa, Unione Sarda)

Algeria (Setif), 17 settembre 2020

Un bimbo subsahariano di 5 anni, figlio di una famiglia di migranti intrappolati in Algeria, è stato travolto e ucciso da un’auto a Setif, nel nord est del paese. L’incidente è avvenuto in pieno centro urbano, nei pressi di una stazione di servizio, dalla quale, appunto, stava uscendo l’auto investitrice. Il bambino deve essere sfuggito all’attenzione dei genitori i quali pare stessero chiedendo l’elemosina lungo la strada. Travolto in pieno, è morto sul colpo. La Protezione Civile ha trasferito il corpo all’obitorio dell’ospedale Saadna Abdennour per l’inchiesta. Sono decine – ha rilevato il quotidiano Liberte Algerie – i migranti subsahariani che, bloccati in Algeria dopo essere entrati dal confine meridionale, in mancanza di strutture di accoglienza e assistenza, si adattano a mendicare per sopravvivere, in attesa magari di procurarsi un lavoro precario e, dunque, i mezzi e l’occasione per attravesare il Mediterraneo verso l’Europa: frequentano le strade più trafficate come quella in cui è avvenuta la tragedia e spesso sono accompagnati dai figli, anche molto piccoli.

(Fonte: Liberte Algerie)

Algeria (Mostaganem), 17 settembre 2020

Quattro migranti morti e 3 dispersi nel naufragio di una barca al largo delle coste dell’Algeria. Cinque i superstiti. La barca era partita la notte tra il 16 e il 17 settembre dalle coste nord occidentali, prendendo il largo da una spiaggia vicino a Mostaganem, uno dei punti d’imbarco più usati dagli “harraga” algerini per cercare di raggiungere la regione di Murcia, in Spagna. A bordo, come è stato possibile ricostruire due giorni dopo la tragedia, erano in 12, tutti provenienti da un villaggio del comune di Ouled Ghalem, situato circa 90 chilometri a est di Mostaganem. L’allarme è scattato quando la barca si trovava alcune di miglia fuori Mostaganem: stando alle poche notizie emerse, pare si sia capovolta, forse a causa delle difficili condizioni meteomarine. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera algerina, che ha recuperato 5 naufraghi e, inizialmente, 3 corpi senza vita, quelli di un uomo e dei suoi due bambini. Non molto dopo è stato avvistato un altro cadavere. Le ricerche dei tre dispersi, tra cui la madre dei due bambini, sono proseguite fino al tramonto e anche nella giornata di venerdì 18 settembre. Senza alcun esito. Il giorno prima, non lontano dalla zona di mare in cui la barca è affondata, 10 miglia a nord di Oureah, nel comune di Mazagran, la Guardia Costiera aveva intercettato un altro battello con 16 “harraga”, che sono stati bloccati, ricondotti a terra e deferiti alla magistratura per aver tentato di lasciare illegalmente il territorio nazionale.

Fonte: Liberte Algerie, Ansamed, Infomigrants, Unione Sarda)

Algeria (isole Habibas), 17-18 settembre 2020

Due migranti algerini morti e uno disperso al largo delle isole Habibas, provincia di Ain Temouchent, nel nord ovest dell’Algeria. Sulla barca, salpata da una spiaggia di Bouzedjar, un piccolo comune a breve distanza dal confine con il Marocco, c’erano 22 “harraga” diretti verso la Spagna. Il naufragio è avvenuto a poche miglia dalla riva, appena oltre l’arcipelago: forse a causa del sovraccarico e delle non buone condizioni del mare, il battello si è rovesciato di colpo, scaraventando tutti in acqua. La prima ad arrivare sul posto per i soccorsi è stata una motovedetta della Guardia Costiera che, seguita da unità della Protezione Civile di Ain Temouchent, ha tratto in salvo 19 naufraghi. Nessuna traccia degli altri tre. I corpi senza vita di due dei dispersi sono stati trovati dai sommozzatori della Protezione Civile: prima quello di una bambina di 9 anni e poi, il mattino successivo, quello di una donna. Senza esito le ricerche del terzo. Le salme sono sate trasferite all’obitorio dell’ospedale di Ain Temouchent.

(Fonte: Liberte Algerie)

Libia (Al Harsha, Zawiya), 19 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato trascinato dal mare sulla costa di Al Harsha, uno dei quartieri della zona ovest di Zawya. Allertata da alcuni abitanti del posto, lo ha recuperato la Mezzaluna Rossa, trasferendolo nell’obitorio del locale ospedale per l’autopsia e gli accertamenti di legge. Non sono  stati trovati elementi utili per l’identificazione né per stabilirne la provenienza. Vista la distanza (oltre 110 chilometri) e il lungo tempo trascorso, c’è da escludere tuttavia che questa salma abbia a che fare con i 22 cadaveri trovati tra il 20 e il 22 agosto a ovest di Zuwara, provenienti dai naufragi fantasma registrati nella zona meno di una settimana prima. Potrebbe essere ricollegabile, invece, al corpo del giovane subahariano sconosciuto recuperato il 23 agosto a Zawiya, in un tratto di costa poco lontano da Al Harsha.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Libia (Garabulli), 19-20 settembre 2020

Tre migranti sono scomparsi al largo della Libia. Altri 51 sono salvi solo grazie all’intervento di alcune barche di pescatori. Del tutto inerte la Guardia Costiera libica. Assente quella italiana. E’ un caso che più di altri denuncia come il sistema di accordi tra l’Unionee Europea e la Libia e la finzione della zona Sar libica creino ogni giorno le condizioni per nuove tragedie in mare. L’allarme è scattato sabato sera quando un pescatore ha segnalato ad Alarm Phone un naufragio di fronte alle coste di Garabulli, a est di Tripoli. “Un pescatore – si legge nel dispaccio diffuso dalla Ong alle 21,25 – ci ha appena detto di aver soccorso 21 persone, ma di averne dovuto lasciare 33 aggrappate ai tubi di un gommone. Ha provato anche a informare le autorità, ma non ha ricevuto alcuna ripsosta”. Le comunicazione successive hanno permesso di appurare che si trattava di un gommone bianco che stava affondando dopo essersi rovesciato. Il pescatore che ha diffuso l’Sos aveva recuperato 7 donne e 14 uomini ma sulla sua piccola barca non c’era posto per altri naufraghi. Da qui l’allarme rimbalzato da Alarm Phone sia alla centrale Mrcc italiana che a Tripoli: “Le autorità italiane – ha scritto la Ong alle 22,30 – ci hanno detto che non sono responsabili. La Guardia Costiera libica ci ha detto di richiamare l’indomani”. Ben 33 persone, dunque, sono state abbandonate alla deriva, aggrappate a un relitto, in piena notte, da tutte le “autorità” e le istituzioni ufficiali. Si sono però mobilitati altri pescatori che, allertati dal primo, hanno preso il mare con le loro barche per andare a cercare i naufraghi rimasti. Al mattino è giunta notizia che il relitto del gommone era stato raggiunto e che il soccorso si stava concludendo, con lo sbarco a terra dei superstiti. Restava da capire, però, se tutti i 33 che si erano aggrappati disperatamente ai tubolari ancora in grado di galleggiare, avevano avuto la forza di resistere. Domenica sera, dai compagni e da alcuni familiari è giunta la notizia che purtroppo tre di loro, vinti dal freddo e dalla stanchezza, erano scomparsi prima dell’arrivo dei pescatori e non se ne è più trovata traccia: due venivano dalla Costa d’Avorio e uno dal Sudan.

(Fonte: Rapporti Alarm Phone del 19 e del 20 settembre)

Libia (Zawiya), 21 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato avvistato in mattinata lungo la costa di Zawiya, in località Al Mutrad, uno dei sobborghi occidentali. Per il recupero è intervenuta una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma all’obitorio del locale ospedale per gli accertamemti di legge. A giudicare dallo stato di conservazione doveva essere in mare da giorni. Non sono stati trovati documenti o altri elementi utili per l’identificazione. E’ il secondo migrante trovato morto a breve distanza dalla riva in appena due giorni, in questa zona situata circa 50 chilometri a ovest di Tripoli. L’altro è affiorato il 19 settembre. Un terzo era stato trovato poco distante il 23 agosto.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)   

Algeria (Hadjadj, provincia di Mostaganem), 21-23 settembre 2020

Tredici harraga algerini dispersi in mare. Erano su una piccola barca in legno salpata lunedì 21 settembre, nelle primissime ore del mattino, da Bab El Oued, vicino a Hadjadj, un comune costiero situato 36 chilometri a est di Mostaganem, il capoluogo della provincia, un tratto di costa dell’Algeria occidentale da cui sono numerose le partenze di battelli carichi di migranti diretti verso la Spagna. Non si è saputo nulla fino a mercoledì 23 settembre, quando, in mancanza di qualsiasi notizia, l’allarme è stato lanciato dai familiari di uno dei giovani imbarcati, Ould Mohamed Walid, 20 anni, originario del villaggio rurale di Zarifa, nella municipalità di Hadjadj. Alla famiglia si è unito un gran numero di abitanti di Hadjadj: diversi pescatori si sono spinti al largo per una serie di ricerche in mare con le loro barche, mentre da terra è stata battuta tutta la costa, per un raggio di almeno 50 chilometri dal punto di imbarco, per cercare di individuare eventuali indizi o relitti riconducibili a quella barca, uno scafo in legno dipinto di bianco e blu. Nessuno ha trovato qualcosa. Il giorno 25 i familiari di Walid e di altri giovani si sono rivolti anche ad Alarm Phone, chiedendo di aiutarli nelle ricerche e chiareendo che a bordo erano in 13, tre in più di quanto era emerso inizialmente. La Ong ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo, sollecitando una ricognizione lungo la rotta presumibile da Hadjadj a Cadice. Salvamento Maritimo tende ad escludere, tuttavia, che il battello abbia raggiunto le acque spagnole. Negli stessi giorni della barca dispersa e nel week end precedente, dalla zona di Mostaganem risultano partite almeno 9 barche, con una decina di migranti ciascuna. Molti si sono messi in contatto con le famiglie poco dopo essere arrivati in Spagna. Dopo più di 5 giorni, invece, nessuna comunicazione dai 13 salpati da Bab El Oued.

(Fonte: El Watan, Alarm Phone)

Libia (Zuwara), 21-26 settembre

Centoundici vittime. Si sono salvati soltanto 9 dei 120 migranti che erano a bordo di un gommone naufragato al largo di Zuwara. E’ la più grave delle stragi reeegistrate nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Ed ha rischiato di diventare una tragedia fantasma: si è verificata lunedì 21 settembre, ma i primi particolari della notizia hanno cominciato a delinearsi soltanto tra giovedì 24 e sabato 26, quando gli operatori di Alarm Phone sono riusciti a raccogliere le testimonianze di alcuni dei superstiti. Ne è venuto fuori un racconto drammatico. Il gommone è partito dal litorale di Zuwara meno di due ore prima di andare a fondo. Ha avuto quasi subito delle difficoltà, aggravate dal sovraccarico: prima si è fermato il motore e poi, mentre cercavano di riattivarlo per non restar alla deriva, è esploso di colpo uno dei tubolari stagni. Lo scafo si è quasi capovolto e molti sono finiti subito in acqua; altri hanno cercato di aggrapparsi alla parte del relitto che sembrava ancora in grado di galleggiare. Tutto si è svolto così rapidamente che non c’è stato neanche il tempo di chiedere aiuto. Soccorsi non ne sono arrivati per giorni: ore e ore terribili in mare, durante le quali quasi tutti sono stati vinti dal freddo, dalla fatica e dallo sfinimento. Solo mercoledì un pescatore ha avvistato casualmenete quello che restava del gommone, recuperando e riportando a riva gli unici 9 naufraghi rimasti in vita. Quando si sono almeno in parrte riavuti, sono stati proprio questi a segnalare la tragedia ad Alarm Phone, che ha cercato di rintracciare anche il pescatore per avere un quadro più preciso di quanto è accaduto. Quasi tutti, vittime e superstiti, venivano dall’Africa Subsahariana. Tra gli altri, anche una coppia originaria della Costa d’Avorio – Fatima, di 29 anni e  Oumar, di 32 – con i loro quattro bambini. A partire dal 28 settembre, a conferma del naufragio, 9 cadaveri sono stati spinti dal mare sulla costa tra Zuwara ee il confine con la Tunisia: 5 sulla spiaggia dell’Equestrian Club e 4 nei pressi del villaggio di Ras Ijder.

(Fonte: Alarm Phone, Avvenire, Tg La7 ore 13,30 del 27 settembre)

Libia (Zawiya), 24 settembre 2020.

Il cadavere di un migrante è affiorato sul litorale di Al Harsha, un sobborgo di Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli: le onde lo hanno spinto sulla battigia e poco dopo, avvertita dalle autorità locali, una squadra della Mezzaluna Rossa ha provveduto a recuperarlo e a trasferirlo nell’obitorio dell’ospedale locale per le procedure di legge. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione ma sicuramnete la salma è rimasta in acqua per alcuni giorni. E’ il terzo corpo senza vita di un migrante recuperato dal 19 settembre in questo tratto di litorale.

(Fonte: Red Crescent Libya, Migrant Rescue Watch)

Libia (Zliten), 24-25 settembre 2020

Sedici vittime (3 migranti morti e 13 dispersi) in un naufragio avvenuto al largo delle coste libiche tra il 24 e il 25 settembre. Ventidue i superstiti, condotti a Tripoli. Non sono note le circostanze precise della tragedia: dalla Guardia Costiera libica, che non è intervenuta per i soccorsi, non sono filtrate informazioni e le uniche, sommarie notizie sul naufragio sono quelle diffuse dall’Oim nelle prime ore del mattino di venerdì 25. Si sa solo che il battello, con 38 persone, è partito giovedì 24 settembre dal litorale di  Zliten, circa 35 chilometi a ovest di Al Khums e 160 chilometri a est di Tripoli. Dopo diverse ore di navigazione verso nord ovest si è rovesciato, senza che i migranti a bordo abbiano avuto neanche il tempo di chiedere aiuto. I soccorsi sono arrivati da alcune barche di pescatori che hanno raggiunto e tratto in salvo 22 naufraghi e recuperato 3 corpi senza vita, appartenenti a una coppia siriana e un giovane ghanese. Dai racconti dei sopravvissuti, raccolti dal personale Oim che ha prestato la prima assistenza a terra nel porto di Tripoli, si è poi saputo che 13 persone si sono perdute in mare e non ne è stata trovata più traccia. I 22 sopravvissuti provengono da Egitto, Bangladesh, Siria, Somalia e Ghana.

(Fonte: sito web Safa Msehli (Iom Ginevra), Iom Libia, sito web Alarm Phone, Associated Press, Thee Globe and Mail, AlJazeera, Repubblica). 

Libia (Tripoli), 24-26 settembre 2020

Quindici migranti annegati dopo essere caduti da un gommone semi affondato, intercettato dalla Guardia Costiera libica. Lo hanno riferito alcuni dei 120 superstiti, ricondotti a Tripoli nella nottata di venerdì 25 settembre, agli operatori dell’Oim che li hanno assistiti allo sbarco e che hanno poi diffuso la notizia da Ginevra attraverso la portavoce dell’organizzazione, Safa Msehli, la matttina del giorno 26. Il battello, carico di ben 135 persone, era partito la notte tra mercoledì 24 e giovedì 25, puntando verso Lampedusa. Era ad alcune decine di miglia dalla Libia – coordinate geografiche 34° 4’ Nord e 14° 3’ Est – quando da bordo, poco dopo la mezzanotte, hanno lanciato una richiesta di aiuto ad Alarm Phone: un messaggio disperato, nel quale si diceva che uno dei tubolari si stava sgonfiando. L’Sos è stato girato sia alle autorità italiane che maltesi, tanto più che le condizioni meteo stavano peggiorando. Alle 5 si sono persi i contatti. Nel pomeriggio, quando era ormai ingovernabile, il battello è stato raggiunto dalla Al Kifah, una delle motovedeette consegnatee alla Libia dall’Italia. In quello stesso momento la zona era sorvolata da Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che ha assistito a tutta l’intercettazione, rilevando che la situazione era drammatica. La conferma è venuta dalla Guardia Costiera stessa: “Dalla motovedetta libica – ha riferito Seabird – è stato comunicato via radio al nostro aereo che due delle persone a bordo del gommone sono morte”. Nelle ore successive, durante la notte tra il 25 e il 26 settembre, i naufraghi sono stati condotti a Tripoli: 120 in tutto, 15  in meno delle ultime segnalazioni che parlavano di 135 persone a bordo. Sono stati i superstiti stessi a spiegare cosa era accaduto: quando il gommone si è sgonfiato ed ha cominciato a imbarcare acqua, diventando del tutto instabile, 15 loro compagni sono finiti in mare, scomparendo  presto alla vista: non se ne è trovata più traccia.

(Fonti: sito web Safa Msehli (Oim), Oim Libia, Alarm Phone, Sea Watch, Migrant Rescue Watch).

Algeria (costa occidentale), 26 settembre 2020

I corpi senza vita di 3 giovani harraga sono stati recuperati al largo delle coste occidentali dell’Algeria da  un guardacoste della Marina Militare. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato il 26 settembre dal Ministero della Difesa sul contrasto all’emigrazione clandestina. La relazione – che si riferisce alle operazioni condotte tra il 20 e eil 25 settembre – non specifica il giorno esatto del ritrovameento né le circostanze precise del naufragio in cui i tre giovani hanno perso la vita e, verosimilmente, altri dovrebbero risultare dispersi. Si specifica soltanto che il battello su cui si erano imbarcati si è rovesciato mentre faceva rotta verso le coste spagnole. Altre 10 vittime sono state segnalate nella settimana precedentee (vedi note del 17 e 18 settembre in questo dossier).

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, El Watan edizioni del 27 settembre)

Libia (Zawiya e Zuwara), 28 settembre 2020

Almeno 22 migranti morti in due “episodi fantasma” – un naufragio a Zawiya ((20 vittime) e una operazione di respingimento a Zuwara (2 vittime) – rivelati nel rapporto pubblicato il 28 settembre da Alarm Phone ma di cui verosimilmente non si sarebbe saputo nulla senza le ricerche e le testimonianze trovate dagli operatori della Ong. Almeno nel secondo dei due casi è intervenuta la polizia, ma le autorità libiche non hanno lasciato filtrare la minima notizia, tenendo all’oscuro probabilmente anche l’Oim.

Zawiya, 18 settembre. Naufragio con almeno 20 vittime. La tragedia è stata ricostruita sulla base della testimonianza di una giovane donna che è sopravvissuta.  Salpati da Zawiya tra il 17 e il 18 settembre a bordo di un grosso gommone, dopo circa tre ore di navigazione, 75 migranti, tra cui donne e bambini, si sono trovati in gravi difficoltà: il mare era molto mosso e lo scafo non appariva in grado di resistere alle onde, sempre più alte e violente, tanto cominciare ad imbarcare acqua. Da qui la decisione di invertire la rotta per cercare di rientrare in Libia. Hanno arrancato verso la costa per altre due ore circa ma, quando la riva era ormai a non grande distanza il battello si è rovesciato. Nessuno dei naufraghi aveva il giubbotto di salvataggio e solo pochi sapevano nuotare. Alcuni sono stati inghiottiti dal mare quasi subito. Altri hanno cercato di tenersi a galla aggrappandosi al relitto o a qualche rottame. Sono rimasti in acqua a lungo, senza soccorsi. Alla fine si sono contati almeno una ventina di morti: profughi in fuga da Somalia, Costa d’Avorio, Guinea, Gambia e Camerun. La donna che ha chiamato Alarm Phone è stata salvata da un altro naufrago: “Ho visto morire molti bambini e donne: non sapevano nuotare e sono andati sotto – ha raccontato – Ho visto diversi corpi senza vita tutt’intorno a me. Io stessa sono rimasta intrappolata sotto il fondo di legno del canotto e pensavo che sarei morta. Qualcuno mi ha preso, riportato in superficie e trascinato a nuoto fino a terra. Quelli di noi che ce l’hanno fatta a giungere a riva si sono allontanati subito dopo essere usciti dall’acqua. Avevamo paura che la polizia ci catturasse. La vita in Libia non è normale. E’ dura in particolare per le donne. Siamo esposte alla peggiore violenza. Qualche volta siamo obbligate ad avere rapporti con i trafficanti Qui ho perso tutte le mie speranze e il mio denaro. E’ la quarta volta che provo a scappare per mare. In un altro naufragio ho perso mio figlio: penso a lui tutti i giorni. Non so se riuscirò mai ad andarmene dalla Libia”. Tra i cadaveri che questa donna ricorda di aver visto in mare ce ne erano almeno 5 di bambini e uno di una ragazza incinta. Il bilancio di morte potrebbe anche essere superiore a 20 vittime perché era buio e dunque difficile individuare e contare i cadaveri. Nei giorni successivi sul litorale di Zawiya sono affiorati tre corpi senza vita di migranti: il primo ad Al Harsha il 19; il secondo il 21 ad Al Mutrad; il terzo il 24, sempre ad Al Harsha (vedi note nelle stesse date in questo dossier): è verosimile che siano la conferma del naufragio del 18 settembre.

Zuwara, 19 settembre. Tentativo di fuga con 2 vittime. Una barca partita da Zuwara tra il 18 e il 19 settembre, con a bordo 102 migranti, quasi tutti ghanesi, è affondata dopo poche miglia di navigazione. I naufraghi sono rimasti in mare per 18 ore, fino a quando li ha avvistati e recuperati un peschereccio, che subito dopo ha fatto rotta verso la costa. Prima di arrivare a Zuwara i pescatori hanno avvertito la polizia, che al porto ha bloccato tutti i 102 migranti per condurli in un centro di detenzione. Due di loro hanno tentato di sottrarsi alla cattura gettandosi in acqua dalla banchina del molo ma sono annegati. E’ probabile che, tuffandosi, abbiano sbattuto la testa contro alcuni scogli sommersi, perdendo i sensi e non riuscendo più a riaffiorare. La tragedia è stata ricostruita ad Alarm Phone da uno dei superstiti e, successivamente, da un altro testimone, un giovane ghanese il quale, vedendo che era sovraccarico, aveva rinunciato a salire sul battello poi naufragato: una delle due vittime, un ventinovenne anche lui ghanese di nome Hadi, era un suo amico. “Hadi – ha raccontato – veniva da Kumasi, in Ghana, nella regione di Ashanti. Aveva 29 anni. Il suo nickname era Puyaka. Non so se a casa avesse dei bambini. Era una persona umile. Siamo arrivati insieme in Libia nel 2017. Lui è rimasto a Zuwara per due anni. Ha tentato la traversata nel 2017 e poi nel 2018 ma è stato riportato indietro dalla Guardia Costiera libica. Ha tentato di scappare perché era già stato in prigione e sapeva bene quale sorte lo aspettava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non ritornare in prigione. In prigione ti chiedono di pagare una certa cifra e se non hai i soldi devi restare lì per 6 o 7 mesi. Devi pagare almeno 500 dinari anche se sei un bambino di cinque anni. Hadi non voleva tornare in prigione. Qui non interessa se hai commesso un reato o no: ti mettono in prigione solo per prenderti tutto il denaro che hai”.

(Fonte: Rapporto mensile Alarm Phone settembre 2020) 

Grecia (Malakasa, Atene), 28 settembre 2020 

Un sessantunenne afghano è morto di coronavirus in un ospedale di Atene: è il primo profugo ad essere stato ucciso dall’epidemia in Grecia. In attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata, l’uomo viveva nel campo di Malakasa, a nord di Atene, insieme ai due figli, dopo essere stato trasferito dalle Isole Egee, dove era arrivato dalla Turchia. E’ verosimile che abbia contratto il contagio proprio all’interno del campo, dove sono ospitati più di tremila richiedenti asilo e dove sono stati accertati diversi casi positivi al virus, tanto che dal 7 settembre l’intero complesso è stato messo in quarantena. Quando le sue condizioni si sono aggravate, i responsabili del campo lo hanno fatto trasferire in ospedale, ma le cure non sono bastate a salvargli la vita.

(Fonte: Ekathimerini)

Spagna (Mare di Alboran), 28 settembre 2020

Erano in quattro, tutti maghrebini. Volevano attraveresare il mare di Alboran con una canoa per raggiungere l’Andalusia. Tre sono morti e uno è stato salvato in extremis, dopo essere rimasto alla deriva per una decina di giorni. Sono partiti da Ceuta all’alba del 18 settembre. Da quel momento non si è saputo più nulla di loro tanto che, intorno al giorno 21, alcuni familiari e amici ne hanno segnalato la scomparsa, chiedendo alle autorità spagnole di organizzare una operazione di ricerca. Per perlustrare l’area della rotta presumibile è stato mobilitato un aereo del Salvamento Maritimo. La ricognizione è andata avanti per giorni, senza esito, fiché il 28, intorno alle 14,30, è stato proprio un Sasemar da ricognizione a individuare la canoa, dirottando per i soccorsi un ferry della compagnia Balearia, il Denia Ciutat Creativa, che si stava dirigendo da Melilla ad Almeria. A bordo, però, i soccorritori hanno trovato un solo giovane, ormai allo stremo delle forze per i dieci giorni trascorsi alla deriva: è stato lui stesso a riferire che, dopo aver perso l’orientamento, hanno vagato a caso, senza una direzione precisa, in mezzo al mare di Alboran e che i suoi compagni sono stati via via vinti dalla sete, dal freddo e dalla fatica, scomparendo l’uno dopo l’altro in acqua. Il ferry lo ha sbarcato nel porto di Almeria, affidandolo a una equipe della Croce Rossa, che lo ha trasferito in ospedale, ma a disposizione della polizia nazionale per le indagini.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Europa Press)

Libia-Tunisia (Ben Gardane), 29 settembre 2020

Un bimbo di appena 6 anni è stato trovato ormai senza vita su un gommone soccorso dalla Guardia Costiera tunisina al largo di Ben Gardane, nella Tunisia meridionale, governatorato di Medenine, a meno di 30 chilometri dal confine con la Libia. Molto provati tutti i 68 migranti a bordo (56 uomini, 15 donne e 7 bambini) affidati dopo lo sbarco ad alcune squadre della Mezzaluna Rossa e alle cure dell’ospedale locale. Stando al racconto dei superstiti, poco è mancato che il bilancio di morte fosse molto più pesante. Il battello, un grosso gommone nero, è partito dalla costa libica a ovest di Tripoli circa una settimana prima del ritrovamento, puntando verso Lampedusa. Quando è stato alcune decine di miglia al largo, il motore è andato in avaria e non c’è stato modo di riavviarlo. I migranti sono così rimasti in balia del mare per almeno 7 giorni, senza avere la possibilità di chiedere aiuto. Nelle giornate successive sono finite le scorte d’acqua e di cibo. E’ in questa fase che il bimbo è morto. Erano ormai tutti allo stremo quando il battello è stato avvistato, poco più di 3 miglia fuori Ben Gardane, da una motovedetta della Guardia Costiera di base a Zorzis, che ha prerso a bordo i più gravi e rimorchiato il gommone con gli altri fino a terra, nel porto di El Keft. Molto varia la provenienza dei migranti del gruppo: Bangladesh, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Liberia, Mali, Nigeria e Senegal.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Bosnia (Bihac),  30 settembre – 1 ottobre 2020

Due profughi uccisi e numerosi altri feriti in una serie di scontri avvenuti nei pressi di Bihac, nel nord ovest della Bosnia, tra gruppi rivali, afghani e pakistani, in un campo improvvisato abitato da centinaia di migranti, nei pressi del villaggio di Zegar, non lontano dal confine con la Croazia. Secondo quanto riferiscono i media locali, gli incidenti, diventati in breve uno scontro tra decine di persone, sarebbero scoppiati mentre si stava preparando uno dei continui tentativi di attraversare la frontiera croata per proseguire poi verso il Nord Europa, attraverso la rotta balcanica. Le vittime sono due giovani pachistani: ad ucciderli sarebbero stati due afghani, poi fuggiti sul monte Pljsivica per sottrarsi all’arresto ed ora ricercati dalla polizia. I feriti, alcuni dei quali ricoverati in gravi condizioni, risultano almeno 20. Si ritiene che i due ricercati si siano nascosti sul Pljsivica per tentare di entrare in Croazia da questa zona, nascondendosi nei boschi per eludere la sorveglianza delle guardie di frontiera delle due parti. In Bosnia, in prossimità del confine croato, si calcola che ci siano oltre 7 mila profughi e migranti di varia provenienza che cercano in tutti i modi di proseguire la fuga, una situazione esplosiva che alimenta sempre più di frequente le rivalità e gli scontri tra le diverse etnie.

(Fonte: Ansamed) 

Marocco (Tangeri), 1 ottobre 2020

Il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di Dalia, alla periferia di Tangeri. Non sono sati trovati elementi utili per stabilirne l’identità e la provenienza. Si ritiene tuttavia che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna attraverso lo Stretto di Gibilterra, dopo essersi imbarcato in Marocco. Il cadavere che, a giudicare dalle condizioni, deve essere rimasto in acqua per diversi giorni, è stato trasferito da una squadra della Mezzaluna Rossa all’obitorio dell’ospedalee Mohammed V per l’autopsia e il prelievo dl Dna, utile per poterlo eventualmente identificare.

(Fonte: Nadorcity)

Marocco-Spagna (Algeciras), 1 ottobre 2020

Il cadavere di un migrante maghrebino è stato recuperato nelle acque dello Stretto di Gibilterra dalla salvamar Denebola, del presidio di Salvamento Maritimo di Algeciras. Ad avvistare la salma, mentre flottava in mare ad alcune miglia da La Alcadeisa, la sera di mercoledì 30 settembre, è stato l’equipaggio di un peschereccio, che ha immediatamente informato le autorità marittime di Algeciras. Il recupero del corpo, tenuto in superficie da un galleggiante, è avvenuto durante la notte tra mercoledì 30 e giovedì 1 ottobre. Lo sbarco prima dell’alba ad Algeciras. Non sono stati trovati elementi utili per stabilirne l’identità e la provenienza. Forse il giovane è caduto in mare da un battello poi giunto in Spagna. Da parte dei migranti sbarcati nei giorni precedeenti non risultano però sgnalazioni di compagni scomparsi in mare. Non è da escludere, dunque, un naufragio fantasma con più vittime.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Italia (Trieste-Udine), 1 ottobre 2020

Un profugo afghano diciottenne è morto all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine dove era stato trasferito poche ore prima da Trieste. Arrivato in Italia il 30 settembre dal confine del Carso insieme a un gruppo di compagni, tutti afghani, e fermato a Trieste dalla polizia, era stato trasferito nel centro accoglienza di via Fernetti dove, alla visita medica, gli è stato riscontrato uno stato febbrile che ha indotto i sanitari a inviarlo all’ospedale Maggiore, sempre a Trieste. Il tampone effettuato al momento del ricovero è risultato “debolmente positivo”. Poi, nel giro di qualche ora, le sue condizioni sono peggiorate, tanto da  indurre il personale a chiederne il trasferimento nel reparto di terapia intensiva di Udine. Qui  il nuovo tampone ha dato esito negativo, ma il giovane non si è più ripreso: è morto poche ore dopo. E’ stata disposta l’autopsia ma, secondo un primo esame, la causa del decesso potrebbe essere riconducibile a una infezione polmonare, aggravata da una forte setticemia, patologie che verosimilmente il diciottenne ha contratto lungo la “via balcanica” percorsa per arrivare al confine orientale italiano.

(Fonte: Triesteprima, Udine Today) 

Spagna (Gran Canaria), 2-3 ottobre 2020

Morti tre dei 189 migranti recuperati su otto barche nell’Atlantico e condotti alle Canarie, nell’arco dell’intera giornata di venerdì 2 ottobre. Uno è stato trovato ormai privo di vita al momento dei primi soccorsi in mare, gli altri due sono morti in ospedale meno di un giorno dopo lo sbarco, la mattina di sabato 3 ottobre. Le tre vittime, tutte di origine subsahariana, erano su un kayuko con a bordo 33 persone raggiunto dalla salvamar Menkalinan, del Salvamento Maritimo, oltre 40 miglia a sud di Gran Canaria. I compagni hanno riferito che era morto qualche ora prima, vinto dal freddo e dallo sfinimento, per il lungo tempo trascorso in mare aperto. Molto provati anche gli altri, tutti con gravi sintomi di ipotermia: per sedici di loro è stato necessario il ricovero d’urgenza negli ospedali di Las Palmas. Due, in particolare, sono stati giudicati dai medici della Croce Rossa “in stato critico”. Nonostante le cure non ce l’hanno fatta a riprendersi: il primo è morto all’ospedale Negrin l’altro poco dopo all’ospedale Insular di Gran Canaria. Degli altri ricoverati, a oltre 24 ore dal salvataggio, 4 erano ancora sedati in terapia intensiva; sei sotto osservazione e gli altri, per quanto ancora ricoverati, avevano superato la crisi. Il battello, hanno riferito i naufraghi, era partito dalla Mauritania ed è rimasto in mare per almeno cinque giorni. Giudicati in gravi condizioni e ricoverati, sempre negli ospedali di Las Palmas, anche due dei quindici migranti soccorsi dalla guardamar Polimnia su una barca avvistata da un aereo del Salvamento Maritimo oltre 61 chilometri a sud di Gran Canaria. I migranti di sette delle otto barche soccorse sono stati sbarcati a Gran Canaria, gli altri a Tenerife.

(Fonte: sito web Helena Maleno, El Diario e La Provincia edizioni del 2 e 3 ottobre)

Libia (Al Ajaylat-Sabratha), 2-11 ottobre

Almeno tre migranti, presi in ostaggio da una banda di miliziani, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre tentavano di fuggire. Lo ha denunciato un rapporto di Medici Senza Frontiere sulla base della testimonianza di altri prigionieri. Il dossier è stato pubblicato l’undici ottobre, ma la strage risale a nove giorni prima, il 2 ottobre. Le tre vittime facevano parte di un gruppo di circa 350 migranti, in maggioranza provenienti dall’Africa Occidentale, catturati il 28 settembre da una grossa squadra di uomini armati e mascherati ad Al Ajaylat, una città situata circa 80 chilometri a ovest di Tripoli. Da qui gli ostaggi sono stati trasferiti a Sabratha, il porto 70 chilometri a ovest di Tripoli che, oltre ad essere da anni uno di principali punti d’imbarco usati dai trafficanti di uomini, è la base del clan Al Dabashi, schierato con il governo guidato da Fajez Serray e al quale fanno capo due numerose brigate di miliziani: la Ammu Brigade e la 48. Secondo alcuni prigionieri, ma anche  vari abitanti del posto, i rapitori farebbero parte appunto di queste formazioni. Nei giorni successivi al 28 settembre un certo numero di ostaggi è stato rilasciato ma molti altri sono fuggiti. E sarebbe stato proprio durante uno di questi tentativi di fuga che i miliziani di guardia hanno sparato, uccidendo almeno tre persone. Un’equipe di Medici Senza Frontiere si è recata a Sabratha il giorno 4 ottobre, dopo essere stata informata del sequestro dall’Agenzia per la lotta all’immigrazione illegale del Governo di Tripoli. “Abbiamo trovato oltre 350 donne, bambini e uomini che dormivano per terra in condizioni di vita spaventose, senza accesso all’acqua e ai servizi igienici”, ha detto Guillaume Baret, capo missione di Medici Senza Frontiere in Libia. Dai racconti raccolti è emerso che già ad Al Ajaylat i miliziani avevano rubato ai migranti tutti gli oggetti di valore e i documenti, prima di portarli in un magazzino sorvegliato da uomini armati, a Sabratha. E sulla scia di queste testimonianze è poi emersa la denuncia della sparatoria del 2 ottobre, con almeno tre vittime. Secondo quanto ha potuto apprendere l’equipe di Msf, al momento del suo intervento nelle mani di miliziani rimanevano ancora almeno 60 ostaggi. Il portavoce del Governo di Tripoli, contattato dall’Associated Press, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

(Fonte: Associated Press, Infomigrants, Star Tribune)

Turchia (Van), 4 ottobre 2020

Due uomini morti soffocati sono stati trovati dalla polizia turca nel piano di carico chiuso di un camion in cui erano stati ammassati decine di profughi, in maggioranza afghani e pakistani. L’automezzo, proveniente presumibilmente dal confine con l’Iran, viaggiava in direzione ovest quando è stato fermato a un posto di blocco nei pressi di Van, lungo la statale che passa a sud del lago ed è una delle più battute della rotta migratoria turca verso l’Egeo o Istanbul. E’ bastato aprire il portellone posteriore per aveere la certezza che si trattava di un grosso “trasporto” clandestino di migranti diretti alla frontiera occidentale per cercare di entrare in Europa. In totale, 72 tra uomini e donne (37 pakistani, 33 afghani, 2 iracheni), tutti molto provati per le ore trascorse segregati in quello spazio ristretto, in pratica senza ricambio d’aria. La scoperta dei due corpi senza vita è stata fatta durante l’ispezione a bordo, subito dopo che l’intero gruppo di profughi era stato fatto scendere: erano in fondo alla cabina, morti per asfissia durante il viaggio a causa dell’enorme sovraccarico. La polizia ha bloccato 3 uomini (di cui ha fornito solo le iniziali: C.O., S.H., H.O.), ritenendo che si tratti dei trafficanti o comunque che siano legati all’organizzazione responsabile del “trasporto”.

(Fonte: Anadolu Agency)  

Italia (Palermo), 5 ottobre 2020

Un migrante di appena 15 anni, Dakite Abdou, originario della Costa d’Avorio, è morto all’ospedale Ingrassia di Palermo quattro giorni dopo essere stato sbarcato dalla nave quarantena Allegra. Arrivato in Sicilia con i migranti salvati dalla Open Arms a metà setteembre, il ragazzo – come ha riferito la tutrice legale Alessandra Puccio – il giorno 18 è stato assegnato alla quarantena nonostante lo stato di salute molto grave. “Il suo corpo – ha specificato sempre Alessandra Puccio – era martoriato da segni di tortura. Anche il viaggio non deve essere stato facile: aveva sintomi di denutrizione e disidratazione”. “Al momento di salire sulla Allegra – hanno raccontato i compagni – Abdou stava già tanto male da non riuscire più a parlare”. Nel periodo trascorso sulla nave è peggiorato, tanto che allo sbarco, dopo aver superato i test sul coronavirus con due tamponi negativi, è stato subito ricoverato all’ospedale Cervello. La situazione, però, è peggiorata ulteriormente: entrato in coma, Abdou è stato trasferito all’ospedale Ingrassia perché al Cervello non c’erano posti disponibili in rianimazione, ma è morto intorno alle 15,30 di sabato 5 ottobre, poche ore dopo il nuovo ricovero. “Non posso pensare – ha commentato la tutrice – a quei 15 giorni in cui, in quarantena, non ha ricevuto cure adeguate”. Un referto medico stilato sulla nave, pubblicato dall’agenzia Agi, conferma il rapido precipitare degli eventi: “I compagni riferiscono che il paziente si rifiuta di bere, arrivando a sputare l’acqua che gli viene offerta. Rifiuta terapie di qualsiasi tipo. Necessita urgentemente di ricovero in struttura adeguata per studio approfondito di apparato urinario e reintegro alimentare per stato di grave malnutrizione e denutrizione volontaria”. Il referto reca la data del 29 settembre: 9 giorni dopo che Abdou è salito sulla nave quarantena. E prima del ricovero all’ospedale Cervello sono passati altri due giorni.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, Il Sicilia.it, Agenzia Agi)

Libia (Tajoura, Tripoli), 6 ottobre 2020

Un migrante nigeriano è stato bruciato vivo a Tripoli da tre libici rimasti sconosciuti. Altri tre migranti hanno riportato gravi ustioni, tanto da dover essere ricoverati in ospedale. Due, in particolare, sono stati dichiarati in condizioni critiche. Il crimine è stato confermato dal ministero dell’interno, che ha parlato di un delitto “orrendo e senza senso”, ma non ha fornito alcuna indicazione sui motivi e su come sia maturato. Si sa solo che il giovane nigeriano e i suoi compagni stavano lavorando in un’azienda di Tajoura, un sobborgo della capitale: probabilmente – come fanno molti migranti – un impiego per sopravvivere o addirittura un “lavoro da schiavi” per pagarsi il riscatto preteso da trafficanti che li tenevano prigionieri, in attesa di trovare il modo di imbarcarsi verso l’Europa. “Martedì tre libici hanno assalito l’azienda, hanno sequestrato uno dei migranti al lavoro, l’hanno cosparso di benzina e gli hanno dato fuoco. Altri tre migranti hanno riportato ustioni. Non si capisce il perché di questo choccante crimine”, ha riferito il Ministero mercoledì 7 ottobre. Nient’altro. A giudicare dal tipo di ustioni, tuttavia, sembra poco verosimile che gli altri tre migranti siano rimasti feriti nel tentativo di soccorrere il compagno: c’è da pensare piuttosto che anche loro siano stati presi di mira dagli assassini. Immobilizzati ee poi dati alle fiamme. Certo è che, a giudicare dalla ricostruzione dei fatti, sembra una vera e propria spedizioni mirata. Resta da capirne i motivi. Il sospetto che si è fatto strada, alla luce anche delle precedenti, feroci uccisioni di migranti, è che si tratti di una “punizione” o una rappresaglia da parte di una banda di trafficanti: un plateale, terribile messaggio per gli altri migranti africani che si trovano a Tajoura o comunque a Tripoli. Nelle ore successive la polizia ha fermato alcuni uomini, ma senza rivelarne l’identità: non si sa se appartengano a qualche banda armata o a qualcuna delle milizie autonome che sono l’ossatura militare del governo di Tripoli.

(Fonte: Associated Press Libya, sito web Federico Soda portavoce Oim Libya, sito web Oim Libya, Avvenire)

Grecia (Kavala), 8 ottobre 2020

Un morto e nove feriti su un pulmino carico di migranti finito fuori strada nei pressi di Kavala, nella Tracia/Macedonia orientale, a circa metà strada tra Salonicco e Alexandroupolis, sul confine con la Turchia. La vittima è un giovane pachistano, che era alla guida. I feriti sono 8 afghani e un altro pachistano. La magistratura sta indagando per accertare se quest’ultimo e lo stesso autista fossero in qualche modo collegati a un “giro” di trafficanti. Secondo quanto ha riferito la polizia, il pulmino viaggiava lungo l’autostrada Egnatia, che dalla frontiera dell’Evros conduce verso Salonicco e la Grecia occidentale. Alla periferia di Kavala non si è fermato a un posto di blocco, accelerando al massimo l’andatura. Inseguito da una pattuglia della polizia stradale, dopo pochi chilometri, probabilmente a causa della forte velocità, è finito fuori strada, capottandosi nella scarpata laterale. Uno di due pakistani è morto sul colpo. Gravemente feriti tutti i passeggeri, ricoverati negli ospedali della zona. Secondo le autorità regionali della Tracia dall’inizio di settembre sono stati intercettati 804 profughi/migranti entrati clandestinamente dal confine dell’Evros.

(Fonte: Associated Press)

Marocco-Spagna (Ceuta), 9 ottobre 2020

Non si ha più traccia di Ali, un diciottenne marocchino sicuramentee arrivato a Ceuta la notte tra il 6 e il 7 settembre ma poi sparito misteriosamente l’ultima settimana del mese, presumibilmente intorno al giorno 23 o 24. Originario di Castillejos, la città del Marocco più vicina all’enclave spagnola, il ragazzo ha superato la linea di confine a nuoto. Quella stessa notte ci fu un tentativo di massa da parte di giovani maghrebini di entrare a Ceuta via mare. Circa 20 ci sono riusciti. Tra questi, apppunto, anche Ali, come dimostra una ripresa televisiva del quotidiano El Faro nella quale appare chiaramente riconoscibile nel gruppo intercettato dalla Guardia Civil. Insieme agli altri è stato alloggiato presso il vecchio ospedale della Croce Rossa, attrezzato come centro accoglienza provvisorio per il periodo di quarantena dei migranti. Sicuramente ha trascorso qui alcune settimane: lo dimostra una foto inviata dallo stesso Ali ai genitori che lo ritrae insieme ad altri due ragazzi, due amici algerini con i quali aveva fatto la traversata a nuoto. E’ l’ultima traccia che si ha di lui. Da quel momento neessuno lo ha più visto. Dall’alloggio-quarantena risulta assente dall’ultima settimana di settembre. Nei giorni successivi, contrariamente a quanto aveva fatto in precedenza, non si è mai messo in contatto con la famiglia e gli amici di Castillejos. Un silenzio che, il 9 ottobre, ha indotto i familiari a dare l’allarme, rivolgendosi alle autorità spagnole e alla redazione de El Faro per sollecitare una ricerca, diffondendo tra l’altro la foto fatta durante il soggiorno all’ospedale della Croce Rossa. “Sono almeno 15 giorni che non abbiamo più notizie – ha riferito un parente – Non è una cosa normale per Ali. Oltre tutto sua madre non sta bene. Cominciamo a temere il peggio”.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Tunisia (Sfax), 11 ottobre 2020

Almeno 22 vittime – 17 morti e 5 dispersi – nel naufragio di una barca carica di migranti, quasi tutti subsahariani, al largo della Tunisia. Soltanto 7 i superstiti. Il battello era partito nella notte tra sabato 10 e domenica 11 puntando verso Lampedusa. Il portavoce del ministero dell’interno, Housemeddine Jebabli, non ha specificato se dal litorale libico a ovest di Zuwara, vicino al confine tunisino, o se dalla Tunisia stessa. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino di domenica, ad alcune miglia dalla costa del governatorato di Sfax, forse a causa delle cattive condizioni del mare e del sovraccarico, la barca si è rovesciata ed è andata a fondo. I soccorsi sono arrivati da un piccolo peschereccio tunisino, che ha dato l’allarme, e da motovedette della Guardia Costiera salpate dalla base di Sfax, coadiuvate da unità della Gendarmeria. Nella prima fase delle ricerche sono stati recuperati 7 naufraghi e i corpi senza vita di due donne e un bambino. Poi, prima di sera, sono state rintracciate altre 8 vittime (6 donne e 2 bambini), tutte di origine subsahariana. Nei giorni successivi sono affiorate altre 6 salme, tra cui quella di un tunisino. Tra i cinque dispersi c’è anche l’altro tunisino. I superstiti sono stati sbarcati a Sfax.

(Fonte: France Presse, Al Arabiya, Agenzia Rueters Tunisie, La Press, Tunisie Numerique, Tap News Agency, International Business Times, Protegeons Les Migrantes, Gulf Times, Al Jazeera, Migrant Rescue Watch, La Gazzetta dl Sud, Infomigrants)  

Algeria-Spagna (Cap Falcon, Orano), 11 ottobre 2020

Un “harraga” è stato trovato morto su una delle due imbarcazioni, con a bordo complessivamente 27 persone, soccorse al largo di Cap Falcon, sulle coste occidentali algerine. Entrambe le barche erano partite dalla zona di Orano, puntando verso la Spagna. L’allerta è scattata nella mattinata di domenica 11. Le motovedette della Marina e della Guardia Costiera salpate dalla base di Orano le hanno raggiunte a diverse miglia dalla linea di costa del comune di Ain El Turck, a nord di Cap Falcon. Il cadavere è stato scoperto durante le operazioni di trasbordo dei naufraghi: appartieene a un uomo di circa 50 anni e presenta un lesione alla testa. Trasferito dalla polizia, subito dopo lo sbarco, all’obitorio dell’ospedale di Ain El Turch, la Procura ne ha disposto l’autopsia per accertare le cause della morte.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Spagna (Orano-Cartagena), 12-13 ottobre 2020   

Due corpi senza vita sono stati recuperati dalla salvamar Caliope nel mare di Alboran, oltre 20 miglia a sud di Cartagena. L’allarme è stato dato da una nave militare belga della flotta di Frontex in zervizio di pattuglia, che ha chiesto l’intervento del Salvamento Maritimo di Cartagena. Secondo la polizia spagnola si tratta sicuramentee dei resti di due migranti annegati nel tentativo di raggiungere le coste della Murcia dall’Algeria. In base all’esame delle salme, sbarcate a Cartagena e trasferite all’obitorio giudiziale, erano in mare già da qualche giorno. Sabato 10 ottobre la Guardia Costiera algerina aveva lanciato una serie di dispacci di soccorso e organizzato una operazione di ricerca per una barca salpata dalla zona di Orano il giorno prima, venerdì 9 ottobre. In base alla segnalazione diramata, il battello (si presume con almeno 10 persone a bordo) si trovava al largo tra Madagh e Cap Falcon, lungo la rotta che conduce appunto dalla costa di Orano a Cartagena. L’ultima comunicazione che di quella barca non si sono avute più notizie risale al giorno 13. E’ molto probabile che i cadaveri recuperati a sud di Cartagena siano ricollegabili a questo episodio e che, dunque, oltre ai due morti, ci siano anche almeno 8 dispersi.

(Fonte: 20 Minutos, El Diario de Mallorca, Levante, La Opinion de Murcia, Europa Press, Le Quotidien d’Oran)

Algeria (Arzew), 15 ottobre 2020

Il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trovato al largo di Arzew, una città portuale situata circa 40 chilomeetri a nord est di Orano. Recuperato dalla Guardia Costiera, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale El Mohgiun per l’autopsia. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione: si è potuto stabilire soltanto che si tratta di un giovane di circa 30 anni. Si ritiene che sia un migrante annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna. Di sicuro, a giudicare dalle condizioni di conservazione, il cadavere è rimasto in acqua per diversi giorni. Se ne ignora la provenienza. Data la distanza, il ritrovameento non sembra ricollegabile a quello dei 2 corpi recuperati il 12 ottobre 20 miglia a sud di Cartagena (nota del 12-13 ottobre) da una motovedetta del Salvamento Maritimo spagnolo.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Italia (Bona-Sardegna-Mazara del Vallo), 18 ottobre 2020

Cinque migranti morti su un barchino rimasto alla deriva per quasi dieci giorni nel Mediterraneo centrale, tra l’Algeria e  l’Italia. La barca era partita la mattina del 9 ottobre, con a bordo 11 “harraga”, insieme ad altre due simili, dalla spiaggia di Sidi Salem, non lontano dalla città portuale di Bona, sulla costa algerina di nord-est. Le tre imbarcazioni hanno navigato a lungo quasi di concerto, puntando verso la Sardegna e mantenendosi in vista l’una dell’altra. Due sono arrivate nel Sulcis tra domenica 11 e lunedì 12 ottobre. E’ in questo momento che è scattato l’allarme: appena sbarcati, i migranti hanno segnalato di aver perso di vista la terza barca, mentre si trovavano ancora diverse miglia a sud della Sardegna. La stessa segnalazione è stata subito fatta ai familiari degli 11 “harraga” che erano sulla barca scomparsa. E le famiglie, a loro volta, si sono rivolte sia alla Guardia Costiera algerina che a quella italiana. Dalla centrale operativa Mrcc di Roma è stato diramato un dispaccio di ricerca a tutte le navi in  transito nella zona presumibilmente raggiunta dalla barca. L’attenzione si è concentrata in particolaree nel tratto di mare a sud delle coste sarde. Per giorni non si è trovata traccia del barchino. Si è temuto, a un certo punto, che fosse affondato, fino a quando alcuni dei familiari non sono riusciti a ristabiliree un contatto, via cellulare, con uno degli harraga a bordo. Si è appreso così che il natante era ancora alla deriva, che 5 dgli 11 partiti inizialmente erano morti di sete, stenti ed ipotermia e che anche gli altri 6 erano ormai allo stremo, mentre le scorte d’acqua, di cibo e di carburante erano esaurite da tempo. Da quel momento, sabato 17 ottobre, si sono intensificate le ricerche, mobilitando tre fra aerei ed elicotteri da ricognizionee e alcune motovedette. Si è scoperto così che, con il trascorrere dei giorni, il natante era stato spinto dalle correnti nord occidentali di maestrale verso la Sicilia. L’avvvistamento è avvenuto nella serata di domenica 18, ad opera di un aereo dell’Aeronautica Militare. Poco dopo il barchino è stato raggiunto da una motovedetta della Guardia Costiera di Mazara del Vallo, che ha preso a bordo i sei superstiti. I corpi delle cinque vittime – hanno riferito i compagni – erano stati fatti scivolare in mare nei giorni precedenti. Dopo lo sbarco i sei migranti tratti in salvo sono stati assegnati a un centro di accoglienza in Sicilia.

(Fonte: sito web Alarm Phone, ufficio stampa Guardia Costiera, Lasciatecientrare, sito web Sergio Scandura, La Stampa)

Algeria (Bouzedjar e Madagh, provincia Ain Témouchent, 18 ottobre 2020)

I cadaveri di due giovani “harraga” annegati nel tentativo di raggiungere la Spagna dall’Algeria sono stati ritrovati sulla costa della provincia di Ain Témouchent, governatorato di Orano. Si tratta di due operazioni diverse, condotte una al largo della spiaggia di Bouzedjar e l’altra di fronte a quella di Madagh. Diversi anche gli episodi nei quali i due giovani sono morti. In quello di Bouzedjar c’è anche un disperso.

Bouzedjar. La vittima è un ragazzo di appena 17 anni originario del villaggio di Paradis Plage (Ain El Turck). Era partito su una piccola barca in legno giovedì 16 ottobre insieme a sei compagni, tutti della zona di Orano, puntando verso la Spagna. All’altezza del villaggio costiero di Cap Blanc il battello si è rovesciato. La costa non era molto lontana. I sette giovani hanno cercato di raggiungerla a nuoto. Quattro ci sono riusciti. Uno è stato visto e soccorso da un pescatore. Degli altri due si sono perse le tracce: nulla fino a quando, intorno alle 15 di domenica 18 ottobre, il corpo del diciassettenne è stato avvistato e recuperato da una motovedetta della Guardia Costiera della base di Bouzedjar e trasferito all’obitorio dell’istituto di medicina legale di Ain Temouchent.

Madagh. La vittima è  un giovane sconosciuto. Il suo corpo era in avanzato stato di decomposizione e non sono stati trovati elementi utili per poterlo identificare né per stabilirne la provenienza e le circostanze della morte. E’ stato avvistato casualmente intorno alle 10 e recuperato dalla Guardia Costiera dopo che il mare lo ha spinto di fronte alla spiaggia di Madagh, distante circa 12 chilometri da quella di Bouzedjar.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, Liberté Algerie)

Mauritania-Spagna (rotta per le Canarie), 19-20 ottobre 2020

Un migrante subsahariano è morto sulla barca con cui stava cercando di raggiungere le Canarie prima che arrivassero i soccorsi. Il giovane, insieme a dieci compagni,  era a bordo di un piccolo cayuco da pesca salpato dalla Mauritania e rimasto alla deriva per giorni. La sera di lunedì 19 ottobre, intorno alle 19,10, il battello è stato avvistato, in pieno Atlantico, oltre 400 chilometri a sud est dell’arcipelago spagnolo, da un mercantile con bandiera delle Bahamas, il Wadowice II. Le condizioni meteo non erano buone e il cayuco appariva in evidente difficoltà. Avvertita la centrale operativa del Salvameneto Maritimo a Gran Canaria, il cargo ha subito accostato per trarre in salvo i naufraghi. E’ stato al momento dl trasbordo che si è scoperto che uno era ormai senza vita: i compagni hanno riferito che era morto quasi un giorno prima. Nelle ore successive, a circa 150 chilometri da Gan Canaria, il Wadowice II è stato raggiunto dalla guardamar Talia, che ha preso a bordo i 10 naufraghi ed ha poi proseguito la rotta per altri interventi di salvataggio nell’Atlantico, rientrando alla base l’indomani. Il cargo ha proseguito fino a Las Palmas, il suo porto di destinazione, dove la sera di martedì 20 ottobre ha sbarcato il cadavere che, preso in consegna da una squadra della Crocee Rossa, è stato trasferito all’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale per l’autopsia. Secondo i primi esami medici, la morte è dovuta a disidratazione e ipotermia.

(Fonte: La Provincia Canarias, Rvtv, Salvamento Maritimo Cgt) 

Libia-Italia (Sabratha), 19-21 ottobre 2020

Almeno 15 migranti morti in un naufragio al largo di Sabratha, sulla costa a ovest di Tripoli. Solo cinque i superstiti. E’ accaduto la mattina di lunedì 19 ottobre ma si è saputo solo martedì 21, quando la notizia è stata diffusa dall’ufficio dell’Oim in Libia con uno stringatissimo messaggio twitter, senza fornire alcun particolare sulle circostanze della tragedia e persino sul numero almeno  presumibile dei dispersi. Si sa solo per certo che la barca è partita da Zawya la notte tra domenica e lunedì. Il naufragio è avvenuto lunedì, a poco più di 18 miglia (29 chilometri) al largo di Sabratha, lungo la rotta nord che conduce veso Lampedusa o le coste siciliane. A dare l’allarme è stato un piccolo peschereccio che, avvistato casualmente in mare lo scafo di migranti capovolto, si è subito avvicinato, riuscendo a salvare 5 naufraghi. Dalle testimonianze di superstiti è emerso che almeno altri 15 sono scomparsi in mare prima dell’arrivo di soccorsi. Nessun comunicato da parte della Guardia Costiera libica.

(Fonte: sito web Federico Soda capo missione Oim Mediterraneo, sito web Oim Libya, sito web Safa Msehli, Associated Press, Il Messaggero, Washington Post, North Africa Journal)

Libia-Italia (Mediterraneo a sud di Lampedusa), 20-22 ottobre 2020

Cinque dispersi su un piccolo motoscafo semi affondato circa 30 miglia a sud di Lampedusa. Il battello era partito martedì notte, 20 ottobre, da Zawiya, a ovest di Tripoli. A bordo erano in 19, diciotto libici e una giovane donna marocchina sposata con un libico. Hanno puntato verso la piattaforma petrolifera Bouri, che si sono poi lasciati alle spalle facendo rotta su Lampedusa. Le condizioni del mare sono peggiorate ma soprattutto, a quanto si è potuto appurare, è finito il carburante. La barca, alla deriva, ingovernabile e ormai in balia del mare, ha cominciato a imbarcare acqua, tanto che la parte poppiera, dov’erano i motori fuoribordo, si è inabissata quasi completamente. I naufraghi sono rimasti disperatamente aggrappati al relitto per ore, fino a quando li ha avvistati un peschereccio italiano, il N.vo Cosimo, della flotta di Mazzara del Vallo, che ha dato l’allarme ed è subito intervenuto per i soccorsi, prendendo a bordo le 14 persone che è riuscito ad individuare. Lo stesso N.vo Cosimo ha iniziato le ricerche dei 5 che, secondo le indicazioni dei superstiti, erano scomparsi in mare: la giovane marocchina con il suo bambino, un’altra donna e due uomini. Più tardi si sono uniti alle ricerche un altro peschereccio italiano, il Natalino, sempre di Mazzara de Vallo, un elicottero della Guardia Costiera maltese e il cargo liberiano Contship Fun. I superstiti – 10 uomini, 2 donne e 2 bambini – sono stati sbarcati dal N.vo Cosimo a Lampedusa nella mattinata di giovedì 22 ottobre, mentre erano ancora in corso le ricerche dei cinque dispersi.

(Fonte: sito weeb Sergio Scandura, sito Alarm Phone, Mediterraneo Cronaca)

Marocco-Spagna (Ceuta), 22 ottobre 2020

Un giovane maghrebino è annegato nel tentativo di raggiungere a nuoto il territorio spagnolo di Ceuta dal Marocco, la notte tra il 21 e il 22 ottobre. Il suo corpo è stato portato dal mare sulla spiaggia di Ribera, dove lo ha recuperato personale della Croce Rossa, trasferendolo all’obitorio della clinica universitaria. Appare scontato che il ragazzo deve essere entrato in mare da una spiaggia a una certa distanza dalla linea di confine, spingendosi poi parecchio al largo, in modo da non essere intercettato dal servizio frontaliero di vigilanza, con l’idea di rientrare verso la riva all’altezza dell’enclave spagnola. Ore di nuoto che mettono a dura prova a causa anche di frequenti correnti contrarie che spingono al largo. Nella stessa notte tra il 21  il 22 ottobre sono arrivati a Ceuta a nuoto altri quattro giovani: uno isolato e tre in gruppo. Non è noto se il ragazzo morto abbia tentato l’impresa insieme a questi o se il suo sia stato un tragico tentativo isolato.

(Fonte: El Faro de Ceuta, sito web Helena Maleno)  

Senegal-Spagna (rotta delle Canarie), 23 ottobre 2020

Sono morti in 140 nel naufragio di un grosso cayuco con 192 migranti a bordo, in pieno Atlantico, di fronte alle coste del Senegal. Solo 52 sono stati tratti in salvo. Il battello era partito da Mbour, una città della costa 80 chilometri a sud di Dakar, capoluogo di dipartimento nella regione di Thies. Puntava verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie, quasi mille miglia più a nord, ma la strage si è verificata dopo poche decine di miglia di navigazione, quando il cayuco era grossomodo all’altezza di Dakar, a non grande distanza dalla riva. Secondo quanto si è potuto stabilire in base alle testimonianze dei superstiti, uno dei motori si è bloccato: mentre qualcuno dell’equipaggio cercava di farlo ripartire, si è sviluppata una fiammata che ha fatto esplodere il serbatoio. Pochi istanti dopo sono esplosi anche i bidoni e le taniche in cui era conservata la grossa scorta di benzina predisposta in previsione dei numerosi giorni di navigazione. Le due esplosioni hanno mandato in pezzi lo scafo, che si è a sua volta incendiato e rovesciato, andando poi rapidamente a fondo. Il relitto, circondato da alcuni naufraghi, è stato avvistato verso le 9,30 di venerdì 23 ottobre da un pattugliatore della Marina spagnola, che ha dato l’allarme, facendo convergere sul posto diverse unità sia senegalesi che navi in transito. Le operazioni di ricerca e soccorso, condotte per l’intera giornata di venerdì e poi di sabato 24, hanno consentito di recuperare 52 naufraghi ancora in vita, tra i quali sei minorenni: una motovedetta della marina senegalese li ha sbarcati tutti a Dakar. Alcuni sono stati ricoverati in gravi condizioni. Nelle ore e nei giorni successivi sono affiorati dieci cadaveri.  Nessuna traccia degli altri 130 migranti che erano a bordo. Nel corso delle ricerche un’altra motovedtta sengalese ha invece intercettato un secondo cayuco partito da Mbour poco dopo quello esploso e affondato. A bordo c’erano 111 persone, che sono state condotte a Dakar. Scondo i media senegalesi, nelle ultime settimane si sono moltiplicate le partenze di barche cariche di migranti dirette verso le Canarie dal tratto di costa compreso tra Dakar e Mbour. Venerdì 23, quasi alla vigilia della strage con 140 vittime, è stato bloccato in mare un altro grande cayuco con a bordo almeno 164 persone. L’operazione è stata condotta da pattugliatori militari della Marina francese e di quella spagnola, che operano d’intesa con le autorità di Dakar.

(Fonte: L’Observateur Seenegal, La Provincia Canarias edizioni del 25 e 26 ottobre, El Diario edizioni del 25  e 26 ottobre, El Pais, siti web Alarm Phone, Heroes del Mar e Salvamento Maritimo Cgt) 

Serbia-Croazia (rotta balcanica), 23-24 ottobre 2020

Sette giovani migranti (quattro marocchini, due algerini e un egiziano) sono morti di sete, d’inedia e per soffocamento, prigionieri all’interno di un container carico di sacchi di fertilizzanti arrivato dopo quasi tre mesi in Paraguay dalla Serbia su una nave che lo ha caricato in Croazia. Il cargo ha fatto scalo in vari porti, ma appare evidente che si tratti di un’altra tragedia della rotta balcanica: la ha ricostruita il quotidiano Nadorcity, con un servizio pubblicato il 24 ottobre, dopo aver appreso la notizia il giorno prima. E’ seguito, il giorno 25, un altro servizio giornalistico di fonte algerina, il quotidiano Observalgerie. I sette giovani si sono nascosti nel container in agosto. Sicuramente pensavano che fosse destinato a un paese dell’Europa occidentale. Lo ha dedotto la polizia constatando che le scorte di acqua e di cibo predisposte erano sufficienti soltanto per un percorso relativamente breve, verso uno Stato vicino, nell’area Schengen, e non certamente per una permanenza molto lunga come quella di un viaggio per mare fino all’America del Sud. Senza contare il problema dell’aria: impossibile non aver considerato che sarebbe stato fatale restare a lungo in un container sigillato ermeticamente dall’esterno. Proprio il fatto che la chiusura può avvenire solo da fuori, anzi, fa pensare che qualcuno abbia aiutato il piccolo gruppo a nascondersi in fondo allo spazio di carico, dietro i sacchi di fertilizzante. La morte deve essere sopravvenuta dopo pochi giorni, probabilmente, viste le temperature di agosto, prima ancora che il container venisse caricato sulla nave in Croazia. Appare evidente che i sette giovani rimasti intrappolati devono aver tentato di aprire il portellone o comunque di cercare aiuto e di attirare l’attenzione, ma nessuno si è accorto di nulla fino a quando, intorno al 20 ottobre, il container è stato aperto presso la ditta paraguayana che ha acquistato il carico di fertilizzanti in Serbia. Dopo i primi servizi giornalistici di Nadorcity e di Observalgerie, basati su informazioni ufficiose (anche se in parte di fonte ministeriale), dal Paraguay è arrivata la conferma ufficiale del magistrato che sta conducendo le indagini, il pubblico ministero Marcelo Saldivar, che ha reso nota anche l’identità delle vittime: Ahmed Belmiloudi, Mohamed Haddoun, Rachid Sanhaji e Said Rachir, marocchini; Ahmed Wahrhar e Roger Hamza Zougar, algerini;  Yassin Ayman, egiziano. Secondo Observalgerie, in particolare, Roger Hamza Zugar, 30 anni, era della provincia di Ain Defla, nel nord ovest dell’Algeria. Le indagini sono state estese alla Serbia e alla Croazia per cercare di individuare chi abbia aiutato i sette giovani a chiudersi nel container e, in particolare, come mai non si sia accorto o abbia trascurato che il carico di fertilizzante non era diretto verso l’Europa Occidentale ma in Paraguay.

(Fonte: Nadorcity.com, edizioni del 25 e del 26 ottobre; Observalgerie) 

Marocco-Spagna (Ceuta), 24 ottobre 2020

Il cadavere di un migrante marocchino è stato spinto dal mare su una spiaggia nella zona del Sarchal, a Ceuta. Indossava una muta da sub di neoprene, un particolare che ha subito indotto la Guardia Civil a ritenere che si trattasse di un giovane annegato nel tentativo di arrivare nell’enclave spagnola dal Marocco via mare, superando a nuoto la linea di confine a una buona distanza dalla riva per sfuggire alla sorveglianza e non essere intercettato. La conferma è arrivata alcuni giorni dopo, mercoledì 28 ottobre, quando la vittima è stata identificata dal fratello. Si tratta di Omar Rifi, 19 anni, di Castillejos, che da tmpomanifestava l’intenzione di spatriare, raggiungendo Ceuta a nuoto, comee ha poi fatto la notte di venerdì 23 ottobre. Tentativi di questo genere si sono moltiplicati dall’inizio di ottobre. Il ritrovamento di questo cadavere, anzi, è stato ricollegato dalla polizia a quello analogo avvenuto tre giorni prima, di fronte alla spiaggia di Ribera (nota del 22 ottobre). Come nel caso precedente, la salma è stata trasferita all’obitorio dell’Istituto di Meedicina Legale per l’autopsia. Dopo il riconoscimento è stata sepolta a Ceuta nel cimitero di Sidi Embarek, tomba numero 4184.

(Fonte: El Faro de Ceuta) 

Marocco-Spagna (Ceuta), 24 ottobre 2020

Si è persa ogni traccia di un giovane marocchino, Fouad El Youssfi, originario di Castillejos: lo ha riferito il 24 ottobre il quotidianono El Faro de Ceuta, al quale la moglie ed altri familiari hanno lanciato un appello di ricerca. Si sa per certo che ha tentato di arrivare a nuoto a Ceuta la notte del 5 settembre: lo ha riferito lui stesso alla moglie, che già vive nell’enclave spagnola con il suo bambino, specificandole che avrebbe puntato sulla spiaggia di Benzù e che avrebbe indossato una muta di neoprene per difendeersi dal freddo. Da allora, più nulla. Dopo alcune settimane di attesa, non ricevendo alcuna comunicazione, la moglie ha sporto una denuncia di scomparsa sia alla polizia spagnola che a quella marocchina di Castillejos. Successivamnte, forse anche alla luce del ritrovamento di due cadaveri (note del 22 e del 24 ottobre) e alle sempre più frequenti notizie di arrivi a Ceuta di migranti a nuoto o in kayak dal Marocco, si è rivolta al quotidiano per sollecitare delle ricerche sistematiche alle autorità spagnole e marocchine. In base agli elementi disponibili e allo stato di conservazione, sembra da escludere che si tratti di uno dei due cadaveri ritrovati nelle 72 ore prcedenti

(Fonte:  El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (Stretto a sud di Algeciras), 25 ottobre 2020

Un giovane marocchino è morto di ipotermia a bordo del kayak con cui stava cercando di attraversare le acque dello Stretto di Gibilterra per  raggiungere la Spagna dal Marocco. Sintomi evidenti di forte ipotermia anche per i tre compagni, sempre marocchini, che erano con lui. Il piccolo battello alla deriva è stato avvistato, verso le 8,20 del mattino, dall’equipaggio di una barca da diporto, che ha lanciato l’allarme. Per le operazioni di soccorso, su indicazione della centrale operativa del Salvamento Maritimo di Tarifa, la salvamar Denebola, ha raggiunto la zona, al largo di Cala Arenas, in meno di un’ora, ma per uno di quattro giovani, partiti il giorno prima dalla costa atlantica dl Marocco, era ormai tardi. Sia la salma che i tre superstiti sono stati sbarcati ad Algeciras. Quasi nelle stesse ore un’altra salvamar, la Atria, ha tratto in salvo cinque migranti marocchini su un kayak localizzato sei miglia al largo di Punta Almina, non lontano da Ceuta, sul versante mediterraneo dello Stretto di Gibilterra.

(Fonte: Europa Press, El Faro de Ceuta, Salvamento Maritimo Cgt) 

Libia-Italia (Janzour), 25 ottobre 2020

Quattordici vittime (3 morti e  11 dispersi) nel naufragio di una barca di migranti al largo di Janzour, una quindicina di chilometri a ovest di Tripoli e quasi altrettanti a est di Zawiya, uno di tratti di costa più utilizzati dai trafficanti per le “spedizioni” di disperati sulla rotta verso Lampedusa e la Sicilia. Il naufragio è avvenuto quando la riva era ancora in vista, all’interno delle acque territoriali libiche. Se ne ignorano i particolari: è certo solo che il battello si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. A bordo erano almeno in 24. Cinque dei naufraghi, che stavano cercando di raggiungere la costa a nuoto, sono stati salvati dall’equipaggio di un piccolo peschereccio. Gli stessi pescatori hanno dato l’allarme, iniziando poi le ricerche di eventuali altri superstiti. Cinque sono stati individuati e presi a bordo da una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli, che ha recuperato anche tre corpi senza vita. Nessuna traccia degli altri 11. I cinque giovani soccorsi dai pescatori sono stati presi in consegna dalla polizia, che li ha trasferiti nel centro di detenzione di Tarek al Sika. I cinque della motovedetta sono finiti nel centro di Abu Salim.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, Associated Press, siti web Safa Msehli Oim e Alarm Phone) 

Senegal-Spagna (rotta delle Canarie) 25-26 ottobre   

Almeno 40 migranti morti (forse 41) nel naufragio di un cayuco entrato in collisione con la motovedetta che lo ha intercettato al largo delle coste senegalesi. Il grosso battello da pesca – sul quale avevano trovato posto non meno di 80 tra uomini e donne – ha preso il largo dal villaggio di pescatori di Soumbedioum, nei sobborghi di Dakar, la notte tra il 25 il 26 ottobre, portandosi subito a circa 5 chilometri di distanza dalla costa, per fare poi rotta verso le Canarie. La partenza non deve essere passata inosservata perché poco dopo, intonro alle 3 del mattino, quando era ancora  all’altezza di Dakar, il barcone è stato intercettato da una motovedetta della Marina militare senegalese, la Sangomar, che ha intimato l’alt, cercando poi di accostare, in modo da costringerlo a rientrare. All’operazione si è unito un patttugliatore spagnolo della Guardia Civil della flotta dislocata da Madrid nella zona, per contrastare l’immigrazione clandestina. Il pilota del cayuco, ignorando le disposizioni ricevute, ha puntato verso il largo. E’ stato l’inizio della tragedia: nella successiva manovra di “dissuasione” che ha operato per bloccare la fuga, la motovedetta è entrata in collisione con il cayuco che per il forte contraccolpo si è rovesciato. Il pattugliatore spagnolo, che si trovava a brevissima distanza, è stato il primo a intervenire per i soccorsi, a cui si è subito unita anche la motovedetta senegalese. Insieme, le due unità hanno tratto in salvo 39 naufraghi, mentre dalla costa accorrevano altre due navi della Marina militare, ma il buio e il mare piuttosto mosso hanno ostacolato non poco le operazioni. Le ricerche sono continuate per l’intera giornata di martedì 27 e il giorno successivo, mercoldì 28, perché è apparso subito chiaro che, a parte i 39 naufraghi recuperati (poi sbarcati a Dakar), dovevano esserci decine di dispersi, come hanno riferito i superstiti e come del resto aveva quanto meno intravisto l’equipaggio della Sangomar. Il bilancio di morte completo si è avuto la mattina del 29 ottobre, quando, in base alla testimonianza più precisa di uno dei sopravvissuti, che ha riferito tra l’altro di essere rimasto in acqua per più di 3 ore prima di essere tratto in salvo), c’è stata la conferma che a bordo del cayuco naufragato c’erano almeno 80 persone.

(Fonte: sito web Alarm Phone, El Diario Canarias Ahora)

 

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 26 ottobre 2020

Dodici migranti maghrebini sono annegati nel naufragio di una piccola barca partita dal sud del Marocco e diretta verso le Canarie. Tra le vittime ci sono anche due bambine. Non risulta che ci siano superstiti. Pochissimi i particolari sulla tragedia, avvenuta nelle acque marocchine. Dalle autorità di Rabat non sono filtrate informazioni. La notizia è stata riferita dalla Ong Heroes del Mar, rilanciata da altre organizzazioni umanitarie sia spagnole che marocchine e ripresa poi da Alarm Phone. La conferma è arrivata da almeno uno dei familiari dei migranti scomparsi, che ha segnalato di aver perso ogni contatto con la barca e chiedeva a sua volta informazioni.

(Fonte: sito web Heroes del Mar, sito Alarm Phone)    

Senegal-Mauritania-Spagna (rotta delle Canarie), 27 ottobre 2020

Due giovani senegalesi sono annegati, al largo delle coste della Mauritania, cadendo in mare dalla barca carica di migranti che stava per essere raggiunta da una motovedetta della Guardia Costiera. Il battello, un grosso cayuco da pesca, era partito due giorni prima dal Senegal, a sud di Dakar, puntando verso le Canarie. A bordo c’erano oltre 160 migranti, quasi tutti senegalesi. Prima dell’alba del giorno 27, quando era all’altezza del dipartimento di Chami, tra Nuakchot e Nuadibù, pare abbia avuto dei problemi di galleggiamento e al motore. Il guardacoste che lo ha soccorso stava quasi accostando quando, nella confusione che si è creata a bordo, due sono scivolati fuori, sparendo subito nel buio, tra le onde. Tutti gli altri sono stati recuperati e condotti a riva con l’aiuto anche di altre unità militari della Mauritania sopraggiunte nel frattempo. Senza esito le ricerche dei due dispersi: i loro corpi sono stati trovati alcune ore più tardi su una delle spiagge di Chami, dove li aveva trascinati la corrente. Nel corso della mattinata è stato soccorso un altro cayuco con 134 migranti al largo del porto di Nuadibù, nell’estremo nord della Mauritania.

(Fonte: El Diario) 

Senegal-Mauritania-Spagna (Nuadhibù, rotta delle Canarie), 29 ottobre 2020

Più di 50 morti (non meno di 53) su un grosso cayuco carico di migranti subsahariani rimasto alla deriva per quasi due settimane. La tragedia – raccontata dai pochi superstiti: appena 27 – si è consumata dopo il 13/14 ottobre, ma è venuta alla luce solo giovedì 29. La notizia è stata riferita da alcuni dei sopravvissuti all’agenzia Efe, che ne ha poi trovato conferma da una fonte delle forze di sicurezza della Mauritania. Il barcone ha preso il largo dal Senegal, per cercare di raggiungre le Canarie, circa mille miglia più a nord. Ha risalito la costa occidentale africana fino alla Mauritania settentrionale, quando è rimasto in balia del mare, alla deriva, perché a quanto pare il motore è andato in avaria. I migranti a bordo non sono stati in grado di chiedere aiuto e  nessuno si è accorto di nulla per quasi quindici giorni, un periodo terribilmente lungo, durante il quale molti a bordo sono morti di sete, sfinimento, ipotermia. I soccorsi sono arrivati solo dopo domenica 25, da parte di un guardacoste della Marina mauritana. A quel punto, però, rimanevano in vita solo 27 degli oltre 80 migranti partiti dal Senegal, e tutti estremamente provati, con evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia. La Guardia Costiera li ha sbarcati a Nuadhibù, nella penisola di Capo Bianco, vicino al confine tra la Mauritania e l’ex Sahara spagnolo, oltre mille chilometri più a nord del punto d’imbarco in Senegal. Sono stati appunto alcuni di loro, appena si sono ripresi, a raccontare la strage, che probabilmente sarebbe altrimenti rimasta sconosciuta.

(Fonte: Agenzia Efe, El Diario Canarias Ahora, sito web Alarm Phone)

 

 

 

 

 

  

   

 

 

 

 

 

  

    

 

 

     

 

     

 

   

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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