Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2020, seconda parte

Nei primi sei mesi di quest’anno 689 profughi/migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa; 528 inghiottiti dal mare, sulle rotte del Mediterraneo o in quella atlantica verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie; 161 “a terra”, lungo le piste del Medio Oriente o dell’Africa, nei lager libici, lungo la via Balcanica e alle soglie delle frontiere della Fortezza Europa. Sono 124 in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando si sono registrate 813 vite spezzate: 682 in mare e 131 a terra. Tenendo conto della contemporanea diminuzione degli arrivi, dovuta in particolare al blocco pressoché totale seguito alla pandemia di coronavirus, il tasso di mortalità, tuttavia, è rimasto molto elevato. A livello europeo, un morto ogni 46,5 arrivi, parecchio più grave di quello – una vittima ogni 56,4 arrivi – registrato nell’intero arco del 2019.

L’esame dei dati scomposti in base alle vie di fuga seguite (tenendo conto delle sole vite perdute in mare) conferma che la rotta del Mediterraneo centrale è la più pericolosa: 1 morto ogni 26,8 arrivi contro 1 ogni 41,5 del Mediterraneo Occidentale e Canarie e 130,4 del Mediterraneo Orientale ed Egeo. Nel 2019 (intero anno), sulle tre rotte si sono registrati 1 morto ogni 8,8 arrivi nel Mediterraneo Centrale; 1 ogni 40,1 in quello Occidentale, 1 ogni 907 in quello Orientale ed Egeo. Il Mediterraneo Centrale registra dunque, nei primi sei mesi 2020, un tasso di mortalità tre volte inferiore a quello dell’intero 2019. Va considerato, però, che il “bilancio di morte” nel 2019 è cresciuto soprattutto nella seconda parte dell’anno, e, in più, il fatto che, ridotta a colpi di decreti  e ostacoli di ogni genere la presenza delle navi-testimoni delle Ong, questa rotta è sempre meno monitorata e cresce il sospetto/timore di non infrequenti naufragi fantasma di cui non arriva notizia. Due casi per tutti. Il primo riguarda la barca con 91 profughi, quasi tutti sudanesi, salpata dalla Libia il 9 febbraio e scomparsa nel nulla. L’altro, i due cadaveri  scoperti il 29 e il 30 giugno dall’aereo da ricognizione Seabir,d che collabora con la Ong Sea Watch: il primo adagiato sul relitto di un gommone; il secondo sorretto a galla da un giubbotto di salvataggio a non grande distanza dal primo avvistamento. Tutto lascia pensare a una tragedia di cui non si è saputo nulla. L’equipaggio di Seabird ha subito informato sia l’Italia che Malta, per attivare accertamenti su quanto è accaduto. Non risulta che abbia avuto risposta.

 

 

Grecia (Oinofyta, Beozia), 2 luglio 2020

Un profugo si è ucciso nel campo di Oinofyta, in Beozia, dopo aver appreso che per la terza volta era stata respinta la sua richiesta di asilo. La notizia è stata diffusa via twitter dai compagni che hanno scoperto il suo corpo senza vita. Particolarmente significativo il messaggio di uno di loro: “La richiesta di asilo misura il valore della nostra vita! Siamo rifugiati! Quando, nella prima intervista, diciamo che dobbiamo trovare un riparo, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando, nella seconda intervista, diciamo che ci occorre un rifugio, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando riceviamo un rifiuto, dopo aver affrontato tanti problemi per anni e anni, significa che la nostra vita non è importante. E la morte ci invita a imboccare la sua strada”.

(Fonte: sito web Are You Syrious, rapporto 3 luglio 2020) 

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 4-5 luglio 2020

Un ragazzo congolese di 19 anni è stato accoltellato a morte nel campo profughi di Moria, a Lesbo. Era in attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata. A colpirlo è stato un altro profugo, di origine afghana. E’ stato il tragico epilogo di una violenta lite avvenuta in piena notte, tra sabato 4 e domenica 5 luglio. Non sono chiari i motivi specifici dello scontro. Sta di fatto che quando il ragazzo è stato trovato da alcuni volontari che operano all’interno del campo era ormai in gravi condizioni: trasportato all’ospedale di Mitilene, è morto poche ore dopo.  “Di sicuro – ha riferito Nawal Soufi, una volontaria italo marocchina che lavora da anni a Moria – episodi come questo, sempre più numerosi, nascono dalle condizioni di tensione e di insicurezza generale del campo”. La situazione è particolarmente difficile di notte, quando la struttura è praticamente abbandonata a se stessa. “Con il buio – ha aggiunto Nawal Soufi – il campo diventa terra di nessuno. Scompaiono anche i servizi medici e certe volte ci ritroviamo ad aspettare un’ambulanza per 30 o 45 minuti. Tante delle morti che abbiamo avuto sono dovute anche a questo”. Da qui la richiesta alle autorità greche di organizzare almeno un presidio di ambulanza notturno di fronte all’ingresso del campo. Sulla morte del giovane congolese è stata aperta un’inchiesta della magistratura.

(Fonte: sito web di Nawal Soufi) 

Libia (costa a ovest di Tripoli, 8 luglio 2020

Almeno 7 morti su un gommone rimasto alla deriva, al largo della Libia, per circa 10 giorni. La notizia, ignorata dalle autorità di Tripoli, è stata resa nota dall’Oim dopo che, intervenuta per l’assistenza allo sbarco, ha parlato con alcuni dei superstiti, 18 persone, tutte di nazionalità sudanese, secondo la stessa Oim ma 19 secondo l’Unhcr. Stando alle testimonianze, il battello sarebbe salpato da  un punto imprecisato della costa a ovest di Tripoli, tra il 29 e il 30 giugno: i giorni in cui, favorite dalle buone condizioni meteomarine, si sono registrate numerose partenze di migranti dalle coste della Tripolitania. I problemi sono cominciati dopo alcune ore di navigazione, in acque della zona Sar libica, ad alcune decine di miglia dalla riva: un guasto avrebbe reso ingovernabile il natante, che è rimasto così in balia del mare. Soccorsi non ne sono arrivati. Non ne è chiara la ragione: forse, contrariamente a quanto avviene di solito, i trafficanti non hanno consegnato a qualcuno del gruppo un telefono satellitare per ogni evenienza o forse nessuno ha risposto alle chiamate. Sta di fatto che il gommone ha flottato alla deriva per quasi dieci giorni e dopo un po’, ad ogni giorno che passava, qualcuno ha cominciato a morire, di sete e di stenti. Le salme sarebbero state via via lasciate scivolare in acqua. Una “tragedia fantasma” che si è protratta fino alla mattina dell’otto luglio, quando il natante è stato intercettato casualmente da una motovedetta libica. Sbarcati a Tripoli, i superstiti sono stati presi in consegna dalle autorità libiche: quattro di loro, in partioclare, sono risultati in condizioni gravissime per un forte stato di disidratazione.

(Fonte: sito web Iom Libya, sito Unhcr Libya, Il Piccolo, La Stampa, sito web Alarm Phone, sito web Sergio Scandura)

Libia (Sabratha), 8-9 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla costa di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio, il corpo, a giudicare dallo stato di conservazione, deve aver flottato per diversi giorni, fino a quando, la sera del giorno 8, le correnti lo hanno spinto a Talil Beach, dove è stato notato da alcuni abitanti del posto, che hanno avvisato la polizia. Il recupero è stato effettuato durante la notte da una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma presso l’obitorio di Sabratha, a disposizione dell’autorità giudiziaria per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch).

Tunisia (Zarzis), 9-10 luglio 2020

I corpi senza vita di otto migranti sono stati trascinati dal mare sul litorale di Zarzis e Ben Gardane, nel sud est della Tunisia, governatorato di Medenine. Quando sono stati avvistati flottavano a breve distanza dalla riva. Il giorno 9 ne sono affiorati 6 nel tratto di costa tra Katef e El Jidaria: ha provveduto a recuperarli una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha ne ha anche rilevato il Dna per cercare di identificarli. Il giorno dopo altri 2 sono stati trascinati dal mare nella zona di Zarzis. Per recuperarli è intervenuta una squadra della Guardia Costiera, che li ha poi trasferiti nell’obitorio della città per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione. Tutte le salme sono state infine sepolte nell’Africa Gardens, il cimitero dei migranti morti recuperati in mare. Il timore è che siano vittime di un “naufragio fantasma” avvenuto tra la Libia e la Tunisia. Zarzis dista circa 50 chilometri dal confine e da questo tratto di costa, a cavallo della frontiera, sono state segnalate sempre più di frequente partenze di barche cariche di migranti che puntano verso l’arcipelago delle Pelagie o la Sicilia. Veniva da questa zona, ad esempio, anche il barcone con 268 migranti arrivato a Lampedusa prima dell’alba del 10 luglio, dopo essere salpato quasi un giorno prima dalla piccola città costiera libica di Abu Kammash, ell’estremo ovest della Libia. Se il timore di un “naufragio fantasma” ha fondamento, c’è da ritenere che ci siano altre numerose vittime.

(Fonte: Tunisie Numerique, rapporto Migrant Rescue Watch)

Grecia (Creta), 11-12 luglio 2020

Quattro migranti dispersi in un naufragio avvenuto nel pomeriggio di sabato 11 luglio diverse miglia a nord ovest di Creta. C’è un solo superstite, un algerino di 25 anni, tratto in salvo dalla Guardia Costiera greca. E’ stato lui a ricostruire la tragedia, specificando che i suoi compagni erano tre tunisini e un libico. I cinque sono partiti dalla Tunisia, puntando verso l’Italia. Durante la navigazione hanno sbagliato rotta e si sono persi in mare, arrivando verso Creta, fino a quando la loro piccola barca, a quanto pare diventata ingovernabile per mancanza di carburante, si è rovesciata ed è affondata. Quando sono arrivati i soccorsi da Creta, quattro dei cinque naufraghi erano scomparsi. Anche il quinto, l’algerino, era molto provato, tanto da dover essere ricoverato all’ospedale di Chania, a Creta, in stato di ipotermia. Le ricerche dei dispersi sono proseguite anche nella giornata di domenica 12 luglio, ma asenza alcun esito.

(Fonte: Agenzia Ana Mpa) 

Nigeria (zona di confine con il Niger), 12 luglio 2020

Una giovane profuga nigeriana, in avanzato stato di gravidanza, è morta dando alla luce il suo bambino, dopo aver camminato 24 ore, quasi ininterrottamente, per fuggire dal suo villaggio assalito da una squadra di uomini armati e mettersi in salvo da violenze e soprusi. Il bimbo si è salvato: ne ha preso cura la zia materna, Haboud, che lo ha portato con sé insieme ai suoi figli ed altri nipoti, 9 bambini in tutto, fino a trovare rifugio nel campo profughi di Maradi, nel sud del Niger, a non grande distanza dalla frontiera con la Nigeria. Ricostruita in una breve videointervista pubblicata il 12 luglio sul sito web Unhcr dagli operatori che si occupano dell’assistenza a Maradi, la morte della donna risale ad alcuni giorni prima. “Il parto – ha raccontato Haboud – è stato accelerato dallo stress, dalla fatica e dalla paura. La sofferenza è stata troppa: mia sorella non ce l’ha fatta a sopravvivere. Quando l’ho trovata era ormai morta, ma il bambino era vivo. Così l’ho preso con me”. Dopo un primo soggiorno a Maradi, si è deciso di spostare la donna e i 9 bambini in altri campi più a nord e più lontani dal confine nigeriano, in attesa di una eventuale relocation. Nonostante le restrizioni decise per la pandemia di coronavirus, negli ultimi due mesi sono arrivati a Maradi dalla Nigeria oltre 30 mila profughi, per il 90 per cento donne e bambini, ma la zona non è considerata sicura a causa delle frequenti incursioni di gruppi armati da oltreconfine. Per questo l’Unhcr ha proposto un massiccio trasferimento verso località meno minacciate.

(Fonte: sito web Unhcr Niger)  

Libia (distretto di Qarqarsh, Tripoli), 14 luglio 2020

Il cadavere di un migrante subsahariano è stato trascinato dal mare sul litorale di Qarqarsh, uno dei distretti occidentali di Tripoli. Per il recupero sono intervenute una squadra dei servizi d’emergenza e una pattuglia della polizia costiera. A giudicare dallo stato  di conservazione, la salma dovrebbe essere rimasta in acqua per diversi giorni, prima del ritrovamento. Se ne ignora la provenienza e non sono stati trovati elementi per l’identificazione. Da notare che, sempre sulla costa a ovest di Tripoli, tra l’otto e il nove luglio un altro cadavere di migrante è stato portato dal mare nei pressi di Sabratha. I due corpi potrebbero essere la testimonianza di naufragi fantasma. Quello recuperato a Qarqarsh è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Zawiya per gli adempimenti  di legge.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch)

Libia (Bani Valid e Tripoli), 20 luglio 2020

Un giovane richiedente asilo eritreo, Hashim Mahammed di 25 anni, è morto di inedia e sfinimento poco dopo essere arrivato al Centro Unhcr di Tripoli in cerca di assistenza medica. Si era trascinato fin lì aiutato da un altro profugo, anch’egli eritreo e anch’egli allo stremo delle forze. I due arrivavano entrambi da Bani Walid, dove hanno trascorso lunghi mesi di dura detenzione, vittime di ogni genere di violenze e soprusi, mancanza di cibo e persino di acqua potabile. A quanto si è potuto accertare, erano stati rilasciati qualche giorno prima, dopo che i familiari erano riusciti a trovare il denaro per il riscatto, migliaia di dollari. Era evidente – ha riferito un rapporto dell’Unhcr – che soffrivano entrambi di malnutrizione acuta, ma il primo, in particolare, appariva quasi morente e aveva bisogno di cure mediche urgenti. Il personale del centro Unhcr ha subito cercato un’ambulanza ma il giovane ha perso conoscenza prima di arrivare in ospedale e tutti gi sforzi per rianimarlo si sono rivelati inutili. Al suo compagno l’Unhcr ha trovato un rifugio nel contesto dei servizi previsti sul posto: registrato come richiedente asilo, è stato inserito nei programmi di assistenza e relocation. E’ stato lui a raccontare la loro odissea nel campo di Bani Walid.

(Fonte: rapporto Unhcr, Coordinamento Eritrea Democratica  

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 20-21 luglio 2020

Venti vittime in due naufragi nello Stretto di Gibilterra: il primo, con 2 morti e 12 dispersi, in acque marocchine, il secondo, 6 morti, in quelle spagnole. Ne ha dato notizia il sito web di Helena Maleno, l’attivista dei diritti umani legata alla Ong Caminando Fronteras, che monitora in particolare le rotte del Mediterraneo Occidentale e delle Canarie, in Atlantico. Pochissimi i dettagli emersi sui due episodi. Si sa per certo che le due barche erano partite dalla costa marocchina, presumibilmente dalla zona di Tangeri, puntando verso il golfo di Cadice. La prima, intercettata la sera di lunedì 20 da una motovedetta della Marina Imperiale, si è rovesciata durante le operazioni di recupero, scaraventando tutti gli occupanti in mare. Insieme ai naufraghi ancora in vita sono stati recuperati i cadaveri di due giovani senegalesi ma, secondo la nota diffusa da Helena Maleno, altri 12 sono scomparsi in mare e non ne è più stata trovata traccia. Poche ore dopo, durante la notte, la seconda tragedia: sei migranti sono morti nella zona di competenza spagnola prima di poter essere raggiunti da una motovedetta partita dall’Andalusia. “I servizi di soccorso somo arrivati troppo tardi – denuncia Helena Maleno – Non possiamo permettere che si continuino a perdere delle vite umane  in un tratto  di mare di appena 14 chilometri”.

(Fonte: sito web Helena Maleno, ore 17,52 del 21 luglio, Caminando Fronteras 22 luglio, Infomigrants)  

Libia (mare a ovest di Tripoli), 21 luglio 2020

Il corpo senza vita di un migrante è stato avvistato in mare da Moonbird, l’aereo da ricognizione che collabora con la Ong Sea Watch, durante una missione di ricerca nel Mediterraneo, a ovest di Tripoli. L’equipaggio ne ha localizzato la posizione esatta a 33 gradi e 25 primi di latitudine nord e 15 gradi 15 primi di longitudine est. Questi dati sono stati immediatamnete trasmessi alle autorità italiane, maltesi e libiche, chiedendo di organizzare un intervento  di recupero. E’ la terza salma di un migrante trovata da Moonbird nelle ultime settimane: il primo è stato avvistato il 29 giugno, incastrato nel relitto di un gommone; il secondo l’indomani, 30 giugno, a non grande distanza. Tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio di colore rosso. Il timore è che siano la spia di episodi di cui non si è saputo nulla, uno dei sempre più probaili naufragi “fantasma” denunciati dalla scomparsa nel nulla di barche che, secondo varie fonti, risulterebbero partite dalla Libia. “Stiamo sorvolando  un cimitero”, ha commentato il capo missione Tamino Bolum.

(Fonte: rapporto Sea Watch del 21 luglio, ore 17,09) 

Spagna (Fuerteventura, Isole Canarie), 24 luglio 2020

Il cadavere di un migrante africano è stato avvistato in mare circa un miglio a sud di Morro Jable, nella parte meridionale dell’isola di Fuerteventura, nelle Canarie. Lo ha trovato casualmente l’equipaggio di una barca da diporto, che ha avvertito la polizia. Sul posto, per il recupero, si è portata una motovedetta del servizio Salvamento Maritimo, che dopo lo sbarco ha trasferito la salma nell’obitorio di medicina legale per l’autopsia. Secondo la prima ricognizione medica si tratta di un giovane di età compresa tra i 25 e i 30 anni. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma (che non presenta segni di violenza) era in  mare da alcuni giorni. Non sono stati trovati elementi per l’identificazione o almeno per stabilirne la provenienza. Due le ipotesi della polizia: o un migrante caduto da una delle barche arrivate nell’ultima settimana alle Canarie (ma in questo caso non si capirebbe come mai i compagni non ne abbiano denunciato la scomparsa); oppure il segnale di un naufragio rimasto sconosciuto, il che porterebbe a credere che ci siano altre vittime. A questo proposito il quotidiasno El Diario, riferendo la notizia, fa notare che si sono perse le tracce di un gommone con a bordo 63 persone partito venerdì 17 luglio da Tarfaya, una città della costa marocchina situata alla stessa latitudine di Morro Jable. Per questo battello scomparso il Salvamento Maritimo ha condotto per giorni una operazione di ricerca a largo raggio, con mezzi aerei e navali, fin dal mattino di lunedì 20 luglio, quando è stato diramato l’allarme.

(Fonte: El Diario, La Provincia) 

Libia (Zawiya), 26 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è affiorato sul litorale di Zawiya, a ovest di Tripoli, di fronte alla località costiera di Al Mutrad. Avvistato mentre flottava in mare a poca distanza dalla riva, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa insieme a funzionari dei servizi d’emergenza. A giudicare dallo stato di conservazione, è rimasto in acqua diversi giorni, prima che la corrente lo spingesse verso la spiaggia. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione o anche solo per stabilirne la provenienza, ma va ricordato che tra il 9 e il 14 luglio sono stati trovati, a ovest di Tripoli, i corpi senza vita di altri due migranti. La salma è stata trasferita presso l’obitorio dell’isituto di medicina legale.

(Fonte: rapporto Migrant Rscue Watch) 

Tunisia (Mulush), 26 luglio 2020

Un morto e due dispersi nel naufragio di una piccola barca in legno al largo della costa di Mulush, nel governatorato di Mahdia, all’estremità meridionale del golfo di Hammamet. Il battello era partito poco prima, con a bordo 16 migranti, tutti tunisini che puntavano ad arrivare in Sicilia.Non è chiaro perché e come sia affondato. A dare l’allarme è stato un peschereccio che, avvistati casualmente i naufraghi e il relitto, ha avvertito la Guardia Costiera di Mahdia, iniziando poi a recuperare i superstiti. A questa operazione si è aggiunta poco dopo la motovedetta arrivata sul posto. Tredici i naufraghi tratti in salvo. Nonostante le ricerche condotte nelle ore successive, è stato possibile recuperare solo il corpo di uno dei tre dispersi. Nessuna traccia degli altri.

(Fonte: rapporto Migrant Rdescue Watch, Al Jawhara Fm) 

Tunisia (Hassi el Jerbi), 26 luglio 2020

Un migrante tunisino (poi identificato come Aseel Zarzis, 40 anni) è morto nel naufragio di una piccola barca in legno all’altezza di Hassi El Jerbi, un comune costiero di circa 8.500 abitanti nella regione sud-est. Il battello era partito dalla zona di Zarzis. A bordo erano in 12: molti, in rapporto alle dimensioni dello scafo. Ha navigato non lontano dalla riva in direzione nord, ma ha fatto solo poche miglia. Al largo di Hassi El Jerbi, a metà strada circa tra Zarzis e Djerba, a causa del sovraccarico e delle condizioni del mare, si è rovesciato ed è poi affondato rapidamente. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera della base di Zarzis e da alcuni pescherecci: inizialmente sono stati recuperati 6 superstiti e un corpo ormai senza vita. Quattro dei naufraghi risultavano dunque dispersi, ma due sono stati ritrovati grazie alle ricerche condotte nella zona nelle ore successive, mentre si è scoperto che gli altri due erano riusciti a raggiungere la riva a nuoto. “Tutti i naufraghi – ha riferito il maggiore Rashid Al Bouzidi, portavoce della Guardia Costiera regionale – sono stati portati in ospedale perché apparivano molto provati. Sei sono stati ricoverati e gli altri dimessi dopo le prime cure”

(Fonte: Alarm Phone, Migrant Rescue Watch, Radiotunisienne, Al Jawhara Fm) 

Tunisia (Sfax), 26/27 luglio 2020

Cinquatasei vittime in un naufragio fantasma avvenuto al largo delle coste del nord della Tunisia. Sono tutti giovani tunisini: di 45 è stato possibile recuperare il corpo, senza esito le ricerche per gli altri 11. La tragedia è avvenuta intorno al 21/22 luglio, ma né le autorità né la stampa locale ne hanno parlato. In Italia se ne è avuto il sospetto quando si è scoperto che si erano perse le tracce di una barca con più di 50 persone diretta verso le coste siciliane. La conferma si è avuta solo tra il 26 e il 27 luglio grazie a una serie di servizi giornalistici e alle informazioni fornite dalla Mezzaluna Rossa, intervenuta per recuperare le salme. Il battello è partito intorno al 20/21 luglio dal porticciolo di Sidi Mansour, pochi chilometri a nord di Sfax. Era un vecchio scafo da pesca, cancellato dai registri navali e diventato, appunto, dopo essere stato venduto, una barca per i migranti che cercano scampo in Europa. Era abilitato per trasportare al massimo 20 persone, ma a bordo erano in 56, tutti ragazzi provenienti dal Sud della Tunisia, la zona più diffiicle e disperata del Paese: Gafsa, Kasserine, Sidi Bouzid. Non ha fatto molta strada: superata la punta delle isole Kerkennah, ha preso il largo, ma il mare mosso e il sovraccarico non hano lasciato scampo. Qualcuno è riuscito a lanciare da bordo un Sos prima che l’ex peschereccio si rovesciasse, andando rapidamente a fondo, ma i soccorsi sono stati tardivi, lenti e disorganizzati. Quando una motovedetta della Guardia Costiera e alcuni pescherecci sono arrivati sul posto, in mare c’erano solo cadaveri. La Mezzaluna Rossa ne ha recuperati in  tutto 45, trasferendoli all’obitorio dell’ospedale di Sfax. “Non ci sono superstiti – ha dichiarato al Fatto Quotidiano Walid, uno dei soccorritori – Abbiamo raccolto i sacchi con i corpi e li abbiamo portati all’ospedale di Sfax. E’ stato terribile, ma ormai siamo abituati a questo genere di tragedie”. La notizia del naufragio si è presto diffusa nella zona e soprattutto tra le famiglie delle vittime, che invano aspettavano da giorni notizie dai ragazzi che si erano imbarcati. Ad attendere a terra l’arrivo delle salme c’era così una piccola folla, composta soprattutto da parenti e amici dei giovani morti. Tra loro, in particolare, una donna di Gafsa, che nella tragedia ha perso tre figli. Il sospetto sempre più concreto che si fosse verificata l’ennesima tragedia di un naufragio fantasma, con decine di vittime, è stato alimentato per giorni dal giornalista Sergio Scandura, di Radio Radicale. Non una parola nei rapporti quotidiani di Migrant Rescue Watch, che pure racconta nei dettagli i blocchi e i respingimenti in mare di migranti operati dalle navi delle Guardie Costiere libica e tunisina.

(Fonti: sito web di Sergio Scandura, Il Fatto Quotidiano, Radio Radicale) 

Grecia (Moria), 27 luglio 2020

Un profugo afghano ventunenne è stato accoltellato a morte nel corso di una violenta lite scoppiata nel centro di identificazione migranti di Moria, sull’isola di Lesbo. A colpirlo sarebbe stato un diciannovenne, anch’egli afghano, che è stato arrestato dalla polizia. Allo scontro avrebbero partecipato altri due profughi. Non sono chiari i motivi del contrasto, ma spesso sono le lunghe attese per l’esame delle richieste di asilo e le condizioni di vita stesse all’interno del campo, sovraffollato e privo  di strutture adeguate, a provocare stati di forte tensione che possono sfociare in violenza e risse. Secondo le statistiche della polizia, senza tener conto degli episodi meno gravi, dall’inizio dell’anno si sono contate almeno 18 risse all’interno del campo, soprattutto tra profughi di nazionalità diverse.

(Fonte: Ekathimerini) 

Libia (Khoms), 27-28 luglio 2020

Tre profughi sudanesi sono stati uccisi a raffiche di mitra dalla Guardia Costiera e dalla polizia libiche mentre tentavano di fuggire, al momento dello sbarco nel porto di Khoms (130 chilometri a est di Tripoli), dopo essere stati intercettati in mare e riportati  in Libia contro la loro volontà. Altri 2 sono rimasti feriti. Le vittime facevano parte di un gruppo di 72 profughi/migranti, quasi tutti sudanesi, partito su un gommone di colore nero, dalla costa a oriente di Tripoli, il 27 luglio e intercettato in mare dalla nave Zuwara, una delle motovedette consegnate a Tripoli dall’Italia. Presi a bordo e costretti a tornare a Khoms, numerosi profughi hanno approfittato della confusione dello sbarco per tentare di scappare, prima di essere presi in consegna dalla polizia e condotti su bus sotto scorta in un centro di detenzione. Per fermarli, i miliziani non hanno esitato a sparare, ad altezza d’uomo, per uccidere. Almeno cinque sono stati raggiunti dai proiettili: due sono morti sul colpo, mentre i 3 feriti sono stati trasferiti in ospedali di Khoms, ma uno era già morente ed è spirato prima di arrivare al pronto soccorso. Il rapporto della Guardia Costiera libica, pubblicato la sera stessa da Migrant Rescue Watch, parla solo dello sbarco dei 72 bloccati in mare, senza far cenno alla sparatoria con ben tre vittime e due feriti.  Allo sbarco erano però presenti, per i servizi di prima assistenza, alcune squadre dell’Oim e dell’Unhcr ed è stato appunto il personale dell’Onu a denunciare la strage. Nella mattinata del giorno 28 è stato pubblicato il primo rapporto ufficiale direttamente dalla sede di Ginevra dell’Oim. In questo documento si parla di due soli morti, perché la notizia della terza vittima è arrivata nelle ore successive. “La sofferenza dei migranti in Libia è intollerabile. Sono anni che diciamo che i migranti non devono essere ricondotti in Libia se riescono a fuggire e che tutti i centri di detenzione vanno chiusi”, ha dichiarato Federico Soda, capo della missione Oim in Libia. Appare un chiaro, ennesimo monito all’Unione Europea, che ha inviato al governo di Tripoli circa 328 milioni di euro di finanziamenti, ignorando la realtà dei lager in cui vengono rinchiusi i profughi e senza chiedere alcuna garanzia. Un monito, in particolare, nei confronti dell’Italia, che proprio quasi alla vigilia di questa strage ha rinnovato e anzi ampliato i finanziamenti in favore della Guardia Costiera libica.

(Fonti: Rapporto Oim, Rappoto Unhcr, Al Jazeeera, Infomigrants, Alarm Phone, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera)

Tunisia (Sfax), 29-30 luglio 2020

Ventiquattro dispersi e un solo superstite per una barca carica di migranti affondata al largo della Tunisia. Il naufragio si è verificato tra il 26 e il 27 luglio ma non se ne è saputo nulla fino a quando, il giorno 29, a 17 miglia dalla riva, è stato avvistato casualmente l’unico naufrago ancora in vita, poi tratto in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera. L’uomo si è salvato rimanendo disperatamente avvinghiato a una tanica di plastica per restare a galla e vedendo scomparire l’uno dopo l’altro i compagni. Ovviamente molto provato dalla lunga permanenza in acqua, appena a terra è stato trasferito all’ospedaqle regionale di Monastir. Ha avuto modo lui stesso, però, di ricostruire la tragedia. Secondo quanto ha riferito, era partito circa quattro giorni prima del ritrovamente insieme a 24 compagni, su una piccola barca in legno, dalla costa di Sfax. Il naufragio è avvenuto probabilmente a causa del sovraccarico, aggravato delle condizioni del mare. Tutto si sarebbe svolto così rapidamente che non si è avuto neanche il tempo di lanciare un Sos. Sulla base delle sue dichiarazioni la Guardia Costiera tunisina ha lanciato una operazione di ricerca dei 24 dispersi, partendo dal punto in cui era il naufrago che si è salvato.

(Fonte: Mosaiquefm, Alarm Phone) 

Spagna (Cabo de Gata, Almeria), 29-30 luglio 2020

Un migrante subsahariano è stato trovato ormai senza vita su una barca raggiunta la notte tra il 29 e il 30 luglio, nel mare di Alboran, dalla salvamar Algenib, del Salvamento Maritimo spagnolo. Molto provati ma tutti in salvo i suoi 11 compagni, 9 uomini e 2 donne. La presenza della barca in difficoltà, a 56 miglia al largodi Cabo de Gata, era stata segnalata intorno alle 18,20 del giorno 29, alla cetrale operativa del Salvamento di Almeria, da un elicottero americano con base su una nave militare portaelicotteri della flotta Usa dislocata nel Mediterraneo Occidentale. E’ stato subito chiaro che doveva trattarsi di una barca di migranti salpati dal Marocco per puntare verso l’Andalusia. La Algenib, raggiunta la zona dell’emergenza, ha condotto una operazione di ricerca che si è conclusa poco dopo la mezzanotte: alle 0,19 il battello è stato raggiunto. Sia i naufraghi che la salma del giovane morto poche ore prima che arrivassero i soccorsi sono stati sbarcati ad Almeria. Nello stesso tratto di mare, sei ore dopo, la salvamar Spica ha tratto in salvo altri 11 migranti, tutti maghrebini, trovati alla deriva su un battello individuato dall’Helimer 220, della flotta aerea del Salvamento Maritimo, verso le 3,20. Anche questi naufraghi sono  stati  trasferiti ad Almeria, dove sono arrivati poco dopo le 8 del giorno 30.

(Fonte: Europa Press Andalucia) 

Libia (Garaboulli-Tajoura), 30 luglio 2020 

Fino a 40 vittime e, comunque, non meno di 32, tra morti e dispersi, in un naufragio al largo della Libia, di fronte alla costa che va da Garaboulli a Tajoura, a est di Tripoli. Il dato non è certo perché sono contrastanti le notizie sul numero delle persone a bordo della barca affondata: 71 secondo le segnalazioni giunte ad Alarm Phone, 63 secondo fonti libiche. Di sicuro sono stati recuperati progressivamente 14 corpi senza vita. I dispersi risultano quindi da un massimo di 26 a  un minimo di 18. L’allarme e i soccorsi non sono venuti dalla Guardia Costiera libica – che anzi ha diffuso solo uno scarno comunicato sulla tragedia, attraverso il sito Migrant Rescue Watch, senza alcun particolare utile a ricostruire quanto è accaduto – ma dall’equipaggio di un piccolo peschereccio, che ha tratto in salvo 6 naufraghi e recuperato il primo dei 14 cadaveri. Tutti i superstiti, una volta a terra, stando alle assicurazioni della Guardia Costiera, sarebbero stati accompagnati in un centro medico, ma poche ore dopo sono finiti in un centro di detenzione di Tripoli (forse proprio quello di Tajoura), senza la possibilità di essere avvicinati e ascoltati. Meno di tre giorni dopo, la mattina del due agosto, il mare ha cominciato a restituire i corpi di altre vittime: sul litorale di Ghot Romman, a breve distanza da Tajoura, ne sono affiorati 4, poi recuperati dalla Guardia Costiera e dal servizio d’emergenza civile. Altri 5 corpi sono stati trovati il 3 agosto, sempre a Ghot Raman, mentre un sesto  e poi altri 3 sono stati individuati e recuperati il giorno 4, portando così a 14 il numero totale dei morti accertati. Restavano da capire, a questo punto, le circostanze del naufragio e quanti fossero i dispersi. La svolta si è avuta grazie alla testimonianza resa ad Alarm Phone il 3 agosto da un giovane che era sulla barca e si è salvato a nuoto insieme a un compagno. Il battello – ha riferito – è partito da Garabulli puntando verso l’Italia. L’accordo con i trafficanti che hanno organizzato la traversata era che a bordo dovevano essere al massimo in 30. In realtà già il gruppo di questo testimone, un sudanese, era composto in partenza da 48 persone e per di più, al momento dell’imbarco, sulla spiaggia c’erano già altre 20 e più persone in attesa. “Alla fine – ha detto – eravamo in 71, tra cui una ventina di sudanesi, 10 etiopi e quasi tutti gli altri ghanesi. Qualcuno, a fronte dell’evidente sovraccarico, ha cercato di rifiutare l’imbarco ma i trafficanti hanno costretto tutti a salire, armi alla mano”. La navigazione, con tanta gente a bordo, è stata subito molto difficile. E infatti sono riusciti ad allontanarsi di poco: erano a circa 3 chilometri dalla riva, tra Garabulli e Tajoura, quando lo scafo si è ribaltato di colpo. Tutto è avvenuto così rapidamnete che non c’è stato il tempo neanche di lanciare un Sos. Il testimone e il suo amico sono riusciti a nuotare per due ore fino alla spiaggia. Nello stesso tratto di costa sono poi arrivati, sempre a nuoto, altri 23 naufraghi. Per non farsi trovare dalla polizia hanno deciso di nascondersi in piccoli gruppi, 5 persone al massimo, con l’aiuto di alcuni contadini della zona. La conferma di questa ricostruzione è arrivata dai dispacci twitter di un giovamne attivista libico, Monhamed Elganga, che ha riferito di almeno 20 migranti soccorsi e nascosti da un suo amico dopo un naufragio a est di Tripoli, pubblicando anche la foto di alcuni naufraghi. Secondo la sua ricostruzione, a bordo della barca affondata dovevano essere almeno in 63, otto in meno, dunque, rispettto alla segnalazione ricevuta da Alarm Phone. Fa pensare che fossero però circa 70 un’altra testimonianza arrivata il 5 agosto via twitter ad Alarm Phone, che parla del gruppo dei 23 arrivati a riva a nuoto, con l’aiuto di un pescatore, e riferisce, appunto, che sul battello erano state fatte salire non meno di 69 persone. Ne consegue che, oltre ai 31 superstiti e ai 14 morti accertati, dovrebbero esserci 25/26 dispersi, per un totale di circa una quarantina di vittime.

(Fonte: Migrant Rescue Watch del 30 luglio, 2  e 3 agosto, Libya Observer, rapporti Oim e Alarm Phone, sito web Mohamed Elganga) 

Marocco (Nador), 30 luglio 2020

Due profughi siriani sono annegati nel naufragio di una piccola barca al largo di Nador, in Marocco. Tratti in salvo altri 13 migranti, tutti originari dell’Africa Subsahariana. Il battello è partito nel pomeriggio di giovedì 30, puntando verso l’Andalusia ma dopo poche miglia si è capovolto ed è affondato prima che facesse buio. Ignote le cause e le circostanze precise: certamente un fattore determinante deve essere stato il sovraccarico. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Marina Imperiale. L’equipaggio ha via via individuato e recuperato 13 naufraghi ancora in vita. Successivamnete sono stati trovati i corpi ormai senza vita degli altri due. Le salme sono state sbarcate sulla spiaggia di Ras Al Maa e da qui trasferite all’obitorio dell’ospedale Al Hassani. La polizia ha preso in consegna i 13 superstiti.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Marocco (Tangeri), 31 luglio 2020

Un profugo senegalese di nome Felix, poco più che ventenne, è morto in circostanze misteriose in un sobborgo di Tangeri, in Marocco. Numerosi suoi amici accusano di averne provocato la morte la polizia ausiliaria, a cui è spesso demandato il controllo dei migranti. Il giovane, a quanto pare, viveva insieme a numerosi altri migranti in un riparo di fortuna nella foresta del Danbo, in località Salouki. Non è chiaro cosa sia accaduto. Il portavoce del governatorato di Tangeri, Tetoun e Al Hoceima ha riferito che le forze di sicurezza, intervenute per un principio d’incendio nel Danbo, hanno incontrato un folto gruppo di migranti subsahariani, uno dei quali era in coma. La stessa polizia – sostiene sempre il Governatorato – ha cercato di soccorrere questo ragazzo, portandolo all’ospedale regionale Mohamed V, ma i medici non hanno potuto che constatarne la morte. Gli amici sostengono invece che Felix si sarebbe sentito male per le conseguenze delle percosse o comunque del trattamento subito da parte di una squadra della polizia ausiliaria durante una delle frequenti retate nell’accampamento della foresta e che lo stavano appunto portando tutti insieme verso Tangeri per i soccorsi. La magistratura ha aperto un’inchiesta e disposto un’autopsia. I 13 migranti che lo stavano trasportando, tutti di origine subsahariana, sono stati fermati in attesa di accertamenti.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Libia (Zliten), 31 luglio – 1 agosto 2020

Due profughi sono morti per denutrizione e per i gravi maltrattamenti subiti nel capannone-prigione dove erano detenuti da una banda di trafficanti. Il lager era alla periferia di Zliten, una città a 4 chilometri dalla costa, tra Misurata (distante circa 60 chilometri) e Khums (35 chilometri), uno dei tratti di litorale da cui sono più frequenti gli imbarchi gestiti dai mercanti di uomini a est di Tripoli, distante 160 chilometri. A scoprire la tragica fine dei due ragazzi, entrambi subsahariani, è stato il contingente di polizia che nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto ha fatto irruzione nella prigione. All’interno del vecchio magazzino adibito a centro di detenzione sono stati trovati 55 migranti di varie nazionalità, in maggioranza africani ma anche asiatici. I due cadaveri erano in una zona appartata, sul retro, in attesa evidentemente di essere fatti sparire, seppellendoli di nascosto, in qualche fossa anonima. Le salme sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale per l’autopsia, ma già il primo, sommario esame medico ha indicato che i due giovani devono essere morti di inedia e di stenti, oltre che per le violenze subite durante la detenzione. Tutti molto provati anche i 55 migranti trovati nella prigione, che – secondo quanto riferisce il rapporto della polizia – sono stati affidati ai servizi medici. Un libico sorpreso dall’irruzione nella struttura è stato arrestato: si ritiene che fosse il “custode” o che comunque sia complice della banda di trafficanti.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Libia (Tripoli), 31 luglio – 1 agosto 2020

“Dieci di noi sono scomparsi in mare prima che la nostra barca fosse intercettata”: lo hanno denunciato alcuni degli 81 migranti ricondotti a Tripoli la sera del 31 luglio dalla Ras Jadar, una delle motovedette consegnate alla Libia dall’Italia. Il battello, partito a quanto pare dalla costa a ovet di Tripoli, è stato raggiunto dopo ore di navigazione verso l’Italia, in acque della zona Sar libica. Costretti a salire a bordo della motovedetta, la sera stessa sono arrivati a Tripoli: 73 sudanesi (inclusi 18 minorenni), 6 guineiani e 2 di provenienza non accertata. Poco dopo lo sbarco,  mentre venivano condotti in un centro di detenzione, cinque hanno tentato la fuga, ma sono stati subito ripresi. La denuncia che 10 dei loro compagni erano dispersi in mare, ormai dati per morti, è stata fatta appunto al momento di entrare nella prigione, quando è stata accertata la nazionalità di tutti i componenti del gruppo. Al momento della tragedia la barca era a decine di miglia dalla costa. Il notiziario Migrant Rescue Watch ha riferito la notizia il due agosto, senza aggiungere particolari. Non risulta che la Guardia Costiera libica abbia organizzato una operazione di ricerca dei dispersi.

(Fonte: Migrant Rescue Watch) 

Algeria (Ain Turk e Sidi Safi) 31 luglio – 1 agosto

I corpi senza vita di due harraga sono stati trovati lungo la costa algerina il 31 luglio e il primo agosto. Il primo, in stato di decomposizione molto avanzata, flottava in mare due chilometri circa al largo di Cap Falcon: recuperato dalla Guardia Costiera, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Ain Turck. Non è stato possibile identificarlo. L’altro – un uomo di circa 50 anni, con indosso una maglia e pantaloni di colore blu – era incastrato tra le rocce della scogliera di Ingliz, nei pressi della spiaggia di Sidi Dielloul, nel comune di Sidi Safi, circa 100 chilometri a ovest di Cap Falcon. Alla luce delle condizioni di conservazione, che denotano una lunga permanenza in mare (specie per il cadavere di Ain Turck), e data la grande distanza dei luoghi, non è verosimile un collegamento con il naufragio di Mostaganem – scoperto il primo agosto ma avvenuto qualche giorno prima (vedi nota seguente) –  lontano oltre 100 chilometri da Cap Falcon e quasi 200 da Sidi Safi. Restano ignoti gli episodi in cui i due migranti sono morti, annegati probabilmente in circostanze e tempi diversi.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, Liberte Algerie)  

Algeria (Mostaganem), 1 agosto 2020

Un migrante morto e 9 dispersi in un naufragio al largo dell’Algeria. Non ci sono superstiti. Il battello è partito dalla zona di Mostaganem, puntando verso le coste della Murcia, in Spagna, intorno al 27/28 luglio. Se ne sono perse le tracce dal momento in cui ha preso il largo, ma nei giorni successivi ha cominciato a circolare la voce che una delle numerose barche salpate in quei giorni verso la Spagna era affondata. La mancanza di qualsiasi contatto con i familiari rimasti in Algeria faceva temere il peggio, ma non si sono avute conferme fino alla giornata di sabato primo agosto, quando sulla spiaggia del Petit Port, a Mostaganem, il mare ha trascinato il corpo senza vita di uno dei giovani che erano a bordo, un ragazzo che veniva dalla provincia di Tiaret, nell’entroterra, a circa 160 chilometri da Mostaganem. Nessuna notizia dei 9 harraga che erano con lui. Senza esito le ricerche condotte in mare dopo il ritrovamento della salma.

(Fonte: Liberte Algerie) 

Spagna-Algeria (Mare di Alboran), 2 agosto 2020

Un migrante morto e sette dispersi (8 vittime) nel naufragio di una barca nel mare di Alboran, a sud della costa di Almeria, quasi all’altezza della linea di confine, in Africa, tra l’Algeria e il Marocco. Soltanto 3 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba presumilmente dalla zona di Orano, in Algeria: era arrivato fino a circa 70 miglia da Almeria quando, per cause imprecisate, è affondato. Tutto deve essersi svolto molto rapidamente e senza che siano state intercettate richieste di soccorso. L’allarme è stato lanciato solo più tardi, intorno alle 9 del mattino, dall’equipahggio di un cargo che ha avvistato casualmente e tratto in salvo uno dei naufraghi, avvertendo subito la centrale operativa del Salvamento Maritimo di Almeria, tanto più che l’uomo ha riferito che sulla barca naufragata erano partiti in undici. Dalla Spagna si è levato in volo un elicottero da ricognizione e salvataggio, l’Helimer 220, che ha individuato e preso a bordo altri due naufaghi e recuperato poi in mare un corpo senza vita. La missione di ricerca dei 7 dispersi è continuata fino al limite dell’esaurimento del carburante, ma prima di rientrare l’equipaggio ha prelevato dal cargo anche il primo naufago soccorso. Sul posto l’Helimer 220 è stato sostituito da un aereo, il Sasemar 101, che ha continuato a pattugliare la zona fino a sera inoltrata, ma non è stata trovata traccia dei dispersi. Alle ricerche si è unita, fin dal mattino, una motovedetta della Marina algerina.

(Fonte: Europapress Andalucia, sito facebook Helena Maleno) 

Marocco-Spagna (Tarfaya, rotta delle Canarie), 3 agosto 2020

Sette morti e 13 dispersi (20 vittime) nel naufragio di un gommone, uno Zodiac, partito dal Marocco per raggiungere le Canarie, con a bordo 60 migranti. La notizia della tragedia è emersa quando i primi corpi degli annegati, poi diventati sette (5 donne e 2 uomini) sono stati trascinati dal mare sul litorale di Tarfaya, una città portuale della costa atlantica, 890 chilometri a sud ovest di Rabat, scelta dai trafficanti come uno dei principali punti d’imbarco per le “spedizioni” di migranti verso l’arcipelago spagnolo. Lo Zodiac, stracarico, ha preso il mare prima dell’alba. Dopo poche miglia si è rovesciato, presumibilmente a causa delle condizioni del mare e del sovrappeso. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Marina Imperiale, la tragedia si era ormai compiuta: 40 i naufraghi tratti in salvo, mentre verso la spiaggia flottavano alcuni corpi trascinati dalle onde. Le autorità marocchine hanno comunicato il naufragio parlando di “almeno 7 morti”, tanti quanti sono, appunto, i corpi trovati su una delle spiagge di Tarfaya. Non un cenno sul numero dei dispersi. L’attivista per i diritti umani Helena Maleno e la Ong Caminando Fronteras hanno potuto però accertare, parlando con i familiari delle vittime, che al momento della partenza sullo Zodiac erano saliti in 60, tra cui numerose donne. Tenendo conto delle salme recuperate e dei 40 naufraghi supersiti, risultano dunque 13 dispersi. “A provocare la tragedia – ha denunciato Helena Maleno – hanno contribuito la pericolosità stessa della rotta atlantica delle Canarie, la debolezza degli Zodiac, inadatti ad affrontare l’Oceano, ma anche i servizi di salvataggio che non hanno reagito alle chiamate di soccorso”. I 40 superstiti (7 donne) sono stati fermati dalla polizia e messi in quarantena preventiva per la pandemia di coronavirus.

(Fonti: sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, Europa Press, El Diario Canarias, Nadorcity.com) 

Tunisia (Sidi Mansour), 3-4 agosto 2020

Un migrante è annegato dopo essere stato gettato in mare esanime dai trafficanti, al largo delle coste di Sfax, nella Tunisia orientale. La barca era partita fra il 3 e il 4 agosto dal litorale di Sidi Mansour, il villaggio situato circa 8 chilometri a nord-est di Sfax diventato una delle principali basi dei trafficanti per le partenze dalla Tunisia verso l’Italia. Erano ancora a poche miglia dalla costa quando il giovane si è reso conto che a bordo erano in troppi ed ha protestato, contestando che il sovraccarico minacciava la stabilità dello scafo e la sicurezza di tutti. Alle sue proteste si sono uniti almeno altri quattro migranti. Due tunisini, presumibilmente gli scafisti, non hanno esitato a pestarlo duramente per farlo tacere e tenere calmi gli altri, colpendolo tanto da fargli perdere i sensi. Poi lo hanno gettato ancora esanime fuoribordo: è annegato e scomparso in pochi minuti, trascinato via dal mare. Il suo corpo è stato trovato, nella giornata di lunedì 4 agosto, a circa 5 miglia da Sidi Mansour. Anche i  quattro che lo avevano spalleggiato sono  stati costretti a gettarsi in acqua ed hanno raggiunto la riva a nuoto. La barca ha poi proseguito la rotta verso la Sicilia, ma si è bloccata poco dopo per un guasto al motore, al largo delle isole Kerkennah, rimanendo in balia delle onde fino a quando è stata raggiunta da un peschereccio, che l’ha rimorchiata a riva. Una volta a terra la vicenda è venuta alla luce, grazie al racconto dei quattro che avevano raggiunto la costa a nuoto. La polizia ha arrestato i due, entrambi tunisini, che hanno picchiato e buttato in acqua il giovane e costretto gli altri 4 a gettarsi a loro volta fuoribordo e altri 8, tutti tunisini, considerati complici dell’omicidio.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)  

Marocco (Dakhla, Sahara Occidentale), 3-4-5 agosto 2020

Almeno 20 morti (17 adulti e 3 bambini) e un numero imprecisato di dispersi in un naufragio scoperto la mattina di martedì 4 agosto al largo di Dakhla, nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, capoluogo della regione Dakhla – Oued El Dahab. Dieci soltanto i superstiti. La barca, quasi certamente un tradizionale cayuco da pesca in legno, deve essere partita il giorno prima, lunedì 3. Non si sa esattamente da dove, ma presumibilmente da una zona a sud di Dakhla, uno dei tratti di costa sahariana da cui sono frequenti gli imbarchi verso le Canarie spagnole. Le condizioni meteomarine erano pessime, con vento a oltre 75 nodi da nord est, forti correnti e onde molto alte, ma i migranti devono essersi convinti a salpare ugualmente, forse contando su una sorveglianza meno rigida sul litorale in occasione dei giorni di Eid Al Adha, la più importante e sentita festa islamica. Il battello non ha però retto alla furia del mare, rovesciandosi e andando a fondo rapidamente. L’allarme è scattato martedì mattina quando un peschereccio della cooperativa Lasarka, tornato in mare dopo le feste e dopo la sosta dovuta al maltempo, ha scoperto a circa 5-6 chilometri dalla riva i relitti del naufragio, recuperando dieci persone ancora in vita aggrappate ai rottami della barca e due cadaveri, dopo aver subito avvertito il comando della Marina di Dakhla. Grazie alle ricerche proseguite dalla mattinata di martedì fino a giovedì 6, ad opera di motovedette della Marina Imperiale e di varie barche da pesca, sono stati trovati inizialmente 2 corpi e poi altri 8 ma, secondo Helena Maleno, di Caminando Fronteras, le vittime accertate sono infine salite a 20, tra cui 3 bambini. Non si sa con esattezza in quanti fossero a bordo, sicché non è stato possibile, almeno nell’immediato, stabilire il numero dei dispersi. La polizia ha aperto un’inchiesta per risalire all’organizzaizone che ha gestito la partenza.

(Fonte: Dakhlanews.com, sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, El Pais, Publico)  

Grecia (Ardania, Alexandroupolis), 5 agosto 2020

Sette profughi morti e 5 feriti in un incidente stradale avvenuto intormo all’una di notte all’altezza di un accesso all’autostrada Egnatia, nel nord est della Grecia. La vettura, stracarica, veniva dalla frontiera dell’Evros, diretta verso Salonicco o Atene. I profughi a bordo, dovevano aver passato da poco il confine e presumibilmente avevano deciso di viaggiare in piena notte per eludere la sorveglianza della polizia, sempre molto intensa nella zona e rafforzata dai primi di marzo, quando il presidente turco Erdogan ha aperto i confini in uscita per i rifugiati e richiedenti asilo. All’altezza del villaggio di Ardania, nei pressi di Alexandroupolis, hanno lasciato la statale per prendere a forte velocità lo svincolo in costruzione verso l’autostrada, senza accorgersi che l’imbocco era ostruito dalla base di cemento su cui è prevista l’installazione della stazione d’ingresso. L’impatto è stato devastante. Quando la polizia greca è giunta sul posto, ben 7 dei 12 profughi erano morti. Gli altri 5 sono stati trasferiti negli ospedali della zona. Due apparivano in condizioni critiche. Non è stato possibile stabilire sul momento la nazionalitnà dei profughi.

(Fonte: Associated Press, Ekathinmerini) 

Mauritania (Nouadhibou), 6 agosto 2020

Ventisette morti e un solo superstite nel naufragio di una barca carica di migranti al largo della Mauritania, all’altezza di Nouadhibou, la seconda città del Paese, situata vicino al confine con il Sahara Occidentale, sulla penisola di Capo Blanco, famosa per la grande baia diventata uno dei più grandi cimiteri di navi abbandonate e da smantellare. In base alle prime ricostruzioni della tragedia e alle prime parole dell’unco superstite, originario della Guinea, si pensava che ci fossero 40 vittime e che il battello fosse partito per le Canarie da una zona più a sud, nella stessa Mauritania, e che le pessime condizioni meteomarine lo avessero poi fatto affondare. La testimonianza resa a Laura Lungarotti, responsabile dell’ufficio Oim in Mauritania, dal giovane guineano due giorni dopo, non appena ha riacquistato le forze e si è ripreso dallo stato confusionale in cui si trovava quando è stato salvato, delinea uno scenario molto diverso e per certi versi ancora più drammatico. La barca è partita il 18 luglio non dalla Mauritania ma da Dakhla, nel Sahara Occicentale. A bordo erano in 28 e le vittime, dunque, sono 27 e non 40. Si tratta presumibilmente di una delle numerose barche salpate tra il 17 e il 19 luglio dalle coste del Sahara verso le Canarie, di alcune delle quali si sono perse le tracce. Durante la navigazione il motore è andato in avaria e il battello è rimasto alla deriva per più di due settimane: 16 o 17 giorni durante i quali, finiti i viveri e l’acqua, l’unico sopravvissuto ha visto morire una dopo l’altra, per sfinimento e disidratazione, tutte le altre 27 persone che erano a bordo, tra cui due donne e diversi ragazzi minorenni. “Via via che morivano – ha raccontato – siamo stati costretti a far scivolare i loro corpi in mare”. La corrente ha spinto il battello verso sud, fino all’altezza delle coste della Mauritania, davanti a Nouadhibou, dove poi è stato intercettato dalla Guardia Costiera del posto, nel pieno di una violenta burrasca. Quasi tutte le vittime, come il giovane tratto in salvo, venivano dalla Guinea.

(Fonte: siti web Laura Lungarotti, Oim; Vincent Cochetel, Unhcr, Helena Maleno, El Pais) 

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 7 agosto 2020

Non si ha più traccia di 63 migranti salpati dal Marocco per le Canarie il 18 luglio: passate 3 settimane senza averne più alcuna notizia, tutto lascia pensare che siano morti in uno dei sempre più frequenti naufragi fantasma. Si sa per certo che erano a bordo di un gommone partito nel pomeriggio del giorno 18 da Tarfaya, nel Sahara Occidentale, uno dei punti d’imbarco più usati dai trafficanti sulla rotta dalla costa marocchina all’arcipelago spagnolo. Nelle stesse ore sono partite altre quattro barche dal Marocco, una da Tan Tan, 200 chilometri più a nord, e tre da Dakhla, molto più a sud. Tutte e cinque si sono trovate in difficoltà, durante la notte, a causa delle cattive condizioni del mare. La mattina del 19, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è scattato uno stato d’emergenza per individuarle e soccorrerle. Almeno tre sono state ritrovate nei giorni successivi. Nessuna traccia, invece, di quella partita da Tarfaya. Senza esito anche le ricognizioni a lungo raggio condotte per almeno una settimana dal Salvamento Maritimo spagnolo delle Canarie, con elicotteri e aerei. Il 31 luglio il problema dei soccorsi in Atlantico sulla rotta delle Canarie è stato sollevato di fronte al Parlamento spagnolo dalla deputata Ana Oremas, la quale ha chiamato in causa anche l’agenzia europea Frontex. Questo intervento ha offerto l’occasione ad Helena Maleno, di Caminando Fronteras, di richiamare anche il caso del gommone con 63 dispersi partito da Tarfaya, sottolineando come non se ne avesse notizia ormai da due settimane. Il 3 agosto il caso è stato rilanciato da Alarm Phone, comunicando che sia le autorità spagnole che marocchine avevano comunicato di non aver trovato il battello nonostante le ricerche e che, nello stesso tempo, non risultava che la barca fosse in qualche modo rientrata in Marocco, sicché era lecito ipotizzare un naufragio fantasma, senza alcun superstite. Il 5 agosto l’ipotesi di un naufagio con 63 dispersi è stata confermata all’Oim dalla Spanish Refugee  Commission in the Canary Islands, un gruppo che monitorizza le partenze e gli arrivi o intercettazioni in mare delle barche sulla rotta atlantica tra il Marocco e l’arcipelago. Sulla base di questi rapporti, dopo tre settimane, si è persa ogni speranza di ritrovare quei 63 migranti.

(Fonti: El Diario, sito web Helena Maleno, Alarm Phone, ufficio Oim Spagna) 

Spagna (Valencia), 7 agosto 2020

Due giovanissimi migranti subsahariani sono annegati nel porto di Valencia: arrivati come clandestini su un cargo, temendo evidentemente di essere bloccati e rimpatriati al momento dello sbarco, si sono gettati in acqua e non sono più riemersi. Dovevano avere entrambi non più di 13/14 anni. La nave, una enorme unità da carico, lunga 220 metri e più di 42 mila tonnellate di stazza, con bandiera liberiana, proveniva da Monrovia. Non sembra comunque che i due ragazzini siano saliti a bordo in questo porto: si ritiene più probabile che si siano nascosti sul cargo in Camerun o in Costa d’Avorio, gli ultimi due scali. Non si sa se durante la navigazione siano stati scoperti. Di sicuro il comandante, prima di entrare nel porto di Valencia, non ne ha comunicato la presenza come è previsto dalle norme internazionali: le autorità spagnole hanno aperto un’inchiesta per accertare se questa omessa segnalazione sia stata voluta, per non incorrere nei problemi che sorgono smepre in questi casi, o se invece dipenda dal fatto che fino all’ultimo nessuno si è accorto di loro. Certo è che i due hanno deciso di tuffarsi dalla fiancata sinistra, quella opposta alla banchina di ormeggio, proprio nel momento più pericoloso, quando la nave stava compiendo la complicata manovra di accostamento. Hanno scelto la parte prodiera, finendo proprio di fronte alle turbine azionate al massimo per avvicinare il cargo al molo.  Le correnti e i gorghi provocati dalle eliche prodiere e il loro stesso peso corporeo li hanno trascinati a fondo: da quel momento nessuno li ha più visti. L’allarme è stato subito lanciato sia da alcuni membri dell’equipaggio che dal personale di un rimorchiatore che era vicino al cargo. Sono accorse unità dei pompieri, del Salvamento Maritimo, della Guardia Civil e della Polizia Portuaria, ma dei due ragazzi non è stata trovata traccia. I loro corpi sono stati recuperati più di due ore dopo, verso le 10,30, immersi nel fango del fondo, da una squadra di sommozzatori che ha ispezionato l’intera zona, partendo da sotto la chiglia del cargo. La Procura ha aperto un’inchiesta per identificarli e per stabilire le eventuali responsabilità dell’equipaggio e del comandante della nave.

(Fonti: Mediterraneo, Levante, Informacion, siti web Helena Maleno e Hibai Arbide Aza) 

Sudan-Libia (deserto a sud di Kufra), 7 agosto 2020 e giorni seguenti

Ventuno vittime (8 morti e 13 dispersi) su un fuoristrada carico di migranti rimasto bloccato nel deserto del Sahara: del “trasporto” non si è salvato nessuno. Della strage non si è saputo nulla per mesi: è stata scoperta casualmente solo tra il 10 e il 13 febbraio del 2021 con il ritrovamento dell’auto e di otto corpi senza vita. A dare l’allarme è stata una segnalazione giunta al comando di polizia di Kufra: si parlava genericamente di un “incidente nel deserto”, lungo una pista poco battuta proveniente dal Sudan, in pieno Sahara, circa 400 chilometri a sud ovest della città-oasi. Una volta sul posto, però, gli agenti hanno constatato che l’auto segnalata, un Toyota Sequioia di colore bianco, doveva essere lì da mesi, bloccato e semi affondato nella sabbia. A bordo e nei dintorni c’erano otto cadaveri: cinque uomini e tre donne. Tra i documenti della vettura, sono state trovate le carte d’identità di due delle vittime: Mohammad Emuhammed e Mona Muhammad. E proprio partendo da questi nomi si è potuto ricostruire quanto presumibilmente è accaduto. Il gruppo di 21 persone – buona parte appartenenti alla stessa famiglia – è partito il 7 agosto 2020 da El Fasher, nel Darfur settentrionale: profughi in fuga dalla guerra civile che insanguina da anni l’intera regione. Puntavano su Kufra, la prima tappa tradizionale dopo la frontiera, per  proseguire poi verso la costa libica. Per strada è accaduto qualcosa che li ha bloccati: forse un guasto al motore o forse un errore nell’orientamento che li ha portati fuori strada e a perdersi nel deserto. Nessuno si è accorto di nulla, né risulta che abbiano chiesto aiuto o dato l’allarme. Appare strano anche che si siano trovati solo otto cadavero mentre 13 del gruppo (tra cui donne e bambini) risultano dispersi. Di sicuro si trovavano lungo uno degli itinerari dell’immigrazione clandestina dal Sudan verso la Libia. Non è da escludere, come hanno ipotizzato alcuni giornali, che siano stati “traditi” da una banda di trafficanti che si era impegnata a guidarli in Libia. “Si moltiplicano le notizie secondo cui c’è un vero e proprio mercato in cui ‘si vendono’ i migrati sudanesi”, ha scritto ad esempio il World Gulf News.

(Fonte:  7 News, World Gulf News, Netral News, Oman Observer, World  in News, The New Arab Staff, Nadorcity.com)

Algeria (Annaba), 11 agosto 2020

Un bimbo di 3 anni è annegato nel naufragio di una barca carica di migranti al largo dell’Algeria. Il battello, un piccolo scafo da pesca in legno, era partito da Annaba (Bona) nell’estremo nord est del paese, a pochi chilometri dal confine occidentale della Tunisia. A bordo, oltre al bambino, c’erano 33 uomini e 4 donne, tra cui la madre del piccolo. Puntavano verosimilmente verso la Sardegna o comunque l’Italia, come tutte le barche di “harraga” che salpano da questo tratto di costa algerina. Non hanno fatto molta strada: dopo qualche ora di navigazione la barca si è rovesciata. Le condizioni del mare erano abbastanza buone: c’è da pensare, dunque, che la causa vada forse ricercata in una manovra errata e certamente nel sovraccarico. Di sicuro tutto è avvenuto in pochi minuti, tanto che non c’è stato neanche il tempo di lanciare un Sos. L’allarme è stato dato da un cargo algerino proveniente da Annaba e diretto a Torre Annunziata, il Timgad, che ha avvistato casualmente il relitto e alcuni naufraghi in acqua. La Guardia Costiera algerina è arrivata in tempo per salvare i 37 adulti ma quando è stato ritrovato il bimbo era ormai senza vita. La piccola salma e i superstiti sono stati sbarcati ad Annaba. La magistratura ha aperto un’inchiesta, affidandola ai servizi di sicurezza.

(Fonte: Observalgerie) 

Libia (Tripoli), 11-13 agosto 2020

Un profugo eritreo è morto a Tripoli stroncato dalla tubercolosi contratta in un centro di detenzione. Si chiamava Tesfalem Habton, aveva 24 anni. Arrivato in Libia come richiedente asilo nei primi mesi del 2017 e catturato poco tempo dopo aver varcato il confine, mentre cercava un imbarco verso l’Europa, ha peregrinato in diversi centri di detenzione: prima Gharyan, poi Tarek al Matar a Tripoli, poi Al Zintan, 160 chilometri a sud ovest della capitale. E’ probabilmente proprio in questo lager, dove si è diffusa un’epidemia di Tbc con decine di vittime, che Tesfalem ha contratto il contagio. Sta di fatto che è stato incluso nel gruppo di detenuti che le autorità libiche, con l’intento di ridurre il sovraffollamento del centro in presenza dell’epidemia, hanno trasferito a Gharyan, con il risultato di diffondere la malattia anche in questo centro. Sta di fatto che Tesfalem ha cominciato a sentirsi male durante il suo secondo soggiorno a Gharyan. La mancanza di cure adeguate ha fatto il resto. Dopo alcuni mesi è stato di nuovo trasferito, questa volta a Tripoli, ma non si è più ripreso. Le sue condizioni sono progressivamente peggiorate e tra l’undici e il dodici agosto ha cessato di vivere. Il giorno 13 è stato seppellito.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica) 

Spagna (Valencia), 15 agosto 2020

Due migranti algerini sono stati trovati privi di vita, a Valencia, sulla nave su cui si erano imbarcati clandestinamente, nascosti in un container insieme a tre compagni. Non si sa quanto tempo abbiano trascorso in quel nascondiglio. Probabilmente si sono chiusi nel container sulla banchina del porto di partenza, prima che fosse caricato, e – a giudicare anche dalle condizioni dei tre sopravvissuti, rinvenuti in stato di semi-incoscienza, con gravi sintomi di asfissia e disidratazione – devono esserci rimasti per più giorni, esaurendo le scorte di cibo e di acqua. Nessuno si è accorto di nulla fino all’arrivo della nave a Valencia. L’allarme è scattato al momento dello sbarco del container, quando alcuni rumori sospetti hanno attirato l’attenzione del perosnale addetto alla manovra. I tre sopravvissuti, dopo un’assistenza d’urgenza prestata direttamente sul molo da personale della Croce Rossa, sono stati trasferiti in ospedale. La Procura ha disposta l’autopsia delle salme delle due vititme per stabilire con esattezza le cause della morte, nel contesto dell’indagine giudiziaria affidata alla polizia nazionale per ricostruire la tragedia, dal momento dell’imbarco all’arrivo a Valencia.

(Fonte: Europa Press, sito web Helena Maleno, Observalgerie).

Libia (Zuwara – Abu Kammash), 15-17 agosto 2020

Almeno 45 vittime, tra morti e dispersi, al largo della Libia occidentale, tra Zuwara e Abu Kammash, nel naufragio di una barca provocato dall’incendio del motore e dall’esplosione del serbatoio. Secondo alcuni superstitit, l’incendio sarebbe stato innescato da raffiche di mitra esplose contro il serbatoio di benzina del motore dai miliziani di un battello con bandiera libica. I 37 superstiti, condotti  a terra a Zuwara da un peschereccio, sono stati rinchiusi dalla polizia in un centro di detenzione. Tra le vittime ci sono anche 5 bambini. Il natante risulta salpato la notte tra il 14 e il 15 agosto, intorno alle 4, da un tratto di costa vicino ad Abu Kammash, a ovest di Zuwara, quasi al confine con la Tunisia. Dopo alcune ore di navigazione il motore è andato in avaria, ma i migranti sono riusciti in qualche modo a riavviarlo. E’ andata avanti così fino al secondo giorno (16 agosto), tra continue interruzioni e nuovi riavvii del motore e navigando in pratica alla cieca, perché anche il dispositivo Gps ha smesso di funzionare, mentre il mare si stava gonfiando e le onde si facevano sempre più alte. In queste condizioni, i migranti a bordo, rendendosi conto di essere ancora molto lontani dalle coste italiane, con le scorte d’acqua e di cibo esarite, hanno deciso di rientrare in Libia. Sarebbe avvenuto in queste ore l’incontro con la il battello dei miliziani – forse un peschereccio, identificato dai superstiti come Captain Salam 181, con a bordo un equipaggio misto libico ed egiziano – i quali, anziché prestare aiuto, avrebbero ostacolato la navigazione della barca dei migranti, pretendendo la consegna del  Gps e di tutti i cellulari per rimorchiarla verso l’Africa. “A breve distanza dalla costa, anziché procedere verso la riva – hanno raccontato i naufraghi – quei miliziani hanno preteso del denaro: 100 dollari a testa per farci sbarcare e liberarci. Abbiamo contestato che nessuno di noi aveva né dollari né altra valuta e allora quelli hanno invertito la rotta, riportandoci molto al largo, quasi fin dove era iniziato il rimorchio. Poi volevano prendersi il motore: ‘Se non avete soldi, hanno detto, allora morirete’. Ci siamo opposti e quelli hanno sparato verso la nostra barca: la raffica ha raggiunto il serbatoio della benzina, facendo esplodere l’incendio che ha provocato il ferimento di molti di noi e il naufragio. Poi ci hanno abbandonato in mare aperto”. Nelle ore successive, prima di notte, mentre la barca stava affondando e molti erano già in acqua, i soccorsi sono arrivati da un piccolo peschereccio libico che, avvistato casualmente il relitto e udite le invocazioni di aiuto, si è avvicinato. I pescatori sono rimasti sul posto tutta la notte per prestare assistenza e soccorrere i naufraghi, recuperando anche una decina di salme. L’indomani (17 agosto) i superstiti sono stati sbarcati a Zuwara: vengono da Senegal, Mali, Ciad e Ghana. Nei giorni successivi altre due salme sono state spinte dal mare sulla spiaggia di Zuwara. Non è chiaro se questa barca sia la stessa (indicata però con 65 persone a bordo e non 82) che, partita dai dintorni di Zuwara, risulta dispersa dalla notte tra il 15 e il 16 agosto, dopo aver chiesto aiuto ad Alarm Phone. L’ultimo contatto con Alarm Phone risale alle 22,25 del giorno 15. Da allora silenzio totale e nessun intervento di soccorso: né da parte della Libia o della Tunisia, né tantomeno dell’Italia o di Malta, più volte informate dell’emergenza in atto. Nonostante la differenza del numero di persone a bordo tra la richiesta di aiuto giunta ad Alarm Phone e quanto si è potuto accertare dopo il naufragio, si è portati a credere che si tratti della stessa barca.

(Fonte: Rapporto congiunto Oim e Unhcr da Ginevra 17 agosto, Associated Press, Reuters, Al Jazeera, Franceinfo, Repubblica, Avvenire edizioni del 17 e 21 agosto, Internazionale, sito web Alarm Phone)

Marocco-Spagna (rotta atlantica) 18-20 agosto 2020

Almeno 15 migranti subsahariani morti a bordo di un cayuco da pesca in rotta verso le Canarie dopo essere partito presumibilmente dal sud dell’ex Sahara Spagnolo o addirittura dalla Mauritania. Il battello è stato individuato casualnente la mattina di mercoledì 18 agosto, poco dopo le 8, dall’aereo da ricognizione Sasemar 103, del Salvamento Maritimo spagnolo, in volo per cercare un’altra barca con a bordo una quarantina di persone, segnalata in difficoltà dopo essere salpata da Nuadibù, in Mauritania. Era a 81 miglia a sud di Gan Canaria. Non appena il velivolo si è abbassato per verificare la situazione, ci si è resi subito conto che le persone a  bordo – inzialmente si pensava una decina – non davano segno di vita. Da qui l’allarme. Il centro di coordinamneto e salvamento di Las Palmas ha inviato in zona un elicottero, Helimer 22, la salvamar Menkalinan e la guardamar Talia. A queste unità si è aggiunto il pattugliatore d’altura Rio Tajo, della Guardia Civil. Quando, su segnalazione di Helimer 22, si è avuto conferma che sulla barca dovevano esserci solo cadaveri, ha proseguito la rotta soltanto il Rio Tajo, che ha raggiunto la zona il giorno 19 e, preso a rimorchio il cayuco, ha poi invertito la rotta per rientrare a Gran Canaria. La navigazione di ritorno è stata ostacolata dal mare mosso e dalle conseguenti difficoltà del rimorchio. L’arrivo era previsto per il pomeriggio del 20 ma il pattugliatore è entrato in porto solo verso le 22, attraccando al molo di Arinaga, appositamnete predisposto per lo sbarco dei cadaveri, con la presenza di un presidio della Croce Rossa. Si è scoperto solo in quel momento che i morti – verosimilmente per disidratazione e sfinimento – erano 15 anziché una decina. Non è da escludere, anzi, che sul cayuco ci fossero altri migranti che potrebbero essersi persi in mare.

(Fonte: El Diario, La Provincia, Canarias 7, sito web Helena Maleno) 

Libia-Italia (Zuwara), 17-19 agosto 2020

Almeno 30 vittime nel naufragio di un gommone carico di migranti diretto verso l’Italia, al largo di Zuwara. Il battello risulta partito il 17 agosto dalla costa a ovest di Tripoli, proprio nei dintorni di Zuwara. A bordo, secondo alcuni superstiti, c’erano come minimo 95 persone. Circa 100, secondo la richiesta di aiuto giunta alla centrale di Alarm Phone intorno alle 10,30 del mattino del giorno 18, quando erano a una trentina di miglia dalla Libia. “Il battello – hanno segnalato i migranti – si sta sgonfiando e uno dei tubolari rischia di scoppiare”. La segnalazione è stata immediatamente comunicata alla Guardia Costiera libica e alle centrali Mrcc di Roma e di Malta, ma non è scattata alcuna operazione di soccorso. Il naufragio è avvenuto in concomitanza con il colloquio in corso con Alarm Phone, che si è interrotta quasi di colpo. La stessa Alarm Phone, non riuscendo più a contattare il gommone nelle ore successive, ha poi comunicato di aver sentito come un’esplosione e un sibilo, mettendo anche in rete questi strani rumori. Nemmeno a questo punto sono state predispostiinterventi di  ricerca e soccorso. Poco prima o in concomitanza con il naufragio 7 ragazzi si sono gettati in mare per cercare di raggiungere a nuoto due barche di pescatori che si vedevano poco lontano: non  se ne è saputo più nulla. I naufraghi hanno cercato di salvarsi aggrappandosi a quanto rimaneva del gommone ormai semi sommerso e ad altri relitti. Sono rimasti in acqua per ore, molti fino al giorno dopo: non avevano giubbotti di salvataggio e tanti non ce l’hanno fatta a resistere. Nella serata dello stesso giorno 18 pare abbia incrociato nella zona, su indicazione di Alarm Phone, la Vos Afrodite, una delle navi di supporto alle piattaforme petrolifere offshore, ma non avrebbe trovato traccia del naufragio: né rottami, né gente in mare. I primi soccorsi sono arrivati verso il tramonto e nel corso della notte da alcune piccole barche da pesca, che hanno recuperato complessivamente 65 persone. Tutti i superstiti sono stati portati verso la costa dagli stessi pescatori. La Guardia Costiera libica è intervenuta solo successivamente, per prendere in carico i sopravvissuti a Zuwara, nella tarda serata del 19 agosto. Dei 65 che si sono salvati, la maggior parte, 35, sono originari della Guinea e 11 della Nigeria. Queste le altre nazionalità d’origine: Mali 6, Eritrea 4, Togo 3, Camerun 2, Sudan 1 e altri 3 di nazionalità sconosciuta. Nell’ipotesi minima di 95 persone a bordo, i dispersi risultano dunque non meno di 30. Forse qualcuno in più. Tra loro almeno 6 eritrei, alcuni dei quali (Mnase Tukabo, Jamal Mohammed e Hani Arefajne) erano, insieme a due etiopi, nel piccolo gruppo dei sette che ha cercato di arrivare a nuoto fino ai pescherecci che si vedevano nella zona. Nei giorni successivi il mare ha cominciato a spingere a riva i corpi delle vittime, sulla spiaggia di Zuwara: secondo un rapporto dell’Oim, 22 fino alla sera di domenica 23 agosto.

(Fonti: sito web Alarm Phone, Migrant Rescue Watch, Coordinamento Eritrea)

Tunisia (Jdareya, Ben Guardane), 18-19 agosto 2020

Tre migranti tunisini morti nel naufragio di una piccola barca al largo del nord est della Tunisia. Il battello era partito da Jdareya, tra Zarzis e Ben Guardane, puntando verosimilmente verso l’Italia, come quasi la totalità dei natanti di harraga che salpano da questa zona. A bordo erano in 18, tutti provenienti da Ben Guardane. Dopo poche ore di navigazione il motore è andato in avaria e la barca, rimasta in balia de mare, è affondata. I naufraghi sono rimasti in acqua per ore, fino al giorno successivo, 19 agosto, quando il relitto è stato avvistato da un peschereccio, che ha tratto in salvo quindici persone. Nessuna traccia degli altri tre migranti.

(Fonte: rapporto Alarm Phone del 24 agosto, sito web Alarm Phone)

Marocco-Spagna (Melilla), 20 agosto 2020

Un giovane migrante subsahariano è morto nel tentativo di superare il vallo che separa il territorio dell’enclave spagnola di Melilla dal Marocco. La triplice barriera di rete d’acciaio e matasse di filo lamellato è stata presa d’assalto intorno alle 6 del mattino da almeno 300 migranti, partiti in massa dalle colline poco distanti dalla linea di confine. La polizia di frontiera e la Guardia Civil, benché colte di sorpresa, sono riuscite a respingerne la maggioranza, ma almeno una trentina ce l’hanno fatta a scavalcare il “muro” e ad entrare dunque in Spagna. Tra loro, anche il ragazzo che è morto, il quale, stando ad alcune testimonianze raccolte dal quotidiano La Provincia, avrebbe perso l’equilibrio mentre era sulla sommità dell’ultima barriera, cadendo da un’altezza di oltre 4 metri sul fondo del letto di un torrente in secca, nel tratto del vallo compreso tra le località di Barrio Chino e Pino, rimanendo esanime a terra. Una squadra della Croce Rossa, avvertita da agenti della Guardia Civil, ha cercato poco dopo di soccorrerlo, ma è apparso subito chiaro che era in condizioni disperate: gli è stata praticata una terapia di rianimazione cardiopolmonare, ma ha cessato di vivere prima ancora che potessero trasferirlo in ospedale. Il cadavere è stato composto all’obitorio dell’istituto di medicina legale per le indagini.

(Fonte: La Provincia, El Faro de Melilla, El Diario, sito web Helena Maleno)   

Mauritania-Marocco-Spagna (rotta atlantica), 20-21 agosto 2020          

Cinque migranti subsahariani morti su un cayuco da pesca raggiunto dalla salvamar Menkalinan, del Salvamento Maritimo spagnolo, oltre 110 miglia a sud di Gran Canaria. Undici i supersiti. La barca, sicuramente in mare da diversi giorni, è stata avvistata la mattina del 20 agosto, ancora più a sud, da un elicottero da ricognizione che ha condotto le operazioni di ricerca coordinandosi con le unità navali. A bordo i soccorritori hanno trovato 4 cadaveri e 12 persone ancora in vita, anche se molto provate e con evidenti sintomi di ipotermia e disidratazione. L’elicottero, su indicazione dell’equipaggio della Menkalinan, ha preso a bordo i due più gravi, entrambi in condizioni critiche, per trasferirli d’urgenza all’ospedale di Gan Canaria. Uno non ce l’ha fatta: è morto durante il volo, portando a 5 il numero delle vittime. Gli altri 10 sono stati trasferiti sulla Menkalinan e sbarcati al porto di Arguineguin, con l’assistenza di una equipe della Croce Rossa. Nelle stesse ore è stata soccorsa da una motovedetta della Guardia Civil, a circa 5 miglia da Gran Canaria, un’altra barca con 36 migranti subsahariani a bordo.

(Fonte: La Provincia, El Diario, Canarias 7)

Algeria-Spagna (Cabo de Gata, Almeria), 21-22 agosto 2020

Undici migranti morti nel naufragio di un gommone Zodiac partito dall’Algeria e diretto verso la costa di Almeria, in Andalusia. A bordo erano in 15: quattro soltanto i superstiti. Il battello era partito la sera di venerdì 21 agosto dalla costa algerina occidentale, nella zona di Orano. Dopo circa 4 ore di navigazione, intorno alle 22,30, 32 miglia al largo di Cabo de Gata, nella provincia di Almeria, ha avuto un incidente: probabilmente una falla nello scafo, che lo ha fatto affondare rapidamente. La richiesta di soccorso è stata raccolta dalla centrale di Almeria del Salvamento Maritimo, che ha subito mobilitato per le ricerche i pescherecci e tutte le navi che incrociavano nella zona. Ed è stata appunto una nave – il ro-ro merci e passeggeri italiano Cristal (proveniente da Nador, in Marocco, e diretto a Marsiglia) – a raggiungere per prima il punto del naufragio, dove ha recuperato tre naufraghi, trasferendoli poi a Barcellona. Un altro è stato tratto in salvo dalla guardamar Concepcion Arenal, arrivata da Almeria: era in gravi condizioni per un forte stato di ipotermia ed è stato necessario trasferirlo d’urgenza, con un elicottero, all’ospedale di Almeria. La stessa Concepcion Arenal ha poi individuato anche due corpi senza vita, sbarcandoli in nottata ad Almeria. Dispersi gli altri 9 “harraga”, tra cui una donna in stato di gravidanza e due bambini di 10 e 14 anni. Senza esito le ricerche condotte nella giornata del 22 agosto.

(Fonte: La Voz de Almeria, Europa Press Andalucia, sito web Alarm Phone, sito web Helena Maleno, sito web Javier Pajaron giornalista, sito web Eroesdelmar).

Tunisia-Libia (dipartimento di Zarzis), 22-23 agosto 2020

Sei corpi senza vita di giovani migranti subsahariani sono affiorati tra sabato 22 e domenica 23 sul litorale del dipartimento di Zarzis, in Tunisia. I primi 2 sono stati recuperati sabato da una squadra della Protezione Civile: uno sulla spiaggia di Uqla e il secondo su quella di Lamsa, dove erano arrivati spinti dalle onde. Una terza salma è stata trovata sulla spiaggia di Hassi Jerbi. Altre tre, infine, sono state individuate nelle ore successive. A giudicare dallo stato di conservazione, devono essere rimaste in acqua per più giorni: non è stato possibile identificarle, ma ne è stato prelevato il Dna e la magistratura locale ne ha disposto l’autopsia. Secondo la polizia, appartengono a migranti annegati nel “naufragio fantasma” di una barca diretta verso l’Italia. Il ritrovamento è, con ogni probabilità, la conferma della denuncia fatta da un giovane egiziano salvato da un pescatore libico e fatto sbarcare a Jansour, poco a ovest di Tripoli, dove è stato preso in consegna dalla polizia e rinchiuso in un centro di detenzione, nonostante avesse numerose, gravi ustioni in più parti del corpo, provocate dall’immersione prolungata in una miscela di benzina e acqua salata a bordo della barca stessa. Da Jansour il giovane è riuscito a contattare Alarm Phone, riferendo di essere forse l’unico superstite di un naufragio avvenuto il 16 agosto. Secondo il suo racconto, sono partiti in almeno 40, la notte del 15 agosto: tunisini, egiziani, gambiani e guineiani. La barca, in pessime condizioni, ha navigato solo per poco più di quattro ore. Verso le cinque del mattino è andata a fondo rapidamente, non lontano dalla costa sudorientale tunisina. Lui si è salvato aggrappandosi a una tanica vuota. E’ rimasto in acqua fino al pomeriggio, quando è arrivato il piccolo peschereccio che lo ha salvato. Il pescatore ha anche perlustrato un po’ la zona alla ricerca di altri naufaghi, ma non ne ha trovato traccia. Tre giorni dopo, il primo dei 6 corpi senza vita è affiorato sulla costa di Zarzis. In base a questo racconto, dunque, risultano 6 morti accertati e, almeno 30 dispersi, verosimilmente 33.

Il rapporto Oim. Un rapporto pubblicato dall’Oim il 10 settembre ha segnalato che tra il 20 e il 28 agosto sno sttai recuperati sulla costa di Abukamash, tra Zuwara e il confine con la Tunisia, i corpi senza vita di 32 migranti subsahariani: sembra la conferma dei tre naufragi avvenuti tra il 15 e il 20 agosto (vedi anche note del 15-17 e 17-19 agosto) con decine di vittime e dispersi.

(Fonte: Quotidiano tunisino in arabo Shemsfm.net, rapporto Alarm Phone)

Grecia-Turchia (isola di Halki, Dodecaneso), 25-26 agosto 2020

Due profughi dispersi, padre e figlio, la notte tra il 25 e il 26 agosto, durante le operazioni di soccorso a uno yacht con a bordo circa 100 migranti partito dal sud ovest della Turchia. Il battello puntava probabilmente verso Rodi. Era a una ventina di miglia dall’isola disabitata di Halki, la più piccola del Dodecaneso, 4 miglia a sud ovest di Rodi, quando lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua ed è affondato rapidamente. La richiesta di aiuto è stata intercettata dalla centrale operativa Mrcc greca, che ha mobilitato per le ricerche due elicotteri, una nave della marina, 5 motovedette e almeno tre cargo presenti nella zona. A queste si sono aggiunte alcune unità della Guardia Costiera turca, che hanno però operato autonomamente, al di fuori del coordinamento greco. Sono stati tratti in salvo complessivamente 96 naufraghi: 77 dalla marina greca (72 sbarcati a Rodi e 5 a Karpathos) e 19 dal cargo maltese Alexandra, che li ha poi trasferiti su una motovedetta turca. Una volta a terra, una famiglia ha segnalato che mancavano due dei suoi componenti, un uomo e suo figlio bambino, non reperibili in nessuno dei tre gruppi di superstiti. Atene ha accusato la Guardia Costiera di Ankara di aver di fatto ostacolato le operaizoni di soccorso, in particolare il pattugliamento di uno degli elicotteri. Tra i profughi riportati in Anatolia ci sarebbe anche un oppositore del regime di Erdogan, che stava cercando di fuggire dallaTurchia.

(Fonti: Associated Press, Ekathimerini, Ana Mpa, Anadolu Agency) 

Spagna (Melilla), 26 agosto 2020

Un migrante maghrebino minorenne è annegato nel porto di Melilla cadendo dalla nave dove stava cercando di imbarcarsi di nascosto per raggiungere la Penisola Iberica. Con lui erano alcuni coetanei: in tutto, a quanto pare, almeno tre o quattro dei tanti che stazionano nella zona del porto commerciale per cercare di procurarsi un imbarco. La nave su cui volevano salire era ormeggiata al molo Ribera II e doveva partire per l’Andalusia di lì a poche ore. Il ragazzo ha tentato di salire a bordo verso le 22,30, quando era ormai buio, arrampicandosi lungo una delle cime di ormeggio: era già molto in alto quando ha perso la presa ed è precipitato in acqua. L’allarme è scattato quasi subito. Una squadra di sommozzatori della Guardia Civil lo ha indiviuato non lontano dallo scafo, ma era già troppo tardi. Sul corpo sono state trovate delle contusioni: forse, precipitando, il ragazzo ha urtato qualcosa ed ha perso i sensi, annegando in pochi minuti. La salma è stata trasferita all’obitorio poer l’autopsia. Non si è riusciti a rintracciare i compagni della vittima.

(Fonte: El Faro de Melilla, Nadorcity.com)

Libia (Surman), 26 agosto 2020

La Mezzaluna Rossa ha sepolto il cadavere di un migrante subsahariano sconosciuto affiorato sul litorale di Surman, circa 20 chilometri a ovest di Zawiya. Lo ha comunicato il sito web Migrant Rescue Watch il 26 agosto, precisando che il ritrovamento risale alla seconda metà di maggio ma che la Procura locale ha atteso più di tre mesi prima di concedere il nulla osta per l’inumazione, in modo da espletare tutte le procedure per arrivare eventualmente all’identificazione e alla provenienza della vittima oltre che alle circostanze della morte. Sempre la Mezzaluna Rossa si è occupata a suo tempo del recupero della salma, trasferendola all’obitorio dell’ospedale di Surman, dove è rimasta per tutto questo periodo.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)  

Libia (Surman, Zawiya), 28 agosto 2020

Trovato il cadavere di un migrante subsahariano sulla costa di Surman, nei pressi di Zawiya, a ovest di Tripoli. Avvistato da alcuni abitanti del posto, è stato recuperato dalla una squadra della Mezzaluna Rossa, che lo ha trasferito nell’obitorio locale. A giudicare dallo stato di conservazione, doveva e in mare da giorni. Tra il 20 e il 28 agosto altri 32 cadaveri sono stati trovati sul litorale libico a ovest di Tripoli, ad Abu Hammash, poco lontano dal confine tunisino, provenienti verosimilmente dai naufragi avvenuti nel tratto di mare tra Zuwara e la Tunisia a metà agosto. La grande distanza tra Zawiya e Abu Hammash, oltre 110 chilometri, sembra tuttavia portare ad escludere che la salma spinta dal mare a Surman sia ricollegabile a quelle tragedie. Non sono stati trovati elementi utili per l’idetificazione e la provenienza.

(Fonte: Rapporto Oim Libia 10 settembre)

Niger (Dirkou, Sahara), 28 agosto 2020

Quattro morti e due feriti in un incidente, in pieno deserto, a un pick up carico di migranti, a nord ovest di Dirkou, nel Niger settentrionale. L’automezzo, proveniente da sud, viaggiava lungo l’asse transahariano che conduce verso il confine con la Libia e il Ciad ed è una delle rotte più battute dai migranti che cercano di arrivare alla sponda sud del Mediterraneo dall’Africa Subsahariana e Occidentale. Era stata scelta, a quanto pare, una pista secondaria, meno sicura ma dove è meno probabile incontrare dei posti di blocco. A circa 90 chilometri da Dirkou, una delle tappe di questa “via della migrazione”, il pick up si è rovesciato, forse a causa della forte velocità e del fondo accidentato della pista. Per alcuni non c’è stato scampo. La richiesta di aiuto è arrivata alla centrale di soccorso di Alarm Phone Sahara. L’operatore di turno, Laouel Taher, ha chiesto la collaborazione di Medici Senza Frontiere ed avvertito il presidio dell’esercito. L’equipe giunta sul posto ha trovato 4 migranti ormai senza vita e 2 feriti in modo grave, trasferiti successivamente a Dirkou con una ambulanza militare. “I controlli di polizia sempre più rigidi lungo le vie della migrazione – ha rilevato la Ong Alarm Phone – rendono sempre più difficile e pericolosa la traversata del Sahara. E’ una procedura da rivedere e da abbandonare: va garantita la libertà di movimento per chi si sposta tra i paesi del Sahel e del Sahara”.

(Fonte: rapporto Alarm Phone Sahara

Libia-Italia (A sud Lampedusa, Sar maltese) 28-29 agosto 2020

Quattro morti su un gommone con oltre 130 migranti partito dalla Libia verso le coste italiane: uno è stato trovato a bordo al momento dei soccorsi e 3 si sono persi in mare. A dare l’allarme, diramando la richiesta di aiuto, è stato Moonbird, l’aereo da ricognizioner che collabora con la Ogn Sea Watch. Quando è stato avvistato, in acque della zona Sar maltese, a sud di Lampedusa, il battello era in evidente difficoltà: stracarico e impossibile da governare, stava imbarcando acqua e minacciava di affondare rapidamente. L’Sos è stato raccolto la mattina del giorno 28 agosto dalla nave umanitaria Louise Michel, una ex motovedetta militare veloce francese che poche ore prima aveva già tratto in salvo 89 profughi da un altro gommone semi affondato. Dato il numero di naufraghi, la Louise Michel ha chiesto a sua volta aiuto, inviando via radio una serie di my day e anche interessando direttamente le centrali operative Mrcc di Malta e di Roma, tra le 19 del giorno 28 e l’indomani mattina. In mancanza di risposte, il comandante ha deciso di prendere a bordo quanti più naufraghi possibile, anche a costo di paralizzare la nave. Già al momento dei primi soccorsi si è scoperto il cadavere di un giovane subsahariano, morto di disidratazione e di sfinimento: i compagni hanno riferito che aveva perso conoscenza alcune ore prima e non si era più riavuto, aggiungendo che in precedenza erano morti allo stesso modo altri tre giovani, il cui corpo è stato fatto scivolare fuoribiordo e si è poi perso in mare. Molto provati anche numerosi altri dei 130 naufraghi, quasi tutti disidratati e con gravi ustioni provocate dalla miscela di acqua salata e carburante che si è accumulata sul fondo del gommone. Nel pomeriggio del 29 agosto, il cvadavere e 49 dei naufraghi più vulnerabili, quasi tutti donne e bambini, sono stati trasferiti su una unità della Guardia Costiera italiana e portati in Sicilia.

(Fonte: siti web Louise Michel, Sea Watch, Alarm Phone ed Elena Caponnetto, Mediterraneo Cronaca, The Guardian, Il Gazzettino)

Italia (Praialonga, Crotone), 30 agosto 2020

Tre morti e uno disperso, al largo della costa di Crotone, nel naufragio di una barca con 21 profughi afghani causato da un incendio a bordo seguito da una disastrosa esplosione. Il battello, un’imbarcazione a vela da diporto munita anche di motore, è arrivato di fronte alla spiaggia di Sellia Marina, tra Catanzaro e Crotone, verso l’alba. Poco dopo è stato intercettato da una motovedetta della Guardia di Finanza, che lo ha bloccato, iniziando a scortarlo verso il porto di Crotone, dove era previsto che i profughi venissero sbarcati e avviati verso l’hub per migranti Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. Durante il tragitto, all’altezza di Praialonga, si è improvvisamente sviluppato nel sottoponte un violento incendio: non si sa se accidentalmente o provocato magari da uno dei sospetti scafisti. Sta di fatto che le fiamme hanno raggiunto in pochi istanti il serbatoio della benzina, che è esploso, distruggendo completamente il natante e scaraventando tutti in mare. I primi soccorsi sono arrivati dalla stessa motovedetta di scorta. Tre dei 21 migranti (una donna e due uomini) sono stati recuperati ormai senza vita. Di un quarto non si è trovata traccia. Probabilmente erano quelli più vicini al punto dell’esplosione. Cinque sono rimasti feriti: 2 in modo grave per profonde ustioni che ne hanno reso necessario il ricovero presso il centro grandi ustionati dell’ospedale di Catanzaro; gli altri tre sono stati condotti all’ospedale di Crotone. I 12 rimasti incolumi sono stati trasferiti al centro Sant’Anna come previsto. Feriti anche due finanzieri che erano saliti sul battello per controllare lo sbarco.

(Fonte: Ansa, Huffpost, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Spagna-Marocco (isole Chafarinas), 30 agosto-1settembre 2020

Una coppia di profughi curdosiriani è annegata tra le isole Chafarinas e Melilla, dopo essere stata scaraventata in mare dal trafficante che si era impegnato a condurla  da Nador all’enclave spagnola con una moto d’acqua. Lui, Kozal Ahmand, aveva 37 anni; lei, Mala Hussein Nassan, 28. L’allarme è scattato quando il corpo senza vita della donna è stato visto flottare tra le onde, circa 50 metri al largo di Isla del Rey, da una pattuglia del presidio militare spagnolo dell’arcipelago. La scoperta è stata presto ricollegata a una moto d’acqua che era stata vista passare in precedenza nella zona con tre persone a bordo e ritornare poco dopo con una sola. Nei giorni successivi il cadavere di un uomo è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di San Lorenze a Melilla. La vicenda è stata ricostruita in base alla testimonianza di Osman, il fratello maggiore di Kozal. Arrivati in Marocco, a Nador, Kozal e Mala intendevano chiedere asilo come profughi in Spagna. Volevano entrare a Melilla dalla frontiera di terra, che è però chiusa per la pandemia di coronavirus. Osman li ha invitati a pazientare e comunque a non tentare la traversata clandestina via mare. E’ prevalso il desiderio di trovare comunque rifugio in Europa e i due avrebbero così versato circa 2.000 euro a un trafficante per un “trasporto” con una moto d’acqua. Di sicuro non sono mai arrivati a Melilla. Appare scontato, anzi, che in quei giorni nessuna moto d’acqua con migranti a bordo sia approdata sulle spiagge dell’enclave spagnola. Si ipotizza, dunque, che il trafficante abbia costretto Ozan e Mala scendere in mare poco dopo aver superato le Chafarinas. Ma nessuno dei due sapeva nuotare e non hanno avuto scampo: sono entrambi annegati. Mala è stata identificata quasi subito grazie a una carta d’identità trovata sulla salma. Si è poi intuito che il cadavere affiorato sul litorale di San Lorenzo doveva essere quello di Kozal: la conferma è venuta da un esame odontotecnico.

(Fonte: El Pais del 14 settembre, El Faro de Melilla, sito web Helena Maleno, Nadorcity.com)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 1 settembre 2020

Un giovane migrante marocchino è annegato nel tentativo di attraversare il fiume Evros, nel tratto che segna il confine tra la Turchia e la Grecia. Si chiamava Mehdi Azzawi e veniva da Karrat Arkmane, una città con poco più di 5 mila abitanti della provincia di Nador, nel nord del paese. La notizia si è diffusa il primo settembre ma la morte risale a qualche giorno prima. Il giovane era partito da Arkmane verso l’inizio di agosto, insieme ad alcuni compagni, per cercare di arrivare in Europa. Le restrizioni e l’accresciuta sorveglianza nel Mediterraneo lo hanno indotto a tentare la via di terra, lungo la rotta balcanica: raggiunta la Turchia, ha puntato verso il confine greco. Da quel momento i familiari non hanno avuto più alcun contatto con lui. Il protrarsi di questo inusuale “silenzio” ha cominciato a far temere che fosse accaduto qualcosa di grave. La conferma è arrivata il primo settembre, quando alcuni dei compagni partiti con lui hanno avvertito che Medhi era morto mentre cercava di guadagnare la sponda greca dell’Evros. Non hanno specificato le circostanze precise.

(Fonte: Nadorcity.com)

Marocco (Nador), 1-2 settembre 2020

Un giovane migrante marocchino è annegato in un naufragio avvenuto a breve distanza dalla costa di Nador la notte tra il primo e il due settembre. Si chiamava Ibrahim, aveva 23 anni e veniva da Casablanca, dove lavorava in un negozio di barbiere. Il giovane – secondo quanto hanno riferito i genitori – non aveva mai manifestato in famiglia la volontà di lasciare il Marocco per raggoungere l’Europa. Aveva lasciato Casablanca una decina di giorni prima della tragedia, dicendo a casa che intendeva recarsi con alcuni amici nella zona di Tetouan, nel Rif, per una breve vacanza alle pendici del Jebel Dersa o sulla vicina costa, una delle più belle e intatte del Marocco. In realtà aveva preso accordi con due amici e un cugino per tentare di attraversare lo Stretto e raggiungere l’Andalusia partendo da Nador. Non ha detto nulla alla madre neanche poco prima della partenza, avvenuta nella tarda serata di martedì primo settembre, quando c’è stato l’ultimo contatto con la famiglia. La barca è naufragata, capovolgendosi, al largo della spiaggia di Bukana. Al naufragio ha assistito un agente di un istituto di sicurezza privato, che ha gettato in mare alcuni galleggianti per aiutare i naufraghi. Ibrahim però non è più riaffiorato. A riferire la notizia della sua morte ai familiari sono stati i suoi stessi amici, che nella giornata di mercoledì 2 settembre sono rientrati a Casablanca. Le ricerche della salma, condotte anche da una squadra di sommozzatori della gendarmeria, non hanno dato alcun esito. E’ stata aperta un’inchiesta per verifivcare se ci siano sati altri dispersi.

(Fonte: Nadorcity del 7 settembre, due edizioni e filmato delle ricerche)

Libia-Italia (Sabratha-Pozzallo), 2 settembre 2020

Risultano dispersi in mare tre dei 21 migranti partiti dalla Libia su un barchino negli ultimi giorni di agosto. Il battello, salpato dalla costa di Sabratha, a ovest di Tripoli, è rimasto a lungo alla deriva, fino a quando ha cominciato ad affondare, poche miglia a sud della piattaforma petrolifera di Sabratha. A bordo c’erano 17 uomini, due donne e due bambini. La Asso 29, una delle navi a servizio della piattaforma, è arrivata sul posto quando lo scafo si era ormai rovesciato. I naufraghi erano tutti in acqua, molti aggrappati al relitto per cercare di tenersi a galla. Ne sono stati tratti in salvo 18: 15 uomini, una donna e i due bambini. Condotti a Pozzallo, appena sono arrivati, la mattina del  settembre, i superstiti hanno subito riferito ad alcuni operatori della Ong Mediterranea che tre loro compagni, tra cui una ragazza del Benin, erano stati trascinati via dalle onde e se ne erano perse le tracce. Ovviamente ne avevano già segnalato la scomparsa all’equipaggio della Asso 29, ma le ricerche non hanno avuto esito e i tre sono da considerarsi dispersi.

(Fonte: Virgilio.it, Redattore Sociale, Nuovo Sud, La Difesa del Popolo, Il Sicilia, sito web Sea Watch)

Malta (Centro detenzione di Hal Far), 2 settembre 2020

Un giovane sudanese è morto a Malta nel tentativo di fuggire dal centro di detenzione di Hal Far, uno dei più grandi dell’isola, dove sono alloggiati quasi mille migranti, in gran parte africani, e dove le misure di sorveglianza sono state intensificate in seguito alle restrizioni decise per la pandemia di coronavirus. Il giovane sudanese vi era stato rinchiuso subito dopo lo sbarco. E’ probabile che una volta lasciato il centro pensasse di poter proseguire la fuga verso l’Italia o un altro paese europeo, come hanno cercato di fare altri migranti, procurandosi documenti falsi. Sta di fatto che intorno alle 5 del 2 settembre, quando era ancora buio, si è arrampicato sulla recinzione del campo, per passare dall’altra parte, ma deve aver perso la presa ed è caduto da un’altezza di almeno tre metri, rimanendo esanime al suolo. I primi soccorsi gli sono arrivati dal personale medico della struttura, che lo ha subito fatto trasferire con un’ambulanza all’ospedale di La Valletta, dove ha cessato di vivere verso le 11,30.

(Fonte: Malta Today)

Libia (Sabratha), 3-4 settembre 2020

I cadaveri di due migranti subsahariani sono stati trascinati dal mare sul litorale di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Ad avvistarli, nel tardo pomeriggio del 3 settembre, sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la polizia e la Mezzaluna Rossa. Durante la notte, una squadra di operatori sanitari della stessa Mezzaluna Rossa li ha recuperati, trasferendoli all’obitorio dell’ospedale per le indagini. In base allo stato di conservazione, sarebbero rimasti in acqua per alcuni giorni. Se ne ignora la provenienza: né la Guardia Costiera né la polizia libiche hanno fornito informazioni in proposito. Tra i volontari di varie Ong, tuttavia, già prima del ritrovamento circolava la “voce” di un ennesimo naufragio fantasma: una barca con circa 20 persone scomparsa dal 28 agosto, dopo essere salpata, appunto, dalla costa di Sabratha. Sette naufraghi sarebbero stati tratti in salvo da un pescatore, che li avrebbe poi sbarcati nei pressi di Sabratha, mentre degli altri 13 non sarebbe stata trovata traccia. Né le autorità libiche né l’Oim di Tripoli hanno confermato la notizia nei giorni immediatamente successivi al 28 agosto, ma questi due cadaveri sembrano darle credito. In mancanza di riscontri, il “bilancio di morte” ufficiale resta di 2 vittime, ma alcune Ong hanno avviato una serie di accertamenti e verifiche per trovare eventuali conferme del naufragio del giorno 28. In ogni caso, le distanze dei luoghi e dei tempi inducono ad escludere che le due salme possano essere collegate ai naufragi di metà agosto, avvenuti nella zona di mare tra Zuwara e la Tunisia.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Italia (Siculiana, Agrigento), 3-4 settembre 2020

Un profugo eritreo di vent’anni, Anwar Said, è morto investito da un’auto durante la fuga da Villa Sikania, un ex hotel di Siculiana, in provincia di Agrigento, adattato ad hub per migranti. Arrivato nella struttura l’undici agosto da Lampedusa, dove era sbarcato il primo del mese, il ragazzo contava verosimilmente di poter lasciare in qualche modo la Sicilia per raggiungere la Germania (dove vive lo zio paterno mentre il padre, Said, si è trasferito da anni in Arabia), sottraendosi alle procedure per la richiesta di asilo in Italia, peraltro mai avviate dalle autorità italiane dopo il suo arrivo a Siculiana. La fuga è maturata al termine di una giornata molto movimentata nel complesso di Villa Sikania, dove numeriosi ospiti hanno organizzato una protesta per chiedere di essere lasciati andare, dopo aver terminato il periodo di quarantena per la pandemia di coronavirus. Almeno una ventina, nel pomeriggio, si sono anche arrampicati sul tetto, per richiamare di più l’attenzione. In serata la situazione sembrava tornata sotto controllo, ma durante la notte Anwar e un altro migrante sono riusciti a dileguarsi e a raggiungere la statale 115 che passa proprio accanto al centro. Alcuni agenti di polizia, presenti sul posto fin dai primi momenti della protesta, li hanno inseguiti per cercare di bloccarli. Su tutti, lungo la statale, a breve distanza da Villa Sikania, è piombata in piena velocità un’auto condotta da un abitante del posto, che ha falciato il ragazzo eritreo, uccidendolo all’istante. Gravemente feriti anche tre dei poliziotti che avevano appena raggiunto Anwar. Molto dura la presa di posizione del sindacato di polizia Silp Cgil: “Da tempo denunciamo l’inadeguatezza del centro di accogliernza di Siculiana e ne chiediamo la chiusura: quella di ieri è la morte annunciata di un ragazzo, che verosimilmente non era pericoloso, in un incidente in cui sono rimasti gravemente feriti anche tre poliziotti. Il centro Sikania, il cui ingrersso affaccia direttamnente sulla statale 115, non è adatto all’attuale uso: un hub che oggi, in piena era Covid, pur mantenendo le sue funzioni per il transito per migranti in vista del ricollocamento, è anche un centro di isolamento e osservazione sanitaria”. L’automobilista investitore è stato arrestato per omicidio stradale.

(Fonte: Ansa, Repubblica, Il Messaggero, Agrigentonotizie, Mediterraneo Cronaca, Huffpost)

Grecia-Italia (Patrasso-Ancona), 5-6 settembre 2020

Un profugo afghano ventiquattrenne è stato trovato morto nella stiva di un traghetto proveniente dalla Grecia ed approdato nel porto di Ancona. La nave, la Cruise Europe della Minoanline, è partita da Patrasso nella serata di sabato 5 settembre ed è arrivata ad Ancona verso le 17 di domenica 6, dopo aver fatto sosta, in Grecia, anche ad Igoumenitsa. Il giovane deve essere salito a bordo a Patrasso, nascosto su uno dei camion stivati nel garage principale del ferry, che durante la navigazione viene chiuso e dove la temperatura può raggiungere anche i 50 gradi. Proprio questa si ritiene sia stata la causa della morte: disidratazione e asfissia, senza la possibilità di chiedere aiuto. Il corpo esanime è stato trovato al momento dello sbarco, al molo numero 11: era sotto un camion, probabilmente lo stesso a cui il giovane profugo si era aggrappato per salire sul traghetto. Dopo i primi accertamenti sul posto, condotti dalla polizia di frontiera, la salma è stata trasferita all’obitorio per l’autopsia.

(Fonte: Rai News, Adn Kronos, Agenzia Ansa)

Marocco-Spagna (Ceuta), 7 settembre 2020

Il cadavere di un giovane migrante marocchino è affiorato a Ceuta, nelle prime ore del mattino, di fronte alla spiaggia di Restinga, a breve distanza dalla linea di confine con il Marocco. Grazie alle testimonianze di alcuni conoscenti è stato possibile identificarlo: aveva 17 anni e veniva da Fnideq, una città della provincia di Tetouan, nel Rif. E’ annegato nel tentativo di arrivare a nuoto fino all’enclave spagnola, eludendo i controlli alla frontiera. Raggiunta domenica 6 la zona di Castillejos, dove passa il confine, ha aspettato il buio per entrare in mare e nuotare fino a una spiaggia di Ceuta. Come fanno in genere i migranti che tentano questa via di fuga, deve essersi spinto abbastanza al largo per non essere notato e proprio questo probabilmente gli è stato fatale: l’onda di marea gli ha impedito di guadagnare la costa, fino a che le forze lo hanno abbandonato. Nelle ore successive la corrente ne ha trascinato a terra il corpo ormai senza vita.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Spagna (Tenerife, Canarie), 8 settembre 2020

Un migrante è morto prima che arrivassero i soccorsi su un cayuco carico di migranti diretto verso le Canarie; un altro si è spento nell’ospedale di Tenerife dove era stato ricoverato in gravi condizioni, insieme ad altri tre, subito dopo lo sbarco; il terzo ha resistito due settimane ma le cure dei medici non sono valse a salvarlo. Il battello, salpato dal Sahara Occidentale, è rimasto per giorni alla deriva. A bordo erano in 59, tra cui due donne e un ragazzo minorenne. L’allarme è stato lanciato da una barca da diporto, che ha avvistato il cayuco a circa 5 miglia di distanza da Playa Varadero. Poco dopo, un secondo Sos è stato diramato da un’altra barca privata. Ne è seguita una rapida operazione di soccorso ad opera del Salvamento Maritimo: uno degli elicotteri di base sull’isola, Helimer 202, ha localizzato con precisione il cayuco, convogliando sul posto la salvamar Alpheratz, che ha recuperato i 58 superstiti e il corpo ormai senza vita del loro compagno. Contemporaneamente sul molo Los Cristianos, scelto per lo sbarco, è stato organizzato un servizio di assistenza medica a cura della Croce Rossa, che si è presa cura dei 4 naufraghi più provati dalla lunga permanenza in mare, trasferendoli all’ospedale. Due di loro non ce l’hanno fatta: è morto la mattina del giorno 10 settembre senza riprendere conoscenza; ilseocndo dopo circa due settimane, il 22 settembre.

(Fonte: El Diario, La Provincia, siti web Helena Maleno e Txema Santana)

Turchia-Grecia (isola di Amorgos, Cicladi), 9 settembre 2020

Risulta disperso un profugo caduto in mare da uno yacht con a bordo oltre 150 migranti nell’Egeo. Il battello era partito dalla Turchia puntando verosimilmente verso l’Italia: la nuova rotta proposta dai trafficanti, con scafi di medie e grandi dimensioni, per eludere quella più breve e agevole, ma ormai sorvegliatissima, verso le più vicine isole egee. Le condizioni meteo non erano buone. Al largo dell’isola di Amorgos, la più vicina delle Cicladi al Dodecaneso, lo yacth si è trovato in difficoltà a causa di un vento fortissimo, superiore a forza 8, e non è stato più in grado di essere governato. I soccorsi sono arrivati da un cargo con bandiera di Antigua diretto in Turchia. La tragedia si è compiuta proprio durante le operazioni di recupero: l’uomo è caduto in mare e ha cercato di nuotare per tenersi a galla, ma le onde lo hanno trascinato lontano ed è in breve sparito alla vista. Tutti in salvo gli altri 151 profughi che erano sullo yacth. Avvertita dal comandante del cargo, la Guardia Costiera greca ha condotto le ricerche del disperso per l’intera giornata, con l’intervento di un elicottero militare e di alcune motovedette e lanciando l’allerta alle navi in transito nella zona. I naufraghi sono stati sbarcati in Turchia.

(Fonte: Ana Mpa, Associated Press, Ekathimerini)  

Marocco-Spagna (Isole Chafarinas), 9-10 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante sconosciuto è stato recuperato da una unità del Salvamento Maritimo, partita da Melilla, nelle acque dell’arcipelago delle Chafarinas che, distanti dalla costa marocchina appena due miglia, sono spesso la meta di gruppi di migranti che cercano di raggiungere il territorio spagnolo, anche se tutte le isole sono disabitate, tranne un presidio dell’esercito. Sulla salma, trasferita nell’obitorio di Melilla, non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione: si sa solo che, a giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in acqua già da qualche giorno. Ignote anche le circostanze della morte. Circa dieci giorni prima, un altro migrante, in questo caso subsahariano, era stato recuperato dalla salvamar El Puntal sull’isola Isabella II.

(Fonte: sito web Helena Maleno, El Fari de Melilla)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 10 settembre 2020

Un migrante è scomparso in mare nello Stretto di Gibilterra. L’uomo era, insieme a tre compagni, su un gommone Zodiac che, partito dalla costa di Tangeri puntando verso l’Andalusia, si è rovesciato al largo  di Cadice. La motovedetta della Marina Imperiale giunta sul posto per i soccorsi, è riuscita a trarre in salvo gli altri tre naufraghi ma di lui non ha trovato traccia. Senza esito anche le ricerche condotte successivamente nella zona. I superstiti sarebbero stati sbarcati a Tangeri.

(Fonte: sito web Helena Maleno)

Serbia (Banja Koviljaca, confine della Drina con la Bosnia), 11 settembre 2020

Undici profughi sono morti tra la fine di agosto e il tre settembre, in circostanze diverse, nel tentativo di attraversare a nuoto la Drina, che segna il confine tra la Bosnia e la Serbia. La tragedia è venuta alla luce l’undici settembre grazie a un servizio della televisione di stato su quanto accade a Banja Koviljaca, una piccola città di frontiera sulla sponda serba del fiume. Ne ha parlato, in particolare, l’avvocato Milica Svabic, che si occupa dei problemi dei migranti: “In questo punto del confine – ha detto – ci sono continui respingimenti operati dalla polizia bosniaca nei confronti dei profughi. Quando i rifugiati cercano di passare la Drina dalla Serbia, usando piccole barche o canotti pneumatici, gli agenti di frontiera li bloccano, sequestrano le barche e li costringono a ritornare a nuoto in Serbia, sotto la minaccia delle armi e scatenando contro di loro i cani poliziotto. Nessuno ne parla, ma accade sempre più spesso. Due settimane fa si sono rivolti a noi quattrio ragazzi. Erano in un gruppo di sei. Sono stati costretti tutti a riattraversare il fiume a nuoto, ma solo quattro ci sono riusciti, perdendo ogni traccia degli altri due. Abbiamo subito preso contatto con le autorità sia serbe che bosniache. E’ venuto fuori così che nell’arco di appena cinque giorni erano stati trovati ben 7 corpi senza vita nel fiume, tutti profughi annegati nel tentativo di attraversarlo. Non solo. Lo stesso giorno in cui abbiamo saputo di queste 7 vittime, il 3 settembre, andando a Banja Koviljaca, abbiamo appreso che altri 4 profughi, provenienti dalla Siria e dall’Iraq, erano annegati pochi giorni prima. Facevano parte di un gruppo di 9 rifugiati respinti mentre tentavano di entrare in Bosnia e costretti dalla polizia ad attraversare a nuoto la Drina: solo cinque di loro ce l’hanno fatta ad arrivare fino alla sponda serba e a mettersi in salvo”.

(Fonte: Klikaktiv Journal, European Council of Refugees and Exiles)

Marocco-Spagna (Ceuta), 13 settembre 2020

Non si hanno più notizie di un giovane marocchino, Fouad El Youssfi, che ha tentato di raggiungere il territorio di Ceuta a nuoto. La denuncia della sua scomparsa è stata fatta dopo quasi dieci giorni dal cugino Mohammed, che ha interessato anche i giornali dell’enclave spagnola. “Rimasto senza lavoro, con 7 figli a carico – ha  detto Mohammed – Fouad ha deciso di entrare in qualche modo a Ceuta per proseguire poi verso la Penisola Iberica e l’Europa. E’ entrato in mare prima dell’alba di sabato 5 settembre. Da allora non abbiamo più saputo nulla di lui”. Tra il 4 e il 5 settembre numerosi giovani marocchini hanno tentato di passare via mare la linea di frontiera nella zona di Castillejos. Molti sono stati intercettati dalla polizia marocchina ma diversi altri sono riusciti a passare. Partendo da quella spiaggia i migranti nuotano fino al largo per non farsi intercettare e poi cercano di guadagnare progressivamente la riva. E’ una traversata pericolosa, ostacolata da forti correnti. Così deve aver fatto anche Fouad ma lui non risulta né tra quelli bloccati prima della frontiera, né tra quelli arrivati: non è tra i migranti condotti in ospedale e non figura, tantomeno, tra quelli posti in stato di fermo dalla polizia spagnola. Nessun contatto, inoltre, con la famiglia che, dopo quasi dieci giorni, ha deciso di rivolgersi alle autorità sia spagnole che marocchine per le ricerche. “Sua moglie e sua madre sono disperate: se fosse riuscito ad arrivare sicuramente avrebbe inviato sue notizie”: ha dichiarato Mohammed alla redazione de El Faro De Ceuta.

(Fonte: El Faro de Ceuta).

Grecia (isola di Creta), 14 settembre 2020

Quattro morti (due donne e due bambini di 6 e 7 anni) e 14 dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti al largo di Creta, non lontano anche da Scarpanto, l’isola più occidentale del Dodecaneso. Il battello, verosimilmente un vecchio yatch, navigava verso ovest, lungo la rotta Rodi-Creta. Era salpato da Antalya, in Turchia, secondo la nuova rotta verso l’Italia, percorsa da barche di medie e grandi dimensioni, dopo che la via diretta per le Isole Egee è diventata molto più difficle a causa dei respingimenti sistematici e spesso violenti operati dalla Guardia Costiera greca. Durante la navigazione si è imbattuto in condizioni meteomarine molto difficili, con venti avversi fortissimi. L’allarme è stato lanciato quando era a circa 16 miglia (una ventina di chilometri) a sud-est di Creta: qualcuno da bordo ha contattato la centrale operativa Mrcc greca, segnalando che la barca aveva perso l’assetto e rischiava di rovesciarsi. Poi, più nulla. Sono scattate subito le operazioni di ricerca, allertando anche le navi in transito nella zona e mobilitando un elicottero e quattro unità della Marina militare e della Guardia Costiera. Quando, verso sera, i soccorritori sono giunti sul posto, la barca era già affondata: in mare c’erano solo naufraghi e qualche rottame. Un cargo commerciale ha recuperato una trentina di persone. Altre 26 sono state tratte in salvo dalle motovedette e un’altra, il cinquantasettesimo superstite, alcune ore dopo, prima dell’alba di martedì 15 settembre, sempre dalla Guardia Costiera, che ha recuperato anche le prime tre salme (una donna e i due bambini). Le ricerche condotte nella giornata di mercoledì hanno portato al ritrovamento della quarta salma. Fin dall’inizio si è intuito che dovevano essersi dei dispersi, ma i superstiti non hanno saputo specificare subito con esattezza quanti migranti erano saliti a bordo alla partenza. In base alle dichiarazioni successive e a fonti riferibili alle autorità portuali che hanno accolto i sopravvissuti a terra (riportate dal sito Aegean Boat Report) è poi emerso che lo yatch era partito da Antalya con 75 persone. Oltre ai 4 morti, dunque, sono da calcolare 14 dispersi, per un totale di 18 vittime. I superstiti sono stati sbarcati 9 a Sitia (Creta), 4 a Rodi e gli altri a Scarpanto.

(Fonte: Associated Press, Agenzia Ana Mpa, Ekathimerini, Il Fatto Quotidiano, Anadolu Agency, Aegean Boat Report, Al Jazeera)

Libia-Italia (Tripoli), 14-15 settembre 2020

Almeno 24 vittime (2 morti e 22 dispersi) nel naufragio di una barca di migranti al largo della costa libica, fra Tripoli e Zawiya. La notizia è stata diffusa dall’ufficio Oim di Tripoli la mattina di martedì 15 settembre, ma la tragedia si è compiuta nella serata del giorno prima. Fino al pomeriggio del 15 silenzio totale da parte della Guardia Costiera libica, che pure ha operato sul posto. Il battello affondato è uno dei tre pariti da Zawiya e intercettati lunedì 14 dalla Ras Jadar, una delle motovedette cedute dall’Italia a Tripoli. Il naufragio sarebbe avvenuto proprio durante o poco prima delle operazioni di recupero: la barca, sovraccarica e quasi ingovernabile, si è rovesciata, scaraventando tutti in acqua. La Ras Jadar ha individuato e preso a bordo 2 naufraghi, unendoli ai 43 che erano sulle altre due barche. Poco dopo sono stati trovati due corpi senza vita. Il bilancio di morte è però molto più pesante: i superstiti hanno subito avvisato che mancavano almeno 22 compagni, dati ormai per dispersi. Dalle autorità libiche non sono stati fatti filtrare altri particolari. I 45 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli e da qui trasferiti nel centro di detenzione di Zawiya: 23 egiziani, 20 marocchini, 1 sudanese e 1 gambiano. Tutti uomini.

(Fonte: Associated Press, The New York Times, Al Arabiya, Daily Sabah, Washington Post, sito web Oim Libya, sito web Safa Msheli, Migrant Rescue Watch)

Bosnia (Cazin, confine con la Croazia), 15 settembre

Il corpo senza vita di un profugo pakistano è stato trovato nei pressi di Cazin, in Bosnia, lungo la strada che conduce verso il vicino confine con la Croazia. Come ha riferito Ale Siljdevic, portavoce del ministero dell’interno, è il nono migrante morto in circostanze simili in Bosnia dall’inizio dell’anno. In questo caso, il cadavere è stato notato da qualcuno che, verso le otto di sera, ha telefonato alla polizia, senza rivelare la sua identità. Poco dopo una squadra di agenti, giunta sul posto, ha avuto conferma che la segnalazione era fondata. “Il corpo – ha dichiarato Ale Siljdevic – era adagiato su una barella improvvisata, sotto una vecchia coperta, al margine della carreggiata. Una carta d’identità trovata in una tasca, rilasciata da un campo migranti situato in Macedonia, ha confermato che si trattava di un rifugiato: un uomo di 40 anni proveniente dal Pakistan”. Sembra scontato che facesse parte di un gruppo che puntava ad attraversare il confine con la Croazia. Evidentemente stava male, tanto da essere trasportato in barella. Poi, quando si sono accorti che era morto, i compagni devono averlo lasciato lungo la strada. La salma è stata trasportata all’obitorio dell’ospedale cantonale di Bihac per l’autopsia. Da notare che degli 8 rifugiati morti dall’inizio dell’anno in Bosnia citati dal portavoce del ministero in aggiunta al caso di Cazin, in questo dossier ne figurano registrati soltanto 4: uno a Sarajevo il 3 maggio, un altro a Velika Kladisca il 12 maggio e due a Covin il 29 maggio. Oltre al profugo pakistano trovato il 15 settembre, dunque, ne vanno aggiunti altri 4.

(Fonte: Nezavisne.com)

Italia (Catania), 15 settembre 2020

Un profugo somalo di appena 15 anni, Abdallah Said, è morto di sfinimento e disidratazione all’ospedal Cannizzaro di Catania dove era stato trasferito d’urgenza dalla nave quarantena Azzurra diretta verso la rada di Augusta. Il ragazzo era su una barca partita dalla Libia e intercettata da una delle navi Ong nei primi giorni di settembre: voleva raggiungere l’Italia dove vivono da tempo un fratello e un cugino. Sbarcato a Lampedusa dopo una lunga attesa a bordo della nave umanitaria bloccata al largo prima di ricevere il nulla osta per l’approdo, era stato assegnato alla nave quarantena Azzurra, nonostante il suo stato di deperimento dovesse apparire evidente. Uno dei medici dell’equipe della Croce Rossa in servizio su questa unità ha subito constatato che era in condizioni molto gravi, tanto da chiederne il ricovero  urgente: forte denutrizione, sfinimento fisico e debilitazione, probabile forte disidratazione, uniti anche a una pregressa tbc e a problemi psichici. Il tutto, presumibilmente, dovuto a un lungo, pesantissimo periodo di prigionia in Libia prima della partenza. Trasferito all’ospedale Cannizzaro di Catania, le cure non sono valse a salvarlo: è morto alcuni giorni dopo il ricovero. Nel frattempo, il fratello e il cugino, che sapevano della sua partenza dalla Libia con un gommone, avevano cominciato a cercarlo: lo hanno trovato, tramite la Croce Rossa, solo quando ormai non c’era più nulla da fare. I familiari hanno chiesto alla magistratura di aprire un’inchiesta.

(Fonti: sito web Sara Creta, testimonianza operatore Croce Rossa)    

Libano-Cipro (al largo di Beirut-Tripoli), 14-17 settembre

Quattordici morti su una barca di legno carica di migranti rimasta alla deriva per circa otto giorni tra il Libano e l’isola di Cipro. Subito dopo i soccorsi, arrivati nella giornata di lunedì 14 settembre da una nave militare della missione Unifil, si è parlato di una vittima e 36 superstiti: 25 siriani, 8 libanesi e 3 di nazionalità sconosciuta. Le dichiarazioni dei familiari di alcuni dei profughi che erano a bordo  hanno però evidenziato che, al momento della partenza (come ha ricostruito Asia News), a bordo erano in 50 e che le vittime sono dunque 14. Preziose, in particolare, le notizie fornite al Cyprus Mail, tra il 16 e il 17 settembre, da Suad Mohammad, 27 anni, che ha perso il marito, Shady Ramadam, un siriano trentacinquenne profugo in Libano; di Khaldoun Mohammad, 54 anni, libanese, che ha perso il figlio Mohammad Mohammad, di 27 anni; e di Ziad al Bira, parente di Khaldoun Mohammad, che era sulla barca. Il battello, un vecchio scafo da pesca, è partito da Al Miniyeh, sulla costa libanese, a 10 chilometri da Tripoli, la notte di domenica 6 settembre. Durante la navigazione hanno perso la rotta e si sono persi in mare, senza poter dare l’allarme e chiedere aiuto: non avevano un cellulare satellitare con cui comunicare e nessuno di loro sapeva pilotare una barca. Sono così rimasti alla deriva fino al lunedì della settimana successiva, 14 settembre, quando la barca è stata avvistata casualmente e soccorsa dalla nave Unifil, che ha subito segnalato l’emergenza, comunicando di aver trovato un cadavere a bordo e facendo trasferire i superstiti a Beirut, dove alcuni, in condizioni gravi di sfinimento e disidratazione, sono stati ricoverati presso il centro medico dlla Croce Rossa e dell’Unhcr.

Il racconto dei superstiti

La realtà della tragedia è emersa nelle ore successive. L’ha ricostruita nei particolari soprattutto Ziad al Bira. “Avevamo una piccola scorta di acqua, cibo e latte per i bambini – ha riferito ai cronisti del Cyprus Mail – ma è finito tutto in breve tempo. Anche la benzina. Non avevamo alcuna guida né la possibilità di comunicare. Siamo rimasti per giorni in balia del mare. Immobili. E alcuni di noi hanno cominciato a morire. Per primi due bambini, il 10 settembre, senza poter fare nulla per aiutarli. Abbiamo fatto scivolare in acqua i loro corpi. Dopo la morte di quei due piccoli, Shady Ramam ha deciso di provare a raggiungere Cipro a nuoto, per cercare aiuto. Non lo abbiamo più rivisto. Dopo di lui ha tentato di fare lo stesso Mohammad Mohammad, il figlio di Khaldoun: si è allontanato a nuoto e anche di lui e non abbiamo saputo più nulla. Poi, finalmente, dopo almeno 8 giorni, è arrivata la nave che ci ha salvato”. Nel frattempo, però, altre persone erano morte di sete e di stenti: anche i loro corpi sono stati affidati al mare. Zeinab Al Qak, la madre di uno dei due piccoli morti il 10 settembre, ha tenuto per due giorni il corpicino ta le braccia prima di decidersi a lasciarlo andare, sotto gli occhi della sorellina di 10 anni, che è sopravvissuta.  “Ramadam, mio marito – ha raccontato Suad Mohammad – è partito perché qui in Libano non ce la facevamo più. Ha fatto di tutto per guadagnare qualcosa. Negli ultimi tempi si è messo a vendere gelati con un carrettino ma guadagnava appena 20 mila pounds libanesi al giorno quando una busta di pannolini ne costa 33 mila di pounds. Allora ha deciso di tentare di arrivare in Europa, pensando poi di chiamare anche me i i nostri bambini. E invece è morto in mare. Spero che almeno mi aiutino a ritrovare il suo corpo…”.

I corpi recuperati e i trafficanti

Il 18 settembre la Marina militare libanese ha recuperato il corpo di una delle vittime, portato dal mare sulla costa di Saadiyat, nei sobborghi di Beirut. Altri tre sono stati trovati nei giorni successivi.  Identificati anche i trafficanti che hanno organizzato il “trasporto”: secondo la polizia sono Burhan Qatarib e suo cognato Ahmand Safwan, entrambi residenti a Bebnine, una città costiera del distretto di Akkar. Nei loro confronti è stato emesso un mandato di cattura.

(Fonte: Asia News, Cyprus Mail, rapporto 14 settembre e sito web Unifil) 

Italia (Carloforte), 17 settembre 2020

Un migrante algerino è scomparso in mare dopo il naufragio di un barchino in procinto di arrivare a Carloforte, in Sardegna. A bordo erano in 14, partiti dal nord est dell’Algeria. Dopo aver navigato per buona parte della notte di mercoledì 16 e l’intera mattinata di giovedì 17, erano ormai in vista della costa italiana quando lo scafo si è rovesciato ed è andato a fondo, forse per un colpo di mare. L’allarme è scattato poco prima delle 13, lanciato da un mercantile che, in transito di fronte a Cala Sapone, circa 24 miglia a ovest di Carloforte, ha visto il natante affondare. I primi soccorsi sono arrivati dall’equipaggio del cargo stesso, che ha tratto in salvo 7 naufraghi. Altri 6 sono stati recuperati da una motovedetta della Guardia Costiera, coadiuvata da un elicottero. Nessuna traccia, però, dell’ultimo naufrago. Senza esito anche le ricerche condotte nelle ore successive, fino al tramonto.

(Fonte: Agenzia Ansa, Unione Sarda)

Algeria (Setif), 17 settembre 2020

Un bimbo subsahariano di 5 anni, figlio di una famiglia di migranti intrappolati in Algeria, è stato travolto e ucciso da un’auto a Setif, nel nord est del paese. L’incidente è avvenuto in pieno centro urbano, nei pressi di una stazione di servizio, dalla quale, appunto, stava uscendo l’auto investitrice. Il bambino deve essere sfuggito all’attenzione dei genitori i quali pare stessero chiedendo l’elemosina lungo la strada. Travolto in pieno, è morto sul colpo. La Protezione Civile ha trasferito il corpo all’obitorio dell’ospedale Saadna Abdennour per l’inchiesta. Sono decine – ha rilevato il quotidiano Liberte Algerie – i migranti subsahariani che, bloccati in Algeria dopo essere entrati dal confine meridionale, in mancanza di strutture di accoglienza e assistenza, si adattano a mendicare per sopravvivere, in attesa magari di procurarsi un lavoro precario e, dunque, i mezzi e l’occasione per attravesare il Mediterraneo verso l’Europa: frequentano le strade più trafficate come quella in cui è avvenuta la tragedia e spesso sono accompagnati dai figli, anche molto piccoli.

(Fonte: Liberte Algerie)

Algeria (Mostaganem), 17 settembre 2020

Quattro migranti morti e 3 dispersi nel naufragio di una barca al largo delle coste dell’Algeria. Cinque i superstiti. La barca era partita la notte tra il 16 e il 17 settembre dalle coste nord occidentali, prendendo il largo da una spiaggia vicino a Mostaganem, uno dei punti d’imbarco più usati dagli “harraga” algerini per cercare di raggiungere la regione di Murcia, in Spagna. A bordo, come è stato possibile ricostruire due giorni dopo la tragedia, erano in 12, tutti provenienti da un villaggio del comune di Ouled Ghalem, situato circa 90 chilometri a est di Mostaganem. L’allarme è scattato quando la barca si trovava alcune di miglia fuori Mostaganem: stando alle poche notizie emerse, pare si sia capovolta, forse a causa delle difficili condizioni meteomarine. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera algerina, che ha recuperato 5 naufraghi e, inizialmente, 3 corpi senza vita, quelli di un uomo e dei suoi due bambini. Non molto dopo è stato avvistato un altro cadavere. Le ricerche dei tre dispersi, tra cui la madre dei due bambini, sono proseguite fino al tramonto e anche nella giornata di venerdì 18 settembre. Senza alcun esito. Il giorno prima, non lontano dalla zona di mare in cui la barca è affondata, 10 miglia a nord di Oureah, nel comune di Mazagran, la Guardia Costiera aveva intercettato un altro battello con 16 “harraga”, che sono stati bloccati, ricondotti a terra e deferiti alla magistratura per aver tentato di lasciare illegalmente il territorio nazionale.

Fonte: Liberte Algerie, Ansamed, Infomigrants, Unione Sarda)

Algeria (isole Habibas), 17-18 settembre 2020

Due migranti algerini morti e uno disperso al largo delle isole Habibas, provincia di Ain Temouchent, nel nord ovest dell’Algeria. Sulla barca, salpata da una spiaggia di Bouzedjar, un piccolo comune a breve distanza dal confine con il Marocco, c’erano 22 “harraga” diretti verso la Spagna. Il naufragio è avvenuto a poche miglia dalla riva, appena oltre l’arcipelago: forse a causa del sovraccarico e delle non buone condizioni del mare, il battello si è rovesciato di colpo, scaraventando tutti in acqua. La prima ad arrivare sul posto per i soccorsi è stata una motovedetta della Guardia Costiera che, seguita da unità della Protezione Civile di Ain Temouchent, ha tratto in salvo 19 naufraghi. Nessuna traccia degli altri tre. I corpi senza vita di due dei dispersi sono stati trovati dai sommozzatori della Protezione Civile: prima quello di una bambina di 9 anni e poi, il mattino successivo, quello di una donna. Senza esito le ricerche del terzo. Le salme sono sate trasferite all’obitorio dell’ospedale di Ain Temouchent.

(Fonte: Liberte Algerie)

Libia (Al Harsha, Zawiya), 19 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato trascinato dal mare sulla costa di Al Harsha, uno dei quartieri della zona ovest di Zawya. Allertata da alcuni abitanti del posto, lo ha recuperato la Mezzaluna Rossa, trasferendolo nell’obitorio del locale ospedale per l’autopsia e gli accertamenti di legge. Non sono  stati trovati elementi utili per l’identificazione né per stabilirne la provenienza. Vista la distanza (oltre 110 chilometri) e il lungo tempo trascorso, c’è da escludere tuttavia che questa salma abbia a che fare con i 22 cadaveri trovati tra il 20 e il 22 agosto a ovest di Zuwara, provenienti dai naufragi fantasma registrati nella zona meno di una settimana prima. Potrebbe essere ricollegabile, invece, al corpo del giovane subahariano sconosciuto recuperato il 23 agosto a Zawiya, in un tratto di costa poco lontano da Al Harsha.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Libia (Garabulli), 19-20 settembre 2020

Tre migranti sono scomparsi al largo della Libia. Altri 51 sono salvi solo grazie all’intervento di alcune barche di pescatori. Del tutto inerte la Guardia Costiera libica. Assente quella italiana. E’ un caso che più di altri denuncia come il sistema di accordi tra l’Unionee Europea e la Libia e la finzione della zona Sar libica creino ogni giorno le condizioni per nuove tragedie in mare. L’allarme è scattato sabato sera quando un pescatore ha segnalato ad Alarm Phone un naufragio di fronte alle coste di Garabulli, a est di Tripoli. “Un pescatore – si legge nel dispaccio diffuso dalla Ong alle 21,25 – ci ha appena detto di aver soccorso 21 persone, ma di averne dovuto lasciare 33 aggrappate ai tubi di un gommone. Ha provato anche a informare le autorità, ma non ha ricevuto alcuna ripsosta”. Le comunicazione successive hanno permesso di appurare che si trattava di un gommone bianco che stava affondando dopo essersi rovesciato. Il pescatore che ha diffuso l’Sos aveva recuperato 7 donne e 14 uomini ma sulla sua piccola barca non c’era posto per altri naufraghi. Da qui l’allarme rimbalzato da Alarm Phone sia alla centrale Mrcc italiana che a Tripoli: “Le autorità italiane – ha scritto la Ong alle 22,30 – ci hanno detto che non sono responsabili. La Guardia Costiera libica ci ha detto di richiamare l’indomani”. Ben 33 persone, dunque, sono state abbandonate alla deriva, aggrappate a un relitto, in piena notte, da tutte le “autorità” e le istituzioni ufficiali. Si sono però mobilitati altri pescatori che, allertati dal primo, hanno preso il mare con le loro barche per andare a cercare i naufraghi rimasti. Al mattino è giunta notizia che il relitto del gommone era stato raggiunto e che il soccorso si stava concludendo, con lo sbarco a terra dei superstiti. Restava da capire, però, se tutti i 33 che si erano aggrappati disperatamente ai tubolari ancora in grado di galleggiare, avevano avuto la forza di resistere. Domenica sera, dai compagni e da alcuni familiari è giunta la notizia che purtroppo tre di loro, vinti dal freddo e dalla stanchezza, erano scomparsi prima dell’arrivo dei pescatori e non se ne è più trovata traccia: due venivano dalla Costa d’Avorio e uno dal Sudan.

(Fonte: Rapporti Alarm Phone del 19 e del 20 settembre)

Libia (Zawiya), 21 settembre 2020

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato avvistato in mattinata lungo la costa di Zawiya, in località Al Mutrad, uno dei sobborghi occidentali. Per il recupero è intervenuta una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma all’obitorio del locale ospedale per gli accertamemti di legge. A giudicare dallo stato di conservazione doveva essere in mare da giorni. Non sono stati trovati documenti o altri elementi utili per l’identificazione. E’ il secondo migrante trovato morto a breve distanza dalla riva in appena due giorni, in questa zona situata circa 50 chilometri a ovest di Tripoli. L’altro è affiorato il 19 settembre. Un terzo era stato trovato poco distante il 23 agosto.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)   

Algeria (Hadjadj, provincia di Mostaganem), 21-23 settembre 2020

Tredici harraga algerini dispersi in mare. Erano su una piccola barca in legno salpata lunedì 21 settembre, nelle primissime ore del mattino, da Bab El Oued, vicino a Hadjadj, un comune costiero situato 36 chilometri a est di Mostaganem, il capoluogo della provincia, un tratto di costa dell’Algeria occidentale da cui sono numerose le partenze di battelli carichi di migranti diretti verso la Spagna. Non si è saputo nulla fino a mercoledì 23 settembre, quando, in mancanza di qualsiasi notizia, l’allarme è stato lanciato dai familiari di uno dei giovani imbarcati, Ould Mohamed Walid, 20 anni, originario del villaggio rurale di Zarifa, nella municipalità di Hadjadj. Alla famiglia si è unito un gran numero di abitanti di Hadjadj: diversi pescatori si sono spinti al largo per una serie di ricerche in mare con le loro barche, mentre da terra è stata battuta tutta la costa, per un raggio di almeno 50 chilometri dal punto di imbarco, per cercare di individuare eventuali indizi o relitti riconducibili a quella barca, uno scafo in legno dipinto di bianco e blu. Nessuno ha trovato qualcosa. Il giorno 25 i familiari di Walid e di altri giovani si sono rivolti anche ad Alarm Phone, chiedendo di aiutarli nelle ricerche e chiareendo che a bordo erano in 13, tre in più di quanto era emerso inizialmente. La Ong ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo, sollecitando una ricognizione lungo la rotta presumibile da Hadjadj a Cadice. Salvamento Maritimo tende ad escludere, tuttavia, che il battello abbia raggiunto le acque spagnole. Negli stessi giorni della barca dispersa e nel week end precedente, dalla zona di Mostaganem risultano partite almeno 9 barche, con una decina di migranti ciascuna. Molti si sono messi in contatto con le famiglie poco dopo essere arrivati in Spagna. Dopo più di 5 giorni, invece, nessuna comunicazione dai 13 salpati da Bab El Oued.

(Fonte: El Watan, Alarm Phone)

Libia (Zuwara), 21-26 settembre

Centoundici vittime. Si sono salvati soltanto 9 dei 120 migranti che erano a bordo di un gommone naufragato al largo di Zuwara. E’ la più grave delle stragi reeegistrate nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Ed ha rischiato di diventare una tragedia fantasma: si è verificata lunedì 21 settembre, ma i primi particolari della notizia hanno cominciato a delinearsi soltanto tra giovedì 24 e sabato 26, quando gli operatori di Alarm Phone sono riusciti a raccogliere le testimonianze di alcuni dei superstiti. Ne è venuto fuori un racconto drammatico. Il gommone è partito dal litorale di Zuwara meno di due ore prima di andare a fondo. Ha avuto quasi subito delle difficoltà, aggravate dal sovraccarico: prima si è fermato il motore e poi, mentre cercavano di riattivarlo per non restar alla deriva, è esploso di colpo uno dei tubolari stagni. Lo scafo si è quasi capovolto e molti sono finiti subito in acqua; altri hanno cercato di aggrapparsi alla parte del relitto che sembrava ancora in grado di galleggiare. Tutto si è svolto così rapidamente che non c’è stato neanche il tempo di chiedere aiuto. Soccorsi non ne sono arrivati per giorni: ore e ore terribili in mare, durante le quali quasi tutti sono stati vinti dal freddo, dalla fatica e dallo sfinimento. Solo mercoledì un pescatore ha avvistato casualmenete quello che restava del gommone, recuperando e riportando a riva gli unici 9 naufraghi rimasti in vita. Quando si sono almeno in parrte riavuti, sono stati proprio questi a segnalare la tragedia ad Alarm Phone, che ha cercato di rintracciare anche il pescatore per avere un quadro più preciso di quanto è accaduto. Quasi tutti, vittime e superstiti, venivano dall’Africa Subsahariana. Tra gli altri, anche una coppia originaria della Costa d’Avorio – Fatima, di 29 anni e  Oumar, di 32 – con i loro quattro bambini. A partire dal 28 settembre, a conferma del naufragio, 9 cadaveri sono stati spinti dal mare sulla costa tra Zuwara ee il confine con la Tunisia: 5 sulla spiaggia dell’Equestrian Club e 4 nei pressi del villaggio di Ras Ijder.

(Fonte: Alarm Phone, Avvenire, Tg La7 ore 13,30 del 27 settembre)

Libia (Zawiya), 24 settembre 2020.

Il cadavere di un migrante è affiorato sul litorale di Al Harsha, un sobborgo di Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli: le onde lo hanno spinto sulla battigia e poco dopo, avvertita dalle autorità locali, una squadra della Mezzaluna Rossa ha provveduto a recuperarlo e a trasferirlo nell’obitorio dell’ospedale locale per le procedure di legge. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione ma sicuramnete la salma è rimasta in acqua per alcuni giorni. E’ il terzo corpo senza vita di un migrante recuperato dal 19 settembre in questo tratto di litorale.

(Fonte: Red Crescent Libya, Migrant Rescue Watch)

Libia (Zliten), 24-25 settembre 2020

Sedici vittime (3 migranti morti e 13 dispersi) in un naufragio avvenuto al largo delle coste libiche tra il 24 e il 25 settembre. Ventidue i superstiti, condotti a Tripoli. Non sono note le circostanze precise della tragedia: dalla Guardia Costiera libica, che non è intervenuta per i soccorsi, non sono filtrate informazioni e le uniche, sommarie notizie sul naufragio sono quelle diffuse dall’Oim nelle prime ore del mattino di venerdì 25. Si sa solo che il battello, con 38 persone, è partito giovedì 24 settembre dal litorale di  Zliten, circa 35 chilometi a ovest di Al Khums e 160 chilometri a est di Tripoli. Dopo diverse ore di navigazione verso nord ovest si è rovesciato, senza che i migranti a bordo abbiano avuto neanche il tempo di chiedere aiuto. I soccorsi sono arrivati da alcune barche di pescatori che hanno raggiunto e tratto in salvo 22 naufraghi e recuperato 3 corpi senza vita, appartenenti a una coppia siriana e un giovane ghanese. Dai racconti dei sopravvissuti, raccolti dal personale Oim che ha prestato la prima assistenza a terra nel porto di Tripoli, si è poi saputo che 13 persone si sono perdute in mare e non ne è stata trovata più traccia. I 22 sopravvissuti provengono da Egitto, Bangladesh, Siria, Somalia e Ghana.

(Fonte: sito web Safa Msehli (Iom Ginevra), Iom Libia, sito web Alarm Phone, Associated Press, Thee Globe and Mail, AlJazeera, Repubblica). 

Libia (Tripoli), 24-26 settembre 2020

Quindici migranti annegati dopo essere caduti da un gommone semi affondato, intercettato dalla Guardia Costiera libica. Lo hanno riferito alcuni dei 120 superstiti, ricondotti a Tripoli nella nottata di venerdì 25 settembre, agli operatori dell’Oim che li hanno assistiti allo sbarco e che hanno poi diffuso la notizia da Ginevra attraverso la portavoce dell’organizzazione, Safa Msehli, la matttina del giorno 26. Il battello, carico di ben 135 persone, era partito la notte tra mercoledì 24 e giovedì 25, puntando verso Lampedusa. Era ad alcune decine di miglia dalla Libia – coordinate geografiche 34° 4’ Nord e 14° 3’ Est – quando da bordo, poco dopo la mezzanotte, hanno lanciato una richiesta di aiuto ad Alarm Phone: un messaggio disperato, nel quale si diceva che uno dei tubolari si stava sgonfiando. L’Sos è stato girato sia alle autorità italiane che maltesi, tanto più che le condizioni meteo stavano peggiorando. Alle 5 si sono persi i contatti. Nel pomeriggio, quando era ormai ingovernabile, il battello è stato raggiunto dalla Al Kifah, una delle motovedeette consegnatee alla Libia dall’Italia. In quello stesso momento la zona era sorvolata da Seabird, l’aereo da ricognizione della Ong Sea Watch, che ha assistito a tutta l’intercettazione, rilevando che la situazione era drammatica. La conferma è venuta dalla Guardia Costiera stessa: “Dalla motovedetta libica – ha riferito Seabird – è stato comunicato via radio al nostro aereo che due delle persone a bordo del gommone sono morte”. Nelle ore successive, durante la notte tra il 25 e il 26 settembre, i naufraghi sono stati condotti a Tripoli: 120 in tutto, 15  in meno delle ultime segnalazioni che parlavano di 135 persone a bordo. Sono stati i superstiti stessi a spiegare cosa era accaduto: quando il gommone si è sgonfiato ed ha cominciato a imbarcare acqua, diventando del tutto instabile, 15 loro compagni sono finiti in mare, scomparendo  presto alla vista: non se ne è trovata più traccia.

(Fonti: sito web Safa Msehli (Oim), Oim Libia, Alarm Phone, Sea Watch, Migrant Rescue Watch).

Algeria (costa occidentale), 26 settembre 2020

I corpi senza vita di 3 giovani harraga sono stati recuperati al largo delle coste occidentali dell’Algeria da  un guardacoste della Marina Militare. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato il 26 settembre dal Ministero della Difesa sul contrasto all’emigrazione clandestina. La relazione – che si riferisce alle operazioni condotte tra il 20 e eil 25 settembre – non specifica il giorno esatto del ritrovameento né le circostanze precise del naufragio in cui i tre giovani hanno perso la vita e, verosimilmente, altri dovrebbero risultare dispersi. Si specifica soltanto che il battello su cui si erano imbarcati si è rovesciato mentre faceva rotta verso le coste spagnole. Altre 10 vittime sono state segnalate nella settimana precedentee (vedi note del 17 e 18 settembre in questo dossier).

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, El Watan edizioni del 27 settembre)

Libia (Zawiya e Zuwara), 28 settembre 2020

Almeno 22 migranti morti in due “episodi fantasma” – un naufragio a Zawiya ((20 vittime) e una operazione di respingimento a Zuwara (2 vittime) – rivelati nel rapporto pubblicato il 28 settembre da Alarm Phone ma di cui verosimilmente non si sarebbe saputo nulla senza le ricerche e le testimonianze trovate dagli operatori della Ong. Almeno nel secondo dei due casi è intervenuta la polizia, ma le autorità libiche non hanno lasciato filtrare la minima notizia, tenendo all’oscuro probabilmente anche l’Oim.

Zawiya, 18 settembre. Naufragio con almeno 20 vittime. La tragedia è stata ricostruita sulla base della testimonianza di una giovane donna che è sopravvissuta.  Salpati da Zawiya tra il 17 e il 18 settembre a bordo di un grosso gommone, dopo circa tre ore di navigazione, 75 migranti, tra cui donne e bambini, si sono trovati in gravi difficoltà: il mare era molto mosso e lo scafo non appariva in grado di resistere alle onde, sempre più alte e violente, tanto cominciare ad imbarcare acqua. Da qui la decisione di invertire la rotta per cercare di rientrare in Libia. Hanno arrancato verso la costa per altre due ore circa ma, quando la riva era ormai a non grande distanza il battello si è rovesciato. Nessuno dei naufraghi aveva il giubbotto di salvataggio e solo pochi sapevano nuotare. Alcuni sono stati inghiottiti dal mare quasi subito. Altri hanno cercato di tenersi a galla aggrappandosi al relitto o a qualche rottame. Sono rimasti in acqua a lungo, senza soccorsi. Alla fine si sono contati almeno una ventina di morti: profughi in fuga da Somalia, Costa d’Avorio, Guinea, Gambia e Camerun. La donna che ha chiamato Alarm Phone è stata salvata da un altro naufrago: “Ho visto morire molti bambini e donne: non sapevano nuotare e sono andati sotto – ha raccontato – Ho visto diversi corpi senza vita tutt’intorno a me. Io stessa sono rimasta intrappolata sotto il fondo di legno del canotto e pensavo che sarei morta. Qualcuno mi ha preso, riportato in superficie e trascinato a nuoto fino a terra. Quelli di noi che ce l’hanno fatta a giungere a riva si sono allontanati subito dopo essere usciti dall’acqua. Avevamo paura che la polizia ci catturasse. La vita in Libia non è normale. E’ dura in particolare per le donne. Siamo esposte alla peggiore violenza. Qualche volta siamo obbligate ad avere rapporti con i trafficanti Qui ho perso tutte le mie speranze e il mio denaro. E’ la quarta volta che provo a scappare per mare. In un altro naufragio ho perso mio figlio: penso a lui tutti i giorni. Non so se riuscirò mai ad andarmene dalla Libia”. Tra i cadaveri che questa donna ricorda di aver visto in mare ce ne erano almeno 5 di bambini e uno di una ragazza incinta. Il bilancio di morte potrebbe anche essere superiore a 20 vittime perché era buio e dunque difficile individuare e contare i cadaveri. Nei giorni successivi sul litorale di Zawiya sono affiorati tre corpi senza vita di migranti: il primo ad Al Harsha il 19; il secondo il 21 ad Al Mutrad; il terzo il 24, sempre ad Al Harsha (vedi note nelle stesse date in questo dossier): è verosimile che siano la conferma del naufragio del 18 settembre.

Zuwara, 19 settembre. Tentativo di fuga con 2 vittime. Una barca partita da Zuwara tra il 18 e il 19 settembre, con a bordo 102 migranti, quasi tutti ghanesi, è affondata dopo poche miglia di navigazione. I naufraghi sono rimasti in mare per 18 ore, fino a quando li ha avvistati e recuperati un peschereccio, che subito dopo ha fatto rotta verso la costa. Prima di arrivare a Zuwara i pescatori hanno avvertito la polizia, che al porto ha bloccato tutti i 102 migranti per condurli in un centro di detenzione. Due di loro hanno tentato di sottrarsi alla cattura gettandosi in acqua dalla banchina del molo ma sono annegati. E’ probabile che, tuffandosi, abbiano sbattuto la testa contro alcuni scogli sommersi, perdendo i sensi e non riuscendo più a riaffiorare. La tragedia è stata ricostruita ad Alarm Phone da uno dei superstiti e, successivamente, da un altro testimone, un giovane ghanese il quale, vedendo che era sovraccarico, aveva rinunciato a salire sul battello poi naufragato: una delle due vittime, un ventinovenne anche lui ghanese di nome Hadi, era un suo amico. “Hadi – ha raccontato – veniva da Kumasi, in Ghana, nella regione di Ashanti. Aveva 29 anni. Il suo nickname era Puyaka. Non so se a casa avesse dei bambini. Era una persona umile. Siamo arrivati insieme in Libia nel 2017. Lui è rimasto a Zuwara per due anni. Ha tentato la traversata nel 2017 e poi nel 2018 ma è stato riportato indietro dalla Guardia Costiera libica. Ha tentato di scappare perché era già stato in prigione e sapeva bene quale sorte lo aspettava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non ritornare in prigione. In prigione ti chiedono di pagare una certa cifra e se non hai i soldi devi restare lì per 6 o 7 mesi. Devi pagare almeno 500 dinari anche se sei un bambino di cinque anni. Hadi non voleva tornare in prigione. Qui non interessa se hai commesso un reato o no: ti mettono in prigione solo per prenderti tutto il denaro che hai”.

(Fonte: Rapporto mensile Alarm Phone settembre 2020) 

Grecia (Malakasa, Atene), 28 settembre 2020 

Un sessantunenne afghano è morto di coronavirus in un ospedale di Atene: è il primo profugo ad essere stato ucciso dall’epidemia in Grecia. In attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata, l’uomo viveva nel campo di Malakasa, a nord di Atene, insieme ai due figli, dopo essere stato trasferito dalle Isole Egee, dove era arrivato dalla Turchia. E’ verosimile che abbia contratto il contagio proprio all’interno del campo, dove sono ospitati più di tremila richiedenti asilo e dove sono stati accertati diversi casi positivi al virus, tanto che dal 7 settembre l’intero complesso è stato messo in quarantena. Quando le sue condizioni si sono aggravate, i responsabili del campo lo hanno fatto trasferire in ospedale, ma le cure non sono bastate a salvargli la vita.

(Fonte: Ekathimerini)

Spagna (Mare di Alboran), 28 settembre 2020

Erano in quattro, tutti maghrebini. Volevano attraveresare il mare di Alboran con una canoa per raggiungere l’Andalusia. Tre sono morti e uno è stato salvato in extremis, dopo essere rimasto alla deriva per una decina di giorni. Sono partiti da Ceuta all’alba del 18 settembre. Da quel momento non si è saputo più nulla di loro tanto che, intorno al giorno 21, alcuni familiari e amici ne hanno segnalato la scomparsa, chiedendo alle autorità spagnole di organizzare una operazione di ricerca. Per perlustrare l’area della rotta presumibile è stato mobilitato un aereo del Salvamento Maritimo. La ricognizione è andata avanti per giorni, senza esito, fiché il 28, intorno alle 14,30, è stato proprio un Sasemar da ricognizione a individuare la canoa, dirottando per i soccorsi un ferry della compagnia Balearia, il Denia Ciutat Creativa, che si stava dirigendo da Melilla ad Almeria. A bordo, però, i soccorritori hanno trovato un solo giovane, ormai allo stremo delle forze per i dieci giorni trascorsi alla deriva: è stato lui stesso a riferire che, dopo aver perso l’orientamento, hanno vagato a caso, senza una direzione precisa, in mezzo al mare di Alboran e che i suoi compagni sono stati via via vinti dalla sete, dal freddo e dalla fatica, scomparendo l’uno dopo l’altro in acqua. Il ferry lo ha sbarcato nel porto di Almeria, affidandolo a una equipe della Croce Rossa, che lo ha trasferito in ospedale, ma a disposizione della polizia nazionale per le indagini.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Europa Press)

Libia-Tunisia (Ben Gardane), 29 settembre 2020

Un bimbo di appena 6 anni è stato trovato ormai senza vita su un gommone soccorso dalla Guardia Costiera tunisina al largo di Ben Gardane, nella Tunisia meridionale, governatorato di Medenine, a meno di 30 chilometri dal confine con la Libia. Molto provati tutti i 68 migranti a bordo (56 uomini, 15 donne e 7 bambini) affidati dopo lo sbarco ad alcune squadre della Mezzaluna Rossa e alle cure dell’ospedale locale. Stando al racconto dei superstiti, poco è mancato che il bilancio di morte fosse molto più pesante. Il battello, un grosso gommone nero, è partito dalla costa libica a ovest di Tripoli circa una settimana prima del ritrovamento, puntando verso Lampedusa. Quando è stato alcune decine di miglia al largo, il motore è andato in avaria e non c’è stato modo di riavviarlo. I migranti sono così rimasti in balia del mare per almeno 7 giorni, senza avere la possibilità di chiedere aiuto. Nelle giornate successive sono finite le scorte d’acqua e di cibo. E’ in questa fase che il bimbo è morto. Erano ormai tutti allo stremo quando il battello è stato avvistato, poco più di 3 miglia fuori Ben Gardane, da una motovedetta della Guardia Costiera di base a Zorzis, che ha prerso a bordo i più gravi e rimorchiato il gommone con gli altri fino a terra, nel porto di El Keft. Molto varia la provenienza dei migranti del gruppo: Bangladesh, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Liberia, Mali, Nigeria e Senegal.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Bosnia (Bihac),  30 settembre – 1 ottobre 2020

Due profughi uccisi e numerosi altri feriti in una serie di scontri avvenuti nei pressi di Bihac, nel nord ovest della Bosnia, tra gruppi rivali, afghani e pakistani, in un campo improvvisato abitato da centinaia di migranti, nei pressi del villaggio di Zegar, non lontano dal confine con la Croazia. Secondo quanto riferiscono i media locali, gli incidenti, diventati in breve uno scontro tra decine di persone, sarebbero scoppiati mentre si stava preparando uno dei continui tentativi di attraversare la frontiera croata per proseguire poi verso il Nord Europa, attraverso la rotta balcanica. Le vittime sono due giovani pachistani: ad ucciderli sarebbero stati due afghani, poi fuggiti sul monte Pljsivica per sottrarsi all’arresto ed ora ricercati dalla polizia. I feriti, alcuni dei quali ricoverati in gravi condizioni, risultano almeno 20. Si ritiene che i due ricercati si siano nascosti sul Pljsivica per tentare di entrare in Croazia da questa zona, nascondendosi nei boschi per eludere la sorveglianza delle guardie di frontiera delle due parti. In Bosnia, in prossimità del confine croato, si calcola che ci siano oltre 7 mila profughi e migranti di varia provenienza che cercano in tutti i modi di proseguire la fuga, una situazione esplosiva che alimenta sempre più di frequente le rivalità e gli scontri tra le diverse etnie.

(Fonte: Ansamed) 

Marocco (Tangeri), 1 ottobre 2020

Il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di Dalia, alla periferia di Tangeri. Non sono sati trovati elementi utili per stabilirne l’identità e la provenienza. Si ritiene tuttavia che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna attraverso lo Stretto di Gibilterra, dopo essersi imbarcato in Marocco. Il cadavere che, a giudicare dalle condizioni, deve essere rimasto in acqua per diversi giorni, è stato trasferito da una squadra della Mezzaluna Rossa all’obitorio dell’ospedalee Mohammed V per l’autopsia e il prelievo dl Dna, utile per poterlo eventualmente identificare.

(Fonte: Nadorcity)

Marocco-Spagna (Algeciras), 1 ottobre 2020

Il cadavere di un migrante maghrebino è stato recuperato nelle acque dello Stretto di Gibilterra dalla salvamar Denebola, del presidio di Salvamento Maritimo di Algeciras. Ad avvistare la salma, mentre flottava in mare ad alcune miglia da La Alcadeisa, la sera di mercoledì 30 settembre, è stato l’equipaggio di un peschereccio, che ha immediatamente informato le autorità marittime di Algeciras. Il recupero del corpo, tenuto in superficie da un galleggiante, è avvenuto durante la notte tra mercoledì 30 e giovedì 1 ottobre. Lo sbarco prima dell’alba ad Algeciras. Non sono stati trovati elementi utili per stabilirne l’identità e la provenienza. Forse il giovane è caduto in mare da un battello poi giunto in Spagna. Da parte dei migranti sbarcati nei giorni precedeenti non risultano però sgnalazioni di compagni scomparsi in mare. Non è da escludere, dunque, un naufragio fantasma con più vittime.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Italia (Trieste-Udine), 1 ottobre 2020

Un profugo afghano diciottenne è morto all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine dove era stato trasferito poche ore prima da Trieste. Arrivato in Italia il 30 settembre dal confine del Carso insieme a un gruppo di compagni, tutti afghani, e fermato a Trieste dalla polizia, era stato trasferito nel centro accoglienza di via Fernetti dove, alla visita medica, gli è stato riscontrato uno stato febbrile che ha indotto i sanitari a inviarlo all’ospedale Maggiore, sempre a Trieste. Il tampone effettuato al momento del ricovero è risultato “debolmente positivo”. Poi, nel giro di qualche ora, le sue condizioni sono peggiorate, tanto da  indurre il personale a chiederne il trasferimento nel reparto di terapia intensiva di Udine. Qui  il nuovo tampone ha dato esito negativo, ma il giovane non si è più ripreso: è morto poche ore dopo. E’ stata disposta l’autopsia ma, secondo un primo esame, la causa del decesso potrebbe essere riconducibile a una infezione polmonare, aggravata da una forte setticemia, patologie che verosimilmente il diciottenne ha contratto lungo la “via balcanica” percorsa per arrivare al confine orientale italiano.

(Fonte: Triesteprima, Udine Today) 

Spagna (Gran Canaria), 2-3 ottobre 2020

Morti tre dei 189 migranti recuperati su otto barche nell’Atlantico e condotti alle Canarie, nell’arco dell’intera giornata di venerdì 2 ottobre. Uno è stato trovato ormai privo di vita al momento dei primi soccorsi in mare, gli altri due sono morti in ospedale meno di un giorno dopo lo sbarco, la mattina di sabato 3 ottobre. Le tre vittime, tutte di origine subsahariana, erano su un kayuko con a bordo 33 persone raggiunto dalla salvamar Menkalinan, del Salvamento Maritimo, oltre 40 miglia a sud di Gran Canaria. I compagni hanno riferito che era morto qualche ora prima, vinto dal freddo e dallo sfinimento, per il lungo tempo trascorso in mare aperto. Molto provati anche gli altri, tutti con gravi sintomi di ipotermia: per sedici di loro è stato necessario il ricovero d’urgenza negli ospedali di Las Palmas. Due, in particolare, sono stati giudicati dai medici della Croce Rossa “in stato critico”. Nonostante le cure non ce l’hanno fatta a riprendersi: il primo è morto all’ospedale Negrin l’altro poco dopo all’ospedale Insular di Gran Canaria. Degli altri ricoverati, a oltre 24 ore dal salvataggio, 4 erano ancora sedati in terapia intensiva; sei sotto osservazione e gli altri, per quanto ancora ricoverati, avevano superato la crisi. Il battello, hanno riferito i naufraghi, era partito dalla Mauritania ed è rimasto in mare per almeno cinque giorni. Giudicati in gravi condizioni e ricoverati, sempre negli ospedali di Las Palmas, anche due dei quindici migranti soccorsi dalla guardamar Polimnia su una barca avvistata da un aereo del Salvamento Maritimo oltre 61 chilometri a sud di Gran Canaria. I migranti di sette delle otto barche soccorse sono stati sbarcati a Gran Canaria, gli altri a Tenerife.

(Fonte: sito web Helena Maleno, El Diario e La Provincia edizioni del 2 e 3 ottobre)

Libia (Al Ajaylat-Sabratha), 2-11 ottobre

Almeno tre migranti, presi in ostaggio da una banda di miliziani, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre tentavano di fuggire. Lo ha denunciato un rapporto di Medici Senza Frontiere sulla base della testimonianza di altri prigionieri. Il dossier è stato pubblicato l’undici ottobre, ma la strage risale a nove giorni prima, il 2 ottobre. Le tre vittime facevano parte di un gruppo di circa 350 migranti, in maggioranza provenienti dall’Africa Occidentale, catturati il 28 settembre da una grossa squadra di uomini armati e mascherati ad Al Ajaylat, una città situata circa 80 chilometri a ovest di Tripoli. Da qui gli ostaggi sono stati trasferiti a Sabratha, il porto 70 chilometri a ovest di Tripoli che, oltre ad essere da anni uno di principali punti d’imbarco usati dai trafficanti di uomini, è la base del clan Al Dabashi, schierato con il governo guidato da Fajez Serray e al quale fanno capo due numerose brigate di miliziani: la Ammu Brigade e la 48. Secondo alcuni prigionieri, ma anche  vari abitanti del posto, i rapitori farebbero parte appunto di queste formazioni. Nei giorni successivi al 28 settembre un certo numero di ostaggi è stato rilasciato ma molti altri sono fuggiti. E sarebbe stato proprio durante uno di questi tentativi di fuga che i miliziani di guardia hanno sparato, uccidendo almeno tre persone. Un’equipe di Medici Senza Frontiere si è recata a Sabratha il giorno 4 ottobre, dopo essere stata informata del sequestro dall’Agenzia per la lotta all’immigrazione illegale del Governo di Tripoli. “Abbiamo trovato oltre 350 donne, bambini e uomini che dormivano per terra in condizioni di vita spaventose, senza accesso all’acqua e ai servizi igienici”, ha detto Guillaume Baret, capo missione di Medici Senza Frontiere in Libia. Dai racconti raccolti è emerso che già ad Al Ajaylat i miliziani avevano rubato ai migranti tutti gli oggetti di valore e i documenti, prima di portarli in un magazzino sorvegliato da uomini armati, a Sabratha. E sulla scia di queste testimonianze è poi emersa la denuncia della sparatoria del 2 ottobre, con almeno tre vittime. Secondo quanto ha potuto apprendere l’equipe di Msf, al momento del suo intervento nelle mani di miliziani rimanevano ancora almeno 60 ostaggi. Il portavoce del Governo di Tripoli, contattato dall’Associated Press, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

(Fonte: Associated Press, Infomigrants, Star Tribune)

Turchia (Van), 4 ottobre 2020

Due uomini morti soffocati sono stati trovati dalla polizia turca nel piano di carico chiuso di un camion in cui erano stati ammassati decine di profughi, in maggioranza afghani e pakistani. L’automezzo, proveniente presumibilmente dal confine con l’Iran, viaggiava in direzione ovest quando è stato fermato a un posto di blocco nei pressi di Van, lungo la statale che passa a sud del lago ed è una delle più battute della rotta migratoria turca verso l’Egeo o Istanbul. E’ bastato aprire il portellone posteriore per aveere la certezza che si trattava di un grosso “trasporto” clandestino di migranti diretti alla frontiera occidentale per cercare di entrare in Europa. In totale, 72 tra uomini e donne (37 pakistani, 33 afghani, 2 iracheni), tutti molto provati per le ore trascorse segregati in quello spazio ristretto, in pratica senza ricambio d’aria. La scoperta dei due corpi senza vita è stata fatta durante l’ispezione a bordo, subito dopo che l’intero gruppo di profughi era stato fatto scendere: erano in fondo alla cabina, morti per asfissia durante il viaggio a causa dell’enorme sovraccarico. La polizia ha bloccato 3 uomini (di cui ha fornito solo le iniziali: C.O., S.H., H.O.), ritenendo che si tratti dei trafficanti o comunque che siano legati all’organizzazione responsabile del “trasporto”.

(Fonte: Anadolu Agency)  

Italia (Palermo), 5 ottobre 2020

Un migrante di appena 15 anni, Dakite Abdou, originario della Costa d’Avorio, è morto all’ospedale Ingrassia di Palermo quattro giorni dopo essere stato sbarcato dalla nave quarantena Allegra. Arrivato in Sicilia con i migranti salvati dalla Open Arms a metà setteembre, il ragazzo – come ha riferito la tutrice legale Alessandra Puccio – il giorno 18 è stato assegnato alla quarantena nonostante lo stato di salute molto grave. “Il suo corpo – ha specificato sempre Alessandra Puccio – era martoriato da segni di tortura. Anche il viaggio non deve essere stato facile: aveva sintomi di denutrizione e disidratazione”. “Al momento di salire sulla Allegra – hanno raccontato i compagni – Abdou stava già tanto male da non riuscire più a parlare”. Nel periodo trascorso sulla nave è peggiorato, tanto che allo sbarco, dopo aver superato i test sul coronavirus con due tamponi negativi, è stato subito ricoverato all’ospedale Cervello. La situazione, però, è peggiorata ulteriormente: entrato in coma, Abdou è stato trasferito all’ospedale Ingrassia perché al Cervello non c’erano posti disponibili in rianimazione, ma è morto intorno alle 15,30 di sabato 5 ottobre, poche ore dopo il nuovo ricovero. “Non posso pensare – ha commentato la tutrice – a quei 15 giorni in cui, in quarantena, non ha ricevuto cure adeguate”. Un referto medico stilato sulla nave, pubblicato dall’agenzia Agi, conferma il rapido precipitare degli eventi: “I compagni riferiscono che il paziente si rifiuta di bere, arrivando a sputare l’acqua che gli viene offerta. Rifiuta terapie di qualsiasi tipo. Necessita urgentemente di ricovero in struttura adeguata per studio approfondito di apparato urinario e reintegro alimentare per stato di grave malnutrizione e denutrizione volontaria”. Il referto reca la data del 29 settembre: 9 giorni dopo che Abdou è salito sulla nave quarantena. E prima del ricovero all’ospedale Cervello sono passati altri due giorni.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, Il Sicilia.it, Agenzia Agi)

Libia (Tajoura, Tripoli), 6 ottobre 2020

Un migrante nigeriano è stato bruciato vivo a Tripoli da tre libici rimasti sconosciuti. Altri tre migranti hanno riportato gravi ustioni, tanto da dover essere ricoverati in ospedale. Due, in particolare, sono stati dichiarati in condizioni critiche. Il crimine è stato confermato dal ministero dell’interno, che ha parlato di un delitto “orrendo e senza senso”, ma non ha fornito alcuna indicazione sui motivi e su come sia maturato. Si sa solo che il giovane nigeriano e i suoi compagni stavano lavorando in un’azienda di Tajoura, un sobborgo della capitale: probabilmente – come fanno molti migranti – un impiego per sopravvivere o addirittura un “lavoro da schiavi” per pagarsi il riscatto preteso da trafficanti che li tenevano prigionieri, in attesa di trovare il modo di imbarcarsi verso l’Europa. “Martedì tre libici hanno assalito l’azienda, hanno sequestrato uno dei migranti al lavoro, l’hanno cosparso di benzina e gli hanno dato fuoco. Altri tre migranti hanno riportato ustioni. Non si capisce il perché di questo choccante crimine”, ha riferito il Ministero mercoledì 7 ottobre. Nient’altro. A giudicare dal tipo di ustioni, tuttavia, sembra poco verosimile che gli altri tre migranti siano rimasti feriti nel tentativo di soccorrere il compagno: c’è da pensare piuttosto che anche loro siano stati presi di mira dagli assassini. Immobilizzati ee poi dati alle fiamme. Certo è che, a giudicare dalla ricostruzione dei fatti, sembra una vera e propria spedizioni mirata. Resta da capirne i motivi. Il sospetto che si è fatto strada, alla luce anche delle precedenti, feroci uccisioni di migranti, è che si tratti di una “punizione” o una rappresaglia da parte di una banda di trafficanti: un plateale, terribile messaggio per gli altri migranti africani che si trovano a Tajoura o comunque a Tripoli. Nelle ore successive la polizia ha fermato alcuni uomini, ma senza rivelarne l’identità: non si sa se appartengano a qualche banda armata o a qualcuna delle milizie autonome che sono l’ossatura militare del governo di Tripoli.

(Fonte: Associated Press Libya, sito web Federico Soda portavoce Oim Libya, sito web Oim Libya, Avvenire)

Grecia (Kavala), 8 ottobre 2020

Un morto e nove feriti su un pulmino carico di migranti finito fuori strada nei pressi di Kavala, nella Tracia/Macedonia orientale, a circa metà strada tra Salonicco e Alexandroupolis, sul confine con la Turchia. La vittima è un giovane pachistano, che era alla guida. I feriti sono 8 afghani e un altro pachistano. La magistratura sta indagando per accertare se quest’ultimo e lo stesso autista fossero in qualche modo collegati a un “giro” di trafficanti. Secondo quanto ha riferito la polizia, il pulmino viaggiava lungo l’autostrada Egnatia, che dalla frontiera dell’Evros conduce verso Salonicco e la Grecia occidentale. Alla periferia di Kavala non si è fermato a un posto di blocco, accelerando al massimo l’andatura. Inseguito da una pattuglia della polizia stradale, dopo pochi chilometri, probabilmente a causa della forte velocità, è finito fuori strada, capottandosi nella scarpata laterale. Uno di due pakistani è morto sul colpo. Gravemente feriti tutti i passeggeri, ricoverati negli ospedali della zona. Secondo le autorità regionali della Tracia dall’inizio di settembre sono stati intercettati 804 profughi/migranti entrati clandestinamente dal confine dell’Evros.

(Fonte: Associated Press)

Marocco-Spagna (Ceuta), 9 ottobre 2020

Non si ha più traccia di Ali, un diciottenne marocchino sicuramentee arrivato a Ceuta la notte tra il 6 e il 7 settembre ma poi sparito misteriosamente l’ultima settimana del mese, presumibilmente intorno al giorno 23 o 24. Originario di Castillejos, la città del Marocco più vicina all’enclave spagnola, il ragazzo ha superato la linea di confine a nuoto. Quella stessa notte ci fu un tentativo di massa da parte di giovani maghrebini di entrare a Ceuta via mare. Circa 20 ci sono riusciti. Tra questi, apppunto, anche Ali, come dimostra una ripresa televisiva del quotidiano El Faro nella quale appare chiaramente riconoscibile nel gruppo intercettato dalla Guardia Civil. Insieme agli altri è stato alloggiato presso il vecchio ospedale della Croce Rossa, attrezzato come centro accoglienza provvisorio per il periodo di quarantena dei migranti. Sicuramente ha trascorso qui alcune settimane: lo dimostra una foto inviata dallo stesso Ali ai genitori che lo ritrae insieme ad altri due ragazzi, due amici algerini con i quali aveva fatto la traversata a nuoto. E’ l’ultima traccia che si ha di lui. Da quel momento neessuno lo ha più visto. Dall’alloggio-quarantena risulta assente dall’ultima settimana di settembre. Nei giorni successivi, contrariamente a quanto aveva fatto in precedenza, non si è mai messo in contatto con la famiglia e gli amici di Castillejos. Un silenzio che, il 9 ottobre, ha indotto i familiari a dare l’allarme, rivolgendosi alle autorità spagnole e alla redazione de El Faro per sollecitare una ricerca, diffondendo tra l’altro la foto fatta durante il soggiorno all’ospedale della Croce Rossa. “Sono almeno 15 giorni che non abbiamo più notizie – ha riferito un parente – Non è una cosa normale per Ali. Oltre tutto sua madre non sta bene. Cominciamo a temere il peggio”.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Tunisia (Sfax), 11 ottobre 2020

Almeno 22 vittime – 17 morti e 5 dispersi – nel naufragio di una barca carica di migranti, quasi tutti subsahariani, al largo della Tunisia. Soltanto 7 i superstiti. Il battello era partito nella notte tra sabato 10 e domenica 11 puntando verso Lampedusa. Il portavoce del ministero dell’interno, Housemeddine Jebabli, non ha specificato se dal litorale libico a ovest di Zuwara, vicino al confine tunisino, o se dalla Tunisia stessa. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino di domenica, ad alcune miglia dalla costa del governatorato di Sfax, forse a causa delle cattive condizioni del mare e del sovraccarico, la barca si è rovesciata ed è andata a fondo. I soccorsi sono arrivati da un piccolo peschereccio tunisino, che ha dato l’allarme, e da motovedette della Guardia Costiera salpate dalla base di Sfax, coadiuvate da unità della Gendarmeria. Nella prima fase delle ricerche sono stati recuperati 7 naufraghi e i corpi senza vita di due donne e un bambino. Poi, prima di sera, sono state rintracciate altre 8 vittime (6 donne e 2 bambini), tutte di origine subsahariana. Nei giorni successivi sono affiorate altre 6 salme, tra cui quella di un tunisino. Tra i cinque dispersi c’è anche l’altro tunisino. I superstiti sono stati sbarcati a Sfax.

(Fonte: France Presse, Al Arabiya, Agenzia Rueters Tunisie, La Press, Tunisie Numerique, Tap News Agency, International Business Times, Protegeons Les Migrantes, Gulf Times, Al Jazeera, Migrant Rescue Watch, La Gazzetta dl Sud, Infomigrants)  

Algeria-Spagna (Cap Falcon, Orano), 11 ottobre 2020

Un “harraga” è stato trovato morto su una delle due imbarcazioni, con a bordo complessivamente 27 persone, soccorse al largo di Cap Falcon, sulle coste occidentali algerine. Entrambe le barche erano partite dalla zona di Orano, puntando verso la Spagna. L’allerta è scattata nella mattinata di domenica 11. Le motovedette della Marina e della Guardia Costiera salpate dalla base di Orano le hanno raggiunte a diverse miglia dalla linea di costa del comune di Ain El Turck, a nord di Cap Falcon. Il cadavere è stato scoperto durante le operazioni di trasbordo dei naufraghi: appartieene a un uomo di circa 50 anni e presenta un lesione alla testa. Trasferito dalla polizia, subito dopo lo sbarco, all’obitorio dell’ospedale di Ain El Turch, la Procura ne ha disposto l’autopsia per accertare le cause della morte.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Spagna (Orano-Cartagena), 12-13 ottobre 2020   

Due corpi senza vita sono stati recuperati dalla salvamar Caliope nel mare di Alboran, oltre 20 miglia a sud di Cartagena. L’allarme è stato dato da una nave militare belga della flotta di Frontex in zervizio di pattuglia, che ha chiesto l’intervento del Salvamento Maritimo di Cartagena. Secondo la polizia spagnola si tratta sicuramentee dei resti di due migranti annegati nel tentativo di raggiungere le coste della Murcia dall’Algeria. In base all’esame delle salme, sbarcate a Cartagena e trasferite all’obitorio giudiziale, erano in mare già da qualche giorno. Sabato 10 ottobre la Guardia Costiera algerina aveva lanciato una serie di dispacci di soccorso e organizzato una operazione di ricerca per una barca salpata dalla zona di Orano il giorno prima, venerdì 9 ottobre. In base alla segnalazione diramata, il battello (si presume con almeno 10 persone a bordo) si trovava al largo tra Madagh e Cap Falcon, lungo la rotta che conduce appunto dalla costa di Orano a Cartagena. L’ultima comunicazione che di quella barca non si sono avute più notizie risale al giorno 13. E’ molto probabile che i cadaveri recuperati a sud di Cartagena siano ricollegabili a questo episodio e che, dunque, oltre ai due morti, ci siano anche almeno 8 dispersi.

(Fonte: 20 Minutos, El Diario de Mallorca, Levante, La Opinion de Murcia, Europa Press, Le Quotidien d’Oran)

Algeria (Arzew), 15 ottobre 2020

Il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trovato al largo di Arzew, una città portuale situata circa 40 chilomeetri a nord est di Orano. Recuperato dalla Guardia Costiera, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale El Mohgiun per l’autopsia. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione: si è potuto stabilire soltanto che si tratta di un giovane di circa 30 anni. Si ritiene che sia un migrante annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna. Di sicuro, a giudicare dalle condizioni di conservazione, il cadavere è rimasto in acqua per diversi giorni. Se ne ignora la provenienza. Data la distanza, il ritrovameento non sembra ricollegabile a quello dei 2 corpi recuperati il 12 ottobre 20 miglia a sud di Cartagena (nota del 12-13 ottobre) da una motovedetta del Salvamento Maritimo spagnolo.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Italia (Bona-Sardegna-Mazara del Vallo), 18 ottobre 2020

Cinque migranti morti su un barchino rimasto alla deriva per quasi dieci giorni nel Mediterraneo centrale, tra l’Algeria e  l’Italia. La barca era partita la mattina del 9 ottobre, con a bordo 11 “harraga”, insieme ad altre due simili, dalla spiaggia di Sidi Salem, non lontano dalla città portuale di Bona, sulla costa algerina di nord-est. Le tre imbarcazioni hanno navigato a lungo quasi di concerto, puntando verso la Sardegna e mantenendosi in vista l’una dell’altra. Due sono arrivate nel Sulcis tra domenica 11 e lunedì 12 ottobre. E’ in questo momento che è scattato l’allarme: appena sbarcati, i migranti hanno segnalato di aver perso di vista la terza barca, mentre si trovavano ancora diverse miglia a sud della Sardegna. La stessa segnalazione è stata subito fatta ai familiari degli 11 “harraga” che erano sulla barca scomparsa. E le famiglie, a loro volta, si sono rivolte sia alla Guardia Costiera algerina che a quella italiana. Dalla centrale operativa Mrcc di Roma è stato diramato un dispaccio di ricerca a tutte le navi in  transito nella zona presumibilmente raggiunta dalla barca. L’attenzione si è concentrata in particolaree nel tratto di mare a sud delle coste sarde. Per giorni non si è trovata traccia del barchino. Si è temuto, a un certo punto, che fosse affondato, fino a quando alcuni dei familiari non sono riusciti a ristabiliree un contatto, via cellulare, con uno degli harraga a bordo. Si è appreso così che il natante era ancora alla deriva, che 5 dgli 11 partiti inizialmente erano morti di sete, stenti ed ipotermia e che anche gli altri 6 erano ormai allo stremo, mentre le scorte d’acqua, di cibo e di carburante erano esaurite da tempo. Da quel momento, sabato 17 ottobre, si sono intensificate le ricerche, mobilitando tre fra aerei ed elicotteri da ricognizionee e alcune motovedette. Si è scoperto così che, con il trascorrere dei giorni, il natante era stato spinto dalle correnti nord occidentali di maestrale verso la Sicilia. L’avvvistamento è avvenuto nella serata di domenica 18, ad opera di un aereo dell’Aeronautica Militare. Poco dopo il barchino è stato raggiunto da una motovedetta della Guardia Costiera di Mazara del Vallo, che ha preso a bordo i sei superstiti. I corpi delle cinque vittime – hanno riferito i compagni – erano stati fatti scivolare in mare nei giorni precedenti. Dopo lo sbarco i sei migranti tratti in salvo sono stati assegnati a un centro di accoglienza in Sicilia.

(Fonte: sito web Alarm Phone, ufficio stampa Guardia Costiera, Lasciatecientrare, sito web Sergio Scandura, La Stampa)

Algeria (Bouzedjar e Madagh, provincia Ain Témouchent, 18 ottobre 2020)

I cadaveri di due giovani “harraga” annegati nel tentativo di raggiungere la Spagna dall’Algeria sono stati ritrovati sulla costa della provincia di Ain Témouchent, governatorato di Orano. Si tratta di due operazioni diverse, condotte una al largo della spiaggia di Bouzedjar e l’altra di fronte a quella di Madagh. Diversi anche gli episodi nei quali i due giovani sono morti. In quello di Bouzedjar c’è anche un disperso.

Bouzedjar. La vittima è un ragazzo di appena 17 anni originario del villaggio di Paradis Plage (Ain El Turck). Era partito su una piccola barca in legno giovedì 16 ottobre insieme a sei compagni, tutti della zona di Orano, puntando verso la Spagna. All’altezza del villaggio costiero di Cap Blanc il battello si è rovesciato. La costa non era molto lontana. I sette giovani hanno cercato di raggiungerla a nuoto. Quattro ci sono riusciti. Uno è stato visto e soccorso da un pescatore. Degli altri due si sono perse le tracce: nulla fino a quando, intorno alle 15 di domenica 18 ottobre, il corpo del diciassettenne è stato avvistato e recuperato da una motovedetta della Guardia Costiera della base di Bouzedjar e trasferito all’obitorio dell’istituto di medicina legale di Ain Temouchent.

Madagh. La vittima è  un giovane sconosciuto. Il suo corpo era in avanzato stato di decomposizione e non sono stati trovati elementi utili per poterlo identificare né per stabilirne la provenienza e le circostanze della morte. E’ stato avvistato casualmente intorno alle 10 e recuperato dalla Guardia Costiera dopo che il mare lo ha spinto di fronte alla spiaggia di Madagh, distante circa 12 chilometri da quella di Bouzedjar.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, Liberté Algerie)

Mauritania-Spagna (rotta per le Canarie), 19-20 ottobre 2020

Un migrante subsahariano è morto sulla barca con cui stava cercando di raggiungere le Canarie prima che arrivassero i soccorsi. Il giovane, insieme a dieci compagni,  era a bordo di un piccolo cayuco da pesca salpato dalla Mauritania e rimasto alla deriva per giorni. La sera di lunedì 19 ottobre, intorno alle 19,10, il battello è stato avvistato, in pieno Atlantico, oltre 400 chilometri a sud est dell’arcipelago spagnolo, da un mercantile con bandiera delle Bahamas, il Wadowice II. Le condizioni meteo non erano buone e il cayuco appariva in evidente difficoltà. Avvertita la centrale operativa del Salvameneto Maritimo a Gran Canaria, il cargo ha subito accostato per trarre in salvo i naufraghi. E’ stato al momento dl trasbordo che si è scoperto che uno era ormai senza vita: i compagni hanno riferito che era morto quasi un giorno prima. Nelle ore successive, a circa 150 chilometri da Gan Canaria, il Wadowice II è stato raggiunto dalla guardamar Talia, che ha preso a bordo i 10 naufraghi ed ha poi proseguito la rotta per altri interventi di salvataggio nell’Atlantico, rientrando alla base l’indomani. Il cargo ha proseguito fino a Las Palmas, il suo porto di destinazione, dove la sera di martedì 20 ottobre ha sbarcato il cadavere che, preso in consegna da una squadra della Crocee Rossa, è stato trasferito all’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale per l’autopsia. Secondo i primi esami medici, la morte è dovuta a disidratazione e ipotermia.

(Fonte: La Provincia Canarias, Rvtv, Salvamento Maritimo Cgt) 

Libia (Sabratha), 20 ottobree 2020

I corpi ormai quasi scheletriti di quattro migranti, presumibilmente subsahariani, sono stati rinvenuti su una spiaggia di Sabratha, uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti sulla costa a ovest di Tripoli. Lo ha riferito il rapporto mensile dell’Oim su naufragi, vittime e dispersi nel Mediterraneo centrale. A giudicare dallo stato di conservazione, dovevano trovarsi su quella spiaggia da lungo tempo: è verosimile che, trascinati a riva dal mare, siano stati ricoperti di sabbia e che siano poi riaffiorati e dunque ritrovati. Non sono stati reperiti elementi utili per stabilirne la proveninza né tantomeno l’identita. Una squadra della Mezzaluna Rossa li ha recuperati e trasferiti nell’obitorio locale in attesa dell’inumazione.

(Fonte: Iom, Missing Migrant October 2020)

Libia-Italia (Sabratha-Zawiya), 20 ottobre 2020

Quindici vittime (un migrante morto e 14 dispersi) in un naufragio al largo di Sabratha. Pochissimi i dettagli emersi sulla tragedia, avvenuta a non grande distanza dalla linea di costa. La barca era partita alcune ore prima da Al Harsha, nei pressi di Zawiya, qualche decina di chilometri più a est, verso Tripoli. Puntava a raggiungere l’Italia. A bordo erano in 25, in gran parte sudanesi. Ignote le cause del naufragio: forse le condizioni del mare e il sovraccarico rispetto alle dimensioni della barca. Nessuno si è accorto di nulla e dunque, a quanto pare, i soccorsi e le ricerche sono scattati quando era ormai troppo tardi. I superstiti – dieci, tutti sudanesi – si sono salvati raggiungendo la riva a nuoto: sarebbro stati loro a dare l’allarme. Nelle ore successive è stato recuperato un corpo senza vita. Scomparsi in mare gli altri 14 naufraghi. Nessuno dei superstiti è stato  trattenuto dalle autorità libiche.

(Fonte: Oim Libya)

Libia-Italia (Sabratha), 20-21 ottobre 2020

Venti migranti morti/dispersi in un naufragio al largo di Sabratha, sulla costa a ovest di Tripoli. Solo cinque i superstiti, tutti egiziani. E’ accaduto la mattina di martdì 20 ottobre ma si è saputo solo meercoldì 21, quando la notizia è stata diffusa dall’ufficio dell’Oim in Libia con uno stringatissimo messaggio twitter, senza fornire alcun particolare sulle circostanze della tragedia. Inizialmente, anzi, si è parlato di “almeno 15 dispersi” e solo in seguito si è appurato che le vittime in realtà sono 20. Si sa per certo che la barca è partita da Zawiya la notte tra lunedì e martedì. Il naufragio è avvenuto a poco più di 18 miglia (29 chilometri) al largo di Sabratha, lungo la rotta nord che conduce veso Lampedusa o le coste siciliane. A dare l’allarme è stato un piccolo peschereccio che, avvistato casualmente in mare lo scafo di migranti capovolto, si è avvicinato, riuscendo a salvare 5 naufraghi che stavano crcando di raggiungere la riva a nuoto. Dalle testimonianze dei superstiti è emerso che almeno altri 20 sono scomparsi in mare prima dell’arrivo dei soccorsi. Nessun comunicato da parte della Guardia Costiera libica.

(Fonte: sito web Federico Soda capo missione Oim Mediterraneo, sito web Oim Libya, sito web Safa Msehli, Associated Press, Il Messaggero, Washington Post, North Africa Journal)

Libia-Italia (Mediterraneo a sud di Lampedusa), 20-22 ottobre 2020

Cinque dispersi su un piccolo motoscafo semi affondato circa 30 miglia a sud di Lampedusa. Il battello era partito martedì notte, 20 ottobre, da Zawiya, a ovest di Tripoli. A bordo erano in 19, diciotto libici e una giovane donna marocchina sposata con un libico. Hanno puntato verso la piattaforma petrolifera Bouri, che si sono poi lasciati alle spalle facendo rotta su Lampedusa. Le condizioni del mare sono peggiorate ma soprattutto, a quanto si è potuto appurare, è finito il carburante. La barca, alla deriva, ingovernabile e ormai in balia del mare, ha cominciato a imbarcare acqua, tanto che la parte poppiera, dov’erano i motori fuoribordo, si è inabissata quasi completamente. I naufraghi sono rimasti disperatamente aggrappati al relitto per ore, fino a quando li ha avvistati un peschereccio italiano, il N.vo Cosimo, della flotta di Mazzara del Vallo, che ha dato l’allarme ed è subito intervenuto per i soccorsi, prendendo a bordo le 14 persone che è riuscito ad individuare. Lo stesso N.vo Cosimo ha iniziato le ricerche dei 5 che, secondo le indicazioni dei superstiti, erano scomparsi in mare: la giovane marocchina con il suo bambino, un’altra donna e due uomini. Più tardi si sono uniti alle ricerche un altro peschereccio italiano, il Natalino, sempre di Mazzara de Vallo, un elicottero della Guardia Costiera maltese e il cargo liberiano Contship Fun. I superstiti – 10 uomini, 2 donne e 2 bambini – sono stati sbarcati dal N.vo Cosimo a Lampedusa nella mattinata di giovedì 22 ottobre, mentre erano ancora in corso le ricerche dei cinque dispersi.

(Fonte: sito weeb Sergio Scandura, sito Alarm Phone, Mediterraneo Cronaca)

Marocco-Spagna (Ceuta), 22 ottobre 2020

Un giovane maghrebino è annegato nel tentativo di raggiungere a nuoto il territorio spagnolo di Ceuta dal Marocco, la notte tra il 21 e il 22 ottobre. Il suo corpo è stato portato dal mare sulla spiaggia di Ribera, dove lo ha recuperato personale della Croce Rossa, trasferendolo all’obitorio della clinica universitaria. Appare scontato che il ragazzo deve essere entrato in mare da una spiaggia a una certa distanza dalla linea di confine, spingendosi poi parecchio al largo, in modo da non essere intercettato dal servizio frontaliero di vigilanza, con l’idea di rientrare verso la riva all’altezza dell’enclave spagnola. Ore di nuoto che mettono a dura prova a causa anche di frequenti correnti contrarie che spingono al largo. Nella stessa notte tra il 21  il 22 ottobre sono arrivati a Ceuta a nuoto altri quattro giovani: uno isolato e tre in gruppo. Non è noto se il ragazzo morto abbia tentato l’impresa insieme a questi o se il suo sia stato un tragico tentativo isolato.

(Fonte: El Faro de Ceuta, sito web Helena Maleno)  

Senegal-Spagna (rotta delle Canarie), 23 ottobre 2020

Sono morti in 140 nel naufragio di un grosso cayuco con 192 migranti a bordo, in pieno Atlantico, di fronte alle coste del Senegal. Solo 52 sono stati tratti in salvo. Il battello era partito da Mbour, una città della costa 80 chilometri a sud di Dakar, capoluogo di dipartimento nella regione di Thies. Puntava verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie, quasi mille miglia più a nord, ma la strage si è verificata dopo poche decine di miglia di navigazione, quando il cayuco era grossomodo all’altezza di Dakar, a non grande distanza dalla riva. Secondo quanto si è potuto stabilire in base alle testimonianze dei superstiti, uno dei motori si è bloccato: mentre qualcuno dell’equipaggio cercava di farlo ripartire, si è sviluppata una fiammata che ha fatto esplodere il serbatoio. Pochi istanti dopo sono esplosi anche i bidoni e le taniche in cui era conservata la grossa scorta di benzina predisposta in previsione dei numerosi giorni di navigazione. Le due esplosioni hanno mandato in pezzi lo scafo, che si è a sua volta incendiato e rovesciato, andando poi rapidamente a fondo. Il relitto, circondato da alcuni naufraghi, è stato avvistato verso le 9,30 di venerdì 23 ottobre da un pattugliatore della Marina spagnola, che ha dato l’allarme, facendo convergere sul posto diverse unità sia senegalesi che navi in transito. Le operazioni di ricerca e soccorso, condotte per l’intera giornata di venerdì e poi di sabato 24, hanno consentito di recuperare 52 naufraghi ancora in vita, tra i quali sei minorenni: una motovedetta della marina senegalese li ha sbarcati tutti a Dakar. Alcuni sono stati ricoverati in gravi condizioni. Nelle ore e nei giorni successivi sono affiorati dieci cadaveri.  Nessuna traccia degli altri 130 migranti che erano a bordo. Nel corso delle ricerche un’altra motovedtta sengalese ha invece intercettato un secondo cayuco partito da Mbour poco dopo quello esploso e affondato. A bordo c’erano 111 persone, che sono state condotte a Dakar. Scondo i media senegalesi, nelle ultime settimane si sono moltiplicate le partenze di barche cariche di migranti dirette verso le Canarie dal tratto di costa compreso tra Dakar e Mbour. Venerdì 23, quasi alla vigilia della strage con 140 vittime, è stato bloccato in mare un altro grande cayuco con a bordo almeno 164 persone. L’operazione è stata condotta da pattugliatori militari della Marina francese e di quella spagnola, che operano d’intesa con le autorità di Dakar.

(Fonte: L’Observateur Seenegal, La Provincia Canarias edizioni del 25 e 26 ottobre, El Diario edizioni del 25  e 26 ottobre, El Pais, siti web Alarm Phone, Heroes del Mar e Salvamento Maritimo Cgt) 

Serbia-Croazia (rotta balcanica), 23-24 ottobre 2020

Sette giovani migranti (quattro marocchini, due algerini e un egiziano) sono morti di sete, d’inedia e per soffocamento, prigionieri all’interno di un container carico di sacchi di fertilizzanti arrivato dopo quasi tre mesi in Paraguay dalla Serbia su una nave che lo ha caricato in Croazia. Il cargo ha fatto scalo in vari porti (in Egitto e in Spagna) prima della traversata atlantica, ma è chiaro che si tratta di un’altra tragedia della rotta balcanica: la ha ricostruita il quotidiano Nadorcity, con un servizio pubblicato il 24 ottobre, dopo aver appreso la notizia il giorno prima. E’ seguito, il giorno 25, un altro servizio giornalistico di fonte algerina, il quotidiano Observalgerie. I sette giovani si sono nascosti nel container in agosto, alla stazione di Sid, nel sud ovest della provincia della Voivodina, vicino al confine con la Croazia. Sicuramente pensavano che fosse destinato a un paese dell’Europa occidentale, probabilmente Milano, come altri container in opartenza. Lo ha dedotto la polizia constatando che le scorte di acqua e di cibo predisposte erano sufficienti soltanto per un percorso relativamente breve, verso uno Stato vicino, nell’area Schengen, e non certamente per una permanenza molto lunga come quella di un viaggio per mare fino all’America del Sud. Senza contare il problema dell’aria: impossibile non aver considerato che sarebbe stato fatale restare a lungo in un container sigillato ermeticamente dall’esterno. Proprio il fatto che la chiusura può avvenire solo da fuori, anzi, fa pensare che qualcuno abbia aiutato il piccolo gruppo a nascondersi in fondo allo spazio di carico, dietro i sacchi di fertilizzante. La morte deve essere sopravvenuta dopo pochi giorni, forse, date le temperature di agosto, prima ancora che il container venisse caricato sulla nave in Croazia, nel porto di Rijeka (Fiume), alle porte dell’Italia, dopo una sosta a Zagabria. Appare evidente che i sette giovani rimasti intrappolati devono aver tentato di aprire il portellone o comunque di cercare aiuto e di attirare l’attenzione, ma nessuno si è accorto di nulla fino a quando, intorno al 20 ottobre, il container è stato aperto presso la ditta paraguayana che ha acquistato il carico di fertilizzanti in Serbia. Dopo i primi servizi giornalistici di Nadorcity e di Observalgerie, basati su informazioni ufficiose (anche se in parte di fonte ministeriale), dal Paraguay è arrivata la conferma ufficiale del magistrato che sta conducendo le indagini, il pubblico ministero Marcelo Saldivar, che ha reso nota anche l’identità delle vittime: Ahmed Belmiloudi, Mohamed Haddoun, Rachid Sanhaji e Said Rachir, marocchini; Ahmed Wahrhar e Roger Hamza Zougar, algerini;  Yassin Ayman, egiziano. Secondo Observalgerie, in particolare, Roger Hamza Zugar, 30 anni, era della provincia di Ain Defla, nel nord ovest dell’Algeria. L’identificazione, ricostruita grazie ai documenti trovati sulle salme, è stata poi confermata da un migrante algerino, Smail Maouch, che ha conosciuto i sette giovani nel campo profughi di Sid. Le indagini sono state estese alla Serbia e alla Croazia per cercare di individuare chi abbia aiutato i sette giovani a chiudersi nel container e, in particolare, come mai non si sia accorto o abbia trascurato che il carico di fertilizzante non era diretto verso Milano o comunque l’Europa Occidentale ma in Paraguay.

(Fonte: Nadorcity.com, edizioni del 25 e del 26 ottobre; Observalgerie, The Guardian edizione del 18 novembre) 

Marocco-Spagna (Ceuta), 24 ottobre 2020

Il cadavere di un migrante marocchino è stato spinto dal mare su una spiaggia nella zona del Sarchal, a Ceuta. Indossava una muta da sub di neoprene, un particolare che ha subito indotto la Guardia Civil a ritenere che si trattasse di un giovane annegato nel tentativo di arrivare nell’enclave spagnola dal Marocco via mare, superando a nuoto la linea di confine a una buona distanza dalla riva per sfuggire alla sorveglianza e non essere intercettato. La conferma è arrivata alcuni giorni dopo, mercoledì 28 ottobre, quando la vittima è stata identificata dal fratello. Si tratta di Omar Rifi, 19 anni, di Castillejos, che da tmpomanifestava l’intenzione di spatriare, raggiungendo Ceuta a nuoto, comee ha poi fatto la notte di venerdì 23 ottobre. Tentativi di questo genere si sono moltiplicati dall’inizio di ottobre. Il ritrovamento di questo cadavere, anzi, è stato ricollegato dalla polizia a quello analogo avvenuto tre giorni prima, di fronte alla spiaggia di Ribera (nota del 22 ottobre). Come nel caso precedente, la salma è stata trasferita all’obitorio dell’Istituto di Meedicina Legale per l’autopsia. Dopo il riconoscimento è stata sepolta a Ceuta nel cimitero di Sidi Embarek, tomba numero 4184.

(Fonte: El Faro de Ceuta) 

Marocco-Spagna (Ceuta), 24 ottobre 2020

Si è persa ogni traccia di un giovane marocchino, Fouad El Youssfi, originario di Castillejos: lo ha riferito il 24 ottobre il quotidianono El Faro de Ceuta, al quale la moglie ed altri familiari hanno lanciato un appello di ricerca. Si sa per certo che ha tentato di arrivare a nuoto a Ceuta la notte del 5 settembre: lo ha riferito lui stesso alla moglie, che già vive nell’enclave spagnola con il suo bambino, specificandole che avrebbe puntato sulla spiaggia di Benzù e che avrebbe indossato una muta di neoprene per difendeersi dal freddo. Da allora, più nulla. Dopo alcune settimane di attesa, non ricevendo alcuna comunicazione, la moglie ha sporto una denuncia di scomparsa sia alla polizia spagnola che a quella marocchina di Castillejos. Successivamnte, forse anche alla luce del ritrovamento di due cadaveri (note del 22 e del 24 ottobre) e alle sempre più frequenti notizie di arrivi a Ceuta di migranti a nuoto o in kayak dal Marocco, si è rivolta al quotidiano per sollecitare delle ricerche sistematiche alle autorità spagnole e marocchine. In base agli elementi disponibili e allo stato di conservazione, sembra da escludere che si tratti di uno dei due cadaveri ritrovati nelle 72 ore prcedenti

(Fonte:  El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (Stretto a sud di Algeciras), 25 ottobre 2020

Un giovane marocchino è morto di ipotermia a bordo del kayak con cui stava cercando di attraversare le acque dello Stretto di Gibilterra per  raggiungere la Spagna dal Marocco. Sintomi evidenti di forte ipotermia anche per i tre compagni, sempre marocchini, che erano con lui. Il piccolo battello alla deriva è stato avvistato, verso le 8,20 del mattino, dall’equipaggio di una barca da diporto, che ha lanciato l’allarme. Per le operazioni di soccorso, su indicazione della centrale operativa del Salvamento Maritimo di Tarifa, la salvamar Denebola, ha raggiunto la zona, al largo di Cala Arenas, in meno di un’ora, ma per uno di quattro giovani, partiti il giorno prima dalla costa atlantica dl Marocco, era ormai tardi. Sia la salma che i tre superstiti sono stati sbarcati ad Algeciras. Quasi nelle stesse ore un’altra salvamar, la Atria, ha tratto in salvo cinque migranti marocchini su un kayak localizzato sei miglia al largo di Punta Almina, non lontano da Ceuta, sul versante mediterraneo dello Stretto di Gibilterra.

(Fonte: Europa Press, El Faro de Ceuta, Salvamento Maritimo Cgt) 

Libia-Italia (Janzour), 25 ottobre 2020

Quattordici vittime (3 morti e  11 dispersi) nel naufragio di una barca di migranti al largo di Janzour, una quindicina di chilometri a ovest di Tripoli e quasi altrettanti a est di Zawiya, uno di tratti di costa più utilizzati dai trafficanti per le “spedizioni” di disperati sulla rotta verso Lampedusa e la Sicilia. Il naufragio è avvenuto quando la riva era ancora in vista, all’interno delle acque territoriali libiche. Se ne ignorano i particolari: è certo solo che il battello si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. A bordo erano almeno in 24. Cinque dei naufraghi, che stavano cercando di raggiungere la costa a nuoto, sono stati salvati dall’equipaggio di un piccolo peschereccio. Gli stessi pescatori hanno dato l’allarme, iniziando poi le ricerche di eventuali altri superstiti. Cinque sono stati individuati e presi a bordo da una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli, che ha recuperato anche tre corpi senza vita. Nessuna traccia degli altri 11. I cinque giovani soccorsi dai pescatori sono stati presi in consegna dalla polizia, che li ha trasferiti nel centro di detenzione di Tarek al Sika. I cinque della motovedetta sono finiti nel centro di Abu Salim.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, Associated Press, siti web Safa Msehli Oim e Alarm Phone) 

Senegal-Spagna (rotta delle Canarie) 25-26 ottobre   

Almeno 40 migranti morti (forse 41) nel naufragio di un cayuco entrato in collisione con la motovedetta che lo ha intercettato al largo delle coste senegalesi. Il grosso battello da pesca – sul quale avevano trovato posto non meno di 80 tra uomini e donne – ha preso il largo dal villaggio di pescatori di Soumbedioum, nei sobborghi di Dakar, la notte tra il 25 il 26 ottobre, portandosi subito a circa 5 chilometri di distanza dalla costa, per fare poi rotta verso le Canarie. La partenza non deve essere passata inosservata perché poco dopo, intonro alle 3 del mattino, quando era ancora  all’altezza di Dakar, il barcone è stato intercettato da una motovedetta della Marina militare senegalese, la Sangomar, che ha intimato l’alt, cercando poi di accostare, in modo da costringerlo a rientrare. All’operazione si è unito un patttugliatore spagnolo della Guardia Civil della flotta dislocata da Madrid nella zona, per contrastare l’immigrazione clandestina. Il pilota del cayuco, ignorando le disposizioni ricevute, ha puntato verso il largo. E’ stato l’inizio della tragedia: nella successiva manovra di “dissuasione” che ha operato per bloccare la fuga, la motovedetta è entrata in collisione con il cayuco che per il forte contraccolpo si è rovesciato. Il pattugliatore spagnolo, che si trovava a brevissima distanza, è stato il primo a intervenire per i soccorsi, a cui si è subito unita anche la motovedetta senegalese. Insieme, le due unità hanno tratto in salvo 39 naufraghi, mentre dalla costa accorrevano altre due navi della Marina militare, ma il buio e il mare piuttosto mosso hanno ostacolato non poco le operazioni. Le ricerche sono continuate per l’intera giornata di martedì 27 e il giorno successivo, mercoldì 28, perché è apparso subito chiaro che, a parte i 39 naufraghi recuperati (poi sbarcati a Dakar), dovevano esserci decine di dispersi, come hanno riferito i superstiti e come del resto aveva quanto meno intravisto l’equipaggio della Sangomar. Il bilancio di morte completo si è avuto la mattina del 29 ottobre, quando, in base alla testimonianza più precisa di uno dei sopravvissuti, che ha riferito tra l’altro di essere rimasto in acqua per più di 3 ore prima di essere tratto in salvo), c’è stata la conferma che a bordo del cayuco naufragato c’erano almeno 80 persone.

(Fonte: sito web Alarm Phone, El Diario Canarias Ahora) 

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 26 ottobre 2020

Dodici migranti maghrebini sono annegati nel naufragio di una piccola barca partita dal sud del Marocco e diretta verso le Canarie. Tra le vittime ci sono anche due bambine. Non risulta che ci siano superstiti. Pochissimi i particolari sulla tragedia, avvenuta nelle acque marocchine. Dalle autorità di Rabat non sono filtrate informazioni. La notizia è stata riferita dalla Ong Heroes del Mar, rilanciata da altre organizzazioni umanitarie sia spagnole che marocchine e ripresa poi da Alarm Phone. La conferma è arrivata da almeno uno dei familiari dei migranti scomparsi, che ha segnalato di aver perso ogni contatto con la barca e chiedeva a sua volta informazioni.

(Fonte: sito web Heroes del Mar, sito Alarm Phone)    

Senegal-Mauritania-Spagna (rotta delle Canarie), 27 ottobre 2020

Due giovani senegalesi sono annegati, al largo delle coste della Mauritania, cadendo in mare dalla barca carica di migranti che stava per essere raggiunta da una motovedetta della Guardia Costiera. Il battello, un grosso cayuco da pesca, era partito due giorni prima dal Senegal, a sud di Dakar, puntando verso le Canarie. A bordo c’erano oltre 160 migranti, quasi tutti senegalesi. Prima dell’alba del giorno 27, quando era all’altezza del dipartimento di Chami, tra Nuakchot e Nuadibù, pare abbia avuto dei problemi di galleggiamento e al motore. Il guardacoste che lo ha soccorso stava quasi accostando quando, nella confusione che si è creata a bordo, due sono scivolati fuori, sparendo subito nel buio, tra le onde. Tutti gli altri sono stati recuperati e condotti a riva con l’aiuto anche di altre unità militari della Mauritania sopraggiunte nel frattempo. Senza esito le ricerche dei due dispersi: i loro corpi sono stati trovati alcune ore più tardi su una delle spiagge di Chami, dove li aveva trascinati la corrente. Nel corso della mattinata è stato soccorso un altro cayuco con 134 migranti al largo del porto di Nuadibù, nell’estremo nord della Mauritania.

(Fonte: El Diario) 

Senegal-Mauritania-Spagna (Nuadhibù, rotta delle Canarie), 29 ottobre 2020

Più di 50 morti (non meno di 53) su un grosso cayuco carico di migranti subsahariani rimasto alla deriva per quasi due settimane. La tragedia – raccontata dai pochi superstiti: appena 27 – si è consumata dopo il 13/14 ottobre, ma è venuta alla luce solo giovedì 29. La notizia è stata riferita da alcuni dei sopravvissuti all’agenzia Efe, che ne ha poi trovato conferma da una fonte delle forze di sicurezza della Mauritania. Il barcone ha preso il largo dal Senegal, per cercare di raggiungre le Canarie, circa mille miglia più a nord. Ha risalito la costa occidentale africana fino alla Mauritania settentrionale, quando è rimasto in balia del mare, alla deriva, perché a quanto pare il motore è andato in avaria. I migranti a bordo non sono stati in grado di chiedere aiuto e  nessuno si è accorto di nulla per quasi quindici giorni, un periodo terribilmente lungo, durante il quale molti a bordo sono morti di sete, sfinimento, ipotermia. I soccorsi sono arrivati solo dopo domenica 25, da parte di un guardacoste della Marina mauritana. A quel punto, però, rimanevano in vita solo 27 degli oltre 80 migranti partiti dal Senegal, e tutti estremamente provati, con evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia. La Guardia Costiera li ha sbarcati a Nuadhibù, nella penisola di Capo Bianco, vicino al confine tra la Mauritania e l’ex Sahara spagnolo, oltre mille chilometri più a nord del punto d’imbarco in Senegal. Sono stati appunto alcuni di loro, appena si sono ripresi, a raccontare la strage, che probabilmente sarebbe altrimenti rimasta sconosciuta.

(Fonte: Agenzia Efe, El Diario Canarias Ahora, sito web Alarm Phone)

Libia-Italia (Bengasi-Bin Jawad), 30 ottobre 2020

Sei migranti morti su una piccola barca in vetroresina trovata alla deriva al largo di Bin Jawad, nel golfo di Sirte. Altri 4 risultano dispersi. Due vittime sono giovani libici, come si evince dai passaporto trovati dalla polizia. Uno, in particolare, Idris Mftah Al Maghribi, risulta fosse un agente di polizia in servizio presso la direzione di sicurezza di Bengasi. Si tratta della barca data per scomparsa in mare ormai da un mese, dopo essere partita appunto da Bengasi il 30 di settembre, con 10 persone a bordo. Ad avvistarla – secondo quanto ha riferito Migrant Rescue Watch, un sito web molto vicino alle autorità libiche – è stato, il 30 ottobre, un pescatore. La Guardia Costiera e la polizia, recuperati i cadaveri, hanno rinvenuto a bordo alcuni cellulari. Analizzandone le chiamate si è però arrivati alla conclusione che i naufraghi, quando si sono trovati in difficoltà, non sono riusciti a mettersi in contatto con nessuno per chiedere aiuto, rimanendo in balia del mare per diversi giorni – “Almeno una settimana” specifica la nota di Migrant Rescue Watch – fino a morire d’inedia, disidratazione e sfinimento. Nessuno si sarebbe accorto di nulla fin a quando la barca è stata incrociata casualmente dal pescatore che ha poi dato l’allarme. E’ un episodio, tuttavia, con molti punti oscuri. Tenendo conto della ricostruzione fatta dalla polizia, sono almeno tre gli elementi che destano degli interrogativi. Intanto, il porto di partenza. Bengasi è oltre mille chilometri a est di Tripoli e, per mare, più vicina a Creta che all’Italia: puntare da lì verso la Sicilia significa dover navigare per centinaia di miglia su una imbarcazione precaria, con tutti i rischi conseguenti. Ovvero: la zona meno adatta per un imbarco clandestino verso l’Italia, anche se non manca almeno un precedente. Secondo punto: Bin Jawad è in fondo al golfo di Sirte, circa 250 chilometri in linea d’aria a sud-ovet di Bengasi. In pratica, la direzione quasi opposta della rotta di nord-ovest da Bengasi verso l’Italia: uno spostamento che è difficile spiegare solo con lo scarroccio naturale e la spinta delle correnti dal momento in cui la barca è diventata ingovernabile, pur tenendo conto del lungo tempo trascorso. Il terzo elemento è proprio questo lungo tempo passato prima del ritrovamento (ben 30 giorni), visto che quel tratto di mare è percorso quotidianamente da decine di navi e barche di ogni genere. Una sorpresa, infine, è la presenza tra le vittime del giovane agente in forza alla Direzione di Sicurezza di Bengasi. Il rapporto di Migrant Rescue lascia intendere che potrebbe aver tentato di raggiungere l’Italia perché – si afferma – era da più di un anno che non riceveva il salario.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, stampa libica in arabo)   

Senegal-Spagna (Goxu Mbacc, Saint Louis), 30 ottobre 2020

Due migranti senegalesi sono morti nel naufragio di un grosso cayuco che si è rovesciato a poche decine di metri dalla riva mentre tentava di approdare sulla spiaggia di Goxu Mbacc (Gokhou Mbath), a Saint Louis, nell’estremo nord del Senegal. Altri 6 sono stati recuperati in tempo, sia pure con evidenti sintomi di annegamento. Salvi tutti gli altri che erano a bordo, pare circa 300. E’ stata una strage sfiorata per più motivi. Il barcone era partito oltre due settimane prima da Mbour, la città situata circa 80 chilometri a sud di Dakar diventata uno dei principali punti di imbarco della rotta clandestina dal Senegal verso le Canarie. Durante la navigazione i migranti hanno perso l’orientamento: dopo aver vagato circa 15 giorni nell’Atlantico, ormai allo stremo per aver esaurito le scorte d’acqua e di cibo, giunti all’altezza di Saint Louis, alle soglie del confine con la Mauritania, hanno deciso di rientrare a terra. Il mare mosso, con onde violente, alte almeno due metri, ha reso difficile l’attracco: a qualche decina di metri dalla spiaggia di Goxu Mbaac il cayuco si è messo di colpo di traverso, rovesciandosi. I soccorsi sono arrivati dalla folla che si era radunata sull’arenile vedendo arrivare il barcone. L’acqua non profonda ha facilitato l’intervento. Due dei naufraghi, però, non ce l’hanno fatta: quando sono stati portati a riva erano ormai privi di vita. Le prime notizie – suffragate dalle drammatiche immagini di un video del naufragio fatto con un cellulare – parlavano di ben 150 vittime. Questo enorme bilancio di morte è stato però fortunatamente ridimensionato dagli accertamenti successivi, peraltro confermati dal fatto che, a parte quelli delle due vittime accertate fin dall’inizio, non sono stati trovati altri cadaveri, nonostante tutto si sia svolto a brevissima distanza dalla linea di costa.

(Fonte: Rewmi.com, Africain Info, siti web Alarm Phone e Mediterranea, Avvenire)

Libia (Zawiya), 30-31 ottobre 2020

La Mezzaluna Rossa ha recuperato sul litorale di Zawiya, circa 60 chilometri a ovest di Tripoli, il cadavere di un migrante subsahariano affiorato a pochi metri dalla riva nell’area dello Spanish Family Resort. A giudicare dallo stato di conservazione deve essere rimasto in mare per alcuni giorni. Negli abiti non sono stati trovati documenti né sono emersi elementi utili per l’identificazione o per stabilirne la provenienza. Su disposizione della magistratura è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Zawiya per sottoporlo ad autopsia prima dell’inumazione. A differenza del cadavere spiaggiato il giorno prima, 30 ottobre, ad Abu Nawas, nei sobborghi di Tripoli, 40/50 chilometri più a est, non sembra ipotizzabile un collegamento con il naufragio avvenuto a Janzour, circa 15 chilometri a ovest di Tripoli, il giorno 25 di ottobre. Alcuni giorni prima del ritrovamento circolava però la notizia, non confermata, di un altro naufragio che sarebbe avvenuto al largo di Zawiya intorno al 20 ottobre.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, sito Mezzaluna Rossa)

Senegal-Spagna (rotta delle Canarie, Tenerife), 31 ottobre 2020

Un morto su un cayuco intercettato a sud di Tenerife, nella Canariee, dal Salvamento Maritimo spagnolo. In gravi condizioni  per ipotermia e disidratazione numerosi dei 79 migranti subsahariani che erano a bordo. Il barcone, salpato dal Senegal, è rimasto in mare per diversi giorni. La notte tra il 30  il 31 ottobre è giunto a sud di Tenerife: verso le sei del mattino è stato avvistato ad alcune miglia dalla costa di El Medano, nel municipio di Granadilla de Abona. Poco dopo lo hanno raggiunto una salvamar del Salvamento Maritimo e una motovedetta della Guardia Civil, che lo hanno scortato sino in porto. Il cadavere, recuperato al momento dello sbarco, è stato trasferito nell’obitorio dell’istituto di medicina legale. Tutti i migranrti sbarcati sono stati affidati alle cure della Croce Rossa, che ha provveduto a far ricoverare in ospedale  quelli in più grave stato.

(Fonte: El Diario Canarias Aora, sito web Helena Maleno)

Algeria (costa di Mostaganem), 31 ottobre 2020

I cadaveri di due migranti sono stati trascinati dal mare sulla costa di Mostaganem, nell’Algeria occidentale, uno di tratti di litorale da cui sono più frequenti le partenze delle barche di harragas verso la Spagna. Il primo, quello di un uomo di giovane età, è stato trovato a Petit Port, circa 50 chilomtri a est di Mostaganem. L’altro, una ragazza, ancora più a oriente, sulla spiaggia di Sidi Abdelkader, nel municipio di Achaacha, che dista 82 chilometri da Mostaganem. Entrambi i corpi erano in avanzato stato di decomposizione e non sono stati trovati elementi utili per identificarli. Data la distanza tra le due località, è verosimile che provengano da naufragi diversi.

(Fonte: El Watan)

Marocco-Spagna (El Jadida), fine ottobre-inizio novembre 2020

I cadaveri di tre migranti (due uomini e una ragazza) sono stati portati dal mare sulla spiaggia di El Jadida, una antica città portuale sulla costa atlantica del Marocco, regione di Casablanca. Recuperati da una squadra della Mezzaluna Rossa e trasferiti all’obitorio, non è stato possibile identificarli né stabilirne la provenienza. Secondo la polizia non ci sono dubbi, però, che si tratti di tre migranti, quasi certamente marocchini, annegati nel tentativo di raggiungere la Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra. E’ probabile che si siano imbarcati proprio nella zona di El Jadida, da cui sono frequenti le partenze “clandestine”. Scarse le informazioni ufficiali. Forse perché – come scrive il quotidiano online Nadorcity.com, che ha dato la notizia – “i tentativi di immigrazione clandestina sono considerati un’offesa alla reputazione del Marocco, dove si pensava che l’immigrazione illegale di marocchini verso l’Europa fosse cessata da decenni ed ormai limitata ai subsahariani”.

(Fonte: Nadorcity.com edizione del 17 novembre)

Senegal-Spagna (Rotta delle Canarie), 2 novembre 2020

Un morto su un cayuco carico di migranti in rotta nell’Atlantico verso le Canarie. La presenza del barcone, partito dal Senegal con 68 persone a bordo, è stata segnalata la mattina di domenica primo novembre, al centro di controllo del Salvamento Maritimo di Las Palmas, da un cargo che lo ha incrociato casualmente circa 200 miglia a sud dell’arcipelago. Il dispaccio informava che la barca stava navigando regolarmente verso nord e non sembrava avere problemi particolari. Sulla base di questo avviso, tuttavia, lunedì mattina la centrale operativa ha fatto decollare un aereo da ricognizione, il Sasemar 101, per andare a controllare la situazion sul posto. Dall’aereo è stato comunicato che il cayuco continuava a navigare, a circa 160 miglia da Gran Canaria, ma che sembrava in difficoltà. Da qui la decisione di far partire la salvamar Talia. Contemporaneamente, tenendo conto che la motovedetta ci avrebbe messo almeno 6 ore per raggiungere il cayuco, è stata inoltrata una nota di soccorso a tutte le navi in transito nella zona. Il messaggio è stato raccolto dalla nave portacontainer Msc Athos, da cui è arrivata l’assicurazione che avrebbe scortato il barcone a distanza fino all’arrivo della Talia. Poi, alle 13,40, il comandante del cargo ha comunicato che, viste le condizioni della barca e del mare, aveva deciso di prendere a bordo tutti i migranti, scoprendo al momento del trasbordo che oltre ai 67 tratti in salvo c’era anche il corpo senza vita di un giovane subsahariano, morto durante la navigazione, presumibilmente per ipotermia e  sfinimento. Completata l’operazione la Msc Athos ha fatto rotta per Las Palmas.

(Fonte: El Diario Canarias Ahora, La Provincia Canarias)

West Africa-Spagna (Rotta delle Canarie, Gran Canaria), 3 novembre 2020

Un giovane subsahariano è stato trovato privo di vita su una barca diretta alle Canarie con a bordo altri 68 migranti. Si tratta di uno dei numerosi battelli intercettati nell’Atlantico da unità del Salvamento Maritimo e della Guardia Civil tra la mezzanotte di lunedì 2 novembre e le prime ore del pomeriggio di martedì 3, per un totale di oltre 450 arrivi. Non è stato comunicato da quale paese dell’Africa nord-occidentale sia partita l’imbarcazione dove il giovane è morto, presumibilmente per disidratazione e sfinimento, prima che arrivassero i soccorsi. Quando è stata intercettata, prima dell’alba di martedì, era poche miglia a sud di Gran Canaria. Anche a giudicare dalle condizioni di molti dei migranti a bordo, tra cui numerosi minorenni, deve essere rimasta a lungo in mare. Sia i superstiti che la salma sono stati sbarcati a Las Palmas, nel porto de La Luz.

(Fonte: El Diario Canarias Ahora)

Marocco-Spagna (Al Hoceima), 3 novembre 2020

Tre migranti marocchini originari di Bani Bouayash, un villaggio dl Rif, sono annegati gettandosi in mare per tentare di sottrarsi alla cattura da parte della Guardia Costiera. I tre ragazzi, con una ventina di compagni, erano a bordo di una piccola barca salpata dalla spiaggia di Al Sawani, nelle vicinanze di Al Hoceima, la città portuale del Rif, nel nord del Marocco, regione di Tangeri. La costa era ancora vicina quando, all’altezza del villaggio di Ait Youssef, sono incappati in un pattugliamento della Royal Navy. Alla vista della motovedetta che si stava avvicinando rapidamente, molti dei 20 migranti del gruppo si sono tuffati, per fuggire a nuoto. Quasi tutti ce l’hanno fatta a raggiungere la riva e a dileguarsi. Non quei tre, che sono scomparsi in acqua prima che l’equipaggio della motovedetta potesse raggiungerli e soccorrerli. Due dei tre corpi sono stati recuperati più tardi da una squadra di sommozzatori e trasferiti all’obitorio dell’ospedale Mohammed V di Al Hoceima. La terza salma, quella di un ventenne di nome Alas, è affiorata la mattina del 4 novembre non lontano dalla spiaggia di Al Sawani dove gli oltre venti ragazzi si erano imbarcati. La Mezzaluna Rossa la ha trasferita all’obitorio dell’ospedale regionale per l’autopsia. La Procura Generale ha aperto un’inchiesta per risalire all’identità di tutti i ragazzi del gruppo e individuare la rete di traffico che ha organizzato la “spedizione” verso la Spagna. Si sospetta che una delle basi possa trovarsi proprio ad Ait Youssef. Secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani i tentativi di emigrazione clandestina dal Marocco si sono moltilicati in particolare dopo la crisi del Rif.

(Fonte: Nadorcity.com edizioni del 3  del 4 novembre)

Marocco-Spagna (Cabo Bajador-Gran Canaria), 3 novembre 2020

Sedici morti – non uno soltanto come si è ritenuto inizialmente in base all’unico cadavere ritrovato – sulla barca soccorsa il 19 ottobre dal cargo portacontainer Wadowice II in pieno Atlantico, 400 chilometri a sud di Gran Canaria (nota del 19 ottobre). La strage si è consumata nell’arco dei circa 15, lunghissimi giorni trascorsi alla deriva dai 26 migranti che erano a bordo, dopo aver perso la rotta partendo dalla costa del Sahara Occidentale. La realtà è emersa ricostruendo la storia di uno dei dieci superstiti, un ragazzo marocchino di appena 17 anni. In grave stato di choc per la terribile esperienza vissuta, subito dopo lo sbarco il diciassettenne era stato destinato a un centro accoglienza per minori, ma in questa struttura non è mai arrivato: probabilmente si è perso nella confusione che si è creata sul molo il giorno 19, quando sono arrivate 18 barche con 375 persone, in aggiunta alle centinaia di migranti sistemati provvisoriamente nell’accampamento allestito al porto dalla Croce Rossa. E proprio in questo accampamento, dopo una settimana, in seguito a ulteriori controlli, è stato ritrovato e preso in carico dai servizi di assistenza. Del suo caso si è interessato in particolare il dottor Abian Montesdeoca, pediatra del Servicio Canario de Salud, con il quale il ragazzino si è a poco a poco confidato. Primogenito, orfano di padre da quando aveva 11 anni, la decisione di emigrare – ha detto – l’ha presa per aiutare la famiglia. Con lui sono partiti i suoi sei cugini. Hanno tutti trovato posto, con altri 19 migranti, su una barca salpata all’inizio di ottobre da una località situata tra Cabo Bajador e Dajla. Avevano una riserva di acqua, cibo e benzina per tre giorni: secondo quanto gli avevano assicurato, un tempo più che sufficiente per la traversata fino alle Canarie. Durante la navigazione, però, il Gps si è guastato e, persa la rotta, hanno vagato nell’Atlantico, senza riuscire a ritrovare l’orientamento, mentre le scorte si esaurivano rapidamente. Alcuni, spinti dalla sete, hanno cominciato a bere acqua di mare, non sapendo che ingerire acqua salata accelera la disidratazione: sono stati i primi a morire. In 16 non ce l’hanno fatta a sopravvivere prima che il Wadowice II li avvistasse. Quindici cadaveri, inclusi quelli dei sei cugini del diciassettenne, sono stati affidati al mare. La sedicesima vittima, morta da poco, era ancora a bordo quando sono arrivati i soccorsi.

(Fonte: La Provincia, El Diario, La Vanguardia)  

Italia (Lampedusa), 3 novembre 2020

Il cadavere di un uomo in avanzato stato di decomposizione è stato trovato in mare tra Lampedusa e Linosa. Ad avvistarlo e a segnalarne la posizione alla Guardia Costiera è stato il traghetto di linea che fa servizio tra la Sicilia e le due isole Pelagie, dopo lo scalo a Linosa. Nelle ore successive lo ha recuperato una motovdetta partita da Lampedusa. A giudicare dallo stato di conservazione, il corpo è rimasto in mare per lungo tempo, probabilmente settimane. Si ritiene che siano i resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungre l’Italia dalle coste africane, forse la vittima del naufragio “fantasma” di una delle barche in pericolo di cui si è saputo più nulla dopo le prime richieste di aiuto.

(Fonte: Agrigentonotizie, Mediterraneo Cronaca, Avvenire)  

Senegal-Spagna (Gran Canaria e Tenerife), 3-4 novembre 2020

Tre migranti morti e diversi altri in gravi condizioni su due barconi soccorsi durante la notte del 3 novembre e nelle prime ore del mattino del 4 a sud di Gran Canaria e di Tenerife da unità del Salvamento Maritimo spagnolo e della Guardia Civil. Il primo allarme è scattato nella tarda serata, l’altro poco prima dell’alba.

Gran Canaria. Il battello in difficoltà, un cayuco, è stato segnalato circa 80 chilometri a sud di Gran Canaria. La guardamar Polimnia, inviata dalla centrale operativa di Las Palmas, lo ha raggiunto intorno alle 22, trovando conferma che la situazione era molto grave: due dei migranti a bordo erano ormai morti e numerosi altri apparivano estremamente provati. Le operazioni di soccorso e recupero dei naufraghi e delle salme si sono protratte per un’ora circa. Poco dopo le due la Polimnia ha fatto rientro nel porto di Aguineguin, dove il presidio della Croce Rossa si era nel frattempo preparato per fronteggiare l’emergnza e prendersi cura anche dei corpi delle due vittime.

Tenerife. L’intervento della Polimnia si era concluso da poco quando, a sud di Tenerife, è stato segnalato il secondo cayuco in difficoltà. Partito dal Senegal sulla rotta per le Canarie, il barcone era in mare da almeno 10 giorni. Per i soccorsi sono partiti una salvamar del Salvamento Maritimo e una motovedetta della Guardia Civil. Quando è stato raggiunto, verso le 6,15, oltre sei miglia a sud della zona di Los Cristianos, gli oltre 70 migranti subsahariani a bordo erano allo stremo, senza più scorte d’acqua e di cibo ormai da tempo e molti con evidenti sintomi di ipotermia e disidratazione. Uno, in particolare, era morto poche ore prima, ucciso dalle fatiche e dagli stenti patiti durante la lunga traversata. Altri tre, appena sbarcati a Tenerife, al porto di Los Cristianos, sono stati trasferiti d’urgenza, in stato di semi-incoscienza, al centro medico di El Mojon per una grave forma di ipotermia e di ipoglicemia. Tutti gli altri, 69 in tutto, sono stati presi in carico dalla Croce Rossa. Per due, in particolare, si è ritenuto opportuno il ricovero in ospedale.

(Fonte: El Diario Canarias Ahora, sito web Helena Maleno, Publico, Agrncia Gran Canaria, Maspalomas Ahora,  Cope.es)

Marocco-Spagna (Cap Quilates, Al-Houceima), 4-5 novembre 2020

Quattordici migranti morti (tra cui 3 bambini e 4 donne) nel naufragio di un grosso canotto pneumatico Zodiac nello Stretto di Gibilterra. Il gommone era partito la mattina del 4 novembre da una spiaggia di Nador, nel nord del Marocco, facendo rotta verso l’Andalusia. A bordo erano in 66. Si trovava ancora nelle acque territoriali marocchine quando, forse a causa di un’avaria allo scafo, è stata lanciata una richiesta di aiuto. Nelle operazioni di ricerca, oltre a unità della Royal Navy, la centrale operativa di Tangeri ha coinvolto il Salvamento Maritimo spagnolo ed è stato proprio un aereo da ricognizione Sasemar partito dall’Andalusia ad avvistare lo Zodiac, non lontano da Cap Quilates, sulla costa marocchina di Al Houceima. La situazione era già drammatica: il battello era lesionato, ormai solo un relitto, con diverse persone in acqua tutt’intorno. Il Sasemar, oltre a gettare  in mare uno zodiac di salvataggio autogonfiabile, ha convogliato sul posto i soccorsi, continuando poi a sorvolare la zona. La prima ad arrivare è stata una nave mercantile in transito, presto seguita da una motovedetta della marina marocchina, che ha preso a bordo i naufraghi trovati in acqua e sul relitto. Si è pensato inizialmente, sulla scorta del monitoraggio effettuato dal mercantile, che tutti i 66 migranti partiti da Nador fossero stati tratti in salvo. Solo nelle ore successive è emerso che mancavano 14 persone, scomparse in mare prima dell’arrivo dell’aereo spagnolo e sfuggite quindi al monitoraggio fatto dalla nave giunta per prima sul posto.

(Fonte: sito web Helena Maleno)

Marocco-Spagna (Beni Ensar – Melilla), 5 novembre 2020

Quattro giovani migranti marocchini sono morti nel tentativo di entrare nel territorio spagnolo di Melilla, dalla vicina città portuale di Beni Ansar, attraverso un canale di scarico. L’allarme è scattato quando uno di loro è stato trovato in fin di vita nell’alveo, sul versante del Marocco: trasportato all’ospedale provinciale El Hassani di Nador, è spirato poco dopo, senza riprendre conoscenza. Le successive ricerche hanno portato alla scoperta dei cadaveri degli altri tre, sempre in fondo al canale ma in un punto più vicino alla linea di confine. Secondo la polizia nazionale marocchina, a cui la Procura di Nador ha affidato le indagini, i quattro devono aver pensato di poter eludere la sorveglianza lungo la frontiera passando dal grosso canale, in parte tombinato, che dalla zona del porto di Beni Ansar risale fino al territorio dell’enclave spagnola nella zona sud. Un passaggio, in effetti, poco vigilato e del tutto inusuale, perché  in genere i migranti tentano di entrare o via mare o saltando il vallo costruito lungo tutto il confine. Lungo il tragitto, però, i quattro sono evidentemnte incappati in qualche difficoltà imprevista che li ha uccisi quando erano ormai vicinissimi a varcare la frontiera. Tutte le salme sono state trasferite all’obitorio di Nador per l’autopsia disposta dalla magistratura.

(Fonte: Morocco World News, El Faro de Melilla)

Marocco-Spagna (Martil, Tangeri), 6 novembre 2020

Non si ha più traccia di quattro giovani marocchini (due neanche diciottenni) che si sono imbarcati per la Spagna su un battello di fortuna. Lo ha comunicato Fatima, la madre di uno di loro, Larbi Oussama. I nomi degli altri sono Abderrahman, Fathi e Oussama, tutti originari di Bourfa, un centro del Marocco orientale vicino al confine con l’Algeria, circa 200 chilometri a sud della grande città frontaliera di Oujda. La donna ne ha ricostruito la storia, diffondendo anche le loro fotografie e rivolgendosi ai media e alla rete sociale sul web. Non sembra avessero mai manifestato in passato l’intenzione di emigrare, forse per non impensierire i familiari. Sta di fatto che sono partiti insieme da Bourfa per raggiungere Martil, sulla costa mediterranea dello Stretto di Gibilterra, nella provincia di Tetouan, regione di Tangeri, dove hanno trovato un imbarco. Hanno preso il mare il 25 ottobre: si sa per certo perché è in questo giorno che c’è stato l’ultimo contatto con i familiari. E’ stato Larbi Oussama a telefonare alla madre, dicendo appunto che si erano imbarcati a Martil e che stavano già navigando. Non ha precisato se con rotta verso Ceuta o, come è molto più probabile visto il porto d’imbarco, verso l’Andalusia. Da quel momento silenzio totale. Inizialmente le famiglie hanno pensato a difficoltà di comunicazione durante il viaggio per mare o magari subito dopo lo sbarco. Con il passare dei giorni, però, si è fatta strada una preoccupazione crescente, nella convinzione che i quattro ragazzi, se avessero potuto, si sarebbero sicuramnete fatti sentire. Da qui la decisione di lanciare un appello ai media, alle Ong e alle istituzioni sia spagnole che marocchine. Si è creata una vasta mobilitazione, ma senza alcun esito. D’altra parte i quattro non figurano tra i migranti soccorsi dal 25 ottobre in poi dai servizi di salvamento di Ceuta e Melilla o del Marocco né, per quanto se ne sa, tra quelli arrivati in Spagna. Dopo due settimane circa i loro nomi nomi sono stati inseriti nella lista dei “desaparecidos”. Il timore è che siano rimasti vittime di un naufragio fantasma.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Senegal-Spagna (Hel Hierro, Canarie), 7 novembre 2020

Un morto su un cayuco con a bordo un centinaio di migranti subsahariani arrivato in mattinata a Hel Hierro, la più piccola e la più occidentale delle Canarie. Il barcone è stato intercettato 33 miglia a sud dell’isola e poi scortato fino al porto da una unità della Guardia Civil. Partito presumibilmente dal Senegal, ha navigato per diversi giorni prima di arrivare all’arcipelago spagnolo in pieno Atlantico, mettendo a dura prova le persone a bordo. L’uomo trovato privo di vita è morto appunto per queste fatiche: la sete, il freddo, lo sfinimento. Sintomi di ipotermia e disidratazione sono stati riscontrati anche su altri dei migranti a bordo, tra cui numerosi minorenni, che dopo lo sbarco sono stati affidati alle cure del presidio della Croce Rossa presente sul molo. Quasi contemporaneamente è arrivato a Hel Hierro un altro cayuco con decine di persone: in tutto i migranti sbarcati sono stati 159, in una giornata che ha segnato il record di 949 arrivi in tutto l’arcipelago.

(Fonte: El Diario Canaria Ahora)  

Algeria-Spagna (Arwew, Orano), 7-8 novembre 2020

I cadaveri di due migranti sono stati recuperati, nel giro di tre giorni, al largo di Cap Carbon, sul litorale di Arzew, una città portuale situata circa 40 chilometri a nord-est di Orano. Uno, avvistato la sera prima da una nave in transito a oltre 12 miglia dalla riva, è stato recuperato la notte tra sabato 7 e domenica 8 novembre da una motovedetta della polizia e trasferito per l’autopsia all’obitorio dell’ospedale di Arzew. A giudicare dall’avanzato processo di decomposizione, è sicuramente rimasto in acqua per diversi giorni. Presso lo stesso obitorio era stato trasportato giovedì 5 novembre l’altro cadavere, recuperato 5 miglia al largo di Arzew, in condizioni ancora peggiori. Non sono stati trovati elementi utili per stabilirne l’identità o la provenienza. Sembra scontato, comunque, che si tratti di due harraga annegati nel tentativo di raggiungere la Spagna dall’Algeria: le vittime di un naufragio verificatosi diversi giorni prima del ritrovamento delle due salme (ma rimasto sconosciuto) lungo la rotta percorsa dalle numerose barche di migranti che dalla costa di Orano puntano verso le Baleari o il litorale di Murcia e Alicante.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Spagna (Alicante), 7-8 novembre 2020

Due harraga algerini sono annegati cadendo in mare dalla barca con cui stavano tentando di raggiungere la Spagna. Il natante, un piccolo battello in legno, è rimasto alla deriva per sei giorni. Partiti lunedì 2 novembre dalle coste occidentali dell’Algeria, gli undici migranti a bordo avevano deciso di fare rotta verso le Baleari, contando di arrivare a Ibiza. Durante la navigazione il motore è andato in avaria, rendendo ingovernabile la barca, che ha vagato nel Mediterraneo fino alla sera di sabato 7 novembre, quando è stata avvistata casualmente 30 miglia al largo del promontorio di Ifach, nel comune di Calpe, provincia di Alicante. Una motovedetta della Croce Rossa ha raggiubnto il natante intorno alle 22. A bordo erano rimasti solo in nove: i superstiti hanno riferito ai soccorritori che i loro due compagni erano annegati cadendo accidentalmente in acqua, forse sbilanciati dal forte rollio causato dalle onde sulla barca priva di guida, senza la possibilità di raggiungerli e aiutarli. I superstiti sono stati sbarcati nel porto di Alicante durante la notte tra sabato 7 e domenica 8 novembre.

(Fonte: El Pais, Europa Press, Salvamento Maritimo Cgt). 

Turchia-Grecia (Samos), 8 novembre 2020

Un bimbo afghano di sei anni è morto nel naufragio di un gommone nelle acque dell’isola di Samo, nell’Egeo. Si è temuto a lungo che ci fossero anche dei dispersi (tra cui due donne e un altro bambino) perché inizialmente sono stati rintracciati meno di una ventina dei profughi che erano a bordo: secondo alcuni superstiti 24, secondo altri 27. Solo nelle ore successive sono stati trovati anche quelli di cui si era persa traccia. Il battello, salpato sabato sera dalla Turchia, è arrivato intorno alle 23 alle soglie di Samo. Cercando di approdare sulla costa nord orientale dell’isola, si è trovato in difficoltà a causa delle cattive condizioni meteo (onde alte e violente, forte vento e forti correnti), finendo contro alcuni scogli all’altezza di Capo Praso. La richiesta di soccorso dei naufraghi, alcuni dei quali si sono salvati arrampicandosi sulla scogliera, è stata intercettata dalla Ong Aegean Boat Report, che ha subito avvisato la Guardia Costiera. Prima dell’arrivo dei soccorsi – secondo la Ong – i naufraghi sarebbero però rimasti a lungo in acqua, nel buio. Anche l’oscurità ha complicato le ricerche. Prima dell’alba sono state individuate e tratte in salvo undici persone: l’ultima è stata una donna, ricoverata in stato di incoscienza. La domenica mattina è stata recuperata la salma del bambino e poco dopo una squadra dei vigili del fuoco, impegnata nel pattugliamento della costa, ha comunicato di aver trovato a terra altri sei naufraghi. A quel punto risultavano ancora dai 6 ai 9 dispersi, che sono stati rintracciati anch’essi a terra, dopo essere riusciti a salvarsi a nuoto. Il rapporto finale della polizia parla di un bimbo morto e 25 “migranti irregolari” sbarcati, oltre a un giovane afghano che, identificato come lo “scafista” del gommone, è stato arrestato. In arresto anche il padre del bimbo, un afghano venticinquenne, con l’accusa di aver esposto il figlio a un grave rischio.

(Fonte: Ana Mpa Agency edizioni dei giorni 8 e 9 novembre, The National Herald, Aegean Boat Report, giornali online Hcg.gr., Stonisi.gr., In.gr, Associated Press, Infomigrants).

Algeria-Spagna (Cap Falcon, Orano), 9 novembre 2020

Il corpo senza vita di un harraga sconosciuto è affiorato al largo di Cap Falcon, il promontorio che delimita a ovest la baia di Orano, in Algeria. Era a poche miglia dalla costa del municipio di Am El Turk. Avvistato casualmente intorno alle 19, è stato recuperato e trasferito dalla polizia nell’obitorio ospedaliero per essere sottoposto ad autopsia. E’ il terzo ritrovamento di questo genere nell’arco di cinque giorni, dopo i cadaveri affiorati la mattina di giovedì 5 novembre e la sera di sabato 7 rispettivamnete a 5 e 12 miglia di fronte a Cap Carbon, il promontoio che delimita a est la baia di Orano. Lo stato di decomposizione avanzata in cui risultano i tre corpi induce a pensare che siano rimasti in acqua grossomodo per lo stesso periodo di tempo. Questo elemento e il fatto che siano stati trovati nello stesso tratto di mare nell’arco di un tempo relativamente breve sembra rafforzare l’ipotesi che ci sia stato nei giorni precedenti un naufragio fantasma: una barca di harraga affondata durante la navigazione verso la Spagna.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Libia-Italia (Tripoli-Lampedusa), 9-10 novembre 2020

Dieci dispersi in un naufragio al largo della Libia. Un naufragio fantasma: non se ne è saputo nulla di preciso per oltre due mesi, fino a quando Alarm Phone non è riuscito a ricostruirne i particolari e dare un nome alle vittime, partendo dalle testimonianze dei familiari (che alcuni giorni dopo la tragedia hanno contattato la centrale operativa della Ong alla disperata ricerca di notizie) e dal racconto dell’unico superstite. La barca, un piccolo scafo in vetroresina bianco, è partita la notte tra il 9 e il 10 novembre da Tripoli, puntando verso Lampedusa. A bordo erano  in undici, tutti libici: nove uomini, una donna e una bimba di 7 anni. La navigazione è proseguita senza grossi problemi per circa quattro ore, poi lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua e si è rovesciato. Era ancora notte. I nove uomini hanno fatto salire la donna e la bambina sul fondo capovolto della barca e loro sono rimasti aggrappati ai bordi. Quando si è fatto giorno si sono resi conto che i soccorsi non sarebbero mai arrivati perché nessuno si era accorto del naufragio. Alcuni, allora, hanno deciso di tentare di raggiungere la riva a nuoto, per chiedere aiuto. Si sono perduti tutti in mare, tranne uno che a un certo punto si è accorto di essere rimasto da solo ma ha continuato a nuotare fino a quando è stato avvistato da un pescatore, che lo ha tratto in salvo e riportato a riva. Appena a terra ha dato l’allarme alla Guardia Costiera libica, fornendo le indicazioni sul punto presumibile del naufragio, per organizzare il recupero. Nelle ore successive una motovedetta ha trovato la barca rovesciata qualche miglio al largo di Janzour, ma non c’erano naufraghi: né sopra lo scafo capovolto, né intorno. Da quel momento sono iniziate le ricerche disperate dei familiari, che si sono rivolti, oltre che alle autorità libiche, a varie organizzazioni, tra cui Alarm Phone. Sono state anche diffuse le foto dei dispersi in modo da facilitare eventualmente il riconoscimento. Si è andati avanti così per mesi. Senza alcun esito, fino a quando è caduta ogni speranza di ritrovarli. I nomi delle vittime sono stati comunicati dalle famiglie fin dall’inizio, tramite Alarm Phone: Mansour Al Kilani, Ahmes Akkari, Ramy Fawzy Bakir, Muhammad Al Mzugi, Mahmoud Al Kikli, Abdullah Al Huni, Hani Qashout, Fadia Al Jaroush, Fara Qashout (la bimba di 7 anni), Siraj Bin Arous.

(Fonte: report di Alarm Phone del 31 gennaio 2021, sito web Alarm Phone 1 febbraio 2021)

Libia-Italia (Zuwara), 10 novembre 2020

Un migrante morto e 13 dispersi nel naufragio di un piccolo gommone al largo della Libia. Tra le vittime ci sono tre donne e un bambino. Undici i superstiti. Il battello, secondo quanto ha appurato l’ufficio Oim di Tripoli, è partito la notte di lunedì 9 novembre da Zuwara, circa 100 chilometri a ovest di Tripoli, puntando verso Lampedusa, come tutte le barche di migranti che salpano da questo tratto di costa, non lontano dal confine con la Tunisia. A bordo – ha riferito Safa Msehli, portavoce dell’Oim nell’immediatezza della tragedia – c’erano “circa due dozzine di persone”: si è poi appurato, in base al racconto dei sopravvissuti, che erano 25. Dopo poche ore di navigazione, forse a causa di un’avaria, lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua fino a quando, ormai ingovernabile, si è rovesciato. I naufraghi hanno cercato di salvarsi aggrappandosi al relitto o a qualsiasi cosa fosse in grado di galleggiare. La motovedetta Ras Jadar, della Guardia Costiera libica, ne ha tratti in salvo 11 ed ha recuperato un corpo senza vita. Ricondotti a terra nella base navale di Tripoli, subito dopo lo sbarco i superstiti (8 provenienti dalla Guinea, 2 dal Mali e 1 dal Togo) sono stati trasferiti nel centro di detenzione di Abu Salim. Nessuna traccia dei 13 dispersi, scomparsi in mare prima dell’arrivo dei soccorsi.

(Fonte: siti web Iom Libya e Safa Msehli portavoce Iom Ginevra, Associated Press, Medici Senza Frontiere, Migrant Rescue Watch)

Libia (Gargaresc, Tripoli), 11 novembre 2020

Un profugo eritreo appena quindicenne è stato ucciso con una revolverata a freddo, da una squadra di miliziani che ha assalito la casa dove aveva trovato rifugio, a Tripoli. Si chiamava Negasi Tesfai e veniva dal villaggio di Berakit, provincia di Adi Kuala. Fuggito dall’Eritrea oltre due anni fa ed entrato in Libia dal Sudan, era stato bloccato a Tripoli, finendo nel centro di detenzione di Abu Salim. Da qui, registrato come richiedente asilo minorenne, è stato trasferito dall’Unhcr nel centro di soggiorno temporaneo aperto dall’Onu a Tripoli per i rifugiati inseriti nel programma di relocation verso un paese occidentale. Sarebbe dovuto andare in Svezia ma, chiuso il centro in seguito alla battaglia di Tripoli scatenata dal generale Haftar nel 2019 e bloccata la relocation, come altri profughi il quindicenne, grazie anche all’incentivo in denaro assicurato dall’Unhcr, si è dovuto trovare un alloggio nei sobborghi della capitale, per poi trasferirsi in una casa collettiva più ampia, aperta da un gruppo di profughi eritrei nella zona di Gargaresc, a circa 10 chilometri dal centro di Tripoli. Molto religioso, a spingerlo verso questa scelta è stata la presenza di un piccolo luogo di culto, dove poter pregare, all’interno della casa comune. Ed è appunto in questa chiesetta che è stato ucciso. La mattina di martedì 10 novembre una squadra di sei miliziani armati ha fatto irruzione nella casa collettiva. Li guidava un giovane, riconosciuto nonostante fossero tutti con il volto mascherato, che nei giorni precedenti era già stato sul posto. La squadraccia ha immobilizzato tutti, rapinando denaro e cellulari. Poi almeno un paio di miliziani sono entrati nella stanza-chiesa dove erano Negasi e un altro profugo eritreo. I miliziani li hanno costretti a uscire a furia di spintoni e percosse. Poi, sulla soglia d’ingresso, uno ha colpito alla testa, con il calcio di un fucile, il compagno di Negasi, facendogli perdere i sensi. Contro Negasi, che seguiva a un passo l’amico, è stato invece esploso un colpo di pistola che lo ha raggiunto alla gola, uccidendolo. Incomprensibile il motivo dell’omicidio: forse un cenno di reazione o una specie di “monito” per gli altri. O, magari, una reazione rabbiosa per il fatto che i due ragazzi non avevano nulla di cui i miliziani potessero impossessarsi.

(Fonte: Speciale Libia, Avvenire, Medici Senza Frontiere, testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea)

Libia-Italia (Sabratha), 11 novembre 2020

Sei migranti hanno perso la vita in seguito al naufragio di un gommone a nord delle coste libiche: cinque sono annegati e il sesto, un bimbo di appena sei mesi, Joseph, proveniente dalla Guinea, è morto sulla nave di soccorso della Ong Open Arms, che lo aveva strappato al mare. Non è da escludere che ci siano dei dispersi. Un centinaio le persone tratte in salvo. Si tratta quasi di una tragedia annunciata. Il battello, salpato da Sabratha, è rimasto in mare per almeno due giorni. Le prime richieste di aiuto sono arrivate nella giornata di martedì 10. Le ha intercettate la piattaforma Alarm Phone, che ha subito girato l’Sos, informando sia le autorità italiane che maltesi. Nessuno si è mosso fino a quando a rilanciare l’allarme è stato un aereo da ricognizione della flotta dell’agenzia Frontex che, avvistato il natante in chiara difficoltà a 31 miglia da Sabratha, ha avvertito Open Arms, l’unica Ong operativa dopo il sequestro delle navi di tutte le altre. L’unità spagnola ha fatto immediatamente rotta verso il punto dell’emergenza, ma prima che l’equipe di salvataggio potesse intervenire il gommone è affondato di colpo, a causa del cedimento improvviso del fondo dello scafo, che probabilmente non ha retto al sovraccarico e all’usura. Tutte le squadre e i mezzi veloci di soccorso della Open Arms sono stati messi in mare. Erano passate da poco le 12. Ci sono volute ore per recuperare i naufraghi, a cominciare dai bambini, tra cui il piccolo Joseph. Alle 17 Oscar Camps, il capo della missione, ha segnalato la fine delle operazioni di soccorso in acqua, comunicando che, purtroppo, c’erano cinque vittime e si temeva anche qualche disperso. Ha segnalato, inoltre che risultavano piuttosto gravi le condizioni di alcuni dei superstiti. In particolare di Joseph, per il quale l’equipe medica di Emergency che opera a bordo, ha subito sollecitato il trasferimento d’urgenza in elicottero verso un ospedale italiano. La richiesta è caduta nel vuoto e il bimbo, nonostante le cure dei sanitari, ha cessato di vivere sulla nave.

(Fonte: sito web Open Arms, sito web Sergio Scandura, Alarm Phone, Repubblica, Il Fatto Quotidiano)

Libia-Italia (Al Khums), 12 novembre 2020

Almeno 74 tra morti e dispersi nel naufragio di un gommone con oltre 120 migranti a bordo al largo di Al Khums (Homs), in Libia. La notizia è stata diffusa nel pomeriggio dall’ufficio Oim di Ginevra, sottolineando come si tratti di una delle più gravi tragedie di quest’anno nel Mediterraneo. Molto scarni i dettagli forniti. Si sa per certo che il battello è partito dal litorale di Al Khums, circa 130 chilometri a est di Tripoli, puntando verso Malta o l’Italia. Il naufragio è avvenuto dopo poche ore di navigazione. Se ne ignorano le cause. Le condizioni del mare erano buone. C’è da pensare forse a un cedimento o a un’avaria dello scafo, magari a causa del sovraccarico. In ogni caso, a quanto risulta, il gommone si è rovesciato e per molte delle 120 persone a bordo (tra cui donne e bambini) non c’è stato scampo. I primi soccorsi sono arrivati da alcune barche di pescatori, alle quali si è aggiunta in seguito una motovedetta della Guardia Costiera. Sono stati tratti in salvo solo 47 naufraghi. Nel corso delle ricerche condotte nelle ore successive sono stati recuperati 31 corpi senza vita. Stando alle dichiarazioni dei superstiti, almeno altri 43 naufraghi risultano dispersi, portando così a 74 il numero delle vittime. I superstiti sono stati sbarcati ad Al Khums. Fino a tarda sera nessuna notizia da parte delle autorità e della Guardia Costiera libiche.

(Fonte: rapporto Oim Ginevra, sito web Alarm Phone, Associated Press, Repubblica, La Stampa, The Guardian, Associated Press)

Libia-Italia (Sorman, distretto di Zawiya), 12 novembre 2020

Venti migranti morti e tre soli superstiti – tre donne tratte in salvo a un piccolo peschereccio – in un naufragio al largo della costa libica compresa tra Zawiya e Sabrahta, a ovest di Tripoli. E’ stata una tragica odissea che si è protratta per quasi tre giorni. Il primo Sos per la barca in difficoltà, salpata da Zawiya, è stato lanciato la mattina di martedì 10 novembre dagli operatori di Alarm Phone, con i quali i 23 migranti sono rusciti a mettersi in contatto intorno alle 10. Da quel momento, da parte di Alarm Phone, è stato tutto un susseguirsi di e-mail e dispacci inviati alle centrali operative Mrcc sia di Roma che di Malta. Alle 14,30 di mercoledì 11, in particolare, Alarm Phone ha segnalato di aver perso i contatti con la barca e che, a 28 ore di distanza dalla prima segnalazione, non risultava che “le autorità allertate” avessero organizzato operazioni di ricerca e soccorso. Alle 9,40 di giovedì 12 nuovo messaggio, per confermare che non si avevano più notizie della barca dispersa e fornire le coordinate dell’ultima posizione nota, prima dell’interruzione di ogni comunicazione. Due ore dopo, alle 11,45, un altro messaggio, per sollecitare una ricerca sistematica in quel tratto di mare, tenendo conto anche dell’ipotizzabile spostamento della barca dovuto alla deriva. Ancora una volta nessuna risposta e nessuna notizia fino alle 19, quando una equipe di Medici Senza Frontiere ha comunicato di aver prestato assistenza a tre giovani donne tratte in salvo da alcuni pescatori dopo il naufragio di un natante con 23 perosne a bordo. Una rapida verifica condotta da Alarm Phone ha portato alla conferma che si trattava appunto del battello di cui si erano perse le tracce dal giorno prima. Il naufragio è avvenuto al largo di Sorman, una località situata tra Sabratha, distante 15 chilometri, a ovest e Zawiya, meno di 15 chilometri, a est. La barca deve essersi inabissata rapidamente. In ogni caso, quasi tutti i naufraghi erano già scomparsi in mare quando sul posto è arrivato il peschereccio che ha salvato in extremis le tre donne, a loro volta molto provate e in stato confusionale. “Erano tutte e tre sotto choc – ha riferito l’equipe di Medici Senza Frontiere – Hanno visto i loro cari morire inghiottiti dalle onde”. Una delle tre ha perso il marito, la sorella e la nipotina di appena un anno. La tragedia è avvenuta in acque della zona Sar libica, ma da Tripoli e dalla Guardia Costiera silenzio totale fino alle prime ore dell’indomani.

(Fonte: Alarm Phone, Medici Senza Frontiere, Repubblica, La Stampa, Rai News, Associated Press, The Guardian)

Senegal-Spagna (rotta atlantica, Gran Canaria), 13 novembre 2020

E’morto uno dei migranti subsahariani ricoverato giovedì 12 novembre, subito dopo lo sbarco, nell’unità di medicina intensiva del complesso ospedaliero Materno Insular. Il giovane era su una delle tre barche intercettate dalla salvamar Alpheratz, alcune miglia a sud di Gran Canaria, nelle prime ore del mattino. A bordo c’erano complessivamente 104 persone, che sono state condotte al porto di Arguineguin. Il servizio medico della Croce Rossa in servizio sul molo ne ha individuate sei in condizioni di dover essere ricoverate. Quattro, in particolare, presentavano forti sintomi di ipotermia e disidratazione, tanto da richiedere il trasferimento immediato in un reparto di terapia intensiva. Il giovane subsahariano non ce l’ha fatta a riprendersi nonostante le cure e nella mattinata di venerdì 13 ha cessato di vivere. Stazionarie, fino a venerdì sera, le condizioni dei suoi tre compagni, sempre ricoverati in terapia intensiva. Gli altri due risultavano in osservazione nel reparto di terapia d’urgenza.

(Fonte: El Diario, La Provincia)

Libia-Italia (Khoms), 13 novembre 2020

I cadaveri di 24 migranti sono stati trovati, nell’arco di alcune ore, sulla costa di Khums, 119 chilometri a est di Tripoli, sparsi nel raggio di alcune migliaia di metri. La notizia è emersa solo a fine novembre, grazie al rapporto periodico dell’’Oim. Avvistati sulla spiaggia o a poca distanza dalla riva, li hanno recuperati alcune squadre della Mezzaluna Rossa, coadiuvate dalla Guardia Costiera, trasferendoli poi nell’obitorio dell’ospedale locale. A giudicare dallo stato di decomposizione, dovevano essere in mare già da alcuni giorni. Non è stato possibile identificarli né stabilirne la provenienza. Anche il rapporto dell’Oim si limita a segnalare il ritrovamento, senza poter fornire particolari. Appare evidente, tuttavia, che devono essere le vittime di un nauafrtagio “fantasma” di cui non si è saputo nulla fino a quando non sono affiorati i primi cadaveri. Nei giorni successivi, più a est, verso Zliten e Misurata, sono affiorati altri 21 cadaveri (vedi note del 20-21 e del 25 novembre). Ad Alarm Phone è arrivata notizia di due barche scomparse in questo arco di tempo.

(Fonte: rapporto Oim 30 novembre, Alarm Phone)

Libia-Italia (Tripoli), 13 novembre 2020

Almeno 2 migranti morti nel naufragio di un grosso gommone al largo della Libia. Il battello, partito da un tratto di costa imprecisato ma, quanto pare, non lontano da Tripoli, è stato avvistato da un aereo da ricognizione dell’agenzia Frontex, che lo ha segnalato alla Guardia Costiera. Carico all’inverosimile, nonostante la non lunga navigazione, era già in difficoltà, con i tubolari pneumatici semi sgonfi, la prua in parte inabissata e l’intera struttura in procinto di cedere: sono eloquenti le foto aeree diffuse dall’agenzia prima delle operazioni di salvataggio. Da Tripoli si è mossa la motovedetta Ras Jadar, che è arrivata sul luogo dell’emergenza quando diverse persone erano già in acqua. Per due era ormai troppo tardi. Centodue i naufraghi recuperati e riportati a terra, nel porto di Tripoli.

(Fonte: sito web Agenzia Frontex, Migrant Rescue Watch)

Algeria-Niger (Arlit, Sahara), 14 novembre 2020

Un migrante nigerino è morto, in pieno Sahara, sul camion dove la polizia algerina lo aveva costretto a salire, insieme a decine di altri migranti, per riportarlo in Niger. Lo ha riferito un giovane maliano che era con lui: la sua testimonianza è stata raccolta da operatori della Ong Alarm Phone Sahara nel corso di un incontro organizzato per fare il punto dopo l’arrivo ad Agadez di due grossi convogli provenienti dall’Algeria con in tutto 1.089 migranti espulsi e deportati:  445 il 12 novembre e 644 il 14. “Con noi – ha raccontato il testimone – c’era un uomo originario del Niger che è morto lungo la strada, nel deserto. E’ stato un viaggio molto duro. Non avevamo neanche un panno per coprirci il volto in modo da difenderci dalla polvere. Quell’uomo stava male e per di più ha respirato tutta quella polvere. Durante il percorso spesso ha vomitato sangue. Abbiamo avvertito l’autista, che ci ha detto di non preoccuparci. Ma poi quell’uomo ha perso la vita”. La morte, a quanto pare, è sopraggiunta prima che il convoglio arrivasse ad Arlit, la città mineraria situata tra Assamaka, il primo centro abitato nigerino del Sahara a sud della frontiera con l’Algeria (da cui dista circa 20 chilometri) e Agadez.

(Fonte: Alarm Phone Sahara) 

Senegal-Spagna (Sal, Isole di Capo Verde), 15 novembre 2020

Oltre 60 migranti morti (quasi certamente almeno 65: uno a terra poco dopo i soccorsi e gli altri 64 in mare) su un grosso cayuco salpato dal Senegal per far rotta verso le Canarie, ma arrivato all’isola di Sal, nell’arcipelago di Capo Verde, dopo essere rimasto per oltre dieci giorni alla deriva. A bordo, al momento della partenza, risulta che siano saliti più di 130 giovani: alcuni provenienti dal Gambia, ma in massima parte senegalesi originari di Saly e di Mbour, la città portuale situata 80 chilometri a sud di Dakar che è diventata uno dei principali punti d’imbarco clandestino per i migranti decisi a raggiungere la Spagna attraverso le Canarie. E proprio dalle spiagge di Mbour, prima del 5 novembre, avrebbe appunto preso il mare anche questo cayuco. Da quel momento se ne sono perse le tracce fino alla tarda serata di domenica 15 dicembre, quando il barcone, spinto dalla corrente, si è infranto su una scogliera dell’isola di Sal, distante circa 500 chilometri dalla costa del Senegal. Nonostante il buio e il mare mosso, sei dei migranti che erano a bordo sono riusciti a guadagnare la riva e a raggiungere il centro abitato di Pedra de Luma, dove hanno chiesto aiuto, segnalando che numerosi compagni erano in pericolo. Nel corso della notte sono stati recuperati altri 60 naufraghi. In tutto, dunque, 66 persone, di cui 64 senegalesi e 2 gambiani. Erano tutti molto provati, tanto da essere trasferiti all’ospedale dell’isola. Per 7, in particolare, è stato disposto il ricovero d’urgenza per forti sintomi di ipotermia e disidratazione e una condizione generale di grave sfinimento fisico, ma uno ha cessato di vivere poche ore dopo. Già dalle prime indicazioni di alcuni dei superstiti è apparso subito chiaro che dovevano essersi numerose altre vittime: decine di giovani dispersi o morti in mare.

La ricostruzione dei fatti. L’inchiesta condotta dal comandante della polizia di Sal, Orlando Evora, ha consentito nelle ore successive di ricostruire tutte le fasi della tragedia, confermando che, oltre a quello morto a Sal poco dopo lo sbarco, hanno perso la vita più di altri 60 giovani. La tragedia è iniziata dopo alcune ore di navigazione, quando si è incendiato ed è esploso il motore principale. Lo scoppio pare abbia provocato dei feriti e danni allo scafo, ma è stato ugualmente possibile continuare la navigazione con il motore di riserva, più piccolo. Anche questo, però, è andato in avaria e da quel momento i migranti, sul barcone ormai ingovernabile, sono rimasti in balia del mare, senza la possibilità di chiedere aiuto perché nessuno aveva un telefono satellitare con cui mantenere i collegamenti. Un’odissea durata almeno dieci giorni: sono finite le scorte di acqua e di viveri e molti hanno cominciato a morire. I loro cadaveri sono stati affidati al mare. Le correnti, intanto, hanno portato fuori rotta il barcone, fino a condurlo verso l’arcipelago di Capo Verde e, domenica sera, a spingerlo contro una scogliera dell’isola di Sal. Non è escluso che il conto delle vittime sia maggiore: alcuni media locali, ripresi da Al Jazeera Tv e da altre reti, hanno parlato di circa 80 vittime, inclusi alcuni giovani investiti dall’esplosione del motore ma, secondo gli accertamenti condotti dalla polizia, si arriva a 65, incluso il ragazzo morto per disidratazione in ospedale. Sempre che la stima di almeno 130 alla patrtenza sia esatta e non da modificare al rialzo.

(Fonti: La Provincia edizioni del 18 e del 20 novembre, Al Jazeera, Infomigrants, sito web Alarm Phone, The Global Herald, Play Stuff, Tv.0, Daily Motion)

Libia-Italia (Zliten e Misurata), 20-21 novembre 2020

Ancora cadaveri di migranti sulla costa a est di Tripoli dopo i 24 recuperati il giorno 13 novembre (vedi nota in questa data) sulle spiagge di Khoms: nell’arco di ventiquattro ore, tra il 20 e il 21 novembre, ne sono affiorati 15 in due punti diversi. I primi 10 sul litorale di Zliten, 150 chilometri a est di Tripoli e meno di 50 a ovest di Khoms. La mattina di venerdì 20 novembre ne sono stati avvistati inizialmente 8, poi recuperati dal dipartimento di polizia e  trasferiti all’obitorio del locale ospedale per le procedure di legge. Nello stesso obitorio poche ore dopo sono stati portati altri 2 corpi rinvenuti successivamente, nel medesimo tratto di costa. Non sono stati forniti particolari: la polizia si è limitata a comunicare, la mattina di sabato 21, che si  tratta sia di donne che di uomini, alcuni subsahariani altri maghrebini. Non è stato nemmeno specificato da quanto tempo si presume fossero in mare. Altri 5 corpi sono stati trovati nella mattinata di sabato 21, sparsi sulla battigia di una spiaggia di Misurata, circa 35 chilometri più a est: a recuperarli è stata una squadra della Mezzaluna Rossa. In entrambi i casi, nessun elemento per risalire all’identità o quanto meno alla provenienza. Non si è in grado nemmeno di stabilire con esattezza se siano le vittime di uno o di due naufragi fantasma avvenuti al largo della Libia. Di sicuro c’è solo il fatto che giovedì 19 novembre è stata comunicato da Alarm Phone, su segnalazione di un pescatore, che non si aveva più notizia di una barca con decine di migranti salpata da Garabulli, circa 90 chilometri a ovest di Zliten. E’ circolata l’informazione, inoltre, della sparizione di una seconda barca, sempre con decine di persone a bordo.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, sito web Red Crescent, Alarm Phone, Libya Observer, Rapporto Oim novembre)  

Turchia-Grecia (Rodi), 23 novembre 2020

Il corpo senza vita di un giovane profugo è stato recuperato in mare vicino alla barca semi-affondata con cui era partito dalla Turchia insieme a 13 compagni. Il relitto era a breve distanza dalla spiaggia di Kato Petres, sulla costa nord occidentale dell’isola. Secondo quanto hanno riferito i superstiti, intercettati e fermati dalla polizia a breve distanza dal punto dello sbarco, il battello deve aver urtato degli scogli durante la manovra di approdo ed è poi naufragato rapidamente. Il profugo morto è scomparso in mare prima che qualcuno dei compagni potesse prestargli aiuto; gli altri sono riusciti a raggiungere da soli la spiaggia. Hanno tutti assicurato che erano saliti a bordo in 14 in un tratto di costa della Turchia meridionale e che il giovane annegato è l’unica vittima. La Guardia Costiera e la polizia, in ogni caso, dopo aver recuperato il cadavere, hanno pattugliato la zona circostante per assicurarsi che effettivamnete non ci fossero dispersi.

(Fonte: Ekathimerini, Ana Mpa Agency, Aegean Boat Report, Associated Press)  

Marocco-Spagna (Lanzarote, Canarie), 24-25 novembre 2020    

Otto morti e almeno un disperso alle Canarie nel naufragio di una barca carica di migranti maghrebini. Ventotto i superstiti. Salpata da Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, con un minimo di 27 persone, l’imbarcazione ha raggiunto l’isola di Lanzarote nella tarda serata di martedì 24 novembre, dopo tre giorni di navigazione, senza essere intercettata. La tragedia si è verificata quando la salvezza sembrava a portata di mano: era già iniziata la manovra di accostamento per entrare nel porto di Orzola, nel nord dell’isola, quando la barca si è schiantata contro la scogliera esterna al molo, rovesciandosi poi di colpo, anche a causa del panico che si è creato a bordo. Tutti i migranti sono finiti in acqua. Non avevano giubbotti di salvataggio e molti non sapevano nuotare. Nel buio nessuno aveva visto il battello avvicinarsi né si è accorto del naufragio. L’allarme è scattato quando si sono udite le grida di aiuto al di là dell’antemurale del molo. I primi soccorsi sono stati portati via terra, passando dalla scogliera, e poco dopo sul posto sono state dirottate una motovedetta di ritorno da un’altra operazione di salvataggio che era casualmengte nei pressi ed altre unità presenti nel porto. Il mare era calmo ma la fitta oscurità ha ostacolato non poco le operazioni di salvataggio e ricerca. Sono state progressivamente recuperati 28 naufraghi e trovati 4 corpi senza vita, ma i supersiti hanno subito riferito che mancavanop ancora alcuni compagni. Le ricerche sono andate avanti per tutta la notte. Prima dell’alba si è riusciti a individuare altri tre corpi e un quarto alle prime luci del mattino di mercoledì 25. E’ certo che manca ancora almeno un altro dei migranti che erano a  bordo, ma non è escluso, stando alle dichiarazioni di parte dei naufraghi, che ci sia un’altra persona dispersa, forse un adolescente.

(Fonte: La Provincia, El Diario, Canarias 7, sito web Helena Maleno, Avvenire, Nadorcity.com)

Marocco-Mauritania-Spagna (Gran Canaria), 25 novembre 2020

Un migrante è morto poco prima che arrivassero i soccorsi su una delle barche intercettate dal Salvamento Maritimo spagnolo la notte tra il 24 e il 25 novembre a sud dell’isola di Gran Canaria. Tra la tarda serata di martedì 24 e l’alba di mercoledì 25 è stata un’emergenza continua, con ben dieci barche segnalate alla deriva, provenienti dal Marocco e dalla Mauritania. Il Salvamento Maritimo ha mobilitato tutti i mezzi disponobili: le guardamar Concepcion Arenal e Polimnia oltre a un aereo da ricognizione. Le operazioni si sono concluse alle 4,30, con 284 persone tratte in salvo e sbarcate nel porto di Anguineguin prima dell’alba: 120 dalla Concepcion Arenal e 164 dalla Polimnia. Il Servizio di urgenza medica (Suc) e il presidio della Croce Rossa presenti sul molo, subito informati che tra i migranti recuperati ce n’era anche uno esanime, hanno potuto solo confermare che il decesso era avvenuto poche ore prima, durante la navigazione. Altri sei nauffaghi sono stati trasferiti in vari ospedali dell’isola per forti sintomi di ipotermia e disidratazione.

(Fonte: El Diario, Canarias 7, Avvenire)

Marocco-Spagna (Arkman, Nador), 25 novembre 2020

Quattro morti (due donne e due bambini) nel naufragio di una barca con a  bordo 50 migranti subsahariani al largo di Nador, in Marocco. Il battello, un vecchio scafo da pesca, è partito nelle prime ore del mattino dalla costa del villaggio di Arkman, 20 chilometri circa a est di Nador, sulla punta orientale della laguna del parco naturale di Mar Chica. Puntava verso le coste dell’Andalusia, attraverso il Mare di Alboran, ma ha fatto solo poche miglia. Era ancora nelle acque territoriali marocchine quando lo scafo ha ceduto, cominciando a imbarcare acqua. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Marina Imperiale salpata da Nador, che ha tratto in salvo 46 naufraghi e recuperato sul relitto della barca i corpi senza vita di due donne e di due bambini di pochi anni, poi trasferiti all’obitorio dell’ospedale regionale Hassani di Nador per le procedure di legge. Sulla base delle indicazioni dei superstiti, la gendarmeria è risalita al presunto organizzatore della “spedizione”, un venticinquenne marocchino, H. H. residente ad Arkman, che è stato arrestato nella giornata di giovedì 26 novembre. Il giovane, secondo le accuse, sarebbe a capo di una vasta rete di traffico clandestino di migranti diretti verso la Spagna.

(Fonte: Canarias 7, Nadorcity.com due edizioni del 26 novembre) 

Libia-Italia (Ad Dafiniyah e Misurata), 25 novembre 2020

I corpi senza vita di 6 migranti sconosciuti sono stati recuperati in Libia sul litorale compreso tra Zliten e Misurata, oltre 150 chilometri a est di Tripoli, lo stesso tratto di costa dove alcuni giorni prima, tra il 20 e il 21, ne erano affiorati 15 (a Zliten 10 e a Misurata 5) e meno di 90 chilometri dalle spiagge di Khoms dove il giorno 13 ne somo sttai trovati 24. I primi 3 erano ai piedi di una scogliera di Ad Dafiniyah, un piccolo centro situato poco più di 15 chilometri a est di Zliten e 20 a ovest di Misurata: 2 sono stati avvistati in mattinata e il terzo poche ore più tardi. Li ha recuperati una pattuglia della polizia locale in collaborazione con la Guardia Costiera, trasferendoli poi all’obitorio dell’ospedale per le procedure di legge. Altri 2 cadaveri (il rapporto di polizia non specifica quanti con esattezza: si limita a dire “alcuni corpi”, ma il rapporto Oim specifica appunto 3) li ha recuperati la Mezzaluna Rossa a ovest di Misurata, a breve distanza da dove giorni prima se ne erano spiaggiati 5. Sia questi ultimi tre che i tre trovati a  Dafiniyah erano in avanzato stato di decomposizione e non sono stati trovati elementi utili per poterli identificare. Si tratta del terzo ritrovamento di migranti morti, sulla costa tra Misurata e Khoms, nell’arco di 11 giorni. In tutto, a partire dal giorno 13, almeno 45 corpi restituiti dal mare: prende sempre più consistenza l’ipotesi che si sia verificato al largo di questo tratto di mare almeno un altro naufragio fantasma. Se non due.

(Fonte: Migrant Rescue Watch, sito web Mezzaluna Rossa)

Libia-Italia (Zawiya), 26 novembre 2020

Diciassette migranti morti in un naufragio fantasma al largo della Libia. Soltanto tre i superstiti. La strage è avvenuta fra il 10 e il 12 novembre ma Alarm Phone, che ha seguito il caso dalle prime ore del mattino del 10 novembre, ne ha dato notizia dopo oltre due settimane di indagini e raccolta di testimonianze per avere conferma di quello che inizialmente era solo un sospetto, per quanto molto pesante. I controlli, tra l’altro, sono stati resi più complicati dal fatto che nelle stesse ore e nello stesso tratto di mare, al largo di Zawiya, c’è stato il naufragio di un’altra barca con una ventina di persone a bordo (quello segnalato da una equipe di Medici Senza Frontiere che ha prestato assistenza agli unici tre superstiti, tre giovani donne nigeriane), sicché si è creata una certa confusione, ritenendo che si trattasse dello stesso episodio. Le indagini di Alarm Phone sono partite proprio dalle tre ragazze nigeriane salvate perché, secondo i suoi contatti a bordo del battello per il quale aveva chiesto aiuto, non risultava che ci fossero donne ma solo 20 uomini. La svolta si è avuta quando è stato possibile ascoltare la testimonianza di uno dei tre superstiti e mettere a confronto il suo racconto con la copiosa documentazione dei messaggi di soccorso inviati alle centrasli operative Mrcc di Roma e di Malta, alla Guardia Costiera Libica, a Frontex e alla ong Open Arms, l’unica con una nave ancora operativa nel Mediterraneo centrale.

I fatti (10-13 novembre). L’allarme scatta alle 8,04 di martedì 10 novembre, quando ad Alarm Phone arriva la richiesta di soccorso di 20 migranti a bordo di una barca in vetroresina partita da Zawiya. Alle 8,41 si riesce a stabilire la posizione: 33° 39’ Nord e 12° 44’ Est, modificata mezz’ora dopo in 33° 38’ Nord e 12° 43’ Est. L’allerta e le coordinate vengono immediatamente comunicate via e-mail alle varie autorità. Un’ora dopo, alle 10,52, dalla barca segnalano che lo scafo sta imbarcando acqua e indicano nuove coordinate, forse sbagliate: 33° 32’ Nord, 13° 06’. Ogni messaggio viene girato alle autorità interessate, inclusa la comunicazione che la barca si trova sempre più in difficoltà e che a bordo sono nel panico. I messaggi dei naufraghi si ripetono per ore, ogni volta con coordinate leggermente modificate. Alle 18,50, nuovo dispaccio di aggiornamento alle autorità da parte di Alarm Phone. Nessuna risposta. Alle 20,37, un’ora dopo che dalla barca hanno riferito che il motore è in panne, Open Arms comunica che può occuparsi delle operazioni di soccorso. La nave della Ong spagnola fa rotta verso la zona segnalata, ma alle 2,30 di mercoledì 11 novembre comunica via e-mail di non aver ancora trovato la barca e di doversi occupare di un altro caso, quello del gommone con 110 persone a bordo poi naufragato con 6 vittime, incluso il bimbo guineano, Joseph, di appena 6 mesi. Nessun contatto fino alle 7,44 quando dalla barca arriva l’ennesima richiesta di aiuto ad Alarm Phone, che informa subito sia Open Arms che le autorità “istituzionali”. Dalle 8,45 in poi non si riesce più a stabilire alcun contatto. Rimasti senza esito tutti i tentativi fatti nel corso della mattinata, alle 13,09 Alarm Phone chiede alle autorità e a Frontex di organizzare un’operazione di ricerca aerea. Verso le 15, quando dal primo allarme sono passate ben 30 ore, si fa viva la Guardia Costiera libica, dicendo che ha inviato una motovedetta nella zona e precisando poi verso le 21,30 (su richiesta della Ong) che si tratta della Ras Jadar e che non ha trovato nulla. Silenzio da parte della centrale Mrcc di Roma e di Frontex. Giovedì 12, a partire dalle 2 del mattino, Alarm Phone lancia ripetutamente altre richieste di soccorso. Alle 11,15 si fa vivo Frontex, comunicando che la nave di Open Arms è stata dirottata più a nord per altre interventi di soccorso: Alarm Phone non può che replicare che la barca con i 20 migranti risulta ancora dispersa e occorre dunque una operazione di ricerca aerea, come ha già segnalato. In quel momento nessuno ancora sa che in realtà la barca è ormai naufragata da 18 ore: è andata a fondo verso le 17 del giorno prima (mercoledì 11), quattro ore dopo che Alarm Phone ha ribadito la necessità di una ricognizione aerea e due ore dopo il primo dispaccio della Guardia Costiera libica.

Il testimone. A comunicare il naufragio, con una testimonianza drammatica, è stato uno dei tre soli superstiti, venerdì 13 novembre. La barca, invasa dall’acqua già dalla mattina di martedì 10 e col motore in panne (e dunque ingovernabile) dalla sera dello stesso giorno, non ha retto al mare che si era via via ingrossato. “Le onde erano grandi – ha riferito – Più passava il tempo, più persone annegavano: prima 4, poi 2, poi 3… Sono rimasto solo. Urlavo. Ho urlato molto. Quando avevo quasi rinunciato è spuntata una barca di pescatori. Mi hanno sentito e mi hanno salvato. Pensavo di essere l’unico superstite, ma ho chiesto ai pescatori di esplorare ancora il mare lì intorno, in cerca di altri. Abbiamo trovato altri due naufraghi… Non dimenticherò mai quello che è successo”.

(Fonte: Rapporto Alarm Phone 26 novembre, sito web Alarm Phone).  

Algeria-Marocco (Orano), 28-30 novembre 2020

I cadaveri di due “harraga” sono affiorati nel giro di poco più di due giorni al largo della costa di Orano, in Algeria. Il primo è stato portato dal mare la mattina di sabato 28 novembre sulla spiaggia Les Dunes, sul litorale del comune di Ain El Turck, una decina di chilomedtri a nord ovest di Orano. L’altro è stato recuperato in mare, poco prima delle 15 di lunedì 30 novembre, di fronte alla spiaggia di Madagh, nel comune di Ain El Kerma, circa 30 chilometri più a ovest. Erano entrambi in avanzato stato di decomposizione e non è stato possibile identificarli. Secondo la polizia, tuttavia, non c’è dubbio che si tratti di migranti annegati nel tentativo di raggiungere la Spagna, vittime di un naufragio che, a giudicare dal lungo presumibile periodo trascorso in acqua dalle salme, deve essere avvenuto più di qualche giorno prima del ritrovamento. Un altro naufragio fantasma del quale non si sa nulla: né quando è avvenuto, né le cause, né quante e chi siano le vittime, non la loro provenienza né il punto preciso della costa algerina da cui la barca è partita.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Turchia-Grecia (Lesbo), 2 dicembre 2020

Due giovani migranti somale sono annegate in un naufragio nell’Egeo, al largo dell’isola di Lesbo. Erano su  un battello pneumatico salpato prima dell’alba da Aywalik, una città portuale della vicina costa turca. A bordo erano in 34 (tra cui 14 donne e 3 bambini), tutti di nazionalità somala. Il gommone, stracarico rispetto alle dimensioni dello scafo, puntava verso Lesbo, distante poche miglia. Era già nelle acque territoriali greche quando si è profilato il rischio del naufragio. La richiesta di soccorso è arrivata al comando della Guardia Costiera di Mitilene intorno alle 6 del mattino. Individuato il luogo dell’emergenza, sul posto sono confluite due unità greche e una dell’agenzia europea Frontex. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 32 naufraghi, inclusi tutti i bambini. Mancavano però due delle 14 donne. I superstiti sono stati condotti al porto di Mitilene e contemporaneamente sono iniziate le ricerche delle due donne disperse, cndotte anche con mezzi aerei. Il corpo senza vita di una delle due è stato individuato e recuperato nelle prime ore del pomeriggio. Nessuna traccia dell’altra fino al giorno dopo, quando il cadavere è stato portato dal mare su una scogliera, in località Xabelia, sulla costa orientale dell’isola. Il ministo dell’emigrazione Notis Mitarakis ha accusato la Guardia Costiera turca di aver ignorato il primo Sos, che sarebbe stato lanciato prima che il gommone entrasse nelle acque greche.

(Fonte: Unhcr Grecia, Ekathimerini, Agenzia Ana Mpa, Alarm Phone, Aegean Boat Report)

Marocco-Spagna (Tan Tan – Canarie), 6-7 dicembre 2020

Undici vittime (2 morti e 9 dispersi) in un naufragio al largo delle coste del Marocco sulla rotta per le Canarie. Due soli i superstiti. L’allarme è scattato nella notte tra domenica 6 e lunedì 7 dicembre in seguito a un Sos arrivato alla centrale operativa di Alarm Phone. Si trattava di un piccolo gommone Zodiac con 13 migranti (tra cui 3 donne e un bimbo molto piccolo) salpato dal litorale fra Tan Tan e Tarfaya, nel sud del Marocco, per fare rotta verso Lanzarote o Fuerteventura, le due isole delle Canarie più vicine a quel tratto di costa africana. Da bordo dicevano che la situazione era disperata, probabilmente a causa delle condizioni meteomarine molto avverse. Alarm Phone ha immediatamente diramato l’allerta. In particolare alle autorità marocchine visto che, stando alla posizione rilevata, il battello era ancora nelle acque territoriali del Marocco. Non risulta però che siano state organizzate operazioni di soccorso. Da quel momento, nessun altro contatto. Nelle prime ore della mattina di lunedì 7 dicembre, poi, si è avuta conferma del naufragio: a breve distanza dalla costa marocchina è stato trovato il relitto del gommone con a bordo 2 naufraghi ancora in vita e 2 cadaveri. Dispersi gli altri 9.

(Fonte: sito web Alarm Phone, sito web Helena Maleno Caminando Fronteras)  

Algeria-Spagna (Ouled Boudjemaa, Orano), 8-9 dicembre 2020  

I corpi senza vita di due giovani sono stati portati dal mare, nell’arco di 24 ore, sulla spiaggia di Ouled Boudjemaa, una piccola città costiera della provincia di Am Temouchent, circa 70 chilometri a sud ovest di Orano. Il primo è stato trovato nella giornata di martedì 8 dicembre, l’altro la mattina di mercoledì 9, in un punto diverso ma a non grande distanza. Entrambi sono stati recuperati dal servizio di protezione civile e trasferiti all’obitorio dell’ospedale locale. Stando allo stato di conservazione, sono rimasti in mare parecchi giorni prima del ritrovamento. La Gendarmeria nazionale ha aperto un’inchiesta per tentare di identificarli e di stabilire le circostanze precise della morte, ma non ci sono dubbi che deve trattarsi di due “harraga” annegati nel tentativo di arrivare in Spagna, vittime di un naufragio avvenuto all’inizio di dicembre, di cui non si è saputo nulla.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran)

Algeria-Spagna (Oued Dass-Dellys), 8-15 dicembre 2020

Dispersi due giovani harraga algerini dopo essere caduti in mare dalla barca con cui stavano cercando di raggiungere la Spagna. Si chiamavano Ghani e Roshdy, entrambi sui vent’anni. La loro storia è stata riferita dal quotidiano El Watan il 31 dicembre in un servizio sulla nuova rotta verso la Spagna dall’Algeria, con partenze da un tratto di litorale situato molto più a est di quello tradizionale, nella regione di Orano. L’imbarco è avvenuto sulla spiaggia di Oued Dass, nei pressi di Bejaia, oltre 200 chilometri a est di Algeri, verso la metà di dicembre. Era di martedì, probabilmente il giorno 15, ma non è da escludere che fosse una settimana prima, il giorno 8. La ricostruzione dei fatti si basa sulla testimonianza resa a un amico, Faisal (per farla avere al giornale), da uno dei superstiti, chiamato da El Watan Fatah, un nome di copertura perché ha più volte tentato senza successo di emigrare clandestinamente. Queste le parole esatte di Fatah secondo Faisal: “Il giorno della patenza, un martedì, Ghani e Roshdy hanno avuto dei ripensamenti. Alla fine, hanno acconsentito a salire (sulla barca: ndr) in seguito alle insistenze degli altri. Siamo partiti verso le sei del mattino da Oued Dass e alle dieci, 80 chilometri più avanti, eravamo al largo di Dellys. La barca era in balia delle onde. Poi un’onda più alta ha scosso lo scafo e gettato Ghani e Roshdy in acqua. Un terzo di noi è rovinato sul tubo del carburante e lo ha strappato, facendo affondare il motore (fuoribordo: ndr) e cadendo a sua volta in acqua. Era a soli dieci metri dalla barca, ma ha dovuto nuotare mezz’ora per risalire a bordo. Gli altri due (Ghani e Roshdy: ndr) non sono riusciti a farlo, trascinati via dalle correnti. Dieci minuti dopo li abbiamo persi di vista. Siamo rimasti a lungo alla deriva, in mare aperto. Il giorno dopo, in un momento di estrema angoscia, un nostro compagno (nel panico: ndr) ci ha minacciato con un coltello, prima di calmarsi. Sono passate in lontananza diverse barche, senza però avvicinarsi a noi. Abbiamo perso la speranza. Solo giovedì sera, tre giorni dopo la partenza, una nave scientifica algerina, che abbiamo allertato agitando una lampada, ci ha soccorso e preso a bordo. E il capitano ci ha spiegato che la nostra barca era intrappolata in una zona di correnti molto forti, ben note ai marinai”.

(Fonte: El Watan, servizio sugli harraga del 31 dicembre 2020)

Libia-Italia (Zawiya), 16-20 dicembre 2020

I corpi di quattro bambini, di età compresa tra i cinque e i dieci anni, sono stati trovati, nell’arco della giornata del 16 dicembre, sul litorale di Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli: tre erano su una scogliera nell’area di Al Harsha, e il quarto un po’ più a ovest, vicino a Refinary Point, la zona dei terminali petroliferi. Per recuperarli sono intervenute due squadre della Mezzaluna Rossa. Dando notizia del ritrovamento, lo stesso portavoce della Mezzaluna Rossa, Hassan Mokhtar, ha fatto riferimento a una barca partita da Zawiya della quale si erano perse le tracce. “Mercoledì (il 16 agosto, lo stesso giorno della scoperta dei 4 corpicini: ndr) siamo stati informati di una barca affondata in alto mare con 30 persone a bordo”, ha detto, collegando di fatto i corpi recuperati tra gli scogli a questo naufragio. Nelle ore successive, secondo notizie riportate dalla stampa libica, si è scoperto che quei quattro bambini sono di nazionalità egiziana, figli di almeno due famiglie che vivevano a Sabratha e che, evidentemente, avevano deciso di tentare di raggiungere l’Italia affidandosi a una organizzazione di trafficanti. Le famiglie in questione, in effetti, non sono risultate più presenti a Sabratha.

Lati oscuri. Si tratterebbe, dunque, dell’ennesimo naufragio fantasma, con 4 morti accertati e, verosimilmente, 26 dispersi. Restano però numerosi punti oscuri. E’ certamente singolare, in primo luogo, che tutti i cadaveri che il mare ha restituito quasi contemporaneamente a Zawiya siano di bambini e non ci sia traccia di adulti, che pure dovevano essere la maggioranza dei 30 presunti scomparsi con la barca affondata. Né basta a dare una risposta a questo interrogativo il fatto che la Guardia Costiera abbia dichiarato di aspettarsi, prima o poi, la scoperta di altre salme restituite dal mare. Non solo. Human Rights Solidarity (Hrs) fa notare che la Mezzaluna Rossa ha recuperato anche delle coperte di lana: una grande e altre più piccole, per bambini. E’ un ritrovamento strano: non si ha notizia di precedenti del genere in caso di naufragi. Tanto più strano se, anziché tra gli scogli come riferisce una versione, ne erano  invece avvolti almeno parte dei corpicini, come dicono altre testimonianze. Desta dei dubbi, sempre secondo Hrs, anche lo stato di conservazione delle salme: non sembrano essere state in mare a lungo, come invece avviene ai corpi restituiti dal mare dopo un naufragio. Secondo quanto ha riferito l’agenzia Russia Today, infine, i cadaveri recuperati sarebbero 5 e non 4. Eppure, secondo l’agenzia, la fonte della notizia sarebbe sempre la Mezzaluna Rossa. I rapporti ufficiali della Mezzaluna Rossa e della Guardia Costiera non tengono conto di tutti questi quesiti. Partendo però proprio da qui, Human Rights Solidarity ha sollecitato una inchiesta sulle circostanze e le cause della morte dei quattro bambini, aggiungendo che secondo alcune sue fonti riservate, si tratta di un caso molto sospetto. Di più: l’ipotesi che si fa strada – dice ancora Hrs – è che ci possa essere stata una qualche azione diretta da parte di una banda di trafficanti. E’ già accaduto in passato, del resto, che dei migranti abbiano subito violenze e rappresaglie da parte di organizzazioni criminali.

Un altro cadavere (di adulto) a Sabratha. Nei giorni successivi ci sono stati importanti sviluppi: il cadavere di un migrante è stato avvistato mentre flottava a breve distanza dalla riva sul litorale di Sabratha e recuperato dalla Mezzaluna Rossa. Secondo la polizia, intervenuta sul posto, è di  un uomo di nazionalità egiziana come i quattro bambini. Il recupero risale almeno al 18 dicembre ma è stato comunicato solo 48 ore dopo, il giorno 20. Forse è il quinto cadavere di cui ha parlato fin dall’inizio l’agenzia Russia Today. Può essere la conferma del naufragio, segnalato il giorno 16 dalla Mezzaluna Rossa, di una barca con una trentina di migranti, tra cui le famiglie dei quattro bambini egiziani, che vivevano proprio a Sabratha. Tanto più che Al Harsha, il sobborgo  di Zawiya dove sono stati recuperati i corpi di tre dei quattro bambini, dista solo 20 chilometri da Sabratha e il quarto era in un punto ancora più vicino. Restano almeno in parte, però, gli interrogativi sollevati da Human Rights Solidarity.

(Fonte: Middle East Eye, Libya Observer, France 24, Republic World, Migrant Rescue Watch edizione del 16 e del 18 dicembre, Human Rights Solidarity)

Turchia-Grecia (Lesbo), 18 dicembre 2020

Una migrante somala è morta nel naufragio di una gommone in procinto di arrivare all’isola di Lesbo, nell’Egeo orientale. Disperso un giovane afghano (l’unico non somalo a bordo) che, secondo la polizia greca, potrebbe essere uno scafista. Partito dalla vicina costa turca con 28 persone (incluso l’afghano al timone), il battello, prima dell’alba, stava già accostando verso Katsinia Bay, nella zona sud dell’isola, quando, all’altezza di una scogliera, il motore è esploso. Nella confusione e nel panico che ne sono seguiti, tre donne e il giovane alla guida del fuoribordo, sono caduti in acqua, scomparendo in breve alla vista. Non è da escludere, in particolare, che l’uomo sia rimasto ferito. I 24 ancora a bordo sono riusciti in qualche modo a raggiungere gli scogli e poi la spiaggia, dando subito l’allarme. Nelle ore successive, la Guardia Costiera ha individuato e tratto in salvo due delle donne e trovato il corpo senza vita della terza. Senza esito le ricerche del giovane afghano, proseguite sino a sera. La polizia ha riferito che il gommone non è stato ritrovato, né a riva né in acqua, quasi lasciando intendere che potrebbe averlo recuperato per allontanarsi proprio il giovane afghano. Sta di fatto che di costui, però, non si è saputo più nulla da quando, forse ferito, è caduto in mare: risulta disperso. Nelle stesse ore è arrivato sulla costa est di Lesbo un altro battello con 27 migranti. L’intero gruppo è stato trasferito al centro accoglienza di Megala Therma. Quello del naufragio a Lefkonia.

(Fonte: Aegean Boat Report, Ana Mpa, Ekathimerini, Alarm Phone)

Marocco-Spagna (Almeria), 18 dicembre 2020

Sette migranti dispersi (3 donne e 4 bambini) in un naufragio a poche miglia da Almeria, in Andalusia. L’allarme è scattato solo quando 9 dei 17 naufraghi superstiti (sette uomini una donna e un bambino) sono stati segnalati da alcuni pescatori, all’alba di venerdì 18 dicembre, sulla piccola isola, quasi disabitata, del Moro de Nijar, nel parco naturale di Cabo de Gata. Raggiunti da una unità della Croce Rossa, hanno raccontato di essere arrivati sull’isoletta del Moro su una barca che li aveva soccorsi dopo che quella con cui erano partiti il giorno prima dal Marocco era affondata al largo della costa andalusa. A bordo erano in 25. Nel naufragio – hanno specificato – erano annegati quattro bambini e tre donne, probabilmente rimasti incastrati sotto lo scafo rovesciato. Altri 8 naufraghi, tratti in salvo insieme a loro, si erano invece allontanati, presumibilmente sulla stessa barca arrivata in soccorso. Questa ricostruzione dei fatti ha destato inizialmente molte perplessità. Si è messo in dubbio persino che ci fosse stato un naufragio e comunque non sono state disposte operazioni di ricerca, anche perché i nove naufraghi presi in carico dalla Croce Rossa non hanno saputo precisare dove la loro barca era andata a fondo. Le indagini successive hanno portato invece ad accertare che in effetti la barca partita dal Marocco era attesa nelle acque di Almeria da una seconda barca predisposta dai trafficanti. Quando la prima è affondata, è stata questa a intervenire e a prendere a bordo i 17 naufraghi, sbarcandone poi 9 sull’isola del Moro e portando via gli altri 8. La polizia ha anche identificato e arrestato il presunto organizzatore/scafista del viaggio, un giovane algerino (il venticinquesimo a bordo della barca affondata). Le ricerche successive dei 7 dispersi non hanno dato esito. Secondo quanto hanno riferito i nove superstiti trasferiti ad Almeria, ciascuno di loro ha pagato 1.600 euro per la traversata.

(Fonte: La Vaguardia, El Diario de Almeria, Europa Press Andalucia edizioni del 18 e del 21 dicembre, Ideal, sito web Helena Maleno)

Turchia-Grecia (Ayvacik-Lesbo), 19 dicembre 2020

“La Grecia deve essere ritenuta responsabile della morte di 3 profughi durante un respingimento coatto nell’Egeo settentrionale, da parte delle sue forze di sicurezza”. Lo ha denunciato il ministro dell’interno turco, Suleyman Soylu, rivolgendosi al suo omologo nell’Unione Europea, Ylva Johansson, commissario per gli affari interni, perché investa del caso, avvenuto venerdì 19 dicembre,  la Commissione Ue. L’accusa, resa pubblica attraverso un comunicato twitter, si basa sul racconto di uno dei compagni delle vittime e sul rapporto dell’equipaggio della Guardia Costiera di Ankara che ha soccorso i superstiti, recuperando complessivamente 31 persone di varie nazionalità, abbandonate in mare su zattere di salvataggio senza motore. Sulla vicenda c’è anche la relazione della Ong Aegean Boat Report.

Il racconto dei naufraghi. La barca intercettata dalla polizia greca veniva da Ayvacik, nella provincia di Canakkale, sulla riva asiatica dello stretto dei Dardanelli, ed era diretta verosimilmente verso la costa nord di Lesbo. A bordo erano in 34. “Siamo partiti da Canakkale – ha detto il testimone nella sua ricostruzione videoregistrata dei fatti – La polizia ci ha intercettato e siamo rimasti bloccati in mare per circa quattro ore, durante le quali l’equipaggio della motovedetta che ci aveva fermato ha diviso gli uomini dalle donne e ci ha sottratto i documenti e tutto il denaro che avevamo. Erano violenti: hanno picchiato sia noi che le ragazze. Poi ci hanno costretti a salire su dei piccoli battelli pneumatici. Uno  di questi si è lesionato ed è affondato. I cinque che erano già a bordo sono caduti in acqua. Due li hanno recuperati ancora in vita, ma gli altri erano morti quando sono stati raggiunti. I loro cadaveri sono stati caricati su un battello a parte, mentre le nostre zattere sono state abbandonate in mare. Per fortuna la Guardia Costiera turca è venuta a salvarci”. La videoregistrazione è stata acclusa alla denuncia insieme al rapporto della Guardia Costiera in cui si specifica che le 31 persone recuperate in quel tratto di mare hanno raccontato di essere state maltrattate dall’equipaggio militare greco e che gli sono stati sottratti tutti i beni di un qualche valore.

Aegean Boat Report. La Ong norvegese Aegean Boat Report ha comunicato di aver ricevuto, verso le 5,50 del mattino, un Sos da un gruppo di 34 profughi che dicevano di aver bisogno di aiuto perché li stavano costringendo a salire su tre zattere di salvataggio dopo averli intercettati in mare a nord ovest di Foca, una località balneare della costa turca. Poco dopo, appreso inoltre che una delle zattere era affondata, la Ong ha informato la Guardia Costiera turca, che nelle ore successive ha recuperato 31 naufraghi alla deriva su zattere di salvataggio. Rispetto ai 34 che risultano partiti, dunque, tre  in meno: i tre che sarebbero appunto annegati nel naufragio di una delle zattere. La Procura di Foca ha aperto un’inchiesta partendo dal rapporto della Guardia Costiera e dalle testimonianze dei profughi. Aegean Boat Report segnala anche le unità greche che sarebbero state protagoniste del respingimento. Per il blocco e tutta la prima fase, incluse le violenze e il sequestro di denaro e documenti, viene indicata una motovedetta d’altura con sigla Ls 050, identificata come Vosper Europatrol 250 Mk1. A questa nave, quando i profughi sono stati costretti a salire sulle zattere, se ne sarebbe poi aggiunta una più piccola, identificata come Lambro 57. I cadaveri dei tre naufraghi morti sarebbero stati portati a bordo della Ls 050.

(Fonte: Anadolu Agency, rapporto Guardia Costiera turca, Aegean Boat Report)

Italia-Francia (Quiliano, Savona) 22-23 dicembre 2020

Due giovani profughi curdi sono stati travolti e uccisi da un treno mentre cercavano di raggiungere il confine con la Francia a Ventimiglia, camminando lungo la ferrovia, nei pressi della stazione di Quiliano, in provincia di Savona. Erano con altri nove profughi, anch’essi curdi, tra cui il fratello di uno di loro. Tutti e undici, arrivati alcuni giorni addietro a Lecce, sono fuggiti dal centro accoglienza dove stavano trascorrendo un periodo di quarantena. Decisi a lasciare l’Italia, è verosimile che siano giunti a Savona nascosti in un camion, con la probabile complicità dell’autista, che potrebbe averli fatti scendere all’autopoprto, dando poi loro l’indicazione di seguire la linea ferroviaria per varcare la frontiera. Sta di fatto che nella notte tra martedì 22 e mercoledì 23 dicembre si sono incamminati lungo i binari. Erano a poco più di un chilometro dalla stazione di Quiliano quando alle loro spalle è sopraggiunto in piena velocità il treno 3042 Milano-Albenga. Forse le due vittime non si sono accorte in tempo del pericolo o forse sono state risucchiate dallo spostamento d’aria. Sta di fatto che sono finite sotto le ruote e non hanno avuto scampo. Illesi gli altri nove profughi, anche se tutti in stato di choc: in particolare il fratello di uno dei giovani morti. A dare l’allarme sono stati i macchinsti del treno. La polizia ha riferito che a partire dalla fine dell’estate sono aumentati i profughi che, a piccoli gruppi, cercano di passare in Francia, seguendo la ferrovia ma anche l’autostrada.

(Fonte: Il Secolo XIX, La Stampa, Agenzia Ansa, Il Messaggero). 

Marocco-Spagna, (Atlantico, West Sahara), 22-24 dicembre 2020

Due naufragi nell’Atlantico di fronte delle coste della provincia di Laayoun, nel nord del Sahara Occidentale, sulla rotta per le Canarie: uno all’altezza di Al Aaiun, il capoluogo provinciale, e l’altro circa 50 chilometri più a sud, nella zona di Taruma. Le notizie sono molto scarne, tutte di fonte spagnola nonostante a operare per i soccorsi sia stata la Marina marocchina. Incerto pure il bilancio delle vittime, anche se sono sicuramente diverse decine. E’ certo, in ogni caso, che in quelle acque è stato dato l’allarme per due barche disperse fin dal 22 dicembre: una con almeno 62 persone a bordo e l’altra con 56.

Al Aaiun. A giudicare dal numero delle vittime (almeno 18 tra morti e dispersi) e dei superstiti (44) deve trattarsi della barca con 62/63 persone. A segnalare che non si aveva più notgizia di questo battello, salpato il 22 dalle coste del Sahara occidentale per raggiungere le Canarie, è stata Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras. L’allarme, la mattina del giorno 23, è stato raccolto anche dai servizi di salvamento spagnoli. Le ricerche non hanno dato alcun esito fino alla mattina del 24 dicembre, quando alle Canarie è arrivata notizia di un naufragio al largo di Al Aaiun con 44/45 naufraghi tratti in salvo dalla marina imperiale. Dal Marocco non è stato precisatio se ci fossero delle vittime, ma la Ong Caminando Fronteras ha comunicato che, in base alle sue fonti, risultavano (oltre a 44 supersiti) 18 dispersi e un cadavere recuperato. Fonti consultate da giornali delle Canarie hanno aggiunto che nelle acque di Al Marsa, la spiaggia di Aaiun (che dista circa 30 chilometri dalla costa)  sono stati trovati almeno due cadaveri di giovani subsahariani. Le vittime risultano dunque 18/19.

Taruma. Il naufragio segnalato in questa zona risale al 22 dicembre. Lo hanno appurato alcuni giornali delle Canarie, ai quali è arrivata la notizia che in quella data la Gendarmeria  Reale, verosimilmente su segnalazine di alcuni abitanti del posto, ha recuperato almeno 6 cadaveri di migranti subsahariani sulla spiaggia di Al Taruma. E’ l’unico dato certo di questa seconda tragedia, l’ennesimo naufragio fantasma di cui non si  saputo nulla fino a quando non sono stati rinvenuti i primi cadaveri. C’è da credere che si tratti della barca con 56 migranti la cui scomparsa, segnalata sempre il 23, risale ad almeno un giorno prima. Se è così, oltre ai 6 morti accertati, ci sarebbero 50 dispersi. In mancanza di conferme il presente dossier considera solo 6 vittime. Il bilancio totale dei due naufragi risulta dunque di almeno 25 vittime (18/19 più 6) tra migranti morti e dispersi.

(Fonte: siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras, Canarias 7, La Provincia) 

Tunisia Italia (Sfax-Lampedusa), 24 dicembre 2020

Almeno 40 vittime (20 morti e 20 dispersi) nel naufragio di un barcone carico di migranti subsahariani al largo della Tunisia. Soltanto 5 i superstiti. Il battello era partito nelle prime ore del mattino dalla costa di Sfax, diventata uno dei principali punti d’imbarco clandestino di migranti diretti verso l’Italia. A bordo – ha riferito Ali Ayari, portavoce della Guardia Costiera tunisina – erano non meno di 45, forse quasi 50: volevano raggiungere Lampedusa. Troppi per le dimensioni dello scafo, tra l’altro vecchio e malandato. Per di più, le condizioni meteo non erano buone: vento molto forte e mare agitato, con onde alte. Il naufragio, secondo Ali Ayari, è stato provocato probabilmente dal combinarsi di questi tre fattori. Dopo appena sei miglia di navigazione, all’altezza di Sidi Mansour, la “carretta” si è rovesciata, andando a fondo rapidamente. Non c’è stato scampo per quasi nessuno dei migranti a bordo. Quando le motovedette della Guardia Costiera salpate dal porto di Sfax e alcuni pedscatori sono giunti sul posto sono riusciti a trarre in salvo soltanto 5 naufraghi: 4 uomini e una donna. Nel corso delle ricerche sono stati recuperati 20 corpi senza vita: 2 uomini e ben 18 donne, di cui 4 in sttao di gravidanza. Almeno altri 20 naufraghi risultano dispersi. Sia i superstiti che le salme sono stati sbarcati nel porto di Sfax.

(Fonte: Associated Press, Reuters, Ansamed, Agenzia Ansa, Al Jazeera, La Stampa, Mediterraneo Cronaca, Il Piccolo, Avvenire, Il Fatto Quotidiano).

Marocco-Spagna (Al Aaiun, Sahara Occidentale), 24 dicembre 2020

Due morti su un gommone con a bordo altri 43 migranti subsahariani soccorso sulla rotta delle Canarie da una motovedetta della Marina Reale marocchina. Il battello è stato intercettato al largo da Al Aaiun, nella zona nord del Sahara Occidentale, quasi al confine con il Marocco. Non era molto lontano dalla costa africana ma, a giudicare dalle condizioni delle persone a bordo, deve essere rimasto in mare diversi giorni prima di essere avvistato: a parte i due giovani ormai privi di vita, anche gran parte degli altri apparivano stremati, con gravi sintomi di ipotermia. E’ verosimile che, partito dalla costa sahariana verso le Canarie, il gommone abbia avuto un’avaria o si sia trovato comunque in difficoltà, andando alla deriva fino a quando lo ha avvistato la Marina marocchina. Trasferiti ad Al Aaiun a bordo della unità che li ha intercettati, subito dopo lo sbarco quasi tutti i 43 naufraghi sono stati affidati ai servizi di assistenza medica e solo successivamente consegnati alla Gendarmeria.

(Fonte: La Vie Eco, La Provincia Canarias)    

Marocco-Spagna (Nador-Motril), 24-26 dicembre 2020

Salpati in 43 dal Marocco, puntando verso l’Andalusia, sono stati intercettati nel mare di Alboran la mattina del 24 dicembre, ma cinque di loro non ce l’hanno fatta: 4 sono annegati prima dell’arrivo dei soccorsi e un quinto è morto in ospedale, a Motril, per ipotermia. La barca, un vecchio scafo da pesca in legno, ha preso il mare da una spiaggia di Nador prima dell’alba del gioro 23. Tutti giovani subsahariani i migranti a bordo. Era a poco più di 30 miglia al largo di Motril quando è stata avvistata dal Sasemar 101, uno degli aerei da ricognizione del Salvamento Maritimo spagnolo mobilitato insieme a una salvamar in seguito alla richiesta di aiuto lanciata dalla Ong Caminando Fronteras. La stessa motovedetta che era in mare per le ricerche ha raggiunto il battello, portando in salvo i giovani trovati sulla barca. Erano 39 ma, appena soccorsi, i superstiti hanno avvertito che quattro loro compagni erano caduti fuoribordo nelle ore precedenti, perdendosi in mare prima di poter fare qualcosa per aiutarli. Pressoché impossibile, a quel punto, ritrovarli. La salvamar ha così fatto rotta verso Motril, tanto più che alcuni dei superstiti apparivano in gravi condizioni. Appena sbarcati, per tre di loro il presidio della Croce Rossa allesito sulla banchina del porto, ha disposto il trasferimento urgente in ospedale. Un non ce l’ha fatta a riprendersi: è morto nella notte tra i 25 e il 26 dicembre.

(Fonte: El Faro de Motrtil, Europa Press Andalucia, sito web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Turchia-Grecia (Egeo Orientale), 26 dicembre 2020

Una profuga yazidi, Khatun Seido, 26 anni, è annegata nell’Egeo Orientale mentre tentava di raggiungere le isole greche dalla Turchia. La giovane donna viveva a Duhok, nel Curdistan iracheno. Dopo molte resistenze, si era lasciata convincere a partire insieme ai fratelli, Sara e Dakhil, per raggungere in Germania la madre e altri quattro fratelli minori, emigrati come rifugiati nel 2018 con l’aiuto dell’Unhcr. Come ha riferito lo zio Murad Qaed, i tre giovani hanno raggiunto Istanbul in aereo da Erbil. Una volta in Turchia hanno preso contatto con un trafficante, che li ha accompagnati sulla costa anatolica per organizzare la traversata, presumibilmente verso Lesbo, per trovare poi il modo di proseguire fino in Germania. La partenza è stata fissata all’alba del 26 dicembre, su un canotto di fortuna, realizzato con camere d’aria per pneumatici da camion. A bordo erano in tutto una quindicina. Non hanno fatto molta strada: durante la navigazione il battello ha urtato un tronco galleggiante, che ha lacerato una delle camere pneumatiche, facendola esplodere. Lo scafo si è rovesciato e Khatum è annegata quasi subito. Quando dalla costa turca sono arrivati i soccorsi per lei era già troppo tardi. In salvo tutti gli altri naufraghi, inclusi Sara e Dakhil. “Khatun – ha raccontato una sua amica, Nahida Barakat – mi ha detto che non voleva andarsene da Duhok. Alla fine ha deciso di partire solo per amore di sua madre”.

(Fonte: Rudaw.net English, Rudaw.net twitter, sito web Mare Liberum)

Algeria-Marocco-Spagna (Castillejos-Ceuta), 29 dicembre 2020

Non si hanno più notizie di un migrante algerino – Hamza Cherroud, 32 anni – che ha tentato di entrare nel territorio spagnolo di Ceuta dal Marocco. La sua storia è stata segnalata dai familiari al quotidiano El Faro de Ceuta il  29 dicembre, ma la sua scomparsa risale alla prima metà di novembre. Hamza è partito da solo dall’Algeria tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, dicendo alla famiglia che intendeva raggiungere la Spagna attraverso il Marocco. L’ultimo contatto risale al 12 novembre, quando ha riferito che si trovava a Castillejos, la città costiera marocchina più vicina all’enclave di Ceuta, e che di lì a poco avrebbe tentato di passare la linea di frontiera via mare, a nuoto. Lo stesso percorso seguito da numerosi altri migranti algerini. Da allora, più nulla. Dopo giorni di totale mancanza di notizie, i familiari hanno cominciato a cercarlo, partendo appunto da Castillejos e rivolgendosi, oltre che alle autorità marocchine, ad altri migranti algerini presenti in città. Hanno provato anche, contemporaneamente, a chiedere notizie a numerosi giovani algerini che sono rusciti ad arrivare in qualche modo a Ceuta. Senza fortuna. Da qui la decisione di rivolgersi alla redazione di El Faro, per lanciare un appello di ricerca, diffondendo anche una delle ultime foto scattate ad Hamza prima della partenza dall’Algeria. Il timore è che non ce l’abbia fatta e sia scomparso in mare.

(Fonte: El  Faro de Ceuta)

Libia-Italia (Sabratha-Lampedusa), 31 dicembre 2020

Non si sa più nulla di una barca con 13 migranti salpata la sera del 24 dicembre dalla Libia sulla rotta di Lampedusa per l’Italia. L’allarme è scattato il giorno di Santo Stefano, quasi 48 ore dopo la partenza, quando alcuni dei familiari delle persone a bordo si sono rivolti ad Alarm Phone, che ha immediatamente segnalato l’emergenza alle guardie costiere italiana e maltese. Pochissime le notizie utili per le ricerche. Si sa solo che la barca, un piccolo scafo  in vetroresina, è partita da Sabratha e che i 13 a bordo erano tutti uomini, provenienti dal Bangladesh, dal Pakistan e dalla Nigeria. Nient’altro. Per di più, non avendo i migranti un telefono satellitare, è stato impossibile ad Alarm Phone localizzare il natante. Dopo l’allarme, Frontex ha comunicato ad Alarm Phone di aver effettuato due voli di ricognizione, che tuttavia non hanno dato alcun esito.Nonostante gli appelli giunti da varie Ong, non risulta, a parte questi due pattugliamenti aerei, che sia stata organizzata una operazione sistematica di ricerca, né da parte dell’Italia né da parte di Malta. Silenzio totale da parte della Libia. Tutto lascia credere che si sia verificato un ennesimo naufragio fantasma. C’è da chiedersi – ha fatto notare Alarm Phone – se il comportamento dell’Europa, in particolare dell’Italia e di Malta, sarebbe stato lo stesso nel caso si fosse trattato di 13 giovani europei.

(Fonte: Alarm Phone, Avvenire, Il Manifesto, The Morning Star, Mediterranea, Civil Fleet)

Algeria (Ain M’Guel, Tamanrasset), 31 dicembre 2020

Venti migranti subsahariani provenienti dal Mali sono morti in un incidente stradale nell’estremo sud dell’Algeria: 19 sul posto e uno mentre veniva trasportato in ospedale. Altri dieci risultano feriti, alcuni in modo grave. Morto anche l’autista algerino che era alla guida del pick-up Toyota su cui viaggiavano. L’intero gruppo ha attraversato clandestinamente la frontiera nella regione di Tamanrasset, la principale zona di transito per i migranti provenienti dal Niger o dal Mali che cercano di raggiungere l’Europa attraverso l’Algeria. Non è chiaro se con la stessa macchina dell’incidente o (come sembra più probabile) con altri mezzi e separatamente, ritrovandosi poi a Tamanrasset, la metropoli tuareg del Sahara algerino, per proseguire il viaggio verso nord. Sta di fatto che, ammassati in trenta sul piano di carico del pick-up, hanno imboccato la strada transahariana a Tamanrasset, circa duemila chilometri a sud di Algeri. L’incidente è accaduto verso le 16,30 all’altezza della piccola città di Ain M’Guel, prima di Ain Salah. Il pick up, che procedeva a forte velocità, è finito fuori strada, capottandosi. Per i migrati a bordo, rimasti incastratri sotto, non c’è stato scampo. Gli undici trovati ancora in vita sono stati trasferiti presso gli ospedali di Ain Salah e Tamanrasset, ma uno è morto prima ancora di arrivare al pronto soccorso. Tra le vittime ci sono anche dei minorenni giovanissimi. Si ritiene che l’autista alla guida lavorasse per i trafficanti che hanno organizzato il trasporto.

(Fonte: Actu Maroc edizione del 1 gennaio 2021, Le Quotidien d’Oran edizione del 3 gennaio)

Algeria-Spagna (Bejaia-Palma de Maiorca), 31 dicembre 2020

Il 31 dicembre, quando dalla Spagna è arrivata la comunicazione che non si avevano notizie sul loro conto, è caduta ogni speranza di ritrovare 23 giovani migranti algerini partiti all’alba del 17 dicembre dal litorale di Bejaia, nella Cabilia, 220 chilometri a est di Algeri, nel tentativo di raggiungere Maiorca. Sono tutti originari della zona: la stessa Bejaia o i quartieri periferici e i villaggi di Sidi Ahmed, la Cifa, Houma Oubazine, Takliet, Zedma, Beaumarchais. E’ probabile che li abbia indotti a sfidare la lunga traversata la notizia che nelle settimane e nei mesi precedenti almeno un centinaio di altri giovani residenti nel loro distretto sono riusciti ad arrivare nella Penisola Iberica o alle Baleari. Sta di fatto che si sono autotassati per acquistare una barca e la mattina del 17 dicembre, alle cinque, si sono ritrovati sulla spiaggia di Oued Dass. Quasi tutti, secondo quanto hanno riferito i familiari, non hanno parlato con nessuno del loro progetto  fino a poche ore prima dell’imbarco. Dal momento in cui hanno preso il mare si sono persi i contatti e nessuno ha saputo più nulla di loro. Pochi giorni dopo, non ricevendo alcuna notizia, le famiglie hanno dato l’allarme, chiedendo alle autorità algerine di condurre delle ricerche anche in Spagna. E con il passare del tempo è cresciuto la disperazione, tanto più che è noto come la prima preoccupazione dei migranti, una volta arrivati a destinazione, sia quella di procurarsi un cellulare per avvertire le famiglie. Ripetuti appelli sono stati lanciati in Algeria anche da emittenti e media sia locali che nazionali. C’era la speranza che, arrivato in Spagna, l’intero gruppo fosse stato confinato per 14 giorni in un centro di accoglienza e quarantena per migranti, senza poter comunicare con l’esterno a causa dell’eventuale sequestro dei cellulari. Il 31 dicembre, però, Il Centro Internazionale per l’idetificazione dei migranti scomparsi di Malaga, al termine di una serie di indagini, ha comunicato di non avere notizia dell’arrrivo sulle coste spagnole, sia continentali che delle Baleari, di una barca partita da Oued Dass o comunque dal litorale di Bejaja il 17 o il 18 dicembre e che, di conseguenza, quei 23 ragazzi risultano dispersi. Il quotidiano El Watan, uno dei media che hanno promosso le ricerche mettendosi anche in contatto la Ong di Malaga, ha rilevato come la rotta da Bejaia a Palma sia particolamente lunga e difficile, specie in inverno, ma che risulta sempre più frequentata da quando sono stati intensificati i controlli di polizia sul litorale algerino occidentale, nella regione di Orano, il tradizionale punto d’imbarco degli harraga verso la Spagna.

(Fonti: El Watan, Observalgerie)  

Marocco-Spagna (Castillejos-Ceuta), 31 dicembre 2020

Risultano dispersi in mare due ragazzi marocchini – Hussein Mubarak, 17 anni, e Muhammad Taniber, 18 anni – che hanno tentato di raggiungere Ceuta a nuoto dal Marocco. Con loro era un compagno, Nafia Al Marani, che è riuscito a farcela e che nei giorni successivi ha avvertito le famiglie. Non è chiaro in quale giorno di dicembre sia avvenuta la scomparsa. La notizia è venuta alla luce solo verso la fine di gennaio 2021, quando i familiari hanno rivolto un appello alla redazione di El Faro de Ceuta, ma la ricostruzione precisa dei fatti e le ricerche sono state complicate dal fatto che nel frattempo Nafia Al Marani è fuggito dal centro di accoglienza La Esperanza dove era alloggiato e dalla prima metà di gennaio se ne sono perse le tracce: si pensa che abbia trovato il modo di imbarcarsi clandestinamente per raggiungere la costa dell’Andalusia. Secondo quanto hanno riferito i familiari, i tre ragazzi si sono accordati per tentare insieme  di arrivare a Ceuta via mare, partendo dalla zan di Castillejos. Da allora l’unica notizia ricevuta è stata la breve comunicazione di Nafia, che ha riferito di averli persi di vista in mare e di non sapere dove fossero finiti. Non avendo mai presentato una denuncia di scomparsa né in Marocco, né a Ceuta (anche per la difficoltà di mettersi in comunicazione con la polizia spagnola con le frontiere chiuse a causa del coronavirus), le ricerche non si sono mai attivate. Finalmete, dopo oltre un mese di silenzio, entrambe le famiglie hanno deciso di rivolgersi al giornale. I cronisti hanno appurato che Hussein e Muhammad a Ceuta non sono mai stati visti: non risultano registrati nelle varie strutture di accoglienza o nei rapporti della Guardia Civil,  né qualcuno dei numerosi ragazzi maghrebini che vivono accampati nei dintorni del porto, nella speranza di trovare un imbarco per la Penisola Iberica, ricorda di averli mai incontrati.

(Fonte: El Faro de Ceuta edizione del 2 febbraio) 

  

 

  

  

 

 

 

 

  

   

 

 

 

 

 

  

    

 

 

     

 

     

 

   

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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