Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2020, seconda parte

Nei primi sei mesi di quest’anno 689 profughi/migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa; 528 inghiottiti dal mare, sulle rotte del Mediterraneo o in quella atlantica verso l’arcipelago spagnolo delle Canarie; 161 “a terra”, lungo le piste del Medio Oriente o dell’Africa, nei lager libici, lungo la via Balcanica e alle soglie delle frontiere della Fortezza Europa. Sono 124 in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando si sono registrate 813 vite spezzate: 682 in mare e 131 a terra. Tenendo conto della contemporanea diminuzione degli arrivi, dovuta in particolare al blocco pressoché totale seguito alla pandemia di coronavirus, il tasso di mortalità, tuttavia, è rimasto molto elevato. A livello europeo, un morto ogni 46,5 arrivi, parecchio più grave di quello – una vittima ogni 56,4 arrivi – registrato nell’intero arco del 2019.

L’esame dei dati scomposti in base alle vie di fuga seguite (tenendo conto delle sole vite perdute in mare) conferma che la rotta del Mediterraneo centrale è la più pericolosa: 1 morto ogni 26,8 arrivi contro 1 ogni 41,5 del Mediterraneo Occidentale e Canarie e 130,4 del Mediterraneo Orientale ed Egeo. Nel 2019 (intero anno), sulle tre rotte si sono registrati 1 morto ogni 8,8 arrivi nel Mediterraneo Centrale; 1 ogni 40,1 in quello Occidentale, 1 ogni 907 in quello Orientale ed Egeo. Il Mediterraneo Centrale registra dunque, nei primi sei mesi 2020, un tasso di mortalità tre volte inferiore a quello dell’intero 2019. Va considerato, però, che il “bilancio di morte” nel 2019 è cresciuto soprattutto nella seconda parte dell’anno, e, in più, il fatto che, ridotta a colpi di decreti  e ostacoli di ogni genere la presenza delle navi-testimoni delle Ong, questa rotta è sempre meno monitorata e cresce il sospetto/timore di non infrequenti naufragi fantasma di cui non arriva notizia. Due casi per tutti. Il primo riguarda la barca con 91 profughi, quasi tutti sudanesi, salpata dalla Libia il 9 febbraio e scomparsa nel nulla. L’altro, i due cadaveri  scoperti il 29 e il 30 giugno dall’aereo da ricognizione Seabird, che collabora con la Ong Sea Watch: uno adagiato sul relitto di un gommone; il secondo sorretto a galla da un giubbotto di salvataggio a non grande distanza dal primo avvistamento. Tutto lascia pensare a una tragedia di cui non si è saputo nulla. L’equipaggio di Seabird ha subito informato sia l’Italia che Malta, per attivare accertamenti su quanto è accaduto. Non risulta che abbia avuto risposta.

 

 

Grecia (Oinofyta, Beozia), 2 luglio 2020

Un profugo si è ucciso nel campo di Oinofyta, in Beozia, dopo aver appreso che per la terza volta era stata respinta la sua richiesta di asilo. La notizia è stata diffusa via twitter dai compagni che hanno scoperto il suo corpo senza vita. Particolarmente significativo il messaggio di uno di loro: “La richiesta di asilo misura il valore della nostra vita! Siamo rifugiati! Quando, nella prima intervista, diciamo che dobbiamo trovare un riparo, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando, nella seconda intervista, diciamo che ci occorre un rifugio, significa che la nostra vita è in pericolo. Quando riceviamo un rifiuto, dopo aver affrontato tanti problemi per anni e anni, significa che la nostra vita non è importante. E la morte ci invita a imboccare la sua strada”.

(Fonte: sito web Are You Syrious, rapporto 3 luglio 2020)

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 4-5 luglio 2020

Un ragazzo congolese di 19 anni è stato accoltellato a morte nel campo profughi di Moria, a Lesbo. Era in attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata. A colpirlo è stato un altro profugo, di origine afghana. E’ stato il tragico epilogo di una violenta lite avvenuta in piena notte, tra sabato 4 e domenica 5 luglio. Non sono chiari i motivi specifici dello scontro. Sta di fatto che quando il ragazzo è stato trovato da alcuni volontari che operano all’interno del campo, era ormai in gravi condizioni: trasportato all’ospedale di Mitilene, è morto poche ore dopo. Non sono noti i motivi precisi che hanno provocato lo scontro. “Di sicuro – ha riferito Nawal Soufi, una volontaria italo marocchina che lavora da anni a Moria – episodi come questo, sempre più numerosi, nascono dalle condizioni di tensione e di insicurezza generale del campo”. La situazione è particolarmente difficile di notte, quando la struttura è praticamente abbandonata a se stessa. “Con il buio – ha aggiunto Nawal Soufi – il campo diventa terra di nessuno. Scompaiono anche i servizi medici e certe volte ci ritroviamo ad aspettare un’ambulanza per 30 o 45 minuti. Tante delle morti che abbiamo avuto sono dovute anche a questo”. Da qui la richiesta alle autorità greche di organizzare almeno un presidio di ambulanza notturno di fronte all’ingresso del campo. Sulla morte del giovane congolese è stata aperta un’inchiesta della magistratura.

(Fonte: sito web di Nawal Soufi)

Libia (costa a ovest di Tripoli, 8 luglio 2020

Almeno 7 morti su un gommone rimasto alla deriva, al largo della Libia, per circa 10 giorni. La notizia, ignorata dalle autorità di Tripoli, è stata resa nota dall’Oim dopo che, intervenuta per l’assistenza allo sbarco, ha parlato con alcuni dei superstiti, 18 persone, tutte di nazionalità sudanese, secondo la stessa Oim ma 19 secondo l’Unhcr. Stando alle testimonianze, il battello sarebbe salpato da  un punto imprecisato della costa a ovest di Tripoli, tra il 29 e il 30 giugno: i giorni in cui, favorite dalle buone condizioni meteomarine, si sono registrate numerose partenze di migranti dalle coste della Tripolitania. I problemi sono cominciati dopo alcune ore di navigazione, in acque della zona Sar libica, ad alcune decine di miglia dalla riva: un guasto avrebbe reso ingovernabile il natante, che è rimasto così in balia del mare. Soccorsi non ne sono arrivati. Non ne è chiara la ragione: forse, contrariamente a quanto avviene di solito, i trafficanti non hanno consegnato a qualcuno del gruppo un telefono satellitare per ogni evenienza o forse nessuno ha risposto alle chiamate. Sta di fatto che il gommone ha flottato nelle correnti per quasi dieci giorni e dopo un po’, ad ogni giorno che passava, qualcuno ha cominciato a morire, di sete e di stenti. Le salme sarebbero state via via lasciate scivolare in acqua. Una “tragedia fantasma” che si è protratta fino alla mattina dell’otto luglio, quando il natante è stato intercettato casualmente da una motovedetta libica. Sbarcati a Tripoli, i superstiti sono stati presi in consegna dalle autorità libiche: quattro di loro, in particolare, sono risultati in condizioni gravissime per un forte stato di disidratazione.

(Fonte: sito web Iom Libya, sito Unhcr Libya, Il Piccolo, La Stampa, sito web Alarm Phone, sito web Sergio Scandura, rapporto Migrant Rescue Watch)

Libia (Sabratha), 8-9 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla costa di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio, il corpo, a giudicare dallo stato di conservazione, deve aver flottato per diversi giorni, fino a quando, la sera dellotto luglio, le correnti lo hanno spinto a Talil Beach, dove è è stato notato da alcuni abitanti del posto, che hanno avvisato la polizia. Il recupero è stato effettuato durante la notte da una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma presso l’obitorio di Sabratha, a disposizione dell’autorità giudiziaria per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch).

Tunisia (Zarzis), 10 luglio 2020

I corpi senza vita di due migranti sono stati trascinati dal mare sul litorale di Zarzis, nel sud est della Tunisia, governatorato di Medenine. Quando sono stati avvistati, flottavano a breve distanza dalla riva. Per recuperarli è intervenuta una squadra della Guardia Costiera, che li ha poi trasferiti nell’obitorio della città per le indagini. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione. Il timore è che siano due vittime di un “naufragio fantasma” avvenuto nelle acque  tra la Libia e la Tunisia. Zarzis dista circa 50 chilometri dal confine e da questo tratto di costa, a cavallo della frontiera, sono segnalate sempre più di frequente partenze di barche cariche di migranti che puntano verso l’arcipelago delle Pelagie o la Sicilia. Veniva da questa zona, ad esempio, anche il barcone con 268 migranti arrivato a Lampedusa prima dell’alba del 10 luglio, dopo essere salpato quasi un giorno prima dalla piccola città costiera di Abu Kammash, ell’estremo ovest della Libia. Se il timore di un “naufragio fantasma” ha fondamento, c’è da ritenere che ci siano altre numerose vittime.

(Fonte: rapporto Migant Rescue Watch)

Grecia (Creta), 11-12 luglio 2020

Quattro migranti dispersi in un naufragio avvenuto nel pomeriggio di sabato 11 luglio diverse miglia a nord ovest di Creta. C’è un solo superstite, un algerino di 25 anni, tratto in salvo dalla Guardia Costiera greca. E’ stato lui a ricostruire la tragedia, specificando che i suoi compagni erano tre tunisini e un libico. I cinque sono partiti dalla Tunisia, puntando verso l’Italia. Durante la navigazione hanno sbagliato rotta e si sono persi in mare, arrivando verso Creta, finché la loro piccola barca, pare diventata ingovernabile per mancanza di carburante, si è rovesciata ed è affondata. Quando sono arrivati i soccorsi da Creta, quattro dei cinque naufraghi erano scomparsi. Anche il quinto, l’algerino, era molto provato, tanto da dover essere ricoverato all’ospedale di Chania, a Creta, in stato di ipotermia. Le ricerche dei dispersi sono proseguite nella giornata di domenica 12 luglio, ma senza alcun esito.

(Fonte: Agenzia Ana Mpa, Keep Talking Greece, Mare Liberum)

Libia (distretto di Qarqarsh, Tripoli), 14 luglio 2020

Il cadavere di un migrante subsahariano è stato trascinato dal mare sul litorale di Qarqarsh, uno dei distretti occidentali di Tripoli. Per il recupero sono intervenute una squadra dei servizi d’emergenza e una pattuglia della polizia costiera. A giudicare dallo stato  di conservazione, la salma dovrebbe essere rimasta in acqua per diversi giorni, prima del ritrovamento. Se ne ignora la provenienza e non sono stati trovati elementi per l’identificazione. Da notare che, sempre sulla costa a ovest di Tripoli, tra l’otto e il nove luglio un altro cadavere di migrante è stato portato dal mare nei pressi di Sabratha. I due corpi potrebbero essere la testimonianza di naufragi fantasma. Quello recuperato a Qarqarsh è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Zawiya per gli adempimenti  di legge.

(Fonte: rapporto Migrant Rescue Watch)

Libia (Bani Valid e Tripoli), 20 luglio 2020

Un giovane richiedente asilo eritreo è morto di inedia e sfinimento poco dopo essere arrivato al Centro Unhcr di Tripoli in cerca di assistenza medica. Si era trascinato fin lì aiutato da un altro profugo, anch’egli eritreo e anch’egli allo stremo delle forze. I due arrivavano entrambi da Bani Walid, dove hanno trascorso lunghi mesi di durissima detenzione, vittime di ogni genere di violenze e soprusi, mancanza di cibo e perisno di acqua potabile. A quanto si è potuto accertare, erano stati rilasciati qualche giorno prima, dopo che i familiari erano riusciti a trovare il denaro per il riscatto, migliaia di dollari. Era evidente – ha riferito un rapporto dell’Unhcr – che soffrivano entrambi di malnutrizione acuta, ma il primo, in particolare, appariva quasi morente e aveva bisogno di cure mediche urgenti. Il personale del centro Unhcr ha subito cercato un’ambulanza, ma il giovane ha perso conoscenza prima di arrivare in ospedale e tutti gi sforzi per rianimarlo si sono rivelati inutili. Al suo compagno l’Unhcr ha trovato un rifugio nel contesto dei servizi previsti sul posto: registrato come richiedente asilo, è stato inserito nei programmi di assistenza e relocation. E’ stato lui a raccontare la loro odissea nel campo di Bani Walid.

(Fonte: rapporto Unhcr, Coordinamento Eritrea Democratica

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 20-21 luglio 2020

Venti vittime in due naufragi nello Stretto di Gibilterra: il primo, con 2 morti e 12 dispersi, in acque marocchine, il secondo, 6 morti, in quelle spagnole. Ne ha dato notizia il sito web di Helena Maleno, l’attivista dei diritti umani legata alla Ong Caminando Fronteras, che monitora in particolare le rotte del Mediterraneo Occidentale e delle Canarie, in Atlantico. Pochissimi i dettagli emersi sui due episodi. Si sa per certo che le due barche erano partite dalla costa marocchina, presumibilmente dalla zona di Tageri, puntando verso il golfo di Cadice. La prima, intercettata la sera di lunedì 20 da una motovedetta della Marina Imperiale, si è rovesciata durante le operazioni di recupero, scaraventando tutti gli occupanti in mare. Insieme ai naufraghi ancora in vita sono stati recuperati i cadaveri di due giovani senegalesi ma, secondo la nota diffusa da Helena Maleno, altri 12 sono scomparsi in mare e non ne è più stata trovata traccia. Poche ore dopo, durante la notte, la seconda tragedia: sei migranti sono morti nella zona di competenza spagnola prima di poter essere recuperati da una motovedetta partita dall’Andalusia. “I servizi di soccorso somo arrivati troppo tardi – denuncia Helena Maleno – Non possiamo permettere che si continuino a perdere delle vite umane  in un tratto  di mare di appena 14 chilometri”.

(Fonte: sito web Helena Maleno, ore 17,52 del 21 luglio, Caminando Fronteras 22 luglio, Infomigrants)

Libia (Mediterraneo a ovest di Tripoli), 21 luglio 2020

Il corpo senza vita di un migrante è stato avvistato in mare da Moonbird, l’aereo da ricognizione che collabora con la Ong Sea Watch durante unamissione di ricerca sul Mediterraneo, a ovest di Tripoli. L’equipaggio ne ha localizzato la posizione esatta a 33 gradi e 25 primi di latitudine nord e 15 gradi 1 15 primi di longitudine est. Questi dati sono stati immediatamnete trasmessi alle autorità italiane, maltesi e libiche, chiedendo di organizzare un intervento  di recupero. E’ la terza salma di un migrante trovata da Moonbird nelle ultime settimane: la prima è stata avvistata il 29 giugno, incastrata nel relitto di un gommone; la seconda l’indomani, 30 giugno, a non grande distanza, mantenuta a galla da un giubbotto di salvataggio di colore rosso. Il timore è che siano la spia di episodi di cui non si è avuta notizia, uno dei sempre più probaili naufragi “fantasma” denunciati dalla scomparsa nel nulla di barche che, secondo varie fonti, risulterebbero partite dalla Libia. “Stiamo sorvolando  un cimitero”, ha commentato il capo missione, Tamino Bolum.

(Fonte: rapporto Sea Watch del 21 luglio, ore 17,09)

Spagna (Fuerteventura, Isole Canarie), 24 luglio 2020

Il cadavere di un migrante africano è stato avvistato in mare circa un miglio a sud di Morro Jable, nella parte meridionale dell’isola di Fuerteventura, nelle Canarie. Lo ha trovato casualmente l’equipaggio di una barca da diporto, che ha avvertito la polizia. Sul posto, per il recupero, si è portata una motovedetta del servizio Salvamento Maritimo, che dopo lo sbarco ha trasferito la salma nell’obitorio di medicina legale per l’autopsia. Secondo la prima ricognizione medica si tratta di un giovane di età compresa tra i 25 e i 30 anni. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma (che non presenta segni di violenza) era in  mare da alcuni giorni. Non sono stati trovati elementi per l’identificazione o almeno per stabilirne la provenienza. Due le ipotesi della polizia: o un migrante caduto da una delle barche arrivate nell’ultima settimana alle Canarie (ma in questo caso non si capirebbe come mai i compagni non ne abbiano denunciato la scomparsa); oppure il segnale di un naufragio rimasto sconosciuto, il che porterebbe a credere che ci siano altre vittime. A questo proposito il quotidiasno El Diario, riferendo la notizia, fa notare che si sono perse le tracce di un gommone con a bordo 63 persone partito venerdì 17 luglio da Tarfaya, una città della costa marocchina situata alla stessa latitudine di Morro Jable. Per questo battello scomparso il Salvamento Maritimo sta conducendo una operazione di ricerca a largo raggio, con mezzi aerei e navali, fin dal mattino di lunedì 20 luglio, quando è stato diramato l’allarme.

(Fonte: El Diario, La Provincia)

Libia (Zawiya), 26 luglio 2020

Il cadavere di un migrante è affiorato sul litorale di Zawiya, a ovest di Tripoli, di fronte alla località costiera di Al Mutrad. Avvistato mentre flottava in mare a poca distanza dalla riva, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa insieme a funzionari dei servizi d’emergenza. A giudicare dallo stato di conservazione, è rimasto in acqua diversi giorni, prima che la corrente lo spingesse verso la spiaggia. Non sono stati trovati elementi utili per l’identificazione o anche solo per stabilirne la provenienza, ma va ricordato che tra il 9 e il 14 luglio sono stati trovati, a ovest di Tripoli, i corpi senza vita di altri due migranti. La salma è stata trasferita presso l’obitorio dell’isituto di medicina legale.

(Fonte: rapporto Migrant Rscue Watch) 

Tunisia (Mulush), 26 luglio 2020

Un morto e due dispersi nel naufragio di una piccola barca in legno al largo della costa di Mulush, nel governatorato di Mahdia, all’estremità meridionale del golfo di Hammamet. Il battello era partito poco prima, con a bordo 16 migranti, tutti tunisini che puntavano ad arrivare in Sicilia. Non è chiaro perché e come sia affondato. A dare l’allarme è stato un peschereccio che, avvistati casualmente i naufraghi e il relitto, ha avvertito la Guardia Costiera di Mahdia, iniziando poi a recuperare i superstiti. A questa operazione si è aggiunta poco dopo la motovedetta arrivata sul posto. Tredici i naufraghi tratti in salvo. Nonostante le ricerche condotte nelle ore successive, è stato possibile recuperare solo il corpo di uno dei tre dispersi. Nessuna traccia degli altri.

(Fonte: rapporto Migrant Rdescue Watch, Al Jawhara, Alarm Phone)

Tunisia (Hassi el Jerbi), 26 luglio 2020

Un migrante tunisino (poi identificato come Aseel Zarzis, 40 anni) è morto nel naufragio di una piccola barca in legno all’altezza di Hassi El Jerbi, un comune costiero di circa 8.500 abitanti nella regione sud-est. Il battello era partito dalla zona di Zarzis, puntando verso l’Italia. A bordo erano in 12: molti, in rapporto alle dimensioni dello scafo. Ha navigato poco lontano dalla riva in direzione nord, ma ha fatto solo poche miglia. Al largo di Hassi El Jerbi, a metà strada circa tra Zarzis e Djerba, a causa del sovraccarico e delle condizioni del mare, si è rovesciato ed è poi affondato rapidamente. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera della base di Zarzis e da alcuni pescherecci: inizialmente sono stati recuperati 6 superstiti e un corpo ormai senza vita. Quattro dei naufraghi risultavano dunque dispersi, ma due sono stati ritrovati grazie alle ricerche condotte nelle ore successive, mentre si è scoperto che gli altri due erano riusciti a raggiungere la riva a nuoto. “Tutti i naufraghi – ha riferito il maggiore Rashid Al Bouzidi, portavoce della Guardia Costiera regionale – sono stati portati in ospedale perché apparivano molto provati. Sei sono stati ricoverati e gli altri dimessi dopo le prime cure”

(Fonte: Alarm Phone, Migrant Rescue Watch, Radiotunisienne)

Tunisia (Sfax), 26/27 luglio 2020

Cinquatasei vittime in un naufragio fantasma avvenuto al largo delle coste del nord della Tunisia. Sono tutti giovani tunisini: di 45 è stato possibile recuperare il corpo, sono ancora in corso le ricerche per gli altri 11. La tragedia è avvenuta intorno al 21/22 luglio, ma né le autorità né la stampa locale ne hanno parlato. In Italia se ne è avuto il sospetto quando si è scoperto che si erano perse le tracce di una barca con più di 50 persone diretta verso le coste siciliane. La conferma si è avuta solo tra il 26 e il 27 luglio grazie a una serie di servizi giornalistici e alle informazioni fornite dalla Mezzaluna Rossa, intervenuta per recuperare le salme. Il battello è partito intorno al 20/21 luglio dal porticciolo di Sidi Mansour, pochi chilometri a nord di Sfax. Era un vecchio scafo da pesca, cancellato dai registri navali e diventato, appunto, dopo essere stato venduto, una barca per i migranti che cercano scampo in Europa. Era abilitato per trasportare al massimo 20 persone, ma a bordo erano in 56, tutti ragazzi provenienti dal Sud della Tunisia, la zona più diffiicle e disperata del Paese: Gafsa, Kasserine, Sidi Bouzid. Non ha fatto molta strada: superata la punta delle isole Kerkennah, ha preso il largo, ma il mare mosso e il sovraccarico non hanno lasciato scampo. Qualcuno è riuscito a lanciare da bordo un Sos prima che l’ex peschereccio si rovesciasse, andando rapidamente a fondo, ma i soccorsi sono stati tardivi, lenti e disorganizzati. Quando una motovedetta della Guardia Costiera e alcuni pescherecci sono arrivati sul posto, in mare c’erano solo cadaveri. La Mezzaluna Rossa ne ha recuperati in  tutto 45, trasferendoli all’obitorio dell’ospedale di Sfax.”Non ci sono superstiti – ha dichiarato al Fatto Quotidiano Walid, uno dei soccorritori – Abbiamo raccolto i sacchi con i corpi e li abbiamo portati all’ospedale di Sfax. E’ stato terribile, ma ormai siamo abituati a questo genere di tragedie”. La notizia del naufragio si è presto diffusa nella zona di Sfax ma soprattutto tra le famiglie delle vittime, che invano aspettavano da giorni notizie dai ragazzi che si erano imbarcati. Ad attendere a terra l’arrivo delle salme c’era così una piccola folla, composta soprattutto da parenti e amici dei giovani morti. Tra loro, una donna di Gafsa, che nella tragedia ha perso tre figli. Il sospetto sempre più concreto che si fosse verificata nel Mediterraneo l’ennesima tragedia di un naufragio fantasma, con decine di vittime, è stato alimentato per giorni dal giornalista Sergio Scandura, di Radio Radicale. Non una parola nei rapporti quotidiani di Migrant Rescue Watch, che pure racconta nei dettagli i blocchi e i respingimenti in mare di migranti operati dalle Guardie Costiere libica e tunisina.

(Fonti: sito web di Sergio Scandura, Il Fatto Quotidiano, Radio Radicale)

Grecia (Moria), 27 luglio 2020

Un profugo afghano ventunenne è stato accoltellato a morte nel corso di una violenta lite scoppiata nel centro di identificazione di Moria, sull’isola di Lesbo. A colpirlo sarebbe stato un diciannovenne, anch’egli afghano, che è stato arrestato dalla polizia. Allo scontro avrebbero partecipato anche altri due profughi. Non sono chiari i motivi del contrasto, ma spesso sono le lunghe attese per l’esame delle richieste di asilo e le condizioni di vita stesse all’interno del campo, sovraffollato e privo  di strutture adeguate, a provocare stati di forte tensione che possono sfociare in violenza e risse. Secondo le statistiche della polizia, senza tener conto degli episodi meno gravi, dall’inizio dell’anno si sono contate almeno 18 risse all’interno del campo, soprattutto tra profughi di nazionalità diverse.

(Fonte: Ekathimerini) 

Libia (Khoms), 27-28 luglio 2020

Tre profughi sudanesi sono stati uccisi a raffiche di mitra dalla Guardia Costiera e dalla polizia libiche mentre tentavano di fuggire, al momento dello sbarco nel porto di Khoms (130 chilometri a est di Tripoli), dopo essere stati intercettati in mare e riportati  in Libia contro la loro volontà. Altri 2 sono rimasti feriti. Le vittime facevano parte di un gruppo di 72 profughi/migranti, quasi tutti sudanesi, partito su un gommone di colore nero, dalla costa a oriente di Tripoli, il 27 luglio e intercettato in mare dalla nave Zuwara, una delle motovedette consegnate a Tripoli dall’Italia. Presi a bordo e costretti a tornare a Khoms, numerosi profughi hanno approfittato della confusione dello sbarco per tentare di scappare, prima di essere presi in consegna dalla polizia e condotti in un centro di detenzione. Per fermarli, i miliziani non hanno esitato a sparare, ad altezza d’uomo, per uccidere. Almeno cinque sono stati raggiunti dai proiettili: due sono morti sul colpo, mentre i 3 feriti sono stati trasferiti in ospedali di Khoms, ma uno era già morente ed è spirato poco dopo essere arrivato al pronto soccorso. Il rapporto della Guardia Costiera libica, pubblicato la sera stessa da Migrant Rescue Watch, parla solo dello sbarco dei 72 bloccati in mare, senza far cenno alla sparatoria con ben tre vittime e 4 feriti.  Allo sbarco erano però presenti, per i servizi di prima assistenza, alcune squadre dell’Oim e dell’Unhcr ed è stato appunto il personale dell’Onu a denunciare la strage. Nella mattinata del giorno 28 è stato pubblicato il primo rapporto ufficiale direttamente dalla sede di Ginevra dell’Oim. In questo documento si parla di due soli morti, perché la notizia della terza vittima è arrivata nelle ore successive. “La sofferenza dei migranti in Libia è intollerabile. Sono anni che diciamo che i migranti non devono essere ricondotti in Libia se riescono a fuggire e che tutti i centri di detenzione vanno chiusi”, ha dichiarato Federico Soda, capo della missione Oim in Libia. Appare un chiaro, ennesimo monito all’Unione Europea, che ha inviato al governo di Tripoli circa 328 milioni di euro di finanziamenti, ignorando la realtà dei lager in cui vengono rinchiusi i profughi e senza chiedere alcuna garanzia. Un monito, in particolare, nei confronti dell’Italia, che proprio quasi alla vigilia di questa strage ha rinnovato e anzi ampliato i finanziamenti in favore della Guardia Costiera libica. Due delle tre vittime sono state identificate: Aboh Ishag Saber Matar e Muawiya Yaqoub, entrambi ventenni. Solo il giorno dopo la Guardia Costiera ha pubblicato un rapporto sulla strage: sostiene che a fare fuoco sarebbero stati solo i miliziani dei reparti antiterrorismo a cui i migranti appena sbarcati erano  stati consegnati, aggiungendo che tuttavia le raffiche sarebbero state sparate in aria. Ma che la polizia abbia mirato ad uccidere è stato confermato il 31 luglio da un rapporto di Medici Senza Frontiere, che ha soccorso i feriti, organizzandone il trasferimento d’urgenza in ospedale. Nella stessa relazione si evidenzia che l’intero gruppo era composto in prevalenza da ragazzi di età compresa tra i 15 e i 18 anni. Quarantuno sono riusciti a fuggire, altri 26 (a parte i morti e i feriti) sono stati rinchiusi in un centro di detenzione.

(Fonti: Rapporto Oim, Rappoto Unhcr, Al Jazeeera, Infomigrants, Alarm Phone, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera)

Tunisia (Sfax), 29-30 luglio 2020

Ventiquattro dispersi e un solo superstite per una barca carica di migranti affondata al largo della Tunisia. Il naufragio si è verificato tra il 26 e il 27 luglio ma non se ne è saputo nulla fino a quando, il giorno 29, a 17 miglia dalla riva, è stato avvistato casualmente l’unico naufrago ancora in vita, poi tratto in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera. L’uomo si è salvato rimanendo disperatamente avvinghiato a una tanica di plastica per restare a galla e vedendo scomparire l’uno dopo l’altro i compagni. Ovviamente molto provato dalla lunga permanenza in acqua, appena a terra è stato trasferito all’ospedaqle regionale di Monastir. Ha avuto modo lui stesso, però, di ricostruire la tragedia. Secondo quanto ha riferito, era partito circa quattro giorni prima del ritrovamente insieme a 24 compagni, su una piccola barca in legno, dalla costa di Sfax. Il naufragio è avvenuto probabilmente a causa del sovraccarico, aggravato delle condizioni del mare. Tutto si sarebbe svolto così rapidamente che non si è avuto neanche il tempo di lanciare un Sos. Sulla base delle sue dichiarazioni, la Guardia Costiera tunisina ha lanciato una operazione di ricerca dei 24 dispersi, partendo dal punto in cui era il naufrago che si è salvato.

(Fonte: Mosaiquefm, Alarm Phone)

Spagna (Cabo de Gata, Almeria), 29-30 luglio 2020

Un migrante subsahariano è stato trovato ormai senza vita su una barca raggiunta la notte tra il 29 e il 30 luglio, nel mare di Alboran, dalla salvamar Algenib, del Salvamento Maritimo spagnolo. Molto provati ma tutti in salvo i suoi 11 compagni, 9 uomini e 2 donne. La presenza della barca in difficoltà, a 56 miglia al largo di Cabo de Gata, era stata segnalata intorno alle 18,20 del giorno 29, alla cetrale operativa del Salvamento di Almeria, da un elicottero americano con base su una nave militare portaelicotteri della flotta Usa dislocata nel Mediterraneo Occidentale. E’ stato subito chiaro che doveva trattarsi di una barca di migranti salpati dal Marocco per puntare verso l’Andalusia. La Algenib, raggiunta la zona dell’emergenza, ha condotto una operazione di ricerca che si è conclusa poco dopo la mezzanotte: alle 0,19 il battello è stato raggiunto. Sia i naufraghi che la salma del giovane morto poche ore prima che arrivassero i soccorsi sono stati sbarcati ad Almeria. Nello stesso tratto di mare, sei ore dopo, la salvamar Spica ha tratto in salvo altri 11 migranti, tutti maghrebini, trovati alla deriva su un battello individuato dall’Helimer 220, della flotta aerea del Salvamneto Maritimo, verso le 3,20. Anche questi naufraghi sono  stati  trasferiti ad Almeria, dove sono arrivati poco dopo le 8 del giorno 30.

(Fonte: Europa Press Andalucia)  

Libia (Tajoura), 30 luglio 2020 

Almeno undici migranti morti e sei tratti in salvo in un naufragio al largo di Tajoura, a est di Tripoli. Imprecisato il numero dei dispersi ma, essendo appena sei i superstiti (5 uomini e una donna), c’è da pensare che siano diverse decine, perché non è in alcun modo credibile che a bordo della barca affondata ci fosseo appena 16 persone. La Guardia Costiera libica ha diffuso una nota brevissima, attraverso il sito Migrant Rescue Watch, senza alcun particolare utile a ricostruire l’episodio e il numero almeno approssimativo delle vittime. I soccorsi, del resto – come in tutti i casi noti del genere – non sono arrivati da un guardacoste ma dall’equipaggio di un piccolo peschereccio. Stando allo specchio di mare in cui è avvenuto il naufragio, la barca deve essere partita dalla costa a est di Tripoli, probabilmengte proprio da Tajoura o da Garabulli. Non sembra abbia fatto molta strada. Sta di fatto che è affondata rapidamente e, con ogni probabilità, senza l’intervento del peschereccio, non se ne sarebbe saputo nulla. Quando i pescatori sono giunti sul posto hanno trovato solo 6 naufraghi ancora in vita e un cadavere. Tutti i superstiti, una volta a terra, sono stati trasferiti in un centro medico. Così almeno ha assicurato la Guardia Costiera, specificando di aver organizzato una operazione di ricerca dei dispersi. Meno di tre giorni dopo, la mattina del due agosto, il mare ha cominciato a restituire altri corpi: sul litorale di Ghot Romman, a breve distanza da Tajoura, ne sono affiorati 4, poi recuperati dalla Guardia Costiera e dal servizio d’emergenza civile. Altri 5 corpi sono  stati ritrovati il 3 agosto, sempre nella zona di di Ghot Romman, mentre un sesto è stato individuato e la sera del 3 e recuperato il giorno dopo, portando così a 11 il numero delle vittime accertate. E’ la conferma che c’è da aspettarsi un bilancio di morte molto elevato.

(Fonte: Migrant Rescue Watch del 30 luglio, 2 e 3 agosto, Libya Observer)

Marocco (Nador), 30 luglio 2020

Due profughi siriani sono annegati nel naufragio di una piccola barca al largo di Nador, in Marocco. Tratti in salvo altri 13 migranti, tutti originari dell’Africa Subsahariana. Il battello è partito nel pomeriggio di giovedì 30, puntando verso l’Andalusia, ma dopo poche miglia, prima che facesse buio, si è capovolto ed è affondato. Ignote le cause e le circostanze precise: certamente un fattore determinante deve essere stato il sovraccarico. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Marina Imperiale. L’equipaggio ha via via individuato e recuperato 13 naufraghi ancora in vita. Successivamnete sono stati trovati i corpi ormai senza vita degli altri due. Le salme sono state sbarcate sulla spiaggia di Ras Al Maa e da qui trasferite all’obitorio dell’ospedale Al Hassani. La polizia ha preso in consegna i 13 superstiti.

(Fonte: Nadorcity.com)

Marocco (Tangeri), 31 luglio 2020

Un profugo senegalese di nome Felix, poco più che ventenne, è morto in circostanze misteriose in un sobborgo di Tangeri, in Marocco. Numerosi suoi amici accusano di averne provocato la morte la polizia ausiliaria, a cui è spesso demandato il controllo dei migranti. Il giovane, a quanto pare, viveva insieme a numerosi altri migranti in un riparo di fortuna nella foresta del Danbo, in località Salouki. Non è chiaro cosa sia accaduto. Il portavoce del governatorato di Tangeri, Tetoun e Al Hoceima ha riferito che le forze di sicurezza, intervenute per un principio d’incendio nel Danbo, hanno incontrato un folto gruppo di migranti subsahariani, uno dei quali era in coma. La stessa polizia – sostiene sempre il Govenratorato – ha cercato di soccorrere questo ragazzo, portandolo all’ospedale regionale Mohamed V, ma i medici non hanno potuto che constatarne la morte. Gli amici sostengono invece che Felix si sarebbe sentito male per le conseguenze delle percosse o comunque del trattamento subito da parte di una squadra della polizia ausiliaria durante una delle frequenti retate nell’accampamento della foresta e che lo stavano appunto portando tutti insieme verso Tangeri per i soccorsi. La magistratura ha aperto un’inchiesta e disposto un’autopsia. I 13 migranti che lo stavano trasportando, tutti di origine subsahariana, sono stati fermati in attesa della conclusione degli accertamenti.

(Fonte: Nadorcity.com)

Libia (Zliten), 31 luglio – 1 agosto 2020

Due profughi sono morti per denutrizione e per i gravi maltrattamenti subiti nel capannone-prigione dove erano detenuti da una banda di trafficanti. Il lager era alla periferia di Zliten, una città a 4 chilometri dalla costa, tra Misurata (distante circa 60 chilometri) e Khums (35 chilometri), uno dei tratti di litorale da cui sono più frequenti gli imbarchi gestiti dai mercanti di uomini a est di Tripoli, distante 160 chilometri. A scoprire la tragica fine dei due ragazzi, entrambi subsahariani, è stato il contingente di polizia che nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto ha fatto irruzione nella prigione. All’interno del vecchio magazzino adibito a centro di detenzione sono stati trovati 55 migranti di varie nazionalità, in maggioranza africani ma anche asiatici. I due cadaveri erano in una zona appartata, sul retro, in attesa evidentemente di essere fatti sparire, seppellendoli di nascosto, in qualche fossa anonima. Le salme sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale per l’autopsia ma già il primo, sommario esame medico ha indicato che i due giovani devono essere morti di inedia e di stenti, oltre che per le violenze subite durante la detenzione. Tutti molto provati anche i 55 migranti trovati nella prigione, che – secondo quanto riferisce il rapporto della polizia – sono stati affidati ai servizi medici. Un libico sorpreso dall’irruzione nella struttura è stato arrestato: si ritiene che fosse il “custode” o che comunque sia complice della banda di trafficanti.

(Fonte: Migrante Rescue Watch)

Libia (Tripoli), 31 luglio – 1 agosto 2020

“Dieci di noi sono scomparsi in mare prima che la nostra barca fosse intercettata”: lo hanno denunciato alcuni degli 81 migranti ricondotti a Tripoli la sera del 31 luglio dalla Ras Jadar, una delle motovedette consegnate alla Libia dall’Italia. Il battello, partito a quanto pare dalla costa a ovest di Tripoli, è stato raggiunto dopo ore di navigazione verso l’Italia, in acque della zona Sar libica. Costretti a salire a bordo della motovedetta, la sera stessa i naufraghi sono arrivati a Tripoli: 73 sudanesi (inclusi 18 minorenni), 6 guineiani e 2 di provenienza non accertata. Poco dopo lo sbarco, mentre venivano condotti in un centro di detenzione, cinque hanno tentato la fuga, ma sono stati subito ripresi. La denuncia che 10 dei loro compagni erano dispersi in mare, ormai dati per morti, è stata fatta poco dopo l’arrivo nella prigione, mentre veniva accertata la nazionalità dei nuovi detenuti. I dieci dispersi – secondo il racconto dei compagni – sono caduti o si sono lasciati andare in acqua quando la barca era a decine di miglia dalla costa. Il notiziario Migrant Rescue Watch ha riferito la notizia il due agosto, senza aggiungere particolari. Non risulta che la Guardia Costiera libica abbia organizzato una operazione di ricerca.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Algeria (Ain Turck e Sidi Safi) 31 luglio – 1 agosto

I corpi senza vita di due harraga sono stati trovati lungo la costa algerina il 31 luglio e il primo agosto. Il primo, in stato di decomposizione molto avanzata, flottava in mare due chilometri circa al largo di Cap Falcon: recuperato dalla Guardia Costiera, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale di Ain Turck. Non è stato possibile identificarlo. L’altro – un uomo di circa 50 anni, con indosso una maglia e pantaloni di colore blu – era incastrato tra le rocce della scogliera di Ingliz, nei pressi della spiaggia di Sidi Dielloul, nel comune di Sidi Safi, circa 100 chilometri a ovest di Cap Falcon. Alla luce delle condizioni di conservazione che denotano una lunga permanenza in mare (specie per il cadavere di Ain Turck) e data la grande distanza dei luoghi, non è verosimile un collegamento con il naufragio di Mostaganem – scoperto il primo agosto ma avvenuto qualche giorno prima (vedi nota seguente) –  lontano oltre 100 chilometri da Cap Falcon e quasi 200 da Sidi Safi. Restano ignoti gli episodi in cui i due migranti sono morti, annegati probabilmente in circostanze e tempi diversi.

(Fonte: Le Quotidien d’Oran, Liberte Algerie)

Algeria (Mostaganem), 1 agosto 2020

Un migrante morto e 9 dispersi in un naufragio al largo dell’Algeria. Non ci sono superstiti. Il battello è partito dalla zona di Mostaganem, puntando verso le coste della Murcia, in Spagna, intorno al 27/28 luglio. Se ne sono perse le tracce dal momento in cui ha preso il largo, ma nei giorni successivi ha cominciato a circolare la voce che una delle numerose barche salpate in quei giorni verso la Spagna era affondata. La mancanza di qualsiasi contatto con i familiari rimasti in Algeria faceva temere il peggio, ma non si sono avute conferme fino alla giornata di sabato primo agosto, quando sulla spiaggia del Petit Port, a Mostaganem, il mare ha trascinato il corpo senza vita di uno dei giovani che erano a bordo, un ragazzo che veniva dalla provincia di Tiaret, nell’entroterra, a circa 160 chilometri da Mostaganem. Nessuna notizia dei 9 harraga che erano con lui. Senza esito le ricerche condotte in mare dopo il ritrovamento della salma.

(Fonte: Liberte Algerie)

Spagna-Algeria (Mare di Alboran), 2 agosto 2020

Un migrante morto e sette dispersi (8 vittime) nel naufragio di una barca nel mare di Alboran, a sud della costa di Almeria, quasi all’altezza della linea di confine, in Africa, tra l’Algeria e il Marocco. Soltanto 3 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba presumilmente dalla zona di Orano, in Algeria: era arrivato fino a circa 70 miglia da Almeria quando, per cause imprecisate, è affondato. Tutto deve essersi svolto molto rapidamente e senza che siano state intercettate richieste di soccorso. L’allarme è stato lanciato solo più tardi, intorno alle 9 del mattino, dall’equipaggio di un cargo che ha avvistato casualmente e tratto in salvo uno dei naufraghi, avvertendo subito la centrale operativa del Salvamento Maritimo di Almeria, tanto più che l’uomo ha riferito che sulla barca naufragata erano partiti in undici. Dalla Spagna si è levato in volo un elicottero da ricognizione e salvataggio, l’Helimer 220, che ha individuato e preso a bordo altri due naufaghi e recuperato poi in mare un corpo senza vita. La missione di ricerca dei 7 dispersi è continuata fino al limite dell’esaurimento del carburante, ma prima di rientrare l’equipaggio ha prelevato dal cargo anche il primo naufago soccorso. Sul posto l’Helimer 220 è stato sostituito da un aereo, il Sasemar 101, che ha continuato a pattugliare la zona fino a sera inoltrata, ma non è stata trovata traccia dei dispersi. Alle ricerche si è unita, fin dal mattino, una motovedetta della Marina algerina. Il giorno dopo, 3 agosto, la zona è stata di nuovo pattugliada da Helimer 220, ma senza alcun risultato.

(Fonte: Europapress Andalucia)

Marocco-Spagna (Tarfaya, rotta delle Canarie), 3 agosto 2020

Sette morti e 13 dispersi (20 vittime) nel naufragio di un gommone, uno Zodiac, partito dal Marocco per raggiungere le Canarie, con a bordo 60 migranti. La notizia della tragedia è emersa quando i primi corpi degli annegati, poi diventati sette (5 donne e 2 uomini) sono stati trascinati dal mare sul litorale di Tarfaya, una città portuale della costa atlantica, 890 chilometri a sud ovest di Rabat, scelta dai trafficanti come uno dei principali punti d’imbarco per le “spedizioni” di migranti verso l’arcipelago spagnolo. Lo Zodiac, stracarico, ha preso il largo prima dell’alba. Dopo poche miglia si è rovesciato, presumibilmente a causa delle condizioni del mare e del sovrappeso. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Marina Imperiale, la tragedia si era ormai compiuta: 40 i naufraghi tratti in salvo, mentre verso la spiaggia flottavano alcuni corpi trascinati dalle onde. Le autorità marocchine hanno comunicato il naufragio parlando di “almeno 7 morti”, tanti quanti sono, appunto, i corpi trovati su una delle spiagge di Tarfaya. Non un cenno sul numero dei dispersi. L’attivista per i diritti umani Helena Maleno e la Ong Caminando Fronteras hanno potuto però accertare, parlando con i familiari delle vittime, che al momento della partenza sullo Zodiac erano saliti in 60, tra cui numerose donne. Tenendo conto delle salme recuperate e dei 40 naufraghi superstiti, risultano dunque 13 dispersi. “A provocare la tragedia – ha denunciato Helena Maleno – hanno contribuito la pericolosità stessa della rotta atlantica delle Canarie, la debolezza degli Zodiac, inadatti ad affrontare l’Oceano, ma anche i servizi di salvataggio che non hanno reagito alle chiamate di soccorso”. I 40 superstiti (7 donne) sono stati fermati dalla polizia e messi in quarantena preventiva per la pandemia di coronavirus.

(Fonti: sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, Europa Press, El Diario Canarias, Nadorcity.com)

Tunisia (Sidi Mansour), 3-4 agosto 2020

Un migrante è annegato dopo essere stato gettato in mare esanime dai trafficanti, al largo delle coste di Sfax, nella Tunisia orientale. La barca era partita fra il 3 e il 4 agosto dal litorale di Sidi Mansour, il villaggio situato circa 8 chilometri a nord-est di Sfax diventato una delle principali basi dei trafficanti per le partenze dalla Tunisia verso l’Italia. Erano ancora a poche miglia dalla costa quando il giovane si è reso conto che a bordo erano in troppi ed ha protestato, contestando che il sovraccarico minacciava la stabilità dello scafo e la sicurezza di tutti. Alle sue proteste si sono uniti almeno altri quattro migranti. Due tunisini, presumibilmente gli scafisti, non hanno esitato a pestarlo duramente per farlo tacere e tenere calmi gli altri, colpendolo tanto da fargli perdere i sensi. Poi lo hanno gettato ancora esanime fuoribordo: è annegato e scomparso in pochi minuti, trascinato via dal mare. Il suo corpo è stato trovato, nella giornata di lunedì 4 agosto, a circa 5 miglia da Sidi Mansour. Anche i  quattro che lo avevano spalleggiato sono  stati costretti a gettarsi in acqua ed hanno raggiunto la riva a nuoto. La barca ha poi proseguito la rotta verso la Sicilia, ma si è bloccata poco dopo per un guasto al motore, al largo delle isole Kerkennah, rimanendo in balia delle onde fino a quando è stata raggiunta da un peschereccio, che l’ha rimorchiata a riva. Una volta a terra la vicenda è venuta alla luce, grazie al racconto dei quattro che avevano raggiunto la costa a nuoto. La polizia ha arrestato i due, entrambi tunisini, che hanno picchiato e buttato in acqua il giovane e costretto gli altri 4 a gettarsi a loro volta fuoribordo e altri 8, tutti tunisini, considerati complici dell’omicidio.

(Fonte: Migrant Rescue Watch)

Marocco (Dakhla, Sahara Occidentale), 3-4-5 agosto 2020

Almeno 20 morti (17 adulti e 3 bambini) e un numero imprecisato di dispersi in un naufragio scoperto la mattina di martedì 4 agosto al largo di Dakhla, nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, capoluogo della regione Dakhla – Oued El Dahab. Dieci soltanto i superstiti. La barca, quasi certamente un tradizionale cayuco da pesca in legno, deve essere partita il giorno prima, lunedì 3. Non si sa esattamente da dove, ma presumibilmente da una zona a sud di Dakhla, uno dei tratti di costa sahariana da cui sono frequenti gli imbarchi verso le Canarie spagnole. Le condizioni meteomarine erano pessime, con vento a oltre 75 nodi da nord est, forti correnti e onde molto alte, ma i migranti devono essersi convinti a salpare ugualmente, forse contando su una sorveglianza meno rigida sul litorale in occasione dei giorni di Eid Al Adha, la più importante e sentita festa islamica. Il battello non ha però retto alla furia del mare, rovesciandosi e andando a fondo rapidamente. L’allarme è scattato martedì mattina quando un peschereccio della cooperativa Lasarka, tornato in mare dopo le feste e dopo la sosta dovuta al maltempo, ha scoperto a circa 5-6 chilometri dalla riva i relitti del naufragio, recuperando dieci persone ancora in vita, aggrappate ai rottami della barca, e due cadaveri, dopo aver subito avvertito il comando della Marina di Dakhla. Grazie alle ricerche proseguite dalla mattinata di martedì fino a giovedì 6, ad opera di motovedette della Marina Imperiale e di varie barche da pesca, sono stati trovati altri 8 corpi, ma le vittime accertate, secondo l’attivista Helena Maleno di Caminando Fronteras, sono infine salite a 20, inclusi tre bambini. Non si sa con esattezza in quanti fossero a bordo, sicché non è stato possibile, almeno nell’immediato, stabilire il numero dei dispersi. Non è escluso che altre salme possano in seguito essere spinte dal mare sulle spiagge della zona. La polizia ha aperto un’inchiesta per risalire all’organizzazione che ha gestito la partenza.

(Fonte: Dakhlanews.com, sito facebook Helena Maleno, Caminando Fronteras, El Pais, Publico)

Grecia (Ardania, Alexandroupolis), 5 agosto 2020

Sette profughi morti e 5 feriti in un incidente stradale le avvenuto intorno all’una di notte all’altezza di un accesso all’autostrada Egnatia, nel nord est della Grecia. La vettura, stracarica, veniva dalla frontiera dell’Evros, diretta verso Salonicco o Atene. I profughi a bordo, dovevano aver passato da poco il confine tra la Turchia e la Grecia e presumibilmente avevano deciso di viaggiare in piena notte per eludere la sorveglianza della polizia, sempre molto intensa nella zona e rafforzata dai primi di marzo, quando il presidente turco Erdogan ha aperto i confini in uscita per i rifugiati e richiedenti asilo. All’altezza del villaggio di Ardania, nei pressi di Alexandroupolis, hanno lasciato la statale per prendere a forte velocità lo svincolo in costruzione verso l’autostrada, senza accorgersi che l’imbocco era ostruito dalla base di cemento su cui è prevista l’installazione della stazione d’ingresso. L’impatto è stato devastante. Quando la polizia greca è giunta sul posto, ben 7 dei 12 profughi erano morti. Gli altri 5 sono stati trasferiti negli ospedali della zona. Due apparivano in condizioni critiche. Non è stato possibile stabilire sul momento la nazionalitnà dei profughi.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini)

Mauritania (Nouadhibou), 6 agosto 2020

Quaranta tra morti e dispersi e un solo superstite nel naufragio di una barca carica di migranti al largo della Mauritania, all’altezza di Nouadhibou, la seconda città del Paese, situata vicino al confine con il Sahara Occidentale, sulla penisola di Capo Blanco, famosa perla grande baia diventata uno dei più grandi cimiteri di vecchie navi abbandonate e da smantellare. Il battello, un cayuco da pesca in legno, era partito da una zona più a sud, nella stessa Mauritania, puntando  verso le Canarie spagnole, dopo una rotta di centinaia di chilometri. Le condizioni meteomarine erano pessime, come testimonia il naufragio di un’altra barca di migranti, avvenuto tre giorni prima di fronte a Dakhla, in Marocco, oltre 400 chilometri più a nord. Proprio il maltempo deve essere stato la causa della tragedia e, per di più, ha ostacolato le operazioni di salvataggio quando è scattato l’allarme. I soccorritori sono riusciti a recuperare un solo naufrago ancora in vita, un giovane originario della Guinea. Poi, solo cadaveri e dispersi. Il bilancio di morte è stato possibile grazie alla testimonianza dell’unico soravvissuto, ricoverato all’ospedale di Nouadhibou. La polizia ha aperto un’inchiesta.

(Fonte: siti web Laura Lungarotti, Oim; Vincent Cochetel, Unhcr, Helena Maleno)

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 7 agosto 2020

Non si ha più traccia di 63 migranti salpati dal Marocco per le Canarie il 18 luglio: passate 3 settimane senza averne più alcuna notizia, tutto lascia pensare che siano morti in uno dei sempre più frequenti naufragi fantasma. Si sa per certo che erano a bordo di un gommone partito nel pomeriggio del giorno 18 da Tarfaya, nel Sahara Occidentale, uno dei punti d’imbarco più usati dai trafficanti sulla rotta dalla costa marocchina all’arcipelago spagnolo. Nelle stesse ore sono partite altre quattro barche dal Marocco, una da Tan Tan, 200 chilometri più a nord, e tre da Dakhla, molto più a sud. Tutte e cinque si sono trovate in difficoltà, durante la notte, a causa delle cattive condizioni del mare.La mattina del 19, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è scattato uno stato d’emergenza per individuarle e soccorrerle. Quattro sono state ritrovate nei giorni successivi. Nessuna traccia, invece, di quella partita da Tarfaya. Senza esito anche le ricognizioni a lungo raggio condotte per almeno una settimana dal Salvamento Maritimo spagnolo delle Canarie, con elicotteri e aerei. Il 31 luglio il problema dei soccorsi in Atlantico sulla rotta delle Canarie è stato sollevato di fronte al Parlamento spagnolo dalla deputata Ana Oremas, la quale ha chiamato in causa anche l’agenzia europea Frontex. Questo intervento ha offerto l’occasione ad Helena Maleno, di Caminando Fronteras, di richiamare anche la vicenda del gommone con 63 dispersi partito da Tarfaya, sottolineando come non se ne avesse notizia ormai da due settimane. Il 3 agosto il caso è stato rilanciato da Alarm Phone, comunicando che sia le autorità spagnole che marocchine avevano riferito di non aver trovato il battello nonostante le ricerche e che, nello stesso tempo, non risultava che la barca fosse in qualche modo rientrata in Marocco. E’ lecito ipotizzare, dunque, un naufragio fantasma, senza alcun superstite. Il 5 agosto l’ipotesi di un naufagio con 63 dispersi è stata confermata all’Oim dalla Spanish Refugee  Commission in the Canary Islands, un gruppo che monitorizza le partenze e gli arrivi o le intercettazioni/soccorsi in mare delle barche sulla rotta atlantica tra il Marocco e l’arcipelago. Sulla base di questi rapporti, dopo tre settimane, si è persa ogni speranza di ritrovare quei 63 migranti.

(Fonti: El Diario, sito web Helena Maleno, Alarm Phone, ufficio Oim Spagna)

Spagna (Valencia), 7 agosto 2020

Due giovanissimi migranti subsahariani sono annegati nel porto di Valencia: arrivati come clandestini su un cargo, temendo evidentemente di essere bloccati e rimpatriati al momento dello sbarco, si sono gettati in acqua e non sono più riemersi. Dovevano avere entrambi non più di 13/14 anni. La nave, una enorme unità da carico, lunga 220 metri e una stazza di più di 42 mila tonnellate, con bandiera liberiana, proveniva da Monrovia. Non sembra comunque che i due ragazzini siano saliti a bordo in questo porto: si ritiene più probabile che si siano nascosti sul cargo in Camerun o in Costa d’Avorio, gli ultimi due scali. Non si sa se durante la navigazione siano stati scoperti. Di sicuro il comandante, prima di entrare in porto, non ne ha comunicato la presenza come è previsto dalle norme internazionali: le autorità spagnole stanno ora accertando se questa omessa segnalazione sia stata voluta, per non incorrere nei problemi che sorgono in questi casi, o se invece dipenda dal fatto che fino all’ultimo nessuno si è accorto di loro. Certo è che i due hanno deciso di tuffarsi dalla fiancata sinistra, quella opposta alla banchina di ormeggio, proprio nel momento più pericoloso, quando la nave stava compiendo la complicata manovra di accostamento. Hanno scelto la parte prodiera, finendo proprio di fronte alle turbine azionate al massimo per avvicinare lo scafo del cargo al molo.  Le correnti e i gorghi provocati dalle eliche prodiere e il loro stesso peso corporeo li hanno trascinati a fondo: da quel momento nessuno li ha più visti. L’allarme è stato subito lanciato sia da alcuni membri dell’equipaggio che dal personale di un rimorchiatore che era vicino al cargo. Sono accorse unità dei pompieri, del Salvamento Maritimo, della Guardia Civil e della Polizia Portuaria, ma dei due ragazzi non è stata trovata traccia. I loro corpi sono stati recuperati più di due ore dopo, verso le 10,30, immersi nel fango del fondo, da una squadra di sommozzatori che ha ispezionato l’intera zona, partendo da sotto la chiglia del cargo. La Procura ha aperto un’inchiesta per identificarli e per stabilire le eventuali repsonsabilità dell’equipaggio e del comandante della nave.

(Fonti: Mediterraneo, Levante, Informacion, siti web Helena Maleno e Hibai Arbide Aza)     

 

  

 

 

 

 

 

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