La Libia bastione della Fortezza Europa: da gennaio riportati nei lager 7 mila profughi

di Emilio Drudi

Erano più di cento. Eritrei in fuga dalla dittatura che schiavizza il paese da oltre un ventennio. Somali costretti ad abbandonare uno Stato imploso dal 1989 sotto i colpi della guerra civile, del terrorismo dei miliziani di Al Shabaab, di una siccità e una carestia che durano dal 2015, aggravate negli ultimi mesi da un’invasione di locuste come non si vedeva da un secolo. Sudanesi in gran parte provenienti dalla tormentata regione del Darfur, insanguinata da un conflitto che alle feroci repressioni governative ha visto aggiungersi durissimi scontri e stragi su base etnica. Si sono imbarcati il 17 giugno su un grosso gommone bianco, all’altezza di Garabulli, puntando verso la Sicilia. Hanno navigato in direzione nord per 52 miglia. Sicuramente sono stati avvistati da un aereo europeo di Frontex, in missione di pattugliamento sulle coste libiche. La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, li stava monitorando, pronta a organizzare un’operazione di soccorso e recupero, ma sul posto – 33 gradi e 38 primi di latitudine nord e 13 gradi 35 primi di longitudine est – è arrivata prima la Ras Jadar, una delle motovedette consegnate a Tripoli dall’Italia, che li ha presi a bordo e costretti a rientrare in Libia contro la loro volontà.

Una volta a terra, a Tripoli, il giorno 18, sono stati condotti in un centro di detenzione controllato dalla brigata Zintani al Sawaiq, un gruppo armato che combatte per il Gna, il governo di Fayez Serraj riconosciuto dalla comunità internazionale. Nessuno ha specificato dove fosse esattamente il “carcere” ma, stando ad alcune voci ricorrenti, doveva trovarsi nella zona di Awlad Bin Ahmad, nella periferia ovest. A trovarlo, un grosso hangar in disuso, è stata, dopo meno di 24 ore, la giornalista Sara Creta, ma era ormai vuoto: nessuna traccia dei 100 profughi ricondotti a terra e, soprattutto, nessuna notizia di dove siano finiti. Desaparecidos nell’arco di un giorno appena.

Spariti nel nulla, di fatto, anche i venti scampati al naufragio avvenuto a breve distanza da Zawiya, costa a ovest di Tripoli, il 12 giugno, con 4 morti e 8 dispersi. Salvati e condotti a riva da alcuni pescatori, i superstiti sono stati presi in consegna dalla Guardia Costiera, che li ha trasferiti – come ha denunciato l’Oim – in una “prigione privata”, dove a nessuna organizzazione occidentale è consentito l’accesso, sicché da quel momento non si è saputo più nulla di loro. Lo stesso vale per i 19 naufraghi del 20 giugno, anche questi salvati da un peschereccio e poi fermati da una brigata di miliziani subito dopo lo sbarco: del naufragio stesso, avvenuto tra Janzour e Zawiya, non si è saputo nulla fino a quando tre corpi sono arrivati sulla spiaggia e l’Oim ha avuto modo di parlare con i pescatori e la Mezzaluna Rossa. Niente sulla sorte dei superstiti, finché uno di loro, con un cellulare segreto, è riuscito comunicare a un familiare che erano prigionieri, sotto strettissima sorveglianza, ad Abu Isa, distretto di Zawiya, e che le vittime sarebbero in tutto almeno 16. Silenzio totale dopo quelle due telefonare “rubate”.

Sono tre degli ultimi tra le centinaia di respingimenti in Libia, seguiti spesso dalla sparizione di fatto, di profughi e migranti. Accade da anni, ma in questi mesi a un ritmo mai registrato prima. Evidentemente ormai funziona a pieno regime la macchina messa in piedi dall’Italia, da Malta e dall’intera Unione Europea per fare della Libia il “gendarme” anti immigrazione del Mediterraneo, affidando alla Guardia Costiera e alla polizia di frontiera di Tripoli il lavoro sporco di intercettare e bloccare migranti e profughi, ovunque si trovino: in mare, a terra in procinto di imbarcarsi, lungo le piste che dal confine meridionale, in pieno Sahara, conducono verso la costa.

Le cifre sono più che eloquenti. Nell’intero arco del 2019, secondo l’Unhcr, si contano 9.225 persone bloccate in mare a cui vanno aggiunti 466 arresti a terra, per un totale di 9.691, molto più del doppio dell’anno precedente e, in particolare, con una forte impennata negli ultimi mesi. Quest’anno l’impennata continua ed anzi cresce rapidamente: al 27 giugno, si è già a un totale di 6.963 così ripartiti: 5.463 in mare direttamente ad opera della Guardia Costiera; 287 riportati in Libia da “terzi” (navi commerciali o altre unità non libiche) su indicazione della Marina libica; 180 costretti a rientrare, in mancanza di soccorsi, per gravi avarie al battello su cui navigavano. Inoltre, ben 1.033 a terra. Se il trend resta questo (e le premesse ci sono tutte), a fine 2020 si arriverà ad almeno 14-15 mila persone bloccate, con un incremento del 50 per cento circa.

Quindicimila giovani donne e uomini, spesso ancora ragazzi o addirittura bambini, consegnati a un futuro di sofferenza e di morte. Non è un mistero quello che accade nei centri di detenzione, in quelli “privati” come in quelli governativi: autentici lager dove – a parte la mancanza di acqua, di cibo, di qualsiasi forma di assistenza medica anche in piena pandemia di coronavirus – le persone sono “res nullius”, costrette a vivere sotto l’incubo costante di violenze, stupri, torture, ricatti, riduzione in schiavitù. Basta leggere gli ormai innumerevoli rapporti non solo delle Ong più prestigiose, ma quelli dell’Onu, dell’Unhcr e dell’Oim, nei quali si insiste ormai da anni che nessun migrante intercettato in mare va riportato in Libia. E lo confermano almeno due sentenze della stessa magistratura italiana: quella pronunciata circa tre anni fa dalla Corte d’Assise di Milano contro uno dei carcerieri del centro di Bani Walid e, proprio in queste settimane, il 28 maggio, quella del Tribunale di Messina, che ha condannato a 20 anni tre aguzzini del campo di Zawiya: due egiziani e un guineano collegati al potente clan di trafficanti che gestisce questo tratto di costa, tutti riconosciuti colpevoli di torture terribili, fatte di pestaggi, scosse elettriche, violenze sessuali.

Ecco, nessuno può dire di “non sapere” tutto questo. Eppure l’Italia e la Ue continuano a cercare accordi con il governo libico. In particolare l’Italia, la quale – come evidenziano i recentissimi viaggi del ministro degli esteri Luigi Di Maio a Tripoli e del premier Fayez Serraj a Roma – sta gettando le basi per confermare e rafforzare la cooperazione con la Libia: una cooperazione “al buio”, senza alcuna garanzia concreta che il Governo Serraj chiuderà i lager e sarà in grado di far rispettare i diritti umani delle migliaia di rifugiati e migranti prigionieri o comunque intrappolati nel paese. Anzi, tutto lascia pensare che su un capitolo fondamentale, irrinunciabile, come i diritti umani, ci sarà l’ennesima promessa al vento, a cui si farà finta di credere: esattamente come è accaduto alla firma del memorandum Italia-Libia nel febbraio 2017 e, appena qualche mese fa, quando quello stesso memorandum è stato rinnovato senza cambiarne una sola virgola.

Il punto è che al centro delle politiche italiana e comunitaria sull’immigrazione non ci sono i migranti ma i “muri”. Può sembrare paradossale, ma è così da anni, dai tempi del Processo di Rabat (2006) e del Processo di Khartoum (2014): quello che conta non sono le persone, le donne e gli uomini, le loro storie e le loro sofferenze, da dove vengono e i motivi che li hanno costretti a fuggire abbandonando tutto. Non conta la loro “fuga per la vita”. Quello che conta è solo “come non farli arrivare”, a qualsiasi costo e fingendo di non vedere e di non sapere che cosa accade al di là dei muri – fisici ma ancora di più politici, legali, diplomatici – eretti dalla Fortezza Europa. E, nonostante gli impegni e le aperture dichiarate dalla presidente Ursula Von Der Leyen al momento dell’insediamento, ha imboccato questa strada anche il nuovo programma in cantiere alla Commissione Europea, in massima parte tagliato sulla “difesa dei confini esterni”. Non importa come e a prezzo di quante vite e quante sofferenze.

 

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