Il Mali e il Sahel nella morsa del terrorismo. Sempre più profughi in fuga

di Emilio Drudi

Due profughi maliani sono stati uccisi da un gruppo di miliziani, in Niger, nel centro accoglienza di Intikane, non lontano dal comune rurale di Tillia, che ospita quasi 20 mila rifugiati, in gran parte maliani come le due vittime, oltre a 15 mila sfollati interni nigerini. Il commando, circa 50 uomini armati di tutto punto, è arrivato la sera del 31 maggio dal Mali. Erano su grosse moto e pick-up muniti di mitragliatrici pesanti. Hanno distrutto il campo, sequestrato i due esponenti più in vista della comunità di profughi maliani e li hanno “giustiziati” insieme a un membro della popolazione Tahoua locale. Una esecuzione a freddo, come monito per tutti gli altri, ai quali – dopo averli obbligati ad assistere al massacro – è stato intimato di sgomberare subito, asserendo di essere pronti a uccidere tutti, senza alcuna distinzione tra i rifugiati, la gente del posto e ”i bianchi che forniscono cibo e assistenza”, con chiaro riferimento agli operatori dell’Unhcr.

Alcuni giorni dopo, il 5 e il 7 giugno, altri due commando, questa volta costituiti da militari governativi, hanno preso d’assalto i villaggi di Niangassiadou e Binedama, nella regione di Mopti, in Mali, abitati in prevalenza dai fulani/peule, una popolazione seminomade diffusa in tutto il Sahel. Pretesto del raid: il sospetto – radicato in particolare nella rivale etnia dogon – che ci fossero elementi ricollegabili al terrorismo o che, in ogni caso, le due comunità nutrissero “simpatie” per i gruppi jihadisti. Il bilancio di morte è terribile: almeno 43 persone trucidate, incluse donne e bambini. E poi, numerosi feriti; saccheggiate, distrutte e date alle fiamme quasi tutte le povere abitazioni. In realtà non è emersa alcuna prova di una qualche complicità con formazioni terroriste. Le due stragi, piuttosto, sembrano  rientrare nel conflitto tra etnie che è uno degli effetti diretti ed affianca gli orrori scatenati dalla guerra che, partendo dal Mali, si è estesa o comunque coinvolge anche gli Stati vicini.

Sono gli ultimi episodi della profonda crisi politica e di sicurezza in cui è precipitato il Mali dopo il colpo di stato militare del 2012 che, sulla scia della rivolta tuareg (la quarta dal 1966) per l’indipendenza dell’Azawad (le regioni berbere settentrionali: ndr), ha rovesciato l’ex presidente Amadou Toumar Touré, trascinando in una condizione di pericolosa instabilità l’intero Sahel. Sono vicende che, tra l’altro, spiegano i motivi della fuga di migliaia di giovani. Raramente, però, incontrano un ascolto adeguato nei media occidentali e in particolare italiani. Eppure si tratta di una situazione esplosiva, dove trova terreno fertilissimo il terrorismo fondamentalista, in continua, rapida espansione e trasformazione.

E’ molto esauriente, in proposito, l’ultima analisi scritta per il quotidiano Liberte Algerie da Lyes Menacer, uno dei giornalisti più esperti della regione. Le prime azioni di milizie jihadiste si devono, già nel 2012, ad Al Qaeda per l’Islam nel Maghreb (Aqim), presto accompagnate da altri gruppi terroristici. In particolare, Ansar Eddin, nato dalla divisione del Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad che – scrive Lyes Menacer – guidato “dal leader ribelle Targui Iyad Aq Ghali, ha imperversato per anni nel nord e nel centro del Mali” mentre, “allo stesso tempo, il Movimento per la Jihad e l’Unità nell’Africa Occidentale (Mujao) ha seminato il terrore nella regione di Gao, imponendo la Sharia dopo il crollo dello Stato maliano nel nord”.

Forte di questo successo, il Mujao ha stretto alleanza con una formazione dissidente di Aqim, denominata Les Signataires par le Sang, dando vita a una organizzazione salafita più grande e potente, denominata Mourabitoune e guidata dall’algerino  Mokhtar Belmokhtar, al quale vengono attribuiti alcuni degli attacchi e attentati più sanguinosi degli ultimi anni, sia in Mali che in vari Stati vicini. Nel 2015 una serie di contrasti interni ha portato a una scissione di Mourabitoune: l’ala fedele a Belmokhtar si è unita ad Aqim mentre l’altra, più radicale, “ha lanciato quello che viene definito lo Stato Islamico del Grande Sahara (Eigs)”, affiliato all’Isis.

“Oggi l’Eigs, presieduto da Adnane Abou Walid al Sahrawi – spiega Lyes Menacer – è presente sia in alcune regioni del Mali centrale che nelle aree di confine del nord del Burkina Faso e del Niger orientale, sostenendo una serie di attacchi sia contro l’esercito locale che contro le truppe straniere schierate nella regione. Soprattutto, contro americani e francesi. Ed è proprio in questo triangolo di confine nigeriano-maliano-burkinabè che l’Eigs recluta i suoi nuovi membri e trova grosse fonti di finanziamento attraverso una fitta rete di contrabbando. Non solo. Sfruttando la fragilità degli Stati e la porosità dei confini, l’Eigs sta cercando di estendere ancora di più la sua influenza in Mali, a scapito di un’altra coalizione, quella guidata da Iyad Aq Ghali, nata nel 2017 dalla fusione di più gruppi (a cominciare dalla già citata Ansar Eddin: ndr) e che si definisce Djamaat Ansar al Islam wa al Muslim (Gsim: Gruppo di sostegno per Islam e Musulmani)”.

Tra Eigs e Gsim è nata così una dura lotta per l’egemonia che ha investito l’intero Mali centrale, con entrambe le organizzazioni decise a conquistare territorio, adepti, controllo, fonti di finanziamento. Ma questo contrasto, accentuato anche da profonde divergenze ideologiche, “non impedisce una certa collaborazione” quando si tratta di attaccare “obiettivi governativi o le forze armate straniere, specialmente quelle dell’operazione francese Barkhane, della missione di pace delle Nazioni Unite (Minusma) o persino le truppe americane di Africom nel Niger occidentale”. Contro questa minaccia crescente sono state lanciate, dall’inizio del 2019, diverse offensive militari. In particolare quelle della forza internazionale del G-5 Sahel, forte di 5 mila soldati ben equipaggiati, forniti da Mali, Ciad, Niger, Burkina Faso e Mauritania. O quelle della coalizione europea Takouba. “Tuttavia – conclude Lyes Menacer – la situazione resta lontana dagli obiettivi della lotta al terrorismo in questo vasto territorio desertico, dove l’insicurezza ha ulteriormente indebolito gli Stati della regione, già in gravi difficoltà per la mancanza di sviluppo e una crisi climatica molto difficile. Senza poi dimenticare che paesi come il Ciad e il Niger sono alle prese anche con un secondo fronte di lotta nel Centro-Ovest e nel Sud, al confine con la Nigeria, contro le incursioni di Boko Haram”.

Ecco: è da questo stato di guerra e di violenze permanenti (incluse esecuzioni extragiudiziarie e misteriose sparizioni forzate) che continuano a scappare migliaia di profughi dal Mali. Senza contare le rappresaglie indiscriminate condotte dall’esercito governativo in numerosi villaggi sospettati di connivenza con i ribelli, proprio come è accaduto a Niangassiadiou e Binedama. O, ancora, la miseria, la siccità, la rapina del land grabbing, che si appropria dei terreni agricoli migliori, scacciandone le famiglie di contadini che li coltivavano da generazioni. Tanti, in numero crescente, scappano, per motivi analoghi, anche dal Burkina Faso, dal  Niger, dalla zona del lago Ciad, perché queste piaghe investono ormai gran parte del Sahel. Ma i più a rischio restano i maliani: sono decine di migliaia quelli che espatriano verso la costa atlantica del Senegal, per tentare poi di entrare in Spagna dalle Canarie, o che hanno cercato rifugio nei campi profughi del Niger. Da qui migliaia, costretti dagli attacchi terroristici che nel Sahel non risparmiano nemmeno i centri di accoglienza, come a Intikane, hanno proseguito la fuga verso la Libia o l’Algeria, con la speranza di  trovare un imbarco per l’Europa. Molti, negli ultimi anni, sono arrivati anche in Italia. Quest’anno, dal primo gennaio, circa 200.

Alla luce di quanto gli osservatori più attenti denunciano da anni, nessuno potrà dire di non sapere perché.

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