Errori, pregiudizi e populismo: ecco servita la chiusura dei porti

di Emilio Drudi

Il decreto “porti chiusi” per la pandemia di coronavirus adottato dall’Italia ha fatto scuola, con un effetto a catena devastante. Appena poche ore dopo la notizia che tutti gli approdi della penisola sono off limits per ogni “nave straniera” con a bordo naufraghi/migranti salvati fuori dalla zona Sar italiana, il Consiglio dei ministri di Malta si è riunito d’urgenza e ha adottato un provvedimento fotocopia, esattamente con le stesse motivazioni: a causa del coronavirus – si afferma – nell’isola non ci sono più le condizioni di sicurezza per consentire lo sbarco dei migranti intercettati sulle barche che arrancano dalla Libia verso l’Europa. Poco importa che si tratti di persone in cerca di aiuto e salvezza da una morte pressoché certa o da sofferenze inumane. La sera stessa un decreto analogo ha emanato anche Tripoli, con il paradosso di bloccare o quanto meno ritardare persino il “rientro” di centinaia di migranti intercettati poche ore prima proprio dalla Guardia Costiera libica. Quanto al motivo, è sempre lo stesso: la pandemia, ma senza il pur minimo accenno ai motivi veri che fanno della Libia da anni, non da oggi, un posto assolutamente “non sicuro”: quell’inferno – molto più doloroso e temuto dai profughi del coronavirus ma contro cui il governo libico non ha mosso un dito – fatto di guerra per bande, traffico di esseri umani, centri di detenzione lager, uccisioni, torture sistematiche, riduzione in schiavitù, ricatti, stupri e violenze di ogni genere.

Il risultato è che il Governo Conte bis ha conquistato un primato che non era riuscito neanche alla “tolleranza zero” invocata e sostenuta dal ministro Salvini durante il primo governo Conte: il blocco totale della via di fuga del Mediterraneo centrale a tutte le navi di soccorso e l’abbandono definitivo dei profughi al loro destino, in mezzo al Mediterraneo o intrappolati nell’inferno della Libia. L’unica speranza, per chi d’ora in poi riuscirà a imbarcarsi dalle coste libiche (ma anche tunisine o algerine), è quella di arrivare “con i propri mezzi”. Del tutto teorica, con una percentuale di probabilità vicinissima allo zero, infatti, appare l’eventualità di trovare aiuto da una nave italiana o da una qualsiasi unità alla quale comunque sia consentito attraccare. Le stesse navi militari europee della missione Irini sono pressoché fuori gioco: hanno un raggio operativo fortemente spostato verso est rispetto alla rotta del Mediterraneo centrale, non rientra nei loro compiti occuparsi di operazioni di recupero e soccorso se non in situazioni di estrema necessità ed emergenza e, in ogni caso, i naufraghi salvati dovranno trasferirli in Grecia.

Il tutto – vale la pena ripeterlo – “motivato” con i rischi connessi alla pandemia di coronavirus. Ma è una giustificazione a dir poco risibile. Peggio: a parte la violazione palese del diritto internazionale e della “legge del mare” che impone di soccorrere con ogni mezzo e con tutte le forze possibili i naufraghi e le barche in condizione di pericolo, è un provvedimento isterico e sbagliato proprio anche dal punto di vista della “tutela della salute”. C’è chi ha sbandierato, a sostegno della decisione firmata a Roma da ben quattro ministri, il caso del ragazzo egiziano trovato positivo al test coronavirus dopo lo sbarco in Sicilia e posto in isolamento nell’hotspot di Pozzallo. E’ vero, quel  ragazzo risulta infettato. Solo che non è arrivato con una nave delle Ong, le uniche che effettuano ancora operazioni di salvataggio sulla rotta libica. Quel ragazzo è arrivato a Lampedusa con uno dei ripetuti “sbarchi fantasma” degli ultimi giorni: attraverso cioè quella via “fai da te” che, proprio in base al recente decreto, è l’unica ancora possibile, come dimostra il battello intercettato la notte del 10 aprile al largo di Lampedusa, con 72 profughi a bordo. Nonostante la serie di vincoli, ostacoli e muri innalzati in tanti anni, fino all’ultima decisione interministeriale, infatti, non c’è alcun mezzo legale per fermare queste barche di disperati durante la navigazione né, tantomeno, per impedirne l’approdo in Italia. Un approdo che avviene, ovviamente, senza “filtri”. Ed è proprio qui il punto. La presenza nel Mediterraneo di navi impegnate in operazioni di ricerca e recupero garantisce una serie di controlli preventivi già in mare, a cominciare dalla verifica delle condizioni di salute dei naufraghi ad opera delle equipe mediche di bordo. La Alan Kurdi, che in questi giorni ha tratto in salvo 150 persone in due interventi, ad esempio, proprio a fronte dell’epidemia di coronavirus ha rafforzato le proprie dotazioni sanitarie, predisponendo aree specifiche attrezzate. In questo modo, di fronte a casi anche solo sospetti di contagio, si può dunque agire con tempestività e maggiore efficienza, adottando misure adeguate fin dallo sbarco. Come canali specifici per gli eventuali malati, collegati a strutture per la quarantena.

Ecco, la quarantena. E’ una misura che si è cominciato ad adottare già dalla fine di gennaio, quando è stata imposta non solo a tutti i naufraghi sbarcati, ma anche agli equipaggi delle navi Ong che li avevano tratti in salvo e alle navi stesse. Anziché chiudere i porti, allora, sarebbe stato opportuno rafforzare questo tipo di soluzione, predisponendo luoghi e strutture ben attrezzate e individuando la rete dei porti di sbarco a cui fare riferimento di volta in volta.

Sicuramente il “combinato” delle due misure – filtro in mare operato dalle navi e servizi adeguati di quarantena a terra – avrebbe garantito una tutela molto maggiore di quella, del tutto teorica, dei “porti chiusi”. Senza contare il rispetto dei diritti e della dignità dei naufraghi/migranti, attuando in concreto quella solidarietà che viene continuamente invocata, ma troppo spesso ignorata, proprio dal Governo italiano. Si è preferita, invece, la cecità della scorciatoia populista più inutile e odiosa: innalzare l’ennesima barriera contro i più deboli. Gli ultimi: quelli davanti ai quali c’è sempre qualcuno “che conta di più”. Una scelta buia e senza onore, ispirata probabilmente da quel pregiudizio insensato, mai morto in gran parte della politica italiana, per cui i profughi costretti ad abbandonare la propria terra sarebbero un esercito di “invasori” e le navi delle Ong una sorta di “taxi del mare”, magari addirittura in combutta con i trafficanti. Quando sono, invece, queste navi, l’ultima luce per migliaia di disperati. Quelle che hanno salvato non solo tantissime vite umane ma, spesso, la dignità e il senso stesso della civiltà europea.

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