Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2020, prima parte

Nell’arco del 2019 sono morti 2.453 profughi o migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Oltre 400 “a terra”, in Libia, lungo le vie di fuga africane e mediorientali, sulla rotta balcanica, ai confini o poco dopo essere entrati in uno degli Stati Ue. Gli altri inghiottiti dal Mediterraneo o dall’Atlantico, sulla via delle Canarie. Gli arrivi sono oltre 138 mila. Nel 2018 le vittime, tra morti e dispersi, furono 2.648, a fronte di 148.649 arrivi. Sembrerebbe la conferma del “principio” secondo cui a un minor numero di arrivi corrisponderebbe un minor numero di morti e dispersi. In realtà la questione è molto più complessa e presenta aspetti diversi in base alle rotte prese in considerazione. A fare la differenza in positivo, cioè con meno vittime, è la rotta del Mediterraneo Orientale, dalla Turchia verso la Grecia, dove si registrano “solo” 65 morti in mare a fronte di un fortissimo incremento del numero di profughi/migranti arrivati, quasi 75 mila tra terra e mare (in maggioranza provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan ma sempre più spesso anche dal Corno d’Africa o dall’Africa Sub Sahariana), nonostante gli oltre 350 mila bloccati dalla polizia turca prima che potessero varcare i confini terrestri o navali. Ne consegue che il rapporto tra vittime e arrivi è fortemente diminuito: tenendo conto della sola via marittima, 1 vittima ogni 1.051 migranti sbarcati. Sulle altre due rotte – quella del Mediterraneo Centrale e quella occidentale (incluse le Canarie), a fronte della diminuzione degli arrivi il tasso di mortalità è aumentato. Nel 2018 la “via spagnola” fece registrare 824 morti o dispersi contro oltre 62.500 arrivi: 1 vittima ogni 75/76 migranti giunti a superare la frontiera. Nel 2019 si contano 685 vittime, una ogni 47 dei 32.513 migranti arrivati tra il primo gennaio e il 31 dicembre. Ovvero, mentre gli arrivi sono quasi la metà di quelli registrati l’anno prima, il tasso di mortalità è aumentato di circa il 30 per cento, tanto da risultare forse il più alto mai registrato su questa rotta. La via più pericolosa e mortale, tuttavia, si conferma quella del Mediterraneo centrale, dalle coste libiche a quelle italiane: proprio la più blindata, grazie alle politiche di chiusura e respingimento condotte ormai da anni ma, in particolare, dal 2017 in poi, con il memorandum Italia-Libia (febbraio 2017, governo Gentiloni) e i due decreti sicurezza approvati dal primo governo Conte, senza dimenticare la criminalizzazione delle Ong impegnate in mare con le loro navi di soccorso. Tolti i circa 7 mila profughi giunti “da terra”, attraverso la via balcanica e il confine orientale, gli sbarchi in Italia risultano 11.471 (contro i 23.272 registrati nel 2018) mentre le vittime sono 1.295, con un tasso di mortalità conseguente pari a 1 ogni 9 arrivi: una percentuale da decimazione, il doppio del rapporto, già molto alto, di 1 a 18, registrato un anno prima. Il nuovo governo, il Conte 2, insediato a fine estate, aveva promesso “discontinuità”. Da settembre a dicembre, invece, non è cambiato nulla. Anzi, l’accordo firmato a La Valletta il 23 settembre tra Italia, Germania, Francia e Malta non solo conferma alla Libia il ruolo di “gendarme” anti immigrazione, ma prevede che intese analoghe vengano stipulate dall’Unione Europea anche con Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco. Altri “muri”. Analoghi a quelli che dal 2000 in poi hanno fatto del Mediterraneo un immenso cimitero.

 

 

  

Slovenia-Italia (Carso italo-sloveno), 1 gennaio 2020

Un migrante algerino è morto precipitando in un burrone mentre cercava di attraversare il confine, nel Carso sopra Trieste, insieme alla moglie e a un compagno. I tre, dopo aver percorso l’intera “via balcanica”, hanno iniziato l’ultimo tratto per entrare in Italia nelle prime ore del mattino di Capodanno, prendendo i sentieri più secondari e nascosti per sfuggire ai controlli della polizia di frontiera. Non mancava molto alla linea di confine quando, nei pressi del castello di San Servolo, in territorio sloveno, l’uomo, che pare precedesse di qualche passo gli altri due del piccolo gruppo, è precipitato in un dirupo profondo oltre 20 metri. La moglie è rimasta sul posto mentre il compagno è sceso nel più breve tempo possibile fino a Trieste per cercare aiuto e allertare la polizia. Sono intervenuti una pattuglia della forestale, sei tecnici del Soccorso Alpino e i vigili del fuoco. Quando, poco dopo, il giovane algerino è stato individuato, non dava più segni di vita: i tecnici del Soccorso Alpino ne hanno recuperato il corpo nei pressi del cimitero di San Servolo, trasferendolo poi con un elicottero all’obitorio di Trieste.

(Fonti: Il Piccolo, Trieste Prima, Il Friuli.it, La Repubblica)

Turchia Grecia (Fethiye), 2-3 gennaio 2020

Otto profughi annegati e 7 dispersi (15 vittime) nel naufragio di una barca al largo delle coste di Fethiye, nel sud ovest della Turchia. Non ci sono superstiti. Il battello era partito proprio dalla zona di Fethiye la sera di giovedì 2 gennaio, puntando verso Rodi e il Dodecaneso, per raggiungere la Grecia. La tragedia è avvenuta in piena notte, all’interno delle acque territoriali turche. Prima di affondare è stata lanciata una richiesta di soccorso, intercettata dalla Guardia Costiera turca, che ha inviato sul posto tre unità navali, una squadra di sommozzatori e, alle prime luci, un aereo da ricognizione e un elicottero. Nel corso della mattinata sono stati recuperati i corpi senza vita di 5 uomini e 3 donne. Nessuna traccia degli altri 7 migranti, che risultano dispersi, nonostante le ricerche siano continuate per tutta la giornata di venerdì tre gennaio, in un raggio di mare sempre più vasto. Le autorità turche hanno dato conferma ufficiale del naufragio, con il numero esatto di morti e dispersi, nel pomeriggio di venerdì’.

(Fonte: Ekathimerini, Greek Reporter, Alarm Phone).

Grecia (Lesbo), 5 gennaio 2020

Un migrante congolese è morto nell’ospedale di Mitilene, a Lesbo, cinque giorni dopo essere stato accoltellato da un altro migrante, un ragazzo afghano, nel centro raccolta di Moria. Appena ventenne, il giovane era arrivato qualche mese prima sull’isola dalla Turchia, nel tentativo di trovare rifugio in Europa. Era in attesa che la sua richiesta di asilo fosse esaminata e sperava di essere trasferito intanto nella Grecia continentale, per sfuggire ai gravi disagi cui sono costretti gli ospiti di Moria, una struttura dove sono alloggiati migliaia di migranti, più del doppio di quanti ne potrebbe contenere. La lite in seguito alla quale è stato accoltellatto e ucciso sarebbe maturata la sera del 31 dicembre proprio nel contesto delle tensioni e della difficile convivenza provocate spesso dal sovraffollamento. Sembra che il ragazzo afghano abbia cercato di sottrarre il cellulare al compagno o questi, comunque, lo avrebbe accusato del tentativo di furto. Ne è nata una zuffa durante a quale, appunto, il ventenne congolese è stato accoltellato. Le sue ferite sono apparse subito gravi, tanto da doverlo trasportare d’urgenza all’ospedale ma, benché sottoposto a una terapia intensiva, ha cessato di vivere il giorno 5. Tra Moria e gli altri campi, le Isole Egee ospitano circa 42 mila migranti.

(Fonte: Ekathimerini)  

Spagna (Canarie, Gran Canaria), 5 gennaio 2020.

Un giovane maliano è morto a bordo della barca da pesca, un cayuco africano, con cui stava cercando di raggiungere le isole Canarie insieme a 59 compagni. Si Chiamava Shalif Sacho e veniva da Diboli, una piccola città del sud est del Mali. Il suo corpo senza vita è stato recuperato a bordo del battello dopo le operazioni di soccorso condotte da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo. Il cayuco, partito almeno sette giorni prima del recupero dalla costa africana (non è chiaro se dal Sud del Marocco o dalla Mauritania) è stato avvistato in pieno Atlantico, a sud di Gran Canaria, verso le 15,45, dall’equipaggio di un veliero da diporto, che ha allertato il comando della Guardia Civil.  Sul posto è stato inviato un pattugliatore del Salvamento Maritimo, che ha preso a rimorchio la barca con i profughi, conducendola fino al porto di Arguineguin. I 59 migranti, tutti molto provati dalla traversata, sono stati affidati alla Croce Rossa, che ha allestito un centro medico sul molo. La salma di Shalif è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale, dove nei giorni successivi è stata eseguita l’autopsia: secondo il referto medico, il giovane è  morto di sfinimento e di sete. Esaurite le scorte dopo tre giorni, l’inytero gruppo è rimasto senz’acqua per almeno altri quattro giorni. Stando a quanto hanno riferito i compagni, Shalif ha cercato di spegnere la sete bevendo più volte acqua salata, una decisione che gli è stata fatale, debilitandolo ulteriormente e provocandone alla fine il decesso.

(Fonte: El Diario, ediizoni del 5 e del 10 gennaio)

Marocco (Nador), 5 gennaio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di Sidi Hassine, regione di El Driouche, non lontano da Nador, in Marocco. Avvistato casualmente da alcuni passanti, è stato recuperato da personale del dipartimento della Protezione Civile, che lo ha trasferito all’obitorio dell’ospedale di Nador. Non sono stati trovati documenti né altri elementi utili per stabilirne l’identità o la provenienza. La ricerca, peraltro, è complicata anche dallo stato di decomposizione della salma, che deve essere rimasta in mare più giorni. Secondo la gendarmeria, comunque, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna: la vittima del naufragio di una “barca fantasma” di cui non si è avuta notizia.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Turchia (Izmir), 5 gennaio 2020

Quattro profughi annegati e uno disperso al largo di Izmir, nell’Egeo: erano a bordo di un gommone affondato dopo essere stato speronato da una motovedetta della Guardia Costiera turca. Il battello, con 56 persone a bordo, era partito alle prime luci di domenica 5 gennaio dalla spiaggia di Bademli, nella Turchia occidentale, puntando verso le isole greche. Dopo poche miglia è stato intercettato da una motovedetta, che ha accostato per tagliargli la rotta o comunque bloccarlo. Nel corso della manovra i due natanti si sono scontrati in velocità e il gommone, fortemente danneggiato, è affondato in pochi minuti. Con l’aiuto anche di altre unità, l’equipaggio della motovedetta ha tratto in salvo 51 naufraghi e recuperato 4 corpi senza vita. Uno dei naufraghi risulta disperso: senza esito le ricerche per ritrovarlo, protrattesi sino al tramonto. Diciotto dei 51 superstiti sono rimasti feriti o si trovavano in stato di forte ipotermia tanto da dover essere ricoverati in ospedale. Le autorità turche hanno aperto un’inchiesta sull’incidente. La Ong scandinava Aegean Boat Report ha fatto notare che più volte si sono verificate gravi collisioni tra motovedette turche e battelli carichi di migranti a causa, c’è da ritenere, di un uso eccessivo della forza pur di fermare le barche dei profughi in fuga verso l’Europa. Non è stata resa nota ufficialmente la nazionalità né delle vittime né dei superstiti ma dovrebbe trattarsi in prevalenza di rifugiati iracheni e afghani.

(Fonte: Daily Sabah, Ong Aegean Boat Report)  

Grecia (Lesbo), 5-6 gennaio 2020

Un profugo iraniano di 31 anni si è impiccato nel centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Arrivato da tempo nel campo, aspettava di poter raggiungere la Grecia continentale e magari di proseguire successivamente verso un altro Stato dell’Unione Europea. Qualche giorno prima del suicidio era stato fermato insieme ad altri 85 profughi, forse in seguito ad alcune manifestazioni di protesta inscenate contro le condizioni di vita nel campo e per sollecitare il trasferimento in una struttura del continente. La decisione di farla finita è maturata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. Il personale di custodia del centro lo ha trovato ormai senza vita la mattina del giorno 6.

(Fonte: France Press, Uol.com, Istoè.com) 

Libia (Sirte), 5-6 gennaio 2020

Personale della Mezzaluna Rossa ha recuperato il cadavere di un migrante sulla spiaggia di Sirte. A segnalare che un corpo senza vita flottava tra le onde, poco lontano dalla battigia, sono stati alcuni abitanti della zona, che hanno avvertito la polizia. La corrente lo ha poi spinto verso riva. Dopo il recupero, la salama è stata trasferita all’obitorio di Sirte. Non sono stati trovati documenti o altri elementi per l’iden tificazione. L’ipotesi più accreditata è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” avvenuto tra la fine del mese di dicembre e i primi giorni di gennaio.

(Fonte: Libya Observer)  

Marocco-Spagna (Tangeri), 7 gennaio 2020

Un migrante è scomparso in mare in seguito al naufragio del gommone su cui stava tentando di raggiungere la Spagna dal Marocco insieme a 11 compagni. Il battello era partito dalla zona di Tangeri in piena notte. Verso le tre del mattino, in difficoltà per il mare grosso, i migranti a bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto che, intercettata da Alarm Phone, è stata comunicata sia alla Marina imperiale marocchina che al Salvamento Maritimo spagnolo. Alle 6,30 una nave militare marocchina ha raggiunto il battello che però si è rovesciato proprio durante le operazioni di soccorso, scaraventando tutti gli occupanti in mare. L’equipaggio marocchino è riuscito a recuperare 11 naufraghi. Nessuna traccia, invece, del dodicesimo, trascinato via dalle onde e scomparso nel buio. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata, fino al tramonto, ma senza esito, ostacolate dalle cattive condizioni meteomarine. Negativo anche il rapporto di ricerca comunicato dalla Marina imperiale nel pomeriggio del giorno 8 ad Alarm Phone.

(Fonte: sito web Alarm Phone e Sea Eye)

Spagna (Canarie), 8 gennaio 2020

Un neonato è morto poche ore dopo essere venuto alla luce su una barca con a bordo la madre ed altri 42 migranti che stavano cercando di raggiungere l’arcipelago della Canarie, lungo la rotta alantica. Il battello aveva preso il mare all’alba di domenica 5 gennaio, non è chiaro se dal sud del Marocco (nell’ex Sahara Spagnolo) o da una spiaggia della Mauritania. Ha navigato per più di tre giorni in pieno Atlantico, fino a quando, la mattina di mercoledì 8, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è stato individuato circa 15 miglia a sud di Lanzarote. Gli operatori della Ong hanno segnalato che i 43 migranti a bordo, tutti subsahariani, ernano ormai allo stremo e che, in particolare, c’era tra loro una giovane donna in stato di gravidanza prossima a partorire. E il parto è avvenuto, appunto, prima che una unità del Salvamento Maritimo, la salvamar Altair, potesse localizzare con precisione la barca e far intervenire un elicottero per prelevare la donna e il bimbo. La tragedia si è consumata in quelle poche ore: quando sono arrivati i soccorsi il neonato era morto da poco. La piccola salma, la madre e gli altri 42 migranti sono stati condotti al porto di Arecife e affidati alle cure del presidio medico della Croce Rossa.

(Fonte: El Diario, sito web Helena Maleno e Caminando Fronteras)

Francia (Parigi, aeroporto Charles De Gaulle), 8 gennaio 2020

Il cadavere di un ragazzino ivoriano è stato trovato nel vano del carrello di un aereo arrivato verso le 6 del mattino all’aeroporto intercontinentale Charles De Gaulle di Parigi. Si chiamava Ani Guibahi Laurent Barthelemy ed aveva 14 anni. L’aereo, un Boeing 777 dell’Air France, volo 703, era partito la sera di martedì 7 gennaio da Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio, ed è atterrato regolarmente a Parigi in perfetto orario, poco prima delle 6. Inizialmente nessuno si è accorto di nulla. La scoperta è stata fatta durante i preparativi del volo di ritorno, intorno alle 6,40, da alcuni tecnici che stavano compiendo dei controlli di routine al carrello di atterraggio. Ani Guibahi – come poi è emerso dalle indagini di polizia – è salito di nascosto, nel vano del carrello, poco prima della partenza: lo confermano, secondo le autorità ivoriane, alcune immagini delle telecamere di sorveglianza in cui lo si vede afferrare il carrello e arrampicarsi nel vano di alloggio. Poco dopo l’aereo è decollato. Ma ad alta quota, la temperatura esterna al velivolo arriva a meno 50 gradi e il piccolo spazio del nascondiglio non è pressurizzato: Ani Guibahi, come in altri casi del genere, è così morto per il freddo e per la mancanza di ossigeno. Sulla salma non sono stati trovati documenti. Inizialmente si è pensato, stando alla corporatura e all’aspetto fisico, che si trattasse di un bambino intorno ai dieci anni di età. All’identità si è risaliti due giorni dopo, in seguito agli accertamenti condotti dalla polizia ivoriana che, informata dalle autorità francesi, ha rintracciato i familiari della giovanissima vittima. Ani Guibahi Laurent Barthelemy risulta nato il 5 febbraio 2005 a Yopougon, nel distretto di Abidjan: studente, era allievo del quarto anno a Niandon Lokoua, sottodistretto di Yopougon. Non si sa quando sia maturata in lui l’idea di fuggire in Europa. In ogni caso, appare poco credibile che abbia fatto tutto da solo: è verosimile che abbia avuto almeno un complice per raggiungere le piste dell’aeroporto, sapendo poi come fare per nascondersi nel vano carrello. E, data la giovanissima età, c’è da credere che avesse dei familiari o comunque delle persone a cui rivolgersi se fosse arrivato a Parigi. Qualcuno che, forse, lo stava aspettando proprio nei pressi dell’aeroporto internazionale.

(Fonte: Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica, Cyprus Mail)  

Spagna (Canarie, Lanzarote), 8-9 gennaio 2020

Un bimbo subsahariano è morto poche ore dopo essere venuto prematuramente alla luce nell’ospedale Josè Molina Orosa, a Lanzarote, dove la madre era stata ricoverata d’urgenza appena scesa dalla barca con 42 migranti soccorsa a sud dell’isola. Si tratta dello stesso battello su cui un’altra donna, in pieno Atlantico, ha partorito il suo bambino, poi morto poco prima che arrivassero i soccorsi. I medici del presidio della Croce Rossa, allestito sul molo di Arecife in previsione dello sbarco, hanno subito disposto il trasferimento in ospedale della giovane che, già superato il settimo mese di gravidanza, era estremamente provata e affaticata, tanto da far temere un aborto o un imminente parto prematuro. Il bimbo è nato, in effetti, di lì a non molto. Le sue condizioni sono apparse subito molto gravi. I medici hanno fatto il possibile per salvarlo, ma ha cessato di vivere poco dopo essere venuto al mondo. Nel gruppo c’era una terza donna in stato di gravidanza: anche lei dopo lo sbarco è stata ricoverata presso l’ospedale Josè Molina Orosa.

(Fonte: El Diario, edizione del 10 gennaio)  

Libia (Gargaresc, Tripoli), 9-10 gennaio 2020

Due giovani profughi eritrei – Freselam Menghesa e Kiflay Fishatsion – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nella casa dove avevano trovato alloggio, nel sobborgo di Gargaresc, periferia ovest di Tripoli. Entrambi registrati dall’Unhcr come richiedenti asilo e in attesa di essere inseriti nel programma di relocation per lasciare la Libia, i due ragazzi nei mesi scorsi si erano rivolti a una organizzazione di trafficanti, ma il gommone su cui li avevano imbarcati è stato intercettato e bloccato dalla Guardia Costiera libica. Ricondotti a terra, sono rimasti prigionieri in un campo di detenzione fino a che, con l’avvicinarsi dei combattimenti tra le truppe del generale Haftar e le milizie fedeli al Governo di Alleanza Nazionale (Gna), somo fuggiti cercando rifugio presso il centro di transito (Gdf) aperto a Tripoli dall’Unhcr per i profughi più fragili e a rischio in attesa che si presenti l’opportunita di trasferirli in un paese africano più sicuro o in Europa. Pur non essendo nella lista dei “partenti,” sono rimasti lì per diverse settimane, fino a quando, con l’aiuto dell’Unhcr, hanno trovato una sistemazione a Gargaresc, insieme ad alcuni compagni, in un piccolo alloggio preso in affitto. E’ qui che sono stati uccisi. Le circostanze del duplice omicidio non sono chiare. L’Unhcr ha promosso indagini sia rivolgendosi alla polizia libica che chiedendo informazioni presso la numerosa comunità di richiedenti asilo eritrei che vivono a Tripoli. Secondo quanto riferito da altri profughi, la sera del 9 gennaio si sarebbero presentati a casa alcuni uomini armati, forse miliziani, che hanno bussato con forza e pretendevano di entrare. Non si sa se volessero sequestrarli per poi chiedere un riscatto o rapinarli. Di certo non avevano il comportamneto di chi svolge un normale controllo. Impauriti, i due ragazzi e i loro compagni si sono rifiutati di aprire, scatenando una reazione ancora più violenta da partedi quegli uomini armati. Qualcuno di questi si è avvicinato a una finestra e ha sparato a raffica verso l’interno, ad altezza d’uomo. I due, colpiti in pieno, sono morti quasi all’istante. “Queste morti – ha denunciato l’Unhcr – sono la terribile conferma di quanto sia pericolosa in Libia la condizione dei profughi. In particolare da aprile, quando è cominciata la battaglia per Tripoli. La scorsa settimana alcune razzi sono caduti anche presso il nostro Gathering and Departure Facility (Gdf), dimostrando che neppure questo è un posto sicuro. Insistiamo che tutti i rifugiati devono essere evacuati al più presto dalla Libia”.

(Fonte: Rapporto Unhcr Libya e testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea, Associated Press, The Guardian)  

Libia (Tripoli) 11 gennaio 2020

Un profugo sudanese è stato ucciso a colpi di mitra dalla Guardia Costiera libica perché si rifiutava di sbarcare nel porto di Tripoli dopo essere stato intercettato in mare insieme ad oltre 60 compagni. Un altro è stato ferito e non si sa che fine abbia fatto. I due ragazzi erano su un gommone salpato dalla Libia la sera del 10 gennaio, puntando verso l’Italia. Bloccato da un’avaria, il natante è stato soccorso da un mercantile ad alcune decine di miglia dalla costa. A bordo, in tutto, erano 65. La nave, completata l’operazione di recupero, ha fatto rotta verso Tripoli. Loro pensavano invece di navigare verso un porto europeo e, quando sono giunti in Libia, si sono rifiutati di scendere, lanciando una richiesta di aiuto ad Alarm Phone. La Ong ha ricostruito quasi minuto per minuto la vicenda sulla base delle segnalazioni ricevute: “Alle 4,52 siamo stati chiamati da qualcuno in pericolo su un battello nel porto di Tripoli. ‘Ci rifiutiamo di sbarcare – hanno detto – Sappiamo che ci mettteranno in prigione. I libici hanno già sparato ad un uomo e ne hanno gettato il corpo in acqua. Siamo disperati: abbiamobisogno di aiuto’… Alle 4,54 una donna ha chiamato di nuovo in preda al terrore: ‘Oh mio dio, mio dio….’ In sottofondo si sentivano le urla di molte persone. Poi la linea si è interrotta. Alle 5,03 ci ha chiamato un familiare (dei migranti: ndr) dicendo che a bordo c’erano circa 60 persone, incluse alcune donne e bambini”. Da quel momento, silenzio totale. La Guardia Costiera libica non ha comunicato nulla. L’Oim, che aveva alcuni operatori sul molo di Tripoli, non è stata in grado di confermare la sparatoria e l’uccisione del ragazzo. La conferma è arrivata il 18 febbraio da Vincent Cochelet, dell’Unhcr, il quale, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano tedesco Spiegel, ha citato proprio questo tragico episodio ad esempio di come il ministero dell’Interno di Tripoli abbia perso pressoché totalmente il controllo sulle milizie “fedeli” al Governo e di come sia grave la condizione di rifugiati e migranti nel paese. E’ stato lo stesso Vincent Cochelet a precisare che si è persa ogni traccia del ragazzo ferito.

(Fonte: Alarm Phone, rapporti dall’11 al 19 gennaio; Der Spiegel)     

Grecia (Jonio, tra le isole di Paxos e Antipaxos), 11 gennaio 2020

Quasi una trentina di vittime nel naufragio di una grossa barca nello Jonio, nei pressi delle isole di Paxos e Antipaxos. I morti accertati sono 12 ma vanno considerati anche 17 dispersi perché, stando alle dichiarazioni rese dai 21 superstiti alla Guardia Costiera greca, a bordo c’erano una cinquantina di persone. Non è chiaro di dove sia partito il battello. A giudicare dal luogo in cui è andato a fondo, però, è ipotizzabile che stesse facendo rotta verso l’Italia. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino qualcuno dalla barca ha chiesto aiuto al Numero Europeo di Emergenza (112), la cui centrale operativa ha allertato le autorità greche. Erano circa le 9. La chiamata è arrivata da un punto del mar Jonio situato a sud-est delle isole di Paxos e Antipaxos, due tra le isole Jonie più piccole, distanti tra loro un miglio circa, a sud di Corfù. Sul posto sono stati dirottati due cargo che navigavano a breve distanza e sono state inviate sei unità e due elicotteri della Marina greca. Nel corso della matttinata, i soccorritori hanno tratto in salvo 21 naufraghi e recuperato 12 corpi senza vita. Le ricerche degli altri naufraghi son proseguite per l’intera giornata, ma non ne è stata trovata traccia. Il portavoce della Guardia Costiera ha però confermato all’Associated Press che il rapporto per l’intervento di soccorso parlava appunto di “50 persone a bordo”. E’ stata aperta un’inchiesta anche sulle cause del naufragio, avvenuto in buone condizioni metomarine, con mare calmo e quasi assenza di vento.

(Fonti: Greek Reporter, Ekathimerini, The National Herald, Anadolu Agency , Ana Mpa, Tg la 7 delle 13,30, Avvenire, Al Jazeera)

Turchia-Grecia (Cesme-Chios), 11 gennaio 2020

Undici morti, tra cui 8 bambini, nel naufragio di una piccola barca carica di migranti nell’Egeo, al largo della costa nord-occidentale dellaTurchia. Il battello era partito da una delle spiagge di Cesme, nella provincia di Izmir, puntando verso l’isola greca di Chios, distante solo poche miglia. A bordo avevano preso posto in 19. Tra loro, intere famiglie con i bambini. Era ancora nelle acque territoriali turche quando, forse per il sovraccarico o una manovra sbagliata, si è rovesciato. Pare che molti non avessero il giubbotto di salvataggio. Sta di fatto che quando sono arrivate sul posto alcune unità della Guardia Costiera da Cesme, per molti era già troppo tardi. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 8 naufraghi. Le ricerche successive, condotte sino al tramonto, hanno portato al recupero di 11 salme, che sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale di Cesme.

(Fonte: Anadolu Agency, Agenzia Ansa, Repubblica, Hurriyet Daily News)

Marocco (Nador), 11-12 gennaio 2020

Un cadavere in avanzato stato di decomposizione è stato portato dal mare su una spiaggia nei pressi di Nador, sulla costa della regione di Driouch, nel Marocco orientale. Avvistato da alcuni abitanti della zona, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa e trasferito all’obitorio dell’ospedale centrale per essere sottoposto ad autopsia. Le condizioni della salma sono tali che non è stato possibile stabilirne neanche il sesso ma, secondo la polizia, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano vittima di un naufragio nel Mediterraneo mentre tentava di raggiungere la Spagna. Nelle settimane precedenti ci sono state numerose segnalazioni di barche cariche di migranti in difficoltà. Anche nella seconda metà del mese di dicembre, quasi nello stesso tratto di costa, sono affiorati alcuni cadaveri di migranti.

(Fonte: Nadorcity.com edizione del 12 gennaio)

Spagna (Almeria), 12 gennaio 2020

Il cadavere di un giovane subsahariano è stato recuperato sulla spiaggia di Cuevas de Almanzora, nei pressi di Almeria. Trascinato dal mare in una zona rocciosa e di difficile accesso, intorno alle 15,30 è stato avvistato da alcuni passanti mentre flottava tra le onde. Avvertita la polizia locale e la Guardia Civil, le operazioni di recupero sono state condotte da una squadra della Protezione Civile e dell’Impresa Pubblica di Emergenza Sanitaria (Epes), che hanno poi trasferito la salma all’obitorio dell’ospedale per le indagini. A giudicare dallo stato di conservazione il corpo non dovrebbe essere rimasto in mare per molti giorni. Se ne ignora la provenienza. Il timore è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” e che possano esserci dunque altri morti e dispersi.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Marocco (Nador), 12 gennaio 2020

Il corpo di un uomo è stato trascinato dal mare sulla spiaggia del villaggio di Arkman, nei pressi di Nador, nel Marocco nordorientale. La scoperta è stata fatta nelle prime ore della mattina di domenica 12 gennaio. La mancanza di documenti e l’avanzato stato di decomposizione non hanno consentito di identificarlo ma l’ipotesi più accreditata dalla gendarmeria è che si tratti dei resti di un giovane marocchino annegato mentre tentava di raggiungere la Spagna: una delle vittime di un altro naufragio fantasma, forse ricollegabile al cadavere, pure in avanzato stato di decomposizione, affiorato il giorno precedente su un’altra spiaggia ma a non gande distanza. La salma è stata trasferita all’obitorio di Nador per le indagini.

(Fonte: Nadorcity.com)

Libia (Tripoli, campo di Sabhaa), 12 gennaio 2020

Un giovanissimo profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Sabhaa, nei sobborghi di Tripoli, stroncato da una malattia per la quale nessuno lo ha curato  in maniera adeguata. Si chiamava Adal Hawey Mengsti Semay: aveva appena 16 anni. Benché così giovane, la sua odissea è durata quasi tre anni. Arrivato in Libia appena tredicenne, è stato catturato ed ha trascorso lunghi periodi di prigionia in varie strutture, soffrendo la fame, maltrattamenti, torture. Nell’aprile del 2018 era riuscito a imbarcarsi per raggiungere l’Italia, ma la Guardia Costiera ha intercettato il gommone riconducendo in Libia tutti i profughi che erano a bordo. Nel campo di Sabhaa, uno dei circa trenta formalmente gestiti dal Governo di Tripoli, è stato rinchiuso, a quanto pare, poco dopo questo respingimento. Ed è a Sabhaa che si è ammalato, sicuramente anche a causa delle condizioni di vita all’interno della struttura: soprusi, servizi igienici pressoché inesistenti, poco cibo, scarsa anche l’acqua da bere, nessuna assistenza medico-sanitaria. Verso la fine del mese di dicembre 2019 si è aggravato ma neanche a questo punto ha ricevuto le cure necessarie. “Soltanto la visita di qualche medico inviato dall’Oim, ma nessuno, nonostante stesse visibilmente molto male, ha ritenuto di doverlo ricoverare in ospedale”, hanno denunciato alcuni compagni.  I familiari, appena avuta la notizia, si sono rivolti alla comunità eritrea in Europa chiedendo di diffondere sul web la storia di Adal e la sua foto. “Questa decisione vuol essere un grido di dolore ma, insieme, anche una forte denuncia per quello che accade in Libia – ha commentato il Coordinamento Eritrea Democratica – Adal è morto in un campo ‘ufficiale’ del Governo di Fayez Serray sostenuto dall’Onu e dalla comunità occidentale. Un campo dove i detenuti sono torturati e muoiono di fame. Un campo dal quale, mesi fa, sarebbero stati allontanati gli operatori di Medici Senza Frontiere che portavano cibo, medicine e assistenza per i malati”.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica)

Algeria-Spagna (Djinet-Ibiza), 13-14 gennaio 2020 e giorni seguenti

Non si ha più traccia di una barca con a bordo 17 migranti partita il 6 gennaio dal litorale di Djinet, nella provincia di Boumerdes, 70 chilometri a est di Algeri. L’allarme è scattato fra il 13 e il 14 gennaio, quando si è diffusa la notizia che 18 persone (17 uomini e una donna) erano state intercettate il giorno 9, su un’altra piccola barca, da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo 20 miglia a sud dell’isola di Cabrera, nelle Baleari: condotte inizialmente a Ibiza, erano state poi trasferite nel Centro di internamento per stranieri di Barcellona. Secondo il racconto fatto per telefono da Barcellona ai familiari da uno dei 18 naufraghi, infatti, è emerso che erano due le barche salpate il giorno 6 dalla costa di Djinet, tra Boumerdes e Dellys, il tratto da cui sono più frequenti le partenze dei migranti diretti verso le Baleari: quella intercettata, appunto, e un’altra con 17 giovani che si era persa durane la navigazione. La segnalazione ha trovato presto conferma nella pubblicazione delle foto di cinque e dei nomi di sei giovani che erano sulla barca scomparsa da parte del sito web Medinet Zemmouri: Addul Malik, Omar, Sufyan, Ganador, Jacob e Bel, di età compresa trai 25 e i 35 anni e tutti residenti nella piccola città portuale di Zammouri. L’allarme è stato infine ribadito dai familiari di buona parte dei ragazzi, che hanno lanciato un appello di ricerca al Governo di Algeri. L’intera storia è stata raccontata nei particolari da un giornalista algerino, Ahmed Khireddine, con una serie di servizi sulla rete televisiva El Bilad, ripresi poi da vari media a partire dal giorno 14. Nessuna traccia dei 17 “desaparecidos” anche nei giorni e nelle  settimane succcessive.

(Fonte: Diario de Ibiza, edizioni del 14, 15 e 16 gennaio)

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 16-17 gennaio 2020

Un giovane profugo è stato pugnalato a morte dopo una violenta lite all’interno del centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Fuggito dallo Yemen e arrivato ormai da qualche mese sull’isola greca dalla Turchia, era in attesa che la sua richiesta di asilo venisse esaminata e sperava di poter essere trasferito presto nella Grecia continentale per restare in Europa. Non sono chiari i motivi della lite in cui è rimasto ucciso, ma sembra scontato che le circostanze generali in cui il delitto è maturato possano essere le condizioni durissime di vita all’interno della struttura che, in ricoveri di fortuna, spesso solo delle tende anche in pieno inverno, ospita più del doppio dei migranti previsti: uno stato di cose che esaspera gli animi e spesso favorisce ruvalità e contrasti, specie tra gruppi di etnia diversa. Sta di fatto che la sera del 16 gennaio, quando alcuni migranti hanno chiesto aiuto al personale del campo, facendo intervenire la polizia, il giovane era ormai agonizzante per le ferite ricevute: un’ambulanza lo ha trasportato d’urgenza all’ospedale, ma quando è arrivato al pronto soccorso era già morto. La polizia ha fermato alcuni giovani che potrebbero aver partecipato o quanto meno assistito alla lite. Quando si è diffusa la notizia della morte del ragazzo, nel campo di Moria è esplosa una protesta che ha coinvolto centinaia di profughi.

(Fonte: Ekathimerini)

Grecia (superstrada Egnatia), 23 gennaio 2020

Un profugo morto e 3 feriti su un minivan finito fuori strada nel tentativo di sfuggire a un posto di blocco della polizia, sulla superstrada Egnatia, nel nord della Grecia. A bordo erano in 11, tutti siriani. Il pulmino veniva da una località imprecisata lungo la frontiera dell’Evros. Non è chiaro se i profughi abbiano varcato il confine con la Turchia su quello stesso mezzo o se siano stati presi a bordo già in territorio greco, dopo aver superato la frontiera in tempi e circostanze diverse. Di certo viaggiavano a forte velocità in direzione di Salonicco quando sono incappati in una delle frequenti operazioni disposte sulle strade della regione anche per contrastare il flusso di profughi e migranti irregolari. L’autista, anziché fermarsi all’alt, ha accelerato, ma poco dopo ha perso il controllo della guida e il minivan è finito fuori strada in piena velocità. Uno dei profughi è morto all’istante. I tre feriti sono stati ricoverati in ospedale. Arrestato l’autista. Il giorno prima, quasi nella stessa zona, era accaduto un episodio analogo, con un altro pulmino carico di profughi – 11 uomini e un ragazzino di 15 anni, anch’essi siriani – coinvolto in un grave incidente mentre veniva inseguito dalla polizia. In questo caso non ci sono stati feriti gravi. Ciascuno di questi 12 profughi ha dichiarato di aver pagato 2.500 dollari per il viaggio dalla Turchia alla Grecia, incluso il passaggio della frontiera.

(Fonte: The National Herald)

Turchia (Mersin), 26 gennaio 2020

Quattro profughi dispersi nel naufragio di una piccola barca in vetroresina al largo di Mersin, nel sud ovest della Turchia. Il battello era partito in mattinata puntando verosimilmente verso Cipro. A bordo erano in cinque, tutti siriani. Erano ancora in acque turche quando il battello si è rovesciato. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando, nel primo pomeriggio, una barca di pescatori ha avvistato e tratto in salvo uno dei naufraghi, avvertendo poi la Guardia Costiera di Mersin che, come aveva riferito il superstite, sul natante affondato c’erano altre quattro persone. Unità della Marina turca hanno raggiunto la zona organizzado una operazione di ricerca che si è protratta sino al giorno successivo ma senza alcun esito. Il profugo superstite è stato sbarcato a Mersin.

(Fonte: Aegean Boat Report)

Grecia (Atene), 2 febbraio 2020

Un profugo afghano di 22 anni è stato accoltellato a morte in una zuffa tra migranti nel centro di accoglienza di Saramagas, nei sobborghi di Atene. Un altro giovane, un iraniano diciottenne, è rimasto ferito. Erano entrambi in attesa che la loro richiesta di asilo venisse esaminata. Situato nel versante occidentale del golfo di Elefsin, nel campo di Saramagas, uno dei più grandi e affollati della Grecia continentale, sono ammassati circa 3.500 migranti, per lo più afghani, iracheni, iraniani e siriani. Gli alloggi sono costituiti da 410 caravans allineati a scacchieri in un gande spiazzo. Per chi non trova posto in quei caravans si ricorre a tende di fortuna. “Le condizioni di vita sono da terzo modo. C’è carenza di tutto: in particolare di medicine e assistenza medica”, ha denunciato in numerose occasioni la Greek Nurses Association. Al di là dei motivi contingenti, numerosi operatori volontari ritengono che le cause della zuffa finita in tragedia vadano ricercate proprio nello stato di tensione e frustrazione alimentato da questa situazione e dalla lunga attesa a cui i profughi sono costretti per l’esame delle loro richieste di asilo.

(Fonte: Ekathimnerini)

Algeria (Mostaganem), 2-3 febbraio 2020

I corpi di due giovani sono stati recuperati in mare domenica 2 febbraio, a parecchi chilometri di distanza l’uno dall’altro, al largo di Mostaganem, nell’Algeria nord occidentale. Un terzo è affiorato una settimana dopo. Oltre a questi tre morti ci sono 9 dispersi, per un totale di 12 vittime. Le salme, in avanzato stato di decomposizione, non avevano indosso documenti o altri elementi utili a identificarle, ma è apparso subito chiaro che doveva trattarsi di harraga, tra i 20 e i 30 anni, annegati nel tentativo di raggiungere le coste della regione di Murcia, in Spagna. La prima salma è stata avvistata domenica 2 febbraio, in mattinata, 8 miglia a nord della spiaggia di Kef Lasfer, pochi chilometri a est di Mostaganem. Recuperata da una unità della Protezione civile in collaborazione con la Guardia Costiera, è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale Hocine Hamadou di Sidi Alì. Quasi alla stessa ora un peschereccio ha trovato casualmente e preso a bordo il secondo corpo, anche questo parecchio al largo, di fronte alla spiaggia di Oureah, 10 chilometri a ovest di Mostaganem. Sbarcato nel porto della stessa Mostaganem, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale Che Guevara. Il terzo, infine, era al largo della spiaggia di Benabdelmalek Ramdane: avvistato da un pescatore, è stato portato a riva e consegnato anche questo all’obitorio dell’ospedale Che Guevara dalla Protezione Civile. Oltre un mese prima di questi ritrovamenti proprio da Mostaganem è salpata una barca con 12 harraga dei quali, dal momento della partenza, non si è saputo più nulla: nessuno si è messo in comunicazione con familiari o amici. Il ritrovamento dei tre cadaveri, anche se inizialmente non si è riusciti a identificarli, ha fatto subito temere che fossero a bordo della barca scomparsa e che dunque i morti in realtà fossero 12. La conferma è arrivata quando uno dei cadaveri è stato identificato: appartiene a un ragazzo di nome Faycal, proveniente da Oued El Djemaa, una località dell’interno situata 13 chilometri a est della piccola città di Relizane. Con lui, dallo stesso paese, erano partiti con quella barca altri 5 giovani: un piccolo gruppo di amici che avevano deciso di tentare insieme di arrivare in Spagna. Una scelta – ha sottolineato la stampa locale – fatta da un numero sempre crescente di giovani nel distretto di Relizane, con la costa di Mostaganem come punto di riferimento per l’imbarco su piccole unità da pesca.

(Fonte: El Watan, Le Quotidien d’Oran, Reflecxion, Ufficio ricerche Oim, Liberte Algerie)

Libia (Sahba), 5-6 febbraio 2020

Cinque giovani subsahariani hanno perso la vita e 12 sono rimasti feriti, alcuni in modo molto grave, nello scontro tra un’autocisterna e un camion carico di migranti nei pressi di Sabha, 640 chilometri a sud di Tripoli, in pieno Sahara. E’ morto anche un libico, presumibilmente uno degli autisti del “trasporto” organizzato da una banda di trafficanti. L’autocarro, un tir frigo con  il piano di carico completamente chiuso, procedeva verso nord, proveniente con ogni probabilità dalla zona di confine con il Niger. Da Sabha, l’ex capitale del Fezzan, città-snodo delle strade e di numerose piste che dalla frontiera puntano verso Tripoli, doveva poi raggiungere la costa o fare tappa in un centro di detenzione gestito dagli stessi trafficanti. L’incidente è avvenuto la notte tra il 5 e il 6 febbraio alle porte della città: il camion e l’autocisterna, che pare viaggiasse in senso opposto, si sono scontrati a forte velocità. Dopo l’urto, il tir si è ribaltato e per i migranti prigionieri all’interno del container/frigo – 18 in tutto – non c’è stato scampo. Cinque di loro sono morti sul colpo. Altri 12, feriti, sono stati trasportati all’ospedale di Sahba: alcuni – hanno riferito i sanitari del pronto soccorso – erano in condizioni critiche. Le testimonianze raccolte tra i superstiti da funzionari dell’Oim Libia o dai medici dell’ospedale (che poi le hanno riferite all’Oim) hanno confermato che si trattava di un “trasporto” organizzato da mercanti di  uomini. Tra i feriti c’è anche un secondo libico, segnalato alla polizia per le indagini. “Questo grave incidente – ha denunciato l’Oim – è l’ennesima conferma di quanto siano a rischio, nelle mani di trafficanti senza scrupoli, i viaggi di tanti disperati in fuga da guerra e povertà”.

(Fonte: Raporto Iom Libya del 6 febbraio, Address Libyan)

Turchia (distretto di Calduran), 6-7 febbraio 2020

Tredici profughi sono morti assiderati poco dopo aver attraversato il confine tra l’Iran e la Turchia, nella zona orientale della provincia di Van: erano 10 afghani e 3 curdo-siriani originari di Kobane, nel nordest della Siria. Non risulta che ci siano superstiti. Il 6 febbraio l’intero gruppo si è avventurato a piedi sui uno dei sentieri dell’impervia zona montana dove passa la frontiera, nel distretto turco di Calduran, fascia orientale della provincia di Van. Durante il cammino è stato sorpreso da una violenta tempesta di vento e neve ed ha perduto l’orientamento, senza riuscire a trovare un luogo dove ripararsi. La bufera, del resto, è stata così violenta che circa 160 villaggi della zona sono rimasti isolati e, oltre a tutta la viabilità minore, è stata interrotta anche la principale strada della zona, quella che collega Calduran con Dogubeyazit, la prima grande città che si incontra procedendo verso ovest, nella provincia di Agn, con una popolazione in pervalenza curda. E’ probabile che quei tredici profughi fossero diretti proprio qui e che l’allarme sia stato dato, non vedendoli arrivare, da qualcuno li attendeva o sapeva comunque che si erano messi in viaggio. Squadre della polizia hanno perlustrato la zona per ore. I tredici corpi ormai senza vita sono stati trovati, semisepolti nella neve, verso le 22 di giovedì 7 febbraio. La notizia della strage, diffusa inizialmente dalla Ong turca Human Rights Association, è stata poi confermata dal governatore della provincia di Van, Mehmed Elin Bilmez. Nella stessa zona è stato trovato un altro grosso gruppo di profughi, complessivamente 49, tutti afghani, che a loro volta si erano avventurati dall’Iran sulle montagne ed erano incappati nella tempesta poco dopo aver superato il confine con la Turchia: tutti in grave stato  di ipotermia e ormai allo stremo, sono stati trasferiti in vari ospedali della provincia di Van. I sentieri montani a cavallo del confine nel distrettto di Calduran sono una delle rotte più battute dai profughi provenienti dall’Iran nonostante in inverno risultino estremamente rischiosi. Il Partito Democratico per il Popolo Curdo (Hdp) ha sollecitato i governi di Ankara e di Teheran a trovare un accordo e una soluzione per porre fine  a stragi come questa.

(Fonti: Hurriyet Daily News, Rudaw, sito web Human Rights Association, Gazete Hawar, Mezopotamya News Agency, Premium Times, Infomigrants, Reporterly)  

Spagna (Canarie, rotta Atlantica), 7-8 febbraio 2020

Quattro morti e 5 dispersi (9 vittime in totale) su una barca con 20 migranti subsahariani alla deriva 390 miglia (circa 800 chilometri) a sud di Hel Hierro, la più remota delle Canarie. Il batttello era partito il 25 gennaio dalla costa di Dajla, nel Sahara Occidentale, con 27 persone a bordo, provenienti dalla Guinea Conakry, dalla Costa d’Avorio e dalla Sierra Leone. Durante la navigazione ha perso la rotta ed è rimasto alla deriva per giorni. Senza esito le ricerche sollecitata dalla Ong Caminando Fronteras, allertata da alcuni familiari dei migranti a bordo, preoccupati di aver perso ogni contatto con la barca. L’avvistamento è stato casuale: ad accorgersi dell’emergenza è stato, la sera di venerdì 7 febbraio, l’equipaggio del Batiola, un peschereccio marocchino, che ha subito  allertato la base operativa del Salvamento Maritimo spagnolo di Tenerife, specificando che la barca dei migranti appariva in gravi difficoltà, ma non era stato possibile soccorrerla direttamente a causa dello stato del mare e del forte vento, che mettevano in pericolo il peschereccio stesso. La centrale di Tenerife ha dirottato nel punto segnalato un cargo mercantile, l’Unisea, che si trovava in quel momento a 70 miglia di distanza e, dopo sei ore di navigazione, ha a sua volta avvistato la barca in pericolo. Nel fattempo le condizioni del mare erano ulteriormente peggiorate, al punto che il comandante dell’Unisea ha chiesto la collaborazione di un’altra nave per le operazioni di soccorso. E’ stato fatto intervenire, allora, un secondo cargo, il Traiguen, che si è posizionato in modo da riparare per quanto possibile dal vento l’Unisea, così da consentirgli di avvicinarsi alla barca e procedere al recupero, portando a bordo i 19 supertsiti (13 uomini e 6 donne) e il corpo del giovane che – come hanno poi accertato i medici – è morto per ipotermia e sfinimento. Erano tutti ormai allo stremo, in particolare 8, dei quali il comandante della nave ha chiesto l’evacuazione immediata per trasferirli in un ospedaleper sottoporli al più prestio a  ure adeguate. Questa operazione è stata condotta sabato 8 febbraio da due elicotteri militari spagnoli del servizio di soccorso aereo: il primo ha trasferito 7 persone al centro medico di Hel Hierro; il secondo ha trasportato una donna, la più grave, all’ospedale universitario di Tenerife, dove però è morta poco dopo il ricovero. Gli altri 11 naufraghi sono rimasti sull’Unisea, diretto a Gran Canaria. Nei giorni successivi, nel contesto dell’inchiesta disposta dalla magistratura sopagnola, è emerso che ci sono altre 7 vittime: un giovane e sua mglie, morti almeno due giorni prima che arrivassero i soccorsi e i cui corpi sono stati fatti scivolare in mare dai compagni, e altri cinque ragazzi che la disperazione e lo sfinimento hanno spinto a gettarsi in acqua per porre fine alla lunga, terribile sofferenza che stavano vivendo. Il 15 febbraio due dei superstiti, indicati come i proprietari della barca, sono stati arrestati con l’accusa di triplice omicidio per la morte della coppia e del giovane deceduto poco prima dell’intervento del cargo Unisea in pieno Atlantico.

(Fonte: Europa Press, El Diario edizioni del 7, 8 e 15 febbraio)

Libia-Italia (al largo di Garabulli), 9-10 febbraio 2020

Naufragio “invisibile” di un grosso gommone di colore nero con 91 persone, tra cui donne e bambini. Il primo allarme dell’emergenza è stato lanciato da Alarm Phone, contattato la mattina del 9 febbraio da una disperata richiesta di aiuto da parte di qualcuno che era a bordo del battello, salpato dalla Libia presumibilmente la sera del giorno prima diretto verso l’Italia e arrivato, in quel momento, a circa 40 chilometri al largo di Garabulli, a est di Tripoli. L’uomo al telefono ha subito precisato che la situazione era disperata: il motore era in avaria, uno dei tubolari pneumatici si stava sgonfiando rapidamente e lo scafo, in completa balia del mare agitato,  stava imbarcando acqua. La Ong ha diramato l’allerta a tutte le centrali operative competenti: Malta, Roma e anche Tripoli. In quel momento c’erano diverse barche in difficoltà e forse c’è stato un equivoco tra quel gommone e altri natanti. Sta di fatto che nessuno è intervenuto. Ignorati anche i successivi appelli di Alarm Phone – secondo cui il battello segnalato non corrispondeva a nessuno di quelli soccorsi – anche quando ha avvertito di aver perso ogni contatto e si è poi diffusa la notizia di un naufragio davanti alle coste di Garabulli. L’equivoco è stato anzi alimentato dalle stesse informazioni diramate dalla Guardia Costiera libica, che ha definito “fake news” i primi comunicati sul naufragio, asserendo che quei 91 naufraghi erano stati tratti in salvo dalla Marina maltese. E, d’altra parte, l’unica nave di soccorso delle Ong in mare in quelle ore, la spagnola Aita Mari, era troppo lontana per intervenire o quanto meno controllare.  Le continue, insistenti richieste di informazioni da parte di familiari dei 91 migranti (che asserivano di non aver ricevuto più alcuna notizia) e gli accertamenti nella zona segnalata hanno mantenuto vivo il timore di una tragedia. In particolare, alcuni pescatori hanno riferito di aver trovato, sulla superficie del mare, giubbotti di salvataggio, serbatoi e taniche di benzina vuote, indumenti. I segni evidenti di un naufragio. Infine, un aereo da ricognizione di Frontex ha avvistato i resti di un gommone sgonfio, di colore nero, che corrisponde esattamente alla descrizione del battello fatta la mattina del 9 febbraio. Da qui la conferma della tragedia, con 91 vittime. Lo ha ribadito anche l’Oim. “Non pensiamo che queste persone siano state salvate – ha riferito Marta Sanchez, responsabile del progetto Missing Migrants il 20 febbraio – La Guardia Costiera ha condotto  un’operazione di recupero il 10 febbraio, ma riguardava una barca con 81 persone, in un’area diversa. A nostro avviso, a questo punto sono rimaste due sole opzioni: o i migranti sono ritornati da soli sulle coste libiche, a 40 chilometri di distanza, ma ciò sembra molto  improbabile. Oppure la barca è affondata…”. Affondata come dimostrano appunto i numerosi relitti trovati in mare.

(Fonte: sito web Alarm Phone dal 9 al 20 febbraio; relazione Oim; Associated Press, Infomigrants)  

Turchia-Grecia (Frontiera dell’Evros), 9-10 febbraio 2020

Il cadavere di un giovane migrante è stato trovato sulla riva dell’Evros, sulla sponda turca, da una pattuglia di polizia impegnata in un servizio di pattugliamento lungo la linea di frontiera con la Grecia. Era in un luogo isolato ma non lontano da alcuni villaggi, in uno dei punti più battuti dai profughi che cercano di entrare in Grecia. Non doveva trovarsi lì da molto tempo, perché l’intera zona, nella parte occidenale della provincia di Edirne, è continuamente battuta dagli agenti della Gendarmeria per scoraggiare gli espatri clandestini: nelle ore successive al ritrovamento del cadavere sono stati intercettati e fermati nei dintorni 124 migranti. Secondo la polizia l’uomo deve aver tentato di attraversare il fiume a nuoto, in piena notte, ma non ce l’ha fatta a raggiungere l’altra riva: più che dalla forza della corrente deve essere stato vinto dal freddo, perché sulla salma sono stati riscontrati evidenti sintomi di ipotermia. Non è stato identificato e non si è riusciti neanche a stabilirne la nazionalità.

(Fonte: Anadolu Agency)

Siria-Turchia (Afrin), 11-13 febbraio 2020

Sei profughi siriani, tra cui quattro bambini, sono stati uccisi dal freddo nei pressi di Afrin, a non grande distanza dal confine con la Turchia. Se ne è avuta notizia dopo la morte di una bimba, Imam Ahmed Leyla, di appena un anno e mezzo. Alcuni mesi fa la famiglia della piccola – riferisce la stampa turca – era stata costretta ad abbandonare Idlib a causa dei continui bombardamenti condotti dall’esercito siriano che sta cercando di occupare la città. Insieme a migliaia di altri sfollati ha raggiunto la zona di Afrin, trovando una sistemazione provvisoria nel campo profughi allestito vicino a un villaggio dei sobborghi. E’ verosimile che fosse una tappa prima di tentare di arrivare al confine con la Turchia: il posto di frontiera di Azaz è distante poco più di 30 chilometri, sulla strada che porta alla Afrin turca, passando da Kilis, una via piuttosto battuta dai profughi in fuga dalla provincia di Aleppo o da Idlib, nel nord est della Siria. Forse aspettavano che si attenuassero il freddo intenso e le forti nevicate che hanno investito l’intera regione, bloccando strade e comunicazioni. Ma proprio il freddo è stato fatale alla bimba: si è ammalata di bronchite e quando i genitori si sono accorti che quasi non riusciva a respirare, il padre ha deciso di portarla a piedi, in braccio, al centro medico di Al Shifa, ad Afrin, distante oltre un’ora di cammino, ma è morta prima ancora di arrivare al pronto soccorso.

Gli altri 4 morti. Quando si è saputo della tragica fine di Leyla è emerso, in base a testimonianze raccolte da Ugur Yildirim, un cronista del quotidiano turco Daily Sabah, che pochi giorni prima, nella stessa zona, c’erano stati altri quattro profughi siriani vittime del freddo: un coppia (Mustafa e Amoun), la loro figlia dodicenne, Huda, e la nipotina Hoor, di tre anni. I loro corpi senza vita sono stati trovati nella tenda-baracca dove si erano rifugiati per la notte. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti  umani, ad ucciderli nel sonno sarebbero state le esalazioni tossiche di una vecchia stufa, lasciata accesa per difendersi dal gelo della notte. Anche loro erano fuggiti da Idlib e in attesa di trovare il modo di proseguire verso la frontiera turca.  La sesta vittima è un bimbo di sette mesi, Abdul Waham Ahmad al Rahhaln, morto per ipotermia l’undici febbraio nel campo improvvisato dove la sua famiglia si era rifugiata dopo essere stata costretta ad abbandonare la città di Khan Sheikhum, nel distretto di Idlib. “L’intera zona intorno ad Afrin e lungo la strada che porta a nord est – scrive Ugur Yildirim nella sua corrispondenza da Afrin – è invasa di sfollati dal governatorato di Idlib che dormono dove possono, lungo le strade o in campagna sotto gli olivi, bruciando cumuli di rifiuti per cercare di scaldarsi. Intere famiglie in fuga dalla guerra, con le loro poche masserizie ammassate su dei carri, attraversano la regione, dormendo, quando possono, in macchina oppure per terra, nei campi, nonostante la neve e la temperatura che scende molto sotto lo zero…”.

(Fonte: Anadolu Agency, Daily Sabah, Ansa Mondo,  Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeera edizione del 18 febbraio)

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 18 febbraio 2020

Quattordici dispersi nel naufragio di una barca rimasta per quasi quattro giorni alla deriva in pieno Atlantico mentre tentava di raggiungere le Canarie dal Marocco. La partenza è avvenuta tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio dal Sahara Occidentale: una rottta, in linea d’aria, di circa 250 chilometri. A bordo erano in 28, inclusi alcuni bambini, tutti originari dell’Africa Occidentale, in particolare della Guinea Conakry e della Costa d’Avorio. L’allarme è scattato già nella giornata di sabato: l’hanno lanciato alcuni familiari, preoccupati di aver perso ogni contatto con il battello, avvertendo Caminando Fronteras. La Ong, a sua volta, ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo e la Marina Imperiale marocchina. Dalle Canarie è scattata una operazione di ricerca, affidata a un aereo da ricognizione ma resa difficile dalle cattive condizioni del mare, con forte vento e onde alte fino a quattro metri. Poco dopo, l’allarme è stato reiterato da Alarm Phone, a sua volta contattato dai familiari dei dispersi. Nulla fino alla tarda mattinata di martedì, quando il battello in difficoltà, risospinto verso la costa africana dalla burrasca, è stato visto naufragare dall’equipaggio di un peschereccio marocchino. I primi soccorsi sono arrivati da quei pecatori, che hanno tratto in salvo 14 naufraghi. Di lì a poco è giunta anche una unità della Marina Imperiale. Le ricerche sono continuate sino a notte, ma dei 14 migranti dispersi non si è trovata traccia. I superstiti, tra cui due bambini di pochi mesi, sono stati sbarcati nel porto di Dakhla e poi trasferiti all’ospedale di El Aaiun. Da sabato 15 il Salvamento spagnolo era impegnato nella ricerca di cinque barche partite dalla costa del Sahara, tra Dajla e Cabo Bojador. Una aveva a bordo 28 persone: è quella naufragata martedì 18.

(Fonte: El Diario, La Provincia, siti web Helena Maleno, Caminando Fronteras, Alarm Phone).

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 27 febbraio 2020

Un giovane migrante morto su una barca arrivata mel primo pomeriggio a Gran Canaria dopo che se ne erano perse le tracce per quasi 4 giorni. Il battello è partito prima dell’alba di lunedì 24 febbraio dalla costa di Dajla, nel Sahara Occidenyale. A bordo erano in 33: 16 donne, 11 uomini e sei bambini. L’allarme è scattato dopo qualche ora, quando i familiari di alcuni dei migranti hanno chiesto aiuto alla Ong Caminando Fronteras, segnalando che avevano perso ogni contatto con la barca, mentre le condizioni meteomarine stavano peggiorando. Quasi contemporaneamente è scattato l’allerta per altre tre barche, salpate dalla stessa zona e quasi nelle stesse ore. Delle operazioni di ricerca si sono occupati il Salvamento Maritimo e la Guardia Civil spagnola, organizzando una perlustrazione a largo raggio, con aerei da ricognizione, nel tratto di mare della rotta presumibile da Dajla verso le Canarie, investsito peraltro da una tempesta di sabbia proveniente dal Sahara che ha ridotto di molto la visibilità. Nessuna traccia fino alle 13 di giovedì 27, quando una delle barche, verosimilmente la prima segnalata, è stata avvistata al largo della spiaggia di Matorral, nei pressi di Castillo del Romeral, dove è poi approdata con l’assistenza della Croce Rossa. Si è scoperto allora che uno dei 33 migranti, un ragazzo subsahariano, era morto poche ore prima, probabilmente per ipotermia e sfinimento. Molto provati, con sintomi anch’essi di ipotermia, i 32 superstiti.

(Fonte: El Diario, siti web Caminando Fronteras ed Helena Maleno)

Spagna-Marocco (rotta delle Canarie), 29 febbraio 2020

Non si hanno più notizie di due barche salpate dal Sahara Occidentale e dirette verso le Canarie. A bordo c’erano 53 migranti, 26 nella prima e 27 nell’altra. Si sa per certo che sono partite la notte tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio, dal tratto di costa compreso tra Cabo Bojador e Dajla. Nelle stesse ore e dalla stessa zona sono salpate altre tre barche, sempre con rotta verso le Canarie, nonostante il mare molto mosso e le previsioni meteo in netto peggioramento. In particolare, la prima, con 25 migranti, ha preso il mare da Cabo Bojador, le altre quattro, incluse le due disperse, dai dintorni di Dajla. L’allarme è scattato contemporaneamente per tutte e cinque, mobilitando sia il Salvamento Maritimo Spagnolo che la Marina imperiale. Una, con 37 persone, è stata recuperata dalla Guardia Costiera marocchina, una è affondata il 18 febbraio (14 morti e 14 superstiti: nota del 18 febbraio), una terza è stata raggiunta da unità spagnole il giorno 19 a sud di Gran Canaria. Dopo questo salvataggio, le operazioni di ricerca sono continuate per i due battelli mancanti, battendo il tratto di mare della rotta presumibile verso l’arcipelago, sia con motovedette del Salvamento Maritimo che con velivoli da ricognizione. Col passare dei giorni aerei militari e del Salvamento Maritimo hanno esteso il raggio d’azione sempre più a sud, ma senza successo. Nel week-end successivo alla partenza e nei giorni seguenti il pattugliamento aeronavale è stato fortemente ostacolato dalle pessime condizioni meteo, con mare molto mosso, venti da est superiori ai 120 chilometri all’ora e una tempesta di sabbia che dal Sahara ha investito le Canarie. A circa due settimane di distanza le ricerche sono state interrotte, sia pure lasciando in vigore lo stato di allerta per le navi in transito nella zona. Dopo quelle delle prime ore successive alla partenza, non risulta che i familiari abbiano ricevuto altre comunicazione da qualcuno dei migranti a bordo delle due barche. Anche questo induce a ritenere che ci siano stati altri due casi di “naufragio invisibile”, in pieno Atlantico.

(Fonte: El Diario, Associated Press, Al Jazeera, Europa Press)

Algeria (Guelma-Annaba), 29 febbraio 2020

Tre migranti algerini morti e 15 dispersi (18 vittime) su una piccola barca in legno di cui si è persa traccia poche ore dopo la partenza. Il mistero si è protratto per circa due settimane, fino all’alba di sabato 29 febbraio, quando sul litorale di Biserta, in Tunisia, sono stati trovati tre corpi che il mare aveva spiaggiato durante la notte. L’allarme era scattato il 22/23 febbraio su segnalazione dei familiari, preoccupati per non aver saputo più nulla: alle loro chiamate nessuno dei 18 ha risposto e nessuno del gruppo risultava che avesse telefonato a parenti o amici. Quattordici di quei ragazzi erano originari di Guelma, una città situata a circa 50 chilometri dal mare, nel nord est dell’Algeria. Altri 4 di Annaba (Bona), un grosso porto peschereccio. La partenza è avvenuta però da Chetaibi, un borgo marinaro situato a poche decine di chilometri dalle due città, il giorno 14. Prima di segnalare la scomparsa, lanciando un appello di ricerca alle autorità algerine ed europee,  le famiglie hanno lasciato passare una settimana, sempre nella speranza che qualcuno si mettesse in comunicazione. Generalmente le barche di “harraga” che salpano da questa zona puntano verso la Sardegna, molto più vicina della Spagna. Le ricerche sono state indirizzate dunque verso l’Italia e la Tunisia, senza trascurare comunque la stessa Algeria e la Spagna. La mattina del 29 febbraio si è avuta poi la conferma del naufragio: i tre corpi trovati sulla spiaggia di Biserta apppartengono a tre dei 14 giovani di Guelma, dove sono stati trasferiti per l’inumazione nel cimitero di Oude El Maiz: Chnina Khalil, 26 anni; Benmrabet Bilal, 29 anni; Benlaaredj Abdelhamid, 28 anni. Sono state disposte ricerche per tentare di recuperare anche i corpi delle altre vittime.

(Fonte: El Watan, Observalgerie, Liberte Algerie, Pro Mediasdz.com).

Libia (Tripoli), 1 marzo 2020

Un giovane profugo eritreo è morto e numerosi altri, di varie nazionalità, sono rimasti feriti o intossicati in un violento incendio scoppiato prima dell’alba in una dei capannoni-prigione del centro di detenzione di Al Zintan, nei sobborghi di Tripoli. Non è chiaro come si siano sviluppate le fiamme. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di un fatto accidentale. Gli stessi detenuti, appena si sono accorti del pericolo, hanno cercato di intervenire con mezzi di fortuna, ma il fuoco si è sviluppato rapidamente, in piena notte, investendo gran parte del locale, dove erano ammassate decine di persone e saturandolo di fumo. L’unica via di salvezza è stata quella di trovare il modo di uscire. La struttura è andata quasi completamente distrutta. Quando l’incendio è stato finalmente domato è stato rinvenuto il corpo senza vita della vittima: è probabile che il giovane fosse nella zona più vicina al nucleo dell’incendio e non sia riuscito a fuggire. I medici dell’Oim, intervenuti per i soccorsi, hanno contato oltre una cinquantina tra intossicati e feriti.

(Fonte: Oim Libya, Address Libya, siti web Sally Hayden e Safa Msehli)

Grecia (Lesbo), 2 marzo 2020

Un bambino siriano di cinque anni è annegato nel naufragio di un gommone carico di profughi avvenuto a breve distanza dall’isola di Lesbo, a causa delle manovre messe in atto da una motovedetta greca per impedire che raggiungesse la riva. La Guardia Costiera ha diffuso la notizia che il ribaltamento a cui è seguito il naufragio sarebbe stato provocato dagli stessi profughi per costringere l’equipaggio della motovedetta a recuperarli in mare e a sbarcarli poi sull’isola, in territorio europeo. Ma si tratta di una versione inverosimile, smentita peraltro dalle dichiarazioni dei profughi e da una serie di video diffusi dalla Guardia Costiera turca che testimoniano la brutalità delle manovre dissuasive attuate nei confronti dei battelli di profughi che arrivano dalla costa anatolica. In uno dei filmati, in particolare, una motovedetta contrassegnata dal numero 605 e dalla scritta Diminiko Soma sulla fiancata, solleva più volte onde molto alte passando accanto a un gommone bianco stracarico e da bordo un uomo in divisa spara una raffica di mitra a breve distanza dallo scafo. La manovra di respingimento è compleata dall’intervento di un’altra unità greca, un battello pneumatico d’altura, che sperona il gommone. Una manovra del genere sarebbe stata effettuata contro il battello dov’era il bambino poi annegato, partito dalla Turchia con 48 profughi, quasi tutti siriani, e arrivato nelle acque territoriali greche sotto la sorveglianza a distanza di un guardacoste turco, il cui equipaggio ha poi assistito a tutta l’operazione di dissuasione conclusasi tragicamente. I naufraghi sono stati tutti recuperati ma due bambini sono apparsi subito in condizioni molto gravi per sintomi di annegamento. Portati all’ospedale di Lesbo, uno si è lentamente ripreso, ma l’altro i medici non sono stati in grado di rianimarlo: probabilmente era già morto quando è giunto al pronto soccorso.

(Fonti: Reuters, Associated Press, Hurriyet Daily News, Ana Mpa, Ekathimerini, Agenzia Ansa, Repubblica, Al Jazeera)

 Grecia-Turchia (Ipsala frontiera dell’Evros), 2 marzo 2020

Un profugo siriano è stato ucciso alla frontiera dell’Evros da un proiettile sparato dalla polizia greca. Si chiamava Mohamad al Arab’s, aveva 22 anni, era sposato da poco ed era noto sul web con il nickname di Abu Emad. La tragedia è avvenuta durante uno dei numerosi tentativi attuati da migliaia di profughi di superare la linea di confine tra Turchia e Grecia, al posto di frontiera di Ipsala, in territorio turco. Per bloccare e disperdere la folla, le forze di sicurezza greche hanno lanciato numerosi lacrimogeni e fatto uso contemporaneamente di armi da fuoco caricate con pallottole non letali, ma che possono essere molto pericolose se, mirate ad altezza d’uomo, colpiscono organi vitali. Così, secondo i testimoni, è accaduto a Mohamed, che è stramazzato a terra esanime, perdendo copiosamene sangue dal naso e dalla bocca, senza più riaversi nonostante i tentativi di soccorso di altri giovani che gli erano accanto. Quando la notizia è stata diffusa dall’agenzia Reuters (informata da due funzionari di polizia turchi), il vicepremier greco Stelio Petsas, via twitter, la ha definita un falso, ma è stato subito smentito dalla pubblicazione, sempre su twitter, di due drammatici filmati girati con dei cellulari, nei quali si vede il ragazzo sanguinante e ormai agonizzante. Per di più, sulla base di accertamenti successivi, è emerso che lo scontro in cui il ragazzo è rimasto ucciso sarebbe avvenuto in territorio greco e non turco: la polizia avrebbe sparato prima in aria e poi ad altezza d’uomo, colpendo Mohamad alla gola. Il suo corpo, come si vede in un filmato diffuso anche questo sul web, sarebbe stato poi riportato indietro dai compagni, dall’altra parte del fiume Evros, con una piccola barca. La conferma definitiva della morte di Mohamad è arrivata nel primo pomeriggio grazie alla giornalista Jenan Moussa, di Arabic Al Aan Tv, che si è messa in contatto con i familiari della vittima, ad Aleppo. E’ emerso così che Mohamad era fuggito in Turchia da Aleppo nel 1995, ha vissuto per quasi cinque anni ad Istanbul, lavorando in un calzaturificio e domenica si è messo in cammino verso la frontiera dell’Evros, insieme a migliaia di altri profughi, per raggiungere uno Stato dell’Unione Europea dove rifugiarsi. Nella stessa serata del 2 marzo i familiari hanno raggiunto Istanbul per prendersi cura della salma.

(Fonti: Reuters, siti web di Jenan Moussa e Clark Yektani, Hurriyet Daily News)

Grecia-Turchia (Kastanies, frontiera dell’Evros), 4 marzo 2020

Un uomo ucciso e cinque feriti dai colpi di arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza greche per impedire a centinaia di profughi e migranti di varcare la linea di confine dell’Evros, tra la Turchia e la Grecia. La vittima, identificata alcuni giorni dopo, è un pachistano di 42 anni, Muhammad Gulzar’s. Il grosso gruppo di migranti, composto in massima parte da uomini di giovane età, si era radunato vicino al posto di frontiera di Kastanies, dopo aver trascorso verosimilmente la notte nei boschi della zona. Si era fatto giorno da poco quando hanno cominciato a muoversi tutti insieme verso il confine. La polizia greca, rafforzata dall’esercito, ha risposto sparando fumogeni, gas lacrimogeno, bombe assordanti ed esplodendo numerose raffiche: secondo le fonti greche, solo proiettili di gomma non letali ma, secondo i migranti e alcuni agenti della polizia turca, anche proiettili atti ad uccidere. Sta di fatto che nel rapporto delle autorità turche si parla di un morto e 5 feriti. I sei giovani sono stati colpiti 3 alle gambe, uno alla regione inguinale, uno alla testa e il sesto al petto. A riportarli indietro dalla linea di frontiera sono stati i compagni e subito dopo alcune ambulanze li hanno trasferiti al Trakya University Medical School Hospital, a Edirne. Ed è appunto all’ospedale universitario che poco dopo è mortoMuhammad Gulzar’s, colpito al petto. La notizia è stata comunicata ufficialmente dal gabinettto del governatore di Edirne, Ekrem Canalp. Il vicepremier greco Stelio Petsas l’ha subito definita una “fake news” (così come aveva fatto per la morte del giovane siriano ucciso lunedì nella stessa zona) ma, a differenza delle fonti turche, non ha fornito particolari a sostegno della sua versione. Di contro la notizia dei ferimenti è suffragata, oltre che dal racconto dei compagni della vittima e dalle dichiarazioni del direttore dei servizi d’emergenza della clinica universitaria, Burak Sayhan,  da un filmato girato con un cellulare nel quale si vedono almeno due o tre gruppi di ragazzi che si allontanano di corsa dalla linea di confine, in direzione del posto di frontiera turco, con coperte e teli usati come barelle per trasportare delle persone in apparenza prive di conoscenza. Alcuni cronisti dell’agenzia Reuters, inoltre, hanno confermato che, poco dopo, sono arrivate sul posto e poi ripartite almeno quattro ambulanze dopo aver caricato delle persone. Altri cronisti presenti sul lato greco del confine hanno testimoniato di aver visto la polizia esplodere numerosi colpi di arma da fuoco, pur senza essere in grado di precisare se si trattava di proiettili di gomma o letali. La stampa greca si è limitata, in genere, a citare il dispaccio della Reuters su “una persona ferita” trasportata da alcuni migranti, aggiungendo che “non è chiaro come sia stata colpita”.

(Fonti: Associated Press, Anadolu Agency, Daily Sabah, Hurriyet Daily News, Ekathimerini, Repubblica, Al Jazeera).

 Algeria (Terga, provincia di Ain Temouchent), 4 marzo 2020

Un corpo senza vita è stato portato dal mare sulla spiaggia di Terga, nella provincia di Ain Temouchent, ovest dell’Algeria. A dare l’allarme, in mattinata, sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la gendarmeria. La Protezione Civile hs poi provveduto al recupero, trasferendo la salma all’obitorio dell’ospedale. A giudicare dallo stato di conservazione, il cadavere deve essere rimasto in acqua per diversi giorni. Non si sono trovati elementi utili per l’identificazione: si è stabilito solamente che deve trattarsi di un uomo di 25-30 anni. L’ipotesi più accreditata è che siano i resti di un migrante, annegato durante il tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Spagna. Da questa zona, infatti, le barche degli “harraga” puntano verso l’arcipelago delle Baleari o verso le coste di Cartagena, nella regione di Murcia.

(Fonte: Liberte Algerie)

Tunisia (Al Haouaria), 11 marzo 2020

Quattro migranti morti e 16 dispersi in un naufragio al largo di Al Haouria, nell’estremo nord est della Tunisia. Non risulta che ci siano superstiti. Le venti vittime erano a bordo di una barca in legno, a quanto pare un vecchio battello da pesca, partito dalle coste del governaorato di Nabeul, probabilmente dai dintorni della stessa Al Haouria, diretto verso la Sicilia. A far scattare l’allarme è stata la richiesta di aiuto lanciata da qualcuno dei migranti a bordo e captata dalla Guardia Costiera tunisina. Si ignorano le circostanze preecise della tragedia. Sta di fatto che quando le prime unità della Guardia Costiera e della Marina tunisina sono giunte sul posto, il battello era già affondato. I soccorritori hanno individuato e recuperato quattro corpi senza vita. Nessuna traccia degli altri 16 naufraghi. Le ricerche si sono protratte fino a notte. Secondo la stampa locale la maggior parte delle vittime sarebbero migranti algerini: probabilmente 18. Gli altri due, invece, giovani tunisini.

(Fonte: Tunisi webdo, African Manager, Agenzia Nessma, siti web Alarm Phone e Sergio Scandura)

Marocco (Larache, costa atlantica), 12 marzo 2020

Tre morti (due donne e un bimbo) e 5 dispersi nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo delle coste del Marocco, in Atlantico, all’altezza di Larache, 86 chilometri a sud di Tangeri. Il battello, uno zodiac, è partito proprio dalla zona di Larache, puntando verso lo stretto di Gibilterra e il golfo di Cadice. A bordo erano in 47, la maggior parte provenienti dal Senegal o dalla Guinea. La tragedia si è verificata dopo poche miglia di navigazione, di fronte alla spiaggia di Sidi Bouksibate: il motore è andato in panne e il battello, rimasto in balia del mare e sovraccarico, si è rovesciato. I soccorritori hanno tratto in salvo 39 naufraghi e recuperato tre corpi senza vita. Nessuna traccia degli altri 5 migranti. I sopravvissuti – ha riferito la Ong marocchina Association Pateras – sono stati arrestati dalla gendarmeria marocchina. Era dal 2014 che non si verificavano partenze di barche di migranti dalle coste di Larache: secondo la stessa Ong, è la conferma che, con il blocco sempre più stretto delle coste mediterranee del Marocco, i trafficanti stanno rilanciando la rotta atlantica, sia verso le Canarie che l’Andalusia.

(Fonte: Liberation, Alarm Phone Marocco) 

Geecia-Turchia (Kastanies, frontiera dell’Evros), 16 marzo 2020

Sono 3 i profughi uccisi da colpi di arma da fuoco sparati dalle forze di sicurezza greche alla frontiera dell’Evros, zona di Kastanies, durante il tentativo di ingresso in massa dalla Turchia da parte di centinaia di disperati dopo che Ankara ha tolto il blocco ai confini. A Mohamad al Arab’s, il giovane siriano colpito a morte il 2 marzo e al pachistano quarantaduenne Muhammad Gulzar’s, deceduto subito dopo il ricovero nell’ospedale di Edirne il giorno 4, se ne è aggiunto un altro, uno dei feriti ricoverati nello stesso ospedale. La notizia circolava da giorni ma è stata ufficializzata il 16 marzo da Ali Cengiz Kalkan, il direttore generale della sanità della provincia di Edirne. Non è chiaro se si tratti di uno dei 5 feriti ricoverati il giorno 4 insieme al giovane poi deceduto o di un altro dei 13 feriti più gravi presi in cura all’ospedale universitario in seguito agli scontri dei giorni successivi alla frontiera. Ali Cengiz Kalkan ha anche precisato che in totale sono stati curati a Edirne 213 profughi feriti. La nota è stata diffusa dalle autorità turche in seguito alla decisione dei familiari delle tre vittime e di 25 richiedenti asilo feriti di rivolgersi alla Corte Europea per i Diritti Umani contro il Governo di Atene, con l’assistenza della Union of Turkish Bar Association, una organizzazione di giuristi con sedi nelle principali città della Turchia.

(Fonte: Anadolu Agency, edizioni del 16 e del 17 marzo)  

Grecia (Lesbo), 16 marzo 2020

Una bambina di sette anni è morta nel furioso incendio che ha devastato una parte del centro di accoglienza profughi di Moria, sull’isola di Lesbo. Il fuoco si è sviluppato, per cause non accertate, nella zona del campo dove sono situati i container alloggio per le famiglie di migranti in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata. Il forte vento lo ha esteso rapidamente a numerosi alloggi (container e tende) che a causa del forte sovraffollamento (20 mila ospiti a fronte di 3 mila posti previsti) sono a strettissimo contatto. Molti sono rimasti feriti o intossicati. Il corpo senza vita della bambina è stato trovato tra i pochi resti carbonizzati di un container, dopo che i pompieri hanno domato il rogo. Dei feriti si è occupato l’ambulatorio di Medici Senza Frontiere che opera all’esterno del campo. Un incendio analogo si è sviluppato a Moria nel settebre 2019 e appena due mesi fa un altro è divampato nel campo profughi di Kara Tepe.

(Fonte: The Guardian, Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere, Associated Press Grecia, Corriere della Sera, Ekathimerini) 

Libia (Bani Walid), 16 marzo 2020

I cadaveri di 3 migranti subsahariani sono stati trovati alla periferia di Bani Walid, la città del distretto di Misurata, circa 160 chilometri a sud est di Tripoli, dove ha sede uno dei più tristemente famosi centri di detenzione per migranti. Ad avvertire la polizia è stato un abitante della zona di Wadi Suf Al-Jim, nei sobborghi meridionali della città. I corpi pare fossero semisepolti e, a giudicare dallo stato di conservazione, la morte delle tre vittime deve risalire a qualche giorno prima della scoperta. Su disposizione della magistratira locale, le salme, recuperate da operatori della Salam Relief and Charitable Society, sono state trasferite nelle celle frigorifere dell’obitorio dell’ospedale di Bani Walid per le indagini. Su quello che restava degli abiti non sono stati trovati documenti o altri elementi utili per l’identificazione. Sia la polizia che la Procura e gli stessi operatori della Salam Relief, tuttavia, sono arrivati alla conclusione che deve trattarsi di tre giovani subsahariani morti in circostanze sconosciute.

(Fonte: Libya Observer)

Marocco-Spagna (Dakhla, rotta delle Canarie), 26-27 marzo 2020

Un morto e 21 dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti subsahariani al largo delle coste del Marocco, all’altezza dell’ex Sahara Spagnolo. Solo sei i superstiti. Si tratta di uno degli undici battelli che – stando a quanto risulta alla Ong Caminando Fronteras – sono partiti tra il 26 e il 30 marzo dalla zona che va da Dakhla (Dajla) ad Al Aajum. La tragedia è avvenuta tra il 26 e il 27 marzo 17 miglia a ovest di Dakhla. A dare l’allarme sono state due barche di pescatori, le uniche poi intervenute per i soccorsi. La prima ha tratto in salvo 3 naufraghi, l’altra 4 tra i quali una donna che è però deceduta poco dopo lo sbarco nel villaggio di Lassarga, a sud di Dakhla. I superstiti sono stati presi in consegna dalla gendarmeria. Tra le vittime potrebbe esserci la madre di una bambina subsahariana di 7/8 anni, di nome Mace, arrivata il 30 marzo a Gran Canaria, dopo 4 giorni di navigazione nell’Atlantico, su una barca partita dalla stessa zona del Sahara Occidentale. Nessuno della trentina di migranti che erano a bordo ha saputo spiegare come la piccola sia salita con loro e meno che mai fornire indicazioni sulla donna. Mace stessa ha detto soltanto che sua madre è morta e suo padre vive a Parigi. Nient’altro: nulla sulle circostanze della morte della madre, nulla sul suo imbarco, nessun elemento sul nome e sul recapito preciso del padre, ammesso che sia davvero a Parigi. Non è da escludere che la madre fosse su una delle barche che non sono riuscite a raggiungere le Canarie, forse proprio su quella affondata. Al momento della partenza, infatti, i trafficanti avrebbero diviso i migranti alla rinfusa, costringendo a salire su barche diverse membri della stessa famiglia o dello stesso gruppo. Nella confusione della partenza, cioè, Mace forse è stata costretta a prendere una barca diversa da quella della madre e la donna,  separata dalla figlia, potrebbe poi essere scomparsa nel naufragio al largo di Dakhla. A meno che la donna non sia morta prima dell’imbarco e che i trafficanti abbiano comunque caricato la piccola su uno dei battelli in partenza. Mace, che non ricorda bene neanche la sua età esatta, non è stata in grado di fornire nessuna informazione utile: neanche se sua madre è andata con lei fino alla barca e poi le hanno separate. Sta di fatto che di sua madre non si ha traccia: nessuno delle decine di profughi arrivati alle Canarie tra il 27 e il 31 marzo la ha mai vista né ha saputo fornire qualche informazione.

(Fonti: Rapporto Oim 6 aprile, 2M.ma, Assabah, El Diario edizioni dal 30 marzo al primo aprile, La Voz de Galicia)

Algeria (Sidi Medjdoub, Mostaganem), 30-31 marzo 2020

Tre migranti sono morti in un naufragio al largo delle coste dell’Algeria nord-occidentale. Altri 13 sono stati tratti in salvo dalla Guardia Costiera. Sono tutti giovani subsahariani, ma di differenti nazionalità. La barca, un piccolo natante in legno, era partita la sera del 30 marzo dalla zona di Mostaganem, uno dei punti di imbarco più frequenti sulla rotta verso Cartagena e la provincia di Murcia, in Spagna. Il naufragio è avvenuto a non grande distanza dalla riva, ma in  piena notte, all’altezza della spiaggia di Sidi Medjdoub (Kharouba). I soccorsi sono arrivati dalla Guardia Costiera e dalla Marina algerina, allertate da una richiesta di aiuto lanciata dai migranti stessi prima di affondare. I primi naufraghi sono stati avvistati poco dopo le due del mattino del giorno 31. Prima dell’alba ne sono stati tratti in salvo 13. Le ricerche successive hanno condotto al recupero di tre corpi senza vita. Sia i superstiti che le salme sono stati sbarcati nel porto di Mostaganem.

(Fonti: Liberte Algerie, Le Quotidien d’Oran)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 3 aprile 2020

Non si ha più traccia di una donna siriana da quando ha tentato di passare la frontiera tra la Turchia e la Grecia nella zona di Kastanies. La notizia è emersa da un rapporto pubblicato il 3 aprile da Amnesty International sulle violenze e le uccisioni al confine dell’Evros, ma la scomparsa risale all’inizio di marzo, quando la decisione di Ankara di “aprire i confini” verso l’Europa ha spinto migliaia di profughi, in prevalenza siriani, afghani e pakistani, verso la Grecia passando dalla provincia turca di Edirne. “La donna – denuncia Amnesty – è scomparsa ed è probabilmente morta dopo che lei e il marito erano stati divisi dai sei figli mentre cercavano di attraversare l’Evros, a sud di Edirne. Il marito ha dichiarato di averla persa di vista dopo che i soldati greci hanno aperto il fuoco contro di lei mentre stava cercando di raggiungere i figli che erano approdati sulla riva greca del fiume”. In seguito, sempre secondo il racconto fatto ad Amnesty, l’uomo e i suoi figli “sono sati trattenuti per quattro o cinque ore, durante le quali li hanno denudati e derubati di tutto ciò che avevano. Poi sono stati riportati verso il fiume, caricati su una barca di legno e riportati insieme ad altri sulla sponda turca”. Da allora l’uomo non ha saputo più nulla della moglie, nonostante le ricerche condotte personalmente e nonostante si sia rivolto ad alcuni avvocati sia in Grecia che in Turchia.

(Fonte: Rapporto Amnesty International 3 aprile, Daily Sabah edizione del 4 aprile)

Marocco-Spagna (Tan Tan, rotta atlantica), 3 aprile 2020

Quarantuno vittime (39 dispersi e due cadaveri recuperati) nel naufragio di un gommone carico di migranti subsahariani rimasto per circa due giorni alla deriva, al largo delle coste atlantiche del Marocco. L’allarme è scattato la mattina di venerdì 3 aprile, quando la Ong Caminando Fronteras ha ricevuto una disperata chiamata di soccorso: uno dei migranti ha segnalato che lo scafo stava imbarcando acqua ed era ormai quasi ingovernabile, precisando che a bordo erano in 62, di cui 36 uomini, 22 donne e 4 bambini. A quell’ora il battello era già da ore in mare, il che fa ritenere fosse partito giovedì 2 aprile, quasi certamente da uno dei porti più meridionali dell’ex Sahara Spagnolo, diretto verso le Canarie. La Ong ha girato la segnalazione di emergenza sia al Salvamento Maritimo spagnolo che alla Marina Imperiale marocchina. Ne è nata una operazione di ricerca congiunta nella quale il comando marittimo delle Canarie ha mobilitato un aereo da ricognizione, il Sasemar 103, e la salvamar Al Nair, partita da Lanzarote, distante circa 200 chilometri dal tratto di mare indicato nella richiesta di aiuto. Nella tarda mattinata il battello è stato individuato dal Sasemar 103 circa 13 miglia al largo del Marocco, all’altezza di Tan Tan, nella provincia di Guelmin Oued: l’aereo era al limite dell’autonomia ma, prima di rientrare, ha lanciato in acqua un canotto di salvataggio e segnalato con precisione il punto mare. Lo ha sostituito un altro aereo da ricognizione, partito da una base dell’aeronautica militare spagnola delle Canarie, che quando è giunto sul posto ha constatato che nel frattempo era arrivata una motovedetta della Marina marocchina. E’ stata questa unità, appunto, a concludere i soccorsi, ma nel fattempo il gommone era affondato: sono stati tratti in salvo 21 naufraghi e recuperati due corpi senza vita. Scomparsi in mare gli altri 39 migranti. Secondo le autorità spagnole a bordo del battello naufragato sarebbero stati in 42, per un totale dunque di 19 dispersi. La Ong, dopo ulteriori controlli, ha però ribadito che, secondo la segnalazione dei naufraghi stessi, alla partenza erano in 62, confermando così che le vittime sono complessivamente 41.

(Fonte: siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras, El  Diario, La Provincia).

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 8 aprile 2020

Un profugo afghano di appena 16 anni è morto nel campo di Moria, a Lesbo, per le ferite riportate in una violenta lite con altri giovani profughi. Allo scontro, avvenuto all’esterno del centro accoglienza, nei pressi dell’ingresso, avrebbero preso parte almeno cinque o sei persone. A colpire il ragazzo sarebbe stato un giovane di 20 anni. Quando, gravemente ferito, il sedicenne si è accasciato a terra, lo hanno portato d’urgenza all’ospedale ma è morto ancora prima di arrivare al pronto soccorso. Quanto ai motivi, vanno ricercati – secondo ciò che hanno riferito vari gruppi umanitari e le stesse autorità greche – nello stato di grave tensione che si vive all’interno del campo che, costruito con una disponibilità di meno di 3 mila posti, ospita in condizioni di estremo disagio oltre 20 mila persone, sicché basta un nulla per scatenare liti e scontri spesso violenti. Il ragazzo ucciso viveva da mesi a Moria insieme alla famiglia ed era in attesa che la sua richiesta di asilo venisse esaminata e, nel frattempo, di essere magari spostato in una sistemazione abitativa più adatta, nella Grecia continentale.

(Fonte: Ekathimerini)

Libia (Tripoli), 10 aprile 2020

Sei migranti annegati o dispersi in mare poco prima e/o durante gli interventi della Guardia Costiera libica per bloccarli nel Mediterraneo e ricondurli in Libia. Lo hanno denunciato alcuni compagni delle vittime agli operatori di Alarm Phone che li hanno contattati dopo il respingimento. Secondo l’Oim e la stessa Guardia Costiera sono oltre 500 le persone respinte in Libia fra il 7 e il 10 aprile. Di queste, 277 solo nelle tre ultime operazioni, condotte dalla Ras Jadar, prima della decisione della Libia di chiudere i porti per la pandemia di coronavirus, sulla scia dei decreti analoghi firmati da Italia e Malta. Tutti i migranti intercettatio dalla Ras Jadar (una delle navi donate dall’Italia alla Libia) sono rimasti intrappolati a bordo, nel porto di Tripoli, per almeno due giorni, a quanto pare proprio in seguito al blocco dei porti. Dalla Libia non sono filtrate notizie, ma Alarm Phone ha comunque riportato la testimonianza sulle sei vittime nel rapporto pubblicato l’undici aprile.

(Fonte: rapporto Alarm Phone 11 aprile, sito Libyan Coast Guard 10 aprile)

Malta-Italia (Trenta miglia al largo di Lampedusa), 11-15 aprile 2020

Dodici vittime (5 morti e 7 dispersi) su un gommone con 63 profughi a bordo, rimasti in balia del mare, senza soccorsi, per cinque giorni. Il battello era partito nel tardo pomeriggio di giovedì 9 aprile da Garabulli, circa 60 chilometri a est diTripoli, puntando verso Malta o Lampedusa. Ha navigato per tutta la giornata di venerdì 10 fino a quando, sabato 11, ha lanciato  una prima richiesta di soccorso raccolta da Alarm Phone. In quel momento era nelle acque della zona Sar maltese. La Ong ha allertato sia La Valletta che Roma, sollecitando i soccorsi. Solleciti analoghi si sono succeduti per l’intera giornata di sabato e nella mattinata di domenica, perché le telefonate che arrivavano dal gommone si facevano sempre più drammatiche. L’ultimo contatto è stato stabilito alle 14,34 di domenica 12. Poi silenzio assoluto e nessun’altra traccia fino a quando, nella notte tra lunedì 13 e martedì 14 aprile, in un’orario compreso tra le 0,44 e le 4 del mattino, il gommone è stato avvistato da un cargo portoghese, Ivan, partito da Khoms e diretto a Genova, che non ha potuto tuttavia organizzare un intervento di recupero a causa delle difficoltà di manovra dovute al mare molto mosso e alla mole stessa della nave. Avvertita la centrale operativa di Malta, il cargo è rimasto in zona fino a quando da La Valletta è arrivata la comunicazione che era stata interessata un’altra nave per i soccorsi. Vedendolo a breve distanza, pressoché immobile, però, tre profughi hanno tentato di raggiungerlo a nuoto: “Sono scomparsi nel buio e non li abbiamo più visti”, hanno riferito i compagni. A questa tragedia si è aggiunta quella di altri quattro giovani che, non vedendo arrivare soccorsi, presi dalla disperazione si sono gettati in mare, scomparendo a loro volta. Nelle ore precedenti, inoltre, cinque che avevano perso conoscenza sono morti per ipotermia e sfinimento. I soccorsi sono arrivatio solo dopo le 5 del mattino da parte di una nave commerciale, che ha preso a bordo i 51 superstiti e i 5 corpi ormai senza vita. Sia i naufraghi che i cadaveri sono stati poi trasferiti su una unità più piccola, forse un peschereccio d’altura, che ha sbarcato tutti nel porto di Tripoli nella tarda mattinata di mercoledì 15. I supersiti sono stati rinchiusi nel centro di detenzione di Tarek al Sika, nei sobborghi di Tripoli. Si tratta di 40 uomini (33 eritrei e 7 sudanesi), 8 donne (6 eritree e 2 sudanesi), un bimbo e una bimba eritrei e un bambino sudanese. I giovani trovati morti sul gommone sono Filmon Desale, Debessai Russiom, Nahom Mehari, Filmon Haftu, tutti eritrei, e Kudus, etiope. I 7 dispersi, tutti eritrei, Hidru Yemane, Filmon Mengesteab, Mogos Tesfankiel, Hiruy Yohannes, Hizkiel Erdom, Tesklay Kinfu, Umer Seid. Gli eritrei sono in massima parte originari di Adi Tekelezan, un villaggio nei pressi di Asmara. Nelle settimane precedenti l’imbarco erano detenuti a Zawija. Hanno raggiunto Tripoli in seguito alla pandemia di coronavirus e proprio a Tripoli, appunto, hanno trovato i contatti per un imbarco verso l’Europa, raggiungendo Garabulli solo negli  ultimi  giorni.

(Fonte: rapporti giornalieri e relazione Alarm Phone, Malta Today, Times of Malta, Repubblica, Avvenire, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Rapporti Oim e Unhcr)

Grecia (Chios, campo di Vial), 17-18 aprile 2010

Una migrante irachena di 47 anni, malata e in attesa da mesi che la sua richiesta di asilo venisse esaminata, è morta il giorno dopo essere stata dimessa dall’ospedale e rimandata nel campo profughi di Vial, a Chios, dove viveva con il marito. Secondo le testimonianze di altri profughi, raccolte da volontari che collaborano con la Ong Are You Syrious, la donna, sofferente di cuore, era stata ricoverata il giorno 16 in seguito a una grave crisi cardiaca, con bradicardia e aritmia. I medici, oltre a prescriverle alcune medicine, l’hanno sottoposta al test per il coronavirus, poiché aveva alcune linee di febbre. Poi, dopo circa 48 ore, l’hanno rimandata nel campo di Vial. “Qui – riferisce Are You Syrious – è stata isolata in uno dei containers esterni al campo, come forma precauzionale contro una eventuale possibilità di contagio. Una misura che l’ha impaurita provocandole un forte attacco di panico, che ha richiesto un ulteriore intervento medico per calmarla. Domenica mattina, verso le 10, lo stesso medico che l’aveva assistita sabato è tornato per un controllo, ma alle 12, quando il marito è andato a trovarla, la ha torvata morta”. La magistratura ha disposto un’autpsia ma poche ore dopo, la notizia della morte della donna, ha provocato, tra le migliaia di profughi ospiti del campo, una protesta contro le condizioni di vita nel centro di accoglienza, ritenute quanto meno una concausa del decesso della donna. La manifestazione è via via cresciuta di tono, fino a diventare una vera e propria rivolta, con l’incendio di numerose tende, container, auto e strutture di servizio.

(Fonte: Are You Syrious, The Guardian, The Straits Time)

Grecia (Komotini), 24-25 aprile 2020

Un giovane migrante si è impiccato in una cella di sicurezza del comando di polizia di Komotini, nel nord est della Grecia. Il suo corpo inerte è stato scoperto dagli agenti quando era ormai troppo tardi. Arrestato con l’acccusa di essere implicato nel traffico di esseri umani verso la Grecia, poche ore prima del suicidio il giovane era stato riconosciuto colpevole e condannato ad alcuni anni di carcere. Di fronte ai giudici e al momento stesso dell’arresto, a quanto pare, si sarebbe sempre proclamato estraneo alle contestazioni mosse nei suoi confronti. Riferendo la notizia domenica 26 aprile il sito Are You Syrious ha ricordato anche il pesante rapporto sulle condizioni di trattamento dei detenuti, in particolare migranti, da parte delle forze di polizia greche, pubblicato dalla Commissione Europea per la prevenzione della tortura e dei trattamenti o punizioni degradanti.

(Fonte: Are You Syrios)

Turchia (Adana), 27 aprile 2020

Un giovanissimo profugo siriano è stato ucciso da un agente di polizia ad Adana, nel sud della Turchia, per non essersi fermato a un posto di blocco. Si chiamava Ali El Hamdam ed aveva poco più di 17 anni: quando gli hanno sparato si stava recando al lavoro. Tra le misure imposte per contrastare la diffusione della pandemia di coronavirus, è stato deciso un coprifuoco che vieta di uscire di casa ai giovani al di sotto dei 20 anni di età, a meno che non abbiano un permesso per lavoro o per motivi di comprovata necessità. Ali si arrangiava con piccoli lavori saltuari e irregolari, per i quali non aveva potuto chiedere alcun nulla osta. Il 27 aprile, quando è incappato in un posto di controllo volante, il suo primo istinto è stato quello di cercare di dileguarsi, temendo di dover pagare una pesante ammenda per la quale non veva il denaro. Quando lo ha visto scappare, uno dei poliziotti che avevano imtimato l’alt ha sparato per costringerlo a fermarsi, ma i colpi sono stati esplosi ad altezza d’uomo ed un proiettile ha raggiunto il ragazzo all’altezza del cuore, uccidedolo all’istante. Quando sul posto è arrivata un’ambulanza, chiamata dalla stessa polizia, non c’era ormai più nulla da fare. La notizia è subito trapelata perché un passante ha filmato tutta la fase finale della tragedia con un cellulare. La polizia ha parlato di “incidente” e “tragica fatalità”, sospendendo dal servizio l’agente che ha esploso i colpi. Diversi gruppi umanitari e i partiti di opposizione hanno però protestato, sostenendo che “non è sufficiente solo una sospensione per un poliziotto che ha ucciso un ragazzo diciassettenne solo perché non  si è fermato a un alt”.

(Fonte: The New Arab, sito web Are You Syrious).  

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 29 aprile 2020

Un profugo somalo è morto nel campo di Moria, sull’isola di Lesbo, in seguito a una crisi cardiaca. Si chiamava Adam, aveva 30 anni: lascia la moglie e tre bambini, rimasti in Somalia. “Si sapeva che aveva gravi problemi di cuore – accusano gli amici, in particolare Abdinasir, arrivato con lui dalla Somalia – ma non ha mai ricevuto assistenza e cure adeguate”. Adam era sbarcato a Lesbo nell’ottobre 2019, proveniente della provincia di Smirne, in Turchia. Durante i mesi trascorsi nel centro accoglienza, alloggiato in una tenda di fortuna, ha avuto ben tre “attacchi di cuore”. Ogni volta, dopo un breve ricovero nell’ospedale di Mitilene, è stato rimandato al campo dove, in attesa che la sua richiesta di asilo venisse esaminata, ha trascorso tutto l’inverno, sempre nel riparo precario della stessa tenda. “In condizioni pesantissime: temperature sotto lo zero, piogge torrenziali, servizi igienici ridottissimi, acque fredda, file per il cibo, persino attacchi degli estremisti di destra locali”, hanno denunciato gli amici, convinti che proprio questi disagi estremi abbiano stroncato o comunque contribuito a stroncare la vita di Adam, morto la mattina del 29 aprile vicino alla sua tenda. “Adam – insiste Abdinasir – aveva decine di documenti rilasciati dai medici che attestavano la sua grave patologia. Con tutti questi incartamenti siamo andati ripetutamente alla Reception /(le autorità greche addette all’immigrazione: ndr). L’hanno sempre ignorato…”.

(Fonte: Avvenire, sito web di Giovanni Cusumano).

Bosnia (Sarajevo), 3 maggio 2020

Un profugo curdo è morto nell’ospedale universitario di Sarajevo in seguito alle ferite riportate in un tafferuglio scoppiato il 28 marzo nel centro accoglienza di Hajij. Si chiamava Ahmed Mahmoud Omar, aveva 53 anni: insieme alla moglie e a due figli, viveva da più di dieci mesi nel campo, in attesa di poter proseguire il viaggio lungo la “rotta balcanica” per chiedere asilo nell’Unione Europea. Non sono chiare le circostanze e chi, in particolare, abbia procurato ad Ahmed le lesioni che ne hanno poi provovcao la morte. Secondo il rapporto ufficiale dell’Unhcr Bosnia, dell’Oim e del Danish Refugee Council Bosnia a colpirlo, nel contesto di una zuffa con dei profughi pachistani, sarebbe stato qualcuno dei contendenti. Questa versione è però contestata da Lagkadikia Camqu Hama, un attivista per i diritti umani, il quale nel suo sito facebook riferisce invece che l’uomo sarebbe stato ripetutamente colpito alla testa, anche dopo che era a terra, da  un agente dei servizi di sicurezza, intervenuto per sedare la lite. Lagkadikia aggiunge, inoltre, che non sarebbe chiaro nemmeno il giorno in cui Ahmed è morto e che la comunicazione della sua fine sarebbe stata fatta con molto ritardo. Anche Mohammed, uno dei figli di Ahmed, ha accusato la polizia. aggiungendo di non aver mai ricevuto notizie dall’ospedale né tantomeno il permesso di visitare il padre, fino alla comunicazione della sua morte. Sull’episodio è stata aperta un’inchiesta da parte della Procura di Sarajevo.

(Fonte: sito facebook di Lagkadikia Camqu Hama e sito di Peter Van  Auweraert del Danish Refugee Council Bosnia, rapporto Are You Syrious del 4 maggio)

Spagna (Minorca), 7-8 maggio 2020

Il corpo senza vita di una donna è stato trascinato dal mare su una spiaggia di Minorca: secondo i medici è rimasto in acqua per circa due mesi ed apparteneva a una persona di età compresa tra i 20 e i 40 anni. La polizia ritiene che si tratti dei resti di una migrante annegata nel tentativo di raggiungere le Baleari dalla costa africana, seguendo una delle rotte più battute dagli harraga algerini o dai profughi subsahariani che si imbarcano nella zona di Orano. Non si ha alcune  notizia delle circostanze della morte, ma se l’ipotesi della polizia ha fondamento non è da escludere che sia la vittima di un “naufragio fantasma” e che possano esserci altre persone “desaparecidas”. La magistratura ha aperto un’indagine.

(Fonte: Uh Sucesos, sito web Sergio Scandura)

Bosnia (Velika Kladusa), 12-13 maggio 2020

Un migrante marocchino è morto la notte tra il 12 e il 13 maggio nel tentativo di entrare nel campo profughi di Velika Kladusa, in Bosnia, poco lontano dal confine con la Croazia. Si chiamava Ahmed ed aveva 28 anni. Il suo corpo senza vita è stato trovato incastrato tra le sbarre della recinzione del campo da una pattuglia del personale di sorveglianza durante un giro di perlustrazione, poco prima dell’alba. La Procura dipartimentale ha aperto un’inchiesta, affidandone la conduzione alla polizia del Cantone di Una Sana. Alcuni compagni e abitanti di Velika Kladusa hano riferito che Ahmed, arrivato al confine con la Croazia nella speranza di poter raggiungere la Germania o un altro Stato dell’Unione Europea, voleva farsi una doccia e riposare prima di tentare di passare la frontiera. Non avendo il denaro per pagarsi la notte in un albergo e temendo di essere bloccato dal servizio di sorveglianza se si fosse presentato all’ingresso principale del centro per i migranti, ha verosimilmente tentato di scavalcare la recinzione in un punto appartato e poco vigilato, ma deve aver perso l’equilibrio, cadendo e rimanendo incastrato tra le sbarre e i reticolati. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando il suo corpo ormai senza vita è stato trovato durante un normale servizio di ronda delle guardie. Per stabilire le cause esatte della morte è stata disposta l’autopsia.

(Fonte: N1 Sarajevo, rapporto Are You Syrious)

Libia (Al Zintan), 14 maggio 2020

Un profugo eritreo, Tewelde Andom, è morto nel centro di detenzione di Al Zintan. Trentanovenne, arruolato nel 1999, è rimasto per circa vent’anni nel servizio nazionale, fino a quando ha deciso di disertare e di abbandonare l’Eritrea. Arrivato in Libia attraverso il Sudan, mesi fa è stato bloccato dalla polizia e trasferito ad Al Zintan, circa 160 chilometri a sud ovest di Tripoli, uno dei campi per migranti più duri, focolaio dell’epidemia di Tbc che tra l’ottobre 2018 e l’inizio di giugno 2019 ha ucciso almeno 22 detenuti. La morte di Tewelde, stando a quanto hanno riferito i compagni al Coordinamento Eritrea Democratica in Italia, è stata provocata dal combinarsi di vari fattori: il deperimento fisico, la mancanza di cure e le pesanti condizioni di  trattamento all’interno del centro, aggravate dalla forte ondata di calore che ha investito la Libia, con temperature che sfiorano i 40 gradi e creano nei padiglioni del centro una situazione pressoché invivibile. In Eritrea Tewelde ha lasciato la moglie e due figli ancora piccoli.

(Fonte: rapporto del Coordinamento Eritrea Democratica).  

Spagna (Melilla), 15-16 maggio 2020

Una migrante marocchina è stata trovata priva di vita nei locali dei servizi del centro di accoglienza provvisorio dove era alloggiata, nell’enclave spagnola di Melilla. Non sono chiare le cause della morte. Arrivata a Melilla alcuni mesi fa come irregolare, la donna, trentaquatttrenne, aveva trovato lavoro in nero come domestica presso una famiglia. Licenziata in seguito alla pandemia di coronavirus, si è trovata senza alloggio e senza la possibilità anche di rientrare eventualmente in Marocco a causa della chiusura delle frontiere. Come numerosi altri migranti senza dimora e senza lavoro, è stata sistemata in una struttura provvisoria allestita dal Governo spagnolo di Melilla in un’area attrezzata, con tende e container. Ed è qui, appunto, che è morta. L’allarme è stato dato da alcuni compagni che l’attendevano per la cena serale dopo la giornata di Ramadan. Non vedendola arrivare, sono andati a cercarla, trovandola riversa a terra nel locale dei bagni. Si è pensato inizialmente a un malore, ma la Procura ha ordinato un’autopsia, tanto più che è stata riscontrata una consistente emorragia dal naso e dalle orecchie. In attesa degli accertamenti, la salma è stata composta presso l’obitorio del cimitero.

(Fonti: El Faro de Melilla, rappoto Are You Syriosu)

Libia (Tripoli), 16 maggio 2020

Una bimba bengalese di 5 anni è tra le sette vittime provocate dal bombardamneto che la notte tra il 16 e il 17 maggio ha colpito un centro di raccolta per sfollati libici e migranti costretti a fuggire dall’avanzata del fronte di combattimento tra le milizie del generale Khalifa Haftar e quelle fedeli al governo di Fayez Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale. La struttura, che ospitava centinaia di persone, si trova nel distretto urbano di Furnaj. I missili e i razzi che l’hanno devastata sono stati lanciati da reparti dell’esercito di Haftar. Oltre alle sette vittime (6 libici e, appunto, la bimba bengalese migrante) si contano 17 feriti, tra i quali anche il padre e il fratellino della piccola. L’intera famiglia bengalese, arrivata in Libia da tempo passando dai paesi del Medio Oriente, è rimasta intrappolata a Tripoli dagli ultimi sviluppi del conflitto e della situazione politica, senza alcuna possibilità di tornare in Bangladesh né di cercare la salvezza verso l’Europa, se non rivolgendosi ai trafficanti per un imbarco clandestino, come accade sempre più spesso anche tra i migranti bengalesi.

(Fonte: Associated Press, News in Brief, Repubblica) 

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 18-19 maggio 2020

Un migrante pakistano di origine bengalese è morto in circostanze poco chiare dopo essere stato espulso dalla Grecia in Turchia, al confine dell’Evros. Si chiamava Mohammed Rafik: lascia la moglie e cinque figli. E’ accaduto tra il 18 e il 20 maggio ma la notizia è emersa soltanto cinque giorni dopo, quando alcuni compagni si sono rivolti al movimento antirazzista e antifascista Keerfa, accludendo anche un documento audio di migranti detenuti nei centri di Dreinesti e Drama. Mohammed, arrivato in Grecia già da qualche anno, è stato arrestato nel dicembre del 2018 ed ha trascorso in stato di detenzione circa 18 mesi nel centro di Paranesti, una piccola città del nord est della Macedonia, distretto di Drama, distante una sessantina di chilometri dal confine turco. Il 18 maggio, liberato dal carcere, avrebbe voluto raggiungere Salonicco e da qui prendere il treno per Atene, dove aveva due negozi in Acharnon street. E’ stato invece preso in consegna dalla polizia che lo ha condotto sotto scorta, con un bus speciale, insieme ad altri migranti, fino alla frontiera dell’Evros, costringendo poi tutto il gruppo a salire su una barca per raggiungere la sponda opposta. Secondo quanto ha riferito qualcuno dei compagni che erano con lui sul bus e poi sulla barca, Mohammed sarebbe morto poco dopo essere arrivato in Turchia, forse anche in conseguenza del trattamento subito nel centro di detenzione e durante l’espulsione forzata o comunque nei lunghi mesi di carcerazione. Numerosi attivisti per i diritti umani e giornalisti free lance denunciano da anni le condizioni all’interno di campi come Paranesti, Amygdaleza, Diavata o nelle stazioni di polizia e parlano di pesanti soprusi nelle fasi delle espulsioni e dei rimpatri forzati. Particolarmente pesanti, in proposito, i rapporti della Ong Border Violence Monitoring Network e di Amnesty.

(Fonte: Are You Syrious, rapporto movimento Keerfa, Infomigrants)

Italia /(Porto Empedoscle), 20 maggio 2020

Un migrante tunisino di 28 anni è annegato dopo essersi gettato dalla Moby Zazà, la nave hotsport-quarantena in cui era confinato nella rada di Porto Empedoscle. Arrivato a Lampedusa con decine di compagni, circa 48 ore prima della tragedia era stato trasferito sulla Moby Zazà, che si è poi ancorata al largo della Sicilia, secondo le disposizioni che impediscono lo sbarco dei migranti, a causa della pandemia di coronavirus, anche in eventuali strutture appositamente attrezzate per l’isolamento sanitario e il controllo. I compagni che erano con lui a bordo hanno riferito che stava vivendo “una situazione di forte stress”. Da qui, presumibilmenge, la sua decisione di abbandonare in ogni modo la nave: nonostante le condizioni proibitive del mare, con burrasca foza 5 e forti correnti, veso le 4,30 del matttino il giovane si è gettato in acqua da un’altezza di circa 15 metri e non l’hanno più visto riaffiorare. Gli stessi compagni hanno dato l’allarme, facendo scattare le ricerche, condotte da unità della Guardia Costiera e da un elicottero. Il corpo senza vita è stato trovato solo in mattinata, verso la foce del fiume Naro, a 4,8 miglia di distanza, dove è stato trascinato dalla furia del mare. Inizialmente si è parlato di suicidio, ma questa tesi contrasta con il fatto che prima di saltare il giovane si sarebbe procurato un giubbotto salvagente. Sull’episodio la Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta, affidando le indagini alla Guardia di Finanza, sotto la guida del sostituto procuratore Sara Varazi.

(Fonti: Mediterraneo Cronaca, Giornale di Sicilia, Agrigento Notizie, Ansa Sicilia).

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 22-23 maggio 2020

Un profuga afghana ventitreenne è morta a Lesbo in seguito alle gravi ferite riportate in una zuffa scoppiata la notte tra il 22 e il 23 maggio all’interno del campo per rifugiati di Moria. Colpita da una coltellata alla gola, è stata trasportata priva di conoscenza e in gravi condizioni all’ambulatorio che opera all’interno della stessa struttura di accoglienza ma è morta prima che i medici potessero intervenire. A colpirla sarebbe stata un’altra profuga afghana. Secondo gli accertamenti condotti dalla polizia, la lite finita in tragedia sarebbe nata da un banale diverbio tra famiglie. “Ma il motivo vero – denunciano alcuni attivisti di gruppi umanitari – sono le condizioni di vita all’interno del campo, che esasperano gli animi: basta un nulla per scatenare reazioni imprevedibili tra persone ammassate in oltre 20 mila in una struttura concepita per poco più di 2 mila ospiti ed estenuate dall’attesa lunghissima che la loro richiesta di asilo venga esaminata”. Anche la vittima stava aspettando da mesi di essere almeno trasferita in un centro accoglienza più adeguato nella Grecia continentale insieme alla famiglia.

(Fonte: Ekathimerini, sito web di Nawai Soufi) 

Tunisia (Thyna, governatorato di Sfax), 22-23 maggio 2020

Un morto e 6 dispersi nel naufragio di una piccola barca carica di migranti al largo della costa tunisina di Sfax. Il battello era partito, con 20 persone a bordo, la sera di venerdì 22 dalla zona di Thyna, nell’est della Tunisia, puntando verosimilmente verso la Sicilia. Aveva percorso poche miglia quando, all’altezza della località di Ras Tabia, si è capovolto. Ignote le cause precise della tragedia: probabilmente il sovraccarico e le condizioni del mare. I soccorsi sono arrivati dalla Guardia Costiera e dalla Protezione Civile di Sfax. Una motovedetta – ha precisato il colonnello Mourard Mechri, responsabile della Protezione Civile – ha recuperato 13 naufraghi ancora in vita e un cadavere. I superstiti hanno subito segnalato che mancavano 6 compagni. Nonostante le ricerche protrattesi per l’intera giornata del 23 maggio non ne è stata trovata traccia e risultano dunque dispersi in mare. Tutti i superstiti risultano originari di Sfax.

(Fonte: La press Tn, African Manager, Realites, Migrant Rescue Watch, Alarm Phone)

Libia (Tripoli), 25 maggio 2020

I corpi senza vita di due giovani subsahariani sono stati recuperati dalla Guardia Costiera libica nel corso delle quattro operazioni che hanno portato al blocco in mare e al rientro forzato in Libia di 324 migranti e profughi di varie nazionalità, tra cui 11 donne e 8 bambini. Si tratta di due sudanesi che, insieme ad altre 53 persone, erano a bordo di un gommone salpato dalla Libia tra il 23 e il 24 maggio e per il quale Alarm Phione ha lanciato una serie di Sos a partire dal pomeriggio del 24. Tutti gli interventi sono stati condotti dal Ras Jadar, uno dei patttugliatori donati dall’Italia alla Libia. Dopo lo sbarco a Tripoli i 324 migranti fermati sono stati trasferiti  in vari centri di detenzione; i due cadaveri nell’obitorio di uno degli ospedali della città. Le autorità libiche non hanno fornito informazioni né sulle circostanze della morte dei due giovani né sul recupero. E’ verosimile che i due ragazzi siano morti per ipot.ermia e sfinimento. Con questi due, salgono a 19, dal’inizio del 2000, i cadaveri recuperati dalla Guardia Costiera libica. Meno di due settimane prima di questo ritorvamento, il 13 maggio, un rapporto pubblicato dall’Oim sull’attività svolta in mare dalla Guardia Costiera dal primo gennaio 2000, si parla infatti di 17 cadaveri recuperati. Anche in questo caso, nessuna informazione da parte di Tripoli, su cause e circostanze della morte o sul ritrovamento: la relazione si limita al puro dato statistico. Qualche notizia è emersa soltanto sul cadavere recuperato sulla spiaggia di Sirte il 5/6 gennaio grazie alle informazioni diffuse dalla Mezzaluna Rossa e riprese dal Libya Observer. Vanno considerati, inoltre, i corpi dei 5 eritrei del gommone lasciato alla deriva per cinque giorni e sbarcati a Tripoli il 15 aprile. Nulla sugli altri 11, oltre ai due trovati in mare il 24/25 maggio.

(Fonti: Migrant Rescue Watch, rapporto Iom Libya del 13 maggio, Unhcr Libya, Iom Libya, Alarm Phone)

Libia (Mizdah), 27 maggio 2020

Trenta migranti sono stati uccisi per rappresaglia, mercoledì 27 maggio, da un gruppo di trafficanti, a Mizdah, una città di circa 30 mila abitanti a sud di Gharyan.  Altri 11 risultano feriti, alcuni in condizioni critiche. Ventisei dei morti provenivano dal Bangladesh; gli altri 4 dall’Africa Susahariana. L’intero gruppo di migranti pare fosse prigioniero appunto nella zona di Mazdah, distretto di Jabal al Gharbi, in pieno deserto, sulla strada che da Sabah, nel Fezzan, sale verso nord fino a Tripoli, distante circa 160 chilometri. La strage sarebbe maturata durante il trasferimento verso la costa, in vista dell’imbarco per l’Europa. Stando al comunicato del ministero degli interni di Tripoli, basato sulle prime indagini della polizia, tra i migranti e i loro “guardiani” pare sia esploso uno scontro durante il quale un libico trentenne è rimasto ucciso. La polizia ne ha fornito solo le iniziali: Y. M. A. B. A, specificando però che da tempo era sospettato di essere implicato nel traffico di esseri umani. La reazione dei familiari e dei complici del trafficante morto è stata immediata: un’autentica caccia all’uomo, che si è conclusa con 30 migranti massacrati e altri 11 feriti. Il comunicato ministeriale non aggiunge altro, salvo che le indagini e le ricerche dei responsabili già individuati delle esecuzioni sommarie sono state affidate alle forze di sicurezza dipartimentali. I feriti sono stati inizialmente tutti trasportati nell’ospedale di Zenten, ma per alcuni di loro, in condizioni disperate, si è deciso poi il trasferimento presso centri medici più attrezzati a Tripoli.

(Fonti: Associated Press, Reuters, Migrant Rescue Watch, Ministero dell’Interno del Gna, Libya Observer, Yahoo News, Rapporto Iom Ginevra, Il Fatto Quotidiano).

Bosnia (Cazin), 29 maggio 2020

I cadaveri di due migranti, uccisi a colpi di arma da fuoco, sono stati trovati dalla polizia, in Bosnia, alla periferia di Cazin, una città di 70 mila abitanti a breve distanza dal confine con la Croazia, nel cantone dell’Una Sana. Erano nei pressi di un villaggio, lungo la strada che conduce alla frontiera. Una pattuglia è intervenuta dopo che al comando era arrivata la segnalazione, fatta dadi alcuni residenti del villaggio, che erano in corso degli scontri o quanto meno dei violenti disordini tra gruppi di migranti. Quando gli agenti sono giunti sul posto c’erano ancora numerosi migranti che cercavano di aiutare due giovani stesi a terra, ma è stato subito evidente che erano entrambi ormai morti, sia pure da pochi minuti. Tutti i presenti interrogati hanno dichiarato che erano stati colpiti da altri migranti, ma non sono chiare le circostanze che hanno portato al duplice omicidio. Non è da escludere che il delitto vada inquadrato in un contrasto legato ai tentativi di passare in Croazia, dopo che nella fascia di frontiera, con la fine delle misure di contenimento adottate durante la pandemia di coronavirus, è fortemente aumentato il movimento dei migranti

(Fonte: Associated Press)

Spagna (Melilla), 31 maggio 2020

Un giovane migrante egiziano, Muhammad Yusuf, è annegato mentre tentava di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola di Melilla dal Marocco. E’ accaduto la notte del 13 marzo ma la notizia è emersa solo il 30/31 maggio, dopo che un compagno della vittima, un giovane yemenita di nome Khaled, ha lanciato l’ennesimo appello attraverso il suo sito facebook per ritrovare almeno il corpo. E’ stato lo stesso Khaled a ricostruire la tragedia ai cronisti del quotidiano El Faro de Melilla. I due giovani, che si erano conosciuti ed erano diventati amici in Marocco, sono partiti da Nador in piena notte sulla barca di uno scafista, che si era impegnato a condurli fino a Melilla. In effetti sono arrivati senza essere scoperti al largo di una delle spiagge dell’enclave, ma lo scafista li ha fatti scendere in acqua parecchio lontano, costringendoli a nuotare sino a riva. In mare i due si sono persi di vista. Khaled ha  raggiunto la costa e, fermato poco dopo, è stato trasferito al Ceti, il centro di accoglienza dove ha chiesto asilo. Inizialmente non ha avvertito la polizia del compagno, pensando che ce l’avesse fatta anche lui ad arrivare, sfuggendo anzi ai controlli. Solo in seguito, non avendone notizie, ha cominciato a preoccuparsi e ha dato l’allarme. Di Mohammad, però, non è stata trovata più traccia, nonostante le ricerche condotte anche nei giorni successivi. L’indomani dell’incidente, anzi, Khaled dice di essersi rivolto anche all’ambasciata egiziana in Marocco, senza però alcun risultato. Tutto lascia credere che Mohammad sia annegato prima dell’albadel 14 marzo e che il suo corpo sia stato trascinato via dalla corrente. Anche i familiari in Egitto, infatti, non hanno più ricevuto notizie di lui. Da quel momento Khaled ha cominciato a diffondere periodicamente degli appelli sul web per ritrovare almeno la salma. L’ultimo è quello rilanciato dal Faro de Melilla il 31 maggio.

(Fonte:. El Faro de Melilla)

Croazia (frontiera con la Slovenia), 31 maggio 2020

Un migrante marocchino di 27 anni, Yasser Bendahou Idrissi, è scomparso la notte del 31 maggio mentre tentava di attraversare a nuoto il fiume Mreznica, alla frontiera tra la Croazia e la Slovenia. La notizia è emersa una settimana dopo, il 7 giugno, quando la famiglia, non avendo più sue notizie, ha diffuso una serie di comunicati di ricerca sia sul web che rivolgendosi alle autorità e alla stampa croate e slovene. L’ultima informazione certa è che il giovane. È stato visto verso la mezzanotte del 31 maggio lungo la riva croata del Mreznica. Poi, più nulla. “Yasser era in Croazia da tempo – ha dichiarato il cugino, Oulid Cohen al quotidiano Ka Portal il 7 giugno – La scorsa settimana ha cercato di attraversare il fiume. Era con altre sei persone. Da quel momento non sappiamo più nulla. Le persone del gruppo che siamo riusciti a contattare ci hanno fornito informazioni contraddittorie e illogiche”. Sta di fatto che di Yasser la famiglia ha perso ogni traccia: nessuna comunicazione da parte sua come sarebbe stato logico aspettarsi se fosse arrivato in Slovenia, per proseguire poi  il viaggio verso un altro Stato dell’Unione Europea. Nulla neanche dopo i comunicati di ricerca diffusi dal 7 giugno in poi.

(Fonte: Ka Portal, rapporto Are You Syrious)

Niger (Intikane, regione di Tahoua), 31 maggio 2020

Due profughi maliani sono stati uccisi nel centro accoglienza di Intikane, non lontano dal comune rurale di Tillia, nella regione di Tahoua, in Niger, da un gruppo di miliziani armati. Con loro è stato giustiziato anche un rappresentante della comunità del villaggio dove sorge il campo, che ospita circa 20 mila profughi e almeno 15 mila sfollati interni nigerini. Si è trattato di una vera e propria esecuzione a freddo. Il commando – composto da circa 50 uomini arrivati in sella a grosse moto o a bordo di pick-up armati – ha preso d’assalto il campo nel pomeriggio di domenica 31 maggio, distruggendone tutte le infrastruttuire, incluse le torri dell’acqua e gli impianti di pompaggio, oltre alle antenne dei relay per le comunicazioni telefoniche e radio, isolando così completamente la zona. Le fasi più drammatioche dell’assalto sono state ricostruite dal giornalista free lance Sakis Tarnane, che ha parlato con diversi testimoni. A tutti i profughi e agli sfollati i miliziani hanno intimato di sgomberare, asserendo che erano pronti a uccidere tutti, senza alcuna differenza tra la popolazione locale leale al governo, i profughi e “i bianchi che forniscono il cibo al campo”, riferendosi certamente all’Unhcr e all’ambasciata americana che durante la pandemia di coronavirus ha messo a disposizione finanziamenti, medicinali, derrate alimentari. Poi, quasi a dar corpo alla minaccia, hanno prelevato e ucciso sul posto un rappresentante della comunità Tahoua, il presidente e  il responsabile dei servizi di vigilanza dei profughi maliani nel campo. La maggioranza dei rifugiati ha deciso di abbandonare la struttura, dirigendosi verso il villaggio di Telemces, distante 17 chilometri. L’esodo non è cessate neanche nei giorni successivi, quando a Intikane è arrivato  un reparto dell’esercito governativo. L’ambasciata americana, per parrte sua, ha confermato il suo impegno a favore dell’Unhcr e dei profughi. Non è chiaro se i terroristi siano arrivati dalla Nigeria o dal Mali.

(Fonte: Sito web Alarm Phone Sahara, Al Jazeera, comunicato stampa Ambasciata Usa).  

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 4-5 giugno 2020

Il cadavere di un migrante è stato trovato lungo il fiume Evros, che segna il confine tra la Grecia e la Turchia. Era impigliato nelle radici di un albero sull’argine destro, in territorio greco, ma a trovarlo è stata una pattuglia della polizia fluviale turca, che stava navigando lungo il fiume in un servizio di perlustrazione. La scoperta del corpo senza vita ha provocato un breve confllitto a fuoco. Secondo quanto hanno riferito le autorità turche, gli agenti della pattuglia stavano fotografando la salma e il posto, per la documentazione necessaria per il rapporto, quando contro di loro sarebbero stati sparati diversi colpi di arma da fuoco da parte di oltre 10 uomini in tuta mimetica, senza tuttavia colpire nessuno. Si sarebbe trattato, in sostanza, di spari di dissuasione e disturbo, per non farli avvicinare. La stessa pattuglia ed altri agenti dalla riva turca avrebbero allora risposto fuoco, sia pure mirando in aria. La salma è rimasta sulla riva greca.

(Fonte: Hurriyet Daily News).

Tunisia (Sfax), 4-5 giugno 2020

Sessanta migranti annegati nel naufragio di un barcone al largo della Tunisia. Morto anche il presunto scafista tunisino, sicché le vittime sono in totale 61. Il pesantissimo bilancio finale è stato comunicato sabato 13 giugno da Mourard Mechri, direttore generale della Protezione Civile di Sfax, dopo il recupero delle salme degli ultimi dispersi. Il natante, un vecchio peschereccio in legno, era partito dalla costa di Sfax la notte tra il 4 e il 5 giugno, puntando verso l’Italia. A bordo, stando ha quanto ha potuto poi appurare la polizia e incluso lo scafista tunisino, erano in 61 (non 53/54 come riferito dapprima), tutti di origine subsahariana, probabilmente ivoriana. La sciagura è avvenuta al largo dell’arcipelago delle Kerkennah, poche miglia di distanza dal porto di Sfax. Non sono chiare le cause e le circostanze precise: probabilmente  il sovraccarico e le condizioni del mare. Quando sul posto sono arrivati i primi soccorsi il barcone era già affondato da tempo. La Marina tunisina ha recuperato inizialmente i cadaveri di 20 adulti e due bambini affiorati sulla battigia o a poca distanza dalla riva dell’isola di Kraten, trasferendoli poi nelle adiacenze del piccolo porto peschereccio. Le ricerche degli altri naufraghi sono proseguite nei giorni successivi, con l’impiego anche di unità di sommozzatori. E’ emerso subito, infatti, che mancavano notizie di decine di persone, date per disperse. Tra il 7 e il 10 giugno sono stati recuperati altri 19 corpi. Tra l’undici e il 12, ancora 13. Infine, gli ultimi 8. I cadaveri sono stati via via trasportati all’obitorio dell’ospedale universitario Habib Bourguiba di Sfax, per essere sottoposti ad autopsia sotto la direzione di Samir Maatong, responsabile del dipartimento di medicina legale. Per la grande maggioranza si tratta di donne, almeno una delle quali incinta. Ci sono inoltre tre bambini piccolissimi, di età compresa tra i 2 e i 4 anni. Gli altri sono di uomini adulti. Tra questi un tunisino di 49 anni, il primo ad essere stato identificato, che forse era al timone del battello. Il 9 giugno il portavoce dei tribunali di Sfax, Mourad Turki, ha annunciato l’apertura di una inchiesta: si presume che a Sfax si siano radicate una o più organizzazioni di trafficanti che organizzato “spedizioni” di migranti verso l’Italia, sostituendo almeno in parte i tradizionali punti di partenza dalla costa a ovest di Tripoli, in Libia, come Zawiya, Sabratha e Zuwara. Le indagini sono state affidate alla polizia e alla guardia costiera.

(Fonte: Al Jazeera edizione del 12 giugno, Ansamed edizioni del 9 e 10 giugno, Agenzia Reuters, Adnkronos, The New York Times, La Presse, Iom Libya, Repubblica, Migrant Rescue Watch, sito web Angela Caponnetto dal 9 all’11 giugno, Tunisie Numerique)

Croazia (fiume Mreznica, confine sloveno), 9 giugno 2020

I corpi senza vita di due migranti sono affiorati su una sponda del fiume Mreznica, nella Croazia centrale, 70 chilometri circa a sud di Zagabria, non lontano dal confine sloveno. A giudicare dallo stato di conservazione, i due cadaveri sono rimasti in acqua molto a lungo, non meno di qualche mese. E’ stato possibile identificarne soltanto uno, un egiziano. Nessun elemento per risalire a chi sia il suo compagno. Si suppone comunque che i due siano annegati tra gennaio e febbraio e che il fiume ne abbia restituito soltanto ora le salme. Secondo la polizia, da soli o insieme ad altri profughi, il giovane egiziano e il suo compagno, dopo aver percorso tutta la Croazia provenienti dalla Bosnia, avrebbero tentato di attraversare il fiume – non si sa bene in quale punto e se a nuoto o con un canotto di fortuna – per raggiungere la vicina Slovenia, ma la corrente li ha sopraffatti e trascinati via. Nessuno si è accorto di nulla. Se avevano dei compagni, evidentemente, vedendoli sparire sott’acqua, devono aver pensato che non c’era ormai più nulla da fare. La magistratura ha comunque aperto un’inchiesta, affidando le indagini alla polizia locale.

(Fonte: Ansamed)

Libia (Zawiya), 13 giugno 2020

Cinque migranti morti e 7 dispersi in un naufragio a meno di 6 miglia dalla costa libica. Tra le vittime ci sono anche due bambini. Venti i supersiti. Il battello, un gommone di colore bianco, è partito prima dell’alba da una delle spiagge di Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli, puntando verso Lampedusa. I 32 a bordo venivano per la maggior parte da vari paesi subsahariani: Sudan, Chad, Mali, Nigeria. Qualcuno dall’Egitto. La tragedia è avvenuto dopo meno di due ore di navigazione, mentre le condizioni meteomarine stavano rapidamnete peggiorando, con una perturbazione che ha avuto il suo epicentro proprio in quelle acque. “Il battello – hanno riferito alcuni dei sopravvissuti – era in pessime condizioni. A un certo punto ha ceduto di colpo e si è rovesciato. Nessuno di noi aveva il giubbotto di salvataggio…”. I soccorsi sono arrivati da una barca di pescatori, che ha recuperato 20 naufraghi. Nessuna traccia degli altri. Totalmente assente la Guardia costiera libica. L’allarme è scattato mentre era in corso l’intervento operato dai pescatori che hanno tratto in salvo i 20 sopravvissuti. Lo ha lanciato, telefonando ad Alarm Phone, uno dei naufraghi, che ha perso la moglie nel naufragio. La centrale operativa della Ong ha diramato immediatamente richieste di aiuto e ricerca alle centrali Mrcc di Malta e di Roma, oltre che a Tripoli. Nessuno è intervenuto. Respinta anche la proposta della nave umanitaria Sea Watch 3 di poter entrare nelle acque territoriali libiche per partecipare alle ricerche. Anzi, nessuno inizialmente ha voluto fornire notizie su eventuali operazioni in corso e da Tripoli sono arrivate addirittura delle smentite. La conferma definitiva del naufragio si è avuta dai racconti dei superstiti appena sbarcati, con i quali ha preso contatto anche l’ufficio Oim di Tripoli. Tra il 15 e il 16 giugno il corpo senza vita di una delle bambine scomparse, di appena cinque mesi, è stato trascinato dal mare e recuperato da una squadra della mezzaluna Rossa sulla spiaggia di Sorman, la piccola città costiera dei pescatori che hanno salvato i 20 naufaghi sopravvissuti, nel distretto di Sabratha. Il 17 giugno sono affiorate le salme di due uomini. La quarta salma, sempre di un adulto, è stata recuperata il 20 giugno sulla costa più a ovest, verso Sabratha. Lunedì 22 maggio un’altro corpo, il quinto, è stato trovato sulla costa di fronte alla raffineria di Zawiya: è presumibile che appartemnga a un altro dei dispersi.

(Fonte: Alarm Phone, Mediterraneo Cronaca, Associated Press edizioni del 13 e del 17 giugno, Il Messaggero, sito web Oim Libya, siti web di Sergio Scandura, Federico Soda e Safa Msehli, Migrant Rescue Watch, Corriere della Sera)    

Libia (Bani Walid – Tarhuna), 15-20 giugno 2020

Un profugo eritreo è morto di denutrizione e per i maltrattamenti subiti nel lager di Bani Walid poco dopo essere stato rilasciato. Si chiamava Hashim Mahammed, aveva 25 anni: la sua storia è stata ricostruita dal Coordinamento Eritrea Democratuica attraverso la tesimonianza dei familiari, che hanno fatto di tutto per liberarlo dai  trafficanti e aiutarlo a lasciare la Libia e ai quali, invece, pochi giorni dopo aver pagato il riscatto, è arrivata da alcuni amici la notizia che Hashim era morto. Entrato in Libia dal Sudan e catturato da una banda di predoni mentre cercava di proseguire verso nord, Hashim è finito a Bani Walid, dove è rimasto detenuto per mesi, sottoposto dai rapitori ad ogni genere di violenze e torture, per indurre i familiari a versare 12 mila dollari per il rilascio. Ai maltrattamenti e alle angherie continue si sono aggiunte la scarsità o, spesso, la mancanza di cibo, che ne hanno provovcato un grave stato di denutrizione e sfinimento. Verso la metà di giugno i familiari sono riusciti finalmente a pagare il riscatto e Hashim è stato liberato. Era però ormai allo stremo. Voleva raggiungere la zona di Tripoli per cercare un imbarco verso l’Italia, ma non è riuscito nemmeno ad arrivare alla costa. E’ morto a Tarhuna, una città di circa 15 mila abitanti nell’entroterra montagnoso del Gebel Nefusa, circa 40 chilometri dal litorale mediterraneo.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica)

Libia (Zawiya), 17 giugno 2020

Tre giovani migranti (due provenienti dal Sudan e uno dalla Nigeria) risultano dispersi dopo essere caduti in mare da un gommone bianco al largo di Zawiya. Lo ha riferito uno dei compagni costretti a rientrare in Libia. Il battello era partito la sera del 16 giugno con a bordo oltre 100 persone, puntando verso Lampedusa e la Sicilia. Dopo alcune ore di navigazione pare che lo scafo abbia avuto dei problemi. Sta di fatto che, intorno alle 16, da bordo hanno cercato di contattare Alarm Phone ma, non essendo stati in grado di segnalare neanche in modo approssimativo la posizione, è stato impossibile indirizzare dei soccorsi sul posto. A questo punto, rendendosi conto che difficilmente sarebbe arrivato qualcuno in aiuto, i migranti hanno deciso di invertire la rotta per rientrare in Libia. A quanto pare, è in questa fase che i tre ragazzi dispersi sono caduti in mare, senza che i compagni potessero raggiungerli per tentare di salvarli. “Le onde erano molto alte e loro sono caduti fuoribordo”, ha riferito uno dei migranti, aggiungendo di non sapere come si chiamassero i tre perché li aveva conosciuti solo poco prima, sul gommone stesso. “So soltanto che erano due sudanesi e un nigeriano”, ha specificato quando ha detto che avevano perso in mare tre compagni. Il rientro in Libia, nella zona di Zawiya, è stato documentato con due brevi filmati fatti con un cellulare. Dopo lo sbarco, i migranti hanno cercato di dileguarsi, ma molti sono stati intercettati dalla polizia.

(Fonte: filmati dello sbarco a Zawiya e testimonianze successive)

 Grecia (ausotrada Egnatia), 18-19 giugno 2020    

Un giovane profugo pakistano è rimasto ucciso e 6 feriti su un’auto inseguita dalla polizia e finita fuori strada lungo l’autostrada Egnatia, nel nord est della Grecia, la notte tra il 18 e il 19 giugno. I sette profughi erano arrivati presumibilmente poche ore prima dalla Turchia, attraverso la frontiera dell’Evros. Una volta in Grecia, una organizzazione di tafficati deve aver organizzato il trasferimento verso ovest, a bordo di una grossa auto guidata da un siriano ventenne. Viaggiando in piena notte contavanoprobabilmente di eludere i controlli. Lungo l’autostrada Egnatia, prima di Salonicco, sono invece incappati un un posto di blocco della polizia di frontiera. L’autista lo ha superato, cercando di fuggire a forte velocità. Inseguito da alcune autopattuglie, ha perso però il controllo della guida e la vettura è finita fuori strada, capottandosi nella scarpata laterale. Uno dei migranti è morto sul colpo. Feriti tutti gli altri. Ferito in modo non grave anche l’autista il quale, come si è scoperto dopo il fermo, non ha neanche la patente di guida.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini)

Libia-Italia (60 miglia a sud di Lampedusa), 19 giugno 2020

Il corpo senza vita di un migrante è stato avvistato in mare aperto, circa 60 miglia a sud di Lampedusa, dalla Mare Jonio, la nave della Ong Mediterranea, mentre faceva rotta verso il punto in cui era stato segnalato un gommone con 67 persone in procinto di affondare. “Vista l’urgenza dell’intervento in corso – ha comunicato il portavoce della Ong – la nostra unità è stata costretta a non recuperare la salma, ma ne ha comunicato la posizione alle centrale Mrcc di Roma e di Malta”. Durante la breve sosta nella zona (peraltro non molto lontana da quella dove si trovava il gommone  in difficoltà) il medico di bordo ha potuto però constatare, sia pur sommariamente, che la salma era in avanzato stato di decomposizione, tanto da far supporre che fosse in mare da almeno una settimana. Se ne ignora la provenienza: forse uno dei non rari “naufragi fatasma” o magari un giovane caduto da un gommone partito dalla Libia. Dopo aver tratto in salvo i 67 migranti in pericolo, la Mare Jonio non ha ritenuto di tornare sul posto dove aveva visto il cadavere. L’avvistamento è avvenuto alle 15,39 del 19 giugno ma nessuno ne ha parlano fino al 22 giugno, quando la notizia è stata comunicata ufficialmente dalla stessa Ong Mediterranea, che aveva in precedenza informato anche l’Unhcr e altre Ong.

(Fonte: sito web Mediterranea, Mediterraneo Cronaca).

Libia (Zawiya), 19-20 giugno 2020

Almemo 16 vittime (3 morti e 13 dispersi) in un naufragio poche miglia al largo di Zawiya nelle prime ore del 20 giugno. Diciannove i superstiti. Dalle autorità libiche e dalla guardia costiera nessuna informazione. Le uniche notizie disponibili sono venute inizialmente dalla sede Oim di Tripoli, che a sua volta ha incontrato però grosse difficoltà. Solo alcuni giorni dopo, intorno al 23 giugno, è emerso qualche dettaglio in più, grazie a brevissime telefonate fatte da alcuni superstiti al Coordinamento Eritrea, eludendo la sorveglianza delle guardie del centro di detenzione dove sono stati rinchiusi, ad Abu Isa, nel distretto di Zawiya. La barca, con circa 35/40 persone a bordo, è partita dalla costa tra Jansour e Zawiya, a ovest di Tripoli, ma ha percorso poche miglia. Le condizioni metemarine non erano buone ed è presumibile che proprio questa sia la causa del naufragio, avvenuto a non grande distanza dalla riva, all’interno delle acque territoriali libiche. L’allarme è stato dato da un peschereccio, che ha soccorso e recuperato 19 naufraghi la mattina di sabato 20 giugno. Poco dopo, tre salme sono state spinte dal mare sulla costa vicino a Zawya. Il centro di Abu Isa dove sono finiti i superstiti è gestito da una milizia legata al governo di Tripoli, ma neanche l’Oim vi ha possibilità di accesso, sicché nessuno ha potuto ascoltare i nmaufraghi per ricostruire i particolari della tragedia e accertare il numero esatto delle vittime. Le poche notizie che ha comunicato, l’Oim le ha apprese dai pescatori e dall’equipe Mezzaluna Rossa che ha recuperato le tre salme. E’ apparso subito evidente che, a parte i tre morti trascinati a riva dal mare, dovevano esserci diversi dispersi. La conferma è venuta dalle fugaci comunicazioni arrivate al Coordinamento Eritrea da uno dei superstiti, il quale, oltre a riferire la località del centro di detenzione, fino a quelmo ento sconosciuta, ha specificato che del gruppo iniziale mancavano almeno 16 compagni (probabilmengte inclusi i tre di cui è stato recuperato il corpo), tra i quali una ragazza eritrea, mentre quasi tutti gli altri sarebbero giovani sudanesi. Il 23 e il 24 giugno sono state recuperate le salme di due migranti lungo la costa di Zawiya, entrambe nell’area di Al Mutrad: non è chiaro se provengano da questo naufragio o da quello del 13 giugno.

(Fonte: Iom Libya, Sito web Sergio Scandura, Mediterraneo Cronaca, La Stampa, sito web Angela Caponnetto, Coordinamento Eritrea)

Croazia (Donji Dubrava e Svojic) 25 giugno 2020  

Due cadaveri di migranti sono affiorati nelle acque del fiume Mreznica, al confine tra la Croazia e la Bosnia, nella zona della città di Ogulin. Meno di due settimane prima, altri due corpi erano stati trovati nei pressi di Smojics, nel comune di Barilovic. Il primo ritrovamento risale al 13 giugno. I due corpi erano all’altezza delle cascate del Mreznica. A scoprirli sono stati altri migranti, che intorno a mezzogiorno hanno avvertito la polizia di frontiera. Una pattuglia di agenti del comando di Karlovac ha raggiunto il luogo segnalato e recuperato le salme, trasferendole nell’obitorio locale a disposizione della magistratura. Ignote sia l’identità delle vittime che le circostanze precise della morte. Si dà per certo che si tratti di due profughi annegati nel tentativo di raggiungere la Croazia dalla Bosnia. La stessa sorte è toccata ai due giovani sconosciuti emersi dal fiume a Donji Dubrava il 24 giugno. Anche queste salme sono state recuperate dalla polizia di Karlovac. Con queste 4 vittime salgono a sei i corpi dei migranti trovati nel mese di giugno nel Mreznica, evidentemente giovani annegati nel tentativo di passare il confine. I primi due sono stati recuperati il 9 giugno ma, a giudicare dallo stato di decomposizione, dovrebbero essere morti almeno due mesi prima (confrontare nota del 9 giugno in questo dossier).

(Fonte: Jutarnji List, Ansamed, rapporto Are You Syrious)

Libia-Italia (al largo di Misurata), 26-27 giugno 2020

Sei morti su un gommone con oltre 90 persone costretto a rientrare in Libia dalla Guardia Costiera di Tripoli. Poche ore prima dell’intervento della Marina libica una donna in stato avanzato di gavidanza ha dato alla luce un bimbo a bordo. Alla nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stato impedito di portare soccorso e recuperare i naufraghi. Il battello era partito dalla costa di Misurata prima all’alba del 25 giugno. Dopo aver percorso circa 50 miglia, poco dopo le 12 del 26 giugno, ha lanciato una richiesta di soccorso alla centrale di Alarm Phone, segnalando che lo scafo stava cedendo e minacciava di affondare, che a bordo c’erano anche 8 bambini e che una donna aveva appena partorito un figlio. Alarm Phone ha diramato lo stato d’emergenza alle sale operative Mrcc di Roma e di Malta, a Tripoli e a tutte le navi Ong presenti in zona. E’ emerso inoltre che, proprio in quelle ore, in quel tratto di mare di fronte alla Cirenaica, c’erano numerose navi delle missioni Irini e Mare Sicuro, tra cui la fregata anti sommergibili Bergamini italiana. All’appello ha risposto solo la nave Mare Jonio della Ong Mediterranea, che fatto immediatamnete rotta verso il punto dell’emergenza, dove è arrivata verso le 21, dopo aver chiesto invano a Mrcc Roma e al Quartier generale Eunavformed di far intervenire una delle navi militari euriopee o la stessa Bergamini. Sul posto c’era già una unità libica, individuata via radar prima ancora dell’arrivo. Il punto esatto era a 52 miglia da Misurata. La Mare Jonio, notando tra l’altro che alcune persone erano in acqua, ha offerto alla motovedetta libica la propria disponibilità a imbarcare i naufraghi, specificando che si trattava di una nave più sicura, in grado di garantire un’assistenza medico-sanitaria adeguata. La proposta è stata rifiutata dalla motovedetta, che ha negato anche qualsiasi informazione sulle condizioni dei naufraghi e, in particolare, sulle “voci” che ci fossero già dei morti. Poco dopo l’unità della guardia costiera di Tripoli ha fatto rotta verso la Libia. Nelle ore successive la portavove dell’Oim Un Migration, Safa Msehli, ha confermato che 6 naufraghi sono morti, che un bimbo è nato sul gommone e che 93 persone, incluso il neonato, sono state ricondotte in Libia contro la loro volontà. Il tutto sotto gli occhi di almeno 4 unità militari europee e con una delle motovedette consegnate alla Libia dall’Italia.

(Fonte: Alarm Phone, Mediterranea, Avvenire, Repubblica, sito web Iom Libia, sito web Nello Sclavo)

Turchia (lago Van), 27-28 giugno 2020

Almeno 61 vittime nel naufragio di una barca carica di profughi nel lago Van, nell’est della Turchia. All’indomani della tragedia il bilancio era di 6 morti e oltre 50 dispersi, non mneo di 54/55, i cui corpi sono stati poi recuperati nelle settimane successive. Il naufragio è avvenuto la notte tra sabato 27 e domenica 28 giugno ma se ne è avuta notizia, grazie ad alcuni servizi giornalistici, soltanto martedì 30, dopo che la polizia ha recuperato i primi corpi delle vittime. La ricostruzione più precisa è stata fatta dal giornalista e scrittore Certiner Cetin, che ha riferito anche la testimonianza di uno dei trafficanti che hanno organizzato la “spedizione”, arrestato dalla gendarmeria. E’ stato proprio questo contrabbandiere a specificare che a bordo del battello, una barca a vela, c’erano circa 60 persone, profughi in fuga dal Pakistan, dall’Afghanistan e dall’Iran. Entrati in Turchia dai confini orientali con l’Iran, i profughi sono stati portati dai trafficanti fino alla provincia di Van quasi certamente con un camion chiuso. Per evitare i frequenti posti di blocco della polizia e dell’esercito lungo le strade che conducono a ovest passando a sud del lago, si è scelta la traversata in barca, una via sempre più battuta dai trafficanti e che è già costata numerose vittime. L’imbarco è stato organizzato ad Altinsac, una piccola città rivierasca nel distretto di Gevas, sponda sud est, a circa due ore di auto a ovest di Van. Il porto d’arrivo previsto era Tatvan, dall’altra parte del lago, sulla riva occidentale. Durante la navigazione la barca è incappata in una tempesta e si è rovesciata. I profughi non hanno avuto scampo: per sfuggire alla vista della polizia erano stati tutti costretti sottocoperta e al momento del naufragio nessuno di loro, a quanto pare, è riuscito a mettersi in salvo. Si è invece salvato lo scafista, raggiungendo a nuoto un villaggio rivierasco. E’stato il capovillaggio a intuire e poi a segnalare alla gendarmeria (a quanto pare dopo alcune ore) che ci doveva essere stato un naufragio, facendo scattare le ricerche che hanno portato al recupero dei primi cinque e poi di un sesto corpo. Il lago ha continuato ad essere pattugliato ma fino a martedì 30 non sono state trovate altre salme. D’altra parte le ricerche si sono presentate subito piuttosto difficili perché in quel punto il lago è profondo oltre 110 metri. Fin dalle prime ore, sia le autorità locali che Cetiner Cetin si sono detti convinti che ci fossero decine di altre vittime. “Sicuramente il bilancio finale sarà molto più pesante dei 6 morti accertati – ha dichiarato Cetiner Cetin – Ma per come sono andate le cose possiamo dire che si tratta di una strage annunciata”. Il primo luglio anche i rapporti ufficiali hanno cominciato a parlare di 60 vittime. E sempre il primo luglio il ministro dell’interno Suleyman Soylu ed altre autorità turche hanno annunciato l’arresto di 11 persone coinvolte nella tragedia e la destituzione del capovillaggio per il ritardo con cui ha comunicato il naufragio. Nelle settimane sucessive, fino al 26 luglio, sono state recuperate nel lago altre 55 salme, portando il totale delle vittime a 61. Secondo le indagini, i profughi a bordo erano appunto almeno 60 ma non si esclude che fossero anche parecchi di più e che le acque del lago, dunque, nascondano ancora dei  dispersi.

(Fonte: Haberturk News, Associated Press, Daily Sabah, Infomigrants, Anadolu Agency edizioni del 30 maggio e 26 luglio, Hurriyet Daily News del 26 luglio) 

Grecia-Turchia (Lesbo-Ayvalik.), 29 giugno 2020

Almeno quattro profughi dispersi in mare, nell’Egeo, tra l’isola di Lesbo e le coste turche di Ayvalik, fra gli occupanti di un gommone respinto e danneggiato dalla Guardia Costiera greca. Il battello era partito dalla Turchia durante la notte tra il 28 e il 29 giugno, puntando su Lesbo, distante solo poche miglia. E’ entrato nelle acque territoriali greche e si è avvicinato all’isola, dalla direzione nord est, intorno alla mezzanotte ma una motovedetta lo ha intercettato prima che potesse approdare. E’ stato l’inizio della tragedia. Secondo quanto hanno raccontato i 35 superstiti, l’equipaggio greco, dopo aver bloccato il gommone, ha prelevato il motore e il serbatoio della benzina, in modo da renderlo ingovernabile. Subito dopo, lo ha agganciato con un cavo di traino e rimorchiato fino alle acque turche. Non solo, prima di abbandonarlo alla deriva, ha danneggiato le camere stagne sicché lo scafo ha cominciato ad afflosciarsi, imbarcando acqua e minacciando di naufragare. Quando, in piena notte, sono arrivati i soccorsi da una motovedetta della Guardia Costiera turca, il battello era colmo d’acqua sul fondo e semi affondato. Sono state recuperate e tratte a bordo 35 persone, ma altre quattro si erano già perse in mare. Le operazioni di ricerca organizzate dalla Marina turca si sono protratte per l’intera giornata del 29 giugno, fino a sera, ma dei quattro dispersi non si è trovata traccia. Sulle camere pneumatiche del gommone, come testimoniato da un breve filmato girato al momento dei soccorsi, sono più che evidenti alcuni tagli. “I tagli – hanno riferito i naufraghi – fatti dai marinai greci dopo aver rimorchiato il battello nelle acque territoriali turche”. Una pratica già denunciata da altri profughi e ormai ampiamente utilizzata dalla Guardia Costiera greca per evitare che i profughi raggiungano le Isole Egee dalla Turchia. Le principali agenzie di stampa e i media greci hanno pressoché ignorato l’episodio: soltanto alcuni hanno riferito del recupero di 35 naufraghi da parte della Marina turca e di 4 dispersi, senza però una sola parola sull’operato della Marina greca. In Italia la notizia è stata praticamente del tutto ignorata, nonostante la nota dell’agenzia Ansa. Il 2 luglio la Guardia Costiera turca ha recuperato il cadavere di uno dei 4 dispersi.

(Fonte: Agenzia Ansamed, Aegean Boat Report, Anadolu Agency, Reuters Greece, Ekathimerini, New York Times).

Libia-Italia (zona Sar libica), 29-30 giugno 2020

Due cadaveri sono stati avvistati in mare, tra le coste libiche e Lampedusa, nell’arco di poco piùdi 24 ore, dall’equipaggio di Seabird, l’aereo da riconognizione che opera in collaborazione con la Ong Sea Watch. Il primo era sul relitto di un gommone, adagiato in parte in acqua e in parte su quello che restava del fondo del natante, mantenuto a galla dalle camere stagne ormai quasi sgonfie. L’aereo lo ha localizzato e ne ha documentato e segnalato la presenza nella mattinata di lunedì 29 giugno. Il secondo, avvistato martedì 30 giugno, era a 34 gradi e 25 primi di latitudine nord e 12 gradi 22 primi di longitudine est, a non grande distanza dal primo: flottava in mare sorretto da un giubbotto di salvataggio rosso e indossava un paio di jeans corti. L’aereo ha sorvolato entrambi più volte, per sincerarsi della situazione, e ha comunicato la scoperta sia alle autorità italiane che maltesi, per chiederne il recupero. Alcuni giorni prima un cadavere è stato trovato in mare dalla nave Mare Jonio che, impegnata in una operazione urgente di soccorso, non ha potuto recuperarlo. Sicuramente tuttavia – riferisce Sea Watch – data la distanza dei due punti di ritrovamento, questo cadavere non ha nulla a che fare con i due avvistati da Seabird. Il relitto del gommone fa piuttosto pensare a un naufragio fantasma: una delle sempre più frequenti tragedie di cui non si ha notizia. Proprio per questo è stato chiesto alle autorità italiane e maltesi di condurre una serie di ricerche nella zona. Se, come si teme, il sospetto ha fondamento, ci sarebbero decine di “desaparecidos”.

(Fonte: siti web Sea Watch e Alarm Phone) 

 

 

  

 

 

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