Un cimitero chiamatoMediterraneo: il 2020, prima parte

Nell’arco del 2019 sono morti 2.131 profughi o migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Circa 370 “a terra”, in Libia, lungo le vie di fuga africane e mediorientali, sulla rotta balcanica, ai confini o poco dopo essere entrati in uno degli Stati Ue. Gli altri inghiottiti dal Mediterraneo o dall’Atlantico, sulla via delle Canarie. Gli arrivi sono oltre 138 mila. Nel 2018 le vittime, tra morti e dispersi, furono 2.648, a fronte di 148.649 arrivi. Sembrerebbe la conferma del “principio” secondo cui a un minor numero di arrivi corrisponderebbe un minor numero di morti e dispersi. In realtà la questione è molto più complessa e presenta aspetti diversi in base alle rotte prese in considerazione. A fare la differenza in positivo, cioè con meno vittime, è la rotta del Mediterraneo Orientale, dalla Turchia verso la Grecia, dove si registrano “solo” 65 morti in mare a fronte di un fortissimo incremento del numero di profughi/migranti arrivati, quasi 75 mila tra terra e mare (in maggioranza provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan ma sempre più spesso anche dal Corno d’Africa o dall’Africa Sub Sahariana), nonostante gli oltre 350 mila bloccati dalla polizia turca prima che potessero varcare i confini terrestri o navali. Ne consegue che il rapporto tra vittime e arrivi è fortemente diminuito: tenendo conto della sola via marittima, 1vittima ogni 1.051 migranti sbarcati. Sulle altre due rotte – quella del Mediterraneo Centrale e quella occidentale (incluse le Canarie), a fronte della diminuzione degli arrivi il tasso di mortalità è aumentato. Nel 2018 la “via spagnola” fece registrare 824 morti o dispersi contro oltre 62.500 arrivi: 1 vittima ogni 75/76 migranti giunti a superare la frontiera. Nel 2019 si contano 661 vittime, una ogni 49 dei 32.506 migranti arrivati tra il primo gennaio e il 31 dicembre. Ovvero, mentre gli arrivi sono quasi la metà di quelli registrati l’anno prima, il tasso di mortalità è aumentato di circa il 30 per cento, tanto da risultare forse il più alto mai registrato su questa rotta. La via più pericolosa e mortale, tuttavia, si conferma quella del Mediterraneo centrale, dalle coste libiche a quelle italiane: proprio la più blindata, grazie alle politiche di chiusura e respingimento condotte ormai da anni ma, in particolare, dal 2017 in poi, con il memorandum Italia-Libia (febbraio 2017, governo Gentiloni) e i due decreti sicurezza approvati dal primo governo Conte, senza dimenticare la criminalizzazione delle Ong impegnate in mare con le loro navi di soccorso. Tolti i circa 7 mila profughi giunti “da terra”, attraverso la via balcanica e il confine orientale, gli sbarchi in Italia risultano 11.471 (contro i 23.272 registrati nel 2018) mentre le vittime sono 1.024, con un tasso di mortalità conseguente pari a 1 ogni 11 arrivi: una percentuale da decimazione, molto superiore al rapporto, già molto alto, di 1 a 18, registrato un anno prima. Il nuovo governo, il Conte 2, insediato a fine estate, aveva promesso “discontinuità”. Da settembre a dicembre, invece, non è cambiato nulla. Anzi, l’accordo firmato a La Valletta il 23 settembre tra Italia, Germania, Francia e Malta non solo conferma alla Libia il ruolo di “gendarme” anti immigrazione, ma prevede che intese analoghe vengano stipulate dall’Unione Europea anche con Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco. Altri “muri”. Analoghi a quelli che dal 2000 in poi hanno fatto del Mediterraneo un immenso cimitero.

 

 

  

Slovenia-Italia (Carso italo-sloveno), 1 gennaio 2020

Un migrante algerino è morto precipitando in un burrone mentre cercava di attraversare il confine, nel Carso sopra Trieste, insieme alla moglie e a un compagno. I tre, dopo aver percorso l’intera “via balcanica”, hanno iniziato l’ultimo tratto per entrare in Italia nelle prime ore del mattino di Capodanno, prendendo i sentieri più secondari e nascosti per sfuggire ai controlli della polizia di frontiera. Non mancava molto alla linea di confine quando, nei pressi del castello di San Servolo, in territorio sloveno, l’uomo, che pare precedesse di qualche passo gli altri due del piccolo gruppo, è precipitato in un dirupo profondo oltre 20 metri. La moglie è rimasta sul posto mentre il compagno è sceso nel più breve tempo possibile fino a Trieste per cercare aiuto e allertare la polizia. Sono intervenuti una pattuglia della forestale, sei tecnici del Soccorso Alpino e i vigili del fuoco. Quando, poco dopo, il giovane algerino è stato individuato, non dava più segni di vita: i tecnici del Soccorso Alpino ne hanno recuperato il corpo nei pressi del cimitero di San Servolo, trasferendolo poi con un elicottero all’obitorio di Trieste.

(Fonti: Il Piccolo, Trieste Prima, Il Friuli.it, La Repubblica)

Turchia Grecia (Fethiye), 2-3 gennaio 2020

Otto profughi annegati e 7 dispersi (15 vittime) nel naufragio di una barca al largo delle coste di Fethiye, nel sud ovest della Turchia. Non ci sono superstiti. Il battello era partito proprio dalla zona di Fethiye la sera di giovedì 2 gennaio, puntando verso Rodi e il Dodecaneso, per raggiungere la Grecia. La tragedia è avvenuta in piena notte, all’interno delle acque territoriali turche. Prima di affondare è stata lanciata una richiesta di soccorso, intercettata dalla Guardia Costiera turca, che ha inviato sul posto tre unità navali, una squadra di sommozzatori e, alle prime luci, un aereo da ricognizione e un elicottero. Nel corso della mattinata sono stati recuperati i corpi senza vita di 5 uomini e 3 donne. Nessuna traccia degli altri 7 migranti, che risultano dispersi, nonostante le ricerche siano continuate per tutta la giornata di venerdì tre gennaio, in un raggio di mare sempre più vasto. Le autorità turche hanno dato conferma ufficiale del naufragio, con il numero esatto di morti e dispersi, nel pomeriggio di venerdì’.

(Fonte: Ekathimerini, Greek Reporter, Alarm Phone).

Grecia (Lesbo), 5 gennaio 2020

Un migrante congolese è morto nell’ospedale di Mitilene, a Lesbo, cinque giorni dopo essere stato accoltellato da un altro migrante, un ragazzo afghano, nel centro raccolta di Moria. Appena ventenne, il giovane era arrivato qualche mese prima sull’isola dalla Turchia, nel tentativo di trovare rifugio in Europa. Era in attesa che la sua richiesta di asilo fosse esaminata e sperava di essere trasferito intanto nella Grecia continentale, per sfuggire ai gravi disagi cui sono costretti gli ospiti di Moria, una struttura dove sono alloggiati migliaia di migranti, più del doppio di quanti ne potrebbe contenere. La lite in seguito alla quale è stato accoltellatto e ucciso sarebbe maturata la sera del 31 dicembre proprio nel contesto delle tensioni e della difficile convivenza provocate spesso dal sovraffollamento. Sembra che il ragazzo afghano abbia cercato di sottrarre il cellulare al compagno o questi, comunque, lo avrebbe accusato del tentativo di furto. Ne è nata una zuffa durante a quale, appunto, il ventenne congolese è stato accoltellato. Le sue ferite sono apparse subito gravi, tanto da doverlo trasportare d’urgenza all’ospedale ma, benché sottoposto a una terapia intensiva, ha cessato di vivere il giorno 5. Tra Moria e gli altri campi, le Isole Egee ospitano circa 42 mila migranti.

(Fonte: Ekathimerini)  

Spagna (Canarie, Gran Canaria), 5 gennaio 2020.

Un giovane maliano è morto a bordo della barca da pesca, un cayuco africano, con cui stava cercando di raggiungere le isole Canarie insieme a 59 compagni. Si Chiamava Shalif Sacho e veniva da Diboli, una piccola città del sud est del Mali. Il suo corpo senza vita è stato recuperato a bordo del battello dopo le operazioni di soccorso condotte da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo. Il cayuco, partito almeno sette giorni prima del recupero dalla costa africana (non è chiaro se dal Sud del Marocco o dalla Mauritania) è stato avvistato in pieno Atlantico, a sud di Gran Canaria, verso le 15,45, dall’equipaggio di un veliero da diporto, che ha allertato il comando della Guardia Civil.  Sul posto è stato inviato un pattugliatore del Salvamento Maritimo, che ha preso a rimorchio la barca con i profughi, conducendola fino al porto di Arguineguin. I 59 migranti, tutti molto provati dalla traversata, sono stati affidati alla Croce Rossa, che ha allestito un centro medico sul molo. La salma di Shalif è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale, dove nei giorni successivi è stata eseguita l’autopsia: secondo il referto medico, il giovane è  morto di sfinimento e di sete. Esaurite le scorte dopo tre giorni, l’inytero gruppo è rimasto senz’acqua per almeno altri quattro giorni. Stando a quanto hanno riferito i compagni, Shalif ha cercato di spegnere la sete bevendo più volte acqua salata, una decisione che gli è stata fatale, debilitandolo ulteriormente e provocandone alla fine il decesso.

(Fonte: El Diario, ediizoni del 5 e del 10 gennaio)

Marocco (Nador), 5 gennaio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di Sidi Hassine, regione di El Driouche, non lontano da Nador, in Marocco. Avvistato casualmente da alcuni passanti, è stato recuperato da personale del dipartimento della Protezione Civile, che lo ha trasferito all’obitorio dell’ospedale di Nador. Non sono stati trovati documenti né altri elementi utili per stabilirne l’identità o la provenienza. La ricerca, peraltro, è complicata anche dallo stato di decomposizione della salma, che deve essere rimasta in mare più giorni. Secondo la gendarmeria, comunque, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna: la vittima del naufragio di una “barca fantasma” di cui non si è avuta notizia.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Turchia (Izmir), 5 gennaio 2020

Quattro profughi annegati e uno disperso al largo di Izmir, nell’Egeo: erano a bordo di un gommone affondato dopo essere stato speronato da una motovedetta della Guardia Costiera turca. Il battello, con 56 persone a bordo, era partito alle prime luci di domenica 5 gennaio dalla spiaggia di Bademli, nella Turchia occidentale, puntando verso le isole greche. Dopo poche miglia è stato intercettato da una motovedetta, che ha accostato per tagliargli la rotta o comunque bloccarlo. Nel corso della manovra i due natanti si sono scontrati in velocità e il gommone, fortemente danneggiato, è affondato in pochi minuti. Con l’aiuto anche di altre unità, l’equipaggio della motovedetta ha tratto in salvo 51 naufraghi e recuperato 4 corpi senza vita. Uno dei naufraghi risulta disperso: senza esito le ricerche per ritrovarlo, protrattesi sino al tramonto. Diciotto dei 51 superstiti sono rimasti feriti o si trovavano in stato di forte ipotermia tanto da dover essere ricoverati in ospedale. Le autorità turche hanno aperto un’inchiesta sull’incidente. La Ong scandinava Aegean Boat Report ha fatto notare che più volte si sono verificate gravi collisioni tra motovedette turche e battelli carichi di migranti a causa, c’è da ritenere, di un uso eccessivo della forza pur di fermare le barche dei profughi in fuga verso l’Europa. Non è stata resa nota ufficialmente la nazionalità né delle vittime né dei superstiti ma dovrebbe trattarsi in prevalenza di rifugiati iracheni e afghani.

(Fonte: Daily Sabah, Ong Aegean Boat Report)  

Grecia (Lesbo), 5-6 gennaio 2020

Un profugo iraniano di 31 anni si è impiccato nel centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Arrivato da tempo nel campo, aspettava di poter raggiungere la Grecia continentale e magari di proseguire successivamente verso un altro Stato dell’Unione Europea. Qualche giorno prima del suicidio era stato fermato insieme ad altri 85 profughi, forse in seguito ad alcune manifestazioni di protesta inscenate contro le condizioni di vita nel campo e per sollecitare il trasferimento in una struttura del continente. La decisione di farla finita è maturata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. Il personale di custodia del centro lo ha trovato ormai senza vita la mattina del giorno 6.

(Fonte: France Press, Uol.com, Istoè.com) 

Libia (Sirte), 5-6 gennaio 2020

Personale della Mezzaluna Rossa ha recuperato il cadavere di un migrante sulla spiaggia di Sirte. A segnalare che un corpo senza vita flottava tra le onde, poco lontano dalla battigia, sono stati alcuni abitanti della zona, che hanno avvertito la polizia. La corrente lo ha poi spinto verso riva. Dopo il recupero, la salama è stata trasferita all’obitorio di Sirte. Non sono stati trovati documenti o altri elementi per l’iden tificazione. L’ipotesi più accreditata è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” avvenuto tra la fine del mese di dicembre e i primi giorni di gennaio.

(Fonte: Libya Observer)  

Marocco-Spagna (Tangeri), 7 gennaio 2020

Un migrante è scomparso in mare in seguito al naufragio del gommone su cui stava tentando di raggiungere la Spagna dal Marocco insieme a 11 compagni. Il battello era partito dalla zona di Tangeri in piena notte. Verso le tre del mattino, in difficoltà per il mare grosso, i migranti a bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto che, intercettata da Alarm Phone, è stata comunicata sia alla Marina imperiale marocchina che al Salvamento Maritimo spagnolo. Alle 6,30 una nave militare marocchina ha raggiunto il battello che però si è rovesciato proprio durante le operazioni di soccorso, scaraventando tutti gli occupanti in mare. L’equipaggio marocchino è riuscito a recuperare 11 naufraghi. Nessuna traccia, invece, del dodicesimo, trascinato via dalle onde e scomparso nel buio. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata, fino al tramonto, ma senza esito, ostacolate dalle cattive condizioni meteomarine. Negativo anche il rapporto di ricerca comunicato dalla Marina imperiale nel pomeriggio del giorno 8 ad Alarm Phone.

(Fonte: sito web Alarm Phone e Sea Eye)

Spagna (Canarie), 8 gennaio 2020

Un neonato è morto poche ore dopo essere venuto alla luce su una barca con a bordo la madre ed altri 42 migranti che stavano cercando di raggiungere l’arcipelago della Canarie, lungo la rotta alantica. Il battello aveva preso il mare all’alba di domenica 5 gennaio, non è chiaro se dal sud del Marocco (nell’ex Sahara Spagnolo) o da una spiaggia della Mauritania. Ha navigato per più di tre giorni in pieno Atlantico, fino a quando, la mattina di mercoledì 8, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è stato individuato circa 15 miglia a sud di Lanzarote. Gli operatori della Ong hanno segnalato che i 43 migranti a bordo, tutti subsahariani, ernano ormai allo stremo e che, in particolare, c’era tra loro una giovane donna in stato di gravidanza prossima a partorire. E il parto è avvenuto, appunto, prima che una unità del Salvamento Maritimo, la salvamar Altair, potesse localizzare con precisione la barca e far intervenire un elicottero per prelevare la donna e il bimbo. La tragedia si è consumata in quelle poche ore: quando sono arrivati i soccorsi il neonato era morto da poco. La piccola salma, la madre e gli altri 42 migranti sono stati condotti al porto di Arecife e affidati alle cure del presidio medico della Croce Rossa.

(Fonte: El Diario, sito web Helena Maleno e Caminando Fronteras)

Francia (Parigi, aeroporto Charles De Gaulle), 8 gennaio 2020

Il cadavere di un ragazzino ivoriano è stato trovato nel vano del carrello di un aereo arrivato verso le 6 del mattino all’aeroporto intercontinentale Charles De Gaulle di Parigi. Si chiamava Ani Guibahi Laurent Barthelemy ed aveva 14 anni. L’aereo, un Boeing 777 dell’Air France, volo 703, era partito la sera di martedì 7 gennaio da Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio, ed è atterrato regolarmente a Parigi in perfetto orario, poco prima delle 6. Inizialmente nessuno si è accorto di nulla. La scoperta è stata fatta durante i preparativi del volo di ritorno, intorno alle 6,40, da alcuni tecnici che stavano compiendo dei controlli di routine al carrello di atterraggio. Ani Guibahi – come poi è emerso dalle indagini di polizia – è salito di nascosto, nel vano del carrello, poco prima della partenza: lo confermano, secondo le autorità ivoriane, alcune immagini delle telecamere di sorveglianza in cui lo si vede afferrare il carrello e arrampicarsi nel vano di alloggio. Poco dopo l’aereo è decollato. Ma ad alta quota, la temperatura esterna al velivolo arriva a meno 50 gradi e il piccolo spazio del nascondiglio non è pressurizzato: Ani Guibahi, come in altri casi del genere, è così morto per il freddo e per la mancanza di ossigeno. Sulla salma non sono stati trovati documenti. Inizialmente si è pensato, stando alla corporatura e all’aspetto fisico, che si trattasse di un bambino intorno ai dieci anni di età. All’identità si è risaliti due giorni dopo, in seguito agli accertamenti condotti dalla polizia ivoriana che, informata dalle autorità francesi, ha rintracciato i familiari della giovanissima vittima. Ani Guibahi Laurent Barthelemy risulta nato il 5 febbraio 2005 a Yopougon, nel distretto di Abidjan: studente, era allievo del quarto anno a Niandon Lokoua, sottodistretto di Yopougon. Non si sa quando sia maturata in lui l’idea di fuggire in Europa. In ogni caso, appare poco credibile che abbia fatto tutto da solo: è verosimile che abbia avuto almeno un complice per raggiungere le piste dell’aeroporto, sapendo poi come fare per nascondersi nel vano carrello. E, data la giovanissima età, c’è da credere che avesse dei familiari o comunque delle persone a cui rivolgersi se fosse arrivato a Parigi. Qualcuno che, forse, lo stava aspettando proprio nei pressi dell’aeroporto internazionale.

(Fonte: Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica, Cyprus Mail)  

Spagna (Canarie, Lanzarote), 8-9 gennaio 2020

Un bimbo subsahariano è morto poche ore dopo essere venuto prematuramente alla luce nell’ospedale Josè Molina Orosa, a Lanzarote, dove la madre era stata ricoverata d’urgenza appena scesa dalla barca con 42 migranti soccorsa a sud dell’isola. Si tratta dello stesso battello su cui un’altra donna, in pieno Atlantico, ha partorito il suo bambino, poi morto poco prima che arrivassero i soccorsi. I medici del presidio della Croce Rossa, allestito sul molo di Arecife in previsione dello sbarco, hanno subito disposto il trasferimento in ospedale della giovane che, già superato il settimo mese di gravidanza, era estremamente provata e affaticata, tanto da far temere un aborto o un imminente parto prematuro. Il bimbo è nato, in effetti, di lì a non molto. Le sue condizioni sono apparse subito molto gravi. I medici hanno fatto il possibile per salvarlo, ma ha cessato di vivere poco dopo essere venuto al mondo. Nel gruppo c’era una terza donna in stato di gravidanza: anche lei dopo lo sbarco è stata ricoverata presso l’ospedale Josè Molina Orosa.

(Fonte: El Diario, edizione del 10 gennaio)  

Libia (Gargaresc, Tripoli), 9-10 gennaio 2020

Due giovani profughi eritrei – Freselam Menghesa e Kiflay Fishatsion – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nella casa dove avevano trovato alloggio, nel sobborgo di Gargaresc, periferia ovest di Tripoli. Entrambi registrati dall’Unhcr come richiedenti asilo e in attesa di essere inseriti nel programma di relocation per lasciare la Libia, i due ragazzi nei mesi scorsi si erano rivolti a una organizzazione di trafficanti, ma il gommone su cui li avevano imbarcati è stato intercettato e bloccato dalla Guardia Costiera libica. Ricondotti a terra, sono rimasti prigionieri in un campo di detenzione fino a che, con l’avvicinarsi dei combattimenti tra le truppe del generale Haftar e le milizie fedeli al Governo di Alleanza Nazionale (Gna), somo fuggiti cercando rifugio presso il centro di transito (Gdf) aperto a Tripoli dall’Unhcr per i profughi più fragili e a rischio in attesa che si presenti l’opportunita di trasferirli in un paese africano più sicuro o in Europa. Pur non essendo nella lista dei “partenti,” sono rimasti lì per diverse settimane, fino a quando, con l’aiuto dell’Unhcr, hanno trovato una sistemazione a Gargaresc, insieme ad alcuni compagni, in un piccolo alloggio preso in affitto. E’ qui che sono stati uccisi. Le circostanze del duplice omicidio non sono chiare. L’Unhcr ha promosso indagini sia rivolgendosi alla polizia libica che chiedendo informazioni presso la numerosa comunità di richiedenti asilo eritrei che vivono a Tripoli. Secondo quanto riferito da altri profughi, la sera del 9 gennaio si sarebbero presentati a casa alcuni uomini armati, forse miliziani, che hanno bussato con forza e pretendevano di entrare. Non si sa se volessero sequestrarli per poi chiedere un riscatto o rapinarli. Di certo non avevano il comportamneto di chi svolge un normale controllo. Impauriti, i due ragazzi e i loro compagni si sono rifiutati di aprire, scatenando una reazione ancora più violenta da partedi quegli uomini armati. Qualcuno di questi si è avvicinato a una finestra e ha sparato a raffica verso l’interno, ad altezza d’uomo. I due, colpiti in pieno, sono morti quasi all’istante. “Queste morti – ha denunciato l’Unhcr – sono la terribile conferma di quanto sia pericolosa in Libia la condizione dei profughi. In particolare da aprile, quando è cominciata la battaglia per Tripoli. La scorsa settimana alcune razzi sono caduti anche presso il nostro Gathering and Departure Facility (Gdf), dimostrando che neppure questo è un posto sicuro. Insistiamo che tutti i rifugiati devono essere evacuati al più presto dalla Libia”.

(Fonte: Rapporto Unhcr Libya e testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea, Associated Press, The Guardian)  

Grecia (Jonio, tra le isole di Paxos e Antipaxos), 11 gennaio 2020

Quasi una trentina di vittime nel naufragio di una grossa barca nello Jonio, nei pressi delle isole di Paxos e Antipaxos. I morti accertati sono 12 ma vanno considerati anche 17 dispersi perché, stando alle dichiarazioni rese dai 21 superstiti alla Guardia Costiera greca, a bordo c’erano una cinquantina di persone. Non è chiaro di dove sia partito il battello. A giudicare dal luogo in cui è andato a fondo, però, è ipotizzabile che stesse facendo rotta verso l’Italia. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino qualcuno dalla barca ha chiesto aiuto al Numero Europeo di Emergenza (112), la cui centrale operativa ha allertato le autorità greche. Erano circa le 9. La chiamata è arrivata da un punto del mar Jonio situato a sud-est delle isole di Paxos e Antipaxos, due tra le isole Jonie più piccole, distanti tra loro un miglio circa, a sud di Corfù. Sul posto sono stati dirottati due cargo che navigavano a breve distanza e sono state inviate sei unità e due elicotteri della Marina greca. Nel corso della matttinata, i soccorritori hanno tratto in salvo 21 naufraghi e recuperato 12 corpi senza vita. Le ricerche degli altri naufraghi son proseguite per l’intera giornata, ma non ne è stata trovata traccia. Il portavoce della Guardia Costiera ha però confermato all’Associated Press che il rapporto per l’intervento di soccorso parlava appunto di “50 persone a bordo”. E’ stata aperta un’inchiesta anche sulle cause del naufragio, avvenuto in buone condizioni metomarine, con mare calmo e quasi assenza di vento.

(Fonti: Greek Reporter, Ekathimerini, The National Herald, Anadolu Agency , Ana Mpa, Tg la 7 delle 13,30, Avvenire, Al Jazeera)

Turchia-Grecia (Cesme-Chios), 11 gennaio 2020

Undici morti, tra cui 8 bambini, nel naufragio di una piccola barca carica di migranti nell’Egeo, al largo della costa nord-occidentale dellaTurchia. Il battello era partito da una delle spiagge di Cesme, nella provincia di Izmir, puntando verso l’isola greca di Chios, distante solo poche miglia. A bordo avevano preso posto in 19. Tra loro, intere famiglie con i bambini. Era ancora nelle acque territoriali turche quando, forse per il sovraccarico o una manovra sbagliata, si è rovesciato. Pare che molti non avessero il giubbotto di salvataggio. Sta di fatto che quando sono arrivate sul posto alcune unità della Guardia Costiera da Cesme, per molti era già troppo tardi. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 8 naufraghi. Le ricerche successive, condotte sino al tramonto, hanno portato al recupero di 11 salme, che sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale di Cesme.

(Fonte: Anadolu Agency, Agenzia Ansa, Repubblica, Hurriyet Daily News)

Marocco (Nador), 11-12 gennaio 2020

Un cadavere in avanzato stato di decomposizione è stato portato dal mare su una spiaggia nei pressi di Nador, sulla costa della regione di Driouch, nel Marocco orientale. Avvistato da alcuni abitanti della zona, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa e trasferito all’obitorio dell’ospedale centrale per essere sottoposto ad autopsia. Le condizioni della salma sono tali che non è stato possibile stabilirne neanche il sesso ma, secondo la polizia, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano vittima di un naufragio nel Mediterraneo mentre tentava di raggiungere la Spagna. Nelle settimane precedenti ci sono state numerose segnalazioni di barche cariche di migranti in difficoltà. Anche nella seconda metà del mese di dicembre, quasi nello stesso tratto di costa, sono affiorati alcuni cadaveri di migranti.

(Fonte: Nadorcity.com edizione del 12 gennaio)

Spagna (Almeria), 12 gennaio 2020

Il cadavere di un giovane subsahariano è stato recuperato sulla spiaggia di Cuevas de Almanzora, nei pressi di Almeria. Trascinato dal mare in una zona rocciosa e di difficile accesso, intorno alle 15,30 è stato avvistato da alcuni passanti mentre flottava tra le onde. Avvertita la polizia locale e la Guardia Civil, le operazioni di recupero sono state condotte da una squadra della Protezione Civile e dell’Impresa Pubblica di Emergenza Sanitaria (Epes), che hanno poi trasferito la salma all’obitorio dell’ospedale per le indagini. A giudicare dallo stato di conservazione il corpo non dovrebbe essere rimasto in mare per molti giorni. Se ne ignora la provenienza. Il timore è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” e che possano esserci dunque altri morti e dispersi.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Marocco (Nador), 12 gennaio 2020

Il corpo di un uomo è stato trascinato dal mare sulla spiaggia del villaggio di Arkman, nei pressi di Nador, nel Marocco nordorientale. La scoperta è stata fatta nelle prime ore della mattina di domenica 12 gennaio. La mancanza di documenti e l’avanzato stato di decomposizione non hanno consentito di identificarlo ma l’ipotesi più accreditata dalla gendarmeria è che si tratti dei resti di un giovane marocchino annegato mentre tentava di raggiungere la Spagna: una delle vittime di un altro naufragio fantasma, forse ricollegabile al cadavere, pure in avanzato stato di decomposizione, affiorato il giorno precedente su un’altra spiaggia ma a non gande distanza. La salma è stata trasferita all’obitorio di Nador per le indagini.

(Fonte: Nadorcity.com)

Libia (Tripoli, campo di Sabhaa), 12 gennaio 2020

Un giovanissimo profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Sabhaa, nei sobborghi di Tripoli, stroncato da una malattia per la quale nessuno lo ha curato  in maniera adeguata. Si chiamava Adal Hawey Mengsti Semay: aveva appena 16 anni. Benché così giovane, la sua odissea è durata quasi tre anni. Arrivato in Libia appena tredicenne, è stato catturato ed ha trascorso lunghi periodi di prigionia in varie strutture, soffrendo la fame, maltrattamenti, torture. Nell’aprile del 2018 era riuscito a imbarcarsi per raggiungere l’Italia, ma la Guardia Costiera ha intercettato il gommone riconducendo in Libia tutti i profughi che erano a bordo. Nel campo di Sabhaa, uno dei circa trenta formalmente gestiti dal Governo di Tripoli, è stato rinchiuso, a quanto pare, poco dopo questo respingimento. Ed è a Sabhaa che si è ammalato, sicuramente anche a causa delle condizioni di vita all’interno della struttura: soprusi, servizi igienici pressoché inesistenti, poco cibo, scarsa anche l’acqua da bere, nessuna assistenza medico-sanitaria. Verso la fine del mese di dicembre 2019 si è aggravato ma neanche a questo punto ha ricevuto le cure necessarie. “Soltanto la visita di qualche medico inviato dall’Oim, ma nessuno, nonostante stesse visibilmente molto male, ha ritenuto di doverlo ricoverare in ospedale”, hanno denunciato alcuni compagni.  I familiari, appena avuta la notizia, si sono rivolti alla comunità eritrea in Europa chiedendo di diffondere sul web la storia di Adal e la sua foto. “Questa decisione vuol essere un grido di dolore ma, insieme, anche una forte denuncia per quello che accade in Libia – ha commentato il Coordinamento Eritrea Democratica – Adal è morto in un campo ‘ufficiale’ del Governo di Fayez Serray sostenuto dall’Onu e dalla comunità occidentale. Un campo dove i detenuti sono torturati e muoiono di fame. Un campo dal quale, mesi fa, sarebbero stati allontanati gli operatori di Medici Senza Frontiere che portavano cibo, medicine e assistenza per i malati”.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica)

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 16-17 gennaio 2020

Un giovane profugo è stato pugnalato a morte dopo una violenta lite all’interno del centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Fuggito dallo Yemen e arrivato ormai da qualche mese sull’isola greca dalla Turchia, era in attesa che la sua richiesta di asilo venisse esaminata e sperava di poter essere trasferito presto nella Grecia continentale per restare in Europa. Non sono chiari i motivi della lite in cui è rimasto ucciso, ma sembra scontato che le circostanze generali in cui il delitto è maturato possano essere le condizioni durissime di vita all’interno della struttura che, in ricoveri di fortuna, spesso solo delle tende anche in pieno inverno, ospita più del doppio dei migranti previsti: uno stato di cose che esaspera gli animi e spesso favorisce ruvalità e contrasti, specie tra gruppi di etnia diversa. Sta di fatto che la sera del 16 gennaio, quando alcuni migranti hanno chiesto aiuto al personale del campo, facendo intervenire la polizia, il giovane era ormai agonizzante per le ferite ricevute: un’ambulanza lo ha trasportato d’urgenza all’ospedale, ma quando è arrivato al pronto soccorso era già morto. La polizia ha fermato alcuni giovani che potrebbero aver partecipato o quanto meno assistito alla lite. Quando si è diffusa la notizia della morte del ragazzo, nel campo di Moria è esplosa una protesta che ha coinvolto centinaia di profughi.

(Fonte: Ekathimerini)

 

 

 

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