Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2020, prima parte

Nell’arco del 2019 sono morti 2.453 profughi o migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Oltre 400 “a terra”, in Libia, lungo le vie di fuga africane e mediorientali, sulla rotta balcanica, ai confini o poco dopo essere entrati in uno degli Stati Ue. Gli altri inghiottiti dal Mediterraneo o dall’Atlantico, sulla via delle Canarie. Gli arrivi sono oltre 138 mila. Nel 2018 le vittime, tra morti e dispersi, furono 2.648, a fronte di 148.649 arrivi. Sembrerebbe la conferma del “principio” secondo cui a un minor numero di arrivi corrisponderebbe un minor numero di morti e dispersi. In realtà la questione è molto più complessa e presenta aspetti diversi in base alle rotte prese in considerazione. A fare la differenza in positivo, cioè con meno vittime, è la rotta del Mediterraneo Orientale, dalla Turchia verso la Grecia, dove si registrano “solo” 65 morti in mare a fronte di un fortissimo incremento del numero di profughi/migranti arrivati, quasi 75 mila tra terra e mare (in maggioranza provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan ma sempre più spesso anche dal Corno d’Africa o dall’Africa Sub Sahariana), nonostante gli oltre 350 mila bloccati dalla polizia turca prima che potessero varcare i confini terrestri o navali. Ne consegue che il rapporto tra vittime e arrivi è fortemente diminuito: tenendo conto della sola via marittima, 1 vittima ogni 1.051 migranti sbarcati. Sulle altre due rotte – quella del Mediterraneo Centrale e quella occidentale (incluse le Canarie), a fronte della diminuzione degli arrivi il tasso di mortalità è aumentato. Nel 2018 la “via spagnola” fece registrare 824 morti o dispersi contro oltre 62.500 arrivi: 1 vittima ogni 75/76 migranti giunti a superare la frontiera. Nel 2019 si contano 685 vittime, una ogni 47 dei 32.513 migranti arrivati tra il primo gennaio e il 31 dicembre. Ovvero, mentre gli arrivi sono quasi la metà di quelli registrati l’anno prima, il tasso di mortalità è aumentato di circa il 30 per cento, tanto da risultare forse il più alto mai registrato su questa rotta. La via più pericolosa e mortale, tuttavia, si conferma quella del Mediterraneo centrale, dalle coste libiche a quelle italiane: proprio la più blindata, grazie alle politiche di chiusura e respingimento condotte ormai da anni ma, in particolare, dal 2017 in poi, con il memorandum Italia-Libia (febbraio 2017, governo Gentiloni) e i due decreti sicurezza approvati dal primo governo Conte, senza dimenticare la criminalizzazione delle Ong impegnate in mare con le loro navi di soccorso. Tolti i circa 7 mila profughi giunti “da terra”, attraverso la via balcanica e il confine orientale, gli sbarchi in Italia risultano 11.471 (contro i 23.272 registrati nel 2018) mentre le vittime sono 1.295, con un tasso di mortalità conseguente pari a 1 ogni 9 arrivi: una percentuale da decimazione, il doppio del rapporto, già molto alto, di 1 a 18, registrato un anno prima. Il nuovo governo, il Conte 2, insediato a fine estate, aveva promesso “discontinuità”. Da settembre a dicembre, invece, non è cambiato nulla. Anzi, l’accordo firmato a La Valletta il 23 settembre tra Italia, Germania, Francia e Malta non solo conferma alla Libia il ruolo di “gendarme” anti immigrazione, ma prevede che intese analoghe vengano stipulate dall’Unione Europea anche con Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco. Altri “muri”. Analoghi a quelli che dal 2000 in poi hanno fatto del Mediterraneo un immenso cimitero.

 

 

  

Slovenia-Italia (Carso italo-sloveno), 1 gennaio 2020

Un migrante algerino è morto precipitando in un burrone mentre cercava di attraversare il confine, nel Carso sopra Trieste, insieme alla moglie e a un compagno. I tre, dopo aver percorso l’intera “via balcanica”, hanno iniziato l’ultimo tratto per entrare in Italia nelle prime ore del mattino di Capodanno, prendendo i sentieri più secondari e nascosti per sfuggire ai controlli della polizia di frontiera. Non mancava molto alla linea di confine quando, nei pressi del castello di San Servolo, in territorio sloveno, l’uomo, che pare precedesse di qualche passo gli altri due del piccolo gruppo, è precipitato in un dirupo profondo oltre 20 metri. La moglie è rimasta sul posto mentre il compagno è sceso nel più breve tempo possibile fino a Trieste per cercare aiuto e allertare la polizia. Sono intervenuti una pattuglia della forestale, sei tecnici del Soccorso Alpino e i vigili del fuoco. Quando, poco dopo, il giovane algerino è stato individuato, non dava più segni di vita: i tecnici del Soccorso Alpino ne hanno recuperato il corpo nei pressi del cimitero di San Servolo, trasferendolo poi con un elicottero all’obitorio di Trieste.

(Fonti: Il Piccolo, Trieste Prima, Il Friuli.it, La Repubblica)

Turchia Grecia (Fethiye), 2-3 gennaio 2020

Otto profughi annegati e 7 dispersi (15 vittime) nel naufragio di una barca al largo delle coste di Fethiye, nel sud ovest della Turchia. Non ci sono superstiti. Il battello era partito proprio dalla zona di Fethiye la sera di giovedì 2 gennaio, puntando verso Rodi e il Dodecaneso, per raggiungere la Grecia. La tragedia è avvenuta in piena notte, all’interno delle acque territoriali turche. Prima di affondare è stata lanciata una richiesta di soccorso, intercettata dalla Guardia Costiera turca, che ha inviato sul posto tre unità navali, una squadra di sommozzatori e, alle prime luci, un aereo da ricognizione e un elicottero. Nel corso della mattinata sono stati recuperati i corpi senza vita di 5 uomini e 3 donne. Nessuna traccia degli altri 7 migranti, che risultano dispersi, nonostante le ricerche siano continuate per tutta la giornata di venerdì tre gennaio, in un raggio di mare sempre più vasto. Le autorità turche hanno dato conferma ufficiale del naufragio, con il numero esatto di morti e dispersi, nel pomeriggio di venerdì’.

(Fonte: Ekathimerini, Greek Reporter, Alarm Phone).

Grecia (Lesbo), 5 gennaio 2020

Un migrante congolese è morto nell’ospedale di Mitilene, a Lesbo, cinque giorni dopo essere stato accoltellato da un altro migrante, un ragazzo afghano, nel centro raccolta di Moria. Appena ventenne, il giovane era arrivato qualche mese prima sull’isola dalla Turchia, nel tentativo di trovare rifugio in Europa. Era in attesa che la sua richiesta di asilo fosse esaminata e sperava di essere trasferito intanto nella Grecia continentale, per sfuggire ai gravi disagi cui sono costretti gli ospiti di Moria, una struttura dove sono alloggiati migliaia di migranti, più del doppio di quanti ne potrebbe contenere. La lite in seguito alla quale è stato accoltellatto e ucciso sarebbe maturata la sera del 31 dicembre proprio nel contesto delle tensioni e della difficile convivenza provocate spesso dal sovraffollamento. Sembra che il ragazzo afghano abbia cercato di sottrarre il cellulare al compagno o questi, comunque, lo avrebbe accusato del tentativo di furto. Ne è nata una zuffa durante a quale, appunto, il ventenne congolese è stato accoltellato. Le sue ferite sono apparse subito gravi, tanto da doverlo trasportare d’urgenza all’ospedale ma, benché sottoposto a una terapia intensiva, ha cessato di vivere il giorno 5. Tra Moria e gli altri campi, le Isole Egee ospitano circa 42 mila migranti.

(Fonte: Ekathimerini)  

Spagna (Canarie, Gran Canaria), 5 gennaio 2020.

Un giovane maliano è morto a bordo della barca da pesca, un cayuco africano, con cui stava cercando di raggiungere le isole Canarie insieme a 59 compagni. Si Chiamava Shalif Sacho e veniva da Diboli, una piccola città del sud est del Mali. Il suo corpo senza vita è stato recuperato a bordo del battello dopo le operazioni di soccorso condotte da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo. Il cayuco, partito almeno sette giorni prima del recupero dalla costa africana (non è chiaro se dal Sud del Marocco o dalla Mauritania) è stato avvistato in pieno Atlantico, a sud di Gran Canaria, verso le 15,45, dall’equipaggio di un veliero da diporto, che ha allertato il comando della Guardia Civil.  Sul posto è stato inviato un pattugliatore del Salvamento Maritimo, che ha preso a rimorchio la barca con i profughi, conducendola fino al porto di Arguineguin. I 59 migranti, tutti molto provati dalla traversata, sono stati affidati alla Croce Rossa, che ha allestito un centro medico sul molo. La salma di Shalif è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale, dove nei giorni successivi è stata eseguita l’autopsia: secondo il referto medico, il giovane è  morto di sfinimento e di sete. Esaurite le scorte dopo tre giorni, l’inytero gruppo è rimasto senz’acqua per almeno altri quattro giorni. Stando a quanto hanno riferito i compagni, Shalif ha cercato di spegnere la sete bevendo più volte acqua salata, una decisione che gli è stata fatale, debilitandolo ulteriormente e provocandone alla fine il decesso.

(Fonte: El Diario, ediizoni del 5 e del 10 gennaio)

Marocco (Nador), 5 gennaio 2020

Il cadavere di un migrante è stato trascinato dal mare sulla spiaggia di Sidi Hassine, regione di El Driouche, non lontano da Nador, in Marocco. Avvistato casualmente da alcuni passanti, è stato recuperato da personale del dipartimento della Protezione Civile, che lo ha trasferito all’obitorio dell’ospedale di Nador. Non sono stati trovati documenti né altri elementi utili per stabilirne l’identità o la provenienza. La ricerca, peraltro, è complicata anche dallo stato di decomposizione della salma, che deve essere rimasta in mare più giorni. Secondo la gendarmeria, comunque, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano annegato nel tentativo di raggiungere la Spagna: la vittima del naufragio di una “barca fantasma” di cui non si è avuta notizia.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Turchia (Izmir), 5 gennaio 2020

Quattro profughi annegati e uno disperso al largo di Izmir, nell’Egeo: erano a bordo di un gommone affondato dopo essere stato speronato da una motovedetta della Guardia Costiera turca. Il battello, con 56 persone a bordo, era partito alle prime luci di domenica 5 gennaio dalla spiaggia di Bademli, nella Turchia occidentale, puntando verso le isole greche. Dopo poche miglia è stato intercettato da una motovedetta, che ha accostato per tagliargli la rotta o comunque bloccarlo. Nel corso della manovra i due natanti si sono scontrati in velocità e il gommone, fortemente danneggiato, è affondato in pochi minuti. Con l’aiuto anche di altre unità, l’equipaggio della motovedetta ha tratto in salvo 51 naufraghi e recuperato 4 corpi senza vita. Uno dei naufraghi risulta disperso: senza esito le ricerche per ritrovarlo, protrattesi sino al tramonto. Diciotto dei 51 superstiti sono rimasti feriti o si trovavano in stato di forte ipotermia tanto da dover essere ricoverati in ospedale. Le autorità turche hanno aperto un’inchiesta sull’incidente. La Ong scandinava Aegean Boat Report ha fatto notare che più volte si sono verificate gravi collisioni tra motovedette turche e battelli carichi di migranti a causa, c’è da ritenere, di un uso eccessivo della forza pur di fermare le barche dei profughi in fuga verso l’Europa. Non è stata resa nota ufficialmente la nazionalità né delle vittime né dei superstiti ma dovrebbe trattarsi in prevalenza di rifugiati iracheni e afghani.

(Fonte: Daily Sabah, Ong Aegean Boat Report)  

Grecia (Lesbo), 5-6 gennaio 2020

Un profugo iraniano di 31 anni si è impiccato nel centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Arrivato da tempo nel campo, aspettava di poter raggiungere la Grecia continentale e magari di proseguire successivamente verso un altro Stato dell’Unione Europea. Qualche giorno prima del suicidio era stato fermato insieme ad altri 85 profughi, forse in seguito ad alcune manifestazioni di protesta inscenate contro le condizioni di vita nel campo e per sollecitare il trasferimento in una struttura del continente. La decisione di farla finita è maturata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. Il personale di custodia del centro lo ha trovato ormai senza vita la mattina del giorno 6.

(Fonte: France Press, Uol.com, Istoè.com) 

Libia (Sirte), 5-6 gennaio 2020

Personale della Mezzaluna Rossa ha recuperato il cadavere di un migrante sulla spiaggia di Sirte. A segnalare che un corpo senza vita flottava tra le onde, poco lontano dalla battigia, sono stati alcuni abitanti della zona, che hanno avvertito la polizia. La corrente lo ha poi spinto verso riva. Dopo il recupero, la salama è stata trasferita all’obitorio di Sirte. Non sono stati trovati documenti o altri elementi per l’iden tificazione. L’ipotesi più accreditata è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” avvenuto tra la fine del mese di dicembre e i primi giorni di gennaio.

(Fonte: Libya Observer)  

Marocco-Spagna (Tangeri), 7 gennaio 2020

Un migrante è scomparso in mare in seguito al naufragio del gommone su cui stava tentando di raggiungere la Spagna dal Marocco insieme a 11 compagni. Il battello era partito dalla zona di Tangeri in piena notte. Verso le tre del mattino, in difficoltà per il mare grosso, i migranti a bordo hanno lanciato una richiesta di aiuto che, intercettata da Alarm Phone, è stata comunicata sia alla Marina imperiale marocchina che al Salvamento Maritimo spagnolo. Alle 6,30 una nave militare marocchina ha raggiunto il battello che però si è rovesciato proprio durante le operazioni di soccorso, scaraventando tutti gli occupanti in mare. L’equipaggio marocchino è riuscito a recuperare 11 naufraghi. Nessuna traccia, invece, del dodicesimo, trascinato via dalle onde e scomparso nel buio. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata, fino al tramonto, ma senza esito, ostacolate dalle cattive condizioni meteomarine. Negativo anche il rapporto di ricerca comunicato dalla Marina imperiale nel pomeriggio del giorno 8 ad Alarm Phone.

(Fonte: sito web Alarm Phone e Sea Eye)

Spagna (Canarie), 8 gennaio 2020

Un neonato è morto poche ore dopo essere venuto alla luce su una barca con a bordo la madre ed altri 42 migranti che stavano cercando di raggiungere l’arcipelago della Canarie, lungo la rotta alantica. Il battello aveva preso il mare all’alba di domenica 5 gennaio, non è chiaro se dal sud del Marocco (nell’ex Sahara Spagnolo) o da una spiaggia della Mauritania. Ha navigato per più di tre giorni in pieno Atlantico, fino a quando, la mattina di mercoledì 8, su segnalazione della Ong Caminando Fronteras, è stato individuato circa 15 miglia a sud di Lanzarote. Gli operatori della Ong hanno segnalato che i 43 migranti a bordo, tutti subsahariani, ernano ormai allo stremo e che, in particolare, c’era tra loro una giovane donna in stato di gravidanza prossima a partorire. E il parto è avvenuto, appunto, prima che una unità del Salvamento Maritimo, la salvamar Altair, potesse localizzare con precisione la barca e far intervenire un elicottero per prelevare la donna e il bimbo. La tragedia si è consumata in quelle poche ore: quando sono arrivati i soccorsi il neonato era morto da poco. La piccola salma, la madre e gli altri 42 migranti sono stati condotti al porto di Arecife e affidati alle cure del presidio medico della Croce Rossa.

(Fonte: El Diario, sito web Helena Maleno e Caminando Fronteras)

Francia (Parigi, aeroporto Charles De Gaulle), 8 gennaio 2020

Il cadavere di un ragazzino ivoriano è stato trovato nel vano del carrello di un aereo arrivato verso le 6 del mattino all’aeroporto intercontinentale Charles De Gaulle di Parigi. Si chiamava Ani Guibahi Laurent Barthelemy ed aveva 14 anni. L’aereo, un Boeing 777 dell’Air France, volo 703, era partito la sera di martedì 7 gennaio da Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio, ed è atterrato regolarmente a Parigi in perfetto orario, poco prima delle 6. Inizialmente nessuno si è accorto di nulla. La scoperta è stata fatta durante i preparativi del volo di ritorno, intorno alle 6,40, da alcuni tecnici che stavano compiendo dei controlli di routine al carrello di atterraggio. Ani Guibahi – come poi è emerso dalle indagini di polizia – è salito di nascosto, nel vano del carrello, poco prima della partenza: lo confermano, secondo le autorità ivoriane, alcune immagini delle telecamere di sorveglianza in cui lo si vede afferrare il carrello e arrampicarsi nel vano di alloggio. Poco dopo l’aereo è decollato. Ma ad alta quota, la temperatura esterna al velivolo arriva a meno 50 gradi e il piccolo spazio del nascondiglio non è pressurizzato: Ani Guibahi, come in altri casi del genere, è così morto per il freddo e per la mancanza di ossigeno. Sulla salma non sono stati trovati documenti. Inizialmente si è pensato, stando alla corporatura e all’aspetto fisico, che si trattasse di un bambino intorno ai dieci anni di età. All’identità si è risaliti due giorni dopo, in seguito agli accertamenti condotti dalla polizia ivoriana che, informata dalle autorità francesi, ha rintracciato i familiari della giovanissima vittima. Ani Guibahi Laurent Barthelemy risulta nato il 5 febbraio 2005 a Yopougon, nel distretto di Abidjan: studente, era allievo del quarto anno a Niandon Lokoua, sottodistretto di Yopougon. Non si sa quando sia maturata in lui l’idea di fuggire in Europa. In ogni caso, appare poco credibile che abbia fatto tutto da solo: è verosimile che abbia avuto almeno un complice per raggiungere le piste dell’aeroporto, sapendo poi come fare per nascondersi nel vano carrello. E, data la giovanissima età, c’è da credere che avesse dei familiari o comunque delle persone a cui rivolgersi se fosse arrivato a Parigi. Qualcuno che, forse, lo stava aspettando proprio nei pressi dell’aeroporto internazionale.

(Fonte: Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica, Cyprus Mail)  

Spagna (Canarie, Lanzarote), 8-9 gennaio 2020

Un bimbo subsahariano è morto poche ore dopo essere venuto prematuramente alla luce nell’ospedale Josè Molina Orosa, a Lanzarote, dove la madre era stata ricoverata d’urgenza appena scesa dalla barca con 42 migranti soccorsa a sud dell’isola. Si tratta dello stesso battello su cui un’altra donna, in pieno Atlantico, ha partorito il suo bambino, poi morto poco prima che arrivassero i soccorsi. I medici del presidio della Croce Rossa, allestito sul molo di Arecife in previsione dello sbarco, hanno subito disposto il trasferimento in ospedale della giovane che, già superato il settimo mese di gravidanza, era estremamente provata e affaticata, tanto da far temere un aborto o un imminente parto prematuro. Il bimbo è nato, in effetti, di lì a non molto. Le sue condizioni sono apparse subito molto gravi. I medici hanno fatto il possibile per salvarlo, ma ha cessato di vivere poco dopo essere venuto al mondo. Nel gruppo c’era una terza donna in stato di gravidanza: anche lei dopo lo sbarco è stata ricoverata presso l’ospedale Josè Molina Orosa.

(Fonte: El Diario, edizione del 10 gennaio)  

Libia (Gargaresc, Tripoli), 9-10 gennaio 2020

Due giovani profughi eritrei – Freselam Menghesa e Kiflay Fishatsion – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nella casa dove avevano trovato alloggio, nel sobborgo di Gargaresc, periferia ovest di Tripoli. Entrambi registrati dall’Unhcr come richiedenti asilo e in attesa di essere inseriti nel programma di relocation per lasciare la Libia, i due ragazzi nei mesi scorsi si erano rivolti a una organizzazione di trafficanti, ma il gommone su cui li avevano imbarcati è stato intercettato e bloccato dalla Guardia Costiera libica. Ricondotti a terra, sono rimasti prigionieri in un campo di detenzione fino a che, con l’avvicinarsi dei combattimenti tra le truppe del generale Haftar e le milizie fedeli al Governo di Alleanza Nazionale (Gna), somo fuggiti cercando rifugio presso il centro di transito (Gdf) aperto a Tripoli dall’Unhcr per i profughi più fragili e a rischio in attesa che si presenti l’opportunita di trasferirli in un paese africano più sicuro o in Europa. Pur non essendo nella lista dei “partenti,” sono rimasti lì per diverse settimane, fino a quando, con l’aiuto dell’Unhcr, hanno trovato una sistemazione a Gargaresc, insieme ad alcuni compagni, in un piccolo alloggio preso in affitto. E’ qui che sono stati uccisi. Le circostanze del duplice omicidio non sono chiare. L’Unhcr ha promosso indagini sia rivolgendosi alla polizia libica che chiedendo informazioni presso la numerosa comunità di richiedenti asilo eritrei che vivono a Tripoli. Secondo quanto riferito da altri profughi, la sera del 9 gennaio si sarebbero presentati a casa alcuni uomini armati, forse miliziani, che hanno bussato con forza e pretendevano di entrare. Non si sa se volessero sequestrarli per poi chiedere un riscatto o rapinarli. Di certo non avevano il comportamneto di chi svolge un normale controllo. Impauriti, i due ragazzi e i loro compagni si sono rifiutati di aprire, scatenando una reazione ancora più violenta da partedi quegli uomini armati. Qualcuno di questi si è avvicinato a una finestra e ha sparato a raffica verso l’interno, ad altezza d’uomo. I due, colpiti in pieno, sono morti quasi all’istante. “Queste morti – ha denunciato l’Unhcr – sono la terribile conferma di quanto sia pericolosa in Libia la condizione dei profughi. In particolare da aprile, quando è cominciata la battaglia per Tripoli. La scorsa settimana alcune razzi sono caduti anche presso il nostro Gathering and Departure Facility (Gdf), dimostrando che neppure questo è un posto sicuro. Insistiamo che tutti i rifugiati devono essere evacuati al più presto dalla Libia”.

(Fonte: Rapporto Unhcr Libya e testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea, Associated Press, The Guardian)  

Libia (Tripoli) 11 gennaio 2020

Un profugo sudanese è stato ucciso a colpi di mitra dalla Guardia Costiera libica perché si rifiutava di sbarcare nel porto di Tripoli dopo essere stato intercettato in mare insieme ad oltre 60 compagni. Un altro è stato ferito e non si sa che fine abbia fatto. I due ragazzi erano su un gommone salpato dalla Libia la sera del 10 gennaio, puntando verso l’Italia. Bloccato da un’avaria, il natante è stato soccorso da un mercantile ad alcune decine di miglia dalla costa. A bordo, in tutto, erano 65. La nave, completata l’operazione di recupero, ha fatto rotta verso Tripoli. Loro pensavano invece di navigare verso un porto europeo e, quando sono giunti in Libia, si sono rifiutati di scendere, lanciando una richiesta di aiuto ad Alarm Phone. La Ong ha ricostruito quasi minuto per minuto la vicenda sulla base delle segnalazioni ricevute: “Alle 4,52 siamo stati chiamati da qualcuno in pericolo su un battello nel porto di Tripoli. ‘Ci rifiutiamo di sbarcare – hanno detto – Sappiamo che ci mettteranno in prigione. I libici hanno già sparato ad un uomo e ne hanno gettato il corpo in acqua. Siamo disperati: abbiamobisogno di aiuto’… Alle 4,54 una donna ha chiamato di nuovo in preda al terrore: ‘Oh mio dio, mio dio….’ In sottofondo si sentivano le urla di molte persone. Poi la linea si è interrotta. Alle 5,03 ci ha chiamato un familiare (dei migranti: ndr) dicendo che a bordo c’erano circa 60 persone, incluse alcune donne e bambini”. Da quel momento, silenzio totale. La Guardia Costiera libica non ha comunicato nulla. L’Oim, che aveva alcuni operatori sul molo di Tripoli, non è stata in grado di confermare la sparatoria e l’uccisione del ragazzo. La conferma è arrivata il 18 febbraio da Vincent Cochelet, dell’Unhcr, il quale, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano tedesco Spiegel, ha citato proprio questo tragico episodio ad esempio di come il ministero dell’Interno di Tripoli abbia perso pressoché totalmente il controllo sulle milizie “fedeli” al Governo e di come sia grave la condizione di rifugiati e migranti nel paese. E’ stato lo stesso Vincent Cochelet a precisare che si è persa ogni traccia del ragazzo ferito.

(Fonte: Alarm Phone, rapporti dall’11 al 19 gennaio; Der Spiegel)     

Grecia (Jonio, tra le isole di Paxos e Antipaxos), 11 gennaio 2020

Quasi una trentina di vittime nel naufragio di una grossa barca nello Jonio, nei pressi delle isole di Paxos e Antipaxos. I morti accertati sono 12 ma vanno considerati anche 17 dispersi perché, stando alle dichiarazioni rese dai 21 superstiti alla Guardia Costiera greca, a bordo c’erano una cinquantina di persone. Non è chiaro di dove sia partito il battello. A giudicare dal luogo in cui è andato a fondo, però, è ipotizzabile che stesse facendo rotta verso l’Italia. Sta di fatto che nelle prime ore del mattino qualcuno dalla barca ha chiesto aiuto al Numero Europeo di Emergenza (112), la cui centrale operativa ha allertato le autorità greche. Erano circa le 9. La chiamata è arrivata da un punto del mar Jonio situato a sud-est delle isole di Paxos e Antipaxos, due tra le isole Jonie più piccole, distanti tra loro un miglio circa, a sud di Corfù. Sul posto sono stati dirottati due cargo che navigavano a breve distanza e sono state inviate sei unità e due elicotteri della Marina greca. Nel corso della matttinata, i soccorritori hanno tratto in salvo 21 naufraghi e recuperato 12 corpi senza vita. Le ricerche degli altri naufraghi son proseguite per l’intera giornata, ma non ne è stata trovata traccia. Il portavoce della Guardia Costiera ha però confermato all’Associated Press che il rapporto per l’intervento di soccorso parlava appunto di “50 persone a bordo”. E’ stata aperta un’inchiesta anche sulle cause del naufragio, avvenuto in buone condizioni metomarine, con mare calmo e quasi assenza di vento.

(Fonti: Greek Reporter, Ekathimerini, The National Herald, Anadolu Agency , Ana Mpa, Tg la 7 delle 13,30, Avvenire, Al Jazeera)

Turchia-Grecia (Cesme-Chios), 11 gennaio 2020

Undici morti, tra cui 8 bambini, nel naufragio di una piccola barca carica di migranti nell’Egeo, al largo della costa nord-occidentale dellaTurchia. Il battello era partito da una delle spiagge di Cesme, nella provincia di Izmir, puntando verso l’isola greca di Chios, distante solo poche miglia. A bordo avevano preso posto in 19. Tra loro, intere famiglie con i bambini. Era ancora nelle acque territoriali turche quando, forse per il sovraccarico o una manovra sbagliata, si è rovesciato. Pare che molti non avessero il giubbotto di salvataggio. Sta di fatto che quando sono arrivate sul posto alcune unità della Guardia Costiera da Cesme, per molti era già troppo tardi. I soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 8 naufraghi. Le ricerche successive, condotte sino al tramonto, hanno portato al recupero di 11 salme, che sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale di Cesme.

(Fonte: Anadolu Agency, Agenzia Ansa, Repubblica, Hurriyet Daily News)

Marocco (Nador), 11-12 gennaio 2020

Un cadavere in avanzato stato di decomposizione è stato portato dal mare su una spiaggia nei pressi di Nador, sulla costa della regione di Driouch, nel Marocco orientale. Avvistato da alcuni abitanti della zona, è stato recuperato da una squadra della Mezzaluna Rossa e trasferito all’obitorio dell’ospedale centrale per essere sottoposto ad autopsia. Le condizioni della salma sono tali che non è stato possibile stabilirne neanche il sesso ma, secondo la polizia, dovrebbe trattarsi di un migrante subsahariano vittima di un naufragio nel Mediterraneo mentre tentava di raggiungere la Spagna. Nelle settimane precedenti ci sono state numerose segnalazioni di barche cariche di migranti in difficoltà. Anche nella seconda metà del mese di dicembre, quasi nello stesso tratto di costa, sono affiorati alcuni cadaveri di migranti.

(Fonte: Nadorcity.com edizione del 12 gennaio)

Spagna (Almeria), 12 gennaio 2020

Il cadavere di un giovane subsahariano è stato recuperato sulla spiaggia di Cuevas de Almanzora, nei pressi di Almeria. Trascinato dal mare in una zona rocciosa e di difficile accesso, intorno alle 15,30 è stato avvistato da alcuni passanti mentre flottava tra le onde. Avvertita la polizia locale e la Guardia Civil, le operazioni di recupero sono state condotte da una squadra della Protezione Civile e dell’Impresa Pubblica di Emergenza Sanitaria (Epes), che hanno poi trasferito la salma all’obitorio dell’ospedale per le indagini. A giudicare dallo stato di conservazione il corpo non dovrebbe essere rimasto in mare per molti giorni. Se ne ignora la provenienza. Il timore è che si tratti della vittima di un “naufragio fantasma” e che possano esserci dunque altri morti e dispersi.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Marocco (Nador), 12 gennaio 2020

Il corpo di un uomo è stato trascinato dal mare sulla spiaggia del villaggio di Arkman, nei pressi di Nador, nel Marocco nordorientale. La scoperta è stata fatta nelle prime ore della mattina di domenica 12 gennaio. La mancanza di documenti e l’avanzato stato di decomposizione non hanno consentito di identificarlo ma l’ipotesi più accreditata dalla gendarmeria è che si tratti dei resti di un giovane marocchino annegato mentre tentava di raggiungere la Spagna: una delle vittime di un altro naufragio fantasma, forse ricollegabile al cadavere, pure in avanzato stato di decomposizione, affiorato il giorno precedente su un’altra spiaggia ma a non gande distanza. La salma è stata trasferita all’obitorio di Nador per le indagini.

(Fonte: Nadorcity.com)

Libia (Tripoli, campo di Sabhaa), 12 gennaio 2020

Un giovanissimo profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Sabhaa, nei sobborghi di Tripoli, stroncato da una malattia per la quale nessuno lo ha curato  in maniera adeguata. Si chiamava Adal Hawey Mengsti Semay: aveva appena 16 anni. Benché così giovane, la sua odissea è durata quasi tre anni. Arrivato in Libia appena tredicenne, è stato catturato ed ha trascorso lunghi periodi di prigionia in varie strutture, soffrendo la fame, maltrattamenti, torture. Nell’aprile del 2018 era riuscito a imbarcarsi per raggiungere l’Italia, ma la Guardia Costiera ha intercettato il gommone riconducendo in Libia tutti i profughi che erano a bordo. Nel campo di Sabhaa, uno dei circa trenta formalmente gestiti dal Governo di Tripoli, è stato rinchiuso, a quanto pare, poco dopo questo respingimento. Ed è a Sabhaa che si è ammalato, sicuramente anche a causa delle condizioni di vita all’interno della struttura: soprusi, servizi igienici pressoché inesistenti, poco cibo, scarsa anche l’acqua da bere, nessuna assistenza medico-sanitaria. Verso la fine del mese di dicembre 2019 si è aggravato ma neanche a questo punto ha ricevuto le cure necessarie. “Soltanto la visita di qualche medico inviato dall’Oim, ma nessuno, nonostante stesse visibilmente molto male, ha ritenuto di doverlo ricoverare in ospedale”, hanno denunciato alcuni compagni.  I familiari, appena avuta la notizia, si sono rivolti alla comunità eritrea in Europa chiedendo di diffondere sul web la storia di Adal e la sua foto. “Questa decisione vuol essere un grido di dolore ma, insieme, anche una forte denuncia per quello che accade in Libia – ha commentato il Coordinamento Eritrea Democratica – Adal è morto in un campo ‘ufficiale’ del Governo di Fayez Serray sostenuto dall’Onu e dalla comunità occidentale. Un campo dove i detenuti sono torturati e muoiono di fame. Un campo dal quale, mesi fa, sarebbero stati allontanati gli operatori di Medici Senza Frontiere che portavano cibo, medicine e assistenza per i malati”.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica)

Algeria-Spagna (Djinet-Ibiza), 13-14 gennaio 2020 e giorni seguenti

Non si ha più traccia di una barca con a bordo 17 migranti partita il 6 gennaio dal litorale di Djinet, nella provincia di Boumerdes, 70 chilometri a est di Algeri. L’allarme è scattato fra il 13 e il 14 gennaio, quando si è diffusa la notizia che 18 persone (17 uomini e una donna) erano state intercettate il giorno 9, su un’altra piccola barca, da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo 20 miglia a sud dell’isola di Cabrera, nelle Baleari: condotte inizialmente a Ibiza, erano state poi trasferite nel Centro di internamento per stranieri di Barcellona. Secondo il racconto fatto per telefono da Barcellona ai familiari da uno dei 18 naufraghi, infatti, è emerso che erano due le barche salpate il giorno 6 dalla costa di Djinet, tra Boumerdes e Dellys, il tratto da cui sono più frequenti le partenze dei migranti diretti verso le Baleari: quella intercettata, appunto, e un’altra con 17 giovani che si era persa durane la navigazione. La segnalazione ha trovato presto conferma nella pubblicazione delle foto di cinque e dei nomi di sei giovani che erano sulla barca scomparsa da parte del sito web Medinet Zemmouri: Addul Malik, Omar, Sufyan, Ganador, Jacob e Bel, di età compresa trai 25 e i 35 anni e tutti residenti nella piccola città portuale di Zammouri. L’allarme è stato infine ribadito dai familiari di buona parte dei ragazzi, che hanno lanciato un appello di ricerca al Governo di Algeri. L’intera storia è stata raccontata nei particolari da un giornalista algerino, Ahmed Khireddine, con una serie di servizi sulla rete televisiva El Bilad, ripresi poi da vari media a partire dal giorno 14. Nessuna traccia dei 17 “desaparecidos” anche nei giorni e nelle  settimane succcessive.

(Fonte: Diario de Ibiza, edizioni del 14, 15 e 16 gennaio)

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 16-17 gennaio 2020

Un giovane profugo è stato pugnalato a morte dopo una violenta lite all’interno del centro di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo. Fuggito dallo Yemen e arrivato ormai da qualche mese sull’isola greca dalla Turchia, era in attesa che la sua richiesta di asilo venisse esaminata e sperava di poter essere trasferito presto nella Grecia continentale per restare in Europa. Non sono chiari i motivi della lite in cui è rimasto ucciso, ma sembra scontato che le circostanze generali in cui il delitto è maturato possano essere le condizioni durissime di vita all’interno della struttura che, in ricoveri di fortuna, spesso solo delle tende anche in pieno inverno, ospita più del doppio dei migranti previsti: uno stato di cose che esaspera gli animi e spesso favorisce ruvalità e contrasti, specie tra gruppi di etnia diversa. Sta di fatto che la sera del 16 gennaio, quando alcuni migranti hanno chiesto aiuto al personale del campo, facendo intervenire la polizia, il giovane era ormai agonizzante per le ferite ricevute: un’ambulanza lo ha trasportato d’urgenza all’ospedale, ma quando è arrivato al pronto soccorso era già morto. La polizia ha fermato alcuni giovani che potrebbero aver partecipato o quanto meno assistito alla lite. Quando si è diffusa la notizia della morte del ragazzo, nel campo di Moria è esplosa una protesta che ha coinvolto centinaia di profughi.

(Fonte: Ekathimerini)

Grecia (superstrada Egnatia), 23 gennaio 2020

Un profugo morto e 3 feriti su un minivan finito fuori strada nel tentativo di sfuggire a un posto di blocco della polizia, sulla superstrada Egnatia, nel nord della Grecia. A bordo erano in 11, tutti siriani. Il pulmino veniva da una località imprecisata lungo la frontiera dell’Evros. Non è chiaro se i profughi abbiano varcato il confine con la Turchia su quello stesso mezzo o se siano stati presi a bordo già in territorio greco, dopo aver superato la frontiera in tempi e circostanze diverse. Di certo viaggiavano a forte velocità in direzione di Salonicco quando sono incappati in una delle frequenti operazioni disposte sulle strade della regione anche per contrastare il flusso di profughi e migranti irregolari. L’autista, anziché fermarsi all’alt, ha accelerato, ma poco dopo ha perso il controllo della guida e il minivan è finito fuori strada in piena velocità. Uno dei profughi è morto all’istante. I tre feriti sono stati ricoverati in ospedale. Arrestato l’autista. Il giorno prima, quasi nella stessa zona, era accaduto un episodio analogo, con un altro pulmino carico di profughi – 11 uomini e un ragazzino di 15 anni, anch’essi siriani – coinvolto in un grave incidente mentre veniva inseguito dalla polizia. In questo caso non ci sono stati feriti gravi. Ciascuno di questi 12 profughi ha dichiarato di aver pagato 2.500 dollari per il viaggio dalla Turchia alla Grecia, incluso il passaggio della frontiera.

(Fonte: The National Herald)

Turchia (Mersin), 26 gennaio 2020

Quattro profughi dispersi nel naufragio di una piccola barca in vetroresina al largo di Mersin, nel sud ovest della Turchia. Il battello era partito in mattinata puntando verosimilmente verso Cipro. A bordo erano in cinque, tutti siriani. Erano ancora in acque turche quando il battello si è rovesciato. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando, nel primo pomeriggio, una barca di pescatori ha avvistato e tratto in salvo uno dei naufraghi, avvertendo poi la Guardia Costiera di Mersin che, come aveva riferito il superstite, sul natante affondato c’erano altre quattro persone. Unità della Marina turca hanno raggiunto la zona organizzado una operazione di ricerca che si è protratta sino al giorno successivo ma senza alcun esito. Il profugo superstite è stato sbarcato a Mersin.

(Fonte: Aegean Boat Report)

Grecia (Atene), 2 febbraio 2020

Un profugo afghano di 22 anni è stato accoltellato a morte in una zuffa tra migranti nel centro di accoglienza di Saramagas, nei sobborghi di Atene. Un altro giovane, un iraniano diciottenne, è rimasto ferito. Erano entrambi in attesa che la loro richiesta di asilo venisse esaminata. Situato nel versante occidentale del golfo di Elefsin, nel campo di Saramagas, uno dei più grandi e affollati della Grecia continentale, sono ammassati circa 3.500 migranti, per lo più afghani, iracheni, iraniani e siriani. Gli alloggi sono costituiti da 410 caravans allineati a scacchieri in un gande spiazzo. Per chi non trova posto in quei caravans si ricorre a tende di fortuna. “Le condizioni di vita sono da terzo modo. C’è carenza di tutto: in particolare di medicine e assistenza medica”, ha denunciato in numerose occasioni la Greek Nurses Association. Al di là dei motivi contingenti, numerosi operatori volontari ritengono che le cause della zuffa finita in tragedia vadano ricercate proprio nello stato di tensione e frustrazione alimentato da questa situazione e dalla lunga attesa a cui i profughi sono costretti per l’esame delle loro richieste di asilo.

(Fonte: Ekathimnerini)

Algeria (Mostaganem), 2-3 febbraio 2020

I corpi di due giovani sono stati recuperati in mare domenica 2 febbraio, a parecchi chilometri di distanza l’uno dall’altro, al largo di Mostaganem, nell’Algeria nord occidentale. Un terzo è affiorato una settimana dopo. Oltre a questi tre morti ci sono 9 dispersi, per un totale di 12 vittime. Le salme, in avanzato stato di decomposizione, non avevano indosso documenti o altri elementi utili a identificarle, ma è apparso subito chiaro che doveva trattarsi di harraga, tra i 20 e i 30 anni, annegati nel tentativo di raggiungere le coste della regione di Murcia, in Spagna. La prima salma è stata avvistata domenica 2 febbraio, in mattinata, 8 miglia a nord della spiaggia di Kef Lasfer, pochi chilometri a est di Mostaganem. Recuperata da una unità della Protezione civile in collaborazione con la Guardia Costiera, è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale Hocine Hamadou di Sidi Alì. Quasi alla stessa ora un peschereccio ha trovato casualmente e preso a bordo il secondo corpo, anche questo parecchio al largo, di fronte alla spiaggia di Oureah, 10 chilometri a ovest di Mostaganem. Sbarcato nel porto della stessa Mostaganem, è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale Che Guevara. Il terzo, infine, era al largo della spiaggia di Benabdelmalek Ramdane: avvistato da un pescatore, è stato portato a riva e consegnato anche questo all’obitorio dell’ospedale Che Guevara dalla Protezione Civile. Oltre un mese prima di questi ritrovamenti proprio da Mostaganem è salpata una barca con 12 harraga dei quali, dal momento della partenza, non si è saputo più nulla: nessuno si è messo in comunicazione con familiari o amici. Il ritrovamento dei tre cadaveri, anche se inizialmente non si è riusciti a identificarli, ha fatto subito temere che fossero a bordo della barca scomparsa e che dunque i morti in realtà fossero 12. La conferma è arrivata quando uno dei cadaveri è stato identificato: appartiene a un ragazzo di nome Faycal, proveniente da Oued El Djemaa, una località dell’interno situata 13 chilometri a est della piccola città di Relizane. Con lui, dallo stesso paese, erano partiti con quella barca altri 5 giovani: un piccolo gruppo di amici che avevano deciso di tentare insieme di arrivare in Spagna. Una scelta – ha sottolineato la stampa locale – fatta da un numero sempre crescente di giovani nel distretto di Relizane, con la costa di Mostaganem come punto di riferimento per l’imbarco su piccole unità da pesca.

(Fonte: El Watan, Le Quotidien d’Oran, Reflecxion, Ufficio ricerche Oim, Liberte Algerie)

Libia (Sahba), 5-6 febbraio 2020

Cinque giovani subsahariani hanno perso la vita e 12 sono rimasti feriti, alcuni in modo molto grave, nello scontro tra un’autocisterna e un camion carico di migranti nei pressi di Sabha, 640 chilometri a sud di Tripoli, in pieno Sahara. E’ morto anche un libico, presumibilmente uno degli autisti del “trasporto” organizzato da una banda di trafficanti. L’autocarro, un tir frigo con  il piano di carico completamente chiuso, procedeva verso nord, proveniente con ogni probabilità dalla zona di confine con il Niger. Da Sabha, l’ex capitale del Fezzan, città-snodo delle strade e di numerose piste che dalla frontiera puntano verso Tripoli, doveva poi raggiungere la costa o fare tappa in un centro di detenzione gestito dagli stessi trafficanti. L’incidente è avvenuto la notte tra il 5 e il 6 febbraio alle porte della città: il camion e l’autocisterna, che pare viaggiasse in senso opposto, si sono scontrati a forte velocità. Dopo l’urto, il tir si è ribaltato e per i migranti prigionieri all’interno del container/frigo – 18 in tutto – non c’è stato scampo. Cinque di loro sono morti sul colpo. Altri 12, feriti, sono stati trasportati all’ospedale di Sahba: alcuni – hanno riferito i sanitari del pronto soccorso – erano in condizioni critiche. Le testimonianze raccolte tra i superstiti da funzionari dell’Oim Libia o dai medici dell’ospedale (che poi le hanno riferite all’Oim) hanno confermato che si trattava di un “trasporto” organizzato da mercanti di  uomini. Tra i feriti c’è anche un secondo libico, segnalato alla polizia per le indagini. “Questo grave incidente – ha denunciato l’Oim – è l’ennesima conferma di quanto siano a rischio, nelle mani di trafficanti senza scrupoli, i viaggi di tanti disperati in fuga da guerra e povertà”.

(Fonte: Raporto Iom Libya del 6 febbraio, Address Libyan)

Turchia (distretto di Calduran), 6-7 febbraio 2020

Tredici profughi sono morti assiderati poco dopo aver attraversato il confine tra l’Iran e la Turchia, nella zona orientale della provincia di Van: erano 10 afghani e 3 curdo-siriani originari di Kobane, nel nordest della Siria. Non risulta che ci siano superstiti. Il 6 febbraio l’intero gruppo si è avventurato a piedi sui uno dei sentieri dell’impervia zona montana dove passa la frontiera, nel distretto turco di Calduran, fascia orientale della provincia di Van. Durante il cammino è stato sorpreso da una violenta tempesta di vento e neve ed ha perduto l’orientamento, senza riuscire a trovare un luogo dove ripararsi. La bufera, del resto, è stata così violenta che circa 160 villaggi della zona sono rimasti isolati e, oltre a tutta la viabilità minore, è stata interrotta anche la principale strada della zona, quella che collega Calduran con Dogubeyazit, la prima grande città che si incontra procedendo verso ovest, nella provincia di Agn, con una popolazione in pervalenza curda. E’ probabile che quei tredici profughi fossero diretti proprio qui e che l’allarme sia stato dato, non vedendoli arrivare, da qualcuno li attendeva o sapeva comunque che si erano messi in viaggio. Squadre della polizia hanno perlustrato la zona per ore. I tredici corpi ormai senza vita sono stati trovati, semisepolti nella neve, verso le 22 di giovedì 7 febbraio. La notizia della strage, diffusa inizialmente dalla Ong turca Human Rights Association, è stata poi confermata dal governatore della provincia di Van, Mehmed Elin Bilmez. Nella stessa zona è stato trovato un altro grosso gruppo di profughi, complessivamente 49, tutti afghani, che a loro volta si erano avventurati dall’Iran sulle montagne ed erano incappati nella tempesta poco dopo aver superato il confine con la Turchia: tutti in grave stato  di ipotermia e ormai allo stremo, sono stati trasferiti in vari ospedali della provincia di Van. I sentieri montani a cavallo del confine nel distrettto di Calduran sono una delle rotte più battute dai profughi provenienti dall’Iran nonostante in inverno risultino estremamente rischiosi. Il Partito Democratico per il Popolo Curdo (Hdp) ha sollecitato i governi di Ankara e di Teheran a trovare un accordo e una soluzione per porre fine  a stragi come questa.

(Fonti: Hurriyet Daily News, Rudaw, sito web Human Rights Association, Gazete Hawar, Mezopotamya News Agency, Premium Times, Infomigrants, Reporterly)  

Spagna (Canarie, rotta Atlantica), 7-8 febbraio 2020

Quattro morti e 5 dispersi (9 vittime in totale) su una barca con 20 migranti subsahariani alla deriva 390 miglia (circa 800 chilometri) a sud di Hel Hierro, la più remota delle Canarie. Il batttello era partito il 25 gennaio dalla costa di Dajla, nel Sahara Occidentale, con 27 persone a bordo, provenienti dalla Guinea Conakry, dalla Costa d’Avorio e dalla Sierra Leone. Durante la navigazione ha perso la rotta ed è rimasto alla deriva per giorni. Senza esito le ricerche sollecitata dalla Ong Caminando Fronteras, allertata da alcuni familiari dei migranti a bordo, preoccupati di aver perso ogni contatto con la barca. L’avvistamento è stato casuale: ad accorgersi dell’emergenza è stato, la sera di venerdì 7 febbraio, l’equipaggio del Batiola, un peschereccio marocchino, che ha subito  allertato la base operativa del Salvamento Maritimo spagnolo di Tenerife, specificando che la barca dei migranti appariva in gravi difficoltà, ma non era stato possibile soccorrerla direttamente a causa dello stato del mare e del forte vento, che mettevano in pericolo il peschereccio stesso. La centrale di Tenerife ha dirottato nel punto segnalato un cargo mercantile, l’Unisea, che si trovava in quel momento a 70 miglia di distanza e, dopo sei ore di navigazione, ha a sua volta avvistato la barca in pericolo. Nel fattempo le condizioni del mare erano ulteriormente peggiorate, al punto che il comandante dell’Unisea ha chiesto la collaborazione di un’altra nave per le operazioni di soccorso. E’ stato fatto intervenire, allora, un secondo cargo, il Traiguen, che si è posizionato in modo da riparare per quanto possibile dal vento l’Unisea, così da consentirgli di avvicinarsi alla barca e procedere al recupero, portando a bordo i 19 supertsiti (13 uomini e 6 donne) e il corpo del giovane che – come hanno poi accertato i medici – è morto per ipotermia e sfinimento. Erano tutti ormai allo stremo, in particolare 8, dei quali il comandante della nave ha chiesto l’evacuazione immediata per trasferirli in un ospedaleper sottoporli al più prestio a  ure adeguate. Questa operazione è stata condotta sabato 8 febbraio da due elicotteri militari spagnoli del servizio di soccorso aereo: il primo ha trasferito 7 persone al centro medico di Hel Hierro; il secondo ha trasportato una donna, la più grave, all’ospedale universitario di Tenerife, dove però è morta poco dopo il ricovero. Gli altri 11 naufraghi sono rimasti sull’Unisea, diretto a Gran Canaria. Nei giorni successivi, nel contesto dell’inchiesta disposta dalla magistratura sopagnola, è emerso che ci sono altre 7 vittime: un giovane e sua mglie, morti almeno due giorni prima che arrivassero i soccorsi e i cui corpi sono stati fatti scivolare in mare dai compagni, e altri cinque ragazzi che la disperazione e lo sfinimento hanno spinto a gettarsi in acqua per porre fine alla lunga, terribile sofferenza che stavano vivendo. Il 15 febbraio due dei superstiti, indicati come i proprietari della barca, sono stati arrestati con l’accusa di triplice omicidio per la morte della coppia e del giovane deceduto poco prima dell’intervento del cargo Unisea in pieno Atlantico.

(Fonte: Europa Press, El Diario edizioni del 7, 8 e 15 febbraio)

Libia-Italia (al largo di Garabulli), 9-10 febbraio 2020

Naufragio “invisibile” di un grosso gommone di colore nero con 91 persone, tra cui donne e bambini. Il primo allarme dell’emergenza è stato lanciato da Alarm Phone, contattato la mattina del 9 febbraio da una disperata richiesta di aiuto da parte di qualcuno che era a bordo del battello, salpato dalla Libia presumibilmente la sera del giorno prima diretto verso l’Italia e arrivato, in quel momento, a circa 40 chilometri al largo di Garabulli, a est di Tripoli. L’uomo al telefono ha subito precisato che la situazione era disperata: il motore era in avaria, uno dei tubolari pneumatici si stava sgonfiando rapidamente e lo scafo, in completa balia del mare agitato,  stava imbarcando acqua. La Ong ha diramato l’allerta a tutte le centrali operative competenti: Malta, Roma e anche Tripoli. In quel momento c’erano diverse barche in difficoltà e forse c’è stato un equivoco tra quel gommone e altri natanti. Sta di fatto che nessuno è intervenuto. Ignorati anche i successivi appelli di Alarm Phone – secondo cui il battello segnalato non corrispondeva a nessuno di quelli soccorsi – anche quando ha avvertito di aver perso ogni contatto e si è poi diffusa la notizia di un naufragio davanti alle coste di Garabulli. L’equivoco è stato anzi alimentato dalle stesse informazioni diramate dalla Guardia Costiera libica, che ha definito “fake news” i primi comunicati sul naufragio, asserendo che quei 91 naufraghi erano stati tratti in salvo dalla Marina maltese. E, d’altra parte, l’unica nave di soccorso delle Ong in mare in quelle ore, la spagnola Aita Mari, era troppo lontana per intervenire o quanto meno controllare.  Le continue, insistenti richieste di informazioni da parte di familiari dei 91 migranti (che asserivano di non aver ricevuto più alcuna notizia) e gli accertamenti nella zona segnalata hanno mantenuto vivo il timore di una tragedia. In particolare, alcuni pescatori hanno riferito di aver trovato, sulla superficie del mare, giubbotti di salvataggio, serbatoi e taniche di benzina vuote, indumenti. I segni evidenti di un naufragio. Infine, un aereo da ricognizione di Frontex ha avvistato i resti di un gommone sgonfio, di colore nero, che corrisponde esattamente alla descrizione del battello fatta la mattina del 9 febbraio. Da qui la conferma della tragedia, con 91 vittime. Lo ha ribadito anche l’Oim. “Non pensiamo che queste persone siano state salvate – ha riferito Marta Sanchez, responsabile del progetto Missing Migrants il 20 febbraio – La Guardia Costiera ha condotto  un’operazione di recupero il 10 febbraio, ma riguardava una barca con 81 persone, in un’area diversa. A nostro avviso, a questo punto sono rimaste due sole opzioni: o i migranti sono ritornati da soli sulle coste libiche, a 40 chilometri di distanza, ma ciò sembra molto  improbabile. Oppure la barca è affondata…”. Affondata come dimostrano appunto i numerosi relitti trovati in mare.

(Fonte: sito web Alarm Phone dal 9 al 20 febbraio; relazione Oim; Associated Press, Infomigrants)  

Turchia-Grecia (Frontiera dell’Evros), 9-10 febbraio 2020

Il cadavere di un giovane migrante è stato trovato sulla riva dell’Evros, sulla sponda turca, da una pattuglia di polizia impegnata in un servizio di pattugliamento lungo la linea di frontiera con la Grecia. Era in un luogo isolato ma non lontano da alcuni villaggi, in uno dei punti più battuti dai profughi che cercano di entrare in Grecia. Non doveva trovarsi lì da molto tempo, perché l’intera zona, nella parte occidenale della provincia di Edirne, è continuamente battuta dagli agenti della Gendarmeria per scoraggiare gli espatri clandestini: nelle ore successive al ritrovamento del cadavere sono stati intercettati e fermati nei dintorni 124 migranti. Secondo la polizia l’uomo deve aver tentato di attraversare il fiume a nuoto, in piena notte, ma non ce l’ha fatta a raggiungere l’altra riva: più che dalla forza della corrente deve essere stato vinto dal freddo, perché sulla salma sono stati riscontrati evidenti sintomi di ipotermia. Non è stato identificato e non si è riusciti neanche a stabilirne la nazionalità.

(Fonte: Anadolu Agency)

Siria-Turchia (Afrin), 11-13 febbraio 2020

Sei profughi siriani, tra cui quattro bambini, sono stati uccisi dal freddo nei pressi di Afrin, a non grande distanza dal confine con la Turchia. Se ne è avuta notizia dopo la morte di una bimba, Imam Ahmed Leyla, di appena un anno e mezzo. Alcuni mesi fa la famiglia della piccola – riferisce la stampa turca – era stata costretta ad abbandonare Idlib a causa dei continui bombardamenti condotti dall’esercito siriano che sta cercando di occupare la città. Insieme a migliaia di altri sfollati ha raggiunto la zona di Afrin, trovando una sistemazione provvisoria nel campo profughi allestito vicino a un villaggio dei sobborghi. E’ verosimile che fosse una tappa prima di tentare di arrivare al confine con la Turchia: il posto di frontiera di Azaz è distante poco più di 30 chilometri, sulla strada che porta alla Afrin turca, passando da Kilis, una via piuttosto battuta dai profughi in fuga dalla provincia di Aleppo o da Idlib, nel nord est della Siria. Forse aspettavano che si attenuassero il freddo intenso e le forti nevicate che hanno investito l’intera regione, bloccando strade e comunicazioni. Ma proprio il freddo è stato fatale alla bimba: si è ammalata di bronchite e quando i genitori si sono accorti che quasi non riusciva a respirare, il padre ha deciso di portarla a piedi, in braccio, al centro medico di Al Shifa, ad Afrin, distante oltre un’ora di cammino, ma è morta prima ancora di arrivare al pronto soccorso.

Gli altri 4 morti. Quando si è saputo della tragica fine di Leyla è emerso, in base a testimonianze raccolte da Ugur Yildirim, un cronista del quotidiano turco Daily Sabah, che pochi giorni prima, nella stessa zona, c’erano stati altri quattro profughi siriani vittime del freddo: un coppia (Mustafa e Amoun), la loro figlia dodicenne, Huda, e la nipotina Hoor, di tre anni. I loro corpi senza vita sono stati trovati nella tenda-baracca dove si erano rifugiati per la notte. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti  umani, ad ucciderli nel sonno sarebbero state le esalazioni tossiche di una vecchia stufa, lasciata accesa per difendersi dal gelo della notte. Anche loro erano fuggiti da Idlib e in attesa di trovare il modo di proseguire verso la frontiera turca.  La sesta vittima è un bimbo di sette mesi, Abdul Waham Ahmad al Rahhaln, morto per ipotermia l’undici febbraio nel campo improvvisato dove la sua famiglia si era rifugiata dopo essere stata costretta ad abbandonare la città di Khan Sheikhum, nel distretto di Idlib. “L’intera zona intorno ad Afrin e lungo la strada che porta a nord est – scrive Ugur Yildirim nella sua corrispondenza da Afrin – è invasa di sfollati dal governatorato di Idlib che dormono dove possono, lungo le strade o in campagna sotto gli olivi, bruciando cumuli di rifiuti per cercare di scaldarsi. Intere famiglie in fuga dalla guerra, con le loro poche masserizie ammassate su dei carri, attraversano la regione, dormendo, quando possono, in macchina oppure per terra, nei campi, nonostante la neve e la temperatura che scende molto sotto lo zero…”.

(Fonte: Anadolu Agency, Daily Sabah, Ansa Mondo,  Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeera edizione del 18 febbraio)

Marocco-Spagna (rotta delle Canarie), 18 febbraio 2020

Quattordici dispersi nel naufragio di una barca rimasta per quasi quattro giorni alla deriva in pieno Atlantico mentre tentava di raggiungere le Canarie dal Marocco. La partenza è avvenuta tra venerdì 14 e sabato 15 febbraio dal Sahara Occidentale: una rottta, in linea d’aria, di circa 250 chilometri. A bordo erano in 28, inclusi alcuni bambini, tutti originari dell’Africa Occidentale, in particolare della Guinea Conakry e della Costa d’Avorio. L’allarme è scattato già nella giornata di sabato: l’hanno lanciato alcuni familiari, preoccupati di aver perso ogni contatto con il battello, avvertendo Caminando Fronteras. La Ong, a sua volta, ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo e la Marina Imperiale marocchina. Dalle Canarie è scattata una operazione di ricerca, affidata a un aereo da ricognizione ma resa difficile dalle cattive condizioni del mare, con forte vento e onde alte fino a quattro metri. Poco dopo, l’allarme è stato reiterato da Alarm Phone, a sua volta contattato dai familiari dei dispersi. Nulla fino alla tarda mattinata di martedì, quando il battello in difficoltà, risospinto verso la costa africana dalla burrasca, è stato visto naufragare dall’equipaggio di un peschereccio marocchino. I primi soccorsi sono arrivati da quei pecatori, che hanno tratto in salvo 14 naufraghi. Di lì a poco è giunta anche una unità della Marina Imperiale. Le ricerche sono continuate sino a notte, ma dei 14 migranti dispersi non si è trovata traccia. I superstiti, tra cui due bambini di pochi mesi, sono stati sbarcati nel porto di Dakhla e poi trasferiti all’ospedale di El Aaiun. Da sabato 15 il Salvamento spagnolo era impegnato nella ricerca di cinque barche partite dalla costa del Sahara, tra Dajla e Cabo Bojador. Una aveva a bordo 28 persone: è quella naufragata martedì 18.

(Fonte: El Diario, La Provincia, siti web Helena Maleno, Caminando Fronteras, Alarm Phone).

 

 

 

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