Dopo Malta cresce il disimpegno dell’Europa nei soccorsi in mare

di Emilio Drudi

Il premier Giuseppe Conte ha parlato di “svolta”. E’ vero, sembra proprio che il recente accordo di Malta stia segnando una “svolta” nella politica migratoria e nell’organizzazione dei soccorsi ai naufraghi alla deriva su barche o relitti salpati dalle coste africane con il loro carico di disperati. Non nel senso, però, lasciato intendere dal Governo italiano, di “assunzione e ripartizione delle responsabilità” tra diversi Stati europei per l’accoglienza delle persone tratte in salvo e meno che mai per la tempestività delle operazioni di salvataggio e l’efficacia degli interventi da mettere in campo per ridurre il tremendo tributo di vite umane imputabile alla politica di chiusura e respingimento della Fortezza Europa. Il cambiamento che si profila è, semmai, il disimpegno pressoché totale, quasi il rifiuto esplicito, di occuparsi delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare, delegando ancora di più il compito di “bloccare i gommoni” alla Guardia Costiera libica e, in prospettiva, a quelle degli Stati dell’intero Nord Africa: la Tunisia e il Marocco, innanzi tutto (rispettivamente per le rotte del Mediterraneo Centrale e Occidentale), ma anche dell’Algeria e dell’Egitto.

Proprio questa delega è un capitolo essenziale dell’accordo di Malta, nonostante nessuno ignori la terribile realtà dell’inferno libico e il fatto che la zona Sar che Tripoli si è attribuita nel giugno 2018 sia una pura finzione, senza alcuna reale capacità operativa e senza la garanzia essenziale del “porto sicuro” dove sbarcare i profughi-naufraghi. Ma ci sono altri elementi. Non sembra un caso, ad esempio, che l’ex ministro Marco Minniti – incontrando il consenso pressoché totale del Governo Conte bis e all’interno del Pd, il suo partito – ha sottolineato la necessità di rinnovare, prima che giunga a scadenza, l’accordo con cui proprio lui, nel febbraio del 2017, ha eletto la Libia a “gendarme dell’immigrazione” per conto dell’Italia. Così come non sembra un caso che nello scorso week end,  in un vertice a Rabat, il Marocco abbia proposto un progetto di contrasto all’immigrazione irregolare da realizzare in collaborazione con gli altri Governi nordafricani e con finanziamenti in gran parte europei: quasi un nuovo Processo di Rabat.

Segnali ancora più specifici e concreti, però, vengono da quanto si sta verificando in mare: episodi a dir poco allarmanti, accaduti proprio negli ultimi giorni, con il rifiuto di fatto o quanto meno un ritardo inspiegabile nei soccorsi; la delega alla Libia persino al di fuori della sua pretesa zona Sar; il muro di gomma opposto alle navi delle Ong alla ricerca di un porto sicuro dove concludere gli interventi di salvataggio operati sbarcando i naufraghi. Tre casi, in particolare, fanno riflettere.

21 ottobre. Nave Ong bloccata in mare con 104 naufraghi

La Ocean Viking, la nave umanitaria di Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere naviga da quattro giorni senza meta nel Mediterraneo centrale, tra la Libia e l’Italia, con a bordo le 104 persone che ha soccorso e portato al sicuro alle prime luci del giorno 18, circa 50 miglia al largo di Khoms, 140 chilometri a est di Tripoli. Tra i naufraghi, trovati su un gommone in emergenza, ci sono numerosi bambini (di cui due con meno di un anno di vita), tante donne (10 delle quali da sole), qualche famiglia, numerosi uomini (40 non ancora diciottenni). Immediato l’appello per un porto sicuro di approdo diramato sia a Tripoli, l’autorità che sulla carta è competente per quel tratto di mare, che a Roma e a Malta. Risponde solo la Guardia Costiera libica, che indica di puntare su Tripoli. Ma si tratta di una indicazione irricevibile perché, stando alle convenzioni internazionali e al “diritto del mare”, la Libia non può essere in alcun modo place of safety. Non resta che riprendere la navigazione. Il giorno dopo le autorità libiche rinnovano l’assegnazione di Tripoli come porto di sbarco. Da Roma e Malta silenzio totale. Silenzio anche da Francia e Germania, gli altri Stati dell’accordo di Malta, e da parte dell’Unione Europea. Un silenzio che si protrae anche nei giorni successivi. La nave è grande e attrezzata, ma a bordo la situazione si fa sempre più difficile. La notizia, quasi sottaciuta fin dall’inizio, scompare anche dalle pagine dei principali giornali.

20 ottobre. Abbandonati per due giorni prima di arrivare a Lampedusa

Una barca con a bordo 45 persone viene di fatto abbandonata a se stessa in mezzo al Mediterraneo, ignorando tutte le richieste di aiuto. Alla fine riesce ad arrivare da sola a Lampedusa, quando già si cominciava a temere che l’emergenza stesse per diventare una ennesima tragedia. Ma resta il fatto dei mancati soccorsi. L’allarme scatta ancora una volta ad opera di Alarm Phone, il “telefono amico” dei migranti in pericolo sulle tre rotte del Mediterraneo, nella serata del 19 ottobre. “Ricevuta la posizione Gps – registra la Ong – abbiamo informato le autorità alle 18,35. Richiesto soccorso immediato a Malta per non mettere ancora più a rischio 45 vite e per portare tutti in un porto sicuro, in Europa”. Non è un collegamento facile e la situazione precipita. Ne fa fede il verbale di Alarm Phone: “Ci sono volute quasi due ore e mezzo per riuscire a parlare con Malta. Le persone a bordo sono disperate: chiedono aiuto perché sta finendo la benzina, stanno imbarcando acqua ed è buio. Molti stanno male: abbiamo paura soprattutto per le donne e i bambini”. La notte trascorre in queste condizioni terribili. Verso le otto, nuovo collegamento e nuova segnalazione: “Quelle persone sono ancora in mare. Siamo in contatto regolare, l’ultimo alle 7,52. Abbiamo chiamato le autorità di Malta e la Guardia Costiera (italiana: ndr) molte volte, riferendo la posizione Gps e la situazione a bordo, ma non rispondono all’allarme…”. E ancora, poco più tardi: “Le persone a bordo hanno passato una notte infernale ma il loro Sos viene ignorato dalle autorità europee”. Poi, finalmente, l’annuncio “liberatorio” che la barca è riuscita ad arrivare da sola in vista di Lampedusa. Ma nessuno l’ha aiutata, se non nell’ultimissimo tratto della rotta. Ancora un po’ e sarebbe stata una tragedia simile a quella del naufragio avvenuto all’inizio di ottobre proprio di fronte a Lampedusa. Alarm Phone non manca di denunciarlo: “Abbiamo mandato la posizione Gps alle autorità 4 volte, informandole della situazione di emergenza e delle condizioni delle donne incinte e dei bambini. Ma le autorità europee a Malta e in Italia non hanno risposto”. Ore e ore di appelli e richieste di aiuto ignorate, con 45 vite umane abbandonate alla deriva, in una condizione di estremo pericolo.

18 ottobre. Malta respinge in Libia circa 50 richiedenti asilo.

Alarm Phone intercetta verso le 15 la richiesta di aiuto di un gommone salpato dalla Libia con circa 50 persone, tra cui 10 donne e 5 bambini. Partiti prima dell’alba, sono in mare da più di dieci ore: lo scafo regge a stento, l’emergenza è evidente. In quel momento sono nella zona Sar maltese. Alarm Phone si mette in contatto subito con La Valletta. Con grande difficoltà. Né sembra che i soccorsi scattino con la tempestività che ci si aspetterebbe. “Tra le 15,55 e le 17,25 – scrivono gli operatori di Alarm Phone nel sito web – abbiamo chiamato più volte le Armed Force di Malta per aggiornarle sulla nuova posizione della barca e per chiedere se si stessero prendendo la responsabilità dell’evento Sar, ma non sono raggiungibili… Esigiamo che Malta agisca subito!”. Il tempo passa. Alarm Phone cerca di mantenere comunque i contatti con la barca per monitorare costantemente la situazione. Alle 21 l’emergenza appare sempre più grave: “I migranti sono in mare da 17 ore e chiedono aiuto – riferisce sempre Alarm Phione – Il nostro ultimo contatto c’è stato alle 17: ci hanno detto ‘Stiamo imbarcando acqua’. Nel Mediterraneo è già buio e non sappiamo ancora se Malta stia organizzando un soccorso…”. Ancora mezz’ora e arriva finalmente la comunicazione che c’è un’operazione di recupero in corso. Non da parte di Malta, però: se ne sta occupando Tripoli su incarico de La Valletta. Il messaggio web di Alarm Phone suona come una denuncia: “La cosiddetta Guardia Costiera libica ha intercettato la barca nella zona Sar di Malta. Alle 21,32 Rcc Malta, autorità responsabile, ci ha detto che la Lybian Coast Guard (Lygc) ha intercettato la barca nella zona Sar di Malta – 34°47’ Nord e 012°37’ Est – in violazione delle leggi internazionali”. Poche ore dopo il portavoce della Marina libica riferisce che una motovedetta di Tripoli ha soccorso nel Mediterraneo tre battelli con circa 150 persone a bordo. La notizia viene presentata come un esempio di efficienza della Guardia Costiera libica. In realtà, uno di quei battelli è quello segnalato da Alarm Phone alle soglie di Malta.  “Malta – contesta la Ong la sera stessa del 18 ottobre – ha delegato l’operazione a una milizia finanziata dall’Unione Europea che sta respingendo le persone in una zona di guerra. Malta è responsabile di questa violazione delle convenzioni internazionali a meno che la Lybian Coast Guard non consegni le persone a una unità diretta verso un porto sicuro”. Il messaggio è stato diramato prima che si sapesse che i naufraghi erano stati ricondotti a Tripoli. Il comunicato successivo della Marina libica non lascia adito a dubbi: si è attuato  un respingimento di massa, riconsegnando i profughi ai lager da cui erano fuggiti, proprio mentre si sente ancora l’eco dell’ennesimo appello dell’Unhcr a non riportare in Libia i migranti intercettati in mare. Una scelta voluta, pur essendo nota a tutti in quale caos è precipitata la Libia e quale inferno riservi ai migranti questo caos.

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