PROFUGHI, CHE COSA ACCADE NEGLI ALTRI PAESI? Il caso italiano

Le scelte fatte per fronteggiare la cosiddetta “crisi migratoria” da parte dell’Unione Europea, dei singoli Stati che la compongono o di Stati di altre parti del mondo, si scontrano non di rado con i diritti dei profughi e il rispetto dei trattati e del diritto internazionale. Si tratta, talvolta, di violazioni o sospette violazioni che provocano l’intervento della magistratura ordinaria oppure di altre istituzioni giuridiche o politiche. Quello che segue è un estratto di una raccolta (ovviamente non esaustiva) di alcuni casi significativi. Un dossier ad opera di Emilio Drudi

Italia. Migranti e missione Triton: richiamo dell’Onu all’Europa

Inadeguata la risposta dell’Europa al problema dei migranti: ci si limita a difendere la frontiera marittima italiana”: le Nazioni Unite denunciano senza mezzi termini la missione Triton appena iniziata, che fa capo all’agenzia Frontex e sostituisce di fatto l’operazione Mare Nostrum, dichiarata chiusa a partire dal primo novembre, anche se la dismissione completa è prevista per gennaio 2015. Il problema viene sollevato in una conferenza a Roma da Francois Crepeau, relatore speciale dell’Onu per i diritti dei migranti. “Senza una operazione come Mare Nostrum – ammonisce – l’estate prossima migliaia di persone moriranno. Chiudere gli occhi davanti a tale prospettiva non è una soluzione: queste persone continueranno a tentare l’attraversamento e continueranno a morire a causa dell’inazione dell’Europa”.

La conferenza si svolge proprio mentre si diffonde la notizia della morte per ipotermia e sfinimento di 18 migranti, rimasti alla deriva per giorni su un gommone nel Canale di Sicilia: una tragedia che conferma in pieno i timori sollevati dall’Onu. Questo episodio non viene citato specificamente ma incombe sulla conferenza. “All’Europa – insiste Crepeau a nome del Commissariato dei diritti umani – spetta l’avvio di un’apertura e mobilità regolamentate” attraverso l’accesso alla giustizia, la presa d’atto che serve in Occidente manodopera a bassa qualifica e l’abbattimento di quelle “barriere e proibizioni da cui è nato il modus operandi dei trafficanti di esseri umani e in cui questi prosperano, eludendo le restrittive politiche migratorie di  molti Stati membri della Ue”.

(Fonte: La Stampa, 5 dicembre 2014).

Italia condannata per la detenzione e l’espulsione di tre profughi tunisini

La Corte Europea per i diritti dell’Uomo di Strasburgo (Edu) condanna l’Italia per la detenzione e l’espulsione illegali di tre migranti tunisini. Il procedimento si riferisce a fatti avvenuti nel settembre del 2011, qualche mese dopo la “primavera araba” che ha portato in Tunisia alla caduta del regime del presidente Ben Alì. I tre giovani, arrivati a Lampedusa, sono stati dapprima rinchiusi nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa e poi, dopo i disordini scoppiati sull’isola per il sovraffollamento e le condizioni e il trattamento da reclusi nel Cpa, trasferiti a Palermo e rinchiusi su una nave prigione per quasi tre settimane fino al rimpatrio forzato. Numerose e pesanti le motivazioni poste dai giudici della Corte di Strasburgo alla base della sentenza. In particolare:

– il trattamento riservato ai tre giovani è stato ritenuto “irregolare”, tanto da violare la Convenzione europea per i diritti dell’uomo.

– La detenzione era “priva di base legale”: è stato violato, in sostanza, il diritto alla libertà e alla sicurezza perché i tre sono stati detenuti senza che alcuna legge lo prevedesse.

– I motivi addotti per la reclusione sono rimasti “sconosciuti” ai tre, che, di conseguenza, non hanno avuto la possibilità di contestarli di fronte a un tribunale italiano.

Le condizioni di detenzione “hanno leso la dignità” dei tre tunisini, sottoposti a un “trattamento degradante” a causa del sovraffollamento e delle gravi carenze igieniche della struttura in cui sono stati rinchiusi nel centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola.

– I tre sono stati oggetto di un rimpatrio collettivo, vietato dalla Convenzione, in quanto i decreti di espulsione non hanno fatto riferimento alla loro situazione personale specifica, che non è stata neanche presa in esame.

La sentenza stabilisce che l’Italia dovrà versare a ognuno dei tre 10 mila euro pe ri danni morali subiti e altri 9.300 per le spese legali. Al di là di questa condanna specifica, nata dal ricorso presentata dai tre interessati, la sentenza chiama in causa di fatto tutta la politica adottata dall’Italia in occasione della “crisi di Lampedusa”, culminata nella protesta-sommossa di centinaia di profughi bloccati sull’isola per ordine del Governo italiano che non consentiva ai profughi di raggiungere il continente, creando così una situazione d’emergenza insostenibile in una realtà piccola come quella lampedusana. La stessa esperienza dai tre giovani che hanno fatto ricorso alla Corte di Strasburgo è stata vissuta da migliaia di altri profughi.

Questa di Lampedusa è la quarta condanna subita dall’Italia alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo dal 2012. Queste le tre precedenti:

– 26 febbraio 2012. Condanna per la politica dei respingimenti in mare adottata dal governo Berlusconi, su iniziativa in particolare del ministro degli interni Roberto Maroni (Lega Nord).

– 21 ottobre 2014. Condanna per il respingimento collettivo di alcune decine di profughi provenienti dalla Grecia e sbarcati nei porti di Ancona, Bari e Venezia. Ai profughi – ha appurato la Corte – non è stato consentito di presentare richiesta di asilo e di specificare i motivi per cui erano fuggiti dalla Grecia.

– 4 novembre 2014. La sentenza, in questo caso, riguarda in primo luogo la Svizzera, ritenuta responsabile di voler respingere una famiglia afghana in Italia dove i giudici hanno ritenuto che non fossero garantite condizioni di alloggio e di vita dignitose, specialmente per i bambini. La condanna all’Italia si riferisce, appunto, alla situazione a cui la famiglia di profughi afghani sarebbe stata costretta dal sistema di accoglienza italiano.

Alle condanne della Corte per i Diritti dell’Uomo si aggiunge quella pronunciata nei confronti dell’Italia dal Consiglio d’Europa di Strasburgo (29 febbraio 2012) per la strage del gommone in avaria abbandonato alla deriva per due settimane, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2011. Sul battello c’erano 72 persone (tra cui due bambini): solo 9 sono sopravvissute. Le altre 63 sono morte di sete e d’inedia senza che nessuno le soccorresse nonostante in quel tratto di mare incrociasse la grossa flotta Nato impegnata a sostenere in Libia la rivolta contro il colonnello Gheddafi.

(Fonti: La Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Il Sole. 01 settembre 2015)

Europa. Rimpatri forzati e arresti: due condanne per l’Italia

L’Italia è stata condannata nello stesso giorno (15 dicembre 2016) da due diverse Corti europee, per episodi legati alla politica sull’immigrazione.

Rimpatri forzati. La prima condanna, pronunciata dal Comitao per la Prevezione della Tortura (Cpt), riguarda un caso di espulsione collettiva forzata di cui è stato vittima un gruppo di 13 donne nigeriane detenute nel Cie di Ponte Galeria (Roma), tra il 16 e il 18 dicembre 2015. Secondo l’accusa, non sono stati rispettati i diritti fondamentali previsti in situazioni di questo genere, perché l’espulsione è avvenuta nonostate la magistratura avesse sospeso il provvedimento almeno per alcune delle componenti del gruppo. L’inchiesta è nata in seguito a una visita fatta in Italia da una delegazione del Comitato per monitorare i cosiddetti return flights. In particolare è stato esaminato il trattamento riservato alle migranti nigeriane durante le operazioni di rimpatrio per via aerea da Roma a Lagos. Il volo è stato organizzato dall’Italia in collaborazione con l’agenzia Frontex e, come Stati co-partecipanti, con la Svizzera e il Belgio. “Alcuni detenuti – hanno contestato gli ispettori – sono stati rimpatriati dall’Italia mentre i processi di appello presso la corte competente in relazione alla richiesta di asilo erano ancora pendenti”. E’ stato messo a rischio, in sostanza, il principio di non refoulement. Il Comitato ha verificato, anzi, che le migranti, in stato di detenzione, hanno ricevuto la notifica dell’espulsione il giorno stesso della partenza, vedendosi così negata ogni possibilità di far valere i propri diritti in sede giurisdizionale con la presentazione di un ricorso. E non ha mancato di far notare che spesso le “sentenze” di rimpatrio decretate dalla Commissione Territoriale sono state annullate in appello anche quando i migranti nigeriani venivano non dal Nord del paese, controllato dal gruppo di Boko Haram, ma anche dal Sud, proprio perché in realtà non è possibile determinare con precisione il territorio investito dal conflitto o comunque dall’azione delle milizie jihadiste.

Arresti arbitrari. La seconda condanna, per una serie di arresti arbitrari, è stata pronunciata dalla Grande Camera della Corte Europea. Si tratta del caso Khlaifia and Others: i giudici hanno contestato all’Italia di aver violato l’articolo 5 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, che disciplina i casi tassativi in cui la privazione della libertà può avvenire. Il principio è che non si può essere privati della libertà senza una decisione giurisdizionale, senza cioè una supervisione giudiziaria, ma soltanto come esito di una prassi della polizia: non lo consentono né lo stato di diritto italiano né quello europeo. La questione riguarda, nello specifico, un gruppo di migranti detenuti nel centro di prima accoglienza (Cpsa) di Lampedusa ed è stato sollevato di fronte alla Corte dall’avvocatessa Francesca Cancellaro.

Le due sentenze sono arrivate in un momento molto importante, alla luce delle decisioni prese dall’Unione Europea e dall’Italia in materia di espulsione e respingimento dei migranti e delle procedure adottate da quando sono stati istituiti gli hotspot. Lo fanno notare Susanna Marietti, coordinatrice dell’associazione Antigone, con un servizio pubblicato da Il Fatto Quotidiano, e la stessa Francesca Cancellaro la quale, commentando la sentenza, ha dichiarato: “Il tema è di grande attualità perché chiama direttamente in causa gli attuali hotspot, dove i migranti sono oggi detenuti de facto senza base legale e senza alcun controllo giurisdizionale”,

(Fonte: Il Fatto Quotidiano, edizione online del 16 dicembere 2016).

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