UN CIMITERO CHIAMATO MEDITERRANEO: IL 2014

2014 – la cronaca dei morti in mare e via terra

Libia, 14 giugno 2014

Un guardacoste della Marina italiana impegnato nell’operazione Mare Nostrum trae in salvo 40 naufraghi e recupera 10 corpi senza vita nei pressi dei relitti di due piccoli battelli pneumatici. Secondo le testimonianze rese dai superstiti ci sono circa 40 dispersi in mare. Il numero totale delle vittime, tra morti è dispersi, è dunque di quasi 50 persone. Il naufragio è avvenuto a circa 40 miglia dalla costa libica.

(Fonte: rapporto Amnesty International settembre 2014) 

Italia. 16 giugno 2014

La petroliera Kuwaytiana Al Salmi soccorre un peschereccio alla deriva stipato di ben 356 migranti in fuga. A bordo anche il cadavere di un siriano morto di stenti durante la traversata.

(Fonte: Il Gazzettino e Giornalettismo)

Spagna-Marocco (Melilla). 18 giugno 2014

Cinque morti e decine di feriti tra i profughi che all’alba del 18 giugno tentano di superare la barriera metallica che separa l’enclave spagnola autonoma di Melilla dal Marocco ma vengono intercettati e bloccati dalla polizia di frontiera. Lo denuncia Josè Palazon, dell’associazione Ong Prodein, che documenta le accuse con una serie di immagini filmate. I profughi in fuga erano oltre 400, tutti di origine sub sahariana. La maggioranza viene bloccata prima di arrivare alle recinzioni di confine, ma circa 150 riescono ad entrare nell’area i due reticolati, rimanendovi in pratica intrappolati. Ed è su questi che si scatena la violenza. E’ già territorio spagnolo ma a intervenire sono le forze di sicurezza marocchine, che massacrano i migranti a colpi di spranghe e manganelli, come mostra il video della Ong Prodein. I feriti gravi, una trentina, vengono ricoverati all’ospedale Hassani di Nador ma alcuni, in condizioni peggiori, vengono poi trasferiti a Rabat. “Gli agenti spagnoli – denuncia Prodein – sono complici di questa barbarie.

(Fonte: La Repubblica)     

Italia. 30 giugno 2014

Soccorso nel Canale di Sicilia un peschereccio con circa 600 profughi. Ammassati nella stiva vengono ritrovati decine di cadaveri. Inizialmente si parla di una trentina di vittime. Il giorno dopo, allo sbarco nel porto di Pozzallo, quando la stiva viene ispezionata e inizia il recupero delle salme, si scopre che le vittime sono in realtà 45.

(Fonte: Il Corriere e La Stampa).

Italia. 30 giugno 2014

La nave d’altura “Dattilo”, della Capitaneria di Porto di Augusta, recupera in mare il cadavere di un uomo con indosso un giubbino salvagente ma annegato da giorni. Si ignorano l’identità della vittima e le circostanze dell’annegamento. La salma viene portata ad Augusta, dove sono fatti sbarcare 1.096 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia da vari mezzi della Marina nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum”.

(Fonte: La Nota Tv). 

Italia. 1 luglio 2014

Naufraga nel Canale di Sicilia un gommone con 101 migranti. Poco più di una ventina vengono salvati da un mercantile di passaggio. Degli altri, circa 80, non si trova traccia: risultano dispersi in mare. La notizia viene comunicata dagli operatori del Commissariato Onu per i rifugiati presenti in Sicilia.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano e La Stampa).

Italia. 2 luglio 2014

Secondo le stime del Commissariato Onu per i rifugiati, rese note all’indomani del naufragio del gommone con 101 migranti a bordo nel Canale di Sicilia, sono circa 500 i profughi morti nel Mediterraneo, dall’inizio del 2014, mentre cercavano di raggiungere l’Europa.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano).

Libia, 6 luglio 2014

Almeno 14 immigrati muoiono al largo delle coste libiche nel naufragio di un barcone che poteva accogliere circa 200 persone ma a bordo del quale ne erano salite certamente molte di più. Centinaia, dunque, i dispersi. Le vittime accertate di cui è stato recuperato il cadavere sono una donna siriana con due dei suoi bambini di tre e sei anni, tre eritrei e otto giovani africani di nazionalità sconosciuta. Lo comunica il Commissariato Onu per i rifugiati, sottolineando che, ritrovate le salme, la Guardia Costiera di Tripoli sta conducendo altre ricerche, proprio perché tutto lascia credere che, in seguito al naufragio, avvenuto qualche giorno prima, ci siano centinaia di scomparsi in mare dei quali non si ha più traccia.

Nella fase iniziale degli accertamenti si fa strada l’ipotesi che potrebbe trattarsi di un barcone con 243 profughi a bordo, oltre allo scafista tunisino o egiziano, partito prima dell’alba del 28 giugno dalla spiaggia di Al Khums, a est di Tripoli, e del quale non si ha più notizia dal giorno 30. I familiari di molti dei 243 profughi, in gran parte eritrei, tendono però ad escluderlo quasi subito, perché non risulterebbe che sull’imbarcazione sparita con i loro congiunti ci fossero anche siriani ma soltanto eritrei e sudanesi. Un’inchiesta su una organizzazione di trafficanti e scafisti condotta dalla Procura di Catania e conclusasi con 11 arresti, conferma alcuni mesi dopo, all’inizio di dicembre, che si tratta in effetti di due episodi diversi: due tragedie distinte con n bilancio complessivo di oltre 450 vittime.

(Fonte: La Stampa; l’Espresso numeri del 24 ottobre e 13 novembre 2014; agenzia Habeshia; Tsegehans Weldeslassie della diaspora eritrea in Italia, Corriere del Mezzogiorno, cronaca di Catania, 3 dicembre 2014).

Consultare dossier 2, servizio: Libia. Mistero sulla sorte di un barcone con circa 250 migranti.

Libia, Italia, Grecia, Turchia, 8 luglio 2014

Almeno 500 morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Nel servizio pubblicato da La Stampa sul naufragio del barcone avvenuto al largo delle coste di Tripoli il 6 luglio, si fa anche il bilancio delle vittime nei primi mesi del 2014: secondo stime per forza di cose approssimative, si calcolano 217 annegati nelle acque libiche (inclusi quelli dell’ultima tragedia) e 290 tra Italia, Grecia e Turchia. In tutto, dunque, 507 morti.

(Fonte: La Stampa).

Italia, 10 luglio 2014

Va aggiunta un’altra vittima ai 45 migranti morti asfissiati nella stiva del barcone stracarico soccorso nel Canale di Sicilia alla fine di giugno e condotto dalla Marina Militare a Pozzallo, in Sicilia. Si tratta di un bimbo prematuro dato alla luce da una giovane eritrea, durante la traversata. Non è chiaro se il piccolo sia morto prima o durante il parto. A denunciare l’episodio è la madre stessa, ricoverata nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Ragusa dopo lo sbarco. Secondo quanto ha riferito ai medici, la donna, al settimo mese di gravidanza, avrebbe avuto le doglie in anticipo: “Subito dopo il parto – racconta – ho attaccato il bimbo al seno, ma senza successo”. Poi avrebbe perso i sensi e, mentre lei era svenuta, altri migranti avrebbero gettato in mare il corpicino senza vita.

(Fonte: Radio Rtm Modica)

Grecia, 11 luglio 2014

Naufragio di un barcone di migranti sulle coste di Samos. Ritrovati in mare due corpi senza vita. Stando alle testimonianze dei superstiti, ci sarebbero almeno 20 dispersi. A conferma di queste dichiarazioni, due giorni dopo, il 13 luglio, vengono ritrovati altri due cadaveri nelle acque dell’isola.

(Fonte: Ekathimerini attraverso Fortress Europe) 

Italia, 16 luglio 2014

La nave anfibia San Giorgio porta a Reggio Calabria il cadavere di un migrante recuperato in mare durante uno degli interventi dei pattugliatori di “Mare Nostrum”. Ignote l’identità e la nazionalità della vittima. A bordo della nave, insieme ad altri 1.012 profughi, c’è anche una donna al quarto mese di gravidanza la quale racconta che il marito, partito dalla Libia prima di lei, risulta disperso in mare mentre tentava di traversare il Mediterraneo verso l’Europa.

(Fonte: Approdo News Calabria).

Libia, 16 luglio 2014

Tre giovani eritrei muoiono di sete, fame e maltrattamenti durante la traversata del Sahara libico. La tragedia viene denunciata da una migrante, sempre eritrea, appena sbarcata con le sue due bambine nel porto di Pozzallo insieme con altri 467 profughi, in maggioranza fuggiti dall’Eritrea e dalla Somalia. “Il mio viaggio – racconta alla polizia – è iniziato circa un mese fa con altre 106 persone, attraverso il deserto. Siamo stati subito maltrattati e picchiati dalla banda di trafficanti. In territorio libico tre dei miei compagni sono morti per la mancanza d’acqua e le percosse subite”.

(Fonte: La Repubblica, cronaca di Palermo).

Libia, 16-17 luglio 2014

Decine di morti o dispersi nel naufragio di un gommone nelle acque libiche, a circa 37 miglia a nord di Tripoli. Secondo le stime stilate in base alle testimonianze dei superstiti, le vittime dovrebbero essere circa 60. Forse anche di più. Il natante viene avvistato dal mercantile panamense City of Sidon, dirottato dalla Guardia Costiera italiana, a sua volta allertata dalla questura di Bolzano, a cui si è rivolta la madre di un ragazzo eritreo che era sulla “carretta” partita dalla Libia.

I soccorritori trovano 62 migranti, in gran parte provenienti dall’Africa sub sahariana (Gambia, Mali, Ghana, Nigeria, Etiopia, Eritrea), aggrappati al relitto semi-affondato e li fanno salire a bordo: gli stessi scampati (quasi tutti uomini) raccontano che decine di loro compagni sono dispersi in mare. Le ricerche portano al recupero di 5 cadaveri. Stando ai primi accertamenti al momento della partenza dalla Libia i profughi sarebbero stati almeno 120. Superstiti e salme vengono sbarcati a Porto Empedocle.

(Fonte: Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica).

Italia-Malta, 19 luglio 2014

Decine di migranti vengono trovati morti in fondo alla stiva di un barcone in avaria soccorso dalla petroliera danese Torm Lotte nel Canale di Sicilia, tra Lampedusa e Malta. Stando ai primi accertamenti, sono stati soffocati dalle esalazioni del motore. Il primo bilancio parla di 18 cadaveri e tre giovani in fin di vita per l’intossicazione, tanto da dover essere trasportati d’urgenza dalla nave a Lampedusa, con una motovedetta della Capitaneria di porto, per essere poi trasferiti in elicottero all’ospedale di Palermo. Durante il tragitto uno dei tre muore, portando il bilancio delle vittime a 19. Il giorno dopo il numero dei morti si fa più pesante: da Malta arriva la notizia che i cadaveri trovati nella stiva del barcone sono in realtà 29 e non 18. Il bilancio complessivo sale così a 30 vittime. Ma non è finita: a bordo della petroliera che la stava trasferendo a Messina insieme ad altri 400 profughi circa, muore una bambina siriana che era con la madre sul barcone in avaria. Il conto finale dovrebbe essere dunque di 31 morti, in maggioranza profughi fuggiti dalla Siria.

(Fonte: Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica).

Italia, 21 luglio 2014

Allertato da un elicottero decollato da Lampedusa e dalle navi Zeffiro e Urania, della Marina italiana, il mercantile Genmar Compatriot, battente bandiera delle Bermude, soccorre un gommone semi affondato nel Canale di Sicilia. A bordo, insieme ai 61 naufraghi ancora in vita anche se duramente provati, ci sono i cadaveri di 5 uomini morti di stenti. Altri 14 giovani risultano dispersi in mare poiché, secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, al momento della partenza dalla Libia sul gommone erano stipati in 80. Senza esito le ricerche condotte dalla nave Urania.

(Fonte: La Repubblica, cronaca di Palermo). 

Italia, 22 luglio 2014

Le vittime del barcone soccorso nel canale di Sicilia dalla petroliera danese Torm Lotte potrebbero essere circa 180, sei volte di più delle 31 calcolate al momento dello sbarco a Messina. E’ quanto emerge dal racconto di alcuni superstiti. In particolare da quello di un rifugiato siriano che, a quanto pare, avrebbe mostrato come prova un video girato con un cellulare. Secondo queste testimonianze, a bordo del barcone c’erano circa 750 migranti, in buona parte siriani. Quando la navigazione si è interrotta per un’avaria, decine di profughi sarebbero stati gettati in acqua, picchiati o addirittura accoltellati, “probabilmente per far posto sul natante ormai stracolmo” e non più in grado di reggere il mare. Tra le vittime, anche numerosi bambini e donne: i più deboli. Al conto finale di 180 morti si arriva sottraendo i 579 profughi sbarcati a Messina dal totale di 750 imbarcati in Libia. Per la precisione si tratterebbe di 181 persone: i 31 dei rapporti iniziali (29 salme trovate sulla barca, il profugo morto durante il trasbordo a Lampedusa e la bambina deceduta sulla petroliera) e 150 dispersi in mare di cui non sono stati trovati neanche i corpi.

(Fonte: La Stampa e Rai-3 Telegiornale delle ore 14,20)

Libia, 27 luglio 2014

Nei combattimenti in corso a Tripoli per il controllo dell’aeroporto internazionale restano uccisi, insieme a numerosi civili libici residenti nei quartieri circostanti, anche diversi profughi. Secondo alcune fonti, nel week end le vittime tra gli abitanti della zona (inclusi i migranti) sarebbero almeno una trentina, di cui circa venti in edifici centrati dai bombardamenti delle opposte fazioni. Secondo altre versioni il bilancio dei morti sarebbe ancora più grave: quasi 20 soltanto i profughi, di cui 8 eritrei, 5 etiopi e poi sudanesi e somali, oltre a un numero imprecisato di lavoratori egiziani rimasti intrappolati in città.

(Fonte: La Stampa e agenzia Habeshia).

Libia, 28 luglio 2014

Quasi 130 tra morti e dispersi nel naufragio di un barcone carico di profughi diretto verso l’Italia. La tragedia avviene nelle acque libiche, al largo di Al Khoms, poche ore dopo la partenza. Ne dà notizia la Guardia Costiera di Tripoli, comunicando che una motovedetta della marina ha tratto in salvo 22 migranti aggrappati ai rottami dell’imbarcazione e recuperato nelle successive operazioni di ricerca in mare più di venti corpi senza vita. I naufraghi sopravvissuti raccontano che a bordo, quando il natante è affondato, erano almeno 150: i dispersi dovrebbero essere dunque più di cento. Forse 108. Senza esito i pattugliamenti successivi dei guardacoste per ritrovare almeno le salme.

La maggior parte delle vittime erano profughi maliani. La notizia del disastro, diffusa da Radio France International e ripresa da tutta la stampa maliana, desta una forte emozione in tutto il Mali. In particolare nella regione di Kayes, nell’estremo ovest, da cui provenivano quasi tutte le vittime. L’Ame (Association malienne des espulses) organizza a Bamako, insieme all’Amrk (Association des migrants de la region de Kayes) e all’Associazione maliana per i diritti dell’uomo, una serie di manifestazioni che, culminate in una conferenza stampa al ministero degli esteri, denunciano “il fallimento delle politiche europee che criminalizzano i migranti”.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano online, Il Sole 24 Ore, Rai-2 Telegiornale delle ore 20,30, Rapporto dell’Ame).

Spagna, 1 agosto 2014

Al largo di Huelva, in Andalusia, viene ripescato nell’Atlantico il corpo di un giovane africano. Diversi elementi lasciano credere che l’uomo sia annegato durante un naufragio rimasto sconosciuto oppure che sia caduto o sia stato gettato in mare durante la traversata dall’Africa verso l’Europa, seguendo una rotta atlantica dal Marocco alla Spagna meridionale, fuori dallo stretto di Gibilterra. In ogni caso, a giudicare dall’avanzato stato di decomposizione della salma, deve trattarsi di un episodio accaduto da molti giorni.

(Fonte: El Correo attraverso Fortress Europe)

Libia, 3 agosto 2014

I corpi di una donna e di un bambino siriani (lei di circa 30-40 anni, lui di 9-10, forse madre e figlio) vengono recuperati nei pressi dei resti un barcone partito dalla Libia e affondato a circa 50 miglia dalla costa africana, nel Canale di Sicilia. E’ l’indizio di una strage enorme: alla fine si contano almeno 280 morti o dispersi. Quando arrivano i soccorsi, aggrappati in acqua ai rottami semi sommersi o tenuti a galla da salvagente ci sono 268 naufraghi: li salvano gli equipaggi di alcuni mercantili e dei mezzi militari dirottati in zona nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum. Vengono disposti pattugliamenti anche per ricercare eventuali altri sopravvissuti o i dispersi. La questura di Agrigento è incaricata di appurare, tramite le testimonianze dei superstiti, sia le cause dell’affondamento sia, soprattutto, quante persone erano a bordo del natante, in modo da capire quante siano in totale le vittime. Secondo i primi racconti di alcuni scampati al disastro, al momento della partenza dalle coste libiche sul barcone, naufragato il 2 agosto, erano saliti circa 550 profughi, in massima parte siriani. I dispersi in mare, per i quali non ci sono ormai più speranze di salvezza, risultano dunque 280. Le due salme recuperate vengono sbarcate a Porto Empedocle e affidate all’ospedale “San Giovanni di Dio” per l’autopsia. Nei giorni successivi, secondo notizie ufficiose provenienti dalla Libia, vengono recuperati tra 100 e 150 corpi senza vita, molti con ancora il salvagente indosso. Sei sono di bambini.

(Fonte: La Stampa, La Repubblica cronaca di Palermo, Telegiornale La 7 ore 13,30, Vita.it Mondo) )

Libia, 4 agosto 2014

Sei donne eritree perdono la vita nel deserto libico per il ribaltamento del pick-up sul quale viaggiavano, lanciato a forte velocità per sfuggire a un posto di blocco di miliziani. Facevano parte di un gruppo di 25 profughi, tutti eritrei: provenienti dal Sudan e diretti verso Tripoli, avevano cercato di fuggire temendo di essere arrestati, taglieggiati o addirittura venduti ai trafficanti di esseri umani. Quattro delle vittime restano uccise sul posto al momento del grave incidente, un’altra muore poco dopo il ricovero all’ospedale di Sebha, un importante centro già capoluogo della regione del Fezzan, oggi punto di sosta e di transito per i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana o dal Corno d’Africa. Tre giorni più tardi cessa di vivere anche la sesta, in seguito alle gravi lesioni riportate. Feriti tutti gli altri 19 profughi stipati sul pick-up. Alcuni sono molto gravi e avrebbero bisogno di interventi chirurgici immediati. Qualcuno va in coma. Altri, abbandonati di fatto a se stessi senza cure, peggiorano rapidamente perché le ferite vanno in cancrena: secondo una segnalazione arrivata il giorno 11, c’è chi rischia di perdere le gambe o peggio. All’ospedale di Sheba dicono di non essere in grado di aiutarli: dovrebbero essere trasportati a Tripoli, ma non c’è modo di trasferirli e comunque le autorità ospedaliere non se ne fanno carico mentre, a una settimana dall’incidente, nessuna organizzazione umanitaria internazionale ha ancora potuto visitarli.

(Fonte: Agenzia Habeshia sulla base della richiesta di aiuto di alcuni superstiti).

Libia, 12 agosto 2014

Diversi testimoni raccontano che due profughi eritrei sono stati uccisi a fucilate dalla polizia o da una squadra di miliziani mentre tentavano di sfuggire a un posto blocco nel deserto libico. Le due vittime, insieme a diversi compagni, uomini e donne, provenivano dal sud e volevano raggiungere Tripoli. Si tratta, a quanto pare, di due episodi distinti ma praticamente identici, accaduti nel mese di giugno e rivelati però solo circa sessanta giorni dopo da alcuni loro compagni, prigionieri nel campo di detenzione di Misurata, nel corso di una telefonata fatta all’agenzia Habeshia, in Svizzera, per denunciare le condizioni invivibili della prigione e il rischio di essere sequestrati e costretti dai miliziani a seguirli nei combattimenti contro altri gruppi armati come “portatori-schiavi” di munizioni ed altro materiale bellico. Secondo gli stessi testimoni, ci sarebbero stati anche diversi feriti, sia in queste che in altre sparatorie analoghe.

(Fonte: Agenzia Habeshia).

Italia, 13 agosto 2014

“Sono 1.565 le persone morte o tuttora disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo alla volta dell’Europa. Circa 1.300 solo dall’inizio dell’estate”: lo afferma l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, facendo il punto sugli arrivi di migranti in Italia via mare, a partire dal primo gennaio. Arrivi che, alla vigilia di Ferragosto, hanno superato la soglia dei 100 mila.

(Fonte: Ufficio stampa Unhcr Italia, rapporto agosto). 

Italia, 15 agosto 2014

Due giovani eritrei muoiono durante la traversata dalla Libia verso la Sicilia su un barcone di 25 metri arrivato nella notte tra il 14 e il 15 agosto in vista di Pozzallo, filtrando tra le maglie di Mare Nostrum. Una motovedetta della Guardia Costiera lo intercetta quando è ormai a poche miglia dalla costa e lo scorta sino in porto. A bordo ci sono 279 profughi, quasi tutti eritrei, tra cui 66 donne e 31 tra bambini e ragazzini minorenni. Al momento dello sbarco si scopre che due ragazzi non ce l’hanno fatta. Probabilmente sono morti d’inedia e di fatica. In ogni caso, viene disposta un’inchiesta per stabilire le cause. La notizia, comunicata in diretta da una poliziotta collegata in videoconferenza, gela l’ottimismo del ministro Alfano che, al Viminale, sta esaltando davanti alle telecamere i risultati dell’operazione Mare Nostrum, nel corso della riunione del Comitato nazionale per la sicurezza.

(Fonte: La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Agenzia Agi).

Marocco-Spagna, 15 agosto 2014

Ottantacinque migranti muoiono in mare, tra il 12 e il 15 agosto, nel tentativo di raggiungere la Spagna dal Marocco a bordo di alcuni piccoli battelli pneumatici. In questi giorni sono numerosi i profughi che tentano la traversata approfittando della sorveglianza allentata da parte della polizia e dell’esercito marocchini. Partono dalle spiagge di Tangeri e puntano verso Tarifa, sulla costa spagnola. Secondo alcune fonti, almeno mille: si affidano per lo più a canotti gonfiabili “Zodiac”, minuscoli, difficili da individuare, ma sui quali è molto rischioso sfidare le onde e le correnti, sia pure su rotte non eccessivamente lunghe. Non si conoscono – riferisce una nota di No Borders Morocco – né le circostanze né il momento preciso della loro morte: l’ipotesi più probabile è che siano annegati a causa delle condizioni meteorologiche sfavorevoli che impediscono di governare i battelli, mandandoli a picco. Ignota anche l’identità delle vittime. Il calcolo di almeno 85 morti – avverte sempre No Borders Morocco – è non ufficiale e certamente approssimativo per difetto. Nei giorni successivi, a conferma che molti non ce l’hanno fatta, vengono trovati sulle spiagge di Tangeri numerosi rottami di Zodiac, portati a riva dal mare.

(Fonte: No Borders Morocco)

Libia, 22 agosto 2014

Tra morti e dispersi 251 migranti scompaiono in mare nel naufragio di un barcone a sud di Lampedusa, in acque libiche. Inizialmente si parla di circa 200 ma, stando al rapporto finale dell’Unhcr, il bilancio risulta in realtà molto più grave. Vengono recuperate in più fasi circa 100 salme. Tutti gli altri risultano dispersi. A dare la prima notizia della sciagura è Abdallah Mohammed Ibrahim, portavoce della Guardia Costiera di Tripoli, intervenuta per i soccorsi. Il natante, salpato da Al Guarabouli, una località a una trentina di miglia da Tripoli in direzione est, secondo le testimonianze dei superstiti aveva imbarcato almeno 270 profughi, in buona parte somali ed eritrei. A poche ore dalla partenza, la tragedia: il barcone, un vecchio peschereccio in legno, si rovescia forse a causa del carico eccessivo. Quando una motovedetta libica arriva sul posto, trae in salvo 19 naufraghi, che hanno resistito al mare aggrappati alla chiglia ribaltata. Le successive ricerche portano inizialmente al recupero di 20 cadaveri (tra cui quelli di due bambini); due giorni dopo, di altri 4; infine, di un’altra settantina, per un totale di circa 100. I dispersi risultano dunque almeno 150.

(Fonte: Rapporto Unhcr del 26 agosto a Ginevra, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Sky News, Al Arabiya, Corriere della Sera, Gazzetta di Palermo).

Libia, 22 agosto 2014

Un giovane viene ucciso su un barcone carico di migranti da una raffica sparata da un motoscafo veloce. Forse è lo scafista o uno degli scafisti. Il natante, partito dalla Libia con a bordo circa 400 profughi, in maggioranza eritrei, viene intercettato poco lontano dalla piattaforma petrolifera di Sebratha, a circa 70 chilometri da Tripoli. Quando è abbastanza vicino, senza che ci sia alcuna intimazione di fermarsi o altro, dal motoscafo partono dei colpi, diretti verso il posto di pilotaggio: centrato in pieno, un giovane, forse il “capitano”, rimane ucciso. Poi il motoscafo vira e si allontana, abbandonando il barcone con i migranti alla deriva, senza guida e in balia delle onde.

Poco dopo la richiesta di aiuto, con il racconto della sparatoria, le comunicazioni si sono interrotte e non è stato più possibile riattivarle. Si ignora, dunque, il destino di quei 400 profughi: non si sa se siano stati tratti in salvo né se, dopo l’uccisione del presunto scafista, ci siano stati dei morti. La piattaforma petrolifera era poco lontano e probabilmente il personale ha sentito gli spari, ma non risulta che sia intervenuto. Nulla si sa del motoscafo. Stando però alla ricostruzione fatta per telefono all’Agenzia Habeshia da alcuni eritrei che erano a bordo del barcone, sembrerebbe quasi un’esecuzione mirata. C’è chi sospetta una faida fra trafficanti di uomini ma pure chi ricorda comunque come la Guardia Costiera libica non esiti a sparare: il caso più grave è quello del barcone stracarico di siriani affondato nelle acque maltesi il 12 ottobre 2013, a causa dei danni provocati allo scafo dalle raffiche di proiettili esplose da una motovedetta. Anche in questo caso mirando al posto di pilotaggio, dove in genere sono gli scafisti. Ci furono 268 morti: erano passati appena nove giorni dal disastro di Lampedusa.

Il braccio di mare dov’è la piattaforma di Sebratha è uno dei più battuti dalla Guardia Costiera di Tripoli. L’impianto, di proprietà dell’Eni e situato all’interno delle acque territoriali della Libia, è stato utilizzato in passato come punto di riferimento per le operazioni di trasbordo dei migranti fermati nel Canale di Sicilia dalla loro barca alle navi della marina o della polizia libica, che li hanno poi riportati a terra in stato di arresto, destinandoli a uno dei centri di detenzione per profughi attivi nel paese. A dire di alcuni testimoni, anche la Marina italiana avrebbe partecipato a qualcuna di queste operazioni.

(Fonte: Agenzia Habeshia) 

Grecia, 22 agosto 2014

Un’imbarcazione carica di profughi, in prevalenza siriani, affonda, a causa di un incendio sviluppatosi a bordo, al largo di Tilos, una delle isole più piccole del Dodecaneso, nell’Egeo, a circa metà strada tra Rodi e Cos. Le operazioni di soccorso consentono di portare in salvo tutti i naufraghi, tranne uno, il cui corpo viene recuperato successivamente in mare. Imprecisato il numero delle persone che erano sul barcone, partito dalle coste turche.

(Fonte: Ekathimerini attraverso Fortress Europe).

Italia, 23 agosto 2014

Il cadavere di un giovane africano viene individuato nel Canale di Sicilia e preso a bordo della nave Fasan, della Marina militare italiana, impegnata in una missione di soccorso a due imbarcazioni in difficoltà condotta in coppia con la nave Fenice. La salma viene portata a Crotone dalla San Giorgio, ammiraglia dell’operazione Mare Nostrum, insieme ai 1.373 migranti tratti in salvo. Ignote l’identità del ragazzo e le circostanze dell’annegamento.

(Fonte: La Repubblica).

Italia, 23 agosto 2014

A sud di Lampedusa, nel naufragio di un gommone proveniente dalla Libia, muoiono 18 migranti mentre 73 vengono salvati dalla nave Sirio, della Marina italiana. Incerto il numero dei dispersi. Secondo le testimonianze di parte dei superstiti, a bordo erano in 99, in maggioranza provenienti dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea e dal Sudan. I dispersi, dunque, risulterebbero 8. Ovvero, tra morti e dispersi il bilancio finale sarebbe di 26 vittime. Altri testimoni affermano, però, che al momento della partenza a bordo c’erano non meno di 110 persone, sicché i dispersi sarebbero quasi 20 e il numero totale delle vittime salirebbe ad almeno 36.

Nessuno dei sopravvissuti sa precisare da quale località della costa libica sia partito il natante. Dai primi esami medici delle salme, in compenso, risulta che, a parte il naufragio e la permanenza in mare, parecchie delle vittime potrebbero essere morte anche per le conseguenze di un feroce pestaggio subito al momento dell’imbarco o durante la traversata da parte dei trafficanti. Molti corpi, infatti, presentano gravi ferite o addirittura fratture ossee. Sulla base di questi accertamenti viene aperta un’inchiesta da parte della magistratura italiana.

(Fonte: Rapporto Unhcr Ginevra, La Stampa, Il Sole 24 ore, La Repubblica).

Libia-Italia, 24 agosto 2014

Un barcone da pesca carico di migranti si rovescia a nord delle coste libiche a causa delle cattive condizioni del mare. A bordo ci sono almeno 400 migranti che tentavano di raggiungere un porto siciliano. Un guardacoste della Marina Italiana e una nave mercantile riescono a trarre in salvo 364 naufraghi e recuperano 24 corpi senza vita. I dispersi dovrebbero essere da dieci a venti.

(Fonte: La gazzetta Palermitana; Rapporto Amnesty International settembre 2014)

Italia, 26 agosto 2014

Un nuovo rapporto dell’Unhcr denuncia che dall’inizio dell’anno sono morti almeno 1.900 migranti durante la traversata del Mediterraneo. Di questi, circa 1.600 solo negli ultimi tre mesi, dai primi di giugno alla fine di agosto. Il rapporto non tiene conto dei profughi morti nei paesi di transito o di prima sosta (a cominciare dalla Libia) e nella marcia attraverso il deserto del Sahara.

(Fonte: Rapporto Unhcr Ginevra, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Sky News).

Marocco, 29 agosto 2014

Un ragazzo senegalese resta ucciso a Tangeri in uno dei continui raid razzisti che si registrano in città contro i profughi provenienti dall’Africa sub sahariana. In particolare contro quelli arrivati in Marocco con la speranza di passare poi in Spagna. La vittima è Charles Paul Alphonse Ndour, di 25 anni, studente di diritto a Casablanca.

Accade nel quartiere di Boukhalef. Si tratta di una vera e propria spedizione punitiva: un folto gruppo di marocchini armati di coltelli e di spranghe attacca tutti i migranti che incontra. Il profugo senegalese, raccontano alcuni testimoni, muore in pochi istanti per una coltellato che gli squarcia la gola. Numerosi i feriti, alcuni dei quali ricoverati in ospedale in condizioni critiche. Secondo voci raccolte tra la gente ci sarebbero stati anche altri tre morti, ma la notizia non trova conferma.

La Piattaforma delle associazioni e delle comunità sub sahariane presenti in Marocco accusa la polizia di non essere intervenuta con efficacia contro i gruppi razzisti e le istituzioni marocchine, ma anche le rispettive rappresentanze diplomatiche, di restare indifferenti di fronte al ripetersi di episodi simili, finanziati e alimentati da ben individuate organizzazioni estremiste e razziste. Accuse anche all’Unione Europea per la sua politica di rigida chiusura nei confronti dei migranti.

(Fonte: No Borders Morocco).

Spagna-Marocco (Melilla), 30 agosto 2014

Due giovani camerunensi restano uccisi negli scontri seguiti al tentativo di circa un centinaio di migranti di superare le barriere di confine intorno all’enclave spagnola di Melilla. I profughi erano arrivati alle recinzioni di cemento e filo spinato-lamellato e si apprestavano a cercare di scalarle quando è scattata la reazione delle forze ausiliare marocchine, che li hanno assaliti e caricati per respingerli verso il territorio marocchino. I due giovani camerunensi sono morti nei tafferugli che ne sono seguiti, probabilmente a causa dei colpi ricevuti dagli agenti.

(Fonte: El Pais da Fortress Europe).

Malta, 13 settembre 2014

Tre migranti morti e quasi 500 dispersi nel naufragio di un barcone nel Mediterraneo, avvenuto prima dell’alba, in acque internazionali ma di competenza, per i soccorsi, della marina di Malta, distante circa 300 miglia. Undici i superstiti. Se il terribile bilancio verrà confermato, si tratta della strage di profughi più grave registrata nel Mediterraneo. Le circostanze della sciagura sono controverse: si sospetta addirittura un affondamento mirato da parte dei trafficanti di uomini.

L’allarme scatta quando un elicottero della Guardia Costiera partito da Malta per una missione di pattugliamento avvista due uomini in mare. Per le operazioni di soccorso vengono dirottati nella zona alcuni mercantili. Il Pegasus, bandiera panamense, che ha già a bordo 386 migranti prelevati da su un altro barcone, individua e salva i due naufraghi, conducendoli in Sicilia, a Pozzallo. Altri mercantili recuperano due salme e 10 profughi ancora in vita, tenuti a galla da salvagente o aggrappati a rottami. Cinque di questi dieci superstiti, tra cui due bambini, sono in gravi condizioni e vengono trasferiti in elicottero in un ospedale greco. Uno dei bimbi muore poco dopo il ricovero.

Inizia la ricerca dei dispersi. Stando al racconto alcuni superstiti, in particolare uno dei due bambini, sul barcone, partito dalla Libia, sarebbero saliti in una trentina circa, sicché risulterebbero scomparsi in mare almeno 16 profughi. Più tardi, sulla base della ricostruzione fatta dal sito online “Malta Independent”, che cita come fonte uno dei naufraghi, si diffonde la notizia che sul barcone c’erano in realtà dalle 300 alle 400 persone. Ci sarebbero, dunque, centinaia di dispersi, ma un successivo comunicato delle forze armate maltesi ribadisce che i migranti naufragati erano non più di una trentina. In ogni caso le operazioni di ricerca continuano fino a sera, con la partecipazione di vari mercantili e mezzi aeronavali della marina maltese, italiana e greca. Ma non è finita. I profughi salvati dal Pegasus sono due giovani palestinesi fuggiti da Gaza e riparati in Egitto. Una volta a Pozzallo, tracciano un quadro molto più drammatico dell’accaduto: sul barcone c’erano circa 500 persone e il naufragio non sarebbe stato accidentale. Questo il loro racconto-denuncia fatto agli operatori dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Omi).

I 500 profughi partono da Damietta, in Egitto, sabato 6 settembre. Sono egiziani, siriani, palestinesi, sudanesi. Tra loro, anche numerose famiglie con bambini e molti minorenni non accompagnati. Lungo la rotta cambiano diverse imbarcazioni finché il 10 settembre, il  mercoledì successivo alla partenza, gli scafisti chiedono loro ancora una volta di cambiare imbarcazione, cercando di farli salire su un natante più piccolo e precario. Sono ancora a centinaia di miglia da Malta, la costa più vicina. La maggioranza, intuisce il rischio di affrontare il resto della traversata su un mezzo assolutamente inadatto e si ribella. “Ne è nato uno scontro con i trafficanti – riferisce l’Oim – che a un certo punto, innervositi, hanno speronato il barcone stracarico dalla poppa, facendolo affondare”. Il naufragio avviene in pochi minuti. La maggior parte dei 500 profughi finiti in mare annega poco dopo o viene vinto dal freddo e dalla stanchezza nelle ore successive. Solo pochissimi, i più forti o i più fortunati, riescono a restare a galla, aggrappati a salvagente o a mezzi di fortuna. Alla fine ne vengono recuperati soltanto 12 ancora in vita: due dal Pegasus e dieci da altre navi. Uno dei bambini, però, muore poco dopo.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 ore, Rai-3 Telegiornale 14,15).

Egitto, 13 settembre 2014

In un naufragio davanti alle coste egiziani annegano 15 profughi di varia nazionalità. Altri 72 vengono tratti in salvo. Imprecisato il numero dei dispersi: forse qualche decina. Dalla Guardia Costiera e dalle autorità del Cairo non trapelano altre informazioni. La notizia viene diffusa da un comunicato del Commissariato Onu per i rifugiati. Si ignorano le circostanze precise della sciagura: si sa solo che è avvenuta all’interno delle acque territoriali egiziane e che il barcone era salpato dall’Egitto.

(Fonte: La Repubblica, rapporto Unhcr Tripoli).

Libia, 13 settembre 2014

Un rapporto dell’Unhcr datato Tripoli comunica un naufragio in acque libiche con tre morti e 99 sopravvissuti. Imprecisato il numero dei dispersi. I corpi delel vittime vengono recuperati durante le operazioni di soccorso.

(Fonte: La Repubblica e Unhcr)

Libia, 13-14 settembre 2014

Secondo naufragio in meno di 48 ore di fronte alle coste libiche. Il bilancio reso noto dall’Unhcr parla di 45 cadaveri recuperati e 75 sopravvissuti. Anche in questo caso, come nella sciagura del giorno prima, imprecisato il numero dei dispersi. Si tratta, presumibilmente, di decine di persone.

(Fonte: La Repubblica e Unhcr).

Libia, 14 settembre 2014

“Il mare è pieno di morti che galleggiano”: nelle parole di Ayub Qassem, portavoce della marina libica, c’è l’immagine dell’ennesima tragedia dei profughi nel Canale di Sicilia: la terza in appena tre giorni – sottolinea l’Unhcr – di fronte alle coste di Tripoli. Le vittime sono oltre 200. Erano a bordo di un barcone salpato sabato sera dopo il tramonto e naufragato poche ore dopo, durante la notte, ancora all’interno delle acque territoriali libiche, al largo di Tajoura, ad est di Tripoli. Al momento della partenza, secondo il racconto di alcuni dei superstiti, sul natante erano saliti in 250. Tenendo conto che – sempre secondo le dichiarazioni di Ayub Qassem riportate dal sito di Al Jazeera e riprese poi dalla stampa internazionale – 36 naufraghi sono stati salvati dalla Guardia Costiera di Tripoli, tra morti e dispersi si arriva ad almeno 210, forse anche qualcuno di più. Tra loro, numerose donne e bambini. Tutti africani in fuga dai paesi del Corno o della fascia sub sahariana. Una strage, favorita anche dalla difficoltà dei soccorsi a causa dei mezzi inadeguati della Guardia Costiera che, a quanto dichiara, può contare soltanto su pescherecci e imbarcazioni messe a disposizione saltuariamente dal ministero del Petrolio. C’è da chiedersi chi “gestisca” le motovedette cedute da Roma a Tripoli nel contesto dei ripetuti trattati bilaterali sul “contrasto” all’emigrazione clandestina.

Con questa mattanza, con i morti degli altri due naufragi precedenti del week end nel mare libico e con le circa 500 vittime denunciate dal racconto di due superstiti del disastro del giorno 13 nelle acque di pertinenza maltese, il bilancio accertato dei profughi morti o dispersi nel Mediterraneo o nel deserto, nei primi nove mesi del 2014, si avvicina ormai a quota tremila: secondo un primo calcolo approssimativo dovrebbero essere tra 2.600 e 2.700, dei quali quasi 800 negli ultimi tre giorni. Senza contare i dispersi di due dei tre ultimi naufragi di fronte alle coste della Libia: il rapporto Unhcr non ne indica il numero neanche di massima. Una strage: le vittime risultano il 2,25 per cento dei 120 mila migranti che sono riusciti a sbarcare in Italia nello stesso periodo. Più di due vite perdute ogni cento profughi tratti in salvo o comunque arrivati sulle nostre coste.

(Fonte: Al Jazeera, La Stampa, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto).

Libia-Italia, 15 settembre 2014

Dal racconto di un giovane profugo eritreo il 15 settembre a Roma, si scopre che due suoi coetanei, anch’essi eritrei, sono stati uccisi in modo orrendo qualche settimana prima in un campo di detenzione in Libia:uno bruciato vivo, l’altro a sprangate. La testimonianza viene raccolta da una equipe di Medici peri diritti umani (Medu) nel palazzo del rione Collatino occupato da profughi e rifugiati fin dal 2006 e dove il ragazzo si è rifugiato dopo lo sbarco in Sicilia, in attesa di proseguire il viaggio verso un altro paese europeo. “Ho assistito – racconta il giovane – all’uccisione di due miei connazionali presso un centro di raccolta in Libia: uno è stato cosparso di benzina e incendiato vivo perché affetto dalla scabbia, un altro è stato colpito a morte con un attrezzo agricolo”.

(Fonte: Dossier di Medici per i Diritti Umani, novembre 2014)

Spagna (isola di Perejil), 19 settembre 2014

Da trenta a cinquanta vittime, tra morti e dispersi, nel naufragio di un gommone tipo Zodiac nei pressi dell’isola di Perejil. Undici i superstiti. Il bilancio delle vite spezzate è incerto perché le testimonianze dei sopravvissuti risultano contraddittorie. L’imbarcazione, partita dal Marocco con a bordo profughi dell’Africa occidentale e sub sahariana, era diretta verso Cadice. Alle tre di notte la prima chiamata di aiuto: il gommone sta imbarcando acqua a causa di una falla aperta, a quanto pare, dall’urto contro uno scoglio. Una persona residente in Spagna, conoscente di uno dei migranti, riceve l’allarme e lo rimbalza al sistema di emergenza spagnolo. Quando i soccorsi arrivano è già troppo tardi: il gommone si è rovesciato e sta affondando. Vengono salvate 11 persone, 7 ragazzi e 4 ragazze, tutti nigeriani, e recuperati in varie fasi 8 corpi: sono d un ragazzo e 7 ragazze, anche loro tutti nigeriani. Alcuni dei sopravvissuti dicono che alla partenza a bordo erano circa 60, sicché i dispersi risulterebbero quasi 40. Successivamente qualcuno precisa che erano invece partiti in 40, tutti nigeriani tranne un senegalese e un guineano: 19 uomini, 17 donne (8 delle quali in stato di gravidanza) e 4 bambini di età compresa tra uno e tre anni. In questo caso, allora, i dispersi sarebbero 21, inclusi i 4 bambini,  mentre le vittime (morti e dispersi) complessivamente 29.

Cinque giorni dopo il naufragio gli undici superstiti sono espulsi e riaccompagnati in Marocco per essere consegnati alla polizia di Tangeri.

(Fonti: Publico.es, Rtve.es, Abc.es, El Pais, Fortress Europe)    

Libia-Malta, 21 settembre 2014

Si allunga di almeno altre 40/50 vittime, tra morti e dispersi, la tragedia dei profughi scomparsi nel Mediterraneo. Erano a bordo di un gommone partito dalla Libia con rotta verso le coste italiane e affondato a circa 30 miglia dalle coste africane, in acque internazionali di pertinenza maltese. Imprecisate le cause del naufragio.

L’allarme, lanciato con un telefono satellitare quando già il natante sta imbarcando acqua, viene intercettato dal Comando centrale della Guarda Costiera italiana, che lo rimbalza a tutti i mercantili che incrociano in quel tratto di mare. Ed è appunto un mercantile, con bandiera di Singapore, a confermare la sciagura, comunicando di aver tratto in salvo 55 naufraghi ma di aver visto galleggiare una decina di cadaveri. Lo stesso mercantile, oltre a recuperare le salme, prosegue le operazioni di ricerca dei dispersi. Alla battuta si uniscono altre navi da carico presenti nella zona e avvertiti sempre dalla Guardia Costiera. Poiché, secondo il racconto di alcuni superstiti, a bordo del gommone erano oltre un centinaio, forse 110, i dispersi risultano almeno 40. Di loro non si trova traccia.

(Fonte: La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, agenzia Habeshia)

Egitto (Sinai), 1-23 settembre 2014

Fortress Europa segnala l’uccisione di 8 profughi nel Sinai, presi a fucilate dalla polizia egiziana in prossimità del confine con Israele.

L’ultima vittima è del 23 settembre, un giovane eritreo colpito dalle guardie di frontiera probabilmente perché non si è fermato all’intimazione di fermarsi. Una settimana prima, il giorno 16, la stessa sorte è toccata ad altri due eritrei. Il nove, una strage: 4 giovani africani di nazionalità imprecisata. L’ottava vittima lungo la frontiera, infine, risale al primo settembre: un altro giovane, sempre africano ma di nazionalità imprecisata.

(Fonte: Fortress Europe, 05 ottobre 2014)   

Ginevra, 29 settembre 2014. Rapporto Oim: 3.072 morti

Sono oltre tremila i migranti scomparsi nel Mediterraneo – morti o dispersi in mare – nei primi nove mesi dell’anno, mentre cercavano di raggiungere. Per l’esattezza, 3.072. E’ quanto denuncia l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel suo ultimo rapporto, intitolato non a caso “Fatal Journeys: tracking lives lost during migration”. E’ la conferma del bilancio spaventoso già emerso dalle ricerche condotte dall’Unhcr e da altri organismi, arrivate a contare, a metà mese, tra 2.700 e 2.800 vittime, senza calcolare il numero imprecisato, ma sicuramente elevato, dei “dispersi” di tre barconi naufragati davanti alle coste libiche nel terribile week-end di sabato 13 e domenica 14 settembre. Si tratta del 75 per cento dei 4.077 migranti che hanno perso la vita in tutto il mondo dall’inizio dell’anno. Una strage che costringe a rilevare come l’Europa sia la destinazione più pericolosa da raggiungere, con una percentuale di morti e dispersi pari al 75 per cento del totale globale. Le altre 1.005 vittime vanno ripartite nell’ordine tra Africa Orientale (251), Stati Uniti e Messico (230), Golfo del Bengala (205), Corno d’Africa (123), Asia Sud Orientale (70), Caraibi (45), Sud Africa (17), Altre località (8).

Si tratta del “conto di morte” più pesante mai registrato. E il calcolo, avverte l’Oim, è largamente per difetto, perché di molti episodi non si hanno notizie o se ne hanno solo parziali. La fuga verso l’Europa risulta largamente la più pericolosa anche se si calcolano gli ultimi 15 anni: dei circa 40 mila migranti morti da allora durante il “viaggio della speranza”, sono ben 22 mila quelli che stavano percorrendo le rotte verso la sponda nord del Mediterraneo: il 55 per cento.

(Fonte: Rapporto Oim settembre 2014, La Stampa, La Repubblica)

Spagna (stretto di Gibilterra), 30 settembre – 1 ottobre 2014

Almeno dieci vittime, tra morti e dispersi, nel naufragio di un’imbarcazione carica di profughi, in prevalenza sub sahariani, nelle acque dell’isola di Perejil, nello stretto di Gibilterra. Il natante, partito dal Marocco, era diretto verso le coste della Spagna, probabilmente il litorale di Malaga. I soccorritori recuperano i cadaveri di due giovani, ma secondo alcuni dei superstiti ci sarebbero non meno di otto compagni dispersi. Le ricerche proseguono anche nei due giorni successivi, ma il mare non restituisce altre salme. Imprecisate le cause del naufragio.

(Fonte: El Diario del 1 ottobre 2014 e Diario Sur del giorno 3, attraverso Fortress Europe)

Libia, 2 ottobre 2014

Dieci morti e decine di dispersi nel naufragio di un barcone al largo delle coste libiche: in tutto da 90 a 100 altre vite spezzate. Forse, però, ancora di più, oltre 150, perché i naufragi potrebbero essere addirittura due.

La notizia della prima sciagura viene diffusa nella tarda mattinata dalla Guardia Costiera di Tripoli ed è subito ripresa da varie agenzie di stampa europee: assume un’eco particolare perché la tragedia arriva a un anno esatto dalla strage di Lampedusa. Imprecisate le cause dell’affondamento, avvenuto a qualche miglio di distanza dalla spiaggia di Qarbouli, a est di Tripoli. Nessuna notizia sulla nazionalità precisa delle vittime: si sa soltanto che erano tutti giovani profughi africani. La Guardia Costiera si limita a comunicare di aver tratto in salvo circa 90 naufraghi e di aver recuperato dieci cadaveri. I dispersi dovrebbero essere dunque tra 70 e 80 perché, stando alla testimonianza di alcuni dei superstiti, al momento della partenza sul barcone erano saliti da 170 a 180 giovani, in maggioranza uomini. Altri rapporti, però, parlano di un numero maggiore di vittime: almeno 150. Emerge così, come viene riferito da fonti riprese dal Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), che si tratterebbe non di uno ma di due naufragi: due barconi affondati nello stesso tratto di mare e a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, con a bordo complessivamente 250 migranti. Tra morti e dispersi, dunque, il bilancio sarebbe ancora più pesante: da 150 a 160 vittime.

(Fonte: Agenzia France Presse, Ansa, La Stampa, La Repubblica, Lettera 43).

Libia (Zuawrah), 4 ottobre 2014

Quasi 180 tra morti e dispersi nel naufragio di un altro barcone di migranti, al largo delle coste della Libia, avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 ottobre ma di cui arriva notizia in Europa solo due giorni dopo, sulla base delle comunicazioni fornite dalle autorità locali. Circa 70 i sopravvissuti, tratti in salvo dalla Guardia Costiera libica. La sciagura si verifica all’interno delle acque territoriali africane, a pochi chilometri da Zuawrah, una città a ovest di Tripoli, al confine con la Tunisia. E’ presumibile che il barcone sia partito dalla stessa Zuawrah. In ogni caso, data la relativa vicinanza della riva (non più di 10 miglia), era ancora nella fase iniziale del viaggio. A bordo, secondo diverse testimonianze riferite dal Consiglio italiano rifugiati (Cir) entro, erano salite 265 persone, tutti profughi, in maggioranza siriani ma con numerosi giovani sub sahariani. Ignote le circostanze precise del naufragio. La Guardia Costiera non fornisce dettagli: si limita a comunicare che sono stati tratti in salvo una settantina di naufraghi e recuperate 30 salme. Ne consegue che i dispersi devono essere oltre 160.

Questo tragico conteggio è confermato da un funzionario dell’amministrazione di Zuawarah. Parte dei 30 corpi recuperati – precisa – sono stati trovati sulla spiaggia, portati a riva dalle correnti e dalle onde. Nei giorni successivi altre decine di corpi vengono spinti dal mare sulle spiagge della zona e vengono recuperati dalla Mezzaluna Rossa. E’ il terzo naufragio nell’arco di 48 ore davanti alla Libia (a un anno esatto dalla tragedia di Lampedusa), per un totale di almeno 340 vittime. Se si aggiungono queste vittime a quelle calcolate dall’ultimo rapporto Oim, dall’inizio dell’anno, tra morti e dispersi, si è arrivati a oltre 3.400: una media crudele di oltre 12 al giorno.

(Fonte: La Repubblica, La Stampa, Telegiornale Rai-3, Il Sole 24 Ore, Libero News)

Libia-Italia, 6 ottobre 2014

Un profugo muore alle soglie della salvezza. Era su un barcone con a bordo 140 tra uomini e donne (in maggioranza provenienti dall’Africa Orientale o sub sahariana), diretto verso la Sicilia e bloccato da un’avaria in acque internazionali di competenza della Libia. La richiesta di soccorso, lanciata con un telefono satellitare quando il natante non è ormai più governabile e rischia di naufragare, viene raccolta intorno alle 18 dal Comando centrale Guardia Costiera di Roma, che dirotta sul posto per l’emergenza il Mordy Bay, un mercantile con bandiera delle Bahamas. Una volta individuato e avvicinato il barcone, tutti i profughi vengono fatti salire in coperta. Durante il trasbordo, però, uno di loro cade in acqua e non se ne trova più traccia, nonostante le ricerche prolungate fino al calare della notte. Il giorno successivo i 139 naufraghi vengono sbarcati nel porto di Pozzallo.

(Fonte: Il Sole 24 Ore).  

Libia-Italia, 6 ottobre 2014

Almeno una ventina di profughi uccisi a fucilate da militari libici nel Sahara, al confine tra Libia e Sudan: quasi un tiro al bersaglio. E’ quanto emerge dal racconto di un profugo di 28 anni fatto a Roma a una equipe di Medici per i diritti umani, nel palazzo del rione Collatino occupato da migranti e richiedenti asilo. Il giovane, sbarcato in Sicilia qualche giorno prima e sfuggito ai controlli della polizia italiana, è alloggiato provvisoriamente nell’edificio: punta in realtà a stabilirsi in un altro paese europeo. Secondo quanto riferisce, il massacro sarebbe avvenuto circa tre mesi prima. Questa la sua testimonianza raccolta nel dossier di Medu: “Ho trascorso tre mesi in Libia, in una città della costa nord occidentale, poi a Bengasi e infine a Tripoli. Sono stato rapito più volte da soldati governativi e anti governativi e rilasciato in cambio di un riscatto. Ho trascorso venti giorni in un centro di raccolta a Tripoli, con altre 700 persone: ci davano del cibo una volta al giorno ed era impossibile uscire. Il tratto più pericoloso del viaggio è stato l’attraversamento del confine tra Sudan e Libia. In Libia, nel deserto, ho assistito all’uccisione di più di venti persone da parte di soldati libici che sparavano a vista. Anche il confine con l’Egitto è molto pericoloso per la presenza di numerosi soldati che controllano l’ingresso delle persone in fuga dalla Libia. Le persone che vengono fermate sono trasferite nei centri di detenzione a tempo indeterminato e riescono a uscire solo pagando 300 dollari per tornare in Etiopia. So che alcune persone transitate negli anni passati per il Sinai si trovano ancora nei centri di detenzione in Egitto”.

(Fonte: Dossier Medici per i Diritti Umani, novembre 2014)

Libia (Misurata) – Italia, 13 ottobre 2014

Quattro morti e nove feriti nella sparatoria contro un camion carico di migranti nascosti in un container. Lo denuncia un ragazzo eritreo di 17 anni sbarcato in Sicilia tra settembre e ottobre e riparato provvisoriamente nel palazzo del rione Collatino occupato dai profughi: La “mattanza” dovrebbe risalire al mese di luglio. La testimonianza è riportata nel Dossier redatto da Medici per i diritti umani tra l’agosto e l’ottobre 2014 coni racconti fatti dai profughi eritrei riparati provvisoriamente a Roma. Il testimone è uno dei feriti: “Ho una pallottola in una gamba da luglio. Ho attraversato il Sudan e il confine con l’Egitto prima di arrivare in Libia. All’entrata di Misurata, il container in cui viaggiavamo è stato fermato dai soldati per un controllo. Quando hanno scoperto che c’erano a bordo dei migranti nascosti (circa 125) hanno sparato contro il container in cui eravamo, causando 4 morti e 9 feriti, di cui 4 sono stati portati in ospedale e 5, me compreso,  in carcere. Ciò è accaduto nel mese di luglio, il nono giorno di Ramadan”.

(Fonte: Dossier Medici per i Diritti Umani, novembre 2014)

Roma, 14 ottobre 2014

Oltre 2.500 migranti annegati nel Mediterraneo dal primo gennaio al 15 settembre del 2014. E’ quanto emerge dal rapporto “Vite alla deriva” pubblicato da Amnesty International. Un bilancio terribile ma inferiore a quello elaborato dall’Oim e reso noto a Ginevra che, a fine settembre, denuncia 3.072 tra morti e dispersi.

Dal 1988, aggiunge Amnesty, si stima che 21.344 persone siano annegate nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Europa. Nel 2011 il numero dei morti è stato di circa 1.500; nel 2012 di circa 500; nel 2013 oltre 600.

(Fonte: Rapporto Amnesty Internatonal, rapporto settembre 2014)

Libia (carcere di Abu Wissa a Zawiya), 16 ottobre 2014

Un ragazzo nigeriano muore nel centro di detenzione di Abu Wissa, a Zawiya, lungo

la costa occidentale della Libia. Si era ammalato come altri detenuti a causa delle durissime condizioni della carcerazione. Ignote le cause precise del decesso, ma è facile pensare a privazioni e maltrattamenti. Quando alcuni compagni si accorgono che non dà più segni di vita, avvisano le guardie addette alla custodia, che si limitano a rimuovere il corpo. Allucinante la loro risposta alle proteste degli altri detenuti: “E’ meglio che sia morto… Farete tutti la stessa fine”.

(Fonte: agenzia Habeshia, informata da un prigioniero con una telefonata rubata).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 29 ottobre 2014

Almeno 27 dispersi nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Erano a bordo di un gommone naufragato mentre faceva rotta verso l’Italia. Un naufragio improvviso e rapidissimo, dovuto al cedimento strutturale della parte centrale del natante. Molti riescono a restare a galla aggrappati alle camere d’aria per copertoni che avevano portato con sé al momento della partenza. Per chi non ha o non riesce a raggiungere quel rudimentale salvagente di un compagno, non c’è scampo. L’allarme viene lanciato da un elicottero della nave San Giorgio, ammiraglia della Marina Militare Italiana nell’operazione Mare Nostrum, che indirizza sul posto la nave Fiorillo, della Guardia Costiera. Vengono individuati e salvati 93 naufraghi (di cui 4 feriti), tutti giovani africani. Sono proprio alcuni di questi a segnalare che al momento della partenza sul gommone erano saliti in 113 o, secondo altri, quasi 120. Mancano all’appello, dunque, da 20 a 27 persone. La stessa Fiorillo conduce le ricerche per l’intero pomeriggio, fino a sera, e per tutto il giorno dopo, ma senza esito: nessuna traccia dei dispersi. Un’altra nave della Guarda Costiera, la Diciotti, soccorre un secondo gommone prossimo ad affondare, sempre nel Canale di Sicilia e a non grande distanza dal primo, con 78 migranti a bordo.

(Fonte: La Repubblica e Il Giornale di Sicilia).

Yemen (Golfo di Aden), ottobre, giorno imprecisato

Nel naufragio di un barcone avvenuto nel Golfo di Aden muoiono 64 migranti e tre membri dell’equipaggio. Imprecisate le circostanze e le cause della tragedia, forse attribuibile al mare in tempesta e alle cattive condizioni del battello: la notizia viene riportata da Aljazeera senza particolari e solo come “precedente”, nell’ambito di un servizio relativo ad un altro naufragio. Viene riferito per certo che l’imbarcazione era partita dalla Somalia e stava seguendo una rotta a sud dello stretto di Bab el Mandeb. E’ presumibile che tutte le vittime siano profughi somali.

(Fonte: Aljazeera)

Turchia (Istanbul), 2-3 novembre 2014

Nel naufragio di un barcone allo sbocco del Bosforo, al largo di Istanbul, muoiono 35 profughi: la Guardia Costiera turca recupera 24 corpi, gli altri 11 risultano dispersi in mare. Solo 7 i superstiti salvati dai soccorritori. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia turca, a bordo c’erano 42 migranti, di cui 7 donne e 12 bambini, tutti in fuga dall’Afghanistan. Probabilmente, dopo aver raggiunto l’Anatolia, si erano imbarcati per raggiungere il porto di Costanza, in Romania, o magari la Bulgaria, per chiedere asilo in Europa. Il naufragio è avvenuto alle 5 del mattino. Imprecisate le cause, ma deve essere tutto accaduto in un arco di tempo piuttosto ristretto. Molti avevano il giubbotto salvagente, ma quando i primi soccorritori sono arrivati sul posto la maggior parte erano già morti, probabilmente per ipotermia a causa del freddo. Le ricerche dei dispersi sono continuate per l’intera giornata anche nel Mar Nero, fino a tre miglia di distanza dal Bosforo, con l’impiego di sette motovedette e un elicottero della Guardia Costiera. I superstiti e le salme recuperate stati sbarcati sulla sponda europea di Istanbul.

(Fonti: The Guardian online; Agenzia Reuters; Ffm online; Daily Star; Bbc News; Melting Pot Europa; Watch the Med).  

Grecia (confine con la Turchia), 7 novembre 2014

Due profughi siriani, entrati poco prima clandestinamente in Grecia dalla Turchia, vengono investiti e uccisi da un treno. L’incidente si è verificato a pochi chilometri dal confine greco orientale sul fiume Evros. I due uomini stavano camminando lungo i binari e non si sono accorti dell’arrivo del convoglio, che li ha travolti e trascinati per diversi metri. Il macchinista, arrestato dalla polizia greca qualche ora dopo, ha dichiarato di non aver visto i due uomini e di non essersi accorto di nulla. L’allarme è stato dato dal macchinista di un altro treno in transito più tardi, che ha notato i corpi dilaniati lungo la massicciata ferroviaria.

(Fonte: Associated Press Greek Reporter) 

Spagna (Almeira), 20 novembre 2014

Due vittime nel naufragio di un’imbarcazione al largo di Mesa Roldan, nelel acque dell’Andalusia. Secondo gli accertamenti della guardia costiera, la barca, molto piccola e con due soli migranti a bordo, veniva dal Marocco. Era ormai a breve distanza dalle coste andaluse di Almeira quando si è rovesciata, probabilmente a causa delle condizioni del mare. Nessuna traccia dei due naufraghi.

(Fonte: Abc attraverso Fortress Europe).

Italia (Canale di Sicilia), 28 novembre 2014

Diciotto migranti dispersi in mare, in diverse circostanze, nel Canale di Sicilia, nelle prime settimane di novembre: è quanto emerge da un rapporto dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) pubblicato il giorno 28 in relazione agli ultimi sbarchi in Italia, circa 5.100 negli ultimi dieci giorni. Si tratta in prevalenza di migranti originari dell’Africa sub sahariana: Gambia, Mali, Senegal, Nigeria e Ghana. “Lo sbarco più numeroso – scrive l’Oim – ha avuto luogo a Taranto, dove la nave della Marina Militare italiana San Giorgio ha portato 913 migranti, tutti partiti dalla Libia e soccorsi in differenti operazioni effettuate nel Canale di Sicilia. Sei le persone riportate come disperse”. Le altre 12 vittime, secondo quanto riferisce Federico Soda, capo missione Oim in Italia, erano invece tutte a bordo dello stesso gommone naufragato sempre nel Canale di Sicilia, dopo essere partito da Tripoli con 106 migranti sub sahariani. I soccorritori riescono a trarne in salvo 94, poi sbarcati il giorno 23 nel porto di Augusta dal mercantile panamense Eviacement. “I sopravvissuti hanno raccontato – afferma Federico Soda – di essere stati costretti dai trafficati a salire a bordo di un gommone fatiscente. Dopo alcune ore hanno cominciato a imbarcare acqua e quando sono arrivati i soccorritori 12 persone erano già cadute in mare e affogate”.

(Fonte: Missione Oim in Italia, 28 novembre 2014) 

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 5-6 dicembre 2014

Diciotto migranti morti su un gommone alla deriva da giorni nel Canale di Sicilia, a circa 150 miglia a sud di Lampedusa e a 40 dalla Libia: 16 vengono trovati ormai privi di vita dai soccorritori, due muoiono poco dopo. Altri 76 vengono tratti in salvo dalle motovedette della Guardia Costiera italiana e dalla nave Etna della Marina Militare.

Si tratta della prima strage nel Mediterraneo dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum e l’inizio della missione europea Frontex-Triton. Proprio per questo è una vicenda emblematica: lancia l’allarme su quanto rischia di accadere d’ora in poi nel Canale di Sicilia, senza una rete di soccorso adeguata.

Il gommone, a quanto si è appurato, parte dalla Libia verosimilmente tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. Bloccato in mare aperto da un’avaria al motore, a decine di miglia dalla costa, resta per giorni abbandonato a se stesso prima che finalmente le richieste di aiuto vengano intercettate e siano organizzati i soccorsi. Quando i marinai della Guardia Costiera giungono sul posto trovano sul gommone 16 corpi ormai senza vita. Altri due, un ragazzo e una ragazza, sono in condizioni gravissime. Il primo viene stroncato poco dopo da un edema polmonare; la ragazza, eritrea, sbarcata a Lampedusa, viene trasferita in elicottero al reparto di ginecologia dell’ospedale di Agrigento, dove muore per una grave ipotermia, ustioni in quasi tutto il corpo e per un aborto in corso.

Le salme, trasportate da una motovedetta a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, vengono sottoposte ad esame medico: risulta che i 16 migranti trovati senza vita sul gommone sono morti per ipotermia e disidratazione. Molto provati, anche se non in pericolo di vita, i sopravvissuti.

Proprio mentre le agenzie di stampa diffondono la notizie di questa tragedia, è in corso una conferenza convocata in precedenza da Francois Crepeau, relatore speciale dell’Onu per i diritti dei migranti. Crepeau denuncia senza mezzi termini che la missione europea Frontex-Triton è ampiamente inadeguata a fronteggiare il problema dei migranti: “L’estate prossima – contesta – migliaia di persone moriranno. Chiudere gli occhi davanti a tale prospettiva non è una soluzione: queste persone continueranno a tentare l’attraversamento e continueranno a morire a causa dell’inazione dell’Europa”. La nuova tragedia è, in effetti, la prova che, nonostante adesso il raggio d’azione dei soccorsi si sia ristretto, non cessa il flusso dei migranti dal Nord Africa. Lo conferma il fatto che, poche ore prima di intercettare il gommone con le vittime, altre due imbarcazioni cariche di migranti sono state individuate e soccorse da navi della Marina Militare italiana: la Driade, che prende a bordo 100 persone; e la Cigala Fulgosi, che ne raccoglie 102. Non solo: poche ore dopo, tra il 5 e il 6 dicembre, oltre 300 migranti vengono tratti in salvo dalle navi Etna e Driade su altre imbarcazioni in difficoltà, segnalate a circa cento miglia dalle coste italiane.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, La Stampa, Repubblica, Telegiornale Rai3 ore 14,20)

Spagna (Cabo de Gata), 6 dicembre 2014

Ventinove profughi sub sahariani morti di freddo e di stenti sul barcone con cui tentavano di raggiungere le coste spagnole: 8 erano bambini piccolissimi, da pochi mesi a 4 anni di età. Le vittime sono più della metà del gruppo che aveva preso posto sul battello, 57 persone in tutto:  37 uomini, 11 donne e 9 bambini. Al momento dell’arrivo dei primi soccorritori, i 28 superstiti apparivano tutti ormai allo stremo: in particolare una donna al quinto mese di gravidanza e l’unico bambino sopravvissuto. Sono stati prelevati entrambi dalla barca e subito trasferiti con un elicottero in un ospedale di Torrecardenas, nel reparto di terapia intensiva.

Secondo la ricostruzione della tragedia fatta dalla polizia spagnola, il barcone è partito la sera del tre dicembre, mercoledì, intorno alle 19, dalle coste marocchine, nei pressi di Melilla, con rotta verso Almeira, in Spagna. La navigazione si è rivelata più difficile del previsto, tanto da dover chiedere soccorso già l’indomani a Watch the Med Alarm, la nuova organizzazione privata che ha stabilito una rete di controllo in tutto il Mediterraneo occidentale e che a sua volta ha allertato il Servizio di Salvamento Marittimo spagnolo. L’ultimo contatto telefonico è stato stabilito intorno alle 11 di giovedì. Poi, più nulla. Sono scattate le ricerche, condotte da mezzi della marina iberica, marocchina e algerina, ma per quasi 48 ore non si è trovata traccia del barcone. Solo verso le dodici di venerdì un elicottero del Servizio Salvamento di Almeira ha localizzato il natante alla deriva a 23 miglia a sud-est di Cabo de Gata, facendo convergere sul posto alcune motovedette. Per otto dei nove bambini e per 21 adulti era ormai troppo tardi. Una giovane ha perso tutti e tre i suoi figli: due gemellini di tre anni e una bambina. Sei le donne che si sono salvate, oltre a quella trasferita in elicottero: cinque di queste, in stato di gravidanza, sono state ricoverate all’ospedale di Almeira.

(Fonte: Cadenaser, edizione online di Valencia; No Borders Morocco)

Yemen (Al Makha), 8 dicembre 2014

Almeno 70 migranti annegati nel naufragio di un barcone all’ingresso del Mar Rosso, al largo delle coste dello Yemen, di fronte alla città portuale di Al Makha, che si trova quasi  all’imbocco dello stretto di Bab al Mandeb. La causa della sciagura, a quanto riporta il sito online di Le Monde e come hanno riferito all’Associated Press le autorità della provincia di Taiz, sarebbe stato il maltempo: il barcone, la solita vecchia “carretta” stracarica, non avrebbe retto alla furia di una tempesta. Non ci sarebbero superstiti. Tutte le vittime erano di nazionalità etiope, probabilmente giovani di etnia somala, provenienti dalle regioni dell’Ogaden e dell’Oromo.

Si tratta del naufragio più tragico dell’anno al largo dello Yemen, seguito da quello avvenuto nel mese di ottobre nel golfo di Aden, con 67 vittime: 64 profughi e tre membri dell’equipaggio del barcone che li trasportava. Altre decine di morti, almeno 60,  quasi tutti somali – riferisce il sito di Le Monde – si sono registrati nel braccio di mare di Taiz per l’affondamento di un’altra imbarcazione il 31 maggio. Voci raccolte tra i profughi parlano comunque anche di altre vittime in episodi meno clamorosi ma tutt’altro che infrequenti. Non solo: secondo Al Jazeera, nel mese di marzo un’altra grave tragedia si è verificata di fronte alla costa meridionale dello Yemen, nel Mare Arabico, a sud dello stretto di Bab al Mandeb, la via di fuga parallela a quella del Mar Rosso: 42 migranti morti nel naufragio di un barcone partito sempre dal Corno d’Africa. Solo con i quattro episodi principali, tra marzo e i primi di dicembre si arriva ad almeno 239 vittime, inclusi tre scafisti.

La via di fuga del Mar Rosso e del Mare Arabico, dal Corno d’Africa verso lo Yemen, “aperta” ormai da anni, si è fortemente incrementata di recente dopo la chiusura della via del Sinai e le crescenti difficoltà di quella attraverso il Sudan e la Libia. Secondo i dati più recenti dell’Unhcr, negli ultimi cinque anni sono arrivati nello Yemen, seguendo questo percorso, almeno 500 mila migranti. Molti hanno poi proseguito il viaggio verso l’Arabia, l’Oman ed altri emirati. Un “ramo” della stessa via si prolunga fino all’Australia: partendo dallo Yemen, si prosegue attraverso l’Arabia o gli Emirati e poi, via terra o in aereo, fino alla Cambogia o al Viet Nam, paesi nei quali non è previsto il visto consolare ma solo una tassa d’ingresso che si può pagare direttamente al posto di frontiera dell’aeroporto.  Dopo una sosta più o mano lunga in Vietnam o in Cambogia, infine, i profughi raggiungono in qualche modo l’Indonesia, da cui parte la via marittima clandestina aperta a suo tempo dai boat-peoples vietnamiti verso l’Australia.

(Fonte: La Stampa, Repubblica, Le Monde edizione online, Al Jazeera)

Ginevra, 8 dicembre 2014. Rapporto Unhcr: 3.419 morti

Almeno 3.419 migranti sono morti, dall’inizio dell’anno fino ai primi di dicembre, mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. E’ quanto emerge dal rapporto presentato a Ginevra dall’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Sono l’1,65 per cento dei 207 mila che, nello stesso arco di tempo, hanno tentato la traversata. Mai in precedenza si erano registrate tante vittime. Senza precedenti anche il numero totale dei profughi, quasi il triplo dei 70 mila circa registrati nel 2011, che era considerato un anno record.

E’ la conferma che il Mediterraneo è la via di fuga più battuta dai profughi ma anche la più pericolosa, con un numero di vittime in crescita esponenziale. Senza contare che nel rapporto Unchr non figurano i tanti – un numero imprecisato ma sicuramente elevato stando alle poche informazioni che filtrano – rimasti uccisi durante il tragitto verso il Mediterraneo: nel Sahara, al varco dei confini dei vari stati attraversati, ai posti di blocco lungo la strada, nei centri di detenzione in Libia o nelle “carceri” dei trafficanti, ecc.

Oltre a quella del Mediterraneo – rileva inoltre l’Unhcr – ci sono almeno altre tre rotte di navigazione usate dai migranti e dai profughi in fuga da guerre e dittature. Ed anche queste sono segnate di vittime. Dal Corno d’Africa la via del Mar Rosso o del Golfo di Aden e del Mare Arabico, che è l’alternativa diretta alla sempre più difficile via libica verso il Mediterraneo e che ha registrato 82.680 attraversamenti. La rotta del Sud Est Asiatico, con circa 54.000 migranti partiti da Bangladesh e Birmania verso Thailandia e Malesia. La rotta dei Caraibi, tentata da almeno  4.775 uomini e donne.

(Fonte: Unhcr Agency, edizioni online di La Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano)

Grecia, 17 dicembre 2014

Muoiono due profughi siriani che erano tra gli animatori della protesta in atto dalla metà di novembre in piazza Syntagma, nel centro di Atene: per chiedere la revoca del trattato di Dublino 3, centinaia di persone si sono accampate davanti al Parlamento, facendo uno sciopero della fame che minacciano di protrarre ad oltranza. Uno è stroncato da un infarto in un ospedale della capitale, dove, stremato dallo sciopero della fame, è stato portato poco dopo essere stato colto da un malore in piazza. Ancora più drammatica la sorte del secondo: stanco di aspettare ancora ad Atene, raggiunge la frontiera tra Grecia e Albania, in montagna, e viene ucciso dal freddo mentre cerca di attraversarla.

(Fonte: Il Manifesto, Progetto Melting Pot Europa).

Spagna-Marocco (Tangeri), 19 dicembre 2014

Almeno nove morti nel naufragio di un barcone al largo delle coste marocchine. La barca, un natante da pesca in legno, salpato dalla zona di Tangeri, era diretto verso la Spagna con a bordo una trentina circa di migranti. Probabilmente a causa delle condizioni del mare e del sovraccarico è affondato prima ancora di uscire dalle acque territoriali marocchine, ad appena due miglia da Tangeri. La Guardia Costiera di Tangeri ha salvato 21 naufraghi e recuperato nove corpi ormai senza vita.

(Fonte: El Diario attraverso Fortress Europe)   

Italia (Canale di Sicilia), 22 dicembre 2014

Quattro giovani muoiono su un gommone carico di migranti in rotta tra la Libia e la Sicilia. Il natante, partito la sera prima con 71 persone a bordo, viene intercettato al largo di Lampedusa dal “Sea Supra”, un mercantile battente bandiera cipriota: galleggia a stento e minaccia di affondare da un momento all’altro. L’equipaggio del mercantile riesce a individuarlo per tempo e a organizzare i soccorsi, prendendo a bordo 67 profughi, in maggioranza giovani uomini. Per altri quattro, però, è troppo tardi: sono morti di ipotermia e affaticamento mentre erano alla deriva. All’alba del giorno 23 sia i naufraghi che i corpi delle vittime vengono trasbordati dal mercantile sul pattugliatore Borsini, della Marina Militare italiana. Successivamente i superstiti raggiungono la Sicilia sulla nave rifornitrice Etna mentre le salme vengono trasferite sulla nave Orione e portate ad Augusta.

(Fonte: Repubblica online; Il Giornale di Sicilia)

Eritrea (confine con il Sudan), 23-24 dicembre 2014

Tredici ragazzini (7 donne e 6 uomini) vengono uccisi a raffiche di mitra dalla polizia di frontiera eritrea, mentre cercano di attraversare il confine con il Sudan. E’ un’autentica strage a freddo, avvenuta verso la fine di settembre, vicino alla piccola città di Karora, ma scoperta soltanto tre mesi dopo, quasi alla vigilia di Natale.

Proprio perché è rimasto a lungo segreto, non sono chiare le circostanze del massacro. Si sa per certo che le vittime, quasi tutte di età compresa tra i 13 e i 20 anni, facevano parte di un gruppo di 16 giovanissimi diretti verso il Sudan nascosti su un camion, accompagnati da un passatore-guida ingaggiato dalle loro famiglie. Stavano percorrendo una delle vie di fuga più battute dai profughi, la cosiddetta “Ghindae-Port Sudan route”, che parte dalla piccola città agricola di Ghindae, nella regione del Mar Rosso Settentrionale, e termina, appunto, a Port Sudan.

Stando alle prime testimonianze, i soldati hanno aperto il fuoco non appena si sono resi conto che si trattava di profughi, obbedendo all’ordine della dittatura di sparare a vista, anche per uccidere, contro chi tenta di espatriare in modo clandestino, specie se si tratta di giovani nell’età della leva militare. Come erano, appunto, quasi tutti i 16 ragazzi nascosti sul camion. Non c’è stato scampo: le raffiche hanno fatto strage. Le salme delle tredici vittime sono state sepolte in segreto in una fossa comune. Ignota la sorte dei tre superstiti. Tra i morti ci sono anche tre sorelle, figlie di Tesfahanes Hagos, un ex colonnello dell’esercito, invalido ed eroe della guerra di liberazione e indipendenza: Ariam (19 anni), Rita (16 anni) e Hossana (13 anni). Sono state proprio le indagini ostinate dell’ex ufficiale a portare alla luce il massacro. Si è potuto scoprire, inoltre, che figli di ex militari erano anche quasi tutti gli altri ragazzi trucidati: la maggioranza veniva infatti dal Denden Camp, un quartiere-villaggio di Asmara allestito per reduci e invalidi dell’esercito e le loro famiglie.

(Fonti: Ararino online, Awate.com, Agenzia Habeshia).

Italia (Canale di Sicilia), 23-24 dicembre 2014

Altri due morti (oltre ai quattro trovati il giorno 22 sul gommone in procinto di affondare cento miglia a sud di Lampedusa) tra gli oltre mille migranti soccorsi e recuperati dalla Marina Militare italiana, tra il 23 e il 24 dicembre, in una serie di operazioni di sorveglianza e sicurezza marittima nel Canale di Sicilia, tra la costa africana e Lampedusa. Cinque le navi impegnate: Driade, Borsini, Orione, Etna e Foscari. I corpi recuperati il 22 vengono sbarcati dalla Orione, insieme a 440 profughi tratti in salvo, nel porto di Augusta la vigilia di Natale. La prima delle altre due vittime è un giovane recuperato in mare dalla motonave Happy Ventura, con bandiera maltese, nel corso di un’operazione congiunta con la nave Etna e con vari mezzi delle Capitanerie di Porto, che consente di trarre in salvo 363 persone. E’ la stessa Etna a portare a Pozzallo, in provincia di Ragusa, i sopravvissuti e la salma. Sempre a Pozzallo vengono sbarcati dalla Foscari altri 368 profughi soccorsi in mare e il corpo della seconda vittima.

(Fonte: La Repubblica online, Il Giornale di Sicilia).

Sudan (Kassala-Shagarab), 23 dicembre 2014

Almeno undici vittime (8 morti e 3 dispersi), presso Kassala, nel ribaltamento di una o forse due barche con cui un gruppo di profughi eritrei provenienti dal campo di Shagarab sta tentando di attraversare il fiume Atbara, l’ultimo affluente di destra del Nilo, per guadagnare la strada per Khartoum. Non si tratta di un tragico incidente: il ribaltamento delle due barche avviene durante l’attacco di una squadra di banditi Rashaida, il clan beduino implicato nel traffico di esseri umani, che hanno teso un agguato ai migranti per sequestrarli e prenderli in ostaggio. Cinque dei superstiti (tre uomini e due donne) vengono catturati. Altri riescono a fuggire e tornano al campo di Shagarab per dare l’allarme.

(Fonte: agenzia Habeshia, Awate online, Caperi online, Business Recorder online)

Sudan (Shagarab), 25 dicembre 2014

Un numero imprecisato di morti e feriti, numerose capanne e case incendiate, decine di profughi sequestrati: è il tragico bilancio di un feroce assalto al campo di Shagarab denunciato da alcuni giornali della diaspora su segnalazione di vari portavoce dei rifugiati eritrei. Stando alle testimonianze, si tratta di un vero e proprio pogrom, organizzato a freddo e condotto con la complicità della polizia sudanese che dovrebbe proteggere e garantire la sicurezza del campo profughi. Durante l’assalto, anzi, la stessa polizia impedisce ai rappresentanti del Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) di entrare nel campo per cercare di fermare le violenze e liberare eventualmente gli ostaggi.

Il pogrom è la conseguenza diretta dell’assalto con dotto da una banda di Rashaida due giorni prima al guado dell’Atbara. Dopo che gli scampi al naufragio delle due barche e al sequestro hanno dato l’allarme al campo, un centinaio di profughi eritrei danno l’assalto a un vicino villaggio Rashaida, accusando gli abitanti di essere conniventi con i banditi e prendendo tre prigionieri per scambiarli con i cinque eritrei superstiti presi in ostaggio. Gli animi dei profughi sono esasperati anche perché appena sette giorni prima altri sedici di loro sono stati rapiti all’interno o nelle vicinanze del campo da banditi Rashaida. Dopo una notte e un giorno di trattative, i tre prigionieri beduini vengono liberati, ma questa decisione non basta a calmare lo spirito di rivalsa e vendetta dei Rashaida, che danno l’assalto al campo.

Alcuni giornali della diaspora, come Awate, sostengono che, secondo diverse fonti, i banditi Rashaida agirebbero anche in base ad accordi con il dittatore Isaias Afewerki per controllare e scoraggiare la fuga dei giovani eritrei dal paese.

(Fonte: agenzia Habeshia, Caperi online, Awate online).

Yemen (Al Makha), 29 dicembre 2014

Nel naufragio di un barcone al largo della città portuale di Makha, nello Yemen, provincia di Taiz, muoiono almeno 24 migranti eritrei. Come riferisce il portavoce del ministero degli interni, il bilancio si basa sul numero dei corpi recuperati dalla Guardia Costiera, ma potrebbero esserci anche dei dispersi. Ignota l’identità di buona parte delle vittime. E’ presumibile, tuttavia, che siano tutti etiopi, in maggioranza di etnia somala, come quelle identificate. La sciagura avviene nelle stesse acque in cui, meno di un mese prima, si è registrato il naufragio di un altro barcone di profughi, con 70 morti circa.

Riferendo la notizia, Aljazeera riporta anche il tragico bilancio dei profughi morti durante la fuga, nelle acque dello Yemen (Mar Rosso e Golfo di Aden), nel corso del 2014. Secondo i dati riferiti dal Commissariato Onu per i rifugiati, sarebbero 223 ma questa cifra appare sottostimata: anche sommando soltanto le vittime delle quattro tragedie più gravi riferite dalla stampa nell’arco dell’anno, si arriva a 263, inclusi tre scafisti. Senza contare gli affondamenti e gli incidenti minori emersi ufficiosamente dai racconti degli stessi migranti. In ogni caso, rileva la stessa Aljazeera, anche “solo” 223 è un conto finale superiore di ben 179 vittime rispetto al bilancio unificato dei tre anni precedenti (dal 2011 al 2013). E’ fortemente cresciuto, del resto, anche il numero dei profughi arrivati dal Corno d’Africa alle coste yemenite: oltre 82 mila nell’arco del 2014 contro i 65 mila del 2013. La stima del ministro degli interni è ancora più alta: una media di 100 mila arrivi l’anno, includendo però, oltre al Corno d’Africa, anche l’area sub sahariana.

(Fonte: Al Jazeera)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 12 luglio 2016

Quattro morti su un barcone con a bordo oltre 350 profughi, soccorso nel Canale di Sicilia, al largo delle coste africane. Il battello, salpato durante la notte, è stato intercettato sui radar alle 3,30 del mattino ed avvistato verso le 4,30, quando si trovava tra Malta e la Libia, da cui era partito. L’operazione di soccorso è stata condotta dalla Ong Migrants Offshore Aid Station (Moas) con la collaborazione di Emergency. I quattro corpi senza vita sono stati scoperti durante il trasbordo dei migranti (quasi tutti eritrei) sulla nave di Moas: si tratta di tre uomini e di un ragazzino di 13/14 anni, morti presumibilmnete per asfissia a causa delle condizioni in cui sono stati costretti ad affrontare la traversata, chiusi nella stiva insieme ad altre decine, forse centinaia di persone, senza potersi muovere. Altri due profughi sono stati salvati in extremis: erano privi di conoscenza e in stato di arresto respiratorio, ma i medici di Emergency sono riusciti a rianimarli. Uno, il più grave, è stato trasferito al centro sanitario di Lampedusa con un elicottero inviato sul posto dalla nave Margottini, della Marina italiana.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo)

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