Un cimitero chiamato mediterraneo, 2019 seconda parte

“Meno partenze, meno morti”. E’ quanto sostiene il Governo italiano, con il sostanziale avallo dell’Unione Europea, a giustificazione del “muro” eretto nel Mediterraneo per bloccare i flussi di migranti. Non da oggi. E’ una linea inaugurata ormai da anni e che ha registrato via via una escalation terribile, fino agli accordi volti a esternalizzare i confini dell’Europa sempre più a sud, lungo il margine settentrionale del Sahara. Decisivi si sono rivelati passaggi come il Processo di Khartoum e le intese che ne sono seguite. In particolare quella voluta, nel 2017, con la Libia, dall’allora ministro degli interni Marco Minniti, che si è rivelata il terreno di coltura, se non il viatico, della linea di respingimento totale e chiusura dei porti decisa dall’attuale responsabile del Viminale, Matteo Salvini, arrivato ad affermare che, quest’anno, grazie alla sua politica, ci sarebbero state due sole vittime lungo la via di fuga dei migranti che porta in Italia dalla Libia. Ma altroché due vittime! Dal primo gennaio al 30 giugno sulla rotta del Mediterraneo centrale di morti ce ne sono stati 406 su un totale, in tutto il Mediterraneo e sulla rotta delle Canarie, di 682: il 59,53 per cento, quasi uno su tre. E in questo conto di morte non sono comprese le vittime a terra, lungo le piste del Sahara o alle frontiere esterne dell’Europa (come quella dell’Evros, in Grecia) e, soprattutto, nei lager libici: almeno 131, per un totale complessivo di ben 813 vite spezzate. Vite di persone, quasi sempre molto giovani, in fuga da guerre, dittature, terrorismo, disastri ambientali, carestia e fame, miseria endemica o, comunque, da situazioni di crisi estrema, dove non c’è prospettiva di futuro e meno che mai di una sia pur minima condizione di “sviluppo umano”. Queste cifre, non i “due soli morti” vantati da Salvini, sono lo specchio di quanto sta accadendo davvero. Lo dimostra il tasso di mortalità. Quello generale, nel primo semestre di quest’anno, è di un migrante morto ogni 48/49 arrivati, più elevato di quello degli ultimi due anni (1 ogni 53) e più ancora rispetto agli anni precedenti: 1 ogni 67 nel 2016 e 1 ogni 256 nel 2015. Ma l’indice appare ancora più drammatico, da autentica strage, si si scinde il dato generale nelle tre rotte del Mediterraneo. E il “primato” spetta, non a caso, alla rotta libica. Era già evidente nel 2018: un morto ogni 193 arrivi in Grecia, uno ogni 75 arrivi in Spagna, uno ogni appena 18 in Italia, la “rotta libica” appunto. Nei primi sei mesi di quest’anno va molto peggio: un morto ogni 365 arrivi in Grecia, ma uno ogni 57 in Spagna e addirittura uno ogni 6 in Italia. La speranza, nella seconda parte dell’anno, è che questo tremendo bilancio subisca uno stop o quanto meno un rallentamento. Ma non se ne vedono le premesse.

 

 

Libia (Abu Salim), 1 luglio 2019

Un giovane profugo eritreo, prigioniero nel centro di detenzione di Abu Salim, è morto di malattia e di stenti. Si chiamava Tsegazeab Gebrekidan, aveva solo 20 anni. Catturato poco dopo essere entrato in Libia dal Sudan e rimasto per mesi nelle mani di una banda di trafficanti, dopo aver pagato il riscatto per essere rilasciato, è finito ad Abu Salim. All’arrivo al campo – secondo quanto hanno riferito alcuni compagni – era già malato e molto debilitato ma nei mesi di detenzione non ha praticamnete ricevuto alcuna assistenza medica. I maltrattamenti,la promiscuità, il cibo scarso e pessimo, la mancanza persino di acqua da bere ne hanno aggravato ulteriormente lo stato di salute. Solo nell’ultima setttimana di luglio le autorità del campo lo hanno trasferito in un ospedale. Era ormai tardi: Tsegazeab è morto dopo sei giorni di ricovero. I familiari e i compagni, oltre a denunciare quanto è accaduto, hanno chiesto di diffondere la sua ultima foto fatta ad Abu Salim, quasi come una forma di denuncia per quanto sta accadendo. Dall’inizio di aprile a fine giugno, prima di Tsegazeab, altri due giovani eritrei sono morti ad Abu Salim: l’undici aprile un diciassettenne si è suicidato e il 14 maggio un ragazzo poco più che ventenne è morto per sfinimento.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica)

Italia (Gela), 2 luglio 2019

Il cadavere mutilato di un uomo è stato trascinato dal mare su una spiaggia di Gela, in località Rccazzelle: l’ipotesi più accreditata dalla Procura e dalla polizia è che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere l’Europa dalle coste africane. Il corpo recuperato, in avanzato stato di decomposizione, era ridotto quasi soltanto a un busto, privo della testa e degli arti, tranne un braccio. Proprio questo fa pensare che fosse in acqua da mesi. Lo confermerebbero anche gli abiti pesanti, in particolare un giubbotto invernale, che lo coprivano e nei quali comunque non sono stati trovati documenti o oggetti che possano aiutare a risalire all’identità o almeno alla provenienza della vittima. Viste le circostanze, la Procura non ha ritenuto necessario procedere all’autopsia.

(Fonte: Tpi News, Repubblica, il Messaggero, Giornale di Sicilia, La Sicilia)   

Libia (Tajoura, Tripoli), 2-3 luglio 2019

Almeno 53 profughi morti e più di 130 feriti nel centro di detenzione di Tajoura, nei sobborghi orientali di Tripoli, colpito in piena notte da un pesante bombardamento delle forze aeree del generale Khalifa Haftar, nel contesto della battaglia per il controllo della capitale libica. Inizialmente si è parlato di 44 vittime, ma il bilancio comunicato da rappresentanti delle Nazioni Unite quasi 24 ore dopo è salito a 53 in seguito al ritrovamento di altre salme e soprattutto al decesso di alcuni dei feriti più gravi. L’attacco è stato sferrato intorno alla mezzanotte. Gli aerei della Libyan National Army (Lna) avevano probabilmente come obiettivo la base di una delle milizie fedeli al governo di Fayez Serraj, quasi adiacente al campo dei migranti. In particolare, puntavano a distruggere un grosso deposito di armi e automezzi militari, distante poche decine di metri da uno degli hangar del centro di detenzione, dove erano alloggiati quasi duecento dei 616 ospiti totali. Le bombe hanno centrato in pieno questa struttura, facendo una strage. Già nei primi minuti dopo il raid sono stati individuati decine di corpi senza vita, alcuni dei quali orrendamente mutilati e sfigurati. Il conto è poi salito progressivamente a 44 e infine a 53. “Alcuni dei feriti più gravi – è stato riferito la notte stessa da un paio di compagni superstiti – hanno perso le braccia o le gambe”. La Mezzaluna Rossa e personale delle Nazioni Unite li hanno trasferiti in vari ospedali di Tripoli. La maggior parte delle vittime sono sudanesi del Darfur e marocchini. Quasi la metà delle strutture del campo sono distrutte o comunque inagibili. “E’ una tragedia annunciata e ampiamente prevedibile – hanno denunciato alcuni profughi contattati la notte stessa dal Coordinamento Eritrea Democratica – Già nel mese di maggio il campo di Tajoura è stato sfiorato da alcuni missili lanciati da aerei che volevano colpire la vicina base dei miliziani schierati con il Governo di Tripoli”. Anche il portavoce dell’Unhcr in Libia, Charlie Yaxley, ha fatto notare come l’agenzia, appena due mesi fa, abbia segnalato con forza che i detenuti del centro di Tajoura correvano gravissimi rischi per la battaglia che si svolge nelle vicinanze, come dimostra un precedente bombardamento che ha provocato due feriti tra i migranti. Il 21 giugno scorso, appena dieci giorni prima della strage, inoltre, ci sono stati un tentativo di fuga represso, seguito da una protesta dei rifugiati, proprio per chiedere di essere trasferiti lontano dalla linea del fuoco. Nessuno ha scoltato questi appelli. “E questo massacro – hanno detto alcuni profughi eritrei – rischia di non rimanere isolato: altri campi sono in grave pericolo, nei sobborghi e alla periferia di Tripoli, come quello di Tajoura”.

(Fonti: Associated Press, Reuters, Te Guardian, Al Jazeera, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Libya Observer, sito web Unhcr Libya, Tg2 Rai e Tg La 7 delle 13,30, Agenzia Ansa, Address Libya)     

Libia-Tunisia-Italia (al largo di Zarzis), 4 luglio 2019

Ottantatre vittime: 82 migranti dispersi in mare e uno morto poco dopo essere stato portato a riva in gravi condizioni nel naufragio di un gommone al largo della Tunisia. Soltanto tre i superstiti. Nei giorni successivi, fino al 12 luglio, tra Zorzis e l’isola di Djerba sono stati recuperati, in mare o spiaggiati, i corpi senza vita di 72 dei dispersi. Il battello era partito prima dell’alba dalla Libia, prendendo il largo dalla costa di Zuwara, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Nel pomeriggio era ormai in acque tunisime, nove miglia circa al largo del porto peschereccio di Zorzis, quando una delle camere stagne laterali si è sgonfiata e lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua, affondando rapidamente. La parte finale della tragedia è stata ricostruita da Chamseddine Marzoug, il pescatore di Zarzis che da anni si occupa di assistenza ai migranti, in contatto anche con Alarm Phone, famoso tra l’altro per aver realizzato un piccolo cimitero per le vittime senza nome recuperate in mare nella zona. “I primi soccorsi – ha raccontato ad Alarm Phone, ripetendo poi tutto anche all’agenzia Ansa – sono arrivati da alcune barche di peascatori a cui si è poi aggiunta la Guardia Costiera. Quando sono arrivati sul posto, però, più di 80 maufraghi erano stati portati via dalle correnti e non ne è stata trovata traccia. Gli altri sono stati fatti sbarcare a Zarzis”. Uno di questi, privo di conoscenza e con evidenti sintomi di annegamento, è stato trasferito immediatamente in ospedale, ma i medici non sono riusciti a rianimarlo. E’ morto poco dopo il ricovero: era originario della Costa d’Avorio. Le ricerche dei dispersi sono sono protratte sino al tramonto.

(Fonte: Associated Press, Reuters, Halarm Phone. Agenzia Ansa, Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano, Agenzia Agi, Globalist)

Marocco-Spagna (Nador-Malaga), 5-6 luglio 2019

Un giovane migrante subsahariano è stato ucciso su un gommone dallo scafista perché aveva bevuto il suo succo di frutta. L’omicidio è stato denunciato dai compoagni appena sono arrivati in Spagna. Il battello era partito dalla spiaggia di Kariat Akmane, nei pressi di Nador, nel nord del Marocco, il pomeriggio del 5 luglio. A bordo erano in 17, tutti subsahariani, incluso lo scafista, indicato come Oumar Diallo, originario della Guinea. A ciascuno, prima di salpare, era stato consegnata una busta con un po’ di cibo e un succo di frutta, per affrontare la traversata verso l’Andalusia, attraverso il Mare di Alboran. Dopo dodici ore di navigazione sono arrivati nelle acque spagnole. E’ qui che, secondo il racconto dei compagni della vittima, si è consumato l’omicidio. Quando si è accorto che il ragazzo, vinto dalla sete, stava bevendo il suo succo di frutta, lo scafista ha estratto un pugnale e si è avventato contro di lui colpendolo alla gola. Poi lo avrebbe decapitato e gettato la testa in mare. Il corpo è rimasto ancora per quasi un’ora sul battello, finché lo stesso scafista lo ha fatto scivolare in acqua. Choccati e terrorizzati, gli altri non hanno avuto il coraggio di reagire. Quando, intercettati dal Salvamento Marittimo nella ntte tra il 5 e il 6 luglio, sono stati condotti a Malaga, però, la prima preoccupazione è stata quello di denunciare tutto agli operatori della Croce Rossa che li stavano assistendo. La notizia è rimasta riservata fino a quando ne sono venuti a conoscenza alcuni cronisti del Mundo, che l’hanno pubblicata. L’Organizzazione Marocchina per i Diritti Umani conosce lo scafista per averlo denunciato più volte per traffico di esseri umani. “Individua le persone in Guinea, suo paese d’origine – ha raccontato Omar Naji, presidente della Ong – e le convince a partire chiedendo in cambio 3 mila euro. La polizia marocchina lo ha fermato più volte, Ma è stato sempre scarcerato”. Dalla vittima e dai suoi compagni si era fatto dare 2.500 euro a testa per la traversata.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19 luglio, che cita El Mundo”)

Libia-Tunisia (Ras Jedir), 12-13 luglio 2019

Un profugo eritreo muore di fatica e sfinimento vicino al posto di confine di Ras Jedir, dopo aver tentato di entrare in Tunisia dalla Libia. Si chiamava Filmon Temesgen ed aveva 28 anni. A Ras Jedir Filmon era arrivato dopo mesi di terribile detenzione in Libia, nelle mani prima della polizia e poi di una banda di trafficanti: una foto che lo ritrae incatenato, diffusa dagli stessi predoni che lo tenevano prigioniero per indurre i familiari a pagare il riscatto, è stata a lungo sul web. Sottoposto a torture, violenze, lavoro schiavo, quando è riuscito a riscattare il rilascio ha cercato di lasciare la Libia via terra, attraversando il confine con la Tunisia. Da Zuwara ha raggiunto la linea di frontiera, distante una sessantina di chilometnri, ed è riuscito anche a passare, puntando verso Ben Gardane, 30 chilometri più a ovest, ma è stato intercettato da una pattuglia della polizia tunisina, che lo ha espulso verso il centro di detenzione per rifugiati di Ras Jedir, dove è morto pochi giorni dopo. La notizia della sua morte è stata ripresa dai siti web di numerosi profughi eritrei in Europa. “E’ stato stroncato – hano scritto – da mesi di maltrattamenti, torture, lavoro schiavo…”.

(Fonte: siti web Meron Estefano e Martin Plaut, Coordinamento Eritrea Democratica)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 16-17 luglio 2019)

Trovato il corpo senza vita di una giovane subsahariana su uno dei tre gommoni soccorsi nel mare di Alboran, al largo di Almeria, dal Salvamento Maritimo spagnolo, al termine di una intensa giornata di operazioni di soccorso nello Stretto di Gibilterra. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, quando la Ong Caminando Fronteras ha ricevuto una serie di richieste di aiuto da parte di familiari degli oltre 200 migranti a bordo delle barche che, salpate dalla costa marocchina tra Tangeri e Nador, avevano perso la rotta verso l’Andalusia. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata ma verso sera ancora nessuno dei  tre natanti era stato individuato. La situazione, per una delle barche, si è fatta particolarmente critica poco dopo le 16, quando i migranti hanno segnalato che il motore si era bloccato e lo scafo stava imbarcando acqua. In serata e nella prima parte della notte, poi, sono iniziati gli avvistamenti. La donna morta era sulla seconda barca individuata, con a bordo altre 73 persone (50 uomini e 23 donne): il salvataggio è stato condotto dalla salvamar Spica, che nelle ore successive ha intercettato anche il natante in avaria, con 75 migranti, tutti in salvo. In precedenza la salvamar Caliope aveva trovato l’altra barca, con 71 naufraghi. La  vittima, che si chiamava Hanatah Soumah, è morta annegata. I compagni hanno raccontato che, avendo constatato che il gommone si stava sgonfiando, facevano tutti dei turni in acqua per alleggerirlo. Quando è toccato ad Hanatah, deve aver perso la presa dallo scafo ed è stata trascinata via dalle onde, prima che gli altri potessero afferrarla: sono riusciti solo a recuperarne il corpo. Almeria il porto di sbarco.

(Fonte: Europa Press, siti web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Turchia (Ozalp, provincia di Van), 18 luglio 2019

Quindici profughi morti e 51 feriti (di cui una ventina in gravi condizioni) in un pullmino finito fuori strada. Alle vittime va aggunto anche l’autista, portando il totale a 16. L’automezzo veniva dalla zona vicina al confine con l’Iran. I profughi a bordo devono aver varcato la frontiera attraverso strade e in tempi diversi ma è presumibile che avessero già un contatto con l’organizzazione di trafficanti che ha organizzato la “spedizione” verso ovest, per raggiungere il confine con la Grecia o la Bulgaria: 67 persone (in maggioranza provenienti da Afghanistan e Pakistan ma anche dal Bangladesh), incluso il conducente, su un piccolo bus abilitato al massimo per 17-18 posti. La strage è legata direttamente a questo incredibile sovraccarico. Dalla fascia frontaliera il pullmino ha raggiunto Van, proseguendo in piena notte lungo la superstrada che conduce a ovest. Poco dopo aver superato la città di Ozalp, l’autista ha perso il controllo della guida e il bus, lanciato a forte velocità, è volato fuori strada, capottandosi in una scarpata laterale. Quasi tutti i profughi sono rimasti incastrati all’interno. I soccorritori hanno contato subito numerose vittime, salite via via con il passare delle ore perché molti di quelli estratti feriti dalle lamiere non ce l’hanno fatta. Il bilancio finale – 16 morti e 51 feriti – è stato comunicato dal governatore della provincia di Van, Emin Bilmez, dopo un colloquio con il direttore sanitario provinciale, Mahmut Sunnetcioglu. La polizia ha aperto un’inchiesta per cercare di individuare l’organizzazione di trafficanti.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Associated Press)

     

  

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