Un cimitero chiamato mediterraneo, 2019 seconda parte

“Meno partenze, meno morti”. E’ quanto sostiene il Governo italiano, con il sostanziale avallo dell’Unione Europea, a giustificazione del “muro” eretto nel Mediterraneo per bloccare i flussi di migranti. Non da oggi. E’ una linea inaugurata ormai da anni e che ha registrato via via una escalation terribile, fino agli accordi volti a esternalizzare i confini dell’Europa sempre più a sud, lungo il margine settentrionale del Sahara. Decisivi si sono rivelati passaggi come il Processo di Khartoum e le intese che ne sono seguite. In particolare quella voluta, nel 2017, con la Libia, dall’allora ministro degli interni Marco Minniti, che si è rivelata il terreno di coltura, se non il viatico, della linea di respingimento totale e chiusura dei porti decisa dall’attuale responsabile del Viminale, Matteo Salvini, arrivato ad affermare che, quest’anno, grazie alla sua politica, ci sarebbero state due sole vittime lungo la via di fuga dei migranti che porta in Italia dalla Libia. Ma altroché due vittime! Dal primo gennaio al 30 giugno sulla rotta del Mediterraneo centrale di morti ce ne sono stati 406 su un totale, in tutto il Mediterraneo e sulla rotta delle Canarie, di 682: il 59,53 per cento, quasi uno su tre. E in questo conto di morte non sono comprese le vittime a terra, lungo le piste del Sahara o alle frontiere esterne dell’Europa (come quella dell’Evros, in Grecia) e, soprattutto, nei lager libici: almeno 131, per un totale complessivo di ben 813 vite spezzate. Vite di persone, quasi sempre molto giovani, in fuga da guerre, dittature, terrorismo, disastri ambientali, carestia e fame, miseria endemica o, comunque, da situazioni di crisi estrema, dove non c’è prospettiva di futuro e meno che mai di una sia pur minima condizione di “sviluppo umano”. Queste cifre, non i “due soli morti” vantati da Salvini, sono lo specchio di quanto sta accadendo davvero. Lo dimostra il tasso di mortalità. Quello generale, nel primo semestre di quest’anno, è di un migrante morto ogni 48/49 arrivati, più elevato di quello degli ultimi due anni (1 ogni 53) e più ancora rispetto agli anni precedenti: 1 ogni 67 nel 2016 e 1 ogni 256 nel 2015. Ma l’indice appare ancora più drammatico, da autentica strage, si si scinde il dato generale nelle tre rotte del Mediterraneo. E il “primato” spetta, non a caso, alla rotta libica. Era già evidente nel 2018: un morto ogni 193 arrivi in Grecia, uno ogni 75 arrivi in Spagna, uno ogni appena 18 in Italia, la “rotta libica” appunto. Nei primi sei mesi di quest’anno va molto peggio: un morto ogni 365 arrivi in Grecia, ma uno ogni 57 in Spagna e addirittura uno ogni 6 in Italia. La speranza, nella seconda parte dell’anno, è che questo tremendo bilancio subisca uno stop o quanto meno un rallentamento. Ma non se ne vedono le premesse.

 

 

Libia (Abu Salim), 1 luglio 2019

Un giovane profugo eritreo, prigioniero nel centro di detenzione di Abu Salim, è morto di malattia e di stenti. Si chiamava Tsegazeab Gebrekidan, aveva solo 20 anni. Catturato poco dopo essere entrato in Libia dal Sudan e rimasto per mesi nelle mani di una banda di trafficanti, dopo aver pagato il riscatto per essere rilasciato, è finito ad Abu Salim. All’arrivo al campo – secondo quanto hanno riferito alcuni compagni – era già malato e molto debilitato ma nei mesi di detenzione non ha praticamnete ricevuto alcuna assistenza medica. I maltrattamenti,la promiscuità, il cibo scarso e pessimo, la mancanza persino di acqua da bere ne hanno aggravato ulteriormente lo stato di salute. Solo nell’ultima setttimana di luglio le autorità del campo lo hanno trasferito in un ospedale. Era ormai tardi: Tsegazeab è morto dopo sei giorni di ricovero. I familiari e i compagni, oltre a denunciare quanto è accaduto, hanno chiesto di diffondere la sua ultima foto fatta ad Abu Salim, quasi come una forma di denuncia per quanto sta accadendo. Dall’inizio di aprile a fine giugno, prima di Tsegazeab, altri due giovani eritrei sono morti ad Abu Salim: l’undici aprile un diciassettenne si è suicidato e il 14 maggio un ragazzo poco più che ventenne è morto per sfinimento.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica)

Italia (Gela), 2 luglio 2019

Il cadavere mutilato di un uomo è stato trascinato dal mare su una spiaggia di Gela, in località Rccazzelle: l’ipotesi più accreditata dalla Procura e dalla polizia è che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere l’Europa dalle coste africane. Il corpo recuperato, in avanzato stato di decomposizione, era ridotto quasi soltanto a un busto, privo della testa e degli arti, tranne un braccio. Proprio questo fa pensare che fosse in acqua da mesi. Lo confermerebbero anche gli abiti pesanti, in particolare un giubbotto invernale, che lo coprivano e nei quali comunque non sono stati trovati documenti o oggetti che possano aiutare a risalire all’identità o almeno alla provenienza della vittima. Viste le circostanze, la Procura non ha ritenuto necessario procedere all’autopsia.

(Fonte: Tpi News, Repubblica, il Messaggero, Giornale di Sicilia, La Sicilia)   

Libia (Tajoura, Tripoli), 2-3 luglio 2019

Almeno 53 profughi morti e più di 130 feriti nel centro di detenzione di Tajoura, nei sobborghi orientali di Tripoli, colpito in piena notte da un pesante bombardamento delle forze aeree del generale Khalifa Haftar, nel contesto della battaglia per il controllo della capitale libica. Inizialmente si è parlato di 44 vittime, ma il bilancio comunicato da rappresentanti delle Nazioni Unite quasi 24 ore dopo è salito a 53 in seguito al ritrovamento di altre salme e soprattutto al decesso di alcuni dei feriti più gravi. L’attacco è stato sferrato intorno alla mezzanotte. Gli aerei della Libyan National Army (Lna) avevano probabilmente come obiettivo la base di una delle milizie fedeli al governo di Fayez Serraj, quasi adiacente al campo dei migranti. In particolare, puntavano a distruggere un grosso deposito di armi e automezzi militari, distante poche decine di metri da uno degli hangar del centro di detenzione, dove erano alloggiati quasi duecento dei 616 ospiti totali. Le bombe hanno centrato in pieno questa struttura, facendo una strage. Già nei primi minuti dopo il raid sono stati individuati decine di corpi senza vita, alcuni dei quali orrendamente mutilati e sfigurati. Il conto è poi salito progressivamente a 44 e infine a 53. “Alcuni dei feriti più gravi – è stato riferito la notte stessa da un paio di compagni superstiti – hanno perso le braccia o le gambe”. La Mezzaluna Rossa e personale delle Nazioni Unite li hanno trasferiti in vari ospedali di Tripoli. La maggior parte delle vittime sono sudanesi del Darfur e marocchini. Quasi la metà delle strutture del campo sono distrutte o comunque inagibili. “E’ una tragedia annunciata e ampiamente prevedibile – hanno denunciato alcuni profughi contattati la notte stessa dal Coordinamento Eritrea Democratica – Già nel mese di maggio il campo di Tajoura è stato sfiorato da alcuni missili lanciati da aerei che volevano colpire la vicina base dei miliziani schierati con il Governo di Tripoli”. Anche il portavoce dell’Unhcr in Libia, Charlie Yaxley, ha fatto notare come l’agenzia, appena due mesi fa, abbia segnalato con forza che i detenuti del centro di Tajoura correvano gravissimi rischi per la battaglia che si svolge nelle vicinanze, come dimostra un precedente bombardamento che ha provocato due feriti tra i migranti. Il 21 giugno scorso, appena dieci giorni prima della strage, inoltre, ci sono stati un tentativo di fuga represso, seguito da una protesta dei rifugiati, proprio per chiedere di essere trasferiti lontano dalla linea del fuoco. Nessuno ha scoltato questi appelli. “E questo massacro – hanno detto alcuni profughi eritrei – rischia di non rimanere isolato: altri campi sono in grave pericolo, nei sobborghi e alla periferia di Tripoli, come quello di Tajoura”.

(Fonti: Associated Press, Reuters, Te Guardian, Al Jazeera, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Libya Observer, sito web Unhcr Libya, Tg2 Rai e Tg La 7 delle 13,30, Agenzia Ansa, Address Libya)     

Libia-Tunisia-Italia (al largo di Zarzis), 4 luglio 2019

Ottantatre vittime: 82 migranti dispersi in mare e uno morto poco dopo essere stato portato a riva in gravi condizioni nel naufragio di un gommone al largo della Tunisia. Soltanto tre i superstiti. Nei giorni successivi, fino al 12 luglio, tra Zorzis e l’isola di Djerba sono stati recuperati, in mare o spiaggiati, i corpi senza vita di 72 dei dispersi. Il battello era partito prima dell’alba dalla Libia, prendendo il largo dalla costa di Zuwara, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Nel pomeriggio era ormai in acque tunisime, nove miglia circa al largo del porto peschereccio di Zorzis, quando una delle camere stagne laterali si è sgonfiata e lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua, affondando rapidamente. La parte finale della tragedia è stata ricostruita da Chamseddine Marzoug, il pescatore di Zarzis che da anni si occupa di assistenza ai migranti, in contatto anche con Alarm Phone, famoso tra l’altro per aver realizzato un piccolo cimitero per le vittime senza nome recuperate in mare nella zona. “I primi soccorsi – ha raccontato ad Alarm Phone, ripetendo poi tutto anche all’agenzia Ansa – sono arrivati da alcune barche di peascatori a cui si è poi aggiunta la Guardia Costiera. Quando sono arrivati sul posto, però, più di 80 maufraghi erano stati portati via dalle correnti e non ne è stata trovata traccia. Gli altri sono stati fatti sbarcare a Zarzis”. Uno di questi, privo di conoscenza e con evidenti sintomi di annegamento, è stato trasferito immediatamente in ospedale, ma i medici non sono riusciti a rianimarlo. E’ morto poco dopo il ricovero: era originario della Costa d’Avorio. Le ricerche dei dispersi sono sono protratte sino al tramonto.

(Fonte: Associated Press, Reuters, Halarm Phone. Agenzia Ansa, Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano, Agenzia Agi, Globalist)

Marocco-Spagna (Nador-Malaga), 5-6 luglio 2019

Un giovane migrante subsahariano è stato ucciso su un gommone dallo scafista perché aveva bevuto il suo succo di frutta. L’omicidio è stato denunciato dai compoagni appena sono arrivati in Spagna. Il battello era partito dalla spiaggia di Kariat Akmane, nei pressi di Nador, nel nord del Marocco, il pomeriggio del 5 luglio. A bordo erano in 17, tutti subsahariani, incluso lo scafista, indicato come Oumar Diallo, originario della Guinea. A ciascuno, prima di salpare, era stato consegnata una busta con un po’ di cibo e un succo di frutta, per affrontare la traversata verso l’Andalusia, attraverso il Mare di Alboran. Dopo dodici ore di navigazione sono arrivati nelle acque spagnole. E’ qui che, secondo il racconto dei compagni della vittima, si è consumato l’omicidio. Quando si è accorto che il ragazzo, vinto dalla sete, stava bevendo il suo succo di frutta, lo scafista ha estratto un pugnale e si è avventato contro di lui colpendolo alla gola. Poi lo avrebbe decapitato e gettato la testa in mare. Il corpo è rimasto ancora per quasi un’ora sul battello, finché lo stesso scafista lo ha fatto scivolare in acqua. Choccati e terrorizzati, gli altri non hanno avuto il coraggio di reagire. Quando, intercettati dal Salvamento Marittimo nella ntte tra il 5 e il 6 luglio, sono stati condotti a Malaga, però, la prima preoccupazione è stata quello di denunciare tutto agli operatori della Croce Rossa che li stavano assistendo. La notizia è rimasta riservata fino a quando ne sono venuti a conoscenza alcuni cronisti del Mundo, che l’hanno pubblicata. L’Organizzazione Marocchina per i Diritti Umani conosce lo scafista per averlo denunciato più volte per traffico di esseri umani. “Individua le persone in Guinea, suo paese d’origine – ha raccontato Omar Naji, presidente della Ong – e le convince a partire chiedendo in cambio 3 mila euro. La polizia marocchina lo ha fermato più volte, Ma è stato sempre scarcerato”. Dalla vittima e dai suoi compagni si era fatto dare 2.500 euro a testa per la traversata.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19 luglio, che cita El Mundo”)

Libia-Tunisia (Ras Jedir), 12-13 luglio 2019

Un profugo eritreo muore di fatica e sfinimento vicino al posto di confine di Ras Jedir, dopo aver tentato di entrare in Tunisia dalla Libia. Si chiamava Filmon Temesgen ed aveva 28 anni. A Ras Jedir Filmon era arrivato dopo mesi di terribile detenzione in Libia, nelle mani prima della polizia e poi di una banda di trafficanti: una foto che lo ritrae incatenato, diffusa dagli stessi predoni che lo tenevano prigioniero per indurre i familiari a pagare il riscatto, è stata a lungo sul web. Sottoposto a torture, violenze, lavoro schiavo, quando è riuscito a riscattare il rilascio ha cercato di lasciare la Libia via terra, attraversando il confine con la Tunisia. Da Zuwara ha raggiunto la linea di frontiera, distante una sessantina di chilometnri, ed è riuscito anche a passare, puntando verso Ben Gardane, 30 chilometri più a ovest, ma è stato intercettato da una pattuglia della polizia tunisina, che lo ha espulso verso il centro di detenzione per rifugiati di Ras Jedir, dove è morto pochi giorni dopo. La notizia della sua morte è stata ripresa dai siti web di numerosi profughi eritrei in Europa. “E’ stato stroncato – hano scritto – da mesi di maltrattamenti, torture, lavoro schiavo…”.

(Fonte: siti web Meron Estefano e Martin Plaut, Coordinamento Eritrea Democratica)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 16-17 luglio 2019

Trovato il corpo senza vita di una giovane subsahariana su uno dei tre gommoni soccorsi nel mare di Alboran, al largo di Almeria, dal Salvamento Maritimo spagnolo, al termine di una intensa giornata di operazioni di soccorso nello Stretto di Gibilterra. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, quando la Ong Caminando Fronteras ha ricevuto una serie di richieste di aiuto da parte di familiari degli oltre 200 migranti a bordo delle barche che, salpate dalla costa marocchina tra Tangeri e Nador, avevano perso la rotta verso l’Andalusia. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata ma verso sera ancora nessuno dei  tre natanti era stato individuato. La situazione, per una delle barche, si è fatta particolarmente critica poco dopo le 16, quando i migranti hanno segnalato che il motore si era bloccato e lo scafo stava imbarcando acqua. In serata e nella prima parte della notte, poi, sono iniziati gli avvistamenti. La donna morta era sulla seconda barca individuata, con a bordo altre 73 persone (50 uomini e 23 donne): il salvataggio è stato condotto dalla salvamar Spica, che nelle ore successive ha intercettato anche il natante in avaria, con 75 migranti, tutti in salvo. In precedenza la salvamar Caliope aveva trovato l’altra barca, con 71 naufraghi. La  vittima, che si chiamava Hanatah Soumah, è morta annegata. I compagni hanno raccontato che, avendo constatato che il gommone si stava sgonfiando, facevano tutti dei turni in acqua per alleggerirlo. Quando è toccato ad Hanatah, deve aver perso la presa dallo scafo ed è stata trascinata via dalle onde, prima che gli altri potessero afferrarla: sono riusciti solo a recuperarne il corpo. Almeria il porto di sbarco.

(Fonte: Europa Press, siti web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Turchia (Ozalp, provincia di Van), 18 luglio 2019

Quindici profughi morti e 51 feriti (di cui una ventina in gravi condizioni) in un pullmino finito fuori strada. Alle vittime va aggunto anche l’autista, portando il totale a 16. L’automezzo veniva dalla zona vicina al confine con l’Iran. I profughi a bordo devono aver varcato la frontiera attraverso strade e in tempi diversi ma è presumibile che avessero già un contatto con l’organizzazione di trafficanti che ha organizzato la “spedizione” verso ovest, per raggiungere il confine con la Grecia o la Bulgaria: 67 persone (in maggioranza provenienti da Afghanistan e Pakistan ma anche dal Bangladesh), incluso il conducente, su un piccolo bus abilitato al massimo per 17-18 posti. La strage è legata direttamente a questo incredibile sovraccarico. Dalla fascia frontaliera il pullmino ha raggiunto Van, proseguendo in piena notte lungo la superstrada che conduce a ovest. Poco dopo aver superato la città di Ozalp, l’autista ha perso il controllo della guida e il bus, lanciato a forte velocità, è volato fuori strada, capottandosi in una scarpata laterale. Quasi tutti i profughi sono rimasti incastrati all’interno. I soccorritori hanno contato subito numerose vittime, salite via via con il passare delle ore perché molti di quelli estratti feriti dalle lamiere non ce l’hanno fatta. Il bilancio finale – 16 morti e 51 feriti – è stato comunicato dal governatore della provincia di Van, Emin Bilmez, dopo un colloquio con il direttore sanitario provinciale, Mahmut Sunnetcioglu. La polizia ha aperto un’inchiesta per cercare di individuare l’organizzazione di trafficanti.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Associated Press) 

Spagna (Ceuta), 23 luglio 2019

Un migrante algerino di 27 anni è annegato mentre tentava di raggiungere a nuoto il territorio di Ceuta dal Marocco. Tre suoi compagni risultano dispersi. Nessuno si è accorto di nulla: l’allarme è scattato solo quando il suo corpo senza vita è affiorato sulla spiaggia del Tarajal, la linea di frontiera lungo la quale si spinge per diversi metri in mare l’alta barriera metallica che divide l’enclave spagnola dalla parte marocchina. Allertati da alcuni passanti, sul posto sono intervenuti diversi agenti della Guardia Civil, che hanno recuperato la salma e avviato le indagini per l’identificazione. L’esame medico ha confermato che la morte, avvenuta poche ore prima del ritrovamento,  è dovuta ad annegamento. L’ipotesi più accreditata è che il giovane abbia tentato la traversata durante la notte, con il favore del buio e spingendosi piuttosto al largo  per eludere la sorveglianza. Le forze devono averlo abbandonato quando era ormai all’altezza del confine ma ancora distante da terra. Nelle prime ore del mattino, poi, le correnti ne hanno trascinato il corpo a riva, nei pressi del Tarajal.

I tre dispersi. La vittima è stata identificata ufficialmente il 10 agosto. Grazie ai familiari che hanno  riconosciuto il cadavere e ad alcuni compagni, è stato possibile ricostruire l’intera vicenda. Erano quattro  i giovani algerini che hanno cercato di arrivare a Ceuta a nuoto dal Marocco la notte tra il 22 e il 23 luglio. Uno è, appunto, il giovane il cui corpo senza vita è approdato al Tarajal. Un altro dovrebbe essere quello, di nome Saber, di cui è stata denunciata la scomparsa il 25 luglio e mai ritrovato. A segnalare che se ne erapersa ogni traccia è stato un amico, quando ha saputo che la mattina di due giorni prima era stato trovato il corpo di un migrante sulla battigia al confine tra Ceuta e il territorio marocchino. Gli accertamenti condotti dalla Guardia Civil hanno escluso che si trattasse della stessa persona proprio sulla base delle indicazioni fornite dall’amico del giovane sparito. “Siamo arrivati insieme in Marocco dall’Algeria 10 mesi fa – ha detto il ragazzo – Abbiamo tentato più volte senza fortuna di arrivare in Spagna. Abbiamo anche pagato 700 euro a testa a una organizzazione di trafficanti, che ci ha truffato, abbandonandoci in Marocco senza più un soldo. Saber era disperato, ma non voleva rassegnarsi. Lunedì 22 mi ha detto che, a questo punto, voleva tentare di arrivare a Ceuta a nuoto, anche a costo di rischiare la vita. Da allora non lo ho più visto”. Ha aggiunto che Saber ha un grosso tatuaggio su tutto l’avambraccio sinistro e proprio questo particolare ha fatto escludere che sia lui la vittima recuperata al Tarajal la mattina di martedì 23 luglio, perché sul cadavere composto all’obitorio di Ceuta non ce n’è traccia. Resta il fatto che da lunedì 22 non si è avuta più alcuna notizia di lui. “Se fosse arrivato me lo avrebbe fatto sapere”, ha insistito l’amico. Quanto agli altri due, non se ne è saputo più nulla e sono anch’essi considerati dispersi.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 23 luglio, del 25 luglio e dell’11 agosto)

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 23 luglio 2019

Um bambino è annegato nel naufagio di una barca carica di profughi al largo della Turchia. Il battello, un piccolo scafo in vetroresina, era partito durante la notte tra il 22 e il 23 luglio dalle spiagge di Bodrum, nel sud ovest della provincia di Mugla, puntando verso Kos. A bordo erano in nove. Navigavano a vista, poiché l’isola greca è distante solo poche miglia dalla Turchia. Erano ancora nelle acque territoriali turche, a ovest di Akyayar, quando, forse a causa del sovraccarico, la barca si è rovesciata. I soccorsi sono arrivati dalla Guardia Costiera turca, che ha recuperato 8 naufraghi nei pressi del relitto. I superstiti hanno subito segnalato che mancava un bambino. Le ricerche si sono protratte senza esito per l’intera giornata.

(Fonte: Anadolu Agency, Aegean Boat Report, sito web Alarm Phone)

Turchia (Ankara), 24 luglio 2019

Centosedici profughi hanno perso la vita in Turchia, nei primi sei mesi del 2019, durante la loro fuga “via terra”, nel tentativo di entrare o di attraversare il paese verso ovest o in prossimità della frontiera con la Grecia. In particolare, 52 sono morti assiderati e 64 sono rimasti vittime di incidenti stradali. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato, in collaborazione con la polizia, dalla Direzione Generale del Dipatimento per l’Immigrazione, ripreso tra il 23 e il24 luglio da Anadolu Agency e dal quotidiano Hurriyet Daily News. E’ un bilancio ancora più pesante di quello emerso dalle notizie di cronaca e riportato in questo stesso dossier.

Morti assiderati. Nel rapporto di polizia precedente, pubblicato a metà maggio, i profughi vittime di congelamento e assideramento risultavano 34, di cui 32 alla frontiera orientale con l’Iran e 2 al confine greco. La maggior parte erano stati trovati all’inizio del disgelo. Ora, con il terreno totalmente libero dalla neve, le salme recuperate risutano 18 in più: altre 7 in prossimità del confine orientale (per un totale di 39) nella provincia di Van e altre 11 (per un totale di 13) nella provincia di Edirne, a breve distanza o lungo la linea di confine con la Grecia.

Incidenti stradali. Secondo le notizie attinte dai giornali, fino al 18 luglio risultava un totale di 30 vittime, oltre a decine di feriti, anche molto  gravi. In particolare, 5 a Tusba (Van) il 16 maggio; 10 a Meric (Edirne) il 26 giugno, 15 a Ozalp (Van) il 17 luglio. Il rapporto del Dipartimento Immigrazione ne conta ben 34 in più, anche se non specifica le circostanze precise e non fornisce particolari sui singoli episodi o sugli eventuali decessi dei feriti più gravi: si limita a specificare che “gli incidenti.sono avvenuti mentre i migranti privi di documenti stavano tentando di entrare illegalmente in Turchia o di attraversare il paese, da una provincia all’altra”. Sia per gli incidenti stradali che per i morti assiderati il bilancio 2019 è molto più pesante di quello del 2018.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Libia (Homs), 25 luglio 2019

Almeno 150 vittime tra morti e dispersi, al largo della Libia, nel naufragio di un barcone con a bordo 300 migranti. I primi soccorritori e i sovravvissuti dicono di aver visto galleggiare più di 70 cadaveri mentre i dispersi sarebbero non meno di 80 ma forse anche di più. Intorno a 140 i naufraghi tratti in salvo. “Si tratta della tragedia più grande avvenuta quest’anno nel Mediterraneo”, hanno denunciato Filippo Grandi e Charlie Yaxley, dell’Unhcr, che per primo ha dato la notizia. Inizialmente si è parlato di due barche naufragate, anche sulla base del primo rapporto fatto alla stampa dal generale Ayoub Qassim, portavoce della Guardia Cosiera, nel quale risultava che le motovedette libiche erano intervenute per due diversi battelli salpati la sera di mercoled’ 24 luglio dalla zona di Homs, oltre 120 chilometri a est di Tripoli. Le dichiarazioni rese da alcuni dei superstiti hanno poi chiarito la tragedia. La sera del 24 luglio, da Homs sono partiti in effetti due battelli, a breve distanza di tempo l’uno dall’altro: il primo con circa un centinaio di persone e un vecchio barcone da pesca in legno (quello poi naufragato) stipato di migranti (oltre due terzi eritrei) ammassati sia sotto coperta che sul ponte. Hanno navigato separati fino a che si sono persi di vista. Il più piccolo è stato intercettato dalla Guardia Costiera e ricondotto a Homs. L’altro è andato avanti ma dopo alcune decine di miglia ha cominciato a imbarcare acqua. I profughi hanno cercato di gettarla fuori bordo con secchi e bidoni ma in breve è apparso evidente che non era possibile proseguire e lo scafista ha invertito la rotta, puntando verso terra. “Abbiamo anche avvistato una nave – ha raccontato uno dei sopravvissuti – Dalle insegne e dalle scritte sembrava turca. Abbiamo cercato di avvicinarci e di accostare per chiedere aiuto, ma da bordo non ci hanno ascoltato: anzi, hanno chiesto strada suonando ripetutamente a lungo la sirena per allontanarci. A quel punto non restava che provare a raggiungere la riva”. Il naufragio è avvenuto poco dopo aver incrociato quella nave: il barcone ha ceduto e si è quasi spezzato in due, scaraventando tutti in acqua. Alcuni dei più forti, nuotando per ore, sono rusciti a raggiungere la costa, dove hanno dato subito l’allarme. Nel frattempo della tragedia si erano accorti alcuni pescherecci libici: i primi soccorsi sono arrivati da loro. La Guardia Costiera è arrivata solo più tardi. “Per almeno otto ore siamo rimasti abbandonati in mare: un tempo lunghissimo, nel quale abbiamo visto sparire tra le onde decine di nostri compagni. In particolare quasi tutte le donne che erano con noi”, hanno raccontato alcuni dei sopravvissuti. Secondo la Guardia Costiera, dei circa 300 uomini e donne a bordo se ne sono salvati 137. Una sola salma è stata recuperata dai militari. L’Unhcr, sulla base delle testimonianze raccolte, riferisce invece che sono 147 le persone tratte in salvo e che dunque la stima delle vittime è di 150. L’equipe di Medici Senza Frontiere che ha assistito alcune decine di naufraghi appena sbarcati, oltre a riferire dei 70 cadaveri segnalati intorno al relitto, parla di circa 100 dispersi. Per 7 dei superstiti è stato necessario il trasferimento in ospedale per cure mediche salvavita. In quasi tutti gli altri sono stati riscontrati sintomi da pre-annegamneto, come ipossia e ipotermia. Nei giorni successivi sono stati recuperati dalla Mezzaluna Rossa 62 corpi senza vita. A parte i profughi eritrei o comunque originari del Corno d’Africa, una percentuale consistente delle vittime è costituita da palestinesi e sudanesi.

(Fonte: Associated Press, sito web Unhcr, Repubblica, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Al Jazeera, Ansa, Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere, Coordinamento Eritrea Democratica)

Libia (Al Zintan), 31 luglio 2019

Un altro profugo è morto di Tbc nel campo di Al Zintan: è il ventitreesimo dal mese di settembre 2018. Eritreo, 24 anni, poco dopo essere arrivato in Libia era stato catturato da una banda di trafficanti, subendo torture, ricatti, ogni genere di violenze. Quando è finito nel centro di detenzione di Al Zintan, ai maltrattamenti si è aggiunta la malattia. Come gli altri colpiti dall’epidemia di Tbc è stato lasciato praticamente senza cure sino a quando, nel mese di giugno, a un’equipe di Medici Senza Frontiere è stato consentito di intervenire nel campo. Lui è apparso subito uno dei malati più gravi. La mattina del 31 luglio è arrivata ad alcuni compagni in Italia la notizia che era morto. E’ stato anche comunicato che un altro giovane è in condizioni disperate. L’Unhcr ha sollecitato da tempo il Governo libico a chiudere il centro e a liberare i detenuti. Molti di questi hanno chiesto di essere trasferiti nel centro accoglienza dell’Unhcr di Tripoli che serve come base di transito per i profughi inseriti nei programmi di relocation. La struttura, però, è praticamente da sempre oltre il limite della capienza: “Non si possono accogliere altri ospiti – hanno riferito funzionari dell’Unhcr – se prima non si attiverà un canale di trasferimento verso il Niger o verso uno degli Stati occidentali che hanno aderito al progetto, liberando così un certo numero di posti”.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica, sito web Sally Hayden)

Spagna (Ceuta), 2 agosto 2019

Il cadavere di un migrante di origine maghrebina è affiorato a Ceuta, nelle prime ore del mattino, poche decine di metri al largo di playa de la Potabilizadora, a non grande distanza dalla linea di confine con il Marocco. Avvistato da alcuni privati che si trovavano nella zona, il cadavere è stato recuperato poco dopo da una unità del guppo subacqueo della Guardia Civil. A giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in acqua già da alcuni giorni. Non sono stati trovati elementi utili a identificare la vittima, ma la polizia ritiene che, come è già avvenuto in passato, si tratti di un giovane che ha cercato di entrare a nuoto dal Marocco nel territorio spagnolo. Conferma questa ipotesi il fatto che il giovane indossasse una muta da sub, così come altri migranti che hanno tentato la stessa via per arrivare a Ceuta dal Marocco in passato.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Libia-Italia (Mediterraneo centrale), 5 agosto 2019

Almeno due morti (ma forse sono più del doppio) in un gruppo di migranti partiti dalla Libia e arrivati a Lampedusa dopo due giorni di mare. La loro barca, un piccolo battello da pesca in legno, è entrato nel porto dell’isola autonomamente, intorno a mezzogiorno, senza essere intercettato neanche all’interno delle acque territoriali italiane. A bordo erano in 48, quasi tutti provenienti dalla Costa d’Avorio e dal Mali: tra loro 27 donne (di cui tre in stato di gravidanza avanzata) e 6 bambini. Erano tutti molto provati, con gravi sintomi di disidratazione e alcuni con problemi respiratori dovuti ai fumi di scarico del motore della barca. Alcuni hanno subito raccontato che allapartenza il gruppo era più numeroso: durante la navigazione il battello ha avuto un incidente e più di qualcuna delle persone a bordo è caduta in mare, senza riuscire più a risalire, sparendo sott’acqua. Secondo le testimonianze rese, si tratta di un bambino di appena cinque mesi e di un trentenne, ma non è escluso che ci siano altre vittime. La polizia ha aperto un’inchiesta per appurare la natura dell’incidente e il numero esatto dei morti.

(Fonti: sito web Mediterranean Hope, Agenzia Ansa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale di Sicilia, La Sicilia)

Turchia (frontiera con la Siria), 11 agosto 2019

Un profugo siriano è stato ucciso mentre cercava di superare la linea di frontiera per entrare in Turchia. Si chiamava Hisham Mustafa. La notizia è stata pubblicata dal National Herald l’undici agosto, ma l’episodio risale ad alcuni giorni prima. Non si hanno molti particolari. Hisham Mustafa era arrivato in Turchia da mesi, insieme alla moglie e al figlio piccolo, ottenendo lo status di rifugiato. Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio (in ogni caso circa 25 giorni prima della sua uccisione), nonostante avesse un “permesso di protezione temporaneo”, è stato espulso, forse perché sorpreso in una provincia non prevista dalla documentazione in suo possesso. Fin da quando è rientrato in Siria il suo pensiero fisso è stato quello di tornare in Turchia con qualsiasi mezzo per ricongiungersi con la famiglia. Ha provato ad attraversare di nascosto il confine ma, a quanto pare, è stato sorpreso da una pattuglia della polizia di frontiera che, non essendosi fermato all’alt, ha sparato, uccidendolo. Secondo la Ong Aegean Boat Report sono numerosissimi i profughi siriani che temono di essere rimpatriati contro la loro volontà. I più a rischio sarebbero quelli che si trovano a Istanbul, dopo che le autorità municipali hanno ordinato di lasciare entro breve tempo la città a tutti i rifugiati registrati in altre province.

(Fonte: The National Herald)

Malta (zona Sar maltese), 12-16 agosto 2019

Trovati un giovane migrante senza vita e uno in condizioni critiche su un piccolo canotto pneumatico al largo di Malta. Quattro giorni dopo, grazie al racconto dell’unico superstite, Mohamed Adam Oga, un profugo etiope di etnia oromo, si scoprirà che le vittime sono in realtà 14: due ghanesi (tra cui una donna in stato di gravidanza), due etiopi e 10 somali, incluso il ragazzo, di nome Ismail, il cui corpo era sul fondo del gommone.

Il soccorso. La segnalazione di un battello alla deriva, nelle acque della zona Sar maltese, è arrivata alla Guardia Costiera nella serata di lunedì 12. Una motovedetta ha pattugliato la zona fino a che, durante la notte, il natante è stato avvistato qualche decina di miglia a sud dell’isola. Nessun segno di vita a bordo: solo due corpi distesi, quello senza vita e adagiato sopra, immobile, quello di un altro giovane che respirava appena. Nient’altro: nessuna riserva d’acqua, di cibo o di carburante. L’ipotesi più accreditata è stata subito che il canotto fosse partito dalla Libia qualche giorno prima del ritrovamento, perdendo forse la rotta e rimanendo poi alla deriva. Nonostante si tratti di uno scafo piuttosto piccolo, si è anche subito pensato che ci fossero altre persone a bordo, poi scomparse in mare durante la traversata.

Il racconto di Mohamed Adam Oga. Mohamed Adam Oga, il giovane ancora in vita, privo di conoscenza, è stato subito trasferito in elicottero all’ospedale Mater Dei di La Valletta. Non appena è stato in grado di parlare, la mattina del giorno 16, ha raccontato la tragedia di cui è stato protagonista a un cronista del Times of Malta. Fuggito dall’Etiopia, dove ha combattuto nelle fila del movimento di liberazione oromo, Mohamed è arrivato in  Libia attraverso l’Eritrea e il Sudan. In Libia ha conosciuto Ismail, il somalo morto al suo fianco. Insieme hanno contattato un trafficante libico che, in cambio di 700 dollari a testa, la sera del primo agosto li ha imbarcati sul piccolo canotto pneumatico insieme a 13 compagni. La partenza è avvenuta da Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli: lo stesso trafficante, dando loro un apparecchio Gps, li ha consigliati di puntare verso Malta. Poche ore dopo, però, hanno perso l’orientamento. Da quel momento hanno vagato per oltre 11 giorni nel Mediterraneo: prima è finita la benzina, poi la scorta di cibo, infine l’acqua. E i profughi a bordo hanno cominciato a morire di sete e di stenti. “Prima due, poi via via gli altri, qualcuno ogni giorno – ha raccontato Mohamed – Abbiamo dovuto gettare in mare i corpi. Non avremmo voluto, ma si stavano decomponendo a causa del grande caldo e non avevamo scelta. Alla fine siamo rimasti solo Ismail ed io. Poi si è arreso anche lui. Anzi, in un gesto di disperazione ha gettato in mare persino il cellulare, dicendo che ormai non avevamo scampo. E’ morto poco prima che che ci trovassero. Non ricordo nulla del salvataggio, dell’elicotero, di come ci hanno recuperato: ero svenuto. Ricordo solo che non volevo morire. E che, in quei lunghi undici giorni in mezzo al mare, sono passati non lontano dal nostro canotto navi ed elicotteri. Abbiamo urlato, cercato di fare segnali per chiedere aiuto, ma nessuno si è fermato”.

(Fonti: Malta Today, Times of Malta, edizioni del 12, 13 e 16 agosto, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Libia (Khums-Zawiya), 17 agosto 2019

Un giovane migrante subsahariano è morto mentre tentava di raggiungere l’Europa dalla Libia: il suo corpo senza vita è stato trovato su uno dei quattro battelli bloccati dalla Guardia Costiera sabato 17 agosto al largo dell’arco di costa che va da Khums, oltre 100 chilometri a est di Tripoli, fino a Zawiya, 50 chilomeyri a ovest. La notizia è stata riferita dal portavoce della stessa Guardia Costiera, senza specificare tuttavia né le circostanze della morte, né la provenienza della vittima. A bordo delle quattro barche c’erano complessivamente 278 persone, in maggioranza provenienti da paesi subsahariani ma anche dall’Egitto e da altri Stati arabi. Sono state sbarcate presso la base navale di Tripoli oppure nei porti di Khums e Zawiya.

(Fonte: Libya Observer) 

Libia (Tripoli), 17-18 agosto 2019

Almeno 100 morti nel naufragio di un barcone al largo di Tripoli nella notte tra sabato 17 e domenica 18 agosto. Tre soltanto i sopravvissuti, salvati dal pescatore che la mattina del 18 ha segnalato la tragedia alla centrale operativa di Alarm Phone. Sia la Guardia Costiera libica che l’uffico libico dellOim, informati dalla Ong di soccorso, hanno dichiarato di non aver avuto notizia della tragedia. Né la Marina libica, dopo la segnalazione di Alam Phone, ha organizzato delle operazioni di ricerca, ignorando di fatto l’allarme. Contattato di nuovo dalla Ong domenica pomeriggio, tuttavia, il pescatore libico ha confermato il naufragio;  ha specificato di aver sbarcato i tre supersiti (due donne e un uomo) a Tripoli, consegnandoli alle cure della Mezzaluna Rossa, che li ha trasferiti in ambulanza in un ospedale. Sono stati loro a dichiarare al pescatore che a bordo c’erano oltre cento persone. E lo stesso pescatore ha aggiunto di aver visto flottare in mare decine di cadaveri oltre a numerosi relitti in legno della barca. Oltre ad Alarm Phone, anche Medici Senza Frontiere dà credito alla sua testimonianza: “Abbiamo tutte le ragioni per pensare al peggio, che cioè si sono perdute oltre 100 vite umane, anche se nessuno ormai lo potrà stabilire con certezza”, ha dichiarato l’ufficio libico in un messaggio twitter, aggiungendo che casi del genere, con naufragi di cui non si sa nulla, sono piuttosto comuni. “In un recente articolo pubblicato dal magazine tedesco Der Spiegel – conferma Charlotte Hauwedell, di Info Migrants – il comandante della Guardia Costiera libica Mustafa Abuzeid stima che circa la metà delle barche che salpano dalla Libia affondano senza che se ne sappia nulla e senza superstiti, precisando che per i battelli che non vengono intercettati in tempo non c’è scampo”.

(Fonti: Sito web Alarm Phone, Info Migrants, The Address Libya) 

Gibilterra (acque dello Stretto), 21-22 agosto 2019

Quattro morti nel naufragio di un gommone con a bordo 19 migranti maghrebini. Il battello era partito dalle coste di Tangeri, puntando verso l’Andalusia. Poco al largo di Gibilterra è affondato. Quasi tutti i naufraghi sono riusciti a raggiungere a nuoto la costa di Gibilterra. L’allarme è scattato quando, una volta a riva, i naufraghi si sono resi conto che mancavano quattro dei loro compagni. Avverita la polizia, sono state organizzate ricerche in mare, condotte in tandem da una unità della Marina britannica e dalla salvamar Atria spagnola. L’intero braccio di mare è stato battuto per tre giorni, senza esito. Una settimana più tardi, il 28 agosto, intorno a mezzogiorno, su segnalazione di una imbarcazione privata, la polizia di Gibilterra ha recuperato il cadavere di un giovane maghrebino che flottava nella corrente dello Stretto: l’ipotesi più accreditata è che si tratti di una delle quattro vittime del naufragio.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 22, del 27 e del 28 agosto)

Grecia (Loutra, Alexandroupolis), 26 agosto 2019

Sei profughi pakistani sono rimasti uccisi in un incidente stradale mentre tentavano di attraversare la Grecia settentrionale diretti verso l’Europa settentrionale attraverso la “rotta balcanica”. Erano tutti su una grossa jeep, con dieci compagni e due “passatori”,  che li avevano presi a bordo poco dopo la linea di confine con la Turchia sull’Evros. L’incidente è avvenuto nelle prime ore del mattino nei pressi di Loutra, una piccola città del distretto di Alexandroupolis: l’automezzo, lanciato a forte velocità sulla superstrada che conduce verso ovest, è finito fuori della carreggiata, rovesciandosi sul fondo di un canale di irrigazione. Quando sono arrivati i primi soccorsi, sei degli occupanti erano già morti. Feriti tutti gli altri dieci, di cui uno in condizioni critiche. I due trafficanti (un bulgaro e un algerino) hanno cercato di fuggire a piedi subito dopo l’incidente, ma sono stati rintracciati e fermati dalla polizia.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini, edizioni del 26 e del 27 agosto)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 27 agosto 2019

La comunità algerina ospite del centro emigrazione di Ceuta ha denunciato la scomparsa di un compagno che ha tentato di attraversare lo stretto di Gibilterra per raggiungere l’Andalusia. “E’ partito dalla spiaggia di Calamocarro – hanno riferito – la notte del 21 agosto. La stessa notte in cui la Guardia Civil ha bloccato una barca con 15 migranti poco prima che salpasse. Lui voleva provare a nuoto: era un ottimo nuotatore, si era allenato a lungo, attrezzato con una tuta di neoprene per difendersi dal freddo. Aveva pensato a tutto: persino a proteggere i documenti e il denaro dentro una bottiglia di plastica assicurata a un piccolo cavo. Era sicuro di farcela. Aveva anche il numero di telefono di un algerino a cui rivolgersi una volta arrivato in Spagna…”. L’accordo era che si sarebbe fatto vivo entro quattro giorni, come fanno in genere tutti i profughi che tentano di raggiungere l’Andalusia dal Marocco. Trascorso questo termine, i compagni hanno atteso ancora 48 ore prima di dare l’allarme. Non risulta che il giovane sia arrivato da qualche parte in Spagna. Non ha mai contattato la persona da cui pensava di farsi aiutare. “Lo abbiamo visto per l’ultima volta verso le 22 del giorno 21, quando ci ha detto che avrebbe tentato la traversata dello Stretto a nuoto, partendo da Calamocarro. Se tutto fosse andato bene ci avrebbe chiamato”.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizione del 27 agosto) 

Libia (Khums), 27 agosto 2019

Almeno 40 morti nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo di Khums, oltre cento chilometri a est di Tripoli, in Libia. L’emergenza è scattata verso le 3,30 del mattino, quando la centrale operativa di Alarm Phone ha ricevuto una richiesta disperata di aiuto via telefono. “Dicevano di essere partiti in più di cento da Khums circa tre ore prima – ha riferito l’operatore della Ong – Erano in preda al panico: piangevano e urlavano, specificando che il battello stava affondando rapidamente e alcuni di loro, caduti in mare, erano già morti. Abbiamo cercato di ottenere la loro posizione Gps, ma non sono riusciti a fornirci alcun dato. Intuendo che la barca doveva essere ancora vicina alla costa libica, abbiamo informato subito sia le autorità di Tripoli che la centrale Mrcc di Roma. Da quel momento non siamo più stati in grado di stabilire un contatto e parlare con quella gente. Tre ore dopo, alle 6 del mattino, ci ha chiamato un parente di alcune persone che erano a bordo, dicendo che temeva il peggio. Pensiamo che nessuno si sia mobilitato tempestivamnete per cercare quei naufaghi e organizzare i soccorsi”. Il naufragio è stato confermato nelle ore successive sia dall’Oim che dalla Guardia Cosiera libica, che ha specificato di aver tratto in salvo 65 naufraghi e recuperato 5 corpi senza vita. Stando alle dichiarazioni dei superstiti, ci sono dunque almeno 35 dispersi, per un totale di un minimo di 40 vittime. Di non meno d 40 vittime parla anche il rapporto diramato successivamente dall’Unhcr a Ginevra.

(Fonti: sito web Alarm Phone, rapporto Unhcr, Repubblica, The Guardian, Libya Observer, Avvenire, Japan Times, Trt World, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Al Jazeera).

Libia (al largo di Misurata), 28 agosto 2019

Almeno 6 compagni dei 92 naufraghi salvati dalla nave Mare Jonio sono morti poco prima che arrivassero i soccorsi, circa 70 miglia a nord di Misurata, in acque internazionali ma in piena zona Sar libica. Lo hanno riferito i superstiti pochi minuti dopo che l’intervento della Ong Mediterranea si era concluso, intorno alle 8,30 del mattino. L’operazione di salvataggio è stata effettuata in extremis: una delle camere stagne laterali aveva ceduto e il gommone, con un lato quasi completamente sgonfio e lo scafo già invaso dall’acqua, stava affondando rapidamente. Ancora pochi minuti e probabilmente sarebbero annegati tutti, a cominciare dai 22 bambini di meno di 10 anni che erano a bordo. Le drammatiche fasi finali della tragedia sono state raccontate da alcuni superstiti. “Siete arrivati appena in tempo – hanno riferito all’equipaggio della Mare Jonio – Il nostro canotto stava per collassare. Ha cominciato a sgonfiarsi durante la notte. Poi un’onda lo ha piegato e molti di noi sono caduti in acqua. Sei non sapevano nuotare e sono morti: il mare li ha portati via prima che potessimo fare qualcosa per aiutarli”.

(Fonte: sito web Mediterranea, Avvenire, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Ansa)

Marocco-Spagna (Canarie), 29 agosto 2019

Venticinque vittime (1 morto e 24 dispersi) nel naufragio di un battello carico di migranti in rotta dalle coste del Marocco all’arcipelago delle Canarie. Soltanto 9 i superstiti. Sono molto scarse le  notizie sulle circostanze della tragedia. La prima segnalazione è arrivata da Alarm Phone. Sta di fatto che quando i soccorritori sono arrivati sul posto hanno potuto recuperare appena nove naufraghi, oltre a un corpo ormai senza vita. I superstiti hanno chiarito che a bordo erano in 34, sicché si contano 24 dispersi. Nei giorni successivi il naufragio è stato confermato sia dalle autorità marocchine (intervenute per le operaqzioni di salvataggio) sia da quelle spagnole. I nove naufragi sono stati sbarcati  in Marocco.

(Fonte: sito web Alarm Phone)   

Spagna (Ceuta), 1 settembre 2019

Un giovanissimo migrante marocchino è morto presso l’ospedale universitario poco dopo essere stato trovato esanime nella zona del porto. Si chiamava Mohamed M. ed aveva appena 16 anni. Indosso non gli sono stati trovati documenti ma è stato possibile identificarlo grazie a varie testimonianze, anche perché era stato ospite del locale centro di accoglienza per minori in più occasioni. Non sembra che il corpo presentasse segni di violenza. Il referto parla di collasso cardiorespiratorio ma è stata comunque disposta un’autopsia. A Ceuta era arrivato da qualche mese, con l’intenzione di imbarcarsi per la Penisola Iberica. Proprio per questo, abbandonato ripetutamente il centro accoglienza, trascorreva in pratica l’intera giorata nella zona del porto, con altri ragazzi della sua età, nella speranza di riuscire a imbarcarsi clandestinamente su uno dei ferry per l’Andalusia o comunque di trovare il modo di attraversare lo Stretto di Gibilterra. E sulla strada che conduce ai moli del porto, appunto, è stato trovato nelle primissime ore di domenica mattina, steso a terra, vicino a un deposito e a un distributore di carburanti. Si ipotizza che dovesse incontrarse qualcuno, sempre con l’obiettivo di raggiungere l’Andalusia.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Spagna (Almeria), 3 settembre 2019

Quindici migranti algerini dispersi: erano su una barca rimasta alla deriva per cinque giorni prima di essere individuata e soccorsa al largo di Almeria. Due soli i supersiti. A  dare l’allarme è stata una nave mercantile, la Reunion Bay, che intorno alle 11,45 del 3 settembre ha segnalato alla centrale operativa del Salvamento Maritimo spagnolo di aver avvistato un battello semi-affondato e, nei pressi, un uomo in mare, senza giubbotto di salvataggio. Poco dopo l’Helimer 2015, partito da Almeria, ha trovato il relitto e recuperato i due naufraghi: quello visto in mare dalla Reunion Bay e l’altro, aggrappato a quello che restava della barca. Sono stati loro a ricostruire la tragedia. Erano partiti giovedì 29 agosto dalla costa occidentale dell’Algeria, puntando verso la Spagna. Sulla barca, una piccola unità in legno, erano in 17. Contavano di raggiungere la penisola iberica al massimo entro 24 ore, ma hanno perso la rotta e, a quanto pare, avrebbero esaurito sia il carburante che le scorte d’acqua, rimanendo in balia delle correnti. Poi lo scafo ha cominciaro anche a imbarcare acqua e ad affondare. Dopo il recupero dei naufraghi effettuato dall’elicottero, una motovedetta francese della flotta di Frontex ha perlustrato a lungo la zona, ma dei dispersi non si è trovata traccia. D’altra parte i due superstiti hanno specificato che i 15 compagni sono via via scomparsi nei primi giorni del viaggio, presumibilmente a notevole distanza dal punto in cui il relitto è stato avvistato. La polizia di Almeria ha aperto un’inchiesta.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Turchia (tra Agri e Van), 6 settembre 2019

Due profughi sono morti su un pulmino finito fuori strada nella Turchia orientale. Sul minibus erano stati stipati, da una organizzazione di “passatori”, 32 giovani, in maggioranza afghani. Veniva da Agri, una città situata a breve distanza dalla linea di confine con l’Iran, nella zona armena dell’Anatolia. L’incidente è avvenuto nelle primissime ore del mattino lungo la superstrada per Van, verso sud ovest. L’autista ha perso il controllo della guida e il mezzo è volato fuori strada a forte velocità, rovesciandosi in una scarpata e finendo poi in fondo a un canalone. Tutti i 32 profughi a bordo sono rimasti feriti. I due più gravi sono morti poco dopo essere stati ricoverati all’ospedale di Van.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Grecia (Samo), 6 settembre 2019

Una anziana migrante è morta poco prima di arrivare a Samo su un piccolo battello salpato dalla Turchia. A bordo erano in 14, tutti di nazionalità afghana. Partiti poco dopo l’alba, hanno raggiunto la costa di Samo all’altezza del villaggio di Kojkkari, nel nord est dell’isola. Avvistata dalla Guardia Costiera, la barca è stata scortata fino a riva. La salma della donna è stata scoperta dagli agenti al momento dello sbarco: gli altri migranti hanno raccontato che aveva perso conoscenza ed era morta poco prima, per un malore improvviso, durante la navigazione.

(Fonte: Ekathimerini)

Italia (Bardonecchia), 7 settembre 2019

Il corpo di un uomo di colore, presumibilmente subsahariano, è emerso in serata nelle acque della Dora, all’altezza di Bardonecchia, in alta Val Susa. Lo ha avvistato un passante, poco lontano dal commissariato di polizia, nel centro del paese. A giudicare dall’avanzato stato di decomposizione, doveva essere in acqua da mesi. Si tratta certamente dei resti di un giovane migrante morto durante l’inverno nel tentativo di attraversare a piedi il confine con la Francia da uno dei passi di montagna della zona. Su quello che rimane degli abiti non sono stati trovati documenti né altri elementi che possano contribuire a stabilirne il nome e la provenienza e, per di più, l’identificazione è complicata anche dalle condizioni del cadavere. Hanno avviato indagini per poterlo almeno identificare, oltre alla polizia, anche i volontari di Raimbow Africa, da quasi due anni presenti sulle montagne piemontesi con la missione Freedom Mountain per prestare assistenza ai migranti che dall’Italia cercano di arrivare in Francia.

(Fonte: Repubblica)

Marocco (Nador), 7-8 settembre 2019

Un giovane guineano è morto dopo essere stato colpito violentemente alla testa durante lo sgombero di un campo improvvisato di migranti allestito nel bosco di Nador, sulla costa settentrionale del Marocco. Si chiamava Ansou Keita ed aveva poco più di vent’anni. Il ragazzo si trovava da mesi nel campo, insieme a centinaia di altri migranti, in attesa di riuscire a trovare un imbarco per raggiungere l’Andalusia, al di là dello Stretto di Gibilterra. La sera di sabato 7 agosto la gendarmeria, rafforzata da un grosso reparto di polizia ausiliaria, ha condotto una retata, per smantellare il campo. L’operazione, scattata in piena notte, tra sabato e domenica, in alcune fasi è sfociata in scontri e pestaggi. E’ stato appunto in queste circostanze che Ansou Keita ha subito i colpi che lo hanno ucciso, non è chiaro se da parte di un agente della gendarmeria o della polizia ausiliaria. Le testimonianze di alcuni compagni, raccolte da volontari della Ong Adesguim Maroc (Associazione per i Diritti Umani) di Nador, riferiscono un particolare molto grave: il ragazzo sarebbe stato pestato per essersi rifiutato di consegnare il cellulare e tutto il denaro che aveva. Da qui la richiesta alle autorità marocchine di aprire una inchiesta, oltre che su come è stata condotta in generale l’operazione, soprattutto su questo episodio. “La prima preoccupazione delle autorità di Nador, dopo la morte del ragazzo, è stata quella di bloccare tutti i migranti che erano con lui e che hanno assistito all’attacco notturno della polizia”, ha commentato nel sito web della Ong il presidente Kosta Sampou, aggiungendo che al termine della retata sono stati arrestati circa 200 migranti, tra cui numerose donne con i figli piccoli.

(Fonte: El Faro de Ceuta, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras)   

Marocco (Nador), 10 settembre 2019

Quattro giovani profughi, originari della regione del Rif, risultano scomparsi in mare mentre tentavano di raggiungere l’Andalusia dalla costa del Marocco. L’allarme è stato diramato dalle famiglie, che ne hanno comunicato anche i nomi: Abdelouahab Allali, 24 anni; Nouredine Allali, 31 anni; Salih Zahaf, 30 anni; Morad Zahamari, 27 anni. Secondo quanto hanno riferito le madri e alcuni fratelli, l’ultimo contatto con i quattro c’è stato nelle prime ore del mattino di giovedì 5 settembre, quando hanno comunicato che stavano partendo su moto d’acqua dalla zona di Nador. L’impegno era che avrebbero richiamato le famiglie appena sbarcati in Spagna. Da quel momento, invece, se ne sono perse le tracce. Il silenzio si è protratto per giorni fino a quando Khadra Tahrioui, la madre di Salih Zahaf, si è rivolta alla redazione del Faro de Ceuta per segnalare la scomparsa dei ragazzi, convincendo anche i genitori e i familiari degli altri a dare l’allarme e a chiedere aiuto. In seguito alla segnalazione, corredata dalle foto dei dispersi, sia la Guardia Civil spagnola che la Marina Marocchina hanno organizzato una operazione di ricerca nelle acque dello Stretto di Gibilterra che però, a sei giorni di distanza dalla partenza, non ha dato alcun esito. Un appello a non abbandonare le ricerche è stato lanciato anche al ministero degli Esteri, con il sostegno di alcune associazioni marocchine per i diritti umani.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 10 e 11 settembre)

Grecia (Komotini, Macedonia), 12 settembre 2019

Un giovane profugo pakistano è rimasto ucciso in un incidente stradale sull’autostrada Egnazia, che dal confine con la Turchia conduce verso ovest. Il giovane viaggiava, insieme a un gruppo di altri profughi (pakistani come lui e bengalesi) su un minivan Seat Ibiza che, proveniente dalla frontiera, viaggiava a forte velocità in direzione di Salonicco. Uno dei tanti “trasporti” organizzati dai trafficanti dalla linea di confine dell’Evros verso ovest. L’incidente è avvenuto nei pressi di Komotini, una piccola città situata tra Alexandroupoli e Salonicco: il minibus è finito contro un veicolo fermo al margine della strada e si è rovesciato. Parte dei profughi a bordo sono stati scaraventati fuori dalla violenza dell’urto, altri sono rimasti incastrati nell’abitacolo. Nove quelli feriti gravemente. Otto sono stati portati al Sismanoglio Hospital di Komotini, l’altro, il più grave, a quello di Alexandroupoli, ma è morto poco dopo il ricovero.

(Fonte: Ekathimerini News)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 12 settembre 2019

Un giovane migrante marocchino è morto in un incidente capitato alla barca con cui stava cercando di raggiungere l’Andalusia durante l’inseguimento da parte di una motovedetta della Guardia Civil spagnola che l’aveva intercettata. La notizia , riferita dalla stampa marocchina, è stata ripresa e rilanciata dal sito web Frontera Sur. Non ci sono molti particolari sulla vicenda. Il quotidiano online Nadorcity specifica che il ragazzo veniva da Nador (sua città natale) e che la famiglia ha saputo della sua fine nella giornata di venerdì 13, presumibilmente da alcuni dei compagni. Già da venerdì, secondo il giornale, i familiari della vittima hanno avviato le pratiche per riportare il corpo del ragazzo a Nador per la sepoltura.

(Fonti: Nadorcity, Frontera Sur)

Italia (Marettimo), 13 settembre 2019

Quattro migranti tunisini dispersi al largo di Marettimo, nelle Egadi. Erano con tre compagni su una piccola barca in legno salpata dalla Tunisia il giorno 11. Durante la navigazione, la notte tra l’undici e il dodici settembre, il motore è andato in avaria e il natante è rimasto in balia del mare, a 15 miglia da Marettimo. Dopo alcune ore di attesa, cinque dei sette hanno deciso di cercare di raggiungere l’isola a nuoto, aggrappati ad alcuni bidoni di plastica vuoti. E’ trascorsa l’intera giornata del 12 senza che nessuno si accorgesse né della barca in difficoltà, né dei cinque che avevano tentato la sorte, probabilmnete senza rendersi conto della distanza della costa. Solo la mattina di venerdì 13 il natante è stato avvistato. Una motovedetta della Capitaneria di Trapani ha recuperato i due che erano ancora a bordo e, avviate le ricerche degli altri cinque, ne ha trovato uno a 12 miglia dall’isola. Nessuna traccia dei quattro compagni.

(Fonte: Agenzia Ansa, Il Giornale di Sicilia, Repubblica)

Marocco (Nador), 16-17 settembre 2019

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato trascinato dalla corrente sulla costa di Nador durante la notte del 16 settembre ed è affiorato la mattina del 17 sulla battigia della spiaggia di Azzanan, nei pressi di Boufar. Sul posto sono intervenute una pattuglia della Gendarmeria Reale e una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma nell’obitorio dell’ospedale di Nador per gli accertamenti. Non risulta che siano stati trovati documenti o altri elemnmeti  utili all’identificazione: si sa solo che si tratta di un uomo giovane e che presumibilmente il suo cadavere è rimasto in acqua più giorni. Ignota la provenienza. La Gendarmeria ha aperto un’inchiesta, partendo da eventuali notizie sulle barche di migranti salpate negli ultimi tempi dal litorale intorno a Nador, che è da anni uno dei principali punti d’imbarco del Marocco settentrionale per le “fughe” verso l’Andalusia.

(Fonte: Frontera Sur, Nadorcity com)

Tunisia (al largo di Sfax), 17 settembre 2019

Sedici vittime (8 cadaveri recuperati e 8 persone disperse) nel naufragio di una piccola barca carica di migranti avvenuto al largo di Sfax, in Tunisia. A bordo erano in 25, tutti harragas, come vengono definiti i giovani tunisini decisi a lasciare il paese ad ogni costo: soltanto 9 si sono salvati. Il battello, un piccolo scafo in legno da pesca, era partito dalla costa nord orientale, puntando verso Lampedusa o la Sicilia. Non ha fatto molta strada: era ancora nelle acque territoriali tunisine, a circa 10 miglia dalla riva, all’altezza di El Aoubaed, quando ha cominciato a imbarcare acqua ed è affondato rapidamente. I primi soccorsi sono arrivati da alcuni pescatori, che hanno tratto in salvo 9 naufraghi e recuperato due cadaveri, anticipando l’intervento della Guardia Costiera. I superstiti hanno subito segnalato che erano partiti in 25 e che dunque mancavano 14 compagni. Le ricerche successive, condotte dalla Marina militare, hanno portato al ritrovamento di altri sei corpi senza vita.  Nessuna traccia degli altri 8 naufraghi.

(Fonte: Mediterraneo Cronaca, Associated Press, Reuters, Agenzia Ansa, sito web di Alarm Phone, Tg 1 Rai delle ore 13,30, Tg 3 Rai delle ore 14,15)

Algeria (Boumerdes), 17-18 settembre 2019

Tredici vittime (7 morti e 6 dispersi) in un naufragio al largo delle coste algerine. Soltanto 5 i supersiti. La barca, un piccolo battello in legno, era partita dal litorale di Boumerdes la sera del 17 settembre, puntando presumibilmente verso la Sardegna. La tragedia si è compiuta poche ore dopo, durante la notte, all’altezza di Cap Djanet, circa 60 chilometri a est di Algeri. I primi a dare l’allarme e a giungere sul posto sono stati gli equipaggi di alcuni pescherecci, che hanno individuato e tratto in salvo 5 giovani, trasferendoli poi all’ospedale di Dellys, la città portuale più vicina. Prima ancora dell’alba sono iniziate le ricerche degli altri naufraghi: 13, secondo quanto riferito dai compagni sopravvissuti. Nella tarda mattinata e verso mezzogiorno unità della Protezione Civile hanno recuperato sei salme. Nessuna traccia degli ultimi sette. “E’ l’ennesima tragedia del mare – hanno scritto i giornali algerini – di cui sono rimasti vittime gli harraga…”. Le salme sono state composte all’obitorio dell’ospedale di Dellys. Nei giorni successivi il mare ha restituito il corpo di uno dei dispersi. Cinque delle 13 vittime venivano dallo stesso villaggio, Ighomrassen, nel comune di Issers.

(Fonte: El Watan edizioni del 18 e del 22 settembre, 1001 Infoss, Caminando Fronteras Ong)

Tunisia (isola di Djerba), 18 settembre 2019

Quattro migranti dispersi nel naufragio di una barca affondata al largo dell’isola di Djerba, nell’Est della Tunisia. Il natante, un piccolo scafo in legno, puntava verso le coste siciliane. A bordo erano in dieci, tutti giovani tunisini. Dopo poche ore di navigazione, quando era ancora nelle acque territoriali, pare abbia avuto un’avaria che ne ha provocato l’affondamento. L’allarme è stato lanciato da alcuni pescatori. L’intervento di alcune unità della Marina militare – secondo quanto ha riferito il portavoce della Guardia Nazionale, Houssemedine Jebabli – ha portato al salvataggio di sei neufaghi. Nessuna traccia degli altri quattro, nonostante le ricerche si siano protratte fin oltre il tramonto.

(Fonte: Teller Report, sito web Alarm Phone, Breaking News, France Presse, Yahoo Finance)

Algeria (Orano), 18 settembre 2019

Tre migranti sono morti e 5 risultano dispersi in un naufragio di fronte alla spiaggia di Cap Falcon, poco più di 20 chilometri a ovest di Orano. Quel tratto di costa è uno dei principali punti di imbarco dall’Algeria verso la Spagna. E appunto verso la Spagna puntava presumibilmente il battello naufragato, un barchino in legno. A bordo erano in sedici. Non ci sono molti particolari sulle circostanze del naufragio. La stampa marocchina che ha riferito la notizia ha precisato solo che i soccorsi sono stati portati da unità della Protezione Civile algerina, arrivate in tempo a trarre in salvo 8 naufraghi. Poco dopo sono stati recuperati i corpi senza vita di altri tre, almeno uno dei quali è stato identificato come un giovane marocchino. Nessuna traccia degli altri cinque, di cui non si conosce neanche l’identità.

(Fonte: Nadorcity.com)  

Macedonia (Gradsko), 19 settembre 2019

Un profugo pakistano è stato travolto e ucciso da un treno nei pressi di Gradsko, nella zona centrale della Macedonia. Ne ha dato notizia la polizia macedone, che ha fornito anche le iniziali del nome della vittima, A.I. Come fanno molti migranti “irregolari” diretti verso l’Europa Centrale per non perdere l’orientamento, l’uomo, entrato in Macedonia dal confine con la Grecia, stava camminando con un gruppetto di compagni lungo la ferrovia che conduce verso nord-ovest, evidentemete con l’intenzione di passare in Serbia. L’incidente è avvenuto quando era ormai buio. Forse a causa dell’oscurità e della stanchezza, A.I. deve essersi accorto solo all’ultimo istante dell’arrivo di un treno. Anche il macchinista probabilmente ha visto troppo tardi il gruppo di persone sulla massicciata. Sta di fatto che A.I. non è riuscito a scansarsi in tempo ed è stato travolto in piena velocità dal convoglio.

(Fonte: Associated Press)  

Libia (Tripoli), 19/20 settembre 2019

Un migrante è stato ucciso da agenti della Guardia Costiera libica durante un tentativo di fuga a Tripoli. L’uomo – 28 anni, originario del Sudan – era con altri 102 migranti su un gommone intercettato da una motovedetta tra il 19 e il 20 ottobre. Ricondotto di forza a riva e sbarcato nella base militare di Abusetta, alla periferia di Tripoli, l’intero gruppo è stato avviato verso un centro di detenzione. E’ a questo punto che la vittima e diversi suoi compagni hanno tentato di scappare, per sottrarsi a una nuova, lunga prigionia. La reazione degli agenti è stata immediata: hanno aperto il fuoco e colpito diversi giovani. Il ventottenne sudanese è stato ferito allo stomaco e poco dopo è morto, senza che una equipe medica dell’Oim, presente sul posto per assistere i naufraghi, potesse fare nulla per salvarlo, nonostante l’intervento immediato. Gli stessi medici hanno segnalato l’uccisione del giovane alla sede centrale dell’Oim, che ha rilanciato un appello alla comunità internazionale perché intervenga concretamente in favore dei migranti intrappolati in Libia. “La morte di questo giovane sudanese – si legge nel documento diffuso alla stampa dai vertici dell’Oim – è un severo monito sulle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia Costiersa libica: dopo aver pagato i trafficanti per essere portati in Europa, si ritrovano nei centri di detenzione”.

(Fonte: Agenzia Ansa, Associated Press, Rai News, Il Fatto Quotidiano, Repubblica)    

Turchia (Bodrum), 20 settembre 2019

Un bambino risulta disperso nel naufragio di una piccola barca carica di profughi al largo della Turchia. Il battello era partito dalla costa di Bodrum prima dell’alba, puntando verso l’isola greca di Kos, distante circa 7 miglia. A bordo erano in quindici. Non hanno fatto molta strada: verso le 7 del mattino, quando erano ancora nelle acque di competenza turca, la barca si è rovesciata, affondando rapidamente. Le operazioni di soccorso sono state condotte dalla Guardia Costiera partita dalla base di Bodrum. Le motovedette giunte sul posto hanno tratto in salvo 14 naufraghi. I supersiti hanno subito segnalato che mancava un bambino. Le ricerche si sono protratte per tutta la giornata e anche l’indomani, ma del bambino non si è trovata traccia. I naufraghi sono stati sbarcati a Bodrum.

(Fonte: Aegean Reporter, Alarm Phone)   

 

  

 

 

 

 

 

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