Un cimitero chiamato mediterraneo, 2019 seconda parte

“Meno partenze, meno morti”. E’ quanto sostiene il Governo italiano, con il sostanziale avallo dell’Unione Europea, a giustificazione del “muro” eretto nel Mediterraneo per bloccare i flussi di migranti. Non da oggi. E’ una linea inaugurata ormai da anni e che ha registrato via via una escalation terribile, fino agli accordi volti a esternalizzare i confini dell’Europa sempre più a sud, lungo il margine settentrionale del Sahara. Decisivi si sono rivelati passaggi come il Processo di Khartoum e le intese che ne sono seguite. In particolare quella voluta, nel 2017, con la Libia, dall’allora ministro degli interni Marco Minniti, che si è rivelata il terreno di coltura, se non il viatico, della linea di respingimento totale e chiusura dei porti decisa dall’attuale responsabile del Viminale, Matteo Salvini, arrivato ad affermare che, quest’anno, grazie alla sua politica, ci sarebbero state due sole vittime lungo la via di fuga dei migranti che porta in Italia dalla Libia. Ma altroché due vittime! Dal primo gennaio al 30 giugno sulla rotta del Mediterraneo centrale di morti ce ne sono stati 406 su un totale, in tutto il Mediterraneo e sulla rotta delle Canarie, di 682: il 59,53 per cento, quasi uno su tre. E in questo conto di morte non sono comprese le vittime a terra, lungo le piste del Sahara o alle frontiere esterne dell’Europa (come quella dell’Evros, in Grecia) e, soprattutto, nei lager libici: almeno 131, per un totale complessivo di ben 813 vite spezzate. Vite di persone, quasi sempre molto giovani, in fuga da guerre, dittature, terrorismo, disastri ambientali, carestia e fame, miseria endemica o, comunque, da situazioni di crisi estrema, dove non c’è prospettiva di futuro e meno che mai di una sia pur minima condizione di “sviluppo umano”. Queste cifre, non i “due soli morti” vantati da Salvini, sono lo specchio di quanto sta accadendo davvero. Lo dimostra il tasso di mortalità. Quello generale, nel primo semestre di quest’anno, è di un migrante morto ogni 48/49 arrivati, più elevato di quello degli ultimi due anni (1 ogni 53) e più ancora rispetto agli anni precedenti: 1 ogni 67 nel 2016 e 1 ogni 256 nel 2015. Ma l’indice appare ancora più drammatico, da autentica strage, si si scinde il dato generale nelle tre rotte del Mediterraneo. E il “primato” spetta, non a caso, alla rotta libica. Era già evidente nel 2018: un morto ogni 193 arrivi in Grecia, uno ogni 75 arrivi in Spagna, uno ogni appena 18 in Italia, la “rotta libica” appunto. Nei primi sei mesi di quest’anno va molto peggio: un morto ogni 365 arrivi in Grecia, ma uno ogni 57 in Spagna e addirittura uno ogni 6 in Italia. La speranza, nella seconda parte dell’anno, è che questo tremendo bilancio subisca uno stop o quanto meno un rallentamento. Ma non se ne vedono le premesse.

 

 

Libia (Abu Salim), 1 luglio 2019

Un giovane profugo eritreo, prigioniero nel centro di detenzione di Abu Salim, è morto di malattia e di stenti. Si chiamava Tsegazeab Gebrekidan, aveva solo 20 anni. Catturato poco dopo essere entrato in Libia dal Sudan e rimasto per mesi nelle mani di una banda di trafficanti, dopo aver pagato il riscatto per essere rilasciato, è finito ad Abu Salim. All’arrivo al campo – secondo quanto hanno riferito alcuni compagni – era già malato e molto debilitato ma nei mesi di detenzione non ha praticamnete ricevuto alcuna assistenza medica. I maltrattamenti,la promiscuità, il cibo scarso e pessimo, la mancanza persino di acqua da bere ne hanno aggravato ulteriormente lo stato di salute. Solo nell’ultima setttimana di luglio le autorità del campo lo hanno trasferito in un ospedale. Era ormai tardi: Tsegazeab è morto dopo sei giorni di ricovero. I familiari e i compagni, oltre a denunciare quanto è accaduto, hanno chiesto di diffondere la sua ultima foto fatta ad Abu Salim, quasi come una forma di denuncia per quanto sta accadendo. Dall’inizio di aprile a fine giugno, prima di Tsegazeab, altri due giovani eritrei sono morti ad Abu Salim: l’undici aprile un diciassettenne si è suicidato e il 14 maggio un ragazzo poco più che ventenne è morto per sfinimento.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica)

Italia (Gela), 2 luglio 2019

Il cadavere mutilato di un uomo è stato trascinato dal mare su una spiaggia di Gela, in località Rccazzelle: l’ipotesi più accreditata dalla Procura e dalla polizia è che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere l’Europa dalle coste africane. Il corpo recuperato, in avanzato stato di decomposizione, era ridotto quasi soltanto a un busto, privo della testa e degli arti, tranne un braccio. Proprio questo fa pensare che fosse in acqua da mesi. Lo confermerebbero anche gli abiti pesanti, in particolare un giubbotto invernale, che lo coprivano e nei quali comunque non sono stati trovati documenti o oggetti che possano aiutare a risalire all’identità o almeno alla provenienza della vittima. Viste le circostanze, la Procura non ha ritenuto necessario procedere all’autopsia.

(Fonte: Tpi News, Repubblica, il Messaggero, Giornale di Sicilia, La Sicilia)   

Libia (Tajoura, Tripoli), 2-3 luglio 2019

Almeno 53 profughi morti e più di 130 feriti nel centro di detenzione di Tajoura, nei sobborghi orientali di Tripoli, colpito in piena notte da un pesante bombardamento delle forze aeree del generale Khalifa Haftar, nel contesto della battaglia per il controllo della capitale libica. Inizialmente si è parlato di 44 vittime, ma il bilancio comunicato da rappresentanti delle Nazioni Unite quasi 24 ore dopo è salito a 53 in seguito al ritrovamento di altre salme e soprattutto al decesso di alcuni dei feriti più gravi. L’attacco è stato sferrato intorno alla mezzanotte. Gli aerei della Libyan National Army (Lna) avevano probabilmente come obiettivo la base di una delle milizie fedeli al governo di Fayez Serraj, quasi adiacente al campo dei migranti. In particolare, puntavano a distruggere un grosso deposito di armi e automezzi militari, distante poche decine di metri da uno degli hangar del centro di detenzione, dove erano alloggiati quasi duecento dei 616 ospiti totali. Le bombe hanno centrato in pieno questa struttura, facendo una strage. Già nei primi minuti dopo il raid sono stati individuati decine di corpi senza vita, alcuni dei quali orrendamente mutilati e sfigurati. Il conto è poi salito progressivamente a 44 e infine a 53. “Alcuni dei feriti più gravi – è stato riferito la notte stessa da un paio di compagni superstiti – hanno perso le braccia o le gambe”. La Mezzaluna Rossa e personale delle Nazioni Unite li hanno trasferiti in vari ospedali di Tripoli. La maggior parte delle vittime sono sudanesi del Darfur e marocchini. Quasi la metà delle strutture del campo sono distrutte o comunque inagibili. “E’ una tragedia annunciata e ampiamente prevedibile – hanno denunciato alcuni profughi contattati la notte stessa dal Coordinamento Eritrea Democratica – Già nel mese di maggio il campo di Tajoura è stato sfiorato da alcuni missili lanciati da aerei che volevano colpire la vicina base dei miliziani schierati con il Governo di Tripoli”. Anche il portavoce dell’Unhcr in Libia, Charlie Yaxley, ha fatto notare come l’agenzia, appena due mesi fa, abbia segnalato con forza che i detenuti del centro di Tajoura correvano gravissimi rischi per la battaglia che si svolge nelle vicinanze, come dimostra un precedente bombardamento che ha provocato due feriti tra i migranti. Il 21 giugno scorso, appena dieci giorni prima della strage, inoltre, ci sono stati un tentativo di fuga represso, seguito da una protesta dei rifugiati, proprio per chiedere di essere trasferiti lontano dalla linea del fuoco. Nessuno ha scoltato questi appelli. “E questo massacro – hanno detto alcuni profughi eritrei – rischia di non rimanere isolato: altri campi sono in grave pericolo, nei sobborghi e alla periferia di Tripoli, come quello di Tajoura”.

(Fonti: Associated Press, Reuters, Te Guardian, Al Jazeera, Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Libya Observer, sito web Unhcr Libya, Tg2 Rai e Tg La 7 delle 13,30, Agenzia Ansa, Address Libya)     

Libia-Tunisia-Italia (al largo di Zarzis), 4 luglio 2019

Ottantatre vittime: 82 migranti dispersi in mare e uno morto poco dopo essere stato portato a riva in gravi condizioni nel naufragio di un gommone al largo della Tunisia. Soltanto tre i superstiti. Nei giorni successivi, fino al 12 luglio, tra Zorzis e l’isola di Djerba sono stati recuperati, in mare o spiaggiati, i corpi senza vita di 72 dei dispersi. Il battello era partito prima dell’alba dalla Libia, prendendo il largo dalla costa di Zuwara, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Nel pomeriggio era ormai in acque tunisime, nove miglia circa al largo del porto peschereccio di Zorzis, quando una delle camere stagne laterali si è sgonfiata e lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua, affondando rapidamente. La parte finale della tragedia è stata ricostruita da Chamseddine Marzoug, il pescatore di Zarzis che da anni si occupa di assistenza ai migranti, in contatto anche con Alarm Phone, famoso tra l’altro per aver realizzato un piccolo cimitero per le vittime senza nome recuperate in mare nella zona. “I primi soccorsi – ha raccontato ad Alarm Phone, ripetendo poi tutto anche all’agenzia Ansa – sono arrivati da alcune barche di peascatori a cui si è poi aggiunta la Guardia Costiera. Quando sono arrivati sul posto, però, più di 80 maufraghi erano stati portati via dalle correnti e non ne è stata trovata traccia. Gli altri sono stati fatti sbarcare a Zarzis”. Uno di questi, privo di conoscenza e con evidenti sintomi di annegamento, è stato trasferito immediatamente in ospedale, ma i medici non sono riusciti a rianimarlo. E’ morto poco dopo il ricovero: era originario della Costa d’Avorio. Le ricerche dei dispersi sono sono protratte sino al tramonto.

(Fonte: Associated Press, Reuters, Halarm Phone. Agenzia Ansa, Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano, Agenzia Agi, Globalist)

Marocco-Spagna (Nador-Malaga), 5-6 luglio 2019

Un giovane migrante subsahariano è stato ucciso su un gommone dallo scafista perché aveva bevuto il suo succo di frutta. L’omicidio è stato denunciato dai compoagni appena sono arrivati in Spagna. Il battello era partito dalla spiaggia di Kariat Akmane, nei pressi di Nador, nel nord del Marocco, il pomeriggio del 5 luglio. A bordo erano in 17, tutti subsahariani, incluso lo scafista, indicato come Oumar Diallo, originario della Guinea. A ciascuno, prima di salpare, era stato consegnata una busta con un po’ di cibo e un succo di frutta, per affrontare la traversata verso l’Andalusia, attraverso il Mare di Alboran. Dopo dodici ore di navigazione sono arrivati nelle acque spagnole. E’ qui che, secondo il racconto dei compagni della vittima, si è consumato l’omicidio. Quando si è accorto che il ragazzo, vinto dalla sete, stava bevendo il suo succo di frutta, lo scafista ha estratto un pugnale e si è avventato contro di lui colpendolo alla gola. Poi lo avrebbe decapitato e gettato la testa in mare. Il corpo è rimasto ancora per quasi un’ora sul battello, finché lo stesso scafista lo ha fatto scivolare in acqua. Choccati e terrorizzati, gli altri non hanno avuto il coraggio di reagire. Quando, intercettati dal Salvamento Marittimo nella ntte tra il 5 e il 6 luglio, sono stati condotti a Malaga, però, la prima preoccupazione è stata quello di denunciare tutto agli operatori della Croce Rossa che li stavano assistendo. La notizia è rimasta riservata fino a quando ne sono venuti a conoscenza alcuni cronisti del Mundo, che l’hanno pubblicata. L’Organizzazione Marocchina per i Diritti Umani conosce lo scafista per averlo denunciato più volte per traffico di esseri umani. “Individua le persone in Guinea, suo paese d’origine – ha raccontato Omar Naji, presidente della Ong – e le convince a partire chiedendo in cambio 3 mila euro. La polizia marocchina lo ha fermato più volte, Ma è stato sempre scarcerato”. Dalla vittima e dai suoi compagni si era fatto dare 2.500 euro a testa per la traversata.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano del 19 luglio, che cita El Mundo”)

Libia-Tunisia (Ras Jedir), 12-13 luglio 2019

Un profugo eritreo muore di fatica e sfinimento vicino al posto di confine di Ras Jedir, dopo aver tentato di entrare in Tunisia dalla Libia. Si chiamava Filmon Temesgen ed aveva 28 anni. A Ras Jedir Filmon era arrivato dopo mesi di terribile detenzione in Libia, nelle mani prima della polizia e poi di una banda di trafficanti: una foto che lo ritrae incatenato, diffusa dagli stessi predoni che lo tenevano prigioniero per indurre i familiari a pagare il riscatto, è stata a lungo sul web. Sottoposto a torture, violenze, lavoro schiavo, quando è riuscito a riscattare il rilascio ha cercato di lasciare la Libia via terra, attraversando il confine con la Tunisia. Da Zuwara ha raggiunto la linea di frontiera, distante una sessantina di chilometnri, ed è riuscito anche a passare, puntando verso Ben Gardane, 30 chilometri più a ovest, ma è stato intercettato da una pattuglia della polizia tunisina, che lo ha espulso verso il centro di detenzione per rifugiati di Ras Jedir, dove è morto pochi giorni dopo. La notizia della sua morte è stata ripresa dai siti web di numerosi profughi eritrei in Europa. “E’ stato stroncato – hano scritto – da mesi di maltrattamenti, torture, lavoro schiavo…”.

(Fonte: siti web Meron Estefano e Martin Plaut, Coordinamento Eritrea Democratica)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 16-17 luglio 2019

Trovato il corpo senza vita di una giovane subsahariana su uno dei tre gommoni soccorsi nel mare di Alboran, al largo di Almeria, dal Salvamento Maritimo spagnolo, al termine di una intensa giornata di operazioni di soccorso nello Stretto di Gibilterra. L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, quando la Ong Caminando Fronteras ha ricevuto una serie di richieste di aiuto da parte di familiari degli oltre 200 migranti a bordo delle barche che, salpate dalla costa marocchina tra Tangeri e Nador, avevano perso la rotta verso l’Andalusia. Le ricerche sono state condotte per l’intera giornata ma verso sera ancora nessuno dei  tre natanti era stato individuato. La situazione, per una delle barche, si è fatta particolarmente critica poco dopo le 16, quando i migranti hanno segnalato che il motore si era bloccato e lo scafo stava imbarcando acqua. In serata e nella prima parte della notte, poi, sono iniziati gli avvistamenti. La donna morta era sulla seconda barca individuata, con a bordo altre 73 persone (50 uomini e 23 donne): il salvataggio è stato condotto dalla salvamar Spica, che nelle ore successive ha intercettato anche il natante in avaria, con 75 migranti, tutti in salvo. In precedenza la salvamar Caliope aveva trovato l’altra barca, con 71 naufraghi. La  vittima, che si chiamava Hanatah Soumah, è morta annegata. I compagni hanno raccontato che, avendo constatato che il gommone si stava sgonfiando, facevano tutti dei turni in acqua per alleggerirlo. Quando è toccato ad Hanatah, deve aver perso la presa dallo scafo ed è stata trascinata via dalle onde, prima che gli altri potessero afferrarla: sono riusciti solo a recuperarne il corpo. Almeria il porto di sbarco.

(Fonte: Europa Press, siti web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Turchia (Ozalp, provincia di Van), 18 luglio 2019

Quindici profughi morti e 51 feriti (di cui una ventina in gravi condizioni) in un pullmino finito fuori strada. Alle vittime va aggunto anche l’autista, portando il totale a 16. L’automezzo veniva dalla zona vicina al confine con l’Iran. I profughi a bordo devono aver varcato la frontiera attraverso strade e in tempi diversi ma è presumibile che avessero già un contatto con l’organizzazione di trafficanti che ha organizzato la “spedizione” verso ovest, per raggiungere il confine con la Grecia o la Bulgaria: 67 persone (in maggioranza provenienti da Afghanistan e Pakistan ma anche dal Bangladesh), incluso il conducente, su un piccolo bus abilitato al massimo per 17-18 posti. La strage è legata direttamente a questo incredibile sovraccarico. Dalla fascia frontaliera il pullmino ha raggiunto Van, proseguendo in piena notte lungo la superstrada che conduce a ovest. Poco dopo aver superato la città di Ozalp, l’autista ha perso il controllo della guida e il bus, lanciato a forte velocità, è volato fuori strada, capottandosi in una scarpata laterale. Quasi tutti i profughi sono rimasti incastrati all’interno. I soccorritori hanno contato subito numerose vittime, salite via via con il passare delle ore perché molti di quelli estratti feriti dalle lamiere non ce l’hanno fatta. Il bilancio finale – 16 morti e 51 feriti – è stato comunicato dal governatore della provincia di Van, Emin Bilmez, dopo un colloquio con il direttore sanitario provinciale, Mahmut Sunnetcioglu. La polizia ha aperto un’inchiesta per cercare di individuare l’organizzazione di trafficanti.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Associated Press) 

Spagna (Ceuta), 23 luglio 2019

Un migrante algerino di 27 anni è annegato mentre tentava di raggiungere a nuoto il territorio di Ceuta dal Marocco. Tre suoi compagni risultano dispersi. Nessuno si è accorto di nulla: l’allarme è scattato solo quando il suo corpo senza vita è affiorato sulla spiaggia del Tarajal, la linea di frontiera lungo la quale si spinge per diversi metri in mare l’alta barriera metallica che divide l’enclave spagnola dalla parte marocchina. Allertati da alcuni passanti, sul posto sono intervenuti diversi agenti della Guardia Civil, che hanno recuperato la salma e avviato le indagini per l’identificazione. L’esame medico ha confermato che la morte, avvenuta poche ore prima del ritrovamento,  è dovuta ad annegamento. L’ipotesi più accreditata è che il giovane abbia tentato la traversata durante la notte, con il favore del buio e spingendosi piuttosto al largo  per eludere la sorveglianza. Le forze devono averlo abbandonato quando era ormai all’altezza del confine ma ancora distante da terra. Nelle prime ore del mattino, poi, le correnti ne hanno trascinato il corpo a riva, nei pressi del Tarajal.

I tre dispersi. La vittima è stata identificata ufficialmente il 10 agosto. Grazie ai familiari che hanno  riconosciuto il cadavere e ad alcuni compagni, è stato possibile ricostruire l’intera vicenda. Erano quattro  i giovani algerini che hanno cercato di arrivare a Ceuta a nuoto dal Marocco la notte tra il 22 e il 23 luglio. Uno è, appunto, il giovane il cui corpo senza vita è approdato al Tarajal. Un altro dovrebbe essere quello, di nome Saber, di cui è stata denunciata la scomparsa il 25 luglio e mai ritrovato. A segnalare che se ne erapersa ogni traccia è stato un amico, quando ha saputo che la mattina di due giorni prima era stato trovato il corpo di un migrante sulla battigia al confine tra Ceuta e il territorio marocchino. Gli accertamenti condotti dalla Guardia Civil hanno escluso che si trattasse della stessa persona proprio sulla base delle indicazioni fornite dall’amico del giovane sparito. “Siamo arrivati insieme in Marocco dall’Algeria 10 mesi fa – ha detto il ragazzo – Abbiamo tentato più volte senza fortuna di arrivare in Spagna. Abbiamo anche pagato 700 euro a testa a una organizzazione di trafficanti, che ci ha truffato, abbandonandoci in Marocco senza più un soldo. Saber era disperato, ma non voleva rassegnarsi. Lunedì 22 mi ha detto che, a questo punto, voleva tentare di arrivare a Ceuta a nuoto, anche a costo di rischiare la vita. Da allora non lo ho più visto”. Ha aggiunto che Saber ha un grosso tatuaggio su tutto l’avambraccio sinistro e proprio questo particolare ha fatto escludere che sia lui la vittima recuperata al Tarajal la mattina di martedì 23 luglio, perché sul cadavere composto all’obitorio di Ceuta non ce n’è traccia. Resta il fatto che da lunedì 22 non si è avuta più alcuna notizia di lui. “Se fosse arrivato me lo avrebbe fatto sapere”, ha insistito l’amico. Quanto agli altri due, non se ne è saputo più nulla e sono anch’essi considerati dispersi.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 23 luglio, del 25 luglio e dell’11 agosto)

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 23 luglio 2019

Um bambino è annegato nel naufagio di una barca carica di profughi al largo della Turchia. Il battello, un piccolo scafo in vetroresina, era partito durante la notte tra il 22 e il 23 luglio dalle spiagge di Bodrum, nel sud ovest della provincia di Mugla, puntando verso Kos. A bordo erano in nove. Navigavano a vista, poiché l’isola greca è distante solo poche miglia dalla Turchia. Erano ancora nelle acque territoriali turche, a ovest di Akyayar, quando, forse a causa del sovraccarico, la barca si è rovesciata. I soccorsi sono arrivati dalla Guardia Costiera turca, che ha recuperato 8 naufraghi nei pressi del relitto. I superstiti hanno subito segnalato che mancava un bambino. Le ricerche si sono protratte senza esito per l’intera giornata.

(Fonte: Anadolu Agency, Aegean Boat Report, sito web Alarm Phone)

Turchia (Ankara), 24 luglio 2019

Centosedici profughi hanno perso la vita in Turchia, nei primi sei mesi del 2019, durante la loro fuga “via terra”, nel tentativo di entrare o di attraversare il paese verso ovest o in prossimità della frontiera con la Grecia. In particolare, 52 sono morti assiderati e 64 sono rimasti vittime di incidenti stradali. E’ quanto emerge dal rapporto pubblicato, in collaborazione con la polizia, dalla Direzione Generale del Dipatimento per l’Immigrazione, ripreso tra il 23 e il24 luglio da Anadolu Agency e dal quotidiano Hurriyet Daily News. E’ un bilancio ancora più pesante di quello emerso dalle notizie di cronaca e riportato in questo stesso dossier.

Morti assiderati. Nel rapporto di polizia precedente, pubblicato a metà maggio, i profughi vittime di congelamento e assideramento risultavano 34, di cui 32 alla frontiera orientale con l’Iran e 2 al confine greco. La maggior parte erano stati trovati all’inizio del disgelo. Ora, con il terreno totalmente libero dalla neve, le salme recuperate risutano 18 in più: altre 7 in prossimità del confine orientale (per un totale di 39) nella provincia di Van e altre 11 (per un totale di 13) nella provincia di Edirne, a breve distanza o lungo la linea di confine con la Grecia.

Incidenti stradali. Secondo le notizie attinte dai giornali, fino al 18 luglio risultava un totale di 30 vittime, oltre a decine di feriti, anche molto  gravi. In particolare, 5 a Tusba (Van) il 16 maggio; 10 a Meric (Edirne) il 26 giugno, 15 a Ozalp (Van) il 17 luglio. Il rapporto del Dipartimento Immigrazione ne conta ben 34 in più, anche se non specifica le circostanze precise e non fornisce particolari sui singoli episodi o sugli eventuali decessi dei feriti più gravi: si limita a specificare che “gli incidenti.sono avvenuti mentre i migranti privi di documenti stavano tentando di entrare illegalmente in Turchia o di attraversare il paese, da una provincia all’altra”. Sia per gli incidenti stradali che per i morti assiderati il bilancio 2019 è molto più pesante di quello del 2018.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Libia (Homs), 25 luglio 2019

Almeno 150 vittime tra morti e dispersi, al largo della Libia, nel naufragio di un barcone con a bordo 300 migranti. I primi soccorritori e i sovravvissuti dicono di aver visto galleggiare più di 70 cadaveri mentre i dispersi sarebbero non meno di 80 ma forse anche di più. Intorno a 140 i naufraghi tratti in salvo. “Si tratta della tragedia più grande avvenuta quest’anno nel Mediterraneo”, hanno denunciato Filippo Grandi e Charlie Yaxley, dell’Unhcr, che per primo ha dato la notizia. Inizialmente si è parlato di due barche naufragate, anche sulla base del primo rapporto fatto alla stampa dal generale Ayoub Qassim, portavoce della Guardia Cosiera, nel quale risultava che le motovedette libiche erano intervenute per due diversi battelli salpati la sera di mercoled’ 24 luglio dalla zona di Homs, oltre 120 chilometri a est di Tripoli. Le dichiarazioni rese da alcuni dei superstiti hanno poi chiarito la tragedia. La sera del 24 luglio, da Homs sono partiti in effetti due battelli, a breve distanza di tempo l’uno dall’altro: il primo con circa un centinaio di persone e un vecchio barcone da pesca in legno (quello poi naufragato) stipato di migranti (oltre due terzi eritrei) ammassati sia sotto coperta che sul ponte. Hanno navigato separati fino a che si sono persi di vista. Il più piccolo è stato intercettato dalla Guardia Costiera e ricondotto a Homs. L’altro è andato avanti ma dopo alcune decine di miglia ha cominciato a imbarcare acqua. I profughi hanno cercato di gettarla fuori bordo con secchi e bidoni ma in breve è apparso evidente che non era possibile proseguire e lo scafista ha invertito la rotta, puntando verso terra. “Abbiamo anche avvistato una nave – ha raccontato uno dei sopravvissuti – Dalle insegne e dalle scritte sembrava turca. Abbiamo cercato di avvicinarci e di accostare per chiedere aiuto, ma da bordo non ci hanno ascoltato: anzi, hanno chiesto strada suonando ripetutamente a lungo la sirena per allontanarci. A quel punto non restava che provare a raggiungere la riva”. Il naufragio è avvenuto poco dopo aver incrociato quella nave: il barcone ha ceduto e si è quasi spezzato in due, scaraventando tutti in acqua. Alcuni dei più forti, nuotando per ore, sono rusciti a raggiungere la costa, dove hanno dato subito l’allarme. Nel frattempo della tragedia si erano accorti alcuni pescherecci libici: i primi soccorsi sono arrivati da loro. La Guardia Costiera è arrivata solo più tardi. “Per almeno otto ore siamo rimasti abbandonati in mare: un tempo lunghissimo, nel quale abbiamo visto sparire tra le onde decine di nostri compagni. In particolare quasi tutte le donne che erano con noi”, hanno raccontato alcuni dei sopravvissuti. Secondo la Guardia Costiera, dei circa 300 uomini e donne a bordo se ne sono salvati 137. Una sola salma è stata recuperata dai militari. L’Unhcr, sulla base delle testimonianze raccolte, riferisce invece che sono 147 le persone tratte in salvo e che dunque la stima delle vittime è di 150. L’equipe di Medici Senza Frontiere che ha assistito alcune decine di naufraghi appena sbarcati, oltre a riferire dei 70 cadaveri segnalati intorno al relitto, parla di circa 100 dispersi. Per 7 dei superstiti è stato necessario il trasferimento in ospedale per cure mediche salvavita. In quasi tutti gli altri sono stati riscontrati sintomi da pre-annegamneto, come ipossia e ipotermia. Nei giorni successivi sono stati recuperati dalla Mezzaluna Rossa 62 corpi senza vita. A parte i profughi eritrei o comunque originari del Corno d’Africa, una percentuale consistente delle vittime è costituita da palestinesi e sudanesi.

(Fonte: Associated Press, sito web Unhcr, Repubblica, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Al Jazeera, Ansa, Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere, Coordinamento Eritrea Democratica)

Libia (Al Zintan), 31 luglio 2019

Un altro profugo è morto di Tbc nel campo di Al Zintan: è il ventitreesimo dal mese di settembre 2018. Eritreo, 24 anni, poco dopo essere arrivato in Libia era stato catturato da una banda di trafficanti, subendo torture, ricatti, ogni genere di violenze. Quando è finito nel centro di detenzione di Al Zintan, ai maltrattamenti si è aggiunta la malattia. Come gli altri colpiti dall’epidemia di Tbc è stato lasciato praticamente senza cure sino a quando, nel mese di giugno, a un’equipe di Medici Senza Frontiere è stato consentito di intervenire nel campo. Lui è apparso subito uno dei malati più gravi. La mattina del 31 luglio è arrivata ad alcuni compagni in Italia la notizia che era morto. E’ stato anche comunicato che un altro giovane è in condizioni disperate. L’Unhcr ha sollecitato da tempo il Governo libico a chiudere il centro e a liberare i detenuti. Molti di questi hanno chiesto di essere trasferiti nel centro accoglienza dell’Unhcr di Tripoli che serve come base di transito per i profughi inseriti nei programmi di relocation. La struttura, però, è praticamente da sempre oltre il limite della capienza: “Non si possono accogliere altri ospiti – hanno riferito funzionari dell’Unhcr – se prima non si attiverà un canale di trasferimento verso il Niger o verso uno degli Stati occidentali che hanno aderito al progetto, liberando così un certo numero di posti”.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica, sito web Sally Hayden)

Spagna (Ceuta), 2 agosto 2019

Il cadavere di un migrante di origine maghrebina è affiorato a Ceuta, nelle prime ore del mattino, poche decine di metri al largo di playa de la Potabilizadora, a non grande distanza dalla linea di confine con il Marocco. Avvistato da alcuni privati che si trovavano nella zona, il cadavere è stato recuperato poco dopo da una unità del guppo subacqueo della Guardia Civil. A giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in acqua già da alcuni giorni. Non sono stati trovati elementi utili a identificare la vittima, ma la polizia ritiene che, come è già avvenuto in passato, si tratti di un giovane che ha cercato di entrare a nuoto dal Marocco nel territorio spagnolo. Conferma questa ipotesi il fatto che il giovane indossasse una muta da sub, così come altri migranti che hanno tentato la stessa via per arrivare a Ceuta dal Marocco in passato.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Libia-Italia (Mediterraneo centrale), 5 agosto 2019

Almeno due morti (ma forse sono più del doppio) in un gruppo di migranti partiti dalla Libia e arrivati a Lampedusa dopo due giorni di mare. La loro barca, un piccolo battello da pesca in legno, è entrato nel porto dell’isola autonomamente, intorno a mezzogiorno, senza essere intercettato neanche all’interno delle acque territoriali italiane. A bordo erano in 48, quasi tutti provenienti dalla Costa d’Avorio e dal Mali: tra loro 27 donne (di cui tre in stato di gravidanza avanzata) e 6 bambini. Erano tutti molto provati, con gravi sintomi di disidratazione e alcuni con problemi respiratori dovuti ai fumi di scarico del motore della barca. Alcuni hanno subito raccontato che allapartenza il gruppo era più numeroso: durante la navigazione il battello ha avuto un incidente e più di qualcuna delle persone a bordo è caduta in mare, senza riuscire più a risalire, sparendo sott’acqua. Secondo le testimonianze rese, si tratta di un bambino di appena cinque mesi e di un trentenne, ma non è escluso che ci siano altre vittime. La polizia ha aperto un’inchiesta per appurare la natura dell’incidente e il numero esatto dei morti.

(Fonti: sito web Mediterranean Hope, Agenzia Ansa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale di Sicilia, La Sicilia)

Turchia (frontiera con la Siria), 11 agosto 2019

Un profugo siriano è stato ucciso mentre cercava di superare la linea di frontiera per entrare in Turchia. Si chiamava Hisham Mustafa. La notizia è stata pubblicata dal National Herald l’undici agosto, ma l’episodio risale ad alcuni giorni prima. Non si hanno molti particolari. Hisham Mustafa era arrivato in Turchia da mesi, insieme alla moglie e al figlio piccolo, ottenendo lo status di rifugiato. Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio (in ogni caso circa 25 giorni prima della sua uccisione), nonostante avesse un “permesso di protezione temporaneo”, è stato espulso, forse perché sorpreso in una provincia non prevista dalla documentazione in suo possesso. Fin da quando è rientrato in Siria il suo pensiero fisso è stato quello di tornare in Turchia con qualsiasi mezzo per ricongiungersi con la famiglia. Ha provato ad attraversare di nascosto il confine ma, a quanto pare, è stato sorpreso da una pattuglia della polizia di frontiera che, non essendosi fermato all’alt, ha sparato, uccidendolo. Secondo la Ong Aegean Boat Report sono numerosissimi i profughi siriani che temono di essere rimpatriati contro la loro volontà. I più a rischio sarebbero quelli che si trovano a Istanbul, dopo che le autorità municipali hanno ordinato di lasciare entro breve tempo la città a tutti i rifugiati registrati in altre province.

(Fonte: The National Herald)

Malta (zona Sar maltese), 12-16 agosto 2019

Trovati un giovane migrante senza vita e uno in condizioni critiche su un piccolo canotto pneumatico al largo di Malta. Quattro giorni dopo, grazie al racconto dell’unico superstite, Mohamed Adam Oga, un profugo etiope di etnia oromo, si scoprirà che le vittime sono in realtà 14: due ghanesi (tra cui una donna in stato di gravidanza), due etiopi e 10 somali, incluso il ragazzo, di nome Ismail, il cui corpo era sul fondo del gommone.

Il soccorso. La segnalazione di un battello alla deriva, nelle acque della zona Sar maltese, è arrivata alla Guardia Costiera nella serata di lunedì 12. Una motovedetta ha pattugliato la zona fino a che, durante la notte, il natante è stato avvistato qualche decina di miglia a sud dell’isola. Nessun segno di vita a bordo: solo due corpi distesi, quello senza vita e adagiato sopra, immobile, quello di un altro giovane che respirava appena. Nient’altro: nessuna riserva d’acqua, di cibo o di carburante. L’ipotesi più accreditata è stata subito che il canotto fosse partito dalla Libia qualche giorno prima del ritrovamento, perdendo forse la rotta e rimanendo poi alla deriva. Nonostante si tratti di uno scafo piuttosto piccolo, si è anche subito pensato che ci fossero altre persone a bordo, poi scomparse in mare durante la traversata.

Il racconto di Mohamed Adam Oga. Mohamed Adam Oga, il giovane ancora in vita, privo di conoscenza, è stato subito trasferito in elicottero all’ospedale Mater Dei di La Valletta. Non appena è stato in grado di parlare, la mattina del giorno 16, ha raccontato la tragedia di cui è stato protagonista a un cronista del Times of Malta. Fuggito dall’Etiopia, dove ha combattuto nelle fila del movimento di liberazione oromo, Mohamed è arrivato in  Libia attraverso l’Eritrea e il Sudan. In Libia ha conosciuto Ismail, il somalo morto al suo fianco. Insieme hanno contattato un trafficante libico che, in cambio di 700 dollari a testa, la sera del primo agosto li ha imbarcati sul piccolo canotto pneumatico insieme a 13 compagni. La partenza è avvenuta da Zawiya, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli: lo stesso trafficante, dando loro un apparecchio Gps, li ha consigliati di puntare verso Malta. Poche ore dopo, però, hanno perso l’orientamento. Da quel momento hanno vagato per oltre 11 giorni nel Mediterraneo: prima è finita la benzina, poi la scorta di cibo, infine l’acqua. E i profughi a bordo hanno cominciato a morire di sete e di stenti. “Prima due, poi via via gli altri, qualcuno ogni giorno – ha raccontato Mohamed – Abbiamo dovuto gettare in mare i corpi. Non avremmo voluto, ma si stavano decomponendo a causa del grande caldo e non avevamo scelta. Alla fine siamo rimasti solo Ismail ed io. Poi si è arreso anche lui. Anzi, in un gesto di disperazione ha gettato in mare persino il cellulare, dicendo che ormai non avevamo scampo. E’ morto poco prima che che ci trovassero. Non ricordo nulla del salvataggio, dell’elicotero, di come ci hanno recuperato: ero svenuto. Ricordo solo che non volevo morire. E che, in quei lunghi undici giorni in mezzo al mare, sono passati non lontano dal nostro canotto navi ed elicotteri. Abbiamo urlato, cercato di fare segnali per chiedere aiuto, ma nessuno si è fermato”.

(Fonti: Malta Today, Times of Malta, edizioni del 12, 13 e 16 agosto, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Libia (Khums-Zawiya), 17 agosto 2019

Un giovane migrante subsahariano è morto mentre tentava di raggiungere l’Europa dalla Libia: il suo corpo senza vita è stato trovato su uno dei quattro battelli bloccati dalla Guardia Costiera sabato 17 agosto al largo dell’arco di costa che va da Khums, oltre 100 chilometri a est di Tripoli, fino a Zawiya, 50 chilomeyri a ovest. La notizia è stata riferita dal portavoce della stessa Guardia Costiera, senza specificare tuttavia né le circostanze della morte, né la provenienza della vittima. A bordo delle quattro barche c’erano complessivamente 278 persone, in maggioranza provenienti da paesi subsahariani ma anche dall’Egitto e da altri Stati arabi. Sono state sbarcate presso la base navale di Tripoli oppure nei porti di Khums e Zawiya.

(Fonte: Libya Observer) 

Libia (Tripoli), 17-18 agosto 2019

Almeno 100 morti nel naufragio di un barcone al largo di Tripoli nella notte tra sabato 17 e domenica 18 agosto. Tre soltanto i sopravvissuti, salvati dal pescatore che la mattina del 18 ha segnalato la tragedia alla centrale operativa di Alarm Phone. Sia la Guardia Costiera libica che l’uffico libico dellOim, informati dalla Ong di soccorso, hanno dichiarato di non aver avuto notizia della tragedia. Né la Marina libica, dopo la segnalazione di Alam Phone, ha organizzato delle operazioni di ricerca, ignorando di fatto l’allarme. Contattato di nuovo dalla Ong domenica pomeriggio, tuttavia, il pescatore libico ha confermato il naufragio;  ha specificato di aver sbarcato i tre supersiti (due donne e un uomo) a Tripoli, consegnandoli alle cure della Mezzaluna Rossa, che li ha trasferiti in ambulanza in un ospedale. Sono stati loro a dichiarare al pescatore che a bordo c’erano oltre cento persone. E lo stesso pescatore ha aggiunto di aver visto flottare in mare decine di cadaveri oltre a numerosi relitti in legno della barca. Oltre ad Alarm Phone, anche Medici Senza Frontiere dà credito alla sua testimonianza: “Abbiamo tutte le ragioni per pensare al peggio, che cioè si sono perdute oltre 100 vite umane, anche se nessuno ormai lo potrà stabilire con certezza”, ha dichiarato l’ufficio libico in un messaggio twitter, aggiungendo che casi del genere, con naufragi di cui non si sa nulla, sono piuttosto comuni. “In un recente articolo pubblicato dal magazine tedesco Der Spiegel – conferma Charlotte Hauwedell, di Info Migrants – il comandante della Guardia Costiera libica Mustafa Abuzeid stima che circa la metà delle barche che salpano dalla Libia affondano senza che se ne sappia nulla e senza superstiti, precisando che per i battelli che non vengono intercettati in tempo non c’è scampo”.

(Fonti: Sito web Alarm Phone, Info Migrants, The Address Libya) 

Gibilterra (acque dello Stretto), 21-22 agosto 2019

Quattro morti nel naufragio di un gommone con a bordo 19 migranti maghrebini. Il battello era partito dalle coste di Tangeri, puntando verso l’Andalusia. Poco al largo di Gibilterra è affondato. Quasi tutti i naufraghi sono riusciti a raggiungere a nuoto la costa di Gibilterra. L’allarme è scattato quando, una volta a riva, i naufraghi si sono resi conto che mancavano quattro dei loro compagni. Avverita la polizia, sono state organizzate ricerche in mare, condotte in tandem da una unità della Marina britannica e dalla salvamar Atria spagnola. L’intero braccio di mare è stato battuto per tre giorni, senza esito. Una settimana più tardi, il 28 agosto, intorno a mezzogiorno, su segnalazione di una imbarcazione privata, la polizia di Gibilterra ha recuperato il cadavere di un giovane maghrebino che flottava nella corrente dello Stretto: l’ipotesi più accreditata è che si tratti di una delle quattro vittime del naufragio.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 22, del 27 e del 28 agosto)

Grecia (Loutra, Alexandroupolis), 26 agosto 2019

Sei profughi pakistani sono rimasti uccisi in un incidente stradale mentre tentavano di attraversare la Grecia settentrionale diretti verso l’Europa settentrionale attraverso la “rotta balcanica”. Erano tutti su una grossa jeep, con dieci compagni e due “passatori”,  che li avevano presi a bordo poco dopo la linea di confine con la Turchia sull’Evros. L’incidente è avvenuto nelle prime ore del mattino nei pressi di Loutra, una piccola città del distretto di Alexandroupolis: l’automezzo, lanciato a forte velocità sulla superstrada che conduce verso ovest, è finito fuori della carreggiata, rovesciandosi sul fondo di un canale di irrigazione. Quando sono arrivati i primi soccorsi, sei degli occupanti erano già morti. Feriti tutti gli altri dieci, di cui uno in condizioni critiche. I due trafficanti (un bulgaro e un algerino) hanno cercato di fuggire a piedi subito dopo l’incidente, ma sono stati rintracciati e fermati dalla polizia.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini, edizioni del 26 e del 27 agosto)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 27 agosto 2019

La comunità algerina ospite del centro emigrazione di Ceuta ha denunciato la scomparsa di un compagno che ha tentato di attraversare lo stretto di Gibilterra per raggiungere l’Andalusia. “E’ partito dalla spiaggia di Calamocarro – hanno riferito – la notte del 21 agosto. La stessa notte in cui la Guardia Civil ha bloccato una barca con 15 migranti poco prima che salpasse. Lui voleva provare a nuoto: era un ottimo nuotatore, si era allenato a lungo, attrezzato con una tuta di neoprene per difendersi dal freddo. Aveva pensato a tutto: persino a proteggere i documenti e il denaro dentro una bottiglia di plastica assicurata a un piccolo cavo. Era sicuro di farcela. Aveva anche il numero di telefono di un algerino a cui rivolgersi una volta arrivato in Spagna…”. L’accordo era che si sarebbe fatto vivo entro quattro giorni, come fanno in genere tutti i profughi che tentano di raggiungere l’Andalusia dal Marocco. Trascorso questo termine, i compagni hanno atteso ancora 48 ore prima di dare l’allarme. Non risulta che il giovane sia arrivato da qualche parte in Spagna. Non ha mai contattato la persona da cui pensava di farsi aiutare. “Lo abbiamo visto per l’ultima volta verso le 22 del giorno 21, quando ci ha detto che avrebbe tentato la traversata dello Stretto a nuoto, partendo da Calamocarro. Se tutto fosse andato bene ci avrebbe chiamato”.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizione del 27 agosto) 

Libia (Khums), 27 agosto 2019

Almeno 40 morti nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo di Khums, oltre cento chilometri a est di Tripoli, in Libia. L’emergenza è scattata verso le 3,30 del mattino, quando la centrale operativa di Alarm Phone ha ricevuto una richiesta disperata di aiuto via telefono. “Dicevano di essere partiti in più di cento da Khums circa tre ore prima – ha riferito l’operatore della Ong – Erano in preda al panico: piangevano e urlavano, specificando che il battello stava affondando rapidamente e alcuni di loro, caduti in mare, erano già morti. Abbiamo cercato di ottenere la loro posizione Gps, ma non sono riusciti a fornirci alcun dato. Intuendo che la barca doveva essere ancora vicina alla costa libica, abbiamo informato subito sia le autorità di Tripoli che la centrale Mrcc di Roma. Da quel momento non siamo più stati in grado di stabilire un contatto e parlare con quella gente. Tre ore dopo, alle 6 del mattino, ci ha chiamato un parente di alcune persone che erano a bordo, dicendo che temeva il peggio. Pensiamo che nessuno si sia mobilitato tempestivamnete per cercare quei naufaghi e organizzare i soccorsi”. Il naufragio è stato confermato nelle ore successive sia dall’Oim che dalla Guardia Cosiera libica, che ha specificato di aver tratto in salvo 65 naufraghi e recuperato 5 corpi senza vita. Stando alle dichiarazioni dei superstiti, ci sono dunque almeno 35 dispersi, per un totale di un minimo di 40 vittime. Di non meno d 40 vittime parla anche il rapporto diramato successivamente dall’Unhcr a Ginevra.

(Fonti: sito web Alarm Phone, rapporto Unhcr, Repubblica, The Guardian, Libya Observer, Avvenire, Japan Times, Trt World, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Al Jazeera).

Libia (al largo di Misurata), 28 agosto 2019

Almeno 6 compagni dei 92 naufraghi salvati dalla nave Mare Jonio sono morti poco prima che arrivassero i soccorsi, circa 70 miglia a nord di Misurata, in acque internazionali ma in piena zona Sar libica. Lo hanno riferito i superstiti pochi minuti dopo che l’intervento della Ong Mediterranea si era concluso, intorno alle 8,30 del mattino. L’operazione di salvataggio è stata effettuata in extremis: una delle camere stagne laterali aveva ceduto e il gommone, con un lato quasi completamente sgonfio e lo scafo già invaso dall’acqua, stava affondando rapidamente. Ancora pochi minuti e probabilmente sarebbero annegati tutti, a cominciare dai 22 bambini di meno di 10 anni che erano a bordo. Le drammatiche fasi finali della tragedia sono state raccontate da alcuni superstiti. “Siete arrivati appena in tempo – hanno riferito all’equipaggio della Mare Jonio – Il nostro canotto stava per collassare. Ha cominciato a sgonfiarsi durante la notte. Poi un’onda lo ha piegato e molti di noi sono caduti in acqua. Sei non sapevano nuotare e sono morti: il mare li ha portati via prima che potessimo fare qualcosa per aiutarli”.

(Fonte: sito web Mediterranea, Avvenire, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Ansa)

Marocco-Spagna (Canarie), 29 agosto 2019

Venticinque vittime (1 morto e 24 dispersi) nel naufragio di un battello carico di migranti in rotta dalle coste del Marocco all’arcipelago delle Canarie. Soltanto 9 i superstiti. Sono molto scarse le  notizie sulle circostanze della tragedia. La prima segnalazione è arrivata da Alarm Phone. Sta di fatto che quando i soccorritori sono arrivati sul posto hanno potuto recuperare appena nove naufraghi, oltre a un corpo ormai senza vita. I superstiti hanno chiarito che a bordo erano in 34, sicché si contano 24 dispersi. Nei giorni successivi il naufragio è stato confermato sia dalle autorità marocchine (intervenute per le operaqzioni di salvataggio) sia da quelle spagnole. I nove naufragi sono stati sbarcati  in Marocco.

(Fonte: sito web Alarm Phone)   

Spagna (Ceuta), 1 settembre 2019

Un giovanissimo migrante marocchino è morto presso l’ospedale universitario poco dopo essere stato trovato esanime nella zona del porto. Si chiamava Mohamed M. ed aveva appena 16 anni. Indosso non gli sono stati trovati documenti ma è stato possibile identificarlo grazie a varie testimonianze, anche perché era stato ospite del locale centro di accoglienza per minori in più occasioni. Non sembra che il corpo presentasse segni di violenza. Il referto parla di collasso cardiorespiratorio ma è stata comunque disposta un’autopsia. A Ceuta era arrivato da qualche mese, con l’intenzione di imbarcarsi per la Penisola Iberica. Proprio per questo, abbandonato ripetutamente il centro accoglienza, trascorreva in pratica l’intera giorata nella zona del porto, con altri ragazzi della sua età, nella speranza di riuscire a imbarcarsi clandestinamente su uno dei ferry per l’Andalusia o comunque di trovare il modo di attraversare lo Stretto di Gibilterra. E sulla strada che conduce ai moli del porto, appunto, è stato trovato nelle primissime ore di domenica mattina, steso a terra, vicino a un deposito e a un distributore di carburanti. Si ipotizza che dovesse incontrarse qualcuno, sempre con l’obiettivo di raggiungere l’Andalusia.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Spagna (Almeria), 3 settembre 2019

Quindici migranti algerini dispersi: erano su una barca rimasta alla deriva per cinque giorni prima di essere individuata e soccorsa al largo di Almeria. Due soli i supersiti. A  dare l’allarme è stata una nave mercantile, la Reunion Bay, che intorno alle 11,45 del 3 settembre ha segnalato alla centrale operativa del Salvamento Maritimo spagnolo di aver avvistato un battello semi-affondato e, nei pressi, un uomo in mare, senza giubbotto di salvataggio. Poco dopo l’Helimer 2015, partito da Almeria, ha trovato il relitto e recuperato i due naufraghi: quello visto in mare dalla Reunion Bay e l’altro, aggrappato a quello che restava della barca. Sono stati loro a ricostruire la tragedia. Erano partiti giovedì 29 agosto dalla costa occidentale dell’Algeria, puntando verso la Spagna. Sulla barca, una piccola unità in legno, erano in 17. Contavano di raggiungere la penisola iberica al massimo entro 24 ore, ma hanno perso la rotta e, a quanto pare, avrebbero esaurito sia il carburante che le scorte d’acqua, rimanendo in balia delle correnti. Poi lo scafo ha cominciaro anche a imbarcare acqua e ad affondare. Dopo il recupero dei naufraghi effettuato dall’elicottero, una motovedetta francese della flotta di Frontex ha perlustrato a lungo la zona, ma dei dispersi non si è trovata traccia. D’altra parte i due superstiti hanno specificato che i 15 compagni sono via via scomparsi nei primi giorni del viaggio, presumibilmente a notevole distanza dal punto in cui il relitto è stato avvistato. La polizia di Almeria ha aperto un’inchiesta.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Turchia (tra Agri e Van), 6 settembre 2019

Due profughi sono morti su un pulmino finito fuori strada nella Turchia orientale. Sul minibus erano stati stipati, da una organizzazione di “passatori”, 32 giovani, in maggioranza afghani. Veniva da Agri, una città situata a breve distanza dalla linea di confine con l’Iran, nella zona armena dell’Anatolia. L’incidente è avvenuto nelle primissime ore del mattino lungo la superstrada per Van, verso sud ovest. L’autista ha perso il controllo della guida e il mezzo è volato fuori strada a forte velocità, rovesciandosi in una scarpata e finendo poi in fondo a un canalone. Tutti i 32 profughi a bordo sono rimasti feriti. I due più gravi sono morti poco dopo essere stati ricoverati all’ospedale di Van.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Grecia (Samo), 6 settembre 2019

Una anziana migrante è morta poco prima di arrivare a Samo su un piccolo battello salpato dalla Turchia. A bordo erano in 14, tutti di nazionalità afghana. Partiti poco dopo l’alba, hanno raggiunto la costa di Samo all’altezza del villaggio di Kojkkari, nel nord est dell’isola. Avvistata dalla Guardia Costiera, la barca è stata scortata fino a riva. La salma della donna è stata scoperta dagli agenti al momento dello sbarco: gli altri migranti hanno raccontato che aveva perso conoscenza ed era morta poco prima, per un malore improvviso, durante la navigazione.

(Fonte: Ekathimerini)

Italia (Bardonecchia), 7 settembre 2019

Il corpo di un uomo di colore, presumibilmente subsahariano, è emerso in serata nelle acque della Dora, all’altezza di Bardonecchia, in alta Val Susa. Lo ha avvistato un passante, poco lontano dal commissariato di polizia, nel centro del paese. A giudicare dall’avanzato stato di decomposizione, doveva essere in acqua da mesi. Si tratta certamente dei resti di un giovane migrante morto durante l’inverno nel tentativo di attraversare a piedi il confine con la Francia da uno dei passi di montagna della zona. Su quello che rimane degli abiti non sono stati trovati documenti né altri elementi che possano contribuire a stabilirne il nome e la provenienza e, per di più, l’identificazione è complicata anche dalle condizioni del cadavere. Hanno avviato indagini per poterlo almeno identificare, oltre alla polizia, anche i volontari di Raimbow Africa, da quasi due anni presenti sulle montagne piemontesi con la missione Freedom Mountain per prestare assistenza ai migranti che dall’Italia cercano di arrivare in Francia.

(Fonte: Repubblica)

Marocco (Nador), 7-8 settembre 2019

Un giovane guineano è morto dopo essere stato colpito violentemente alla testa durante lo sgombero di un campo improvvisato di migranti allestito nel bosco di Nador, sulla costa settentrionale del Marocco. Si chiamava Ansou Keita ed aveva poco più di vent’anni. Il ragazzo si trovava da mesi nel campo, insieme a centinaia di altri migranti, in attesa di riuscire a trovare un imbarco per raggiungere l’Andalusia, al di là dello Stretto di Gibilterra. La sera di sabato 7 agosto la gendarmeria, rafforzata da un grosso reparto di polizia ausiliaria, ha condotto una retata, per smantellare il campo. L’operazione, scattata in piena notte, tra sabato e domenica, in alcune fasi è sfociata in scontri e pestaggi. E’ stato appunto in queste circostanze che Ansou Keita ha subito i colpi che lo hanno ucciso, non è chiaro se da parte di un agente della gendarmeria o della polizia ausiliaria. Le testimonianze di alcuni compagni, raccolte da volontari della Ong Adesguim Maroc (Associazione per i Diritti Umani) di Nador, riferiscono un particolare molto grave: il ragazzo sarebbe stato pestato per essersi rifiutato di consegnare il cellulare e tutto il denaro che aveva. Da qui la richiesta alle autorità marocchine di aprire una inchiesta, oltre che su come è stata condotta in generale l’operazione, soprattutto su questo episodio. “La prima preoccupazione delle autorità di Nador, dopo la morte del ragazzo, è stata quella di bloccare tutti i migranti che erano con lui e che hanno assistito all’attacco notturno della polizia”, ha commentato nel sito web della Ong il presidente Kosta Sampou, aggiungendo che al termine della retata sono stati arrestati circa 200 migranti, tra cui numerose donne con i figli piccoli.

(Fonte: El Faro de Ceuta, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras)   

Marocco (Nador), 10 settembre 2019

Quattro giovani profughi, originari della regione del Rif, risultano scomparsi in mare mentre tentavano di raggiungere l’Andalusia dalla costa del Marocco. L’allarme è stato diramato dalle famiglie, che ne hanno comunicato anche i nomi: Abdelouahab Allali, 24 anni; Nouredine Allali, 31 anni; Salih Zahaf, 30 anni; Morad Zahamari, 27 anni. Secondo quanto hanno riferito le madri e alcuni fratelli, l’ultimo contatto con i quattro c’è stato nelle prime ore del mattino di giovedì 5 settembre, quando hanno comunicato che stavano partendo su moto d’acqua dalla zona di Nador. L’impegno era che avrebbero richiamato le famiglie appena sbarcati in Spagna. Da quel momento, invece, se ne sono perse le tracce. Il silenzio si è protratto per giorni fino a quando Khadra Tahrioui, la madre di Salih Zahaf, si è rivolta alla redazione del Faro de Ceuta per segnalare la scomparsa dei ragazzi, convincendo anche i genitori e i familiari degli altri a dare l’allarme e a chiedere aiuto. In seguito alla segnalazione, corredata dalle foto dei dispersi, sia la Guardia Civil spagnola che la Marina Marocchina hanno organizzato una operazione di ricerca nelle acque dello Stretto di Gibilterra che però, a sei giorni di distanza dalla partenza, non ha dato alcun esito. Un appello a non abbandonare le ricerche è stato lanciato anche al ministero degli Esteri, con il sostegno di alcune associazioni marocchine per i diritti umani.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 10 e 11 settembre)

Grecia (Komotini, Macedonia), 12 settembre 2019

Un giovane profugo pakistano è rimasto ucciso in un incidente stradale sull’autostrada Egnazia, che dal confine con la Turchia conduce verso ovest. Il giovane viaggiava, insieme a un gruppo di altri profughi (pakistani come lui e bengalesi) su un minivan Seat Ibiza che, proveniente dalla frontiera, viaggiava a forte velocità in direzione di Salonicco. Uno dei tanti “trasporti” organizzati dai trafficanti dalla linea di confine dell’Evros verso ovest. L’incidente è avvenuto nei pressi di Komotini, una piccola città situata tra Alexandroupoli e Salonicco: il minibus è finito contro un veicolo fermo al margine della strada e si è rovesciato. Parte dei profughi a bordo sono stati scaraventati fuori dalla violenza dell’urto, altri sono rimasti incastrati nell’abitacolo. Nove quelli feriti gravemente. Otto sono stati portati al Sismanoglio Hospital di Komotini, l’altro, il più grave, a quello di Alexandroupoli, ma è morto poco dopo il ricovero.

(Fonte: Ekathimerini News)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 12 settembre 2019

Un giovane migrante marocchino è morto in un incidente capitato alla barca con cui stava cercando di raggiungere l’Andalusia durante l’inseguimento da parte di una motovedetta della Guardia Civil spagnola che l’aveva intercettata. La notizia , riferita dalla stampa marocchina, è stata ripresa e rilanciata dal sito web Frontera Sur. Non ci sono molti particolari sulla vicenda. Il quotidiano online Nadorcity specifica che il ragazzo veniva da Nador (sua città natale) e che la famiglia ha saputo della sua fine nella giornata di venerdì 13, presumibilmente da alcuni dei compagni. Già da venerdì, secondo il giornale, i familiari della vittima hanno avviato le pratiche per riportare il corpo del ragazzo a Nador per la sepoltura.

(Fonti: Nadorcity, Frontera Sur)

Italia (Marettimo), 13 settembre 2019

Quattro migranti tunisini dispersi al largo di Marettimo, nelle Egadi. Erano con tre compagni su una piccola barca in legno salpata dalla Tunisia il giorno 11. Durante la navigazione, la notte tra l’undici e il dodici settembre, il motore è andato in avaria e il natante è rimasto in balia del mare, a 15 miglia da Marettimo. Dopo alcune ore di attesa, cinque dei sette hanno deciso di cercare di raggiungere l’isola a nuoto, aggrappati ad alcuni bidoni di plastica vuoti. E’ trascorsa l’intera giornata del 12 senza che nessuno si accorgesse né della barca in difficoltà, né dei cinque che avevano tentato la sorte, probabilmnete senza rendersi conto della distanza della costa. Solo la mattina di venerdì 13 il natante è stato avvistato. Una motovedetta della Capitaneria di Trapani ha recuperato i due che erano ancora a bordo e, avviate le ricerche degli altri cinque, ne ha trovato uno a 12 miglia dall’isola. Nessuna traccia dei quattro compagni.

(Fonte: Agenzia Ansa, Il Giornale di Sicilia, Repubblica)

Algeria (Orano), 16 settembre 2019

Tre morti e 5 dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti salpata da una spiaggia di Orano. A bordo erano in 16, tutti “harraga” algerini decisi a raggiungere la costa spagnola di Murcia per poi proseguire presumibilmente verso la Francia. Non hanno fatto molta strada: il battello è andato a fondo poco dopo la partenza, ancora in vista della costa di Orano. I soccorritori hanno trovato in vita e tratto in salvo otto dei sedici naufraghi. Le ricerche successive, condotte dalla Marina algerina, hanno portato al recupero di tre salme. Nessuna traccia degli altri 5 migranti a bordo, che risultano dunque dispersi.

(Fonte: Rapporto Alarm Phone, mesi di settembre e ottobre)

Marocco (Nador), 16-17 settembre 2019

Il corpo senza vita di un migrante subsahariano è stato trascinato dalla corrente sulla costa di Nador durante la notte del 16 settembre ed è affiorato la mattina del 17 sulla battigia della spiaggia di Azzanan, nei pressi di Boufar. Sul posto sono intervenute una pattuglia della Gendarmeria Reale e una squadra della Mezzaluna Rossa, che ha trasferito la salma nell’obitorio dell’ospedale di Nador per gli accertamenti. Non risulta che siano stati trovati documenti o altri elemnmeti  utili all’identificazione: si sa solo che si tratta di un uomo giovane e che presumibilmente il suo cadavere è rimasto in acqua più giorni. Ignota la provenienza. La Gendarmeria ha aperto un’inchiesta, partendo da eventuali notizie sulle barche di migranti salpate negli ultimi tempi dal litorale intorno a Nador, che è da anni uno dei principali punti d’imbarco del Marocco settentrionale per le “fughe” verso l’Andalusia.

(Fonte: Frontera Sur, Nadorcity com)

Tunisia (al largo di Sfax), 17 settembre 2019

Sedici vittime (8 cadaveri recuperati e 8 persone disperse) nel naufragio di una piccola barca carica di migranti avvenuto al largo di Sfax, in Tunisia. A bordo erano in 25, tutti harragas, come vengono definiti i giovani tunisini decisi a lasciare il paese ad ogni costo: soltanto 9 si sono salvati. Il battello, un piccolo scafo in legno da pesca, era partito dalla costa nord orientale, puntando verso Lampedusa o la Sicilia. Non ha fatto molta strada: era ancora nelle acque territoriali tunisine, a circa 10 miglia dalla riva, all’altezza di El Aoubaed, quando ha cominciato a imbarcare acqua ed è affondato rapidamente. I primi soccorsi sono arrivati da alcuni pescatori, che hanno tratto in salvo 9 naufraghi e recuperato due cadaveri, anticipando l’intervento della Guardia Costiera. I superstiti hanno subito segnalato che erano partiti in 25 e che dunque mancavano 14 compagni. Le ricerche successive, condotte dalla Marina militare, hanno portato al ritrovamento di altri sei corpi senza vita.  Nessuna traccia degli altri 8 naufraghi.

(Fonte: Mediterraneo Cronaca, Associated Press, Reuters, Agenzia Ansa, sito web di Alarm Phone, Tg 1 Rai delle ore 13,30, Tg 3 Rai delle ore 14,15)

Algeria (Boumerdes), 17-18 settembre 2019

Tredici vittime (7 morti e 6 dispersi) in un naufragio al largo delle coste algerine. Soltanto 5 i supersiti. La barca, un piccolo battello in legno, era partita dal litorale di Boumerdes la sera del 17 settembre, puntando presumibilmente verso la Sardegna. La tragedia si è compiuta poche ore dopo, durante la notte, all’altezza di Cap Djanet, circa 60 chilometri a est di Algeri. I primi a dare l’allarme e a giungere sul posto sono stati gli equipaggi di alcuni pescherecci, che hanno individuato e tratto in salvo 5 giovani, trasferendoli poi all’ospedale di Dellys, la città portuale più vicina. Prima ancora dell’alba sono iniziate le ricerche degli altri naufraghi: 13, secondo quanto riferito dai compagni sopravvissuti. Nella tarda mattinata e verso mezzogiorno unità della Protezione Civile hanno recuperato sei salme. Nessuna traccia degli ultimi sette. “E’ l’ennesima tragedia del mare – hanno scritto i giornali algerini – di cui sono rimasti vittime gli harraga…”. Le salme sono state composte all’obitorio dell’ospedale di Dellys. Nei giorni successivi il mare ha restituito il corpo di uno dei dispersi. Cinque delle 13 vittime venivano dallo stesso villaggio, Ighomrassen, nel comune di Issers.

(Fonte: El Watan edizioni del 18 e del 22 settembre, 1001 Infoss, Caminando Fronteras Ong)

Tunisia (isola di Djerba), 18 settembre 2019

Quattro migranti dispersi nel naufragio di una barca affondata al largo dell’isola di Djerba, nell’Est della Tunisia. Il natante, un piccolo scafo in legno, puntava verso le coste siciliane. A bordo erano in dieci, tutti giovani tunisini. Dopo poche ore di navigazione, quando era ancora nelle acque territoriali, pare abbia avuto un’avaria che ne ha provocato l’affondamento. L’allarme è stato lanciato da alcuni pescatori. L’intervento di alcune unità della Marina militare – secondo quanto ha riferito il portavoce della Guardia Nazionale, Houssemedine Jebabli – ha portato al salvataggio di sei neufaghi. Nessuna traccia degli altri quattro, nonostante le ricerche si siano protratte fin oltre il tramonto.

(Fonte: Teller Report, sito web Alarm Phone, Breaking News, France Presse, Yahoo Finance)

Algeria (Orano), 18 settembre 2019

Tre migranti sono morti e 5 risultano dispersi in un naufragio di fronte alla spiaggia di Cap Falcon, poco più di 20 chilometri a ovest di Orano. Quel tratto di costa è uno dei principali punti di imbarco dall’Algeria verso la Spagna. E appunto verso la Spagna puntava presumibilmente il battello naufragato, un barchino in legno. A bordo erano in sedici. Non ci sono molti particolari sulle circostanze del naufragio. La stampa marocchina che ha riferito la notizia ha precisato solo che i soccorsi sono stati portati da unità della Protezione Civile algerina, arrivate in tempo a trarre in salvo 8 naufraghi. Poco dopo sono stati recuperati i corpi senza vita di altri tre, almeno uno dei quali è stato identificato come un giovane marocchino. Nessuna traccia degli altri cinque, di cui non si conosce neanche l’identità.

(Fonte: Nadorcity.com)  

Macedonia (Gradsko), 19 settembre 2019

Un profugo pakistano è stato travolto e ucciso da un treno nei pressi di Gradsko, nella zona centrale della Macedonia. Ne ha dato notizia la polizia macedone, che ha fornito anche le iniziali del nome della vittima, A.I. Come fanno molti migranti “irregolari” diretti verso l’Europa Centrale per non perdere l’orientamento, l’uomo, entrato in Macedonia dal confine con la Grecia, stava camminando con un gruppetto di compagni lungo la ferrovia che conduce verso nord-ovest, evidentemete con l’intenzione di passare in Serbia. L’incidente è avvenuto quando era ormai buio. Forse a causa dell’oscurità e della stanchezza, A.I. deve essersi accorto solo all’ultimo istante dell’arrivo di un treno. Anche il macchinista probabilmente ha visto troppo tardi il gruppo di persone sulla massicciata. Sta di fatto che A.I. non è riuscito a scansarsi in tempo ed è stato travolto in piena velocità dal convoglio.

(Fonte: Associated Press)  

Libia (Tripoli), 19/20 settembre 2019

Un migrante è stato ucciso da agenti della Guardia Costiera libica durante un tentativo di fuga a Tripoli. L’uomo – 28 anni, originario del Sudan – era con altri 102 migranti su un gommone intercettato da una motovedetta tra il 19 e il 20 ottobre. Ricondotto di forza a riva e sbarcato nella base militare di Abusetta, alla periferia di Tripoli, l’intero gruppo è stato avviato verso un centro di detenzione. E’ a questo punto che la vittima e diversi suoi compagni hanno tentato di scappare, per sottrarsi a una nuova, lunga prigionia. La reazione degli agenti è stata immediata: hanno aperto il fuoco e colpito diversi giovani. Il ventottenne sudanese è stato ferito allo stomaco e poco dopo è morto, senza che una equipe medica dell’Oim, presente sul posto per assistere i naufraghi, potesse fare nulla per salvarlo, nonostante l’intervento immediato. Gli stessi medici hanno segnalato l’uccisione del giovane alla sede centrale dell’Oim, che ha rilanciato un appello alla comunità internazionale perché intervenga concretamente in favore dei migranti intrappolati in Libia. “La morte di questo giovane sudanese – si legge nel documento diffuso alla stampa dai vertici dell’Oim – è un severo monito sulle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia Costiersa libica: dopo aver pagato i trafficanti per essere portati in Europa, si ritrovano nei centri di detenzione”.

(Fonte: Agenzia Ansa, Associated Press, Rai News, Il Fatto Quotidiano, Repubblica)    

Turchia (Bodrum), 20 settembre 2019

Un bambino risulta disperso nel naufragio di una piccola barca carica di profughi al largo della Turchia. Il battello era partito dalla costa di Bodrum prima dell’alba, puntando verso l’isola greca di Kos, distante circa 7 miglia. A bordo erano in quindici. Non hanno fatto molta strada: verso le 7 del mattino, quando erano ancora nelle acque di competenza turca, la barca si è rovesciata, affondando rapidamente. Le operazioni di soccorso sono state condotte dalla Guardia Costiera partita dalla base di Bodrum. Le motovedette giunte sul posto hanno tratto in salvo 14 naufraghi. I supersiti hanno subito segnalato che mancava un bambino. Le ricerche si sono protratte per tutta la giornata e anche l’indomani, ma del bambino non si è trovata traccia. I naufraghi sono stati sbarcati a Bodrum.

(Fonte: Aegean Reporter, Alarm Phone)   

Turchia (provincia di Hatay), 23-24 settembre 2019

Sei profughi morti e oltre venti feriti in un incidente stradale avvenuto nel sud est della Turchia, nella provincia di Hatay, non lontano dal confine con la Siria. Le vittime e i loro compagni, intercettati nelle settimane scorse dopo essere entrati clandestinamente nel paese, si trovavano su un camion militare che li stava conducendo verso la frontiera per l’espulsione. Poco prima di arrivare al posto di polizia per completare le pratiche della deportazione, nel distretto di Reyhali, l’automezzo è uscito fuori strada, rovesciandosi in una scarpata. Quando sono arrivati i soccorsi, per sei dei profughi non c’era ormai più nulla da fare. Altri 25 sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Feriti anche due dei militari di scorta. Sulle cause dell’incidente è stata aperta un’inchiesta della magistratura.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News).

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 23-24 settembre 2019

Un migrante marocchino, Aziz Boutkabout, poco più che ventenne, è annegato dopo che la moto d’acqua con la quale stava cercamdo di raggiungere l’Andalusia dal Marocco è rimasta bloccata a causa di un’avaria nel mare di Alboran.  E’ accaduto il 24 settembre ma la notizia si è saputa solo fra il 30 settembre e il primo ottobre, quando la famiglia – avvertita da due amici di Aziz, che si sono salvati – ha lanciato un appello alle autorità spagnole di Ceuta e a quelle marocchine di Nador perché facciano tutto il possibile per recuperare almeno il corpo. Aziz e i suoi due compagni, tutti provenienti dalla regione del Rif, si sono imbarcati su una moto d’acqua la notte tra il 23 e il 24 settembre. Dopo diverse miglia di navigazione, la moto si è bloccata ed è rimasta alla deriva per ore. Aziz, disperando che qualcuno potesse soccorrerli, ha deciso di tentare il tutto per tutto, cercando di raggiungere la riva a nuoto. Da quel momento nessuno lo ha più visto. A salvare i due rimasti sulla moto d’acqua in avaria è stato un mercantile francese, che li ha avvistati casualmente ed ha fatto intervenire il Salvamento Maritimo spagnolo. Da Motril, dove sono stati sbarcati, i due ragazzi si sono messi in contato con la famiglia di Aziz, spiegando cosa era successo. La famiglia ha atteso ancora qualche giorno e poi ha lanciato l’appello, rivolgendosi alla redazione del Faro de Ceuta : “Non abbiamo più speranza che nostro figlio sia ancora vivo: chiediamo solo di cercarne il corpo per poterlo seppellire nella sua terra”.

(Fonte: El Faro de Ceuta)  

Grecia (Lesbo), 24 settembre 2019

Un bambino afghano di appena cinque anni è stato travolto e ucciso da un camion a Lesbo, ai margini del campo profughi di Moria, dove la sua famiglia è alloggiata, dopo essere arrivata dalla Turchia, in attesa di poter proseguire la fuga ed essere accolta in uno dei paesi dell’Europa centrale. Stando a quanto è emerso dall’inchiesta condotta dalla polizia dell’isola, il bimbo era entrato per gioco in uno scatolone di cartone, accanto alla strada, nei pressi dell’accesso a un parcheggio. Il conducente del camion, che doveva consegnare della merce a un magazzino, entrando nell’area di sosta è passato sopra lo scatolone, senza immaginare che all’interno c’era il bambino, che è rimasto schiacciato ed è morto all’istante. Il governatore regionale delle Isole Egee, Kostas Moutzouris, ha definito la morte atroce del piccolo una tragedia che conferma come la situazione del campo di transito di Moria sia insostenibile da anni e occorra provvedere al più presto a trasferirne gli ospiti in strutture adeguate nel continente, in attesa che le loro richieste di asilo siano esaminate o che abbiano la possibilità di continuare il viaggio intrapreso nel momento in cui sono stati costretti a fuggire dal proprio paese.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini, The National Herald, siti web Hibai Arbaid Aza ed Helena Maleno)

Libia (Tripoli), 24-25 settembre 2019  

Il corpo senza vita di un giovane, identificato successivamente come un migrante tunisino, è affiorato in mare nel centro urbano di Tripoli, non lontano dalla zona  portuale. Sembra da escludere, visto il luogo in cui è stato trovato, che provenga da un naufragio al largo della Libia. Non si sa nulla sulle circostanze della morte, avvenuta comunque non molte ore prima del ritrovamento: stando allo stato di conservazione, la salma doveva essere in acqua da non più di una giornata. Non è da escludere che il giovane sia stato ucciso o comunque sia morto a terra e che poi qualcuno abbia gettato il suo corpo in acqua per cercare di nasconderlo o comunque ritardarne la scoperta. E’ stata disposta un’inchiesta. Il cadavere, vestito di jeans e un giubbotto verde, è stato composto all’obitorio in previsione dell’eventuale autopsia.

(Fonte: Libya Observer)

Algeria (Damous), 25 settembre 2019

Un morto e un disperso nel naufragio di una piccola barca al largo di Damous, provincia di Tipaza, nel nord dell’Algeria. A bordo erano in otto. Salpati da un punto imprecisato della costa di Damous, hanno percorso circa 22 miglia quando il battello ha avuto un’avaria ed è affondato. La richiesta di aiuto è stata raccolta dalla Guardia Costiera, che ha inviato sul posto una proprio guardacoste e una unità della Marina militare. I soccorritori hanno tratto in salvo sei naufraghi e recuperato un cadavere che flottava a breve distanza dal relitto. Nessuna traccia dell’ultimo naufrago, che risulta disperso. Senza esito le ricerche anche del giorno successivo. Nella stessa giornata del 25 settembre unità della Guardia Costiera e della Gendarmeria hanno intercettato e bloccato altre due barche di migranti, la prima al largo di Orano, l’altra di Mostaganem: a bordo c’erano complessivamente 61 persone.

(Fonte: Tsa quotidiano online)

Turchia-Grecia (isola di Oinousses, Chios), 27 settembre 2019

Sette profughi morti in un naufragio avvenuto la mattina di venerdì 27 settembre al largo della piccola isola di Oinousses, nell’Egeo, non lontano da Chios. I corpi delle prime due vittime (un neonato di pochi mesi e un bimbo di quattro anni) sono stati recuperati in mare poco dopo la tragedia; quelli degli altri cinque (tra cui altri tre bambini) li ha individuati nelle ore successive una squadra di sub. Dodici i superstiti. Il piccolo gruppo era partito all’alba dalle coste della Turchia, su una barca in vetroresina con motore fuoribordo, puntando verso Chios. Nessuno almeno inizialmente si è accorto del naufragio. L’allarme è stato lanciato verso le undici dall’equipaggio di un ferry di linea, il Nissos Rhodos, che ha avvistato casualmente il relitto e si è subito mobilitato per i soccorsi, modificando la propria rotta. Alle ricerche si sono poi aggiunte unità della Marina greca e di Frontex. Le prime lance di salvataggio hanno tratto in salvo 12 naufraghi e recuperato i corpi dei due bambini. I superstiti hanno subito segnalato che mancavano dei compagni, trascinati lontano dalla corrente. Inizialmente si pensava 4 perché, a causa di uan comunicazione errata, risultava che a bordo fossero saliti in 18, ma si è poi appurato che i profughi che stavano cercando di arrivare in Grecia, tutti di nazionalità turca, erano in realtà 19.

(Fonte: Associated Press, Ana Mpa, Ekathimerini, Agenzia Ansa) 

Algeria (Tenes), 27 settembre 2019

Un giovane “harraga” è annegato nel naufragio di una piccola barca tra l’Algeria e la Spagna. Il battello, partito dalla zona di Tenes, provincia di Chlef, puntava verso il litorale della Murcia. A bordo, stando a quanto ha appurato la gendarmeria, erano saliti in sei, tutti migranti algerini decisi a raggiungere la Francia o la Germania come la vittima. Il naufragio – ha riferito la centrale operativa della Guardia Costiera di Cherchell, che ha coordinato i soccorsi – è avvenuto oltre 37 miglia a nord di Tenes. La motovedetta giunta sul posto ha trovato cinque naufraghi aggrappati al relitto. Inizialmente non è stata trovata traccia del loro compagno: il suo corpo senza vita è stato recuperato il giorno dopo, 28 settembre. Sempre il giorno 28 la Guardia Costiera e la Gendarmeria Nazionale hanno intercettato in mare tre barche (rispettivamente al largo di Orano, di Mostaganem e di Chlef) con in tutto 116 migranti

(Fonte: Tsa quotidiano online)

Spagna (Melilla), 28 settembre 2019

Un giovane atleta yemenita, Hilal Ali Mohammed, 24 anni, campione di arti marziali, è annegato al largo di Melilla mentre tentava di raggiungere la Spagna. Era partito insieme a un compagno su una piccola barca, contando di raggiungere le coste dell’Andalusia. I due amici si sono avventurati nonostante il mare in burrasca per una tempesta di levante. Avevano da poco superato l’antemurale del porto quando il battellino è naufragato. Mentre il suo compagno è riuscito a mettersi in salvo nuotando fino a riva, Hilal non ce l’ha fatta a raggiungere la costa. Hilal era molto noto nel mondo dello sport mediorientale: ha partecipato, tra l’altro, ai Giochi Asiatici del 2018 nella nazionale yemenita, vincendo la medaglia di bronzo e l’anno prima aveva gareggiato ai Giochi Islamici di Solidarietà. A riferire la notizia è stato il quotidiano online Nadorcity.com il giorno 28, ma l’annegamneto risale alla mattina del 16 e il corpo è stato ritrovato sul fondo, incastrato in una scogliera, solo il 19, dopo tre giorni di ricerche condotte da squadre di sub della Guardia Civil. Il corpo, trasferito inizialmente all’obitorio dell’ospedale di Melilla, è stato riportato nello Yemen per l’inumazione grazie a una sottoscrizione promossa dalla Solidarietà Islamica.

(Fonte: Nadorcity.com, El Watan, Melilla Hoy)

Algeria (Krichtel, Oramno), 28 settembre 2019

Un “harraga” di appena dieci anni è annegato al largo delle coste algerine. La barca su cui viagggiava era salpata dalla zona di Orano. A bordo erano in 21, incluso quel bambino. Il naufragio è avvvenuto a diverse miglia dalla costa, grossomodo di fronte a Krichtell, una città situata una ventina di chilometri a est di Orano. Non sono chiare le circostanze della tragedia, ma è presumibile che il battello si sia rovesciato a causa del mare mosso. La prima a giungere sul posto per i soccorsi è stata una motovedetta della Guardia Costiera di Orano. L’equipaggio ha tratto in salvo 20 naufraghi, ma per il piccolo era ormai troppo tardi: il suo corpo senza vita è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale pediatrico Canastel di Orano. Tra i superstiti ci sono diverse donne e altri sei bambini, di età compresa tra i due e gli undici anni, ricoverati tutti all’ospedale pediatrico in stato di semincoscienza per un forte stato di ipotermia.

(Fonte: Observalgerie)

Marocco (Mohamedia), 28 settembre 2019 

Diciotto migranti morti e oltre 30 dispersi (quasi certamente 35) nel naufragio di un grosso gommone, uno Zodiac d’altura, in Atlantico, al largo di Mohamedia, una città portuale situata circa 20 chilometri a nord di Casablanca, nella regione di Ain Harrouda. L’allarme è scattato solo quando sette cadaveri (sei uomini e una donna) sono stati trascinati dal mare su un vasto arco di spiaggia. Non distante si era arenato poco prima anche il relitto del gommone, nei pressi del quale, stesi sulla battigia, privi di conoscenza, c’erano gli unici tre superstiti, in gravi condizioni, tanto da dover essere immediatamente trasferiti all’ospedale di Mohamedia. Alcuni giorni dopo, fra il 30 settembre e il 3 ottobre, il mare ha restituito altre 8 salme. Il battello, come si è appurato alcuni giorni dopo, era partito verso le due del mattino dalla spiaggia di Zenata, a sud di Mohammedia, diretto verso le Canarie. A bordo, secondo il ministero dell’interno, erano una trentina di giovani, tutti marocchini, ma secondo le informazioni raccolte da alcune Ong che operano in Marocco erano in realtà almeno 60. L’Associazione Puente Solidarios di Tangeri, in particolare, dopo il ritrovamento dei primi 7 cadaveri, ha parlato di 46 dispersi, oltre alle 7 vittime e ai tre ricoverati. Le stesse Ong hanno appurato che quei giovani venivano dalla regione di Marrakerch: quasi tutti da due città, El Kelan des Sraghna e Ben Melarlle. Anche le dimensioni del gommone confermano che a bordo dovevano essere almeno una sessantina: lungo 7 metri, è impensabile che sia salpato con appena 30 persone. La tragedia si è consumata nella notte: forse il pilota ha perso la rotta o forse c’è stata la necessità di accostare, senza essere a conoscenza che quel tratto di mare è estremamente pericoloso per la presenza di scogliere e rocce sommerse. Una delle camere stagne dello Zodiac risulta lacerata e c’è da pensare, dunque, che sia finito contro uno scoglio, affondando rapidamente. “Nuotare in quella zona è difficile e molto rischioso anche per persone esperte, come i pescatori. Per quei ragazzi, una volta caduti in acqua, non c’è stato scampo”, hanno riferito alcuni abitanti del posto. La polizia sta cercando di individuare l’organizzazione che si è occupata della “spedizione”. Le Ong rilevano che la stretta vigilanza della gendarmeria sulle spiagge costringe i migranti a imbarcarsi da località sempre più lontane, aumentando i rischi di una traversata già di per sé molto difficile.

(Fonte: El Diario, siti web Caminando Fronteras ed Helena Maleno, Associated Press, Huffpost Maroc, Agenzia Ansa)

Grecia (Lesbo), 29 settembre 2019

Una donna e la sua bambina sono morte nel centro di transito per profughi di Moria, a Lesbo, nell’incendio di un container adibito ad alloggio per famiglie. Una quindicina i feriti, curati nella clinica pediatrica allestita fuori dal centro di accoglienza da una equipe internazionale di Medici Senza Frontiere. Non è chiaro se il fuoco sia divampato accidentalmente o si sia propagato da un rogo appiccato per protesta da altri ospiti del campo. Sta di fatto che le fiamme si sono estese rapidamente al container-alloggio anche perché il sovraffollamento e le pessime condizioni della struttuta hanno impedito interventi tempestivi per fronteggiare l’emergenza e per i soccorsi. “Nessuno può dire – è l’accusa di Msf – che questo è un incidente. E’ invece la diretta conseguenza di aver intrappolato 13 mila persone in uno spazio che ne può ospitare al massimo 3 mila” Dopo l’incendio è esplosa la protesta dei migranti alloggiati nel centro accoglienza, sfociata in duri scontri con la polizia, per chiedere di essere trasferiti al più presto nel continente e poter proseguire poi verso uno degli Stati Ue disposto ad accoglierli. Alcuni hanno appiccato nuovi incendi, fuori e dentro le strutture di Moria.

(Fonte: Repubblica, Ekathimerini)

Marocco (Tangeri), 1 ottobre 2019

Il cadavere di un giovane guineano è stato trovato nello scomparto del carrello di un aereo della Royal Air Maroc arrivato poco prima a Casablanca da Conakry. La scoperta è stata fatta durante le operazioni di controllo e manutenzione del velivolo da parte del personale di terra dell’aeroporto, che ha avvertito le guardie di frontiera e la gendarmeria. Secondo le indagini della polizia, deve trattarsi di un migrante che ha tentato di raggiungere il Marocco nascondendosi nell’alloggiamento delle ruote quando l’aereo era in fase di preparazione per il volo. “Non ha calcolato i rischi che dalla partenza all’atterraggio il volo dura circa tre ore: tre ore con temperature sotto lo zero e ossigeno molto scarso. Sono quasi certamente questi i fattori che hanno provocato la morte di questo ragazzo”, ha riferito uno degli inquirenti al quotidiano Nadorcity.com. Il corpo è stato messo a disposizione della magistratura per le indagini, prima di essere eventualmente rimpatriato in Guinea.

(Fonte: Nadorcity.com, Huffpos Maroc)

Spagna (Malaga), 2-3 ottobre 2019

Un giovane migrante maghrebino, trovato gravemente ferito su una delle spiagge di Malaga, è morto tra il 2 e il 3 ottobre in ospedale. A scoprire il corpo esanime del giovane, la mattina dell’undici settembre, è stata una pattuglia della polizia, accorsa sul posto dopo essere stata avvertita da alcuni abitanti di un violento litigio avvenuto durante la notte tra due persone sconosciute. Era nascosto in un avvallamento tra le dune di Playa Manilva, dove appariva evidente che era stato trascinato da qualcuno. Le successive indagini hanno appurato che, poche ore prima, nella zona era approdata una barca semirigida con a bordo un numero imprecisato di persone, sicuramnete migranti provenienti dal Marocco. Sembra certo che il ragazzo facesse parte del gruppo e che fosse già ferito e probabilmente privo diconoscenza al momento dello sbarco. Deve essere stato qualcuno dei compagni, dunque, a trasportarlo e ad abbandonarlo nell’anfratto in cui è stato scoperto. Non è da escludere, anzi, che la lite segnalata alla polizia sia scoppiata, tra qualcuno degli altri migranti sbarcati, proprio a causa della decisione di abbandonarlo. L’inchiesta mira ora a rintracciare almeno parte  dei compagni della vittima e a scoprire cosa sia accaduto sulla barca durante la traversata. A causa delle gravi condizioni in cui versava, non è stato possibile interrogare la vittima neanche dopo il ricovero all’ospedale universitario.

(Fonte: Europapress Andalucia)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 3-4 ottobre 2019

Un bimbo di meno di sei anni è morto per ipotermia poco dopo essere stato recuperato su un gommone carico di migranti subsahariani la sera del 3 ottobre. Il battello era partito dalla costa di Pensaman, nei pressi di Alhucemas, in Marocco, all’alba dello stesso giorno 3, con a bordo 66 persone, tra cui il piccolo e sua madre. Rimasto alla deriva per ore, l’allarme è scattato quando è stato avvistato da un ferry di linea, il Golden Bridge, circa 45 miglia a sud-est di Motril. I primi soccorsi sono arrivati intorno alle 17,30 dall’equipaggio di una motovedetta della flotta di Frontex. Le condizioni del bimbo sono apparse subito critiche: stato di semi incoscienza, polso molto flebile, temperatura al di sotto dei 36 gradi. Da qui la richiesta di un soccorso medico immediato, con il trasferimento in un ospedale sia del bambino che di sua madre, con l’elicottero Helimer 205, del Salvamento Maritimo, di stanza a Motril. Purtroppo era già tardi: il bambino è spirato durante il volo e al pronto soccorso dell’ospedale di Motril non hanno potuto che constatarne la morte avvenuta poco prima. I naufraghi recuperati dalla motovedetta sono stati trasferiti durante la notte sulla guardamar Concepcion Arenal, che è arrivata a Motril verso le 6,30 del giorno 4 ottobre.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Niger (Arlit, Sahara), 4 ottobre 2019

Almeno 4 migranti (5 secondo alcune fonti), espulsi poche ore prima dall’Algeria, sono morti su un vecchio bus finito fuori strada in pieno Sahara, in Niger. Numerosi altri sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Quasi tutti, a bordo, erano giovani (per lo più nigerini) costretti al rimpatrio forzato dalla polizia di Algeri. L’incidente è avvenuto lungo la strada che dalla frontiera algerina conduce verso Arlit, una città mineraria nella regione di Agadez, famosa per i giacimenti di uranio sfruttati da compagnie francesi e primo grosso centro abitato a sud del confine. Il pullman appartiene alla compagnia di trasporti Rimbo: secondo quanto riferisce il cronista di Arlit Info (il primo giornale a dare la notizia), avrebbe sbandato a causa della forte velocità e del fondo stradale sconnesso, rovesciandosi poi su un lato, al margine della carreggiata. Per le persone ammassate nell’abitacolo non c’è stato scampo: sempre secondo Arlit Info, i soccorritori hanno estratto dai rottami da quattro a cinque corpi senza vita e decine di feriti. I più gravi sono stati trasferiti al centro medico di Arlit. Nell’obitorio dello stesso ospedale sono state successivamente composte le salme.

(Fonte: Arlit Info, Alarm Phone Sahara)

Marocco (Nador), 4-5 ottobre 2019

Il cadavere di una donna di origine subsahariana è stato trovato casualmente da alcuni passanti alla periferia di Azanan, una località della provincia di Nador. Dopo il sopralluogo della polizia, la salma è stata recuperata da una squadra della Mezzaluna Rossa e trasferita all’obitorio dell’ospedale Hassani di Nador, per essere sottoposta ad autopsia, nel contesto delle indagini aperte dalla magistratura locale. La vittima non è stata identificata: l’ipotesi più accreditata è che si tratti di una dei tanti migranti che vivono in tendopoli e ripari di fortuna, in attesa di trovare il modo di imbarcarsi per l’Europa. Secondo i primi esami medici, la donna sarebbe morta di stenti e sfinimento proprio a causa delle difficili condizioni di vita in cui è venuta a trovarsi megli ultimi mesi.

(Fonte: Nadorcity.com) 

Bosnia (Velika-Bihac), 5 ottobre 2019

Un migrante tunisino di 31 anni, Alì, è morto di cancrena in Bosnia, dopo quasi nove mesi di agonia. Deciso a raggiungere la moglie e il figlio in Germania, ha rinunciato alla via del Mediterraneo centrale per tentare quella balcanica partendo dalla Turchia. E’ riuscito ad arrivare sino in Bosnia e da qui, verso la fine del mese di gennaio 2019, è entrato in Croazia. Una volta superato il confine, non ha fatto molta strada: una pattuglia di polizia lo ha bloccato e accompagnato sotto scorta alla frontiera, abbandonandolo poi al suo destino. Rimasto da solo, in una zona isolata, con scarpe leggere che lo hanno costretto a muoversi praticamente a piedi nudi, ha dovuto camminare a lungo nella neve e al freddo. Quando ha raggiunto un posto abitato per chiedere aiuto era stremato e presentava evidenti sintomi di un grave congelamento a entrambi i piedi. Nonostante le cure mediche e l’assistenza di alcuni volontari, le sue condizioni sono via via peggiorate. Gli ultimi mesi li ha trascorsi tra Velika e Bihac. E’ morto il 5 ottobre. La sua storia è stata resa nota da alcuni dei volontari che hanno cercato di aiutarlo dopo che è stato espulso in Bosnia dalla polizia croata.

(Fonti: siti web di Eleonora Camilli, Niccolò Zancan e Francesca Moriero) 

Tunisia-Italia (Lampedusa), 6-7 ottobre 2019

Oltre 30 vittime (verosimilmente almeno 31 o 32, di cui 13 morti e non meno di una ventina di dispersi) nel naufragio di una barca carica di migranti al largo di Lampedusa. A bordo erano quasi tutti subsahariani e tunisini. Tra loro molte donne e bambini. Il battello, uno scafo in legno, era salpato dal nord della Tunisia nel tardo pomeriggio di domenica 6 ottobre. Ha navigato per ore, quasi tutta la notte, in un mare sempre più mosso. Era a poco più di 8 miglia da lampedusa quando da bordo hanno lanciato n Sos, chiedendo aiuto alla Guardia Costiera italiana. Il guardacoste partito da Lampedusa ha avvistato la barca ormai in evidente difficoltà dopo meno di un’ora. La tragedia si è verificata proprio durate la fase iniziale del salvataggio. Quando l’unità italiana si è avvicinata, prima ancora che potesse accostare, quasi tutti i migranti stipati sulla barca si sono spostati insieme sul lato da cui stavano arrivando i soccorsi, sbilanciando l’assetto di galleggiamento. Già a rischio per il mare grosso, con onde molto alte, la barca si è così rovesciata di colpo, scaraventando tutti in acqua. Nessuno dei migranti indossava un giubbotto di salvataggio. Anche questo ha contribuito alla strage. I guardacoste hanno tratto in salvo 22 naufraghi e recuperato due corpi senza vita, mentre sul posto sopraggiungevano da Lampedusa altre unità militari che si sono unite all’operazione di salvataggio. I suoperstiti hanno subito avvertito che erano partiti in più di 50 e che c’erano dunque ancora in mare numerosi compagni. Nelle ore successive e l’indomani sono stati recuperati altri 11 corpi, tutti di donne, come i primi due. Da martedì 8 ottobre le condizioni meteo  proibitive hanno costretto a interrompere le ricerche. Si calcola che i dispersi siano una ventina e che le vittime siano dunque almeno una trentina. Tra i dispersi c’è un bimbo di appena otto mesi. Anche il pilota della barca, un tunisino, risulta annegato. Sulla sciagura è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Agrigento.

15 ottobre. Individuato il relitto con 12 corpi. Poco più di una settimana dopo il naufragio, i sommozzatori della Guardia Costiera di Lampedusa hanno localizzato a circa 60 metri di profondità il relitto del barchino affondato: attorno, ripresi da un robot sottomarino, sono stati individuati i corpi di 12 dei 17 dispersi. Nei giorni successivi la stessa Guardia Costiera ha provveduto al recupero delle salme.

(Fonti: Repubblica, Ansa, Huffpost, The Times of Malta, Il Giornale di Sicilia)

Algeria (Mostaganem), 7 ottobre 2019

Aymen Balkassero, un ragazzino algerino di appena 11 anni, è annegato mentre tentava di raggiungere la costa spagnola. Era partito il 24 settembre da Mostaganem, una città de nord est dell’Algeria, insieme a sei adulti, tra i quali un parente del padre, con il quale avrebbe dovuto proseguire il viaggio fino in Germania. Il battello, arrivato a circa 20 miglia da Cartagena, pare abbia avuto un guasto al motore e, rimasto in balia del mare molto mosso, si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. Gli adulti sono riusciti ad afferrarsi al relitto o ad alcune taniche vuote. Il ragazzino, che non sapeva nuotare e non aveva giubbotto di salvataggio, è scomparso in pochi istanti. I naufraghi sono stati successivamente individuati e soccorsi da unità del Salvamento Meritimo spagnolo: quattro sono stati sbarcati a Cartagena e due, in forte stato di ipotermia, trasferiti in elicottero all’ospedale di Valencia. Nessuna traccia di Aymen. La sua storia è venuta alla luce il 7 ottobre, quando è stata raccontata al Faro de Ceuta da due zii i quali, attraverso la redazione del quotidiano, hanno lanciato un appello a nome dei genitori perché le autorità spagnole e algerine li aiutino a ritrovare almeno il corpo del loro ragazzo. Nel frattempo a Cartagena la magistratura spagnola, che subito dopo il recupero dei naufraghi aveva aperto un’inchiesta, ha imputato ai superstiti la scomparsa dell’undicenne per averlo fatto salire a bordo di una barca insicura, senza dotarlo almeno di un salvagente, visto che non sapeva nuotare, e senza tener conto neanche delle difficili condizioni del mare. L’inchiesta sta cercando anche di appurare se ci sia stata una barca-madre con cui potrebbe essere stata coperta gran parte della rotta. Gli imputati, affidati alla polizia in stato di libertà vigilata, sono stati trasferiti al centro di internamento per stranieri di Sangonera (Murcia).

(Fonte: El Faro de Ceuta e La Verdad edizione Murcia)  

(Fonte: El Faro de Ceuta)  

Grecia (Areti, Macedonia), 9 ottobre 2019

Tre morti su un pulmino carico di migranti finito fuori strada dopo uno scontro in Macedonia, nel nord est della Grecia. Il minibus proveniva dal confine dell’Evros, la principale porta d’accesso via terra in Grecia dalla Turchia. A bordo c’erano almeno undici persone, oltre all’autista, considerato dalla polizia “affiliato” a un clan di trafficanti che dalla frontiera con la provincia turca di Edirne organizza “trasporti” clandestini di esseri umani lungo la rotta balcanica. Procedeva a forte velocità lungo una strada secondaria, non lontano dalla via Egnatia, diretto verso ovest. Nei pressi del villaggio di Areti, circa 40 chilometrio a nord est di Salonicco, si è scontrato con un’altra auto ed è volato fuori strada, rovesciandosi in un profondo dirupo. Tre dei passeggeri sono morti sul colpo. Dodici in tutto i feriti (inclusi gli occupanti dell’altra macchina), alcuni dei quali in modo grave. Non è stata resa nota la nazionalità dei migranti, ma la rotta dell’Evros è percorsa in prevalenza da siriani, afghani, iracheni, pachistani.

(Fonti: N. World, Ekathimerini, The Washington Post)

Turchia-Grecia (Ayvalik-Lesbo), 14 ottobre 2019

Due vittime, due bambini (uno morto e l’altro disperso), nel naufragio di un gommone carico di migranti afghani e siriani nell’Egeo settentrionale. Il battello era partito verso l’alba dalla costa del distretto di Balikesir, nella provincia di Ayvalik, puntando presumibilmente verso la vicina isola greca di Lesbo. A bordo erano stipati in 35. La sciagura è avvenuta a metà mattinata, poche miglia da Balikesir, nelle acque territoriali turche. Se ne ignorano le cause: forse un cedimento dello scafo o forse lo stesso sovraccarico, che può aver alterato l’assetto di galleggiamento. Sta di fatto che il canotto è naufragato in pochi minuti. I soccorsi sono arrivati dalla vicina Balikesir. Intorno o aggrappati al relitto i guardacoste turchi hanno recuperato 33 naufraghi e trovato il corpo senza vita di un bambino. I supersiti hanno subito avvertito che mancava un altro bimbo. Le ricerche si sono protratte senza esito sino al tramonto. I 33 naufraghi sono stati sbarcati a Balikesir.

(Fonti: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Marocco-Spagna (Tetouan-Ceuta), 16-18 ottobre 2019

Dispersi tre giovani migranti marocchini che hanno preso il largo su un kayak pneumatico nel tentativo di raggiungere la Penisola Iberica. Partiti la mattina di mercoledì 16 ottobre da una spiaggia di Tetouan, la loro città, nei pressi dell’enclave spagnola di Ceuta, l’allarme è scattato alcune ore più tardi, intorno alle 19, su segnalazione dei familiari che avevano perso ogni contatto con loro. Le ricerche sono state condotte la sera stessa da unità sia spagnole che marocchine fino a notte inoltrata, senza esito, nel tratto di mare al largo di Tetouan e di Ceuta. Interrotte fino all’alba, le operazioni sono riprese alle prime luci di giovedì 17 su un raggio più vasto, con l’intervento, per la Spagna, della salvamar Atria, di un aereo da ricognizione del Salvamento Maritimo, il Sasemar 305 e di un elicottero della Guardia Civil. Il forte vento di levante ha indotto a pensare che il natante potesse essere stato spinto molto fuori, forse fino al Mare di Alboran, ma non ne è stata trovata traccia. La centrale operativa del Salvamento Maritimo ha diramato segnalazioni di allerta e ricerca a tutte le navi in transito nella zona ma anche questo tentativo è andato a vuoto. Il giorno 18 il campo delle ricerche, condotte sempre sia da motovedette che con l’impiego di un aereo da ricognizione, è stato esteso sino alla costa a sud est di Malaga, ma sempre senza esito.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Europa Press Andalucia, Nadorcity.com)

 Spagna (Ceuta), 18 ottobre 2019

Il corpo senza vita di Moad, un migrante marocchinotrentunenne originario di Tetouan, è stato trascinato dal mare sulla battigia di Playa del Chorillo, a Ceuta. Dopo essere stato in Germania tra il 2014 e il 2015, Tetouan aveva cercato già altre volte di raggiungere la Spagna ma, intercettato dalla polizia, era stato sempre rimpatriato. Il nuovo tentativo gli è costato la vita. A scoprire il cadavere sono stati alcuni passanti che camminavano lungo l’arenile. Indossava un paio di pantaloni corti e una maglia leggera. Nelle tasche non sono stati trovati documenti o altri elementi utili per l’identificazione. La polizia, tuttavia, si è subito convinta che doveva trattarsi di un migrante. La conferma è venuta dal confronto di alcune foto e dalle impronte digitali, che corrispondevano a quelle rilevate a Moad quando era stato fermato in Spagna in altre occasioni, anche se di volta in volta aveva dato generalità diverse nella speranza di evitare l’espulsione. Il giorno 19, poi, c’è stato ilriconoscimento ufficiale da parte dei familiari, arrivati da Tetouan. Deve essere annegato mentre ancora una volta tentava di raggiungere il territorio spagnolo, non si sa se la stessa Ceuta o la Penisola Iberica. La Guardia Civil è stata incaricata dalla polizia nazionale di indagare su eventuali barche di migranti partite da questo tratto di costa o comunque su episodi riconducibili a tentativi clandestini di arrivare in Spagna. Si ritiene che sia partito dalla vicina costa marocchina di Tetouan, perché nei giorni precedenti il ritrovamento della salma non risultano battelli salpati dalla zona di Ceuta. In ogni caso, l’episodio a cui è legata la morte dell’uomo, a giudicare dalle condizioni del cadavere, deve risalire al massimo a un giorno prima.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Grecia (Kos), 22-23 ottobre 2019

Un bambino di tre anni è morto e un ragazzo di 26 risulta disperso dopo che un battello carico di migranti partito dalla Turchia è stato speronato da un guardacoste della Marina greca. Feriti altri sei naufraghi: dopo lo sbarco sono stati ricoverati nell’ospedale dell’isola. La barca era partita dalla vicina costa turca di Bodrum, distante meno di 7 miglia. A bordo erano stipati in 34, tra cui alcuni bambini. Navigando a vista, in piena notte, era già arrivata in prossimità di Kos quando è stata intercettata da un guardacoste. Le circostanze dell’incidente non sono chiare. Il portavoce della Marina greca ha parlato di “collisione fortuita” nell’oscurità, dovuta anche al fatto che il battello dei migranti non aveva luci di posizione. Non è tuttavia da escludere che lo speronamento possa essere stato causato da un errore di manovra: un accostamento troppo brusco o magari un tentativo di dissuasione per indurre i migranti a invertire la rotta. Sta di fatto che l’urto ha rovesciato e affondato la barca, scaraventando tutti in mare. L’equipaggio del guardacoste, coadiuvato da altre motovedette fatte affluire sul posto, ha recuperato in mare e tratto in salvo 31 naufraghi. A quel punto risultavano tre dispersi: il bambino e due giovani, rispettivamente di 26 e 28 anni. Alle prime luci dell’alba è stato avvistato il corpo senza vita del bimbo. Più tardi, piuttosto lontano dal punto del naufragio e più vicino alla costa orientale di Kos, è stato trovato il ragazzo ventottenne. Le ricerche sono continuate per tutto il giorno, con l’intervento anche di un elicottero, ma dell’altro ragazzo non si è trovata traccia.

(Fonti: The National Herald, Ekathimerini, edizioni delle 8 e delle 12; Ana Mpa)

Regno Unito (Essex, Londra), 22-23 ottobre 2019

I corpi senza vita di 39 migranti (8 donne e 31 uomini, tra cui un adolescente) sono stati trovati nel retro, chiuso dall’esterno, di un Tir frigorifero lasciato in sosta nel parcheggio della zona industriale di Waterglade, a Grays, nell’Essex, circondario nord orientale di Londra. Si è pensato inizialmente, sulla base di alcuni passaporti trovati indosso alle salme, che fossero cinesi. Si è poi scoperto che sono in realtà tutti vietnamiti. Quei passaporti sono evidentemente falsi: le vittime vengono quasi tutte dalla regionedi Ha Tinh, nella zona centrale del Vietnam e, proprio sulla base di quei passaporti, evidentemente falsi e forniti dai trafficanti, si è ipotizzato che dovrebbero essere arrivate in Europa passando dalla Cina e poi dalla Russia. Un viaggio lunghissimo che porta alla luce un’altra via di fuga, in precedenza sconosciuta.

La scoperta. L’allarme è scattato nella notte tra martedì 22 e mercoledì 23 ottobre quando, aperto il piano di carico del Tir, sono stati visti i corpi. All’interno del frigo la temperatura può scendere fino a meno 25 gradi: i 39 migranti potrebbero essere morti assiderati durante il viaggio o soffocati dalla mancanza di ossigeno in quello spazio ristretto. La polizia è stata avvertita dall’equipaggio di una delle ambulanze, subito chiamate sul posto nella speranza che qualcuna delle persone stese sul pianale fosse ancora viva. L’autista del Tir, Mo Robinson, un venticinquenne originario di Portadown, nell’Irlanda del Nord, è stato rintracciato ed arrestato la notte stessa: è imputato di complicità in omicidio plurimo. Nei giorni successivi ci sono sttai altri 4 arresti: due presunti basisti del traffico di esseri umani e due complici. Inizialmente gli inquirenti hanno comunicato che con ogni probabilità l’automezzo, per eludere i porti molto sorvegliati di Calais e Dover, era stato imbarcato su un ferry nel porto francese di Cherbourg per raggiungere l’Irlanda e poi, attraversata tutta l’isola, era arrivato, con un altro ferry, al porto inglese di Holyhead, nel Galles, puntando infine su Londra. Si è poi accertato, invece, che Mo Robinson è arrivato con il suo Tir a Holyhead dall’Irlanda la notte di sabato 19, ha attraversato l’Inghilterra e si è poi imbarcato per attraversare la Manica. Al ritorno ha lasciato il continente europeo, la sera del 22 ottobre, dal porto belga di Zeebrugge, a nord di Bruges, sbarcando a Purfleet, nel Thurrock, uno degli scali marittimi commerciali dell’hinterland londinese. Il ferry è arrivato mezz’ora dopo la mezzanotte, mentre il Tir sarebbe uscito dall’area portuale 35 minuti più tardi,  all’una e 5 del mattino. Dall’esame dei documenti è emerso che la motrice del mezzo risulta nord-irlandese mentre il rimorchio-frigo è registrato in Bulgaria, nella città portuale di Varna, ma intestato a una società di trasporti che ha sede in Irlanda del Nord. Per questo si è ipotizzato che possa essere arrivato dall’Est europeo attraverso la rotta balcanica.  Visti i tempi, tuttavia, ammesso che il Tir sia davvero partito dalla Bulgaria o comunque dall’Europa orientale, non è stato Mo Robinson a condurlo sino al porto belga: lui dovrebbe aver cambiato in Belgio il rimorchio frigo del Tir, agganciandone alla motrice un altro, portato (non si sa da dove) fino a Zeebrugge da un altro autista, con all’interno i 39 migranti, destinati probabilmente al lavoro nero. Il giovane nord irlandese arrestato, insomma, avrebbe guidato il Tir soltanto dal porto belga fino al parcheggio nell’Essex dove è stato trovato. Il ministro degli esteri di Pechino ha confermato il 24 ottobre che almeno parte delle vittime sarebbero cinesi, forse di etnia uiguri della regione occidentale dello Xinjiang, il popolo turcofono e di religione islamica duramente perseguitato dal regime e che conta da anni una numerosa diaspora in Turchia. Nei giorni successivi è emerso che tra i morti dovrebbero esserci anche numerosi vietnamiti, tra i quali una ragazza che ha inviato un estremo, drammatico messagio di addio con il cellulare ai genitori.

Le indagini sull traffico. Se questo è il “quadro”, appare evidente che dietro il “trasporto” conclusosi con una strage a Grays, nell’Essex, c’è una organizzazione di trafficanti ben rodata, ramificata e dotata di grossi mezzi. Alcune settimane prima di questa tragedia, 9 migranti sono stati scoperti dalla polizia nascosti nel piano di carico di un Tir frigo nel Kent: un precedente che conferma gli inquirenti nella convinzione che ci siano una o più organizzazioni che utilizzano questo sistema  per il traffico di esseri umani dal continente all’Inghilterra. Si tratta di un giro di denaro enorme: il padre della ragazza del messaggio ha raccontato alla Cnn che la figlia avrebbe pagato 34 mila euro per raggiungere l’Inghilterra dal Vietnam, passando dalla Cina e avendo come ultima tappa in Europa la Francia. Forse, in Francia, la zona di Dunkerque, che dista meno di un’ora di auto da Zeebrugge e che, in seguito ai rigorosi controlli disposti a Calais, è diventata uno dei maggiori punti di concentramento dei migranti che tentano di raggiungere il Regno Unito. Agli arresti effettuati in Ingilterra e nell’Ulster, il primo novembre se ne sono aggiunti altri due in Vietnam, nella pronvincia di Ha tinh: due uomini coinvolti nell’organizzazione del “viaggio” di almeno parte delle 39 vittime.

(Fonti: The Guardian edizioni del 23 e 24 ottobre, The Times, El Diario, Abc, Al Jazeera, Le Monde, Avvenire, Repubblica, Agenzia Ansa, La Stampa, Huffpost Maroc, Telegiornale la 7, Il Fatto Quotidiano, Times of Malta)

Marocco (Nador), 26 ottobre 2019

Si era nascosto sotto un Tir dei servizi di trasporto internazionali per cercare di superare clandestinamente la frontiera ma è caduto ed è morto sotto le ruote del rimorchio, alla periferia di Nador, in Marocco. La vittima è un giovane marocchino. Secondo alcuni testimoni, forse compagni del giovane stesso, anch’essi decisi ad emigrare in Europa, il ragazzo si era nascosto sotto il piano di carico di un camion diretto verso Bani Ansar, una città distante una quindicina di chilometri da Nador, sede di un porto commerciale e non distante dalla frontiera con l’Algeria. E’ verosimile, secondo la polizia, che volesse raggiungere proprio la costa algerina, per cercarvi un imbarco verso la Spagna. Lungo il percorso, sulla strada litoranea che arriva da Tangeri, deve essere scivolato ed è finito sotto le ruote posteriori, che lo hanno travolto, uccidendolo all’istante. “Le strade di Nador e Bani Ansar – ha scritto il quotidiano online Nadorcity – sono piene di questi giovani disperati che cercano il modo di espatriare. Le autorità di polizia tentano continuamente di allontanarli e rimpatriarli, ma quelli ritornano regolarmente dopo pochi giorni”.

(Fonte: Nadorcity.com)

Marocco-Spagna (Cartagena), 27 ottobre 2019

Un giovane algerino è stato trovato in fin di vita ed è morto poco dopo sul gommone stipato di decine di migranti avvistato e soccorso nel pomeriggio di domenica 27 ottobre, al largo di Cartagena, da una unità del Salvamento Maritimo spagnolo. Il battello era partito dalla costa algerina di Orano, puntando verso il litorale della Murcia. La navigazione è stata lunga e difficile: quasi i migranti a bordo erano provati e molti presentavano in particolare gravi ustioni provocate dalla miscela di benzina e acqua salata che si è raccolta sul fondo dello scafo e ha intriso specialmente gli indumenti delle persone che erano al centro del natante. La salma della vittima è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale di Cartagena. Poco dopo è stata soccorsa un’altra barca, partita anche questa dall’Algeria. In tutto i migranti tratti in salvo sono 93: sono andati ad aggiungersi ai 71 arrivati tra Alicante e Cartagena, sempre dall’Algeria, nella giornata di sabato 26 ottobre.

(Fonti: La Opinion de Murcia, El Watan, La Razon, sito web Caminando Fronteras) 

Spagna (rotta atlantica, Gran Canaria), 28-29 ottobre 2019

Quattro morti e un disperso (5 vittime in totale) su una barca carica di migranti rimasta alla deriva per giorni nell’Atlantico, lungo la rotta per le Canarie. La salvezza, per gli altri 25, è arrivata dalla Blue Bird, una petroliera con bandiera di Singapore, che ha avvistato casualmente il natante in balia del mare. La barca deve essere partita dal Senegal. I migranti a bordo non erano però tutti senegalesi: secondo i primi accertamenti della polizia spagnola, parecchi non si conoscevano neanche tra loro e si sarebbero incontrati solo al momento dell’imbarco. Puntavano verso le Canarie ma devono aver perso la rotta. Sta di fatto che quando la Blue Bird li ha avvistati, il 28 ottobre, erano ad oltre 300 miglia a sud dell’arcipelago. Constatata l’emergenza, il comandante della nave ha immediatamente organizzato le operazioni di recupero, avvertendo la centrale della Guardia Costiera di Gran Canaria e specificando, una volta concluso il salvataggio, che prevedeva di arrivare a Puerto de La Luz di Las Palmas intorno alle 17 del 29 ottobre. I corpi senza vita delle quattro vittime, sistemati alla meglio dai compagni in un angolo della barca, sono stati trasbordati sulla nave appena le operazioni di salvataggio si sono concluse. Gli stessi supersiti hanno segnalato che c’è un’altra vittima: uno dei migranti è caduto in mare ed è scomparso prima che potessero aiutarlo. Otto dei 25 sopravvissuti risultano minorenni. Le quattro salme sono state trasferite all’isituto di medicina legale.

(Fonte: El Diario edizioni del mattino e della sera, Europa Press, siti web Caminando Fronteras ed Helena Maleno)

Italia (Sardegna), 31 ottobre – 1 novembre 2019

I corpi senza vita di due giovani migranti nordafricani sono stati trovati su un gommone-tender di due mettri alla deriva, 25 miglia a sud della Sardegna, all’altezza della costa di Tortoli. Il battello era privo sia del motore che di remi. A dare l’allarme, nel tardo pomeriggio del 31 ottobre, è stato l’equipaggio di uno yacht che, incrociato casualmente il natante, ha avvertito la centrale operativa della Guardia Costiera di Arbatax. Una motovedetta ha raggiunto poco dopo la zona ed ha recuperato i cadaveri, rimorchiando poi il tender in porto durante la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre. A giudicare dallo stato di conservazione delle salme, il decesso risale a diversi giorni prima del ritrovamento: i due giovani devono essere morti di sete e di stenti, dopo essere rimasti per giorni in balia del mare, esposti al sole e alle intemperie. E’ verosimile, secondo gli inquirenti, che le vittime abbiano fatto la traversata dalle coste africane su una barca-madre, dalla quale sono stati lasciati poi sul tender a non gande distanza dalla riva. Nell’ultima fase del viaggio deve essere accaduto qualcosa (come dimostra la mancanza sia del motore che di remi) che ha impedito ai due di toccare terra, costringendoli al largo fino a quando si è compiuta la tragedia. Non sono stati identificatni ed è probabile che possano esserci altre vittime, almeno due dispersi. A bordo del gommone, infatti, sono stati rinvenuti quattro zaini ed è ipotizzabile dunque che insieme ai due ragazzi morti ci fossero a bordo dei compagni i quali, quando il battello è rimasto bloccato in mare, potrebbero aver tentato di raggiungere la riva a nuoto per cercare aiuto. Le salme sono state composte all’obitorio dell’ospedale di Lanusei. Non risulta che negli zaini siano stati trovati documenti o altri elementi utili per l’identificazione.

(Fonti: La Nuova Sardegna, L’Unione Sarda, Quotidiano Net, Corriere del Ticino, Agenzia Ansa)

Grecia (Chios), 4 novembre 2019

Una bimba irachena di appena due anni è stata travolta e uccisa da un’auto alle soglie del campo profughi di Agia Ermione, sull’isola egea di Chios, dove la sua famiglia è rifugiata da alcuni mesi in attesa di essere trasferita sul continente ed eventualmente poter proseguire verso un altro Stato dell’Unione Europea dove chiedere asilo. La tragedia si è verificata nel primo pomeriggio nei pressi degli uffici del Centro di Identificazione e Accoglienza. La piccola è stata investita dalla vettura di una Ong che collabora con la direzione del campo: il conducente è partito in retromarcia senza accorgersi che dietro c’era la bambina la quale, subito soccorsa, è stata traferita all’ospedale dell’isola ma è morta durante il tragitto. I medici non hanno potuto che constatarne il decesso per le gravi ferite riportate. Nei campi per richiedenti asilo di Chios sono ospitate circa 5 mila persone. Poche ore prima dell’incidente numerosi abitanti dell’isola avevano dato vita a una manifestazione per chiedere al Governo di Atene di trasferirne almeno una parte nel più breve tempo possibile.

(Fonti: The National Herald, Ekathimerini)

Spagna (Canarie), 6 novembre 2019

Undici vittime (9 morti e 2 dispersi) su una barca di migranti affondata a breve distanza da Lanzarote. Solo quattro i superstiti e non è escluso che possa esserci un altro disperso. Il naufragio è avvenuto intorno alle 4,30 del matttino, all’altezza di Caleta de Caballo, lungo la costa del municipio di Teguise. Il battello era partito dal Marocco il giorno prima. A bordo erano almeno in 15, forse in 16. Era giunto ormai a breve distanza dalla riva e probabilmengte puntava proprio verso la spiaggia di Caleta de Caballo per cercare di approdare, ma si è capovolto a causa del mare molto mosso, scaraventando tutti in acqua. Poco dopo lo scafo è stato trascinato contro degli scogli ed è andato quasi in pezzi, prima di spiaggiarsi trascinato dalle onde. Proprio la scoperta del relitto ha fatto scattare l’allarme alle prime luci dell’alba. Le ricerche sono state organizzate dalla centale operativa del Salvamento Maritimo, che ha fatto intervenire due motovedette e un elicottero, mobilitando anche i vigili del fuoco e la Croce Rossa. Intorno alle 8,30 sono stati trovati 4 naufraghi ancora in vita, anche se molto provati e in stato di forte ipotermia. E’ seguito il recupero delle prime 4 salme e poi, nel corso della giornata, di altre 2. Tra la serata e l’indomani sono stati restituiti dal mare altri 3 corpi. Dal confuso raccconto dei supersiti non si è capito bene se a bordo fossero in 15 oppure in 16. In quest’ultimo caso, ovviamente, i dispersi sarebbero 3.

(Fonte: El Diario, Europa Press, El Pais, Huffpost Maroc, Associated Press, Al Jazeera)

Marocco (Al Hoceima-Chefchaouen), 7 novembre 2019

Il corpo senza vita di un giovane migrante marocchino, legato a un kayak pneumatico con un piccolo cavo, è stato tascinato dal mare sul litorale tra Hoceima e Chefchaouen, nella provincia di Nador. A trovarlo, mentre flottava in acqua a breve distanza dalla battigia, sono stati alcuni pescatori, che hanno avvertito la polizia. Una squadra di agenti e una della Mezzaluna Rossa hanno trasferito la salma nell’obitorio dell’ospedale Mohammed V di Chefchaouen per l’autopsia prima dell’inumazione. A giudicare dalle correnti dei giorni precedenti il ritrovamento, secondo la polizia il giovane deve essere partito dalla costa di Tetouan o Tangeri, deciso a raggiungere la Spagna sul piccolo canotto a remi, al quale si era assicurato con una fune intorno alla vita per poterlo recuperare e risalire a bordo in caso di ribaltamenti o altri incidenti del genere: una precauzione che usano prendere diversi giovani che si avventurano in mare su quelle fragili imbarcazioni. Non deve aver fatto molta strada: la navigazione è stata ostacolata dal maltempo e dal mare mosso e il ragazzo deve essere finito in acqua senza riuscire a risalire  e a riprendere il contorllo del battellino. In questa circostanza deve aver perso anche i remi, che non risulta siano stati ritrovati.

(Fonte: Nadorcity.com)

Turchia-Grecia (Egeo Orientale, isola di Kos), 7-8 novembre 2019

Un giovane profugo è scomparso in mare dopo essere caduto dalla barca con la quale stava cercando di raggiungere la Grecia dalla Turchia. Il battello era partito la mattina del 7 novembre dalla costa di Bodrum, puntando verso la vicina isola di Kos, nell’Egeo Orientale. A bordo erano in venti circa. I suoi compagni, appena hanno raggiunto le coste di Kos, hanno riferito alla polizia che il ragazzo è scivolato in acqua, scomparendo in pochi minuti, prima che potessero prestargli aiuto, quando erano ormai a non grande distanza dalla riva, in direzione sud est. La Guardia Costiera ha organizzato una operazione di ricerca che si è protratta fino al tramonto ed è stata ripresa per l’intera giornata dell’otto novembre, senza però trovare traccia del giovane disperso. Si tratterebbe di un ventottenne di cui gli altri profughi non hanno saputo fonire le generalità precise.

(Fonte: Ekathimerini News)

Slovenia (Ilirska Bistrica), 8 novembre 2019

Un giovane profugo siriano è morto di stenti e di freddo dopo essersi perduto nei boschi intorno a Ilirska Bistrica, in Slovenia. La notizia è stata data l’otto novembre dal Centro Italiano Solidarieà (Ics) di Trieste, ma il decesso risale ad alcuni giorni prima. Appena ventenne, il ragazzo stava cercando di ricongiungersi con i suoi due fratelli in Germania. Raggiunta la Grecia dalla Turchia, ha risalito tutta la “rotta balcanica” fino ad arrivare nella zona di Ilirska Bistrika, alle falde del Monte Nevoso. Di lì ha proseguito verso nord, attraverso strade secondarie e sentieri montani, ma ha perso l’orientamento. Ha vagato per alcuni giorni finché, arrivato in un punto non lontano da una strada ormai privo di forze, ha chiesto aiuto ai fratelli i quali, aiutati d aun amico greco, sono immediatamente arrivati dalla Germania e sono riusciti a rintracciarlo. Quando è stato trovato era ancora in vita: lo hanno caricato ormai privo di conoscenza sulla loro auto e condotto a Ilirska Bistrika, dove hanno chiesto aiuto a una pattuglia della polizia. Gli agenti hanno fatto subito intervenire un’ambulanza, ma ogni tentativo di rianimare il giovane si è rivelato inutile. Secondo il referto del medico intervenuto sul posto, la morte è stata causata da ipotermia e affaticamento.

(Fonte: Il Piccolo di Trieste, Rapporto Are You Syrios 8 novembre).

Spagna (Melilla), 8 novembre 2019

Un giovane migrante sconosciuto è morto nell’area portuale di Melilla cadendo dal Tir sotto al quale si era nascosto per salire clandestinamente a bordo di un ferry in partenza. Si tratta certamente di uno dei tanti migranti giunti nell’enclave spagnola che vivono di fatto intorno alla zona del porto, nella speranza di riuscire prima o poi a trovare un imbarco per arrivare in Andalusia. Il ragazzo (che non aveva indosso documenti ma che non dovrebbe aver avuto più di 17 o 18 anni) era riuscito a superare le barriere che delimitano l’area di sosta e a nascondersi, qualche ora prima, sotto un tir in partenza per Motril, in Andalusia, con il ferry del pomeriggio, il Golden Bridge. Quando l’automezzo, verso le 15, ha raggiunto il punto d’imbarco e stava per entrare nella nave, il giovane ha perso la presa e, cadendo, ha urtato con violenza la testa contro il margine della rampa di accesso. Il personale portuale ha subito bloccato il Tir perché il corpo rotolato a terra non finisse sotto le ruote ed ha fatto intervenire un’ambulanza del presidio medico. I soccorsi sono arrivati in pochi minuti, ma ogni tentativo di rianimare il ragazzo si è rivelato inutile. Il corpo è stato trasferito all’obitorio dell’ospedale.

(Fonte. Europa Press, Ideal, Motril Digital, Bolsamania, sito web Helena Maleno)

Marocco (Nador), 8-9 novembre 2019

Nove giovani marocchini risultano dispersi nel tentativo di raggiungere la Spagna su una piccola barca di cui si è persa ogni traccia. La notizia è stata riferita da alcuni familiari che, non avendo più notizia di loro da diversi giorni, l’otto novembre si sono rivolti alla redazione del Faro de Ceuta per lanciare un appello al Salvamento Maritimo spagnolo e alle istituzioni sia iberiche che marocchine perché attivino un dispositivo di ricerca. I nove ragazzi sono tutti originari della regione del Rif, nell’entroterra di Nador. “Si sono imbarcati all’inizio di novembre da una spiaggia nei pressi di Nador su un battello di quattro metri”, ha spiegato un amico, rivolgendosi al Faro de Ceuta a nome delle famiglie. Avevano promesso che avrebbero dato notizie appena arrivati in Spagna, ma di loro non si sa più nulla dal momento della partenza: nessuna telefonata, nessuna notizia magari indiretta. Né risulta che siano stati intercettati dalla Marina marocchina oppure tratti in salvo da quella spagnola o da una nave in transito. Per questo, dopo giorni di attesa, i familiari hanno deciso di dare l’allarme.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Grecia (Lesbo, campo di Moria), 10 novembre 2019

Un bimbo di nove mesi è morto a Lesbo, nel campo profughi di Moria, per una grave forma di disidratazione dovuta a una patologia non curata. Il decesso è avvenuto il giorno 10 di novembre, ma la notizia è emersa soltanto una settimana più tardi, il giorno 16, su denuncia dell’equipe di Medici Senza Frontiere che opera sull’isola. La famiglia del bimbo, di origine congolese, è ospite del campo da mesi, in attesa di essere trasferita sul continente e di essere accolta eventualmente in un altro Stato della Ue come richiedente asilo. Malato, a quanto pare, già da diverse settimane, i genitori lo hanno portato in gravi condizioni, la mattina de 10, al centro medico del campo, dove i sanitari gli hanno subito diagnosticato una forte forma di disidratazione, facendolo trasferire d’urgenza all’ospedale di Mytilene. Quando è arrivato al pronto soccorso, però, ill piccolo era già morto. Il direttore dell’ambulatorio di Medici Senza Frontiere ha comunicato che una sua equipe lo aveva visitato nel mese di settembre e poi di ottobre, segnalando ai genitori e alle autorità del centro accoglienza la necessità di cure specialistiche appropriate che non era possibile assicurare all’interno del campo. Nel rapporto viene posto in rilievo che a Moria risultavano almeno 77 altri bambini bisognosi di cure mediche urgenti e specifiche.

(Fonte: Beaking News, Euronews, Sito Web Medici Senza Frontiere, Newsbook, The National Herald, Greek Reporter)

Marocco (Tangeri), 11 novembre 2019

I corpi senza vita di 17 migranti sono affiorati nelle acque di Tangeri o si sono spiaggiati in diversi tratti della costa, tra il 10 ottobre e l’11 novembre. Recuperati dalla polizia e dalla Mezzaluna Rossa, sono stati sepolti in un cimitero provvisorio realizzato in una zona desertica nell’entroterra della città. Si tratta, con tutta evidenza, delle vittime di uno o più naufragi, avvenuti nello Stretto di Gibilterra, di barche cariche di disperati che cercavano di raggiungere la Spagna. Quasi tutte sono state identificate come giovani senegalesi. Per quelli a cui è stato possibile dare un nome, sono state subito avviate le pratiche per il rimpatrio. Tra questi, il corpo di un ragazzo di nome Babacar, proveniente da Dakar, la cui famiglia ne aveva denunciato la scomparsa, lanciando un appello per le ricerche. Secondo notizie raccolte tra i familiari da L’Observateur, una delle principali organizzazioni di trafficanti che organizzano le “spedizioni” dal Senegal opera proprio a Dakar. La tariffa pretesa per ogni persona va da 3 a 4 milioni di franchi senegalesi pari a 4.500-6.000 euro. Il “passaggio” si svolge in tre fasi: a Dakar i trafficanti procurano un passaporto falso e un biglietto aereo fino a Casablanca. Qui – seconda fase – ogni migrante viene “preso in carico” dall’organizzazione, che gli assicua un alloggio clandestino provvisorio, dove resta fino a quando non è pronta la terza fase, con la taversata dello Stretto, su battelli a bordo dei quali vengono mediamente caricate non meno di 40 persone.

(Fonte: Koumpeu.com, Igfm, Ndarinfo, Senegaldirect. Dakarxibar)

Grecia (Soufli, regione dell’Evros), 16 novembre 2019

Un profugo è stato travolto e ucciso da un treno nei pressi della piccola città di Soufli, in Tracia, a breve distanza dalla linea di confine greca dell’Evros con la Turchia e non lontano da quella con la Bulgaria. L’uomo stava camminando ai margini della ferrovia che da Alexandroupolis conduce alla città di frontiera di Ormenio, nell’estremo nord della Grecia, sulla riva destra dell’Evros, che in questo tratto segna il confine con la Bulgaria. Si ritiene che fosse entrato da non molto tempo in territorio greco dalla Turchia e che, seguendo i binari per non perdere l’orientamento, non si sia accorto dell’arrivo del convoglio. Non è stato possibile risalire né alla sua identità né alla provenienza poiché indosso non gli sono stati trovati documenti. La salma è stata trasferita nell’obitorio di Soufli.

(Fonte: Ekathimerini)

Libia-Italia (Mediterraneo al largo di Tripoli), 18 novembre 2019

Cinquantasette profughi e migranti risultano scomparsi nel Mediterraneo, al largo di Tripoli, su una barca di cui si è persa ogni traccia dalla mattina del 19 ottobre. La notizia di questo battello fantasma è stata diffusa dai familiari di nove giovani eritrei (5 uomini e 4 donne) che erano a bordo, insieme a migranti provenienti dal Sudan ed altri Stati dell’Africa Subsahariana. A organizzare la “spedizione” sarebbe stato un trafficante libico di nome Hji Alì. La barca, un vecchio scafo da pesca in legno, è salpata intorno alle 22 del 18 ottobre da una spiaggia nei pressi di Tripoli. Quattro ore più tardi, alle 2 del mattino del giorno 19, i migranti hanno contattato il trafficante con il telefono satellitare che avevano ricevuto al momento della partenza, per segnalare che il motore (pare un fuoribordo da 250 cavalli) stentava e il battello imbarcava acqua. Hji Alì li avrebbe convinti a proseguire e a segnalare eventuali altre anomalie. Alle 6 del mattino nuova telefonata ad Hji Alì, questa volta rimasta però senza risposta: lo ha riferito lo stesso trafficante a un eritreo residente in Libia, Awet, che aveva fatto da mediatore per i 9 connazionali, dicendo di non aver sentito la chiamata e specificando di aver tentato invano di rimettersi in contatto con la barca tra le 8 e le 9. La telefonata fatta alle 6 del mattino è dunque l’ultima traccia del battello e dei 57 migranti che erano a bordo. I familiari dei nove eritrei hanno atteso ancora due giorni e poi hanno lanciato l’allarme, avvertendo il Coordinamento Eritrea Democratica in Italia, che a sua volta ha interessato l’Unhcr e l’Oim per una operazione di ricerca in Libia, presso la Guardia Costiera e i centri di detenzione, nel caso la barca fosse stata intercettata e i 57 migranti ricondotti a Tripoli. A un mese di distanza, queste ricerche non hanno dato alcun esito. Né risulta che nel frattempo qualcuno dei nove eritrei o altri migranti si siano messi in contatto con le famiglie. Per facilitare le ricerche i parenti degli eritrei hanno diffuso la notizia anche sul web, comunicato i nomi di tutti (Beschir Husen, Kgret Fsahayw, Benuz Yakem, Hayat Mahamed, Suzi Eyob, Adalem, Awudu, Dita, Afewerki) e fornito alcune foto agli uffici libici dell’Unhcr e dell’Oim. Neanche questo tentativo ha dato esito.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica)

Marocco (Tangeri), 20 novembre 2019

Un giovane migrante marocchino è morto precipitando dalla recinzione dell’area portuale di Tangeri nel tentativo di imbarcarsi clandestinamento su un ferry in partenza per la Spagna. Il ragazzo, identificato come Al Halk, poco più che ventenne, aveva eluso la vigilanza esterna al porto, arrampicandosi sul muro che delimita l’area adibita alla sosta degli automezzi prima dell’imbarco, una barriera di cemento alta 8 metri. Mentre cercava di calarsi a terra dall’altra parte, deve aver perso l’equilibrio ed è precipitato pesantemente sul selciato, a poca distanza da alcuni operatori portuali addetti allo smistamento dei tir e delle auto. Poco dopo è intervenuta un’ambulanza, ma il ragazzo era già morto. La salma è stata trasferita all’obitorio di Tangeri per l’autopsia. La polizia ha aperto un’inchiesta per appurare come abbia fatto esattamente Al Halk a salire sul muro e se avesse dei complici nel porto, per aiutarlo a salire di nascosto su una nave diretta in Europa.

(Fonte: Nadorcity.com)

 

 

  

 

 

 

 

 

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