Immigrazione, una linea d’azione

Nel contesto di morte e sofferenza creato dalla guerra in Libia, i profughi e i migranti, intrappolati nel paese dalle politiche di chiusura e respingimento condotte dall’Italia e dall’Unione Europea, sono tra i soggetti più vulnerabili e a rischio. E’ eloquente il quadro descritto da Ong come Amnesty International o Medici Senza Frontiere ma, soprattutto, il rapporto/appello pubblicato il 12 aprile 2019 dall’Unhcr, che chiede senza mezzi termini il rilascio e l’evacuazione immediata almeno di quanti, diverse migliaia, risultano più in pericolo

In particolare possono delinearsi tre situazioni:

– I circa 3.000 prigionieri dei centri di detenzione che sono venuti a trovarsi sulla linea dei combattimenti (Abu Selim, Ain Zara, Gasr Bin Gashir e Gharyan): abbandonati a se stessi dalle autorità libiche, l’Unhcr sta cercando di trasferirli lontano dal fronte ma nel frattempo, nei campi dove si trovano, manca tutto: persino l’acqua da bere, oltre al cibo, all’assistenza più elementare, ai farmaci e alle cure mediche, mentre si moltiplicano malattie e infezioni.

– Le migliaia, forse quasi 20 mila, rinchiusi negli altri campi. Alle ben note condizioni di vita e di trattamento assolutamente inumane (sia che si tratti di strutture controllate dalle varie milizie “autonome”, sia che risultino formalmente gestite dal Governo) si aggiunge ora anche per questi il pericolo di essere coinvolti nei combattimenti o colpiti dai sempre più frequenti bombardamenti aerei o di razzi e artiglieria. Anzi, per molti la guerra è già arrivata perché, come evidenziano numerose denunce, alle “tradizionali” angherie quotidiane si è aggiunto il reclutamento forzato, con l’obbligo di indossare anche una divisa, da parte delle milizie del Governo di Tripoli, per portare armi e munizioni alle truppe combattenti fin sulla linea degli scontri, dove sono esposti al fuoco del fronte avverso.

– Le centinaia di migliaia (circa 700 mila secondo l’Unhcr, quasi 800 mila secondo il governo di Tripoli) che, rimasti bloccati in Libia, spesso da anni, durante la fuga dal loro paese d’origine, vivono in una condizione di perenne insicurezza e precarietà, esposti ad ogni forma di sopruso, sfruttamento, arresti arbitrari sempre più frequenti, ricatti.

Non c’è dubbio che questa dei profughi in Libia sia, al momento, l’emergenza più grave e prioritaria. Ma sembra altrettanto certo che non ci potrà mai essere una soluzione concreta e definitiva se non si riuscirà a dare una risposta efficace all’intera questione dell’immigrazione. Il Comitato Nuovi Desaparecidos, d’intesa con l’agenzia Habeshia e il Coordinamento Eritrea Democratica, propone, come linea di discussione sul problema generale, senza limitarsi alla sola Libia, il documento che segue, suddiviso in due parti: una analisi della situazione nell’ultimo anno e una serie di proposte operative.

La situazione, già molto grave, è fortemente peggiorata rispetto al maggio 2018, data dell’incontro di Palermo in cui Comuni, Ong, istituti di ricerca, associazioni e organizzazioni umanitarie e di volontariato hanno fatto il punto dello stato dei fatti e delle possibili linee di azione. In particolare si registrano

La chiusura totale dei porti italiani, mai ufficializzata con un decreto ma, di fatto, ugualmente praticata per volontà del ministro dell’Interno, con la tacita acquiescenza dell’intero Governo a guida Lega e Cinque Stelle. Acquiescenza che diventa spesso complicità dichiarata, come nel caso dei profughi bloccati sulla nave Diciotti e in quelli successivi della Sea Watch e di Mediterranea.

Alla chiusura dei porti italiani si è aggiunto il blocco di quelli di Malta

“Blocco burocratico” o comunque serie di continue “difficoltà amministrative” create dal governo spagnolo per ostacolare l’attività delle navi delle Ong, a cominciare da quelle di Proactiva Open Arms

– Spagna. Ridimensionamento Salvamento Maritimo. E’ già in fase di attuazione  il ridimensionamento (che sembra preludere a uno smantellamento) delle forze e della organizzazione del Salvamento Maritimo spagnolo, il servizio di salvataggio sicuramente migliore di tutto il Mediterraneo, nato oltre venti anni fa e attrezzato appositamente con l’esclusivo obiettivo di salvare vite in mare, senza altri compiti come sorveglianza, controllo dei confini, ecc. L’obiettivo sembra quello di metterlo alle dipendenze della Guardia Civil e, dunque, di militarizzarlo e di annullarne l’autonomia operativa.

– Delega totale alla Libia delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, anche in situazioni di estrema emergenza e di fronte ad evidenti incapacità di intervenire. Il caso più emblematico, tra i tanti, è il naufragio costato la vita a 117 persone il 18 gennaio 2019

“Finzione” della zona Sar libica: è più che evidente che la Libia non ha nessuno dei requisiti richiesti per attribuirsi e gestire una zona Sar. L’Europa, ma in primo luogo l’Italia, fingono di ignorare questa situazione e continuano a indirizzare le richieste di soccorso alla Guardia Costiera di Tripoli, che in più di un’occasione si è rivelata addirittura non in grado di riceverle o comunque non ha risposto per ore alle chiamate telefoniche.

Profughi in Libia. Aumento del numero dei profughi/migranti intrappolati nell’inferno della Libia: oltre 670 mila secondo l’ultimo censimento dell’Unhcr e dell’Oim, dei quali solo poco più di 55 mila registrati dal Commissariato Onu dei rifugiati. La registrazione, come è noto, serve per eventuali programmi di relocation, ma è essenziale anche per fare in modo che i migranti risultino, con la propria identità, in censimenti ufficiali, perché sia meno facile farli eventualmente “sparire” dai centri di detenzione o che comunque ci sia almeno una traccia di loro. In caso contrario – anche se magari registrati dalle autorità libiche che gestiscono i campi – restano “fantasmi” che è molto più agevole e meno rischioso cedere a gruppi di trafficanti, destinare al lavoro forzato, ecc. Non a caso quella della registrazione da parte dell’Unhcr è la richiesta principale delle proteste dei migranti che si sono succedute negli ultimi mesi nei centri di detenzione: prima ancora della denuncia delle condizioni di trattamento assolutamente inumane.

– Profughi in altri stati africani. Aumento dei profughi/migranti bloccati anche in altre realtà difficili come il Sudan, il Sud Sudan, il Ciad, l’Egitto, l’Uganda, ecc. A parte le coM;issione Sophia. ndizioni di vita e di trattamento, cresce il rischio di rimpatri forzati, anche sulla base degli accordi sottoscritti con l’Unione Europea, a cominciare dai processi di Khartoum e di Rabat. In Sudan, in particolare, sono sempre più numerosi i casi di profughi (nella stragrande maggioranza eritrei) che vengono arrestati dalla polizia e chiusi in carcere fino a un giudizio di fronte a una corte di giustizia (in genere a Khartoum o a Kassala) che si conclude immancabilmente con il rimpatrio forzato. E tutti sano che per gli eritrei il rimpatrio significa la riconsegna alla dittatura dalla quale sono fuggiti esponendosi a mille rischi.   

– Sostanziale blocco dell’accoglienza da parte di quasi tutti gli Stati europei e accentuata chiusura dei confini interni dell’Unione Europea: il caso più citato è, in genere, quello della frontiera tra la Francia e l’Italia, ma in pratica accade lo stesso alla frontiera tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia, il cosiddetto “confine orientale italiano”, anche se di questo si parla molto poco ed è anzi una realtà quasi “silenziata”

– Abolizione o comunque “svuotamento” della missione Sophia. Il 26 febbraio 2019 l’Unione Europea ha di fatto cancellato la missione Sophia, iniziata nel 2015 come Eunavformed per combattere i trafficanti nel Mediterraneo tra le coste africane e quelle europee, ma che era diventata anche una operazione di soccorso e salvataggio dei natanti dei migranti in difficoltà, tanto da assumere il nome da quello di una bambina tratta in salvo. Ufficialmente non si tratta di una soppressione ma di una modifica, con un prolungamento operativo di 6 mesi. In realtà si è deciso di non impiegare più le navi militari usate in precedenza, ritirando l’intera flotta internazionale messa in campo (sotto la guida italiana) per i pattugliamenti nel Mediterraneo. Restano operativi solo i mezzi aerei, rendendo così impossibili gli interventi di soccorso diretti in mare.

Il provvedimento è ricollegabile alla chiusura dei porti italiani (mai decretata ufficialmente ma di fatto attuata) a tutte le navi (anche quelle militari alleate) con a bordo migranti recuperati in mare

– Olanda. Norme più restrittive per le navi di soccorso Ong. Nell’ultima settimana di marzo 2019 l’Olanda ha adottato, facendolo entrare immediatamente in vigore, un provvedimento del ministero delle Infrastrutture che prevede requisiti tecnici più rigorosi e restrittivi per le navi battenti bandiera dei Paesi Bassi impegnate nelle operazioni di soccorso.  Il Governo olandese sostiene, in particolare, che le nuove regole sarebbero dettate dalla “preoccupazione per la sicurezza delle persone soccorse e ospitate a bordo in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro”. Appare evidente il riferimento allo stallo cui sono costrette dalla chiusura dei porti italiani le navi che abbiamo soccorso migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Il provvedimento colpisce in particolare la Sea Watch, la nave della Ong tedesca con bandiera dei Paesi Bassi, appena tornata operativa dopo aver completato la manutenzione e aver superato con successo, il 15 marzo, l’ennesima ispezione tecnica a La Valletta. L’unità è stata di fatto bloccata mentre era in procinto di riprendere il mare, dopo aver dimostrato di essere perfettamente in regola con gli standard di sicurezza previsti dal Leefomgeving en Transport. “Bloccata – denuncia la Ong – con un provvedimento confuso e frettoloso che sembra concepito proprio per combattere noi e le altre Ong”. Bloccare la nave per “timori” legati alla sicurezza dei naufraghi, eventualmente costretti a restare a bordo per lunghi periodi dalla chiusura dei porti, appare in effetti paradossale: è come addossare a Sea Watch e alle altre Ong la responsabilità dello “stallo in mare” provocato invece dalla politica italiana e di altri stati membri dell’Uione Europea

– Mare libico vietato alle Ong. Forte delle ripetute dichiarazioni del ministro degli interni italiano, Matteo Salvini, secondo cui la Libia sarebbe un “porto sicuro”, il paese dotato di “campi accoglienza modello” e la Guardia Costiera di Tripoli perfettamente in grado di garantire le operazioni di soccorso e recupero nel Mediterraneo, il 2 aprile la Marina libica assume due iniziative:

1 – Un avvertimento-ultimatum alle navi delle Ong “a non entrare nelle acque territoriali e a non intervenire vicino alle coste libiche”, con il pretesto che favorirebbero il traffico di esseri umani.

2 – Un appello all’Onu e all’Unione Europea a indurre i Paesi confinanti con la Libia “a chiudere i propri confini ai migranti illegali e ad aiutare a velocizzare i rimpatri”.

Dati positivi

Nonostante il quadro buio generale, non mancano dati positivi.

– Comuni e Regioni. Cresce tra le amministrazioni locali, Comuni e Regioni, la contestazione della politica migratoria:

1 – Circa 200 mozioni votate a larga maggioranza dai Consigli Comunali contro il decreto sicurezza, alcune accompagnate anche da proposte di emendamento che però non è stato possibile discutere a causa del fatto che il Governo ha posto la fiducia in Parlamento. Tra queste amministrazioni figurano città importanti come Palermo, Napoli, Torino, Bologna, Parma, Latina, Siracusa, Reggio Calabria. Perfino Roma, Comune a guida Cinque Stelle, si è dichiarata contro il decreto, sia pure al di fuori della “mobilitazione dei 200”.

2 – Serie di ricorsi alla Corte di Cassazione contro il decreto sicurezza da parte di varie Regioni: già depositati quelli di Toscana, Emilia, Piemonte, Sardegna; altri sono in elaborazione.

3 – Ripetute dichiarazioni di disponibilità, da parte di vari Comuni, ad accogliere i migranti bloccati dal Viminale sulle navi. I casi più recenti ed emblematici sono quelli delle navi Diciotti e Sea Watch.

4 – Prima “uscita” ufficiale a Roma – con una dichiarazione congiunta che sancisce l’alleanza tra città europee contro l’attuale politica migratoria Ue (e in particolare italiana) – di importante movimento di sindaci e sindache (Barcellona, Madrid, Saragozza, Valencia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Latina, Bologna), riuniti il 9 febbraio 2019.

Si ha notizia che numerosi altri sindaci sono pronti ad aderire a questa linea: oltre ai circa 200 che hanno presentato una mozione contro il decreto Salvini, anche altri sparsi in tutta Italia. E la contestazione è accompagnata da proposte alternative. Si comincia a profilare, dunque, una presa di posizione politica in antitesi a quella del Governo italiano e dell’Unione Europea.. Particolarmente forte la presa di posizione di Palermo.

– Parlamento Europeo. Nel novembre 2018 è stato approvata una riforma che prevede un sistema unico di accoglienza europeo, con quote obbligatorie. Un sistema che, di fatto, porta automaticamente al superamento del Regolamento Dublino 3. La proposta non è stata accolta dal Consiglio ma il presidente del Parlamento la ha rilanciata in occasione della visita del premier italiano Giuseppe Conte (12 febbraio 2019) quando si è affrontato il problema dell’immigrazione.

Azioni possibili

Punto di partenza per un’azione congiunta potrebbero essere proprio gli elementi positivi citati. Queste, in particolare, le proposte

– Comuni. Sostenere l’azione dei Comuni per cercare di arrivare a una vera e propria proposta alternativa, dettata dal basso, sulla politica migratoria:

1 – In Europa, partendo dalla riforma del sistema di accoglienza, in linea di massima secondo le linee proposte dal Parlamento Ue

2 – In Italia contro il decreto sicurezza e per il ripristino ed anzi il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel territorio, secondo il modello Sprar, che non solo va ripristinato ma che anzi – come già detto a Palermo – va reso obbligatorio

– Parlamento Ue. Attivare contatti e collaborazione con il Parlamento Europeo, attraverso quanti più eurodeputati possibile, per rilanciare il programma del sistema di accoglienza unico anche con il sostegno dell’Alleanza dei Comuni

– Canali di immigrazione legali. Attivare canali di immigrazione legali, per far uscire quanti più profughi/migranti dalla trappola libica, sulla base degli accordi sottoscritti tra l’Unione Africana e l’Unione Europea nel novembre del 2017 in Costa d’Avorio. Si era arrivati all’intesa di portare via dalla Libia una media di 5 mila migranti al mese, pari a 60 mila l’anno. Si tratta di una cifra inadeguata rispetto agli oltre 670 mila migranti censiti, perché, ammesso che funzioni a pieno regime, il programma (senza contare i nuovi arrivi) richiederebbe oltre 10 anni per essere attuato. Resta però una cifra considerevole. Il punto è che dopo quasi 15 mesi si è ad appena 20 mila partenze tra relocation e rimpatri volontari. Occorre battersi, allora, per riuscire ad ottenere:

1 – Il rispetto degli impegni presi con l’accordo del novembre 2017 in Costa d’Avorio.

2 – Un incremento delle quote in uscita alla luce degli orrori che accadono nell’inferno libico. Orrori testimoniati anche di recente da rapporti sempre più terribili (Missione Onu, Unhcr, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, Human Rights Whatc.

3 – Corridoi umanitari per le situazioni d’emergenza (a cominciare dalla Libia)

– L’Unhcr in Libia. Chiedere alla Ue (Parlamento, Commissione, ecc.) di ottenere dal Governo libico la garanzia concreta e tutte le misure necessarie per porre fine ai continui ostacoli che, al di là delle promesse e delle parole, frenano o rendono spesso impossibile l’azione dell’Unhcr in Libia in favore dei migranti, garantendo davvero il libero accesso dei funzionari Unhcr a tutti i centri di detenzione, in piena libertà e in qualsiasi momento e ampliando la disponibilità di centri sotto il controllo diretto della stessa Unhcr. 

– Zona Sar libica. Denunciare di fronte a una Corte di giustizia (europea o nazionale) la finzione della zona Sar libica e le conseguenze che ne derivano, evidenziando che i Governi che la ritengono “valida” e regolarmente operativa, negando l’evidenza dei fatti, sono corresponsabili o complici di centinaia di morti in mare e dei respingimenti di massa sui gommoni intercettati. Respingimenti che, oltre a violare il diritto e le convenzioni internazionali, consegnano i profughi/migranti bloccati dalla Guardia Costiera di Tripoli alle uccisioni e alle sofferenze inumane documentate nei lager libici, sia quelli ufficialmente governativi, sia quelli gestiti direttamente dalle milizie delle varie fazioni  in lotta.

– Soccorsi in mare. Il peggioramento della situazione in Libia, specie se sfocerà in una nuova guerra civile, fa prevedere un nuovo flusso enorme di profughi/migranti nella rotta del Mediterraneo Centrale proprio nel momento in cui questo vasto tratto di mare è totalmente sguarnito di progetti e navi di ricerca e soccorso. Per le operazioni sistematiche di salvataggio risultano operative al momento appena un paio di navi umanitarie: progetti Mediterranea e Sea Watch. Appare necessaria

1 – Una forte azione politica perché si ripristini un adeguato piano di interventi a guida pubblica a cominciare dal rilancio e dal potenziamento della missione Sophia, ampliandone i compiti di soccorso rispetto a quelli di polizia.

2 – Promuovere il ripristino dell’attività di ricerca e soccorso delle navi delle Ong nel Mediterraneo, con il sostegno politico del fronte dei Comuni e delle Regioni contrarie al decreto sicurezza e all’escalation di respingimenti dovuta alla politica migratoria degli ultimi anni.

3 – Sostegno all’azione dell’Unhcr che, a fronte del precipitare della situazione in Libia e in previsione di un ulteriore peggioramento della situazione, ha lanciato un appello alla “comunità internazionale” (leggi: Unione Europea, Stati Uniti, Canada, Onu: ndr) a rispettare ed anzi accelerare gli impegni presi per il piano di relocation, partendo dai centri di detenzione investiti dalla linea dei combattimenti a Tripoli.

– Migranti “clandestinizzati”. Chiedere una sanatoria per i migranti clandestinizzati dalle leggi e dalle norme attuali e condannati di fatto ad essere “non persone”, prive di ogni diritto e, come tali, facilmente sfruttabili per il lavoro nero, il caporalato o peggio.

Roma, aprile 2019               

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