Mancati soccorsi, sparizioni misteriose, violenze: decine di casi su cui indagare – Parte Seconda

Sono tante le storie rimaste nebulose o comunque mai chiarite del tutto nella tragedia dei profughi che bussano alle porte della “fortezza Europa”: vicende spesso gravi ma sulle quali non si è voluto o non si è riusciti a fare piena luce, creando un velo di silenzio che ha contribuito a farle precipitare in un oblio profondo. Questa ricerca vuole tentare di squarciare almeno in parte questo velo. Un dossier ad opera di Emilio Drudi

Italia (Vittoria). Spariti centinaia di minorenni

Spariti nel nulla molti delle centinaia di ragazzini tra i 14 e i 17 anni assistiti negli ultimi anni nel centro di prima accoglienza allestito presso la chiesa del Santo Spirito a Vittoria, in Sicilia. E’ quanto emerge da un colloquio informale con padre Beniamino Sacco, il parroco. Si tratta di ragazzi di diverse etnie, fuggiti da paesi del Corno d’Africa o dell’Africa Sub Sahariana: Eritrea, Somalia, Etiopia, Mali, Senegal. In prevalenza uomini ma anche donne. “Sono scomparsi dall’oggi al domani, senza lasciare traccia – denuncia il sacerdote – Parecchi di loro avranno avuto magari un parente o un amico dove andare, qui in Italia o in un altro paese europeo, ma tutti gli altri? E’ una domanda terribile, rimasta senza risposta…”.

E’ una dichiarazione pesante, tanto più che arriva casualmente negli stessi giorni in cui un servizio di Antonio Corbo pubblicato sul Venerdì di Repubblica denuncia il rischio che i profughi minorenni soli, sbarcati a migliaia, durante l’estate, a Pozzallo e più in generale in Sicilia, possano finire nel giro dei “cacciatori di bambini” o della malavita organizzata. Non ci sono elementi di alcun genere, indizi né tanto meno prove che possano collegare il caso segnalato da padre Beniamino Sacco con il rischio evidenziato nell’indagine giornalistica di Antonio Corbo. Non va dimenticato però che Pozzallo è vicinissimo a Vittoria e che spesso i ragazzini sbarcati in questo porto sono stati e vengono tuttora inviati dalla Prefettura di Ragusa al centro di prima accoglienza del Santo Spirito.

(24 agosto 2014. Fonte: colloquio-intervista con padre Beniamino Sacco e Il Venerdì del 22 agosto).

Libia (Tripoli). Venduto e sparito un gruppo di 350 migranti

Sparito un gruppo di circa 350 profughi tenuti prigionieri per settimane a Tripoli, in Libia, in un centro di detenzione provvisorio ricavato in un campo di basket e gestito da militari filogovernativi. In maggioranza eritrei e sudanesi, sono stati catturati in diverse fasi, nel corso del mese di agosto: molti, al momento dell’arresto, stavano cercando di trovare riparo dalla guerra civile che sta sconvolgendo il paese e dagli scontri tra i miliziani armati delle varie fazioni, che prendono in ostaggio i migranti africani “neri”, utilizzandoli come portatori forzati di equipaggiamento e munizioni fin sulla linea del fuoco. Negli ultimi sette giorni di carcere sono stati tenuti senza cibo e quasi senza acqua da bere. Poi i militari stessi che controllano la prigione li hanno venduti a un’organizzazione di mercanti di uomini. Una settimana prima c’è stata la trattativa sul prezzo con alcuni rappresentanti degli scafisti e subito dopo è avvenuta la cessione. Poco prima del “passaggio delle consegne”, tre ragazzi eritrei sono riusciti a fuggire ed hanno cercato rifugio presso la Curia vescovile di Tripoli. Sono stati loro a raccontare quanto è accaduto: dai giorni dell’arresto, al periodo di detenzione e alla “vendita”. Si ignora che fine abbiano fatto quei profughi dal momento in cui sono stati  ceduti ai trafficanti.

(31 agosto 2014. Fonte: Agenzia Habeshia sulla scorta della testimonianza dei tre “evasi”).

Malta. Provocato dagli scafisti il naufragio con 500 dispersi

Un naufragio-mattanza, con circa 500 dispersi. Undici soltanto i sopravvissuti. Secondo il racconto di due di questi, due giovani palestinesi sbarcati a Pozzallo dai soccorritori, la sciagura non sarebbe stata accidentale ma provocata dagli stessi scafisti, speronando da poppa con la loro nave il barcone su cui erano i profughi, per vincere la resistenza dei tanti, la maggioranza, a trasferirsi su un altro natante, più piccolo e insicuro. (Vedi dossier numero 1: ndr).

Sulla base di queste dichiarazioni viene aperta un’inchiesta. “Se le circostanze narrate nella denuncia di quei due ragazzi venissero confermate, sarebbe il naufragio più grave degli ultimi anni”, dichiara Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia dell’Oim, l’organizzazione che ha raccolto la testimonianza in Sicilia, informandone la magistratura e la stampa.

(13 settembre 2014. Fonte: Il Fatto Quotidiano e Repubblica)

Malta-Libia. “Lasciati morire in mare per oltre un’ora”

Lasciati morire in mare per circa un’ora e mezza”: uno dei superstiti, un giovane migrante eritreo, fornisce una ricostruzione inquietante dell’operazione di soccorso a un gommone in difficoltà condotta da un mercantile con bandiera di Singapore a 30 miglia dalla costa libica, in acque di pertinenza maltese. L’intervento si è risolto con il salvataggio di 55 naufraghi ma ci sono state 55 vittime, tra morti e dispersi. Vittime che – secondo il racconto del ragazzo – sarebbero almeno in parte imputabili al comportamento dell’equipaggio della nave.

Questi i fatti riferiti all’agenzia Habeshia.

Il gommone parte dalla Libia nella notte tra sabato 20 e  domenica 21 settembre, a tardissima ora. Probabilmente dopo la mezzanotte. A bordo ci sono 110 migranti, tutti uomini, provenienti da vari paesi dell’Africa sub sahariana e occidentale. Quattro sono eritrei. Dopo circa 4 ore di navigazione si accorgono che le camere pneumatiche del natante perdono aria e cominciano a sgonfiarsi: lanciano un Sos ma decidono di proseguire la rotta, sperando che qualcuno accorra in aiuto. La richiesta di soccorso viene raccolta (in seguito si saprà da parte del Comando della Guardia Costiera italiana: ndr): assicurano che interverranno quanto prima. Trascorrono le ore, si fa giorno, passa l’intera mattinata. Verso le 14 si profila una grande nave, ma lo skipper del gommone e i migranti a bordo decidono di continuare, salvo poi ritornare indietro, verso la nave, quando si rendono conto che rischiano di naufragare entro breve tempo. Tra le 15 e le 16 sono ormai vicini, quasi a portata di voce.

Era una nave grande, con la scritta ‘Malta’ in evidenza”, racconta il giovane eritreo. Dalla nave (poi si scoprirà che si tratta di un mercantile con bandiera di Singapore, deviato in quel tratto di mare dalla Guardia Costiera italiana) urlano di avvicinarsi ulteriormente, così accostano e da bordo viene gettata una corda, non si sa se per assicurare il gommone perché non rischi di allontanarsi con la corrente e la spinta delle onde o se per invitare i 110 migranti ad arrampicarsi a bordo. Nel tentativo di afferrare la cima, molti si sporgono da un lato, compromettendo l’equilibrio già precario del gommone. Il resto lo fanno le onde, quelle naturali e quelle “prodotte” dal movimento e dalla risacca del mercantile: il gommone si rovescia e tutti finiscono in acqua.

E qui – sempre secondo il racconto del giovane eritreo – accade l’incredibile: anziché affrettare i soccorsi gettando in mare ad esempio battelli e piattaforme di salvataggio o calando qualche scialuppa – l’equipaggio resta pressoché inerte per quasi un’ora e mezza. “L’unica preoccupazione – dice il ragazzo – sembra quella di guardare e fotografare mentre annegavamo”. Finalmente vengono messe in mare alcune scialuppe a motore: vengono tratti in salvo 55 naufraghi. Le scialuppe continuano a girare, recuperando oltre una decina di cadaveri. Di tutti gli altri finiti in mare non si trova più traccia: ci dovrebbero essere dunque circa 45 dispersi. Tra le vittime c’è anche uno dei quattro migranti eritrei.

Qualche ora dopo il mercantile riparte, avvertendo dell’operazione compiuta la Guardia Costiera italiana che l’aveva allertato. I superstiti vengono portati in Italia. I tre eritrei sopravvissuti (tra cui il fratello del giovane annegato) riescono a raggiungere la Germania, dove risiedono tuttora. Solo dopo un mese circa, il 22 ottobre, entrato in contatto con l’agenzia Habeshia, uno di loro decide di raccontare le varie fasi del viaggio per mare e del naufragio, per denunciare quello che appare quanto meno un comportamento anomalo dell’equipaggio del mercantile. Sentito più volte da Habeshia, insiste che i fatti si sono svolti esattamente come li ha raccontati, inclusi i “tempi” dell’intervento di soccorso. Aggiunge tutti i particolari che riesce a ricordare, come il fatto che “a bordo della nave c’erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico, ma rosso” e che del carico facevano parte anche diversi grossi camion. Ora sta cercando di convincere a “raccontare” anche gli altri due eritrei scampati: il fratello della vittima e il suo amico.

Secondo la comunicazione fatta dal comandante del mercantile con bandiera di Singapore alla Guardia Costiera italiana, quando la sua nave è giunta sul posto il gommone era già rovesciato, con alcuni naufraghi aggrappati ed altri sparsi in mare. Galleggiavano già, inoltre, una decina di cadaveri.

(21 settembre e 22 ottobre 2014. Fonte: agenzia Habeshia e Repubblica).

Grecia. Respinti 50 profughi alla frontiera con la Turchia

Un gruppo di circa 50 siriani (una quarantina di uomini e dieci donne) viene respinto al confine con la Turchia sul fiume Evros, nei pressi di Didimitichos, nella notte tra il 25 e il 26 novembre. I profughi  raccontano di essere stati malmenati e costretti a rientrare in territorio turco da guardie di frontiera che parlavano in tedesco, aggiungendo poi di essere stati in pratica abbandonati a se stessi, senza cibo né acqua, nonostante avessero segnalato che tra loro c’erano persone malate o esauste dalla fatica. A conferma di questa denuncia fanno pervenire ad alcune Ong greche delle foto che li ritraggono attorno a un fuoco improvvisato per scaldarsi: stesa a terra c’è anche una persona che sembra svenuta. Gli attivisti che hanno raccolto il loro appello ritengono che la presenza al confine di guardie che parlano in tedesco potrebbe essere la prova del coinvolgimento di Frontex in questa operazione di respingimento e, più in generale, nella vigilanza delle frontiere terrestri e marittime tra Grecia a Turchia.

Si tratta in ogni caso – sostengono – di una violazione dei diritti umani: un respingimento collettivo indiscriminato nei confronti di 50 profughi in fuga dalla Siria, ai quali è stato impedito di presentare la richiesta di asilo. Episodi simili sono stati già condannati più volte dalla Corte Europea per i diritti umani.

(26 novembre 2014. Fonte: La Repubblica online)

Pavia. Trovata ragazzina eritrea denutrita e semi assiderata

All’ospedale San Matteo di Pavia viene ricoverata una ragazzina eritrea trovata denutrita e semi assiderata da una pattuglia di polizia alla stazione ferroviaria di Melegnano. Appare evidente che è una dei numerosi profughi minorenni non accompagnati sbarcati in Italia, ma non si riesce a ricostruire come sia arrivata fino a Melegnano: la ragazza ricorda solo il suo nome, Zahra, e il paese d’origine. Tutto lascia credere che sia sfuggita in qualche modo a una banda delle bande di “passatori” che gestiscono il traffico dei profughi minorenni in Italia. Di sicuro è reduce da una serie di pesantissime sofferenze: nonostante il freddo indossava solo pochi indumenti leggeri, non mangiava da giorni, aveva la pelle del corpo coperta di macchie provocate dalla scabbia. Segno – dicono medici e polizia – che da settimane non aveva un alloggio, un letto pulito, un luogo dove lavarsi.

Il ritrovamento risale a pochi giorni prima di Natale, ma la notizia viene tenuta riservata fino al 6 gennaio per condurre le indagini senza sollevare “clamori”.

(6 gennaio 2015. Fonte: La Provincia Pavese)  

Roma. Scomparsi 3.707 profughi minorenni non accompagnati

Save the Children lancia l’allarme per il numero enorme di profughi minorenni scomparsi dopo essere sbarcati in Italia. Secondo i dati forniti dal ministero degli Interni, sono 3.707 su 14.243 registrati dal sistema di accoglienza, pari al 26,2 per cento. In pratica, più di un ragazzino su quattro. La Sicilia è la regione dove il fenomeno è più grave: 1.882 scomparsi su 4.628 arrivi registrati, pari al 40,66 per cento. “Si tratta soprattutto di ragazzini eritrei e afghani – spiega Raffaela Milano, direttore Italia-Europa di Save the Children – che vogliono raggiungere al più presto i pareti altrove. Spariscono perché temono di essere bloccati in Italia e di subire la lunga trafila per ottenere lo status di rifugiato, ma rischiano di finire nelle mani dei trafficanti”. Si profila, in sostanza, una vera e propria tratta dei minorenni. Rientra probabilmente n questo contesto anche il caso della ragazzina trovata semi assiderata alla stazione di Melegnano pochi giorni prima di Natale. E c’è da notare che il censimento globale degli arrivi (14.243) riguarda solo i minorenni ufficialmente registrati e non tiene conto di quelli che sono sfuggiti ai controlli, essendosi eclissati subito dopo lo sbarco in Italia.

(16 gennaio 2015. Fonte: Save the Children, Vita.it Società).

Bulgaria. Morti e respingimenti al confine con la Turchia

In seguito alla morte per ipotermia di due profughi iracheni, appartenenti alla minoranza yazida, dopo essere stati respinti al confine terrestre tra la Turchia e la Bulgaria (un terzo viene salvato in extremis dalla gendarmeria turca e ricoverato all’ospedale di Edirne) induce l’Unhcr a chiedere un’indagine non solo sull’episodio specifico ma più in generale sulle misure di controllo praticate alle frontiere. Stando alla denuncia del piccolo gruppo di profughi (12 in tutto) di cui facevano parte le vittime, gli agenti bulgari avrebbero non solo respinto indiscriminatamente ma anche picchiato e derubato tutti, disperdendoli e costringendoli poi a rientrare in territorio turco nonostante il maltempo, la notte e le temperature estremamente rigide.

La richiesta di aprire un’indagine sull’episodio è stata inoltrata dall’Unhcr sia alle autorità bulgare che a quelle turche: “Esprimiamo sconcerto per i racconti sulle brutalità che possono aver contribuito alla morte di queste due persone che, essendo membri della comunità perseguitata yazida, erano probabilmente rifugiati”, scrive l’agenzia in proposito. E poi allarga il discorso alla situazione generale del confine turco-bulgaro: “I rapporti e le testimonianze raccolte dall’Unhcr nel 2014 indicano che le persone in cerca di protezione internazionale hanno spesso tentato più volte di attraversare il confine con la Bulgaria, ma hanno dovuto desistere a causa del maltempo, dopo essere state abbandonate dai trafficanti pagati per portarli al di là della frontiera, oppure perché intercettate dalle autorità turche prima di riuscire ad attraversare i confine. Molti, tuttavia,hanno riferito che gli è stato negato l’accesso o che sono stati ‘respinti dalle guardie di frontiera bulgare. I ‘respingimenti’ non sono conformi agli obblighi della Bulgaria, che è tenuta a far entrare i richiedenti asilo nel proprio territorio. Sono stati segnalati anche casi in cui si è fatto ricorso alla violenza e, spesso, le persone in fuga affermano che i loro soldi e i loro averi sono stati confiscati dalla polizia di frontiera”.

Da notare che la Bulgaria ha in progetto di aggiungere altri 82 chilometri di recinzioni di filo spinato all’attuale barriera di 33 chilometri costruita nel 2014 in risposta all’aumento degli arrivi irregolari, per la maggior parte provenienti dalla Siria. Rafforzamenti ed estensioni di questo genere di barriere ai confini sono in corso o sono previsti anche alla frontiera tra la Grecia e la Turchia e intorno al perimetro di Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in Marocco.

(31 marzo 2015. Fonte: relazione Unhcr pubblicata il 31 marzo, ore 5,00).

Egitto. Motovedetta spara contro un barcone di migranti

Una motovedetta o comunque una nave militare della Guardia Costiera egiziana avrebbe aperto il fuoco contro un barcone carico di migranti che, partito dall’Egitto, stava navigando verso un porto europeo. E’ incerto se ci siano morti o feriti, ma il battello sarebbe stato costretto a invertire la rotta o forse addirittura sarebbe colato a picco mentre cercava di rientrare. A bordo, stando alle prime, sommarie  informazioni, pare ci fossero soprattutto giovani eritrei e somali. E’ probabile che, secondo la legge egiziana contro l’immigrazione irregolare, siano stati tutti o quasi tutti arrestati e che debbano restare in carcere fino a quando non potranno pagarsi il volo di ritorno nel paese d’origine. In molti casi, come hanno testimoniato numerosi migranti che hanno vissuto questa esperienza, la detenzione si prolunga per mesi o addirittura per anni, in condizioni quasi sempre di estremo degrado.

La notizia, diffusa dalla sezione del Cairo di Amera, una Ong che si occupa di diritti dei rifugiati, è stata ripresa dal Journal de l’Oranais, un periodico online algerino e poi rilanciata da Migreurop Osservatorio sulle Frontiere, una organizzazione francese. Il giornale algerino, nel breve servizio pubblicato, sottolinea che sarebbe la prima volta, nel Mediterraneo, che una nave militare apre il fuoco contro un barcone di migranti e probabilmente la colpisce, definendo questa decisione un crimine di guerra. L’unico precedente simile, in effetti, sarebbe quello (accaduto qualche settimana prima) di una motovedetta turca che ha sparato in acqua di fronte alla prua di un barcone di migranti, per cercare di fermarlo, senza però colpirlo.

La “grande stampa” italiana ha ignorato l’episodio. Eppure, per l’Italia e per l’Unione Europea, l’Egitto è uno dei principali punti di riferimento per l’attuazione del Processo di Khartoum, l’accordo firmato il 28 novembre a Roma per il controllo dell’emigrazione proveniente dall’Africa Orientale e sub sahariana e dal Medio Oriente. E’anche vero, però, che le informazioni sono molto incerte: lo stesso Journal de l’Oranais, dopo aver lanciato in poche, confuse righe la notizia, non la ha ripresa nei giorni successivi, pur trattandosi, se ha fondamento, di un caso di grande rilievo.

(11-12 aprile 2015. Fonti: Migreurop e Journal de l’Oranais).

Grecia. Pirateria contro i profughi: sospetti sulla Guardia Costiera

Almeno tre “assalti pirati” contro gommoni carichi di profughi nel tratto di mare tra la Turchia e le isole egee del Dodecaneso: è quanto denuncia Naval Syriahorra, un osservatorio che monitorizza giorno per giorno quanto accade in quel tratto di mare ai battelli di migranti, per lo più siriani e afghani, in fuga verso l’Europa. Almeno tre, stando alla segnalazione, le aggressioni accertate: la prima l’8 agosto, la secondo il 10 e la terza l’11.

La tecnica dell’assalto è sempre la stessa: i racconti dei profughi coincidono in tutti e tre gli episodi. Dalla direzione della Grecia, arriva una nave descritta come simile a una motovedetta militare, ma senza bandiere o insegne di riconoscimento. Sembra una operazione di controllo o soccorso. Si tratta, invece, di un’aggressione in mezzo al mare. Sulla nave tutti gli uomini hanno il volto coperto da passamontagna. “Come i commando”, racconta qualcuno dei profughi. E, in effetti, agiscono con tecnica da commando. La nave accosta o addirittura sperona il gommone e poi un paio di uomini saltano a bordo, prelevando il motore fuoribordo e i serbatoi della benzina. I profughi vengono fatti salire sulla nave assalitrice, allineati e costretti a consegnare tutto ciò che hanno: denaro, eventuali oggetti preziosi, documenti, cellulari. Chi cerca di opporsi viene pestato duramente: in almeno un caso sono stati usati anche manganelli elettrici, oltre che manganelli normali. Contemporaneamente il gommone viene forato e danneggiato e mentre si sta sgonfiando i migranti sono costretti a salirvi di nuovo. Subito dopo la nave riparte, verso la Grecia, abbandonando le vittime a se stesse, in mezzo al mare, quasi condannate a morire annegate. Non si sono registrate vittime solo perché fortunatamente sono arrivati in tempo i soccorsi della Guardia Costiera turca o di alcuni pescatori, sempre turchi.

Oltre alle testimonianze dei profughi, le aggressioni sono state documentate con immagini e video fatti di nascosto con un cellulare. In particolare, per l’assalto dell’8 agosto, ci sono due registrazioni, una audio di otto minuti e una audio-video nella quale si vede tra l’altro il volto insanguinato di un ragazzino, pestato dai pirati perché stava cercando di filmare l’aggressione con il suo telefonino.

Appare chiaro che le tre aggressioni non sono casuali ma obbediscono probabilmente a un piano ben preciso. Chi ci sia dietro non è noto. Naval Syriahorra parla di “contractors”. In un filmato fatto da due pescatori greci e pubblicato da Liberation si fa il nome anche della Guardia Costiera greca. L’episodio documentato dal video è simile a quelli denunciati da Nawal Syriahorra. Non si sa se si riferisca anzi all’assalto dell’11 agosto o a un altro caso. Sta di fatto che i due pescatori greci, mentre filmano la scena e parlando tra di loro, dicono stupiti che la nave che accosta e affonda il gommone sarebbe una motovedetta militare greca entrata addirittura nelle acque territoriali turche. Un’allusione alla Guardia Costiera greca viene fatta anche in un breve servizio trasmesso dal Tg-2 delle 20,30 il giorno 14

Tra le prove addotte dalle vittime dell’aggressione dell’8 agosto c’è anche il numero-sigla rilevato sulla fiancata nella nave, prima che si allontanasse: 8040-10004.

Altri casi: denuncia di Human Rights Watch. Altre aggressioni in mare contro battelli carichi di profughi, avvenute tra i mesi di ottobre e dicembre 2015, vengono denunciate in un rapporto di Human Rights Watch redatto da Bill Frelick. Il caso più grave e documentato riguarda una barca con a bordo 30 rifugiati siriani, tra cui donne e bambini. Secondo la testimonianza di una delle vittime, un siriano di 44 anni rintracciato da Bill Frelik vicino alla moschea del distretto di Basmane, a Izmir, in Turchia, la barca, partita il 3 dicembre proprio dalle coste della provincia di Izmir e diretta verso Lesbo o un’altra isola greca, a circa metà strada è stata assalita da due battelli, uno più grande e uno piccolo ma molto veloce, sul quale erano tre uomini armati e mascherati. E’ stato proprio quest’ultimo ad abbordare la barca. I “pirati” non si sono curati che ci fossero dei bambini. Anzi, hanno colpito durante in testa il timoniere dei profughi, che cercava di opporsi e poi uno di loro ha messo fuori uso il motore fuoribordo. Subito dopo i due battelli si sono allontanati velocemente.

La barca con i profughi è rimasta alla deriva per tre ore, fin ché è stata recuperata da un guardacoste turco. Un altro profugo siriano, Al Hasaken, di 27 anni, ora rifugiato a Istanbul, ha raccontato a Bill Frelik un assalto analogo, avvenuto all’inizio di ottobre. Altri due testimoni, in due date e circostanze diverse, uno di lingua araba e un altro di lingua curda, hanno riferito episodi identici avvenuti nello stesso tratto di mare. Un allarme per questi atti di pirateria è stato lanciato anche daa Cbs News, con interviste filmate di alcuni testimoni.

Nonostante le indagini avviate dalla Grecia, nessun indizio è emerso sull’identità dei pirati. Le vittime dell’assalto del 3 dicembre dicono di aver provato a parlare con loro in turco, senza ricevere risposte. Tra loro gli assalitori parlavano in inglese.

(11 dicembre 2015. Fonte: Rapporto Human Rights Watch)

Italia. Muro-radar contro i migranti al confine sahariano della Libia

Negli ultimi mesi di potere di Gheddafi l’Italia (governo Berlusconi, Maroni ministro degli interni) ha elaborato e consegnato alla Libia un sistema radar per individuare tutti i movimenti e le infiltrazioni dal Sahara verso la Libia attraverso il confine meridionale, in pieno deserto. In sostanza, un “muro elettronico” per bloccare tutti i migranti e i profughi provenienti dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana in pieno deserto, impedendo loro di arrivare, attraverso la Libia, fino alla sponda sud del Mediterraneo e tentare di imbarcarsi verso l’Europa. A progettare e costruire questo sofisticato sistema di controllo – fatto di radar e sensori a infrarossi – è stata Finmeccanica, azienda controllata dallo Stato. L’impianto non è mai stato montato e messo in funzione, a causa delle vicende che hanno portato alla caduta di Gheddafi, ma il materiale è stato regolarmente consegnato. Il costo totale del programma è stato di 300 milioni di euro, pagati interamente dall’Italia perché l’Europa, “all’ultimo momento”, avrebbe rifiutato di coprire la sua parte di spese, circa 150 milioni.

A rivelare questo programma è stato, in una intervista al quotidiano Il Tempo di Roma,  Pierfrancesco Guarguaglini, ex presidente di Finmeccanica, secondo il quale il sistema consegnato a suo tempo è ancora a disposizione del governo libico e con tutta probabilità ancora funzionante: “Una delegazione del nuovo governo libico – ha dichiarato – mi disse che avevano visto le casse imballate in alcuni depositi. Non erano distrutti. Forse funzionano, il sistema è di quelli ancora all’avanguardia…”.

Le dichiarazioni di Guarguaglini appaiono una palese conferma di come il Governo di Roma, d’intesa con Gheddafi ma successivamente anche con il nuovo governo libico, abbia perseguito una politica di totale chiusura nei confronti dei profughi, preoccupandosi di esternalizzare il più possibile, spostandoli verso sud, i confini italiani ed europei, senza tener conto dei diritti e della sorte di migliaia e migliaia di profughi, richiedenti asilo e migranti. In linea con i respingimenti in mare voluti dal ministro Maroni, con la fornitura di mezzi navali per il Mediterraneo e di blindati e fuoristrada militari per sorvegliare i confini sahariani contenuta nell’accordo firmato dal governo Letta nel luglio 2013 e, infine, con le direttive del Processo di Khartoum.

(11 settembre 2015. Fonte: Il Tempo).

Marocco. Due morti e 20 feriti su una barca speronata dalla Marina

La Ong Caminando Fronteras denuncia che due profughi sono morti e altri 20 sono rimasti feriti in seguito allo speronamento, da parte di una unità della Marina reale Marocchina, della piccola barca con la quale, dal porto di Castillejos, stavano tentando di raggiungere le coste dell’enclave spagnola di Ceuta. Secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti – che hanno raggiunto telefonicamente la Ong dopo essere stati trasferiti in un centro di detenzione nel Sud del paese – dopo la cattura tutti i naufraghi sarebbero stati anche duramente pestati. Le vittime erano un profugo del Camerun di nome Giorgio e uno della Guinea conosciuto come Olivier. Gli altri profughi provenivano da Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Senegal. Il Consiglio Nazionale per i Diritti Umani spagnolo ha chiesto di liberare i superstiti, oltre che per motivi umanitari, come testimoni dello speronamento e della morte dei due compagni e delle violenze subite.

(9 ottobre 2015. Fonte: Cadena Ser e No Borders Morocco).

Bulgaria. Profugo ucciso dalla polizia alla frontiera con la Turchia

Un profugo afghano resta ucciso da un colpo esploso da una guardia di frontiera bulgara a Sredets, al confine con la Turchia. Secondo il portavoce del Ministero degli Interni, l’uomo faceva parte di un gruppo di 54 migranti, tutti afghani, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, che nel tardo pomeriggio avrebbero tentato di entrare in Bulgaria, ignorando l’ordine di fermarsi dei militari in servizio al posto di frontiera. Anzi, all’intimazione di alt, avrebbero contrapposto un atteggiamento minaccioso e violento, tanto da “costringere” i poliziotti a sparare alcune raffiche in aria, a scopo intimidatorio. Uno dei proiettili di queste raffiche avrebbe appunto colpito di rimbalzo alla testa uno dei profughi, che è morto poi poco più tardi, mentre veniva trasportato in ospedale.

La ricostruzione ufficiale in realtà appare piuttosto confusa e lacunosa. Non si dice, ad esempio, come sia possibile, se i colpi sono stati esplosi in aria, che un proiettile sia stato deviato tanto da colpire di rimbalzo uno dei migranti. Né si specifica da che cosa sarebbe stato deviato il proiettile. Nelle prime versioni si diceva addirittura che almeno alcuni dei profughi erano armati. In quella definitiva del ministero, invece, si è precisato che aveva una pistola proprio l’uomo poi rimasto ucciso ma che, al momento della sparatoria, non la impugnava: l’arma è stata trovata chiusa nello zaino soltanto quando la tragedia si era compiuta e l’uomo era ormai morente. E non si fa parola, infine, della versione dei compagni della vittima.

E’ la prima volta che a una frontiera europea vengono esplosi colpi d’arma da fuoco contro dei migranti. Valeri Simeonov, presidente del Fronte Nazionale per la salvezza della Bulgaria, il partito nazionalista che appoggia il governo di destra di Sofia, in una intervista televisiva ha esaltato l’episodio, dicendo che i tre uomini della polizia di frontiera che hanno fermato i 54 migranti “meritano una medaglia” e che la polizia “deve sparare contro qualsiasi persona che non obbedisca agli ordini dopo aver superato clandestinamente i confini”.

(15 ottobre 2015. Fonte: Ansa, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, La Stampa).

Spagna. Ventiquattro morti in un naufragio: “Soccorsi in ritardo”

Ventiquattro profughi subsahariani muoiono nel naufragio della barca con cui, dalle coste del Sahara Occidentale, stavano cercando di raggiungere le isole Canarie: il collettivo Caminando Fronteras sostiene che molte vite si sarebbero potute salvare e accusa il servizio Salvamento Maritimo di essere intervenuto per i soccorsi con ore di ritardo dopo aver ricevuto l’Sos.

Il naufragio è avvenuto a 128 miglia dalle Canarie e a 22 dalla costa marocchina. La richiesta di aiuto – sostiene il collettivo – è stata lanciata quando la barca (un battello di pochi metri con un motore di appena 20 cavalli di potenza) era ancora in navigazione ma in grosse difficoltà per il mare molto mosso. Il guardacoste spagnolo di soccorso è arrivato sul posto solo quando il battello si era già rovesciato e 24 delle 46 persone a bordo erano scomparse in mare. Non risulta che siano intervenute anche unità della marina marocchina, nonostante le coste del Marocco siano molto più vicine dell’arcipelago delle Canarie al luogo dove si è consumata la tragedia.

Questa la ricostruzione dei fatti secondo le accuse di Caminando Fronteras.

– La barca con i 46 migranti si trova in difficoltà dopo oltre un giorno di navigazione.

– Verso le 10 del 17 novembre (ora delle Canarie), la Ong Caminando Fronteras lancia l’allarme e chiede di intervenire. Da questo momento scatta il dispositivo di intervento del servizio Salvamento Maritimo delle Canarie.

– Alle 10,40 un aereo del servizio di salvamento si alza in volo per individuare la barca in difficoltà e localizzarne con esattezza la posizione.

– Circa tre ore dopo, verso le 13,30, la barca viene trovata: è a 22 miglia dalla costa africana e a 128 miglia.

– Alle 14 il guardacoste Talia, del servizio di salvamento, viene incaricato di raggiungere il posto segnalato dall’aereo per i soccorsi

– Il guardacoste arriva sul posto circa otto ore dopo, alle 21,50 (ora peninsulare): la barca nel frattempo si è rovesciata e 24 dei 46 profughi a bordo sono scomparsi in mare. Sono queste otto ore di tempo al centro della disputa.

Il servizio di salvamento sostiene che è il tempo necessario per percorrere le 128 miglia di mare tra le Canarie e il luogo della tragedia. Non a caso, aggiunge, ci sono volute grossomodo otto ore, cioè lo stesso tempo, per il rientro in porto, alle Canarie, con i 22 superstiti.

Secondo il collettivo Caminando Fronteras, invece, sarebbe provato che per arrivare al luogo del naufragio dalle Canarie non ci vogliono più di quattro ore circa. Ovvero: sarebbero andate perse ore preziose nell’attesa il servizio di salvamento ricevesse  il nulla osta per il recupero della barca in difficoltà. Trattandosi di una operazione da condurre in acque internazionali, più vicine alla costa marocchina che a quella spagnola delle Canarie, cioè, si sarebbe lasciato trascorrere un lungo periodo di tempo senza intervenire, ritenendo che del salvataggio dovesse occuparsi la marina del Marocco. “Sospettiamo che la decisione di prestare aiuto è stata finalmente presa solo quando la barca con i migranti si è rovesciata. Se si fosse intervenuti subito, probabilmente non ci sarebbero state 24 vittime”, specifica Helena Maleno, che opera come difensore dei diritti umani in Marocco. E aggiunge: “Il diritto internazionale stabilisce che bisogna intervenire ogni volta che c’è una barca in pericolo. Quando, cioè, c’è una situazione a rischio. Ma cosa si intende per situazione a rischio? Stiamo parlando di una barca piccola, con 46 persone a bordo e con un motore da 20 cavalli. Allora forse c’è qualcos’altro. Se il problema era non sollevare contrasti con il Marocco, avrebbero potuto comunque recuperare la barca e poi eventualmente consegnarla alla marina marocchina, in caso fosse intervenuta successivamente. Crediamo che ci sia stata una grave negligenza. Certe tragedie sono inevitabili. Questa volta no: non è stata una tragedia inevitabile…”.

(17/18 novembre 2015. Fonti: El Diario, El Pais).

Grecia. Guardacoste greco tenta di affondare gommone carico di rifugiati

Un guardacoste greco ha cercato di affondare un gommone Zodiac con a bordo 58 profughi siriani. E’ quanto emerge da un video girato con un cellulare da uno dei migranti, poi diffuso dal governo turco e pubblicato dalla Cnn: ne dà notizia, in particolare, il quotidiano spagnolo El Diario.

Nel filmato si vede il guardacoste che avvicina il battello pneumatico, in piena notte. I 58 rifugiati che sono a bordo alzano le braccia per segnalare che hanno bisogno di aiuto. Sembra una operazione di soccorso ma, appena il gommone è sottobordo, un marinaio greco, forse un ufficiale, comincia a colpire il tubolare pneumatico con una lunga asta metallica, fino a che riesce a bucarlo. Secondo quanto ha pubblicato la Cnn, subito dopo la nave militare greca si allontana rapidamente mentre lo Zodiac comincia ad imbarcare acqua e ad andare a picco. Molti dei 58 migranti cadono in mare. La salvezza arriva in extremis da un guardacoste turco, che prende a bordo tutti i naufraghi. Una copia del video viene consegnata alle autorità di Ankara e la vicenda viene poi raccontata da Hakan Ustem, comandante della Guardia Costiera turca, che chiama direttamente in causa il suo omologo greco, invitandolo a ordinare di non commettere “atti di questo genere”.

La notizia viene pubblicata dai media turchi e ripresa dal Daily News, che cita in particolare, come fonte, il quotidiano turco Hurriyet. Secondo il comandante Hakan Ustem, anzi, questo caso non sarebbe isolato: afferma che molti migranti hanno raccontato che le loro barche sarebbero state affondate da unità militari greche e di aver dunque deciso di aprire una inchiesta in proposito.

Denunce analoghe in effetti non ne mancano. La più clamorosa, documentata anche con un video, è quella dell’osservatorio Naval Syriahorra che a metà agosto ha segnalato almeno tre “atti di pirateria” contro gommoni carichi di migranti siriani tra la costa turca e le isole greche dell’Egeo. Anche in questo caso i sospetti portano verso la Guardia Costiera ellenica (è l’episodio è già incluso in questo dossier, con data 15 agosto: ndr).

Un’altra denuncia viene da Human Rights Watch, che riporta le testimonianze di vari rifugiati in cui si parla di “attacchi” alle barche dei migranti “commessi da uomini con uniformi che sembravano quelle dei guardacoste”.

In un video girato a Lesbo nel mese di settembre da Eric Krempson, un volontario che si occupa di profughi, un gruppo di migranti siriani appena sbarcati racconta di due navi “assalitrici” ritenute in questo caso guardacoste turchi. Ecco infatti la dichiarazione riportata da El Diaro: “:I guardacoste turchi hanno fatto più giri intorno alla nostra lancia, tentando di affondarla…”. In altri casi, secondo Human Rights Watch, i rifugiati dicono di aver identificato la bandiera greca sulla nave che li ha attaccati.

(20 novembre 2015. Fonte: El Diario).

Marocco. Campo sgomberato dalla polizia: due migranti morti

Due camerunensi – conosciuti dai compagni come Vapeur e Le Bir – muoiono asfissiati nella grotta in cui si erano rifugiati per la notte durante una retata della polizia, conclusasi con numerosi arresti e la distruzione del campo improvvisato nel quale, vicino a Fnideq (Castillejos), decine di migrati subsahariani soggiornavano in attesa di tentare il passaggio della frontiera dell’enclave spagnola di Ceuta. Come in tutti i blitz di questo genere condotti dalla polizia marocchina, dopo aver fermato i migranti sorpresi nell’accampamento, gli agenti hanno distrutto tutti i rifugi di fortuna dei migranti. In particolare hanno incendiato tende, baracche e i ripari costruiti con materiali di risulta all’ingresso di alcune grotte. Proprio questo incendio, stando alle testimonianze rese da alcuni profughi sfuggiti alla cattura al quotidiano El Diario Es., avrebbe causato la morte dei due ragazzi, soffocati dal fumo: i loro corpi sono stati trovati dai compagni, non lontano dall’ingresso della grotta in cui si nascondevano.

I migranti e diverse organizzazioni umanitarie denunciano da tempo l’estrema violenza con cui vengono condotte queste retate dalla polizia marocchina. Retate seguite da arresti e deportazioni in uno dei circa 20 centri di detenzione aperti nel Sud del Marocco, in attesa dell’espulsione forzata verso i paesi d’origine dei migranti. In questo caso, tutto lascia credere che tende e rifugi siano stati bruciati senza neanche accertarsi che dentro non ci fosse nessuno.

(01 dicembre 2015. Fonte: El Diario Es.)

Italia. “Più migranti morti a causa dell’abolizione di Mare Nostrum”

Continua una strage silenziosa nel Mediterraneo, con i morti che nel 2015 sono più che raddoppiati rispetto al 2014. Continuano le morti di bambini, dimenticate: oltre 700 dall’inizio dell’anno”: così commenta il naufragio a Farmakonissi, nell’Egeo, con 24 morti di cui 5 bambini, il direttore generale della Fondazione Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego, il quale poi denuncia esplicitamente: “L’Europa, che trova sempre risorse per bombardare, non trova risorse per salvare vittime innocenti. L’operazione europea Triton non ha saputo rafforzare il salvataggio in mare delle vite umane rispetto all’operazione italiana Mare Nostrum. Una vergogna che pesa sulla coscienza europea”.

Dopo quelle “preventive” formulate dall’Unhcr, da Amnesty, International e in pratica da tutte le Ong che si occupano di profughi, all’indomani dell’abolizione di Mare Nostrum, è la prima denuncia esplicita, fatta alla luce dei risultati concreti del nuovo sistema di soccorso a mare voluto dall’Europa e dalla stessa Italia che, contro i parere della stessa Marina Militare, ha chiuso l’operazione, come aveva preventivato, esattamente un anno dopo averla varata.

L’agenzia Habeshia aggiunge: “Quanto sta accadendo è la prova che siamo di fronte a una strage annunciata, ampiamente prevedibile. Non è solo ‘una vergona che pesa sulla coscienza europea’. Bisognerà valutare se non si tratti di una sorta di voluta, colpevole omissione. O comunque di una decisione presa pur sapendo che sarebbe costata centinaia di vite umane”.

(09 dicembre 2015. Fonte: La Stampa).

Spagna. Abbandonati senza cure migranti gravemente disidratati

Una trentina dei 42 migranti recuperati su una barca alla deriva nell’Oceano, 10 miglia al largo dell’isola di Gran Canaria, restano abbandonati per circa 24 ore, stesi sul pavimento di un garage del commissariato, nonostante presentino gravi sintomi di disidratazione e ipotermia. Portati a riva domenica 6 febbraio 2016, dopo le 18,30, da una unità di soccorso del Salvamento Marittimo, sono rimasti quasi abbandonati a se stessi fino alle 13,30 del lunedì successivo, quando la polizia ha chiesto l’intervento della Croce Rossa e di altri servizi medici. Tutti in cattive condizioni, sette erano particolarmente gravi e uno, colto da choc cardiorespiratorio proprio mentre i sanitari stavano intervenendo, è stato salvato in extremis.

L’episodio è stato denunciato dalla Ong Caminando Fronteras, che ha chiesto di aprire un’indagine, asserendo che è stato palesemente violato il protocollo medico-legale che impone di prestare cure e soccorso a persone in quelle condizioni. Le autorità di polizia si difendono asserendo di aver applicato le norme in base alle quali gli immigrati stranieri devono essere accompagnati al commissariato. Ma la Ong insiste: “Si trattava di una situazione d’emergenza – afferma Helena Maleno, portavoce di Caminando Fronteras  – La stessa, ad esempio, di un incidente aereo o di un attentato terrorista. Perché allora il protocollo medico-legale non è stato rispettato’ Forse perché le vittime sono degli africani neri?…”.

(10 febbraio 2016. Fonte: El Diario es.).

Turchia. La Guardia Costiera colpisce i profughi su un gommone

La Bbc mette in rete mette in rete un breve filmato nel quale si vedono marinai della Guardia Costiera turca che colpiscono con lunghi bastoni un gommone carico di profughi e gli stessi profughi. E’ una ripresa fatta con un cellulare da uno dei migranti che erano a bordo. Secondo il racconto dei profughi, l’unità turca avrebbe accostato il gommone, diretto verso l’isola di Lesbo, per costringerli a invertire la rotta e alcuni marinai non avrebbero esitato, appunto, a colpirli. Nonostante questo che hanno definito un vero e proprio assalto, i migranti, sono riusciti a proseguire e ad approdare a Lesbo, dove hanno raccontato l’accaduto e messo in rete il filmato, della durata di circa 30 secondi.

La Bbc ricorda che ci sono stati altri assalti del genere, in quel tratto dell’Egeo, sia in acque territoriali turche che greche. La Guardia Costiera turca ha ammesso l’incidente, negando però che i profughi sul gommone siano stati colpiti a bastonate: i colpi sarebbero stati diretti contro il motore fuoribordo, per metterlo fuori uso, o contro il tubo di collegamento con il serbatoio, per interrompere il flusso di benzina e dunque bloccarne il funzionamento. In sostanza, un tentativo di fermare il natante. La stessa Bbc tuttavia ricorda come in passato i protagonisti di assalti analoghi, dopo aver danneggiato o prelevato il motore dei battelli, abbiano abbandonato i migranti in balia del mare.

(12 marzo 2016. Fonti: Bbc, Il Messaggero, Daily Sabah Turkey, Tg-3 Rai)     

Italia. “Più migranti morti a causa dell’abolizione di Mare Nostrum” (2)

L’abolizione dell’operazione Mare Nostrum ha moltiplicato il numero di profughi e migranti morti nel Mediterraneo: è quanto emerge – confermando con dati scientifici la denuncia fatta nel dicembre 2015 dalla Fondazione Migrantes e dall’Agenzia Habeshia – dallo studio Death by Rescue, realizzato dai ricercatori del Forensic Oceanography dell’Università di Londra, in collaborazione con Watch The Med, all’interno del progetto sostenuto dall’Economic and Social Research Council (Esrc) “Precarious Trajectories”. I risultati dell’indagine – come emerge già dalle pagine della prefazione, firmata dall’europarlamentare Barbara Spinelli – sono che era ampiamente prevedibile che, con il mandato, estremamente limitato, assegnato al programma Frontex Plus, poi ribattezzato Triton, sarebbe stato impossibile assicurare la stessa rete di soccorsi garantita da Mare Nostrum, proprio perché non erano più previste missioni di ricerca e salvataggio oltre le 12 miglia dalla costa italiana ed europea, ovvero oltre il limite delle acque territoriali. L’Unione Europea e i singoli governi nazionali che hanno deciso l’abolizione di Mare Nostrum ne erano perfettamente al corrente ma hanno deciso ugualmente di procedere. Le cose non sono sostanzialmente cambiate neanche con le operazioni successive, denominate Poseidon ed Hermes.

Barbara Spinelli evidenzia immediatamente queste circostanze nella prefazione all’indagine scientifica, denunciando anzi come, nei primi giorni di dicembre 2014 (un mese circa dopo l’abolizione di Mare Nostrum), Klaus Rosler, allora direttore della divisione operativa di Frontex, abbia addirittura scritto una lettera a Giovanni Pinto, direttore centrale del Dipartimento dell’Immigrazione del Viminale, dicendosi preoccupato “per i ripetuti interventi ‘fuori area’ nel Mediterraneo, oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane”, da parte di unità di Frontex, su indicazione del Centro operativo di controllo di Roma, per soccorrere imbarcazioni in difficoltà.

(19 Aprile 2016. Fonte: Associazione Diritti e Frontiere).   

Turchia. “Scomparsi” 3 bambini dopo vari casi di violenza sessuale

Abusi sessuali nei confronti di bambini siriani in un campo profughi nella Turchia sud-orientale, a Nizip, provincia di Gaziantep. Le vittime, stando alle informazioni emerse, sono decine: solo negli ultimi tre mesi sono stati denunciati casi di violenza o molestie nei confronti di almeno 30 bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni. denunce presentate Non solo: tre di loro sono stati considerati formalmente “dispersi” dalla magistratura dopo che non se ne è più trovata traccia nel campo dove alloggiavano con le loro famiglie. Si tratta, tra l’altro, di un centro di accoglienza considerato un “modello”, dove vivono 15 mila rifugiati e dove di recente è stata portata in visita anche  la cancelliera tedesca Angela Merkel proprio per dimostrare l’efficienza del sistema di accoglienza allestito da Ankara. Dei tre piccoli scomparsi, due avrebbero subito violenza mentre il terzo pare sia un testimone.

Si ignorano le circostanze esatte della sparizione. Anzi, l’intero scandalo è rimasto a lungo nascosto: molti dei genitori pare abbiano taciuto e non si siano decisi a sporgere denuncia proprio perché si tratta di profughi. Il caso è venuto alla luce solo dopo che alcuni media ne hanno parlato diffusamente, alla vigilia della terza udienza del processo avviato da mesi dalla magistratura turca. Udienza che si è tenuta l’11 maggio 2016 (a mesi di distanza dai primi episodi di violenza) e nella quale sono stati convocati sia i familiari dei bambini che il ministero per le politiche sociali. Il responsabile degli episodi di violenza – secondo quanto ha riferito il quotidiano Bir Gun – sarebbe un addetto alle pulizie di 29 anni (identificato solo con le iniziali: E. E.), il quale avrebbe aggredito i bambini nei lavatoi e nei bagni. I sospetti a suo carico, da parte delle famiglie, sono cominciati quando un ragazzino lo ha indicato come aggressore a suo padre, il quale a sua volta lo ha denunciato alla gendarmeria, facendolo arrestare. I primi episodi si sarebbero verificati all’inizio di settembre 2015. La prima udienza sulla vicenda si è tenuta il 2 dicembre 2015, ma nel campo profughi non si è riusciti a trovare traccia dei tre bambini, né le due vittime né il testimone. Nell’udienza successiva, il 30 dicembre, la Corte ha ordinato alla polizia di cercarli. Le famiglie e il ministero erano al corrente delle aggressioni avvenute a settembre ma, a quanto pare, nonostante la richiesta formale che la Corte gli ha fatto pervenire il 31 dicembre 2015, il ministro non è intervenuto nel processo fino alla terza udienza, convocata l’11 maggio 2016. In buona sostanza, avrebbe preso la decisione sotantlo quando la notizia del caso è venuta alla luce sui media. “Nel frattempo, come risultato del fatto che non sono state adottate misure adeguate, i tre ragazzini hanno lasciato il campo”, ha dichiarato il giudice Onder Alkurt, sottolineando la negligenza dimostrata dall’amministrazione del campo e dal ministero. Ed ha aggiunto, richiamando il caso del piccolo siriano trovato annegato sulla spiaggia di Bodrum: “Ora non è noto dove siano quei tre bambini. Forse sono morti come il piccolo Aylan”.

Non solo. Un parlamentare di Gaziantep, Akif Ekinci, del Rpublican People’s Party (Chp) ha detto che il management del campo non ha punito E. E., l’uomo sospettato di essere l’autore delle violenze, ma si è limitato ad assegnargli un lavoro in un altro posto, fino a quando è stato tratto in arresto. In più, ha rilevato che le 14 telecamere di sorveglianza dei lavatoi dove si sarebbero verificate le aggressioni, erano tutte fuori uso. Anzi, erano fuori uso soltanto quelle 14 su un totale di 85 telecamere installate in tutto il campo.

(11/12 maggio 2016. Fonte: Hurriyet Daily News, Dogan Agency).

Spagna (Ceuta). Consegnati alla polizia marocchina almeno 10 profughi

Almeno dieci profughi che erano riusciti a superare la barriera tra il Marocco e il territorio spagnolo a Ceuta sono stati consegnati dalla Guardia Civil alla gendarmeria marocchina. Lo rivela il quotidiano El Diario. Es. citando una fonte inoppugnabile: il video girato da un giornale locale, El Faro de Ceuta, che mostra un gruppo di giovani costretti dagli agenti spagnoli a varcare una porta metallica aperta alla base di una delle barriere di confine, per essere rimandati in territorio marocchino, dove li aspetta una folta pattuglia di gendarmi. Nelle immagini si distinguono in particolare quattro ragazzi ma, secondo i due quotidiani, la stessa sorte hanno subito almeno altri sei, mentre nove, tra cui un minorenne, sono riusciti a restare a Ceuta. La decisione di respingerli e a maggior ragione quella di metterli in balia delle autorità marocchine – come sottolinea giustamente El Diario – appare una palese violazione dei diritti dei profughi, visto che quei dieci giovani erano ormai arrivati praticamente in Spagna, sotto la giurisdizione del governo di Madrid, e avrebbero dunque dovuto essere ascoltati ed avere la possibilità di presentare la richiesta di asilo. Lo stesso El Diario fa notare come questa “riconsegna” arrivi a meno di una settimana di distanza dal rapporto dell’Unhcr che ha condannato la pratica dei respingimenti di massa nei confronti dei rifugiati attuata da Madrid.

I 19 profughi (i dieci respinti e i nove che ce l’hanno fatta a restare a Ceuta) facevano parte di un gruppo di circa 200 migranti che ha dato l’assalto alle barriere nel tentativo di passare. Oltre 150 sono stati subito bloccati dalla polizia marocchina. Degli altri 50 le fonti ufficiali spagnole dicono che solo 19 sono riusciti a entrare e una trentina sarebbero rimasti al di là del “muro” di filo spinato/lamellato, senza mettere piedi nel territorio di Ceuta.

(5 giugno 2016. Fonte: El Diario. Es)

Grecia. Respinto con le armi un battello con 53 rifugiati a bordo

Un battello con a bordo 53 profughi (tra cui numerosi bambini) in fuga da Siria, Iraq ed Eritrea è stato respinto con la minaccia delle armi dalla Guardia Costiera greca quando era già in vista dell’isola di Chio. Erano presenti sul posto anche due navi della missione Frontex. Lo ha denunciato Watch the Med, i cui operatori hanno seguito quasi “in diretta” tutta la vicenda. Il battello era partito da Cesme, sulla costa dell’Anatolia, prima dell’alba dell’11 giugno. Questa la ricostruzione dei fatti nel rapporto di Watch the Med.

– Ore 3,59. Il servizio Alarm Phone riceve una richiesta di aiuto dal battello, in navigazione tra Cesme e Chio. La telefonata specifica che si tratta di una imbarcazione molto piccolo e che a bordo sono in 53 (in massima parte provenienti da Siria, Iraq ed Eritrea), tra cui 14 bambini e 3 anziani.

– Ore 4,05. Nuova telefonata ad Alarm Phone: i profughi segnalano allarmati che una unità della Guardia Costiera turca li sta inseguendo.

– Ore 4,41. I rifugiati riferiscono che sono riusciti a sfuggire alla motovedetta turca e proseguono la navigazione verso Chio, ormai in acque greche.

– Ore 4,52. Il battello viene avvistato e accostato da una motovedetta greca. Pochi minuti dopo i rifugiati inviato ad Alarm Phone alcune foto dove si distinguono nitidamente sia alcuni dei profughi che la nave della Guardia Costiera. “Ci hanno detto che abbiamo ormai raggiunto l’Europa e che ci porteranno a Chio”, specifica agli operatori di Watch the Med il profugo che ha tenuto i contatti con loro. Poco dopo, però, quando i migranti fanno presente che avrebbero voluto chiedere asilo in Grecia, le cose cambiano radicalmente. “Non ci hanno più consentito di parlare – ha riferito sempre lo stesso migrante – Noi volevamo dirgli che eravamo scappati dalla Turchia, dove non eravamo al sicuro. Su quel battello greco erano in cinque marinai ma lì vicino c’erano altre due navi. Una portoghese: ho riconosciuto la bandiera. Dell’altra non sono riuscito a stabilire la nazionalità, ma era una grande nave bianca”. Watch the Med ha poi appurato che era una unità della Marina romena.

– Ore 5,22. Alarm Phone riceve un altro messaggio dal battello: i 53 profughi non vengono condotti a Chio come era stato promesso ma respinti verso le acque territoriali anatoliche e consegnati di fatto alla Guardia Costiera turca: “Hanno puntato i fucili contro di noi e minacciato di sparare se non avessimo fatto rotta verso la Turchia – ha raccontato il solito profugo – Quello che sembrava il comandante della motovedetta greca ha detto in inglese, intimando di tradurre in altre lingue perché tutti capissero: ‘Vi ucciderò se tornerete un’altra volta’. Alarm Phone ha poi appurato che il battello con 53 profughi è stato scortato dalla Guardia Costiera turca al porto di Cesme e che gli adulti sono stati tratti in arresto.

Secondo Watch the Med si tratta di un evidente caso di respingimento di massa, oltre tutto eseguito con l’uso delle armi, in aperta violazione del diritto d’asilo e il diritto internazionale.

(12 giugno 2016. Fonte: Rapporto Watch the Med).

 Libia. Abbandonato in mare un gommone in avaria con 120 migranti

Un gommone in avaria è stato abbandonato in mare, alla deriva, dalla Guardia Costiera libica. A bordo c’erano 120 persone, alle quali non è stata assicurata alcuna forma di soccorso e assistenza. L’episodio risale al mese di gennaio 2016, ma è venuto alla luce solo grazie al rapporto con cui, il 14 giugno, Amnesty International, citando questo ed altri casi emblematici del comportamento della polizia e delle forze di sicurezza libiche nei confronti dei profughi e dei migranti, chiede all’Unione Europea di non stipulare alcun accordo con la Libia perché non si farebbe che alimentare la violenza contro i rifugiati.

A denunciare la vicenda ad Amnesty è stato Mohamed, un eritreo di 26 anni che era a bordo del gommone. Il battello, partito dalla costa libica, dopo poche ore di navigazione è stato avvistato da una motovedetta della marina di Tripoli, che lo ha raggiunto, facendolo fermare e accostandolo. “Uno degli uomini della guardia costiera – ha raccontato Mohamed – è salito a bordo per riportarci indietro. Dopo un po’ il motore si è spento e non si è riusciti a farlo ripatire. Quell’uomo, allora, si è infuriato ed è risalito sulla nave, urlando: ‘Se il vostro destino è morire, morirete…’. Così ci hanno lasciato lì in mezzo al mare…”. Sarebbe davvero finita in tragedia se, a furia di tentativo, il motore non fosse finalmente ripartito. Nel frattempo, però, anche una delle camere stagne del battello pneumatico si è lesionata ed ha cominciato a perdere aria. I profughi hanno deciso così, loro malgrado, di invertire la rotta e di raggiungere di nuovo la Libia. Mohamed è poi riuscito a imbarcarsi e a raggiungere l’Italia con una altro gruppo.

(14 giugno 2016. Fonte: Rapporto Amnesty all’Unione Europea)

Spagna. Nove richiedenti asilo consegnati al Marocco contro la loro volontà

Nove richiedenti asilo sono stati consegnati dalla Spagna al Marocco contro la loro volontà. E’ quanto denuncia il collettivo Caminando Fronteras, che ha presentato un esposto al Difensore del Popolo in Spagna, ipotizzando quanto meno una negligenza da parte del servizio Salvamento Maritimo.

Fuggiti dal Marocco, i 9 profughi – secondo quanto riferisce Helena Maleno, di Caminando Fronteras – erano su una barca alla deriva nello stretto di Gibilterra, in acque di competenza spagnola. Verso le 8 del mattino il battello è stato individuato da un elicottero e da una nave (probabilmente la Atlas Leader) del servizio di soccorso spagnolo ma, invece di essere recuperati, i profughi sono rimasti  in balia del mare ancora per un’ora circa, finché sono stati accostati da una unità della Marina Reale marocchina, che li ha ricondotti a Tangeri. “Non risulta – protesta Caminando Fronteras – che reparti militari marocchini operino nell’ambito del servizio Sar spagnolo e non si capisce, dunque, come mai una nave della Marina Reale di Rabat sia potuta intervenire in acque spagnole. Sono stati violati numerosi diritti: su quella barca c’erano persone che intendevano chiedere asilo in Europa”. Tra l’altro – come hanno telefonato al Collettivo i profughi sequestrati – al momento dell’intervento della nave marocchina uno dei migranti, un ragazzo, stava male ed aveva perduto i sensi. Non si sa che fine abbia fatto. Per di più Caminando Frontera assicura che non è la prima volta che accadono episodi di questo genere, apertamente in contrasto con i compiti di Salvamento Maritimo, il quale ha il mandato specifico di soccorrere le persone in pericolo e non di prendere, di fatto, decisioni sulle loro eventuali richieste di asilo.

(17 giugno 2016. Fonti: Entre Fronteras, El Diario es., Le Desk).

Spagna (Ceuta). Profugo aggrappato per 30 ore alla barriera: respinto

Un giovane profugo subsahariano è stato respinto in Marocco dalla Guardia Civil, senza consentirgli di presentare domanda d’asilo in Spagna, dopo che era rimasto per circa 30 ore aggrappato alla barriera di filo spinato che separa Ceuta dal territorio marocchino. Secondo la Ong Caminando Fronteras sarebbe palese l’abuso commesso dalla polizia di frontiera perché la legge spagnola prevede che nessuno può essere espulso se è in precarie condizioni di salute mentre la Croce Rossa non era sul posto e non sono stati chiamati medici per accertare come stesse quel giovane, quando è stato consegnato al Marocco, nonostante avesse passato più di una intera giornata aggrappato alla rete di recinzione, senza acqua, senza cibo e forse anche ferito dalle lame acuminate poste sulla barriera metallica. Nella stessa giornata sono stati respinti, senza che potessero presentare domanda di asilo, altri tre giovani che hanno tentato di saltare la barriera mentre il primo profugo era arrampicato già da ore sulla sommità della rete metallica.

(24 giugno 2016. Fonte: El Diario es.).

Italia (Ventimiglia). Espulsione di massa per 40 sudanesi

Quarantotto migranti sudanesi, fermi da giorni a Ventimiglia nella speranza di poter passare il confine con la Francia, sono bloccati  il 23 agosto dalla polizia nel centro accoglienza della Croce Rossa, dove erano ospitati, per essere espulsi in base al Memorandum of Understanding, l’accordo firmato il 3 agosto fra Roma e Khartoum per il controllo dei migranti. Quaranta di loro sono costretti in effetti ad abbandonare la Penisola: vengono imbarcati all’aeroporto di Torino Caselle, sotto la scorta della polizia, su un volo speciale diretto in Sudan, eludendo le proteste organizzate all’aeroporto di Malpensa, indicato inizialmente come scalo di partenza. Gli altri 8 sono trasferiti nel Cie di Torino, in attesa che la loro richiesta d’asilo venga esaminata.

Si tratta del primo respingimento di massa effettuato dall’Italia dopo la “stagione” di Roberto Maroni ministro dell’Interno (governo Belusconi, 2009), che con la scelta di bloccare e respingere direttamente in mare profughi e migranti, senza valutarne individualmente la posizione e l’eventuale richiesta d’asilo, ha portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Proprio citando anche questa pesante sentenza, il provvedimento di Ventimiglia, disposto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, solleva una vasta ondata di proteste, in particolare ad opera di Amnesty International e della Caritas, oltre che di gruppi spontanei di volontari. Risulta che prima di essere trasferiti a Torino, presso la sede della questura di Imperia un giudice di pace ha convalidato il decreto di espulsione per ciascuno dei 40 rimpatriati. Tuttavia Alessandra Ballerini, legale della Caritas, esperta di diritto dell’immigrazioine, insiste che ci si trova di fronte in realtà a una disposizione collettiva, in contrasto con il diritto internazionale, denunciando che è stata messa in pericolo la vita di tutti quei giovani. “Si tratta – dichiara alla stampa – di una deportazione di massa verso un paese dove è certa la violazione dei diritti fondamentali. Con questa operazione il nostro Paese si rende complice di tutte le violazioni che saranno messe in essere da questi regimi”.

Il ministro Alfano, sempre attraverso la stampa, replica il 3 settembre che non ci sarebbe stata alcuna violazione dei diritti umani, come contestano la Caritas e Amnesty. “Il rimpatrio dei sudanesi – sostiene – è avvenuto nel pieno rispetto di un accordo tra la polizia italiana e quella del Sudan”. Dichiarazioni analoghe vengono rilasciate il 7 settembre dai vertici della Polizia di Stato, asserendo che i 40 espulsi, “pur potendolo, non hanno esercitato il diritto di richiedere la protezione internazionale”; che “secondo le norme del nostro regolamento giuridico” non erano “da considerarsi richiedenti asilo ma migranti economici”; e che “erano presenti anche rappresentanti dell’Oim e dell’Unhcr”. Ma Amnesty insiste che proprio l’accordo citato da Alfano non  rispetta il diritto internazionale. “La motivazione del ministro non regge – protesta Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione per l’Italia – In base a questo principio l’Italia potrebbe stipulare un accordo con Bashar Al Assad e rimandare indietro i siriani”. E ancora: “Un accordo tra due Stati non può superare, dal punto di vista giuridico, norme di diritto internazionale, che impongono di non inviare persone verso il Paese d’origine se esiste il pericolo che possano subire violazioni dei diritti umani. Non regge, insomma, il principio che un accordo è legale perché stipulato tra due soggetti che hanno diritto a farlo”.

Roma, in sostanza, con questo respingimento ha classificato di fatto il Sudan come un “paese sicuro”. Ma come in realtà sia drammatica la situazione in Sudan (il cui presidente Omar Hasan Al Bashir è stato condannato per crimini di lesa umanità dall’Alta Corte di Giustizia Internazionale) e come sia del tutto aleatorio il rispetto dei diritti umani nel paese, lo ha ribadito ripetutamente nei fatti la stessa Italia, tanto che oltre il 60 per cento delle richieste di asilo o comunque di tutela internazionale presentate da migranti sudanesi nel 2015 sono state accolte. Quanto al fatto che i 40 giovani respinti sarebbero stati dei “migranti economici” perché non avrebbero presentato domanda d’asilo – come sostiene la Polizia – resta da vedere se, dal momento dello sbarco in poi, siano stati adeguatamente informati delle procedure ed abbiano ricevuto una sufficiente assistenza o non siano stati invece messi di fatto, in una situazione di “clandestinazione forzata”, in modo da “giustificare” il rimpatrio coatto.

(23 agosto – 7 settembre 2016. Fonte: Il Fatto Quotidiano e Nelpaese.it)

 Turchia (Antalya). Respinto da 4 ospedali: muore un bimbo siriano

Un bambino siriano è morto ad Antalya, nella Turchia meridionale, dopo che quattro diversi ospedali si sono rifiutati di curarlo perché non aveva i documenti “necessari”. Si chiamava Ali Izzetin ed aveva solo 7 anni: era arrivato ad Antalya comne rifugiato, insieme alla famiglia, costretta dalla guerra a fuggire dalla Siria. La tragedia è stata ricostruita dal padre del piccolo, Izzetin Ahmed, all’agenzia indipendente Dogan. Preoccupato per le condizioni del figlio, fortemente debilitato e con una febbre molto alta, l’uomo ha fatto la spola nei quattro ospedali della città, chiedendo aiuto. Ogni volta ha incontrato il rifiuto dei medici, tanto da essere costretto a riportare a casa il bambino, che è spirato poche ore dopo.

L’inchiesta. Dopo la denuncia dell’agenzia, il Governo ha aperto un’inchiesta, che potrebbe però concludersi con un nulla di fatto anche se le accuse del padre troveranno conferma.  Ankara non riconosce a pieno la Convenzione di Ginevra del 1951 ma i siriani hanno comunque accesso alla cosiddetta “protezione temporanea”, che garantisce i servizi di base, inclusi sanità e istruzione. La famiglia di Ali, però, non aveva un permesso di soggiorno, che viene concesso solo dopo l’iscrizione ad  una assicurazione sanitaria che consente l’accesso agli ospedali. Dal punto di vista strettamente legale, dunque, il comportamento dei medici potrebbe essere ritenuto legittimo. Ovvero, il piccolo Ali non è stato curato ed è morto, probabilmente, solo perché era un “irregolare”. In quella Turchia alla quale Bruxelles, in cambio di 3 miliardi di euro, ha affidato il compito di bloccare i profughi in fuga verso la Grecia e di riprendere quelli respinti dall’Europa.

Rifiuto di cure mediche. Il caso del rifiuto di cure mediche ai rifugiati, pur in una situazione grave, non sembra isolato in Turchia. Secondo quanto riferisce La Stampa, specialmente nel sud est del Paese, dove è più alta la concentrazione di esuli dalla Siria, sono state aperte cliniche autogestite da siriani alle quali si rivolgono i rifugiati “respinti” dagli ospedali o comunque dai centri sanitari turchi. “Vi si concentrano – scrive La Stampa – civili e combattenti siriani che vengono congedati anzitempo dagli ospedali pubblici, dopo il trattamento di emergenza, ma anche persone le cui malattie non sono considerate ‘abbastanza gravi’. Come per esempio calcoli ai reni o problemi alla retina degli occhi”.

(4/5 gennaio 2017. Fonti: Dogan Agency, La Stampa, Agenzia Ansa).

Marocco (Alhucemas). Naufragio con 3 morti provocato dalla Marina Imperiale

“Non è stato un incidente o un caso: è stata la nave della Marina marocchina che ci ha intercettato a provocare il naufragio del gommone e, dunque, la morte di tre dei nostri compagni”. E’ la denuncia presentata da una delle 4 donne superstiti alla Ong Frontera Sud e alla giornalista Helena Maleno Garzon, di Caminando Fronteras. La tragedia si è consumata nella tarda mattinata dell’11 luglio. Il battello, uno zodiac pneumatico, era salpato di buon’ora dalla zona di Alhucemas, sulla costa ovest del Marocco, puntando verso la Spagna. A bordo erano in 51, tra cui 4 donne, provenienti da Guinea, Mali, Costa d’Avorio e Senegal. Stavano per entrare nelle acque internazionali ed Helena Maleno, avvertita della partenza, aveva già allertato il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, quando è intervenuta una unità della Marina imperiale, che ha intimato di invertire la rotta. Essendo ormai quasi in vista la costa dell’Andalusia, i migranti hanno deciso di ignorare l’ordine. A quel punto, la tragedia. “La nave marocchina – ha dichiarato la donna che ha denunciato la tragedia, la cui identità non è stata ovviamente rivelata da Caminando Fronteras, per tutelarla da possibili ritorsioni – ha puntato sulla nostra barca, fin quasi a speronarla e sollevando un’ondata che l’ha fatta rovesciare, facendoci finire tutti in acqua”. L’equipaggio della nave ha recuperato 48 naufraghi, i quali hanno subito segnalato che mancavano 3 dei loro compagni. Le ricerche successive hanno portato al ritrovamento di uno solo dei cadaveri. Nessuna traccia degli altri due dispersi, trascinati via dalla corrente dello Stretto. I superstiti sono stati condotti nel porto di Alhucemas. Per quattro di loro, rimasti seriamente feriti nel ribaltamento dello zodiac, è stato necessario il ricovero in ospedale. Caminando Fronteras ha denunciato i sistemi violenti e l’impreparazione degli equipaggi della marina marocchina nelle operazioni di intercettazione e blocco dei battelli dei migranti.

(11 luglio 2017. Fonti: El Diario e sito di Caminando Fronteras Helena Maleno).

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