Un cimitero chiamato Mediterraneo, 2019 prima parte

Nell’arco del 2018 sono arrivati in Europa circa 142 mila profughi e migranti, il 25 per cento in meno rispetto al 2017, quando se ne sono registrati 187.792. La diminuzione è dovuta essenzialmente al crollo degli sbarchi in Italia: meno di 24 mila a fronte dei 119.310 dell’anno prima. Sulle altre rotte, invece, i flussi sono aumentati: in Grecia gli arrivi sono stati oltre 47.000 (inclusi in particolare quelli via terra, dalla frontiera dell’Evros) a fronte di 30.243; in Spagna addirittura più di 62 mila contro 22.319. Senza contare la “scoperta” della via di fuga verso Cipro, con imbarchi sia dalla Turchia che dalla Siria: quasi 7 mila rifugiati (mentre numerosissimi altri premono alla frontiera fra il nord turco e il sud greco dell’isola), rispetto a poche centinaia dell’anno prima. Contrariamente a quanto previsto e affermato dai promotori della politica di chiusura e respingimento adottata dall’Unione Europea e dall’Italia, tuttavia, questo calo degli sbarchi non ha comportato una diminuzione delle vittime. O, meglio, c’è stato un calo in termini assoluti: 2.642 morti (in mare o lungo le vie di terra) rispetto a 3.498, ma non certamente in proporzione al numero di arrivi. Lo dimostra il tasso di mortalità, che rimasto pressoché immutato nel dato generale europeo (una vittima ogni 53 profughi arrivati nel 2018 e altrettanti nel 2017) ma è aumentato moltissimo nella rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia, dove si calcola una vittima ogni 18 arrivi, una percentuale da vera e propria decimazione. E’ la conferma che la scelta di alzare barriere non riduce i flussi: semmai li devia ma soprattutto li rende più pericolosi e mortali: non a caso il numero delle vittime è più alto lì dove la “blindatura” è più forte, come è accaduto appunto, dalla seconda metà del 2017 e per tutto l’arco del 2018, sulla rotta Libia-Italia, dove si è arrivati persino a chiudere i porti della nostra penisola a tutte le navi che avevano soccorso e preso a bordo dei migranti in pieno Mediterraneo. Incluse, in taluni casi, navi militari italiane. Questa è la situazione che il 2018 lascia in eredità al 2019, che sarà  il secondo anno in cui tutte le rotte del Mediterraneo risulteranno bloccate, grazie alla serie di accordi che l’Unione Europea e l’Italia hanno stretto con vari Stati africani e del Medio Oriente per esternalizzare le frontiere al di là del mare o addirittura nel Sahara. Ignorando la sorte delle migliaia e migliaia di esseri umani intrappolati in un inferno come quello libico o in realtà non molto dissimili come in Sudan, Sud Sudan, Egitto, Niger. Mentre sono ben lungi dal risolversi le situazioni di crisi che spingono o addirittura costringono così tanti giovani a fuggire dalla propria terra.

 

 

Spagna (Barbate,  Cadice), 2 gennaio 2019

Il cadavere di un migrante di origine subsahariana è stato recuperato al largo di Cadice. Ad avvistarlo, nelle prime ore del mattino, è stato l’equipaggio di un peschereccio, circa 12 miglia a sud est di capo Trafalgar, di fronte alle spiagge di Barbate. La centrale operativa del Salvamento Maritimo, ricevuta la segnalazione, ha inviato sul posto la motovedetta Rio Ulla, della Guardia Civil, che ha recuperato il corpo, trasportandolo poi a Barbate. Stando all’esame medico, la salma era in mare da due o tre giorni. Indosso non aveva documenti o altri elementi di identificazione. Ignote anche le circostanze della morte. Non è escluso che possa trattarsi di un naufragio rimasto sconosciuto, nel quale caso ci sarebbero altre vittime e dispersi.

(Fonte: Europa Press)

Marocco (Stretto di Gibilterra), 2 gennaio 2019

Il corpo senza vita di un giovane subsahariano è stato trovato dalla Marina marocchina a bordo di un gommone con altri 67 migranti soccorso nelle acque dello Stretto di Gibilterra. Il battello era partito dalla costa di Tangeri, con rotta verso l’Andalusia, almeno due giorni prima del ritrovamento. I 68 migranti a bordo sono dunque rimasti in balia del mare per 48 ore, con temperature molto basse, vento forte e onde alte oltre tre metri. Quel giovane è morto, alcune ore prima che arrivassero i soccorsi, per un forte stato di ipotermia, aggravata da sfinimento e malnutrizione. Molto provati anche i 67 superstiti, condotti dopo lo sbarco in uno dei centri di detenzione allestiti nel sud del paese.

(Fonte: sito web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Libia (Sirte), 3-4 gennaio 2019

I cadaveri di 5 giovani migranti sono stati trascinati dal mare sulla spiaggia di Al Sawawa, nei pressi di Sirte. I primi tre sono affiorati la mattina del giorno 3 gennaio. Erano a breve distanza l’uno dall’altro sulla battigia o a pochi metri dalla riva: li hanno trovati alcuni abitanti del posto, che hanno subito avvertito la polizia e la guardia costiera. Una squadra di operatori della Mezzaluna Rossa li ha recupersati e trasferiti all’obitorio dell’ospedale Ibn Sina, per le procedure legali. Indosso non avevano documenti o altri elementi di identificazione. Il giorno dopo, nello stesso tratto di litorale, sono state recuperate altre due salme. Devono essere vittime di un naufragio rimasto sconosciuto e si teme, dunque, che possano esserci numerosi altri morti o dispersi. Secondo alcuni operatori e fonti di stampa sarebbero tre le barche scomparse nei giorni precedenti. Le autorità libiche non hanno fornito notizie: non una parola neanche dal portavoce della Guardia Costiera, il brigadiere generale Ayoub Qasim che, facendo il punto sulle operazioni condotte dall’inizio di dicembre al 5 gennaio, ha parlato di 200 migranti tratti in salvo ma non ha neanche citato il ritrovamneto dei cinque cadaveri a Sirte.

(Fonte: Libya Addres, sito Alarm Phone Zakariva El Zaidy e Angela Casponnetto)

Spagna (Mijas, Malaga), 4 gennaio 2019

Il cadavere di un migrante, probabilmente subsahariano, è stato spinto dalle correnti sulla spiaggia La Luna de Calahonda, nel villaggio di Mijas, presso Malaga. A dare l’allarme, verso le otto del mattino, è stato un dipendente del servizio di nettezza urbana, che stava lavorando lungo l’arenile. E’ apparso subito chiaro che doveva trattarsi di un migrante perché aveva alla vita una camera d’aria per auto usata come galleggiante e un giubbotto salvavita fosforescente, tutte cose di cui spesso si dotano, nell’illusione di assicurarsi un minimo di sicurezza, numerosi migranti che tentano la traversata dello Stretto o del mare di Alboran per raggiungere l’Andalusia dal Marocco. A giudicare dal punto in cui la salma si è spiaggiata, non lontano da Malaga, la vittima doveva essere su un battello affondato nel mare di Alboran. Si ignorano le circostanze del naufragio che, visto l’avanzato stato di decomposiizone del corpo, deve essere avvenuto diversi giorni prima del ritrovamento. La salma, sulla quale non c’era tracc ia di documenti o altri elementi per l’identificazione, è stata composta presso l’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale.

(Fonte: La Opinion de Malaga, Europa Press, Andalucvia Informacion)

Libia (Harawa, Sirte), 8-14 gennaio 2019

Quindici cadaveri di migranti sono stati trascinati dalla corrente sul litorale del golfo della Sirte nell’arco di una settimana. I primi 5 sono affiorati sulla spiaggia di Harawa, un villaggio situato circa 50 chilometri a est di Sirte. A notarli sulla spiaggia o a pochi metri dalla riva sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la polizia. Una squadra della Mezzaluna Rossa ha poi provveduto a recuperarli e a trasferirli in un obitorio di Sirte. A giudicare dallo stato di conservazione, erano in mare ormai da diversi giorni. Alcune ore dopo se ne sono spiaggiati, nei pressi di Sirte, altri tre. Infine 7 sono stati recuperati in mare, da una squadra della Mezzaluna Rossa, tra il 13 e il 14 gennaio, a breve distanza dalla riva, sempre a Sirte. Sembra scontato che questi ritrovamenti siano ricollegabili alle cinque salme recuperate fra il 3 e il 4 gennaio sulla spiaggia del quartiere di Al Sawawa, alla periferia di Sirte. In tutto dunque, dall’inizio di gennaio, i corpi di migranti ritrovati sono 20. Ciò dà forte consistenza al timore di un naufragio rimasto sconosciuto, con altre vittime e dispersi.

(Fonte: Libyan Express, Address Libya edizioni dell’8 e del 14 gennaio, Agenzia Ansa International) 

Italia (Torre Melissa, Crotone), 9-10 gennaio 2019

Un profugo curdo risulta disperso nel mare di Crotone in seguito al naufragio di una grossa barca che si è schiantata contro una scogliera, sul litorale di Torre Melissa. A bordo c’erano altri 51 profughi curdi, tra cui tre bambini di pochi anni e un neonato, tutti portati in salvo dagli abitanti di Torre Melissa. Il battello – un piccolo motoveliero da turismo – era partito dalle coste della Turchia o della Grecia alcuni giorni prima del naufragio, puntando verso l’Italia. Quando è arrivato al largo di Crotone, verso le 4 del mattino tra il 9 e il 10 gennaio, poco prima dello sbarco, i due scafisti, entrambi russi, ne hanno perso il controllo a causa del mare in burrasca e la corrente lo ha spinto verso la scogliera. Dopo l’urto, la barca si è rovesciata su un fianco, spezzandosi quasi in due. Gli scafisti si sono dileguati. Ad aiutare i naufraghi abbandonati a se stessi sono accorsi numerosi abitanti di Torre Melissa che, destati in piena notte dalle grida di aiuto e dal pianto dei bambini, si sono gettati in acqua e, servendosi anche di un moscone di salvataggio messo a disposizione dal titolare di un albergo situato nei pressi della scogliera, hanno cominciato a fare più volte la spola tra la riva e il relitto, recuperando quante più persone possibile. Poco dopo sono arrivati anche marinai della Capitaneria, vigili del fuoco e guardie di finanza. Particolarmente drammatico il salvataggio di una donna e del suo bambino, rimasti intrappolati sotto lo scafo capovolto. Appena a terra, alcuni dei superstiti hanno segnalato che un loro compagno era stato trascinato via dal mare poco dopo l’urto del battello contro la scogliera. Le ricerche non hanno dato esito. I due scafisti sono stati arrestati la notte stessa in un altro albergo, dove avevano chiesto una stanza per la notte. A farli scoprire è stato l’albergastore stesso che, insospettito dal loro atteggiamento e dagli abiti bagnati, ha avvertito i carabinieri di Cirò Marina.

(Fonte: La Repubblica, Agenzia Ansa edizione Calabria)

Marocco (Nador), 11 gennaio 2019

All’obitorio dell’ospedale di Nador, uno dei principali punti d’imbarco di migranti sulla costa marocchina, è stato portato il cadavere di una giovane subsahariana. Poco dopo, nello stesso ospedale, sono stati ricoverati sei migranti, sempre subsahariani, che presentavano varie ferite. La polizia non ha fornito informazioni. Si sa solo, da voci raccolte in città, che altri migranti sarebbero stati arrestati. La notizia è stata comunicata dalla sezione di Nador dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani che, in mancanza di notizie più precise, ha avviato una serie di accertamenti per cercare di ricostruire quanto è accaduto.

(Fonte: Sito web Are You Syrious)    

Siria (Al Hol, governatorato di Deir Az Zor), 11 gennaio 2019

Sei bambini sono morti di freddo e sfinimento durante la marcia o subito dopo l’arrivo a Al Hol, il campo profughi situato nel nord est della Siria, quasi al confine con l’Iraq e vicino alla Turchia, verso la quale spesso cercano poi di fuggire numerosi degli ospiti, dopo una prima sosta-rifugio. I sei piccoli venivano con le loro famiglie da Hajin, la città sull’Eufrate, a sud-est di Deir Az Zor, che, occupata dai miliziani dell’Isis nel novembre 2017, si è trovata per mesi al centro di furiosi combattimenti e bombardamenti e, dal dicembre 2018, di nuovi scontri tra gruppi dell’Isis e reparti delle Forze Democratiche Siriane. “Le condizioni disastrose in cui è stata ridotta la città, la pressoché assoluta mancanza di cibo, i pericoli quotidiani, hanno costretto tantissimi abitanti ad affrontare una fuga disperata, prendendo con sé solo il poco che potevano trasportare a braccia”, ha riferito Andrej Mahecic, portavoce dell’Unhcr. Centinaia di profughi hanno patito questa odissea, marciando per giorni verso Al Hol, quasi senza cibo, al freddo, trascorrendo più di una notte all’addiaccio. Tra loro, anche le famiglie di quei sei bambini stroncati dalla fatica e dagli stenti. Non è escluso che ci siano altre vittime perché, come ha riferito l’Unhcr, numerosi profughi arrivati ad Al Hol hanno raccontato di essere stati costretti a lasciare indietro diversi familiari e amici.

(Fonte: Al Jazeera)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 12-17 gennaio 2019

Cinquantatre morti nel naufragio di un gommone nel Mare di Alboran, tra il Marocco e la Spagna. La tragedia è stata ricostruita grazie all’unico superstite, rimasto in mare per oltre 24 ore prima di essere salvato e poi rintracciato solo sei giorni dopo. Il battello era partito dalla costa di Tangeri, diretto verso l’Andalusia, prima dell’alba del 12 gennaio. A bordo erano in 54, tra cui tre donne, in maggioranza provenienti dalla Mauritania. Verso le 8 hanno inviato una richiesta di aiuto, intercettata dalla Ong Caminando Fronteras, che ha diramato l’allarme al Salvamento Maritimo Spagnolo e alla Marina marocchina. Da quel momento si è perso ogni contatto con la barca. Le ricerche si sono protratte per più giorni, senza esito, mentre l’allarme veniva rilanciato periodicamente sia da Caminando Fronteras che da Alarm Phone. La tragedia è stata scoperta giovedì 17 gennaio quando, su indicazione di un familiare, Caminando Fronteras ha potuto mettersi in contatto con il superstite, ricoverato in un ospedale in Marocco. Il naufragio è avvenuto verso le 11 del mattino, tre ore dopo l’Sos, del giorno 12.  “C’è stato un incidente. Il nostro battello è stato urtato da qualcosa ed è affondato, facendo annegare tutti”, ha raccontato il naufrago, asserendo di essere rimasto in mare, aggrappato a un relitto, per oltre un giorno, finché è stato avvistato e salvato da una barca di pescatori. Tutta la documentazione delle ricerche e le dichiarazioni del superstite sono state messe a disposizione da Caminando Fronteras per una eventuale inchiesta sulle cause della tragedia.

(Fonti: Sito web e documentazione Caminando Fronteras, siti  web Helena Maleno e Alarm Phone, El Faro de Ceuta, El Diario, Europa Press)

Spagna (Ceuta), 14 gennaio 2019

Un migrante morto e uno disperso nelle acque dello Stretto di Gibilterra mentre tentavano di raggiungere la costa dell’Andalusia da Ceuta a bordo di un Kayak. Altri due, su un secondo kayak, sono stati portati in salvo. I quattro – due fratelli e due loro amici, tutti algerini, ospiti del centro per richiedenti asilo dell’enclave spagnola – sono salpati insieme su due kayaks la sera di domenica 13 gennaio. I due fratelli si sono divisi: uno per ciascun kayak, insieme a uno degli amici. Nessuno si è accorto della loro partenza. La navigazione a forza di remi attraverso lo Stretto si è rivelata molto difficile a causa delle condizioni meteomarine avverse. Diverse ore più tardi, nella mattinata di lunedì, non avendo più notizie di loro, alcuni amici rimasti a Ceuta, al corrente del loro tentativo e preoccupati per il mare sempre più agitato, hanno dato l’allarme, facendo scattare le ricerche. Uno dei kayak è stato avvistato e recuperato, poco dopo mezzogiorno dalla salvamar Atria, del servizio di Salvamento Maritimo. Nessuna traccia dell’altro. Anche i due giovani tratti in salvo e ricondotti a Ceuta non hanno saputo fornire indicazioni, in quanto durante la rotta i due piccoli battelli si erano persi di vista nel buio. Senza esito il pattugliamento delle unità di salvataggio fino a sera e il mattino dopo- Nessuna traccia anche nei giorni successivi, fino alla mattina del 24 gennaio, quando il corpo di uno dei due, Adel Mebrek, è affiorato sulla spiaggia di Ain Tmouchent, in Algeria, 72 chilometri a sud est di Orano.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 14 e del 25 gennaio)

Turchia-Grecia (Kusadasi, distretto di Aydin), 15 gennaio 2019

Una bimba irachena è annegata nel naufragio di un gommone carico di profughi nelle acque dell’Egeo. Aveva solo 4 anni. La piccola, insieme ai genitori e a due fratellini, si era imbarcata sulla costa turca di Kusadasi, nel distretto di Aydin. A bordo erano in 47. Puntavano verso Samo, la più vicina delle isole greche a quel tratto di litorale della penisola anatolica. Dopo poche miglia il battello si è trovato in difficoltà a causa del mare molto mosso. Era ormai semi-affondato quando è stato raggiunto da  una motovedetta della Guardia Costiera turca che ha tratto in salvo 40 naufraghi e recuperato il corpo senza vita della piccina. Le ricerche successive hanno consentito di trovare altri 6 superstiti. Una volta a riva, il padre della piccola ha fornito alla Guardia Costiera di Kusadasi e ad alcuni reporter incontrati nell’ospedale dove è stato ricoverato, una ricostruzione terribile della tragedia, mettendo sotto accusa una unità sconosciuta della marina greca. “Una nave della Guardia Costiera greca ci ha bloccato in mare aperto – ha raccontato – Le onde erano molto alte. Abbiamo pensato che fossero venuti a salvarci. Invece ci hanno ordinato di spegnere il motore. Poi hanno agganciato il nostro battello con una fune, cominciando a trainarci in circolo. E’ stata una cosa inumana. Hanno tentato di ucciderci, abbandonandoci poi al nostro destino, fino a quando è arrivata la Guardia Costiera turca a portarci al sicuro. Io sono riuscito a salvare i miei due bambini, ma non sono riuscito a farlo con la mia bambina”. Sulla scorta della sua denuncia è stata sollecitata un’inchiesta.

(Fonti: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Repubblica, Agenzia Ansa, Telegiornale La 7 ore 13,30, Telegiornale Rai 3 ore 14,20)

Spagna (Melilla), 15 gennaio 2019

Un giovane migrante maghrebino è morto sotto le ruote del Tir al quale si era aggrappato per tentare di imbarcarsi clandestinamento su un ferry di linea direttto da Melilla alla Spagna. Il ragazzo deve essersi nascosto sotto la parte posteriore dell’automezzo, aggrappato tra le ruote, prima dell’alba, eludendo la sorveglianza del personale dell’area d’imbarco del porto. E’ restato lì per ore, fino a che, poco dopo mezzogiorno, sono iniziate le operazioni per far salire Tir e auto sul ferry in partenza per l’Andalusia. Il suo Tir aveva fatto solo pochi metri quando, prima ancora di entrare nella nave, deve aver perso la presa ed è caduto a terra, finendo sotto le ruote posteriori. Il camion è stato immediatamente fermato, ma è stato subito chiaro che per il giovane c’erano poche speranze. I pompieri ne hanno liberato il corpo dalle ruote, trasferendolo poi su un’ambulanza, ma è morto dopo pochi minuti.

(Fonte: El Faro de Mellilla)

Libia (golfo della Sirte), 15 gennaio 2019

Altri 5 cadaveri sono affiorati sul litorasle del golfo della Sirte, in Libia, dopo i 20 recuperati fra il 3 e il 13 gennaio. Gli ultimi 4 sono stati avvistati a breve distanza dalla battigia o sulla spiaggia di Hawawa, circa 50 chilometri a est di Sirte, dove sono arrivati anche parte dei 20 precedenti. Notati da alcuni abitanti del posto, li ha recuperati una squadra di volontari della Mezzaluna Rossa, con la collaborazione della Guardia Costiera. Il quinto era stato trovato in precedenza. Appare scontato che questo ritrovamento va messo in stretta correlazione con quelli dei 20 corpi recuperati a partire dal 3 gennaio e che evidentemente deve esserci stato il naufragio di un grosso battello di cui non si è avuta notizia. A giudicare dalle condizioni di conservazione, anche queste salme sono state in mare per lungo tempo. Non sono stati trovati né documenti né altri elementi utili all’identificazione. Tutti i 25 cadaveri sono stati composti nell’obitorio di Sirte per le procedure di legge, prima dell’inumnazione.

(Fonte: Africa News, Alwasat Cairo, Speciale Libia)

Turchia-Grecia (Farmakonisi), 18 gennaio 2018

Profugo annega cadendo da una barca diretta verso l’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo sud orientale. Il battello era partito in piena notte dalla vicina costa della Turchia con 53 migranti, tra cui 7 donne e 10 bambini. Al momento di approdare, forse a causa dell’urto contro uno scoglio, alcune delle persone a bordo sono rimaste ferite e un uomo è caduto in mare, sparendo quasi subito alla vista degli altri nel buio. Erano le 4 del mattino quando la centrale operativa di Watch the Med ha ricevuto una richiesta di aiuto, subito girata alle autorità greche della vicina isola di Leros, nel Dodecaneso. Mezz’ora circa più tardi la Guardia Costiera greca ha riferito di aver trovato due gruppi di profughi appena arrivati a Farmakonisi: 79 in totale, trasferiti tutti poco dopo a Leros. Alcuni di loro hanno subito riferito che un compagno risultava disperso, facendo scattare una operazione di ricerca che si è conclusa circa dieci ore più tardi, verso le due del pomeriggio, quando una pattuglia della Guardia Costiera ha trovato in mare il corpo senza vita del giovane di cui si erano perse le tracce all’approdo a Farmakonisi. Il giorno 19 sono sbarcati a Farmakonisi altri 25 profughi

(Fonte. Rapporto Watch the Med del 19 gennaio 2019)

Libia-Italia (Mediterraneo centrale), 18-19 gennaio 2019

Una strage con almeno 117 vittime, tra cui 10 donne e 2 bambini. Uno di appena due mesi. E’ il bilancio del naufragio di un gommone di migranti, quasi tutti provenienti dal Sudan o dall’Africa Occidentale. Tre soltanto i superstiti: due sudanesi e un gambiano. Il battello era partito da Garabulli, a est di Tripoli.  Dopo circa 10-11 ore di navigazione, circa 50 miglia a nord-est di Tripoli, ha avuto un’avaria, cominciando ad imbarcare acqua e ad affondare lentamente. E’ stato l’inizio della tragedia: molti sono progressivamente scivolati in mare e le onde li hanno trascinati via. L’allarme è scattato nel pomeriggio, quando un aereo militare italiano dell’operazione Mare Sicuro ha avvistato casualmente il gommone, che non era ormai più in grado di galleggiare. La prima segnalazione parlava di almeno 50 persone a bordo. I piloti hanno lanciato due zattere di salvataggio e avvertito la nave Duilio, che si trovava a circa 200 chilometri di distanza. Dall’unità è partito un elicottero di soccorso che, raggiunta la zona segnalata, ha avvistato e recuperato un uomo in mare e due su una delle zattere di salvataggio. Poco distante flottavano anche tre salme. Nessuna traccia degli altri. I tre superstiti, tutti in preda a una forte crisi di ipotermia, sono stati trasferiti d’urgenza a Lampedusa. Le ricerche condotte fino a notte inoltrata non hanno dato esito. Nonostante il naufragio sia avvenuto in acque della zona Sar di Tripoli, nessun intervento da parte della Marina di Tripoli, tranne l’invio sul posto di una nave mercantile di passaggio. L’equipaggio della nave Ong tedesca Sea Watch, informato del gommone in difficoltà dal suo aereo da ricognizione, che aveva intercettato i messaggi dell’aereo militare, dopo essersi viste rifiutare indicazioni più precise da parte della centrale di coordinamento della Guardia Costiera di Roma, ha anche cercato di mettersi in contatto con Tripoli, senza però ricevere risposta. Sulla base delle prime indicazioni fornite dall’aereo militare di Mare Sicuro, si è parlato di una cinquantina di vittime; poi, secondo l’elicotttero della Duilio, di 20. Appena però i tre superstiti sono stati in grado di parlare, hanno dichiarato ai funzionari dell’Oim a Lampedusa che erano partiti in 120 e che i loro compagni hanno cominciato ad annegare via via che il gommone affondava. Si spiega così la forte differenza tra la segnalazione dell’aereo e quella dell’elicottero. “Siamo rimasti in acqua per ore, senza ricevere alcun soccorso”, hanno riferito i tre ragazzi, che presentano ustioni da benzina, tipiche in questo tipo di naufragi. Diverse Ong hanno denunciato che se la Guardia Costiera libica fosse intervenuta subito, il conto delle vittime sarebbe stato molto meno doloroso: “Nessuno si è accorto di nulla fino a quanto il gommone non è stato avvistato casualmente da un aereo italiano. Per di più, 50 miglia si coprono in meno di tre ore con una motovedetta. E’ l’ennesima dimostrazione che la marina di Tripoli non è affidabile: non è in grado di gestire una zona Sar e averle delegato totalmente il controllo e i soccorsi in mare significa rendersi complici di tragedie come questa”.

(Fonti: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Agenzia Ansa, Hurriyet Saily News, siti web Marina Militare e Sea Watch)

Libia-Italia (Mediterraneo Centrale), 20 gennaio 2019

Due migranti subsahariani sono morti a bordo del gommone con cui stavano cercando di raggiungere l’Italia dalla Libia. Erano su uno dei due battelli intercettati e bloccati, nel pomeriggio di domenica 20 gennaio, oltre 90 miglia a nord est di Tripoli, in acque internazionali, dalla nave Fezzan, il pattugliatore d’altura donato dall’Italia alla Guardia Costiera di Tripoli nel contesto degli accordi per il controllo dell’immigrazione firmati il 2 febbario 2017. I due corpi senza vita sono stati trovati durante il trasbordo dei migranti costretti a rientrare in Libia, 141 in tutto, ripartiti tra i due natanti. Le salme sono state sbarcate a Tripoli insieme ai superstiti. E’ probabile che i due ragazzi siano morti di freddo e sfinimento. Nella stessa giornata del 20 gennaio la Guardia Costiera libica ha bloccato in mare più di altri 250 migranti, per un totale di circa 400, smistati in centri di detenzione di Tripoli, Misurata e Khums.

(Fonte: Sito web Migrant Rescue Watch, Libya Addres)

Libia (Al Zintan), 20 gennaio 2019

Un profugo è morto di sfinimento e malattia nel centro di detenzione di Al Zintan, una città situata circa 160 chilometri a sud ovest di Tripoli, sul massiccio del Nefusa, nel distretto di Gebel al Gharbi. Lo ha comunicatio uno dei compagni, via twitter, a Sally Hayden, giornalista del Guardian, che si occupa in particolare di diritti umnai e del problema dei profughi in Libia e in Africa. Sembra scontato che il giovane abbia contratto la malattia, forse tubercolosi, all’interno del campo dov’era detenuto da mesi: la mancanza di cure e le stesse condizioni di vita del centro di detenzione gli sono state fatali. Secondo la fonte di Sally Hayden, sarebbe il settimo prigioniero a morire in questo modo ad Al Zintan a partire dalla metà del mese di settembre 2018.

(Fonte: sito web di Sally Hayden)

Libia-Italia (60 miglia a nord di Misurata), 20-21 gennaio 2019

Sono morti sei degli oltre cento migranti che erano su un gommone abbandonato alla deriva, senza soccorsi, per una intera giornata, nel Mediterraneo, 60 miglia a nord di Misurata. La tragedia, come in altri casi del genere, non è stata confermata dalla Guardia Costiera libica, che solo a tarda sera, dopo ore di chiamate di soccorso inascoltate, ha dirottato verso il natante in difficoltà un mercantile della Sierra Leone, la Lady Sharm, arrivato sul posto dopo le 23. Alcuni dei superstiti, una volta a terra, la mattina del 21, hanno però denunciato la scomparsa di 6 compagni al personale di Medici Senza Frontiere che li ha assistiti allo sbarco a Khoms. Sia pure in forma dubitativa (“Si teme che almeno 6 persone siano annegate mentre il gruppo tentava la traveresata”), Medici Senza Frontiere ha diffuso la notizia, che è stata ripresa da vari media africani. D’altra parte i profughi hanno parlato di morti, per ipotermia o perché scivolati in acqua, fin dalle prime richieste di soccorso intercettate da Alarm Phone fin dalla mattina del giorno 20, quando il battello era in mare già da oltre 10 ore, mentre i primi soccorsi sono arrivati soltanto dopo le 23, nonostante la situazione sia stata descritta come “disperata” già alle 12,20, con il battello che stava imbarcando acqua, diverse delle persone a bordo prive di conoscenza e il motore in avaria.

(Fonte: Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere, Liberté Algerie, Sito Web Alarm Phone, Huf Post, Il Fatto Quotidiano, Repubblica)

Libia (Khoms), 21 gennaio 2019

E’ morto poche ore dopo essere stato costretto a rientrare in Libia uno dei ragazzi che erano a bordo del gommone abbandonato alla deriva per l’intera giornata di domenica 20 gennaio, 60 miglia a nord di Misurata, fino all’arrivo, intorno alle 23, del mercantile Lady Sharm, dirottato sul posto dalla Guardia Costiera di Tripoli. Aveva appena 15 anni. Lo ha comunicato, il giorno 23, l’equipe di Medici Senza Frontiere che, allo sbarco nel porto di Khoms, si è presa cura dei 106 migranti recuperati, tutti molto provati dalle ore trascorse in mare. “Allo sbarco – scrive Julien Raickman, responsabile di Msf a Misurata, Khoms e Bani Walid – diverse persone avevano bisogno di cure urgenti. Per dieci, inparticolare, abbiamo organizzato il trasferimento in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero”.

(Fonte: Ufficio stampa di Medici Senza Frontiere)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 2 febbraio 2019

Quattro profughi, tra cui tre bambini, sono annegati nell’Evros mentre tentavano di superare la linea di confine tra la Turchia e la Grecia. Facevano parte di un gruppo di 12, tra afghani e iracheni, che, giunti venerdì due febbraio nei pressi della frontiera, per eludere la sorveglianza della polizia sulle due rive dell’Evros hanno atteso fino alle primissime ore di sabato due prima di imbarcarsi su un canotto pneumatico. Durante la traversata, quasi a metà percorso, il battello, travolto dal fiume in piena, si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. Otto sono riusciti a raggiungere a nuoto una piccola isola quasi al centro del fiume, sulla parte greca. I tre bambini e uno degli adulti sono stati invece trascinati via dalla corrente e se ne sono perse le tracce. L’allarme è stato dato dai superstiti che, dalla piccola isola dove si erano rifugiati, sono riusciti a chiedere aiuto alla polizia greca, che li ha recuperati. Senza esito le ricerche dei quattro dispersi.

(Fonte: Ekathimerini, Associated Press, The National Herald)

Libia (Al Zintan), 2 febbraio 2019

Un altro profugo è morto nel centro di detenzione di Al Zintan, 160 cilometri a sud ovest di Tripoli, dopo il giovane deceduto il 20 gennaio. Si chiamava Abdullah (Abdela): anche lui è stato ucciso da stenti, sfinimento e una grave malattia, verosimilmente una infezione polmonare sfociata in tbc. La notizia è arrivata a Sally Ayden, giornalista del Guardian, da uno dei compagni della vittima, lo stesso che ha comunicato la morte dell’altro giovane il 20 gennaio. “E’ duro condurre questa vita – ha detto in un messaggio inoltrato col cellulare, scritto in un inglese stentato – Sto perdendo ogni speranza. Dillo al mondo e racconta quello che stiamo passando prima che si perdano molte altre vite…”. E’ l’ottavo profugo a morire così, nel campo di Al Zintan, dalla metà del mese di settembre 2018.

(Fonte: sito web e pagina facebook di Sally Hayden).

Libia-Italia (Zawiya), 3 febbraio 2019

Risultano dispersi 24 profughi salpati dal litorale di Zawiya: di loro non si ha più notizia nonostante le ricerche condotte dai familiari per oltre un mese. L’allarme è stato lanciato, in particolare, da due donne che si sono rivolte al Coordinamento Eritrea Democratica: una migrante etiope residente in Arabia, che a bordo della barca scomparsa aveva il figlio diciassettenne; e una giovane esule eritrea in Svezia, che ha perso ogni traccia della sorella minore, Fiori, diciottenne. Prigionieri nel centro di detenzione di Zawiya, i 24 ragazzi, di varia nazionalità (Eritrea, Etiopia, Sudan, Nigeria e una ragazza marocchina), sono stati rilasciati, dopo aver pagato un riscatto, verso la fine di dicembre 2018 e imbarcati su un piccolo battello in legno, la notte tra il 29 e il 30 dicembre, da un trafficante libico di nome Haisem. La mattina successiva lo stesso Haisem ha assicurato che la navigazione procedevas regolarmente, aggiungendo poi che l’intero gruppo era arrivato a Malta. In realtà a Malta non risulta nessuno sbarco ricollegabile a questi 24 ragazzi, così come non sembra credibile che siano stati intercettati e riportati in Libia perché in questo caso – come fanno notare alcuni dei familiari stessi – qualcuno di loro, dopo tanto tempo, avrebbe trovato il modo di inviare notizie. Senza esito anche i tentativi di avere ulteriori informazioni da Haisem, il cui cellulare, dopo alcuni giorni di continue chiamate, è risultato irraggiungibile. L’ultima conferma che, a distanza di 36 giorni dalla partenza, ai familiari non è arrivata alcuna notizia, si è avuta la sera di domenica 3 febbraio 2019 sulla base di alcune comunicazioni giunte al Coordinamento Eritrea Democratica.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica)

Bosnia (Kladusa), 3 febbraio 2019

Un profugo algerino di 33 anni è stato travolto e ucciso in Bosnia, non lontano dal confine con la Croazia. Il giovane era da mesi ospite del campo di Miral, una struttura ricavata in un ex magazzino industriale che ospita circa 600 persone, nei pressi di Kladusa, un grosso centro di frontiera, diventato uno dei principali punti di transito dei migranti che tentano di entrare nell’Unione Europea seguendo la via Balcanica. Un’auto lo ha investito, la sera del 3 febbraio, lungo una strada adiacente al campo. L’incidente non ha avuto testimoni. Il conducente della vettura ha proseguito la corsa senza preoccupasi dei soccorsi e sul posto non c’era nessuno che potesse prestare aiuto e dare l’allarme. Il corpo ormai quasi esanime è stato scoperto solo più tardi, quando il giovane era ormai morente. Secondo alcuni suoi amici, neanche il servizio di sicurezza del campo si sarebbe preoccupato di organizzare i soccorsi e di chiamare un’ambulanza.

(Fonte: sito web Are You Syrious)

Bosnia (Sarajevo), 5 febbraio 2019

Un profugo è stato trovato morto all’interno di un palazzo abbandonato, alla periferia di Sarajevo. Nella stessa stanza dell’edificio c’era un altro giovane, presumibnimente un compagno della vittima, rinvenuto ferito ed esanime. Si tratta di un episodio che presenta numerosi punti oscuri. Forse la morte è dovuta al freddo e allo sfinimento, ma sul corpo sembra ci fossero anche segni di lesioni. Così come presentava ferite e lesioni l’altro giovane trovato nel palazzo. La polizia, che ha aperto un’inchiesta, non ha fornito particolari o chiarimenti: si è limitata a confermare che si tratta di due migranti, senza specificarne neanche il paese d’origine.

(Fonte: sito web Are You Syrious)

Marocco (Tangeri), 6 febbraio 2019

Almeno tre morti nelle acque dello Stretto di Gibilterra, al largo di Tangeri, nel naufragio di un gommone con 45 migranti a bordo. Partito dal Marocco, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia. La richiesta di aiuto è stata intercettata nelle prime ore del mattino, quando il natante stava ormai affondando, dalla Ong Caminando Fronteras, che ha allertato la Guardia Costiera di Tangeri e il Salvamento Maritimo spagnolo. Individuato il relitto anche con l’aiuto di un elicottero partito dalla Spagna, Helimer 2015, le motovedette marocchine hanno recuperato 42 naufraghi e un corpo senza vita. Nelle ore successive sono stati trovati anche i cadaveri dei due migranti che risultavano dispersi. Parecchi dei superstiti erano in gravi condizioni per sintomi di ipotermia e annegamento a causa del tempo trascorso in acqua. Per tre in particolare – una bambina di tre anni, una donna e un uomo – si è reso necessario il ricovero nell’ospedale di Tangeri.

(Fonte: El Diario, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras)     

Italia-Francia (Colle del Monginevro), 6-7 febbraio 2019

Un giovane migrante è morto assiderato nel tentativo di passare di notte, eludendo la polizia di frontiera, il confine tra Italia e Francia. Originario del Togo, aveva 29 anni. Arrivato nell’alto Piemonte probabilmente da diversi giorni, la sera  del 6 febbraio si è incamminato, probabilmente partendo da Claviere, lungo dei sentieri alpini e poi la strada statale 94, che sale sino al Colle del Monginevro. La fatica, il freddo e la neve ne hanno stroncato le forze. In preda a una grave crisi di ipotermia, deve aver perso i sensi. Il suo corpo è stato notato da un camionista verso le 3 del mattino dal margine della carreggiata, in località “La Vachette”, già in territorio francese, a circa 4 chilometri da Briacon, nell’Alta Savoia. Un’equipe medica del servizio Smur di pronto soccorso e i vigili del fuoco, constatato che era ancora in vita, lo hanno trasporto all’ospedale di Briancon nella speranza di poterlo rianimare, ma è morto poco dopo il ricovero. La Procura di Gap ha aperto un’inchiesta per omcidio colposo, affidando le indagini alla gendarmeria di Saim Chaffrey e di Briancon e disponendo anche l’autopsia per stabilire le cause esatte della morte.

(Fonte: Corriere della Sera, Il Giornale, La Stampa, Repubblica, Vector News)

 Libia (Gharyan), 7 febbraio 2019

Un profugo eritreo di 25 anni è morto di tubercolosi nel centro di detenzionme di Al Hamra, a Gharyan, circa 80 chilomettri a sud di Tripoli. Il giovane, che si è ammalato all’interno del campo a causa delle pessime condizioni igieniche e di trattamento, era stato registrato come richiedente asilo e inserito in un programma di relocation dalla Commissione dell’Unhcr: la tbc lo ha ucciso prima che arrivasse il suo turno di essere evacuato. Secondo le informazioni comunicate da alcuni compagni della vittima a Sally Hayden, giornalista del Guardian, e ripresa anche dalla Ong Are You Syrious, la salma, anziché essere trasportata all’obitorio o seppellita, è rimasta chiusa per giorni in un magazzino del centro di detenzione, in attesa dell’intervento dell’Unhcr oppure dell’Oim o della Mezzaluna Rossa. Il colonnello Al Ruba, comandante del campo, ha comunicato all’Unhcr e alla Mezzaluna Rossa numerosi altri malati di tbc, di cui due molto gravi, tra i prigionieri.

(Fonti: sito web Sally Hayden e bollettino informazioni Are You Syrious)      

Algeria-Spagna (Cap Aiguille, Orano), 8 febbraio 2019      

Due morti e tre dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti a nord di Cap Aiguille, appena fuori dalle acque territoriali dell’Algeria. Il battello era salpato dalla zona di Orano con 18 persone a bordo, la maggior parte giovani subsahariani ma anche diversi algerini, facendo rotta verso la Spagna. A circa 13 miglia dalla costa ha cominciatio ad imbarcare acqua, affondando rapidamente. Quando una motovedetta della Guardia Costiera, partita da Orano, è giunta sul posto per i soccorsi, ha individuato e tratto in salvo 13 naufraghi (11 subsaharuiani e 2 algerini) ed ha poi recuperato in mare i corpi senza vita di due giovani. Senza risultato le ricerche dei tre dispersi. Sempre venerdì 8 febbraio, nelle prime ore del mattino, un’altra barca con 23 migranti a bordo è stata intercettata dalla Guardia Costiera poco dopo che era partita da Orano e costretta a rientrare in porto.

(Fonte: Liberte Algerie, Le Journal d’Oran)

Marocco (Tangeri), 11 febbraio 2019

Tre migranti morti nel naufragio di un battello pneumatico nelle acque marocchine. Il natante, un gommone di piccole dimensioni, era partito da Tangeri puntando verso la Spagna. A bordo erano in 12. Dopo poche miglia, al largo della spiaggia di Achakkar, nei pressi di Tangeri, si è trovato in difficoltà e si è rovesciato, forse a causa di un colpo di mare o del sovrappeso che ne ha compromesso la stabilità e la manovrabilità. Tre dei migranti sono scomparsi in mare prima che arrivassero i soccorsi. Gli altri nove, ricondotti  in Marocco, sono stati arrestati dalla gendarmeria e rinchiusi in un centro di detenzione statale, in attesa dell’espulsione verso i paesi d’origine.

(Fonte: rapporto della Ong Alarm Phone)

Grecia (Lesbo), 12 febbraio 2019

Una ragazzina di 15 anni è annegata nel naufragio di una barca carica di migranti nelle acque dell’isola di Lesbo. Il battello era partito poche ore prima, la notte tra lunedì 11 e marrtedì 12 febbraio, da una spiaggia della penisola anatolica. A bordo c’erano 52 richiedenti asilo, in maggioranza iracheni e afghani, tra cui la ragazza e i suoi genitori. La tragedia si è verificata quando Lesbo era ormai a pochi metri: a causa del vento e del mare molto mosso, la barca è finita contro una scogliera e si è rovesciata. Molti dei migranti a bordo hanno raggiunto gli scogli e si sono arrampicati sul costome di roccia della riva, dando l’allarme. Sul posto sono arrivate due motovedette della Guardia Costiera greca che hanno recuperato i naufraghi. I genitori ed altri superstiti hanno subito segnalato che mancava la ragazzina, trascinata lontano dalle onde e dalla corrente. Le ricerche si sono protratte per l’intera giornata, fino al tramonto, anche con un elicottero, ma della quindicenne non è stata trovata traccia. I 51 superstiti sono stati alloggiati nel campo profughi di Moria. Alcuni presentavano forti sintomi di ipotermia.

(Fonti: Ekathimerini, The National Herald, Associated Press)

Algeria-Marocco (Oujda), 14 febbraio 2019

Nove migranti sono morti assiderati nel rentativo di passare il confine fortificato tra l’Algeria e il Marocco, nei primi 14 giorni di febbraio, in circostanze e tempi diversi, nella zona della città frontaliera di Oujda, investita da tempeste di neve e inondazioni. “Chi cerca di attraversare la frontiera in questo tratto – ha scritto il bollettino online della Ong Are You Syrious, che ha dato la notizia insieme ad Alarm Phone – deve non solo superare un’alta barriera ma, prima ancora, un profondo fossato colmo d’acqua che durante l’inverno diventa una trappola mortale”. Ed è stata proprio questa “trappola”, insieme al freddo intenso e al maltempo, ad uccidere quei 9 migranti. Sei sono stati trovati ormai senza vita sul versante marocchino del confine: sono un giovane maliano, due bengalesi, un ivoriamno e due camerunensi. I loro corpi sono stati composti presso l’obitorio di Oujda. Gli altri tre, non  identificati, li ha recuperati la polizia algerina. Sempre sul versante marocchino, altri tre migranti semi assiderati sono stati individuati e soccorsi in extremis: particolarmente grave una giovane donna camerunense, ricoverata all’ospedale di Oujda con entrambe le braccia congelate.

(Fonte: sito web Are You Syrios e Alarm Phone)

Libia (spiaggia di Al Thalatheen, Sirte), 14 febbraio 2019

I cadaveri di tre migranti subsahariani sono stati recuperati nella zona di Al Thalatheen, una spiaggia a ovest di Sirte, in Libia. L’allarme è stato dato da alcuni abitanti del posto i quali, notati i tre corpi senza vita sulla battigia o a breve distanza dalla riva, hanno avvertito la polizia. Il recupero è stato effettuato da una squadra della Mezzaluna Rossa con l’aiuto della Guardia Costiera. Nello stesso tratto del golfo della Sirte, tra il 3 e il 15 gennaio, su un arco di circa 60 chilometri, sono affiorate le salme di 25 migranti, ma non sembra che i due casi siano collegabili tra di loro. E’ verosimile che questi tre cadaveri provengano da un naufragio avvenuto qualche giorno prima del ritrovamento ma rimasto sconosciuto. Se questa ipotesi ha fondamento, sembra scontato che le vittime possano essere molte di più

(Fonte: The Address Libya)   

Spagna (Ceuta), 14 febbraio 2019

Un migrante marocchino di appena 15 anni è rimasto schiaccciato dal camion sotto al quale si era nascosto nel tentativo di imbarcarsi, nel porto di Ceuta, su un ferry diretto ad Algeciras, in Spagna. Si chiamava Ilias E. O. Arrivato a Ceuta da Martil, una città costiera della regione di Tangeri, nel dicembre 2018, il ragazzino è stato ospite per alcune settimane del Centro per rifugiati minorenni ma lo ha lasciato, a quanto dicono i compagni, per sottrarsi alle angherie di altri giovani profughi di diversa nazionalità. Da allora ha vissuto in strada, accampato alle soglie del porto insieme ad altri migranti, in attesa dell’occasione buona per trovare un imbarco per la Penisola Iberica. Nella mattinata di giovedì 14 lui e tre amici hanno cercato di avvicinarsi all’area di servizio del porto, ma la polizia li ha sorpresi e allontanati. Mentre i compagni hanno desistito, lui ha detto che avrebbe voluto ancora tentare la sorte. Rimasto da solo, è riuscito a raggiungere l’area di sosta riservata ai mezzi in attesa dell’imbarco e si è nascosto sotto un tir. Dopo un po’ l’automeezzo si è mosso, avvicinandosi al ferry per Algeciras: stava per salire sulla nave quando  il ragazzo deve aver perso la presa ed è scivolato sotto le ruote posteriori, che lo hanno investito in pieno, uccidendolo all’istante.

(Fonte: El Faro de Ceuta, El Pueblo de Ceuta)

Bosnia (Bihac, campo di Bira), metà febbraio 2018

Un profugo minorenne muore di polmonite nel campo di Bira, a Bihac, la località frontaliera che, diventata uno dei punti principali di transito verso la Croazia sulla via Balcanica, ospita mediamente non meno di 2.000 migranti, quasi sempre in sistemazioni di fortuna. La notizia è stata riferita da alcuni volontari alla Ong Are You Syrious, che l’ha pubblicata nel notiziario settimanale dell’undici marzo. Non è stato specificato il giorno esatto della morte ma, stando alla ricostruzione dei fatti, deve risalire alla metà di febbraio circa. Il ragazzo, arrivato da tempo a Bihac, aveva trovato rifugio in uno dei campi di Bira aperti sotto l’egida dell’Unhcr. In attesa di trovare l’occasione per passare il confine, eludendo la sorveglianza della polizia croata, si è ammalato a causa del freddo e dei disagi: sembrava una semplice influenza ma si è rivelata invece una polmonite che lo ha ucciso in pochi giorni, “anche a causa – sostiene Are You Syrious – della mancanza di adeguate cure mediche”. “A Bira, aggiunge la Ong, vivono circa 2.000 persone, incluse famiglie con i bambini, minori non accompagnati, soggetti deboli e vulnerabili. La mancanza di un’assistenza adeguata sta spingendo molti ad accettare la proposta di rimpatrio volontario fatta dall’Oim oppure a mettere a rischio la propria vita affrontando ore di cammino nella neve e al freddo per tentare di entrare in Croazia”.

(Fonti: notiziario web Are You Syrious, Balcan Insight)

Spagna (Tarifa), 21 febbraio 2019

Il corpo senza vita di  un giovane migrante subsahariano è stato trovato su un canotto pneumatico spiaggiato nella zona di Punta del Guadalmesi, nei pressi di Tarifa, nella provincia di Cadice. Il primo ad avvistare il batello con il cadavere è stato uno sconosciuto, che ha telefonato al Servizio Emergenza 112 dell’Andalusia, dando l’allarme. Una pattuglia della Guardia Civil ha poi trovato il natante sulla spiaggia di Torre Vigia, alla foce del fiume Guadalmesi. E’ probabile che sia arrivato prima dell’alba: i migranti che erano a bordo, verosimilmente qualche decina, si sono subito dileguati. Il giovane trovato senza vita deve essere morto durante la traversata ed i compagni lo hanno abbandonato  sulla barca subito dopo lo sbarco. La salma è stata recuperata e trasferita all’obitorio di Tarifa da una squadra dell’Impresa pubblica di emergenza sanitaria (Epes).

(Fonte: Europa Press, Europa Sur, La Voz de Cadiz, Sito Web Helena Maleno)

Libia (Campo di Al Zintan), 28 febbraio 2019

Un giovane profugo eritreo è morto di malattia e sfinimento nel centro di detenzione di Al Zitan, circa 160 chilometri a sud ovest di Tripoli, sul massiccio di Jabal al Gharbi. La notizia è stata comunicata via twitter da uno dei soi compagni alla giornalista irlandese Sally Hayden, che la ha rilanciata sul suo sito web. E’ presumibile che il ragazzo, come numerosi altri ad Al Zintan, fosse affetto da tempo da una grave infezione polmonare, forse tbc. Stando alle informazioni trapelate negli ultimi mesi, è il nono migrante detenuto a morire in questo modo ad Al Zintan a partire dal settembre 2019. Sally Hayden afferma di essersi messa in contatto con l’equipe medica internazionale incaricata di prendersi cura dei detenuti di Al Zintan, per avere più particolari sul caso, ma non avrebbe avuto risposte.

(Fonte: sito web Sally Hayden)

Marocco (Tangeri), 28 febbraio 2019

Due morti e 4 dispersi in un naufragio al largo di Tangeri: sono tutti i migranti che erano a bordo di un piccolo gommone salpato all’alba per cercare di raggiungere le coste spagnole, al di là dello Stretto di Gibilterra. La tragedia è avvenuta poco dopo la partenza: il battello, forse a causa di un colpo di mare, si è rovesciato e i sei migranti sono scomparsi in mare prima dell’arrivo dei soccorsi. Nelle ore successive sono stati recuperati due corpi senza vita: quello di una ragazza originaria della Guinea e quello di un giovane camerunense, Mboma Alefta, di 25 anni. Gli altri quattro risultano dispersi.

(Fonte: rapporto Alarm Phone)

Spagna-Marocco (Ceuta), 3 marzo 2019

Il cadavere di un migrante è stato recuperate da una unità navale della Guardia Civil nella baia di Ceuta, a poche decine di metri dalla riva. Le condizioni della salma, in avanzato stato di decomposizione, non hanno consentito di stabilire se appartenga a un giovane subsahariano o a un maghrebino. Secondo la polizia, però, non ci sono dubbi che si tratti di un migrante: “Lo conferma – ha detto un funzionario – il fatto che quel giovane indossava indumenti doppi (due giubbotti, due camicie o t-shirt, ecc.: ndr) come fanno sempre i migranti quando, specie in questa stagione, devono affrontare un viaggio clandestino in mare”. Deve trattarsi, dunque, della vittima di un tentativo fallito di attraversare le acque dello Stretto di Gibilterra del quale non si è saputo nulla, ma sicuramente avvenuto diversi giorni prima del rinvenimento del cadavere che, a giudicare dallo stato di conservazione, è stato in acqua molto a lungo. Nelle tasche degli indumenti non sono stati trovati documenti ma è stato recuperato un telefono cellulare, attraverso la cui scheda si spera di poter acquisire informazioni per l’identificazione e la provenienza del ragazzo. Non è da escludere che ci siano altre vittime.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Grecia (Samo), 6-7 marzo 2019

Due gemellini di 4 anni e il loro papà sono morti in seguito al naufragio di una piccola barca carica di profughi affondata al largo dell’isola di Samo, nell’Egeo orientale. Il battello è partito la sera di mercoledì 5 febbraio dalla costa della provincia turca di Aydin, da un punto che dista poche miglia da Samo. A bordo erano in 12, fra cui tre bambini. Il naufragio è avvenuto durante la notte. Imprecisate le cause, tanto più che il mare era calmo e le condizioni meteo generali abbastanza buone: forse una manovra azzardata o forse il sovrappeso rispetto alla portata dell’imbarcazionene. Sta di fatto che prima dell’alba alla Guardia Costiera greca è arrivata una richiesta di soccorso che segnalava una barca in procinto di naufragare nelle acque a est dell’isola. Mobilitati i guardacoste con l’ausilio di un elicottero, alle prime luci i soccorritori hanno recuperato in mare 11 naufraghi mentre uno risultava disperso. Due dei tre bambini, i gemellini, sono apparsi subito in gravi condizioni per sintomi da annegamento e ipotermia e sono morti poco dopo, prima che la motovedetta che li aveva presi a bordo raggiungesse il porto. Nelle ore successive è stato recuperato il corpo senza vita del padre dei due piccoli, che era, appunto, il migrante disperso. Una settimana dopo la polizia greca ha arrestato uno dei naufraghi, con l’accusa di essere lo scafista del battello affondato.

(Fonte: Associated Press, The Natonal Herald, Agenzia Ana Mpa, Ekathimerini edizioni del 7 e del 12 marzo, Tg-3 Rai delle ore 14,20).

Serbia (Sid, distretto di Sirmia), 8 marzo 2019

Un profugo algerino di trent’anni è rimasto ucciso nel tentativo di nascondersi su un treno diretto in Croazia dalla stazione di Sid, la città frontaliera della Voivodina, distretto di Sirmia, in Serbia, diventata uno dei punti di transito più battuti dai migranti che puntano verso l’Unine Europea passando dalla via balcanica, in partioclare la variante che sale dalla Grecia verso l’Albania, il Mongenegro e infine, appunto, la Serbia sino al confine croato. Non sono chiare le circostanze della tragedia. Sembra comunque che il treno fosse già in movimento. Il giovane sarebbe caduto mentre cercava di aggrapparsi per salire e nascondersi su uno dei vagoni fino oltrefrontiera: rimasto gravemente ferito, è morto dopo circa due ore. Secondo il sito web Info Park Belgrado – che per primo ha dato la notizia, poi ripresa dalla Ong Are You Syrious – i soccorsi sarebbero stati tardivi e le cure inadeguate rispetto all’urgenza e alla gravità del caso.

(Fonte: sito web Are You Syrious)

Serbia (confine bosniaco sulla Drina), 8-10 marzo 2019

Un migrante narocchino è annegato nella Drina mentre tentava di attraversare il confine tra la Serbia e la Bosnia. Il suo corpo senza vita è stato recuperato solo dopo tre giorni. La vicenda è stata ricostruita grazie alla testimonianza di un compagno. Dei due giovani, che erano in contatto con la Ong serba No Name Kitchen, si erano perse le tracce dal 7 marzo. Come ha riferito il compagno della vittima, il giorno 8 hanno raggiunto il confine settentrionale della Serbia, intenzionati ad entrare nell’Unione Europea attraverso la Croazia e a proseguire poi il cammino verso il Nord Europa. Bloccati dalla polizia di frontiera croata e costretti a rientrare in Serbia, hanno deciso di ritentare la sorte dalla Bosnia, raggiungendo così la linea di frontiera serbo-bosniaca segnata dal fiume Drina. La tragedia è avvenuta durante il tentativo di attraversare il fiume. Trascinato via dalla corrente, il giovane marocchino è presto scomparso alla vista e poco dopo è annegato. Il suo corpo è riaffiorato ed è stato recuperato dalla polizia solo la mattina di domenica 10 marzo.

(Fonte: sito web Are You Syrious, Balcan Insight) 

Libia (campo di Gharyan), 10 marzo 2019

Quattro profughi eritrei sono morti nel centro di detenzione di Gharyan, uccisi da una grave forma di infezione polmonare, verosimilmente Tbc, aggravata dal forte stato di malnutrizione e debilitazione. La notizia è arrivata al Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna il giorno 10, ma i decessi si sono verificati nell’arco delle tre settimane precedenti. Tutte le vittime erano molto giovani: Isak Gebrezgabier, 22 anni; Mebrhit Destà, 25 anni; Sam Negasi e Yahal Ibrahim, entrambi ventenni. Facevano parte di un gruppo di profughi, tra cui diversi malati, trasferiti due mesi prima a Gharyan dal campo di Al Zintane, dove dal settembre 2018 in poi ci sono state numerosi morti per Tbc. Non è escluso che un focolaio di infezione si sia sviluppato di conseguenza anche a Gharyan, dove peraltro altri due eritrei risultano morti di infezione polmonare nell’ottobre 2018. I compagni hanno riferito che nel campo non c’è alcun servizio medico di assistenza adeguato e che i quattro ragazzi morti sono stati abbandonati a se stessi anche dopo che si sono aggravati.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea e riferite alla Cpi). 

Grecia (Lesbo), 10-11 marzo 2019  

Il corpo di una bambina dell’età presumibile di 4-6 anni e quello di una donna sono affiorati nella mattinata di domenica 10 marzo nelle acque di Lesbo. Secondo i giornali locali si tratta di migranti rimaste vittime di un naufragio nell’Egeo, tra l’isola e le vicine coste turche. A giudicare dall’avanzato stato di decomposizione, entrambe le salme, recuperate dalla Guardia Costiera, erano in mare da diversi giorni, forse addirittura dalla seconda metà del mese di febbraio. I ritrovamenti sono avvenuti in posti e circostanze diverse. Il cadavere della bambina, quello in condizioni peggiori, privo anche della testa, è stato avvistato nel primo mattino mentre flottava a pochi metri dalla riva, di fronte alla grande spiaggia sabbiosa di Vatera. Il corpo della donna è stato trovato alcune ore più tardi, più al largo, incagliato in una scogliera. La Guardia Costiera non ha fornito alcuna informazione sulla possibile provenienza dei due cadaveri.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini, Infomigrants, sito web Lesvos hashtag)   

Libia (campo di Al Zintane), 11 marzo 2019

Un altro profugo è morto di malattia, verosimilmente una infezione polmonare, forse Tbc, nel centro di detenzione di Al Zintane. Si chiamava Sle Welderfiel: eritreo, 23 anni, era prigioniero ad Al Zintane da mesi. Secondo le testimonianze dei compagni, è la decima vittima per questo genere di malattie dal settembre del 2018. La notizia è stata riferita ad Abraham Tesfai, del Coordinamento Eritrea di Bologna, l’undici marzo, ma il decesso dovrebbe risalire a due o tre giorni prima. Come nei casi precedenti, è stata ribadita la denuncia che nel campo, nonostante i ripetuti casi di morte per patologie polmonari, manca un adeguato servizio di assistenza medica e che i malati vengono praticamente abbandonati a se stessi.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea e riferite alla Cpi).

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 13-14 marzo 2019

Quaratacinque migranti sono annegati nel naufragio di un grosso gommone nel Mare di Alboran, tra la costa marocchina e l’Andalusia. Solo 22 i superstiti. Il battello era salpato dalla costa di Tangeri, all’altezza di Nador, la mattina del 13 marzo. Si pensava inizialmente che a bordo ci fossero 58 persone: solo dopo la tragedia si è scoperto, dalle testimonianze dei sopravvissuti, che erano partiti in 67, tutti subsahariani, tra cui 12 donne, due delle quali incinte di cinque e sette mesi. L’allarme è scattato nel primo pomeriggio, quando gli operaori della Ong Caminando Fronteras hanno intercettato un  disperata richiesta di aiuto nella quale si diceva che il motore era  in panne mentre una delle camere pneumatiche si stava sgonfiando rapidamnete per un’avaria e il battello era in procinto di affondare. “Nella telefonata – hanno riferito i portavoce della Ong – si udivano le urla di terrore delle persone che stavano per finire in acqua”.  L’Sos è stato girato immediatamente alla Marina Imperiale marocchina e al Salvamento Maritimo spagnolo. Le ricerche sono state coordinate dalla Guardia Costiera di Tangeri, che ha mobilitato diverse motovedette, ma per tutto il pomeriggio e la serata di mercoledì 13 non è stata torvata traccia del gommone in difficoltà. Soltanto tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio di giovedì 14 finalmente è stato avvistato il relitto, con alcuni naufraghi aggrappati o che cercavano di tenersi a galla nelle vicinanze. I soccorritori hanno recuperato in tutto 22 superstiti e un corpo senza vita. Scomparsi gli altri 44 che erano a bordo. Le Ong hanno messo sotto accusa l’organizzazione dei soccorsi: “Le operazioni di ricerca e recupero – ha denunciato Helena Maleno – devono essere appoggiate anche da dispositivi aerei e continuare durante la notte. Queste tragedie sono evitabili solo se i diversi Stati collaborano tra di loro”.

(Fonti: El Diario, siti web Caminando Fronteras, Helena Maleno, Francisco J. Clemente)

Libia (tra Nesma e Tripoli), 14-15 mazo 2019

Una ragazza eritrea è stata uccisa per aver tentato di opporsi al sequestro e allo stupro. Si chiamava Slas: aveva solo 20 anni.  E’ accaduto la notte tra il 14 e il 15 marzo ma la notizia è arrivata in Italia circa due settimane dopo. L’hanno riferita quattro compagni della vittima – tre ragazzi (Aleksander Alem, Samuel Tesfai, Yonas Tesfai) e una giovane donna con i suoi tre bambini piccoli – costretti ad assistere impotenti all’omicidio. I cinque profughi e i èpiccoli, tutti eritrei, erano stati rilasciati poche ore prima dalla prigione dei tafficanti, a Nesma (220 chilometri a sud di Tripoli), dove hanno trascorso gli ultimi mesi. Lo stesso capo dei trafficanti, Welid, anch’egli eritreo, li ha consegnati a un autista perché li conducesse, dietro pagamento, a Tripoli, dove dicevano di avere un amico che avrebbe potuto aiutarli. Partiti verso il tramonto, poco dopo il “tassista” ha deciso di fermarsi in una località sconosciuta ai cinque, per passare la notte in un magazzino abbandonato. E’ lì che si è consumato il crimine. Verso le due di notte hanno fatto irruzione due libici, armati ma non in divisa, che hanno subito puntato verso le due donne, tentando di trascinarle via. In particolare hanno messo le mani addosso a Slas, facendo intendere che volevano approfittarne. Lei si è opposta con tutte le sue forze: uno dei due aggressori le ha puntato allora la pistola sul viso ed ha fatto fuoco, uccidendola sotto gli occhi dei compagni, terrorizzati e tenuti a bada sotto la minaccia delle armi. Subito dopo i due sono fuggiti. L’autista non ha reagito e non ha chiamato la polizia. La mattina dopo ha fatto salire in macchina i tre ragazzi e la giovane donna e li ha condotti a Tripoli, abbandonando nel magazzino il corpo senza vita di Slas. Appena al sicuro, i quattro profughi hanno raccontato tutto all’amico eritreo di Tripoli e poi alle autorità libiche del campo di Gasr Bin Gashir, ma non hanno saputo indicare la località dove è avvenuto il crimine. E stato poi il migrante residente a Tripoli a comunicare la notizia in Italia al Coordinamneto Eritrea Democratica.

(Fonte: Testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 16-18 marzo 2019

Tre migranti morti su un gommone rimasto alla deriva per quasi due giorni nelle acque dello Stretto di Gibilterra. Il battello era partito la notte tra il 16 e il 17 marzo dalla costa marocchina, nella zona di Tangeri, puntando verso il golfo di Cadice, in Andalusia. L’allarme è scattato la mattina di domenica 17, quando una richiesta di soccorso è stata intercettata dalla Ong Caminando Fronteras. “Hanno detto che a bordo erano circa 55 e che la barca era in panne, quasi in procinto di affondare. In sottofondo, al telefono, si sentivano pianti e grida di disperazione”, ha riferito nella sua pagina web Helena Maleno, portavoce della Ong. Le ricerche si sono protratte per l’intera giornata di domenica, senza alcun esito, tanto che Helena Maleno ha rilanciato nel pomeriggio la segnalazione dell’emergenza. Poi, la mattina di lunedì 18, il gommone è stato individuato da una unità di soccorso della Guardia Costiera marocchina. Si è scoperto allora che a bordo, al momento della partenza, erano in 56 ma che, durante la notte, tre del gruppo erano morti, presumibilmente per ipotermia e sfinimento. I 53 superstiti, tutti molto provati per i due giorni trascorsi in mare aperto, sono stati sbarcati a Tangeri.

(Fonte: siti web Caminando Fronteras e Helena Maleno)

Libia-Italia (Sabratha), 19 marzo 2019

Almeno 30, tra morti e dispersi, nel naufragio di un barcone in legno di fronte alle coste libiche, all’altezza di Sabratha. Solo 15/16 i superstiti. Tra le vittime c’è anche  una donna incinta con il suo primo figlio, un bimbo di pochi anni. La notizia della tragedia è emersa soprattutto grazie a una missione medica dell’Oim, che ha preso contatto e assitito i sopravvissuti informando poi il portavoce italiano dell’organizzazione, Flavio Di Giacomo. Stando alle poche informazioni emerse, il battello era salpato dalla zona di Zuwara, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli, con almeno 44 giovani subsahariani a bordo. Secondo Alarm Phone, l’organizzazione che riceve e rilancia le richieste di aiuto in mare dei migranti, il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo la partenza, all’altezza di Sabratha, la città portuale 30 chilometri a ovest di Zuwara. La barca, forse per un’avaria al motore, sembra sia diventata ingovernabile ed è finita contro una scogliera. Quando sono arrivati i soccorsi, decine di naufraghi erano ormai socmparsi in mare. Secondo quanto ha riferito Flavio Di Giacomo, 15 (ma altre fonti dicono 16)sarebbero stati portati in un ospedale libico. Molti – hanno specificato i medici dell’Oim – presentano ferite e fratture, ma non è chiaro se in conseguenza del naufragio contro gli scogli o per i trattamenti subiti nei centri di detenzione prima della partenza. La conferma che a bordo eranoalmeno in 44 è venuta da Medici Senza Frontiere, che lo ha appreso da fonti locali. Secondo il quotidiano Libya Observer, però, a bordo erano in circa 50. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Amr Ghasem, ha poi parlato di 16/17 superstiti, precisando però che i profughi a bordo erano almeno in 47. Le vittime, dunque, sarebbero almeno 30, forse addirittura 31. La Guardia Costiera libica ha dichiarato di aver recuperato in mare dieci cadaveri.

(Fonti: Il Tirreno, La Stampa, La Gazzetta del Sud, Il Giornale di Sicilia, Rai News 24, Tg Rai delle 14,15, Tg La 7 delle ore 13,30, Libya Observer, Address Libya, Libyan Express, Abc News, Reuters, Ansa Med)

Spagna-Marocco (Melilla), 20 marzo 2019

Il corpo senza vita di un giovane migrante di origine subsahariana è stato avvistato in mare, nell’enclave spagnola di Melilla. Tenuto a galla da un giubbotto salvagente, flottava a breve distanza dal confine con il Marocco, all’altezza della scogliera di Aguadù, dove è stato recuperato da una squadra del servizio subacqueo della Guardia Civil. Se ne ignora la provenienza. A giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in acqua già da qualche giorno. La magistratura ha comunque disposto un’autopsia per stabilire l’epoca e le cause della morte. Negli abiti non sono stati trovati documenti o altri elementi utili all’identificazione.“Il giubbotto che indossava – ha specificato la polizia – è del tipo comunememnte usato dai migranti che tentano la traversata dello Stretto su barche di fortuna. Ora stiamo indagando per cercare di stabilire su quale imbarcazione si trovava e magari con chi, oltre che le circostanze di un eventuale naufragio”. Non è esclusa alcuna ipotesi, inclusa quella che l’uomo abbia tentato di raggiungere via mare l’enclave spagnola dal Marocco.

(Fonte: El Faro de Melilla)

Libia (campo di Al Zintan), 20 marzo 2019

Sono saliti a 12, due in più di quanto segnalato all’inizio di marzo, i profughi morti per malattia, sfinimento e maltrattamenti nel centro di detenzione di Al Zintan. La notizia è stata riferita, insieme all’identità delle vittime, al Coordinamento Eriterea di Bologna. Esclusi due trentenni e un ventisettenne, si tratta di ragazzi estremamente giovani, di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Tutte persone, dunque, nel pieno delle forze ma che verosimilmente si sono ammalate nel campo, dove – come hanno denunciato a più riprese i compagni – sarebbero state in pratica abbandonate a se stesse, senza alcuna assistenza e meno che mai cure medico-sanitarie adeguate e regolari. Di seguito i loro nomi, l’età e, dove possibile, la città di provenienza: Andom Girmai, 27 anni; Munir Jemal, 22 anni, di Asmara; Yosief Tesfamariam, 22 anni, di Molki; Dejen Gebretinsae, 20 asnni, di Serha; Habtom Kidane, 32 anni, di Mendefera; Yonas Gebrekurustos, 33 anni, di Kebabi, regione di Molki; Abdela Afa, 27 anni, di Tesseney; Sele Welderfiel, 23 anni, di Adi Quala (Adi Kual); Yahya Ibrahim, 20 anni, di Gahtelai; Sham Negasi, 20 anni, di Asmara; Mebrhit Desta, 25 anni, della regione di Debub; Isak Gerezgiher, 22 anni.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Cooridnamento Eritrea Democratca)

Spagna-Marocco (Melilla), 22 marzo 2019

Il corpo senza vita di una giovane donna di origine subsahariana è affiorato nelle acque di Melilla, di fronte alla spiaggia di Horcas Coloradas. L’allarme è scattato verso le 8,30 quando sono arrivate al comando di polizia le segnalazioni di alcuni privati. Poco dopo sono iniziate le operazioni di recupero del cadavere da parte di una squadra del Servizio Marittimo Subacqueo della Guardia Civil. Se ne ignora la provenienza e non si sa nulla delle circostanze della morte della ragazza. La spiaggia di Horcas Coloradas è a breve distanza dalla scogliera di Aguadù, dove due giorni prima, il 20 marzo, è stato trovato il corpo senza vita di un giovane migrante, sempre subsahariano, tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio. C’è da credere allora che si tratti dello stesso episodio: forse un naufragio rimasto sconosciuto avvenuto nella zona o un tentativo di sbarco clandestino da un natante giunto dal Marocco finito in tragedia. Non è escluso che ci siano altre vittime.

(Fonte: El Faro de Melilla)

Turchia-Grecia (Ayvacik-Lesbo) 26 marzo 2019

Tre donne e un bambino sono annegati nel naufragio di una barca carica di migranti nell’Egeo. Il battello era partito prima dell’alba dalla costa della provincia di Ayvacik, nella Penisola Anatolica, puntando verso la vicina isola greca di Lesbo. A bordo erano in 15, profughi in fuga dall’Iran e dall’Afghanistan. L’allarme è scattato quando l’imbarcazione stava già affondando, in acque turche. Da Ayvacik sono partite alcune unità della Guardia Costiera, coadiuvate da un elicottero per le ricerche, ma quando i soccorritori sono giunti sul posto la tragedia si era già consumata. Le ricerche sono continuate in tutta la zona fino a quando stati recuperati quattro cadaveri e 11 naufraghi ancora in vita, aggrappati a dei rottami o tenuti a galla da giubbotti di salvataggio. Le motovedette sono rientrate in porto, sbarcando i superstiti sul litorale di Ayvacik da cui erano salpati, solo quando i superstiti hanno confermato che al momento della partenza erano 15 in tutto e non c’erano dunque dei compagni dispersi.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News, Associated Press)

Spagna-Marocco (Ceuta-Tetuan), 26 marzo 2019

I corpi senza vita di due migranti subsahariani sono stati portati dal mare in tempesta uno sul litorale dell’enclave spagnola di Ceuta e l’altro poco distante, al di là della frontiera, nel territorio della città marocchina di Tetuan. La salma affiorata a Ceuta è stato avvistato nella risacca,  all’altezza della scogliera di Tarajal, da un giovane di origine marocchina, di nome Chakir, che, pensando si trattasse di un uomo in procinto di annegare, si è gettato in acqua per aiutarlo. Solo quando lo ha raggiunto si è accorto che si trattava di un cadavere che, a giudicare dallo stato di conservazione, doveva essere in mare da almeno una settimana. Non sono stati trovati elementi utili all’identificazione. L’unico indizio è che l’uomo indossava un giubbotto salvagente di colore rosso e un paio di pinne, come accade spesso per i migranti che tentano di entrare in territorio spagnolo via mare. Secondo alcuni marocchini che raggiungono Ceuta tutti i giorni con carichi di merce da vendere, poco più di una settimana prima del ritrovamento sarebbe arrivata nell’enclave spagnola una barca con diversi occupanti che si sono dati alla fuga poco dopo essere stati fatti sbarcare. Non è escluso che l’uomo trovato senza vita facesse parte di questo gruppo: potrebbe essere annegato prima di toccare terra. L’altro corpo era stato trovato e recuperato poche ore prima dalla Protezione Civile e dalla Gendarmeria Reale marocchine sulla spiaggia di Azla, nel municipio di Tetuan. Era in mare da molto meno tempo dell’altro, forse uno o due giorni al massimo ed è da pensare dunque che non ci siano collegamenti tra i due episodi. Restano ignote la provenianza di questa salma e le circostanze della morte. Nell’ipotesi di un naufragio rimasto ssconosciuto, è verosimile che ci siano altre vittime.

(Fonte: El Faro de Ceuta, siti web Helena Maleno e Karim Prim)  

Libia (Sabratha), 27 marzo 2019

Quarantuno migranti risultano dispersi dopo che si è persa ogni traccia del loro gommone, al largo di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. L’allarme è stato lanciato alle 19,23 dal Centro di Coordinamento Marittimo di Malta: “Avvistato un gommone con probabilmente 41 persone a bordo partito da Sabratha. Le imbarcazioni in zona facciano attenzione e in caso di avvistamneto contattino il Jrcc libico”, diceva il messaggio di aiuto maltese, subito ritrasmesso dalla Guardia Costiera italiana e intercettato anche dalla nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, sotto sequestro nel porto di Lampedusa. La Valletta non ha diramato altre informazioni, ma l’indicazione così precisa dei migranti a bordo, 41, “potrebbe significare – ha considerato il quotidiano Avvenire – che chi ha compiuto l’avvistamento (probabilmente un aereo militare) li ha potuti contare”. Nelle ore e nei giorni successivi nessun mercantile di passaggio ha segnalato la presenza del natante e la Guardia Costiera libica non risulta che sia intervenuta, né che abbia fornito notizie o chiarimenti. Due giorni dopo il primo allarme, il portavoce dell’Oorganizzazione internazionale pe ri migranti (Oim), Flavio Di Giacomo, ha confermato l’emergenza e la mancanza di soccorsi: “I 41 migranti che hanno lasciato Sabratha non  sono stati salvati dalla Guardia Costiera libica e non ci sono informazioni su operazioni di salvataggio effettuate altrove”. Anche il giorno 26, nessuna notizia del gommone scomparso. L’indomani, il 27 marzo, la Guardia Costiera libica ha comunicato di aver recuperato in mare 117 migranti al largo di Homs, oltre 200 chilometri a est di Sabratha, ma evidentemente si tratta di un’operazione che non ha nulla a che fare con i 41 dispersi. Nei giorni successivi non si sono avute notizie di altri interventi di salvataggio nelle acque Sar libiche. Di sicuro non è stato predisposto alcun piano di ricerche.

(Fonte: Avvenire, Tpt News, Il Foglio, sito web Mediterranea)

Grecia (Chios), 28 marzo 2019

Due profughi dispersi in mare dopo che il gommone su cui stavano per approdare sull’isola di Chios si è schiantato contro una scogliera. Il battello era partito prima dell’alba dalla costa di Cesme, distretto occidentale della provincia di Smirne, sulla costa turca, puntando sulla vicina isola greca. A bordo c’erano 38 migranti, fuggiti da Iraq, Afghanistan e Siria. La tragedia si è verificata quando la traversata era quasi al termine. Anziché approdare su una spiaggia o in una rada sicura, il canotto, forse a causa delle condizioni del mare o dell’imperizia del pilota, è finito contro un tratto roccioso della costa. Otto dei naufraghi sono riusciti a raggiungere comunque la riva e a dare l’allarme. Una unità della Guardia Costiera greca ne ha recuperati altri 23 che si erano rifugiati sugli scogli e 5 ancora in acqua, aggrappati al relitto del canotto. I superstiti hanno subito segnalato che, a quel punto, mancavano due dei loro compagni. Le ricerche sono proseguite per tutta la giornata, lungo un vasto  tratto della costa orientale dell’isola, con motovedette e gommoni d’altura della Guardia Costiera e dell’agenzia Frontex, ma dei due dispersi non è stata trovata traccia. Per alcuni dei naufraghi è stato necessario il ricovero in ospedale.

(Fonte: Associated Press, Ekathimerini)

Turchia (Ankara), 28-29 marzo 2019

Cinque giovani profughi afghani sono morti ad Ankara nell’incendio dell’edificio abbandonato dove avevano trovato rifugio. Altri 11 sono rimasti feriti o intossicati dal fumo. Arrivati nella capitale turca da qualche mese, sia le cinque vittime che i feriti si erano adattati a fare i raccoglitori di carta ed altro materiale di risulta da riciclare: appena 50 lire turche (8,16 euro) per 14-15 ore di lavoro. Un lavoro che, per quanto mal pagato, molti profughi accettano per sopravvivere e cercare di mettere insieme il denaro per proseguire il viaggio verso l’Europa, vivendo in capannoni, alloggi di fortuna e palazzi in disuso come quello in cui si è sviluppato l’incendio. “Erano rifugiati, povera gente costretta a fuggire dall’Afghanistan a causa della guerra, che da noi si adatta a vivere come può, magari in attesa di potersene andare”, ha riferito ai cronisti dell’agenzia Reuters Burak Burhan Biyikli, un residente del posto che conosceva alcune delle vittime. I cartoni e l’altro materiale raccolti durante il giorno venivano ammassati nello stesso edificio abbandonato dove i profughi avevano trovato rifugio. L’incendio è divampato, durante la notte tra il 28 e il 29 marzo, probabilmente proprio da quel materiale estremamente infiammabile e si è sviluppato rapidamente, non dando il tempo di fuggire a quei cinque giovani, sorpresi nel sonno. Questa dinamica è stata poi confernata anche dal governatore di Ankara, Vasip Sahin. Non è il primo incidente mortale di questo genere. In un incendio analogo sviluppatosi nel mese di gennaio 2019, ci sono stati 5 morti e 8 feriti. In questo caso tutte le vittime erano siriane, anch’essi profughi che verosimilmente avevano accettato in gran parte quel lavoro precario di raccoglitori per recuperare il denaro con cui proseguire la fuga. Nei primi tre mesi dell’anno, dunque, sono 10 le vittime ad Akara tra questi profughi-raccoglitori.

(Fonti: Reuters, Europe dall’agenzia Xinhua, sito web Are You Syrious, Daily Sabah)     

Croazia (Otocac, Plitvicha Park), 31 marzo – 1 aprile 2019

Un migrante algerino è morto precipitando in un crepaccio nel bosco di Plitvicha, in Croazia, mentre fuggiva nel timore di essere bloccato dalla polizia. Si chiamava Oussama ed aveva 27 anni. Il giovane era insieme a nove compagni, tutti algerini, che erano entrati clandestinamente in Croazia passando il confine, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile, lungo sentieri che attraversano il bosco, circa 20 chilometri a est della città di Otocac. Verso le tre hanno scorto in lontananza la luce di un faro che sembrava avvicinarsi. Temendo che si trattasse di una pattuglia della polizia di frontiera, sono fuggiti sparpagliandosi nella foresta. Dopo pochi minuti Oussama è finito nel crapaccio di una profonda cavità, di cui evidentemente, nella concitazione della fuga, non si era accorto. I compagni lo hanno sentito gridare e qualcuno è tornato indietro nel buio ma non ne ha trovato traccia. Due di loro hanno proseguito il cammino sino a un villaggio distante circa 14 chilometri e l’indomani, verso mezzogiorno, hanno spiegato l’accaduto a una donna croata, la quale ha subito avvisato la polizia. Sono state organizzate delle ricerche e circa 9 ore più tardi il corpo senza vita di Oussama è stato individuato e recuperato in fondo al crepaccio. Contemporaneamente la polizia ha bloccato tutti e 9 i migranti algerini, conducendoli nel centro di detenzione di Trilj, dove sono rimasti per oltre dieci giorni. Il 12 aprile sono stati condotti al confine e rimandati in Bosnia, all’altezza della città di Bihac. Durante la permanenza al campo i nove algerini dicono di aver subito gravi violenze da parte della polizia croata: “Ci hanno sequestrato e distrutto i cellulari e ci hanno rinchiusi in un garage buio, sporco e pieno di escrementi. Le scorte di viveri che avevamo con noi ci sono state tolte e siamo rimasti per oltre due giorni senza mangiare. Il cibo che alla fine hanno cominciato a darci durante la detenzione era scarso e pessimo. Alla fine ci hanno processato e costretto a firmare delle carte scritte in croato che nessuno ci ha tradotto. Subito dopo ci hanno espulso verso la Bosnia”. Una volta giunti a Bihac hanno denunciato la morte del compagno.

(Fonte: rapporto e sito web di Are You Syrious)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 1 aprile 2019     

Un giovane migrante subsahariano, soccorso su un gommone alla deriva nello Stretto di Gibilterra, è morto poco dopo essere stato trasportato a Tarifa, in Andalusia, stroncato da un collasso cardiopolmonare dovuto a un forte stato di ipotermia.  Il ragazzo era partito su un canotto pneumatico, la notte del 31 marzo, dalla costa di Tangeri, diretto verso il golfo di Cadice, insieme a 12 compagni, tutti subsahariani come lui. Le difficili condizioni meteomarine e le correnti hanno reso difficile la navigazione. Nelle prime ore di lunedì primo aprile il battello, in ebvidente difficoltà, è stato avvistato da un veliero privato, che ha allertato la centrale del Salvamento Maritimo. La Salvamer Arcturus ha pattugliato la zona con la collaborazione di una motovedetta della Guardia Civil, ma il natante è stato individuato e raggiunto solo verso sera. Tutti i migranti a bordo erano molto provati dalle tante ore trascorse in mare, ma in particolare appariva grave, quasi privo di conoscenza, uno dei più giovani. Gli uomini del Salvamento Maritimo hanno cercato di riportarlo in sé, trasferendolo poi d’urgenza a Tarifa, il porto più vicino: durante tutti i 45 minuti della rotta hanno continuato a praticargli terapie di rianimazione, ma il ragazzo è morto pochi minuti dopo essere stato sbarcato. I suoi compagni sono stati invece condotti ad Algeciras.

(Fonte: Europa Press, La Voz de Cadiz)

Libia (campo di Gasr Bin Gashir, Tripoli), 4-5 aprile

Un bimbo di appena un mese, originario del Darfur, è morto di malattia e d’inedia nel campo di Gasr Bin Gashir, dove era rinchiuso insieme alla madre. Situata a meno di 30 chilometri dal centro di Tripoli, la struttura, dove sono detenuti oltre 600 migranti di varia nazionalità, si è trovata al centro degli scontri tra le milizie fedeli al governo di Fayez Serraj e le truppe del generale Haftar all’offensiva per conquistare la capitale. “Si odono distintamente i colpi di armi pesanti e il campo è sorvolato spesso da aerei da guerra. Si combatte nelle vicinanze. Alle sofferenze, alle torture, alla mancanza di assistenza e cure mediche, si è aggiunta la mancanza totale di cibo. Ha riferito via twitter alla giornalista irlandese Sally Hayden uno dei detenuti il 5 aprile, aggiungendo che proprio a causa di queste condizioni  il giorno prima era morto il piccolo sudanese. A 48 ore dal decesso non era stato ancora possibile seppellire il corpicino a causa dei gravi pericoli dovuti ai combattimenti in tutta la zona. Quasi tutte le guardie sono fuggite, abbandonando a se stessi i migranti.

(Fonte: siti web di Sally Hayden e e di Andrea Gagne, The Times of Israel, pagina facebook di Are You Syrious)

Grecia (Rodi), 6-7 aprile 2019

I corpi senza vita di tre uomini, completamente vestiti, sono stati portati dal mare su due spiagge dell’isola di Rodi tra sabato 6 e domenica 7 aprile. Il primo cadavere è affiorato sabato pomeriggio di fronte ad Afantou Beach, sul versante orientale dell’isola: avvistato da alcuni passanti, è stato recuperato prima di sera dalla Guardia Costiera. La seconda salma si è spiaggiata la domenica mattina nella stessa zona, ma verso Glystra. Poche ore dopo, infine, è stato scoperto il terzo corpo: le onde lo avevano spinto a Faliraki Beach, non lontano da Afantou Beach. Negli abiti delle tre vittime, composte presso il locale obitorio per l’autopsia, non sono stati trovati documenti né altri elementi utili all’identificazione, ma secondo la Guardia Costiera e la stampa locale si tratta di migranti annegati mentre tentavano di raggiungere Rodi dalla Turchia, in seguito a un naufragio di cui non si è saputo nulla fino a quando il mare non ha restituito quei tre corpi. C’è da ritenere, dunque, che le vittime siano in realtà più numerose perché anche sulle barche di profughi più piccole provenienti dalla penisola anatolica generalmente vengono caricate non meno di 10-15 persone.

(Fonte: Associated Press, News 1130, Daily Mail, The National Herald, Agenzia Ana Mpa, Ekathimerini).

Libia (Mediterraneo, tra Libia e Tunisia), 10 aprille 2019

Otto migranti risultano dispersi dopo essere caduti da una vecchia barca da pesca in legno alla deriva nel Mediterraneo, in acque internazionali, tra la Libia e la Tunisia. L’emergenza è stata segnalata verso le sei del mattino dalla Ong Alarm Phone, che ha intercettato la richiesta di aiuto lanciata da un altro dei migranti a bordo con un cellulare. Nella telefonata si diceva che la barca, partita da un punto della costa libica, a ovest di Tripoli, non lontano dalla frontiera tunisina, stava imbarcando acqua e aveva perso il motore, sicché risultava in totale balia delle correnti. Si precisava inoltre, a testimonianza dell’estremo pericolo, che al momento del contatto con Alarm Phone già 8 persone erano cadute fuoribordo, sparendo in breve tra le onde e che sul natante erano rimasti in venti, tra cui diversi bambini. “In sottofondo – hanno riferito gli operatori di Alarm Phone – si sentivano in effetti pianti e voci infantili”. La richiesta di aiuto è stata immediatamente rilanciata alla Guardia Costiera italiana, che a sua volta ha interessato la marina libica. Da Tripoli è stata fatta partire una unità di soccorso, mentre la barca veniva avvistata anche dall’aereo da ricognizione Moonbird, che collabora con la Ong tedesca Sea Watch. Nel corso della giornata i contatti diretti si sono fatti più difficili perché le batterie del cellulare dei migranti si stavano scaricando. Per ore si è temuto il peggio. Solo verso sera è arrivata la comunicazione che la barca era stata raggiunta da una motovedetta libica e i venti migranti portati a Tripoli. Contro la loro volontà: nei loro messaggi tutti e venti avevano implorato di non essere respinti in Libia: “Se non arriviamo in Italia e ci riportano indietro moriremo tutti”. Nessuna traccia degli 8 dispersi. Non risulta nemmno, anzi, che siano stati cercati.

(Fonte: Sito web Alarm Phone, Repubblica, Il Secolo d’Italia, Sky Tg24, Rai News, Agenzia Ansa)

Libia (Mediterraneo al largo di Sabratha), 10 aprile 2019

Dispersi 50 migranti su un gommone di cui si è persa ogni traccia dalle 22 di lunedì primo aprile, dieci giorni prima. Il battello era al largo di Sabratha, in acque internazionali ma nella zona Sar libica, quando Alarm Phone ne ha intercettato la richiesta di soccorso. La segnalazione, corredata della posizione nautica Gps, è stata immediatamente girata al Mrcc di Roma, la centrale di coordinamneto della Guardia Costiera, che a sua volta ha allertato la Guardia Costiera libica. Con Tripoli anche Alarm Phone ha cercato più volte di mettersi in contatto, senza ricevere risposte. Non risulta che la Marina libica abbia fatto scattare un piano di ricerca. Di certo alle 22, quando Alarm Phone ha stabilito il secondo e ultimo contatto con il battello, non era in corso alcuna missione di recupero. Il Mrcc ha ribadito che la competenza era della Libia ma dalla Libia, per quanto è dato sapere, non è stata fatta partire neanche una motovedetta. L’unica a impegnarsi nelle ricerche è stata la nave soccorso Alan Kurdi, della Ong tedesca Sea Eye: intercettato il dispaccio Sos, ha fatto subito rotta verso la zona dell’emergenza, che ha pattugliato per tutta la notte tra il 2 e il 3 aprile e l’intera mattinata successiva, fino a quando è stata costretta ad allontanarsi per recuperare un altro gommone con 64 profughi a bordo in procinto di affondare. Da allora nessuno ha più cercato il gommone scomparso. Alarm Phone ha continuato a monitorare la situazione, diramando via via le informazioni e le richieste di soccorso nei giorni successivi. A dieci giorni di distanza dal primo Sos, quel gommone non risulta che sia stato intercettato da qualche nave di passaggio né che sia riapprodato sulle coste africane, magari sospinto dalle correnti. Dopo tanto tempo tutto lascia pensare che si sia compiuta l’ennesima tragedia del Mediterraneo, con 50 vittime.

(Fonti: siti web Alarm Phone e Sea Eye, Agenzia Ansa, La Stampa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Avvenire, Quotidiano Net)  

Libia (campo di Abu Salim), 11 aprile 2019

Un profugo eritreo di appena 17 anni si è suicidato, ingerendo delle sostanze tossiche, nel centro di detenzione annesso al carcere di massima sicurezza di Abu Salim, nella periferia sud di Tripoli. Si chiamava Meron. La notizia è stata comunicata al Coordinamento Eritrea Democratica e alla giornalista irlandese Sally Hayden da alcuni compagni del ragazzo, che lo hanno trovato ormai senza vita la mattina dell’undici aprile. Il campo e il carcere di Abu Salim sono a pochi chilometri dal fronte dei combattimenti che hanno investito Tripoli tra le truppe del generale Haftar e quelle fedeli al governo Serraj: Gasr Bin Gashir e Tajoura, teatro degli scontri più sanguinosi, sono a meno di 20 chilometri in linea d’aria; Ain Zara ad appena 10. Ciò ha reso ancora più dure le già difficili condizioni di detenzione. “Qui al campo – hanno detto i compagni di Meron – la gente sta perdendo ormai ogni speranza. Forse proprio questa disperazione, l’idea che non ci fosse più via d’uscita, unita alle sofferenze subite in tutti i mesi di prigionia, hanno spinto il nostro amico, a farla finita. Era un ragazzo dolce, che amava la musica e la danza, ma le torture subite dai trafficanti e la lunga reclusione qui ad Abu Selim lo avevano precipitato in un profondo stato di stress e depressione”.

(Fonte: sito web Sally Hayden, testimonianza raccolta dal Cooridnamento Eritrea, The Irish Time)

Grecia (Karlovasi, Samo), 13 aprile 2019

Trovato poche decine di metri al largo dell’isola di Samo il corpo senza vita di una giovane migrante. La salma flottava non lontano dalla spiaggia del villaggio di Karlovasi: ad avvistarla è stato un pescatore, che la ha recuperata e portata a terra, avvertendo poi la polizia. A quanto si è potuto stabilire, la ragazza era caduta in mare, a poca distanza dalla riva, la notte precedente, da un battello arrivato dalla Turchia con 51 profughi a bordo. Nel buio se ne erano perse subito le tracce. I compagni sono stati trasferiti la mattina stessa a Kos, insieme ad altri 41 profughi sbarcati a Samo nelle ore successive.

(Fonte: rapporto settimanale e sito web Are You Syrious

 

 

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