Un cimitero chiamato Mediterraneo, 2019 prima parte

Nell’arco del 2018 sono arrivati in Europa circa 142 mila profughi e migranti, il 25 per cento in meno rispetto al 2017, quando se ne sono registrati 187.792. La diminuzione è dovuta essenzialmente al crollo degli sbarchi in Italia: meno di 24 mila a fronte dei 119.310 dell’anno prima. Sulle altre rotte, invece, i flussi sono aumentati: in Grecia gli arrivi sono stati oltre 47.000 (inclusi in particolare quelli via terra, dalla frontiera dell’Evros) a fronte di 30.243; in Spagna addirittura più di 62 mila contro 22.319. Senza contare la “scoperta” della via di fuga verso Cipro, con imbarchi sia dalla Turchia che dalla Siria: quasi 7 mila rifugiati (mentre numerosissimi altri premono alla frontiera fra il nord turco e il sud greco dell’isola), rispetto a poche centinaia dell’anno prima. Contrariamente a quanto previsto e affermato dai promotori della politica di chiusura e respingimento adottata dall’Unione Europea e dall’Italia, tuttavia, questo calo degli sbarchi non ha comportato una diminuzione delle vittime. O, meglio, c’è stato un calo in termini assoluti: 2.642 morti (in mare o lungo le vie di terra) rispetto a 3.498, ma non certamente in proporzione al numero di arrivi. Lo dimostra il tasso di mortalità, che rimasto pressoché immutato nel dato generale europeo (una vittima ogni 53 profughi arrivati nel 2018 contro 53) ma è aumentato moltissimo nella rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia, dove si calcola una vittima ogni 18 arrivi, una percentuale da vera e propria decimazione. E’ la conferma che la scelta di alzare barriere non riduce i flussi: semmai li devia ma soprattutto li rende più pericolosi e mortali: non a caso il numero delle vittime è più alto lì dove la “blindatura” è più forte, come è accaduto appunto, dalla seconda metà del 2017 e per tutto l’arco del 2018, sulla rotta Libia-Italia, dove si è arrivati persino a chiudere i porti della nostra penisola a tutte le navi che avevano soccorso e preso a bordo dei migranti in pieno Mediterraneo. Incluse, in taluni casi, navi militari italiane. Questa è la situazione che il 2018 lascia in eredità al 2019, che sarà  il secondo anno in cui tutte le rotte del Mediterraneo risulteranno bloccate, grazie alla serie di accordi che l’Unione Europea e l’Italia hanno stretto con vari Stati africani e del Medio Oriente per esternalizzare le frontiere al di là del mare o addirittura nel Sahara. Ignorando la sorte delle migliaia e migliaia di esseri umani intrappolati in un inferno come quello libico o in realtà non molto dissimili come in Sudan, Sud Sudan, Egitto, Niger. Mentre sono ben lungi dal risolversi le situazioni di crisi che spingono o addirittura costringono così tanti giovani a fuggire dalla propria terra.

 

 

Spagna (Barbate,  Cadice), 2 gennaio 2019

Il cadavere di un migrante di origine subsahariana è stato recuperato al largo di Cadice. Ad avvistarlo, nelle prime ore del mattino, è stato l’equipaggio di un peschereccio, circa 12 miglia a sud est di capo Trafalgar, di fronte alle spiagge di Barbate. La centrale operativa del Salvamento Maritimo, ricevuta la segnalazione, ha inviato sul posto la motovedetta Rio Ulla, della Guardia Civil, che ha recuperato il corpo, trasportandolo poi a Barbate. Stando all’esame medico, la salma era in mare da due o tre giorni. Indosso non aveva documenti o altri elementi di identificazione. Ignote anche le circostanze della morte. Non è escluso che possa trattarsi di un naufragio rimasto sconosciuto, nel quale caso ci sarebbero altre vittime e dispersi.

(Fonte: Europa Press)

Marocco (Stretto di Gibilterra), 2 gennaio 2019

Il corpo senza vita di un giovane subsahariano è stato trovato dalla Marina marocchina a bordo di un gommone con altri 67 migranti soccorso nelle acque dello Stretto di Gibilterra. Il battello era partito dalla costa di Tangeri, con rotta verso l’Andalusia, almeno due giorni prima del ritrovamento. I 68 migranti a bordo sono dunque rimasti in balia del mare per 48 ore, con temperature molto basse, vento forte e onde alte oltre tre metri. Quel giovane è morto, alcune ore prima che arrivassero i soccorsi, per un forte stato di ipotermia, aggravata da sfinimento e malnutrizione. Molto provati anche i 67 superstiti, condotti dopo lo sbarco in uno dei centri di detenzione allestiti nel sud del paese.

(Fonte: sito web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Libia (Sirte), 3-4 gennaio 2019

I cadaveri di 5 giovani migranti sono stati trascinati dal mare sulla spiaggia di Al Sawawa, nei pressi di Sirte. I primi tre sono affiorati la mattina del giorno 3 gennaio. Erano a breve distanza l’uno dall’altro sulla battigia o a pochi metri dalla riva: li hanno trovati alcuni abitanti del posto, che hanno subito avvertito la polizia e la guardia costiera. Una squadra di operatori della Mezzaluna Rossa li ha recupersati e trasferiti all’obitorio dell’ospedale Ibn Sina, per le procedure legali. Indosso non avevano documenti o altri elementi di identificazione. Il giorno dopo, nello stesso tratto di litorale, sono state recuperate altre due salme. Devono essere vittime di un naufragio rimasto sconosciuto e si teme, dunque, che possano esserci numerosi altri morti o dispersi. Secondo alcuni operatori e fonti di stampa sarebbero tre le barche scomparse nei giorni precedenti. Le autorità libiche non hanno fornito notizie: non una parola neanche dal portavoce della Guardia Costiera, il brigadiere generale Ayoub Qasim che, facendo il punto sulle operazioni condotte dall’inizio di dicembre al 5 gennaio, ha parlato di 200 migranti tratti in salvo ma non ha neanche citato il ritrovamneto dei cinque cadaveri a Sirte.

(Fonte: Libya Addres, sito Alarm Phone Zakariva El Zaidy e Angela Casponnetto)

Spagna (Mijas, Malaga), 4 gennaio 2019

Il cadavere di un migrante, probabilmente subsahariano, è stato spinto dalle correnti sulla spiaggia La Luna de Calahonda, nel villaggio di Mijas, presso Malaga. A dare l’allarme, verso le otto del mattino, è stato un dipendente del servizio di nettezza urbana, che stava lavorando lungo l’arenile. E’ apparso subito chiaro che doveva trattarsi di un migrante perché aveva alla vita una camera d’aria per auto usata come galleggiante e un giubbotto salvavita fosforescente, tutte cose di cui spesso si dotano, nell’illusione di assicurarsi un minimo di sicurezza, numerosi migranti che tentano la traversata dello Stretto o del mare di Alboran per raggiungere l’Andalusia dal Marocco. A giudicare dal punto in cui la salma si è spiaggiata, non lontano da Malaga, la vittima doveva essere su un battello affondato nel mare di Alboran. Si ignorano le circostanze del naufragio che, visto l’avanzato stato di decomposiizone del corpo, deve essere avvenuto diversi giorni prima del ritrovamento. La salma, sulla quale non c’era tracc ia di documenti o altri elementi per l’identificazione, è stata composta presso l’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale.

(Fonte: La Opinion de Malaga, Europa Press, Andalucvia Informacion)

Libia (Harawa, Sirte), 8-14 gennaio 2019

Quindici cadaveri di migranti sono stati trascinati dalla corrente sul litorale del golfo della Sirte nell’arco di una settimana. I primi 5 sono affiorati sulla spiaggia di Harawa, un villaggio situato circa 50 chilometri a est di Sirte. A notarli sulla spiaggia o a pochi metri dalla riva sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la polizia. Una squadra della Mezzaluna Rossa ha poi provveduto a recuperarli e a trasferirli in un obitorio di Sirte. A giudicare dallo stato di conservazione, erano in mare ormai da diversi giorni. Alcune ore dopo se ne sono spiaggiati, nei pressi di Sirte, altri tre. Infine 7 sono stati recuperati in mare, da una squadra della Mezzaluna Rossa, tra il 13 e il 14 gennaio, a breve distanza dalla riva, sempre a Sirte. Sembra scontato che questi ritrovamenti siano ricollegabili alle cinque salme recuperate fra il 3 e il 4 gennaio sulla spiaggia del quartiere di Al Sawawa, alla periferia di Sirte. In tutto dunque, dall’inizio di gennaio, i corpi di migranti ritrovati sono 20. Ciò dà forte consistenza al timore di un naufragio rimasto sconosciuto, con altre vittime e dispersi.

(Fonte: Libyan Express, Address Libya edizioni dell’8 e del 14 gennaio, Agenzia Ansa International) 

Italia (Torre Melissa, Crotone), 9-10 gennaio 2019

Un profugo curdo risulta disperso nel mare di Crotone in seguito al naufragio di una grossa barca che si è schiantata contro una scogliera, sul litorale di Torre Melissa. A bordo c’erano altri 51 profughi curdi, tra cui tre bambini di pochi anni e un neonato, tutti portati in salvo dagli abitanti di Torre Melissa. Il battello – un piccolo motoveliero da turismo – era partito dalle coste della Turchia o della Grecia alcuni giorni prima del naufragio, puntando verso l’Italia. Quando è arrivato al largo di Crotone, verso le 4 del mattino tra il 9 e il 10 gennaio, poco prima dello sbarco, i due scafisti, entrambi russi, ne hanno perso il controllo a causa del mare in burrasca e la corrente lo ha spinto verso la scogliera. Dopo l’urto, la barca si è rovesciata su un fianco, spezzandosi quasi in due. Gli scafisti si sono dileguati. Ad aiutare i naufraghi abbandonati a se stessi sono accorsi numerosi abitanti di Torre Melissa che, destati in piena notte dalle grida di aiuto e dal pianto dei bambini, si sono gettati in acqua e, servendosi anche di un moscone di salvataggio messo a disposizione dal titolare di un albergo situato nei pressi della scogliera, hanno cominciato a fare più volte la spola tra la riva e il relitto, recuperando quante più persone possibile. Poco dopo sono arrivati anche marinai della Capitaneria, vigili del fuoco e guardie di finanza. Particolarmente drammatico il salvataggio di una donna e del suo bambino, rimasti intrappolati sotto lo scafo capovolto. Appena a terra, alcuni dei superstiti hanno segnalato che un loro compagno era stato trascinato via dal mare poco dopo l’urto del battello contro la scogliera. Le ricerche non hanno dato esito. I due scafisti sono stati arrestati la notte stessa in un altro albergo, dove avevano chiesto una stanza per la notte. A farli scoprire è stato l’albergastore stesso che, insospettito dal loro atteggiamento e dagli abiti bagnati, ha avvertito i carabinieri di Cirò Marina.

(Fonte: La Repubblica, Agenzia Ansa edizione Calabria)

Marocco (Nador), 11 gennaio 2019

All’obitorio dell’ospedale di Nador, uno dei principali punti d’imbarco di migranti sulla costa marocchina, è stato portato il cadavere di una giovane subsahariana. Poco dopo, nello stesso ospedale, sono stati ricoverati sei migranti, sempre subsahariani, che presentavano varie ferite. La polizia non ha fornito informazioni. Si sa solo, da voci raccolte in città, che altri migranti sarebbero stati arrestati. La notizia è stata comunicata dalla sezione di Nador dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani che, in mancanza di notizie più precise, ha avviato una serie di accertamenti per cercare di ricostruire quanto è accaduto.

(Fonte: Sito web Are You Syrious)    

Siria (Al Hol, governatorato di Deir Az Zor), 11 gennaio 2019

Sei bambini sono morti di freddo e sfinimento durante la marcia o subito dopo l’arrivo a Al Hol, il campo profughi situato nel nord est della Siria, quasi al confine con l’Iraq e vicino alla Turchia, verso la quale spesso cercano poi di fuggire numerosi degli ospiti, dopo una prima sosta-rifugio. I sei piccoli venivano con le loro famiglie da Hajin, la città sull’Eufrate, a sud-est di Deir Az Zor, che, occupata dai miliziani dell’Isis nel novembre 2017, si è trovata per mesi al centro di furiosi combattimenti e bombardamenti e, dal dicembre 2018, di nuovi scontri tra gruppi dell’Isis e reparti delle Forze Democratiche Siriane. “Le condizioni disastrose in cui è stata ridotta la città, la pressoché assoluta mancanza di cibo, i pericoli quotidiani, hanno costretto tantissimi abitanti ad affrontare una fuga disperata, prendendo con sé solo il poco che potevano trasportare a braccia”, ha riferito Andrej Mahecic, portavoce dell’Unhcr. Centinaia di profughi hanno patito questa odissea, marciando per giorni verso Al Hol, quasi senza cibo, al freddo, trascorrendo più di una notte all’addiaccio. Tra loro, anche le famiglie di quei sei bambini stroncati dalla fatica e dagli stenti. Non è escluso che ci siano altre vittime perché, come ha riferito l’Unhcr, numerosi profughi arrivati ad Al Hol hanno raccontato di essere stati costretti a lasciare indietro diversi familiari e amici.

(Fonte: Al Jazeera)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 12-17 gennaio 2019

Cinquantatre morti nel naufragio di un gommone nel Mare di Alboran, tra il Marocco e la Spagna. La tragedia è stata ricostruita grazie all’unico superstite, rimasto in mare per oltre 24 ore prima di essere salvato e poi rintracciato solo sei giorni dopo. Il battello era partito dalla costa di Tangeri, diretto verso l’Andalusia, prima dell’alba del 12 gennaio. A bordo erano in 54, tra cui tre donne, in maggioranza provenienti dalla Mauritania. Verso le 8 hanno inviato una richiesta di aiuto, intercettata dalla Ong Caminando Fronteras, che ha diramato l’allarme al Salvamento Maritimo Spagnolo e alla Marina marocchina. Da quel momento si è perso ogni contatto con la barca. Le ricerche si sono protratte per più giorni, senza esito, mentre l’allarme veniva rilanciato periodicamente sia da Caminando Fronteras che da Alarm Phone. La tragedia è stata scoperta giovedì 17 gennaio quando, su indicazione di un familiare, Caminando Fronteras ha potuto mettersi in contatto con il superstite, ricoverato in un ospedale in Marocco. Il naufragio è avvenuto verso le 11 del mattino, tre ore dopo l’Sos, del giorno 12.  “C’è stato un incidente. Il nostro battello è stato urtato da qualcosa ed è affondato, facendo annegare tutti”, ha raccontato il naufrago, asserendo di essere rimasto in mare, aggrappato a un relitto, per oltre un giorno, finché è stato avvistato e salvato da una barca di pescatori. Tutta la documentazione delle ricerche e le dichiarazioni del superstite sono state messe a disposizione da Caminando Fronteras per una eventuale inchiesta sulle cause della tragedia.

(Fonti: Sito web e documentazione Caminando Fronteras, siti  web Helena Maleno e Alarm Phone, El Faro de Ceuta, El Diario, Europa Press)

Spagna (Ceuta), 14 gennaio 2019

Un migrante morto e uno disperso nelle acque dello Stretto di Gibilterra mentre tentavano di raggiungere la costa dell’Andalusia da Ceuta a bordo di un Kayak. Altri due, su un secondo kayak, sono stati portati in salvo. I quattro – due fratelli e due loro amici, tutti algerini, ospiti del centro per richiedenti asilo dell’enclave spagnola – sono salpati insieme su due kayaks la sera di domenica 13 gennaio. I due fratelli si sono divisi: uno per ciascun kayak, insieme a uno degli amici. Nessuno si è accorto della loro partenza. La navigazione a forza di remi attraverso lo Stretto si è rivelata molto difficile a causa delle condizioni meteomarine avverse. Diverse ore più tardi, nella mattinata di lunedì, non avendo più notizie di loro, alcuni amici rimasti a Ceuta, al corrente del loro tentativo e preoccupati per il mare sempre più agitato, hanno dato l’allarme, facendo scattare le ricerche. Uno dei kayak è stato avvistato e recuperato, poco dopo mezzogiorno dalla salvamar Atria, del servizio di Salvamento Maritimo. Nessuna traccia dell’altro. Anche i due giovani tratti in salvo e ricondotti a Ceuta non hanno saputo fornire indicazioni, in quanto durante la rotta i due piccoli battelli si erano persi di vista nel buio. Senza esito il pattugliamento delle unità di salvataggio fino a sera e il mattino dopo- Nessuna traccia anche nei giorni successivi, fino alla mattina del 24 gennaio, quando il corpo di uno dei due, Adel Mebrek, è affiorato sulla spiaggia di Ain Tmouchent, in Algeria, 72 chilometri a sud est di Orano.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 14 e del 25 gennaio)

Turchia-Grecia (Kusadasi, distretto di Aydin), 15 gennaio 2019

Una bimba irachena è annegata nel naufragio di un gommone carico di profughi nelle acque dell’Egeo. Aveva solo 4 anni. La piccola, insieme ai genitori e a due fratellini, si era imbarcata sulla costa turca di Kusadasi, nel distretto di Aydin. A bordo erano in 47. Puntavano verso Samo, la più vicina delle isole greche a quel tratto di litorale della penisola anatolica. Dopo poche miglia il battello si è trovato in difficoltà a causa del mare molto mosso. Era ormai semi-affondato quando è stato raggiunto da  una motovedetta della Guardia Costiera turca che ha tratto in salvo 40 naufraghi e recuperato il corpo senza vita della piccina. Le ricerche successive hanno consentito di trovare altri 6 superstiti. Una volta a riva, il padre della piccola ha fornito alla Guardia Costiera di Kusadasi e ad alcuni reporter incontrati nell’ospedale dove è stato ricoverato, una ricostruzione terribile della tragedia, mettendo sotto accusa una unità sconosciuta della marina greca. “Una nave della Guardia Costiera greca ci ha bloccato in mare aperto – ha raccontato – Le onde erano molto alte. Abbiamo pensato che fossero venuti a salvarci. Invece ci hanno ordinato di spegnere il motore. Poi hanno agganciato il nostro battello con una fune, cominciando a trainarci in circolo. E’ stata una cosa inumana. Hanno tentato di ucciderci, abbandonandoci poi al nostro destino, fino a quando è arrivata la Guardia Costiera turca a portarci al sicuro. Io sono riuscito a salvare i miei due bambini, ma non sono riuscito a farlo con la mia bambina”. Sulla scorta della sua denuncia è stata sollecitata un’inchiesta.

(Fonti: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Repubblica, Agenzia Ansa, Telegiornale La 7 ore 13,30, Telegiornale Rai 3 ore 14,20)

Spagna (Melilla), 15 gennaio 2019

Un giovane migrante maghrebino è morto sotto le ruote del Tir al quale si era aggrappato per tentare di imbarcarsi clandestinamento su un ferry di linea direttto da Melilla alla Spagna. Il ragazzo deve essersi nascosto sotto la parte posteriore dell’automezzo, aggrappato tra le ruote, prima dell’alba, eludendo la sorveglianza del personale dell’area d’imbarco del porto. E’ restato lì per ore, fino a che, poco dopo mezzogiorno, sono iniziate le operazioni per far salire Tir e auto sul ferry in partenza per l’Andalusia. Il suo Tir aveva fatto solo pochi metri quando, prima ancora di entrare nella nave, deve aver perso la presa ed è caduto a terra, finendo sotto le ruote posteriori. Il camion è stato immediatamente fermato, ma è stato subito chiaro che per il giovane c’erano poche speranze. I pompieri ne hanno liberato il corpo dalle ruote, trasferendolo poi su un’ambulanza, ma è morto dopo pochi minuti.

(Fonte: El Faro de Mellilla)

Libia (golfo della Sirte), 15 gennaio 2019

Altri 5 cadaveri sono affiorati sul litorasle del golfo della Sirte, in Libia, dopo i 20 recuperati fra il 3 e il 13 gennaio. Gli ultimi 4 sono stati avvistati a breve distanza dalla battigia o sulla spiaggia di Hawawa, circa 50 chilometri a est di Sirte, dove sono arrivati anche parte dei 20 precedenti. Notati da alcuni abitanti del posto, li ha recuperati una squadra di volontari della Mezzaluna Rossa, con la collaborazione della Guardia Costiera. Il quinto era stato trovato in precedenza. Appare scontato che questo ritrovamento va messo in stretta correlazione con quelli dei 20 corpi recuperati a partire dal 3 gennaio e che evidentemente deve esserci stato il naufragio di un grosso battello di cui non si è avuta notizia. A giudicare dalle condizioni di conservazione, anche queste salme sono state in mare per lungo tempo. Non sono stati trovati né documenti né altri elementi utili all’identificazione. Tutti i 25 cadaveri sono stati composti nell’obitorio di Sirte per le procedure di legge, prima dell’inumnazione.

(Fonte: Africa News, Alwasat Cairo, Speciale Libia)

Turchia-Grecia (Farmakonisi), 18 gennaio 2018

Profugo annega cadendo da una barca diretta verso l’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo sud orientale. Il battello era partito in piena notte dalla vicina costa della Turchia con 53 migranti, tra cui 7 donne e 10 bambini. Al momento di approdare, forse a causa dell’urto contro uno scoglio, alcune delle persone a bordo sono rimaste ferite e un uomo è caduto in mare, sparendo quasi subito alla vista degli altri nel buio. Erano le 4 del mattino quando la centrale operativa di Watch the Med ha ricevuto una richiesta di aiuto, subito girata alle autorità greche della vicina isola di Leros, nel Dodecaneso. Mezz’ora circa più tardi la Guardia Costiera greca ha riferito di aver trovato due gruppi di profughi appena arrivati a Farmakonisi: 79 in totale, trasferiti tutti poco dopo a Leros. Alcuni di loro hanno subito riferito che un compagno risultava disperso, facendo scattare una operazione di ricerca che si è conclusa circa dieci ore più tardi, verso le due del pomeriggio, quando una pattuglia della Guardia Costiera ha trovato in mare il corpo senza vita del giovane di cui si erano perse le tracce all’approdo a Farmakonisi. Il giorno 19 sono sbarcati a Farmakonisi altri 25 profughi

(Fonte. Rapporto Watch the Med del 19 gennaio 2019)

Libia-Italia (Mediterraneo centrale), 18-19 gennaio 2019

Una strage con almeno 117 vittime, tra cui 10 donne e 2 bambini. Uno di appena due mesi. E’ il bilancio del naufragio di un gommone di migranti, quasi tutti provenienti dal Sudan o dall’Africa Occidentale. Tre soltanto i superstiti: due sudanesi e un gambiano. Il battello era partito da Garabulli, a est di Tripoli.  Dopo circa 10-11 ore di navigazione, circa 50 miglia a nord-est di Tripoli, ha avuto un’avaria, cominciando ad imbarcare acqua e ad affondare lentamente. E’ stato l’inizio della tragedia: molti sono progressivamente scivolati in mare e le onde li hanno trascinati via. L’allarme è scattato nel pomeriggio, quando un aereo militare italiano dell’operazione Mare Sicuro ha avvistato casualmente il gommone, che non era ormai più in grado di galleggiare. La prima segnalazione parlava di almeno 50 persone a bordo. I piloti hanno lanciato due zattere di salvataggio e avvertito la nave Duilio, che si trovava a circa 200 chilometri di distanza. Dall’unità è partito un elicottero di soccorso che, raggiunta la zona segnalata, ha avvistato e recuperato un uomo in mare e due su una delle zattere di salvataggio. Poco distante flottavano anche tre salme. Nessuna traccia degli altri. I tre superstiti, tutti in preda a una forte crisi di ipotermia, sono stati trasferiti d’urgenza a Lampedusa. Le ricerche condotte fino a notte inoltrata non hanno dato esito. Nonostante il naufragio sia avvenuto in acque della zona Sar di Tripoli, nessun intervento da parte della Marina di Tripoli, tranne l’invio sul posto di una nave mercantile di passaggio. L’equipaggio della nave Ong tedesca Sea Watch, informato del gommone in difficoltà dal suo aereo da ricognizione, che aveva intercettato i messaggi dell’aereo militare, dopo essersi viste rifiutare indicazioni più precise da parte della centrale di coordinamento della Guardia Costiera di Roma, ha anche cercato di mettersi in contatto con Tripoli, senza però ricevere risposta. Sulla base delle prime indicazioni fornite dall’aereo militare di Mare Sicuro, si è parlato di una cinquantina di vittime; poi, secondo l’elicotttero della Duilio, di 20. Appena però i tre superstiti sono stati in grado di parlare, hanno dichiarato ai funzionari dell’Oim a Lampedusa che erano partiti in 120 e che i loro compagni hanno cominciato ad annegare via via che il gommone affondava. Si spiega così la forte differenza tra la segnalazione dell’aereo e quella dell’elicottero. “Siamo rimasti in acqua per ore, senza ricevere alcun soccorso”, hanno riferito i tre ragazzi, che presentano ustioni da benzina, tipiche in questo tipo di naufragi. Diverse Ong hanno denunciato che se la Guardia Costiera libica fosse intervenuta subito, il conto delle vittime sarebbe stato molto meno doloroso: “Nessuno si è accorto di nulla fino a quanto il gommone non è stato avvistato casualmente da un aereo italiano. Per di più, 50 miglia si coprono in meno di tre ore con una motovedetta. E’ l’ennesima dimostrazione che la marina di Tripoli non è affidabile: non è in grado di gestire una zona Sar e averle delegato totalmente il controllo e i soccorsi in mare significa rendersi complici di tragedie come questa”.

(Fonti: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Agenzia Ansa, Hurriyet Saily News, siti web Marina Militare e Sea Watch)

Libia-Italia (Mediterraneo Centrale), 20 gennaio 2019

Due migranti subsahariani sono morti a bordo del gommone con cui stavano cercando di raggiungere l’Italia dalla Libia. Erano su uno dei due battelli intercettati e bloccati, nel pomeriggio di domenica 20 gennaio, oltre 90 miglia a nord est di Tripoli, in acque internazionali, dalla nave Fezzan, il pattugliatore d’altura donato dall’Italia alla Guardia Costiera di Tripoli nel contesto degli accordi per il controllo dell’immigrazione firmati il 2 febbario 2017. I due corpi senza vita sono stati trovati durante il trasbordo dei migranti costretti a rientrare in Libia, 141 in tutto, ripartiti tra i due natanti. Le salme sono state sbarcate a Tripoli insieme ai superstiti. E’ probabile che i due ragazzi siano morti di freddo e sfinimento. Nella stessa giornata del 20 gennaio la Guardia Costiera libica ha bloccato in mare più di altri 250 migranti, per un totale di circa 400, smistati in centri di detenzione di Tripoli, Misurata e Khums.

(Fonte: Sito web Migrant Rescue Watch, Libya Addres)

Libia (Al Zintan), 20 gennaio 2019

Un profugo è morto di sfinimento e malattia nel centro di detenzione di Al Zintan, una città situata circa 160 chilometri a sud ovest di Tripoli, sul massiccio del Nefusa, nel distretto di Gebel al Gharbi. Lo ha comunicatio uno dei compagni, via twitter, a Sally Hayden, giornalista del Guardian, che si occupa in particolare di diritti umnai e del problema dei profughi in Libia e in Africa. Sembra scontato che il giovane abbia contratto la malattia, forse tubercolosi, all’interno del campo dov’era detenuto da mesi: la mancanza di cure e le stesse condizioni di vita del centro di detenzione gli sono state fatali. Secondo la fonte di Sally Hayden, sarebbe il settimo prigioniero a morire in questo modo ad Al Zintan a partire dalla metà del mese di settembre 2018.

(Fonte: sito web di Sally Hayden)

Libia-Italia (60 miglia a nord di Misurata), 20-21 gennaio 2019

Sono morti sei degli oltre cento migranti che erano su un gommone abbandonato alla deriva, senza soccorsi, per una intera giornata, nel Mediterraneo, 60 miglia a nord di Misurata. La tragedia, come in altri casi del genere, non è stata confermata dalla Guardia Costiera libica, che solo a tarda sera, dopo ore di chiamate di soccorso inascoltate, ha dirottato verso il natante in difficoltà un mercantile della Sierra Leone, la Lady Sharm, arrivato sul posto dopo le 23. Alcuni dei superstiti, una volta a terra, la mattina del 21, hanno però denunciato la scomparsa di 6 compagni al personale di Medici Senza Frontiere che li ha assistiti allo sbarco a Khoms. Sia pure in forma dubitativa (“Si teme che almeno 6 persone siano annegate mentre il gruppo tentava la traveresata”), Medici Senza Frontiere ha diffuso la notizia, che è stata ripresa da vari media africani. D’altra parte i profughi hanno parlato di morti, per ipotermia o perché scivolati in acqua, fin dalle prime richieste di soccorso intercettate da Alarm Phone fin dalla mattina del giorno 20, quando il battello era in mare già da oltre 10 ore, mentre i primi soccorsi sono arrivati soltanto dopo le 23, nonostante la situazione sia stata descritta come “disperata” già alle 12,20, con il battello che stava imbarcando acqua, diverse delle persone a bordo prive di conoscenza e il motore in avaria.

(Fonte: Ufficio Stampa Medici Senza Frontiere, Liberté Algerie, Sito Web Alarm Phone, Huf Post, Il Fatto Quotidiano, Repubblica)

Libia (Khoms), 21 gennaio 2019

E’ morto poche ore dopo essere stato costretto a rientrare in Libia uno dei ragazzi che erano a bordo del gommone abbandonato alla deriva per l’intera giornata di domenica 20 gennaio, 60 miglia a nord di Misurata, fino all’arrivo, intorno alle 23, del mercantile Lady Sharm, dirottato sul posto dalla Guardia Costiera di Tripoli. Aveva appena 15 anni. Lo ha comunicato, il giorno 23, l’equipe di Medici Senza Frontiere che, allo sbarco nel porto di Khoms, si è presa cura dei 106 migranti recuperati, tutti molto provati dalle ore trascorse in mare. “Allo sbarco – scrive Julien Raickman, responsabile di Msf a Misurata, Khoms e Bani Walid – diverse persone avevano bisogno di cure urgenti. Per dieci, inparticolare, abbiamo organizzato il trasferimento in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero”.

(Fonte: Ufficio stampa di Medici Senza Frontiere)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 2 febbraio 2019

Quattro profughi, tra cui tre bambini, sono annegati nell’Evros mentre tentavano di superare la linea di confine tra la Turchia e la Grecia. Facevano parte di un gruppo di 12, tra afghani e iracheni, che, giunti venerdì due febbraio nei pressi della frontiera, per eludere la sorveglianza della polizia sulle due rive dell’Evros hanno atteso fino alle primissime ore di sabato due prima di imbarcarsi su un canotto pneumatico. Durante la traversata, quasi a metà percorso, il battello, travolto dal fiume in piena, si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. Otto sono riusciti a raggiungere a nuoto una piccola isola quasi al centro del fiume, sulla parte greca. I tre bambini e uno degli adulti sono stati invece trascinati via dalla corrente e se ne sono perse le tracce. L’allarme è stato dato dai superstiti che, dalla piccola isola dove si erano rifugiati, sono riusciti a chiedere aiuto alla polizia greca, che li ha recuperati. Senza esito le ricerche dei quattro dispersi.

(Fonte: Ekathimerini, Associated Press, The National Herald)

Libia (Al Zintan), 2 febbraio 2019

Un altro profugo è morto nel centro di detenzione di Al Zintan, 160 cilometri a sud ovest di Tripoli, dopo il giovane deceduto il 20 gennaio. Si chiamava Abdullah (Abdela): anche lui è stato ucciso da stenti, sfinimento e una grave malattia, verosimilmente una infezione polmonare sfociata in tbc. La notizia è arrivata a Sally Ayden, giornalista del Guardian, da uno dei compagni della vittima, lo stesso che ha comunicato la morte dell’altro giovane il 20 gennaio. “E’ duro condurre questa vita – ha detto in un messaggio inoltrato col cellulare, scritto in un inglese stentato – Sto perdendo ogni speranza. Dillo al mondo e racconta quello che stiamo passando prima che si perdano molte altre vite…”. E’ l’ottavo profugo a morire così, nel campo di Al Zintan, dalla metà del mese di settembre 2018.

(Fonte: sito web e pagina facebook di Sally Hayden).

Libia-Italia (Zawiya), 3 febbraio 2019

Risultano dispersi 24 profughi salpati dal litorale di Zawiya: di loro non si ha più notizia nonostante le ricerche condotte dai familiari per oltre un mese. L’allarme è stato lanciato, in particolare, da due donne che si sono rivolte al Coordinamento Eritrea Democratica: una migrante etiope residente in Arabia, che a bordo della barca scomparsa aveva il figlio diciassettenne; e una giovane esule eritrea in Svezia, che ha perso ogni traccia della sorella minore, Fiori, diciottenne. Prigionieri nel centro di detenzione di Zawiya, i 24 ragazzi, di varia nazionalità (Eritrea, Etiopia, Sudan, Nigeria e una ragazza marocchina), sono stati rilasciati, dopo aver pagato un riscatto, verso la fine di dicembre 2018 e imbarcati su un piccolo battello in legno, la notte tra il 29 e il 30 dicembre, da un trafficante libico di nome Haisem. La mattina successiva lo stesso Haisem ha assicurato che la navigazione procedevas regolarmente, aggiungendo poi che l’intero gruppo era arrivato a Malta. In realtà a Malta non risulta nessuno sbarco ricollegabile a questi 24 ragazzi, così come non sembra credibile che siano stati intercettati e riportati in Libia perché in questo caso – come fanno notare alcuni dei familiari stessi – qualcuno di loro, dopo tanto tempo, avrebbe trovato il modo di inviare notizie. Senza esito anche i tentativi di avere ulteriori informazioni da Haisem, il cui cellulare, dopo alcuni giorni di continue chiamate, è risultato irraggiungibile. L’ultima conferma che, a distanza di 36 giorni dalla partenza, ai familiari non è arrivata alcuna notizia, si è avuta la sera di domenica 3 febbraio 2019 sulla base di alcune comunicazioni giunte al Coordinamento Eritrea Democratica.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica)

Bosnia (Kladusa), 3 febbraio 2019

Un profugo algerino di 33 anni è stato travolto e ucciso in Bosnia, non lontano dal confine con la Croazia. Il giovane era da mesi ospite del campo di Miral, una struttura ricavata in un ex magazzino industriale che ospita circa 600 persone, nei pressi di Kladusa, un grosso centro di frontiera, diventato uno dei principali punti di transito dei migranti che tentano di entrare nell’Unione Europea seguendo la via Balcanica. Un’auto lo ha investito, la sera del 3 febbraio, lungo una strada adiacente al campo. L’incidente non ha avuto testimoni. Il conducente della vettura ha proseguito la corsa senza preoccupasi dei soccorsi e sul posto non c’era nessuno che potesse prestare aiuto e dare l’allarme. Il corpo ormai quasi esanime è stato scoperto solo più tardi, quando il giovane era ormai morente. Secondo alcuni suoi amici, neanche il servizio di sicurezza del campo si sarebbe preoccupato di organizzare i soccorsi e di chiamare un’ambulanza.

(Fonte: sito web Are You Syrious)

Bosnia (Sarajevo), 5 febbraio 2019

Un profugo è stato trovato morto all’interno di un palazzo abbandonato, alla periferia di Sarajevo. Nella stessa stanza dell’edificio c’era un altro giovane, presumibnimente un compagno della vittima, rinvenuto ferito ed esanime. Si tratta di un episodio che presenta numerosi punti oscuri. Forse la morte è dovuta al freddo e allo sfinimento, ma sul corpo sembra ci fossero anche segni di lesioni. Così come presentava ferite e lesioni l’altro giovane trovato nel palazzo. La polizia, che ha aperto un’inchiesta, non ha fornito particolari o chiarimenti: si è limitata a confermare che si tratta di due migranti, senza specificarne neanche il paese d’origine.

(Fonte: sito web Are You Syrious)

Marocco (Tangeri), 6 febbraio 2019

Almeno tre morti nelle acque dello Stretto di Gibilterra, al largo di Tangeri, nel naufragio di un gommone con 45 migranti a bordo. Partito dal Marocco, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia. La richiesta di aiuto è stata intercettata nelle prime ore del mattino, quando il natante stava ormai affondando, dalla Ong Caminando Fronteras, che ha allertato la Guardia Costiera di Tangeri e il Salvamento Maritimo spagnolo. Individuato il relitto anche con l’aiuto di un elicottero partito dalla Spagna, Helimer 2015, le motovedette marocchine hanno recuperato 42 naufraghi e un corpo senza vita. Nelle ore successive sono stati trovati anche i cadaveri dei due migranti che risultavano dispersi. Parecchi dei superstiti erano in gravi condizioni per sintomi di ipotermia e annegamento a causa del tempo trascorso in acqua. Per tre in particolare – una bambina di tre anni, una donna e un uomo – si è reso necessario il ricovero nell’ospedale di Tangeri.

(Fonte: El Diario, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras)     

Italia-Francia (Colle del Monginevro), 6-7 febbraio 2019

Un giovane migrante è morto assiderato nel tentativo di passare di notte, eludendo la polizia di frontiera, il confine tra Italia e Francia. Originario del Togo, aveva 29 anni. Arrivato nell’alto Piemonte probabilmente da diversi giorni, la sera  del 6 febbraio si è incamminato, probabilmente partendo da Claviere, lungo dei sentieri alpini e poi la strada statale 94, che sale sino al Colle del Monginevro. La fatica, il freddo e la neve ne hanno stroncato le forze. In preda a una grave crisi di ipotermia, deve aver perso i sensi. Il suo corpo è stato notato da un camionista verso le 3 del mattino dal margine della carreggiata, in località “La Vachette”, già in territorio francese, a circa 4 chilometri da Briacon, nell’Alta Savoia. Un’equipe medica del servizio Smur di pronto soccorso e i vigili del fuoco, constatato che era ancora in vita, lo hanno trasporto all’ospedale di Briancon nella speranza di poterlo rianimare, ma è morto poco dopo il ricovero. La Procura di Gap ha aperto un’inchiesta per omcidio colposo, affidando le indagini alla gendarmeria di Saim Chaffrey e di Briancon e disponendo anche l’autopsia per stabilire le cause esatte della morte.

(Fonte: Corriere della Sera, Il Giornale, La Stampa, Repubblica, Vector News)

 Libia (Gharyan), 7 febbraio 2019

Un profugo eritreo di 25 anni è morto di tubercolosi nel centro di detenzionme di Al Hamra, a Gharyan, circa 80 chilomettri a sud di Tripoli. Il giovane, che si è ammalato all’interno del campo a causa delle pessime condizioni igieniche e di trattamento, era stato registrato come richiedente asilo e inserito in un programma di relocation dalla Commissione dell’Unhcr: la tbc lo ha ucciso prima che arrivasse il suo turno di essere evacuato. Secondo le informazioni comunicate da alcuni compagni della vittima a Sally Hayden, giornalista del Guardian, e ripresa anche dalla Ong Are You Syrious, la salma, anziché essere trasportata all’obitorio o seppellita, è rimasta chiusa per giorni in un magazzino del centro di detenzione, in attesa dell’intervento dell’Unhcr oppure dell’Oim o della Mezzaluna Rossa. Il colonnello Al Ruba, comandante del campo, ha comunicato all’Unhcr e alla Mezzaluna Rossa numerosi altri malati di tbc, di cui due molto gravi, tra i prigionieri.

(Fonti: sito web Sally Hayden e bollettino informazioni Are You Syrious)      

Algeria-Spagna (Cap Aiguille, Orano), 8 febbraio 2019      

Due morti e tre dispersi nel naufragio di una barca carica di migranti a nord di Cap Aiguille, appena fuori dalle acque territoriali dell’Algeria. Il battello era salpato dalla zona di Orano con 18 persone a bordo, la maggior parte giovani subsahariani ma anche diversi algerini, facendo rotta verso la Spagna. A circa 13 miglia dalla costa ha cominciatio ad imbarcare acqua, affondando rapidamente. Quando una motovedetta della Guardia Costiera, partita da Orano, è giunta sul posto per i soccorsi, ha individuato e tratto in salvo 13 naufraghi (11 subsaharuiani e 2 algerini) ed ha poi recuperato in mare i corpi senza vita di due giovani. Senza risultato le ricerche dei tre dispersi. Sempre venerdì 8 febbraio, nelle prime ore del mattino, un’altra barca con 23 migranti a bordo è stata intercettata dalla Guardia Costiera poco dopo che era partita da Orano e costretta a rientrare in porto.

(Fonte: Liberte Algerie, Le Journal d’Oran)

Grecia (Lesbo), 12 febbraio 2019

Una ragazzina di 15 anni è annegata nel naufragio di una barca carica di migranti nelle acque dell’isola di Lesbo. Il battello era partito poche ore prima, la notte tra lunedì 11 e marrtedì 12 febbraio, da una spiaggia della penisola anatolica. A bordo c’erano 52 richiedenti asilo, in maggioranza iracheni e afghani, tra cui la ragazza e i suoi genitori. La tragedia si è verificata quando Lesbo era ormai a pochi metri: a causa del vento e del mare molto mosso, la barca è finita contro una scogliera e si è rovesciata. Molti dei migranti a bordo hanno raggiunto gli scogli e si sono arrampicati sul costome di roccia della riva, dando l’allarme. Sul posto sono arrivate due motovedette della Guardia Costiera greca che hanno recuperato i naufraghi. I genitori ed altri superstiti hanno subito segnalato che mancava la ragazzina, trascinata lontano dalle onde e dalla corrente. Le ricerche si sono protratte per l’intera giornata, fino al tramonto, anche con un elicottero, ma della quindicenne non è stata trovata traccia. I 51 superstiti sono stati alloggiati nel campo profughi di Moria. Alcuni presentavano forti sintomi di ipotermia.

(Fonti: Ekathimerini, The National Herald, Associated Press)

Algeria-Marocco (Oujda), 14 febbraio 2019

Nove migranti sono morti assiderati nel rentativo di passare il confine fortificato tra l’Algeria e il Marocco, nei primi 14 giorni di febbraio, in circostanze e tempi diversi, nella zona della città frontaliera di Oujda, investita da tempeste di neve e inondazioni. “Chi cerca di attraversare la frontiera in questo tratto – ha scritto il bollettino online della Ong Are You Syrious, che ha dato la notizia insieme ad Alarm Phone – deve non solo superare un’alta barriera ma, prima ancora, un profondo fossato colmo d’acqua che durante l’inverno diventa una trappola mortale”. Ed è stata proprio questa “trappola”, insieme al freddo intenso e al maltempo, ad uccidere quei 9 migranti. Sei sono stati trovati ormai senza vita sul versante marocchino del confine: sono un giovane maliano, due bengalesi, un ivoriamno e due camerunensi. I loro corpi sono stati composti presso l’obitorio di Oujda. Gli altri tre, non  identificati, li ha recuperati la polizia algerina. Sempre sul versante marocchino, altri tre migranti semi assiderati sono stati individuati e soccorsi in extremis: particolarmente grave una giovane donna camerunense, ricoverata all’ospedale di Oujda con entrambe le braccia congelate.

(Fonte: sito web Are You Syrios e Alarm Phone)

Libia (spiaggia di Al Thalatheen, Sirte), 14 febbraio 2019

I cadaveri di tre migranti subsahariani sono stati recuperati nella zona di Al Thalatheen, una spiaggia a ovest di Sirte, in Libia. L’allarme è stato dato da alcuni abitanti del posto i quali, notati i tre corpi senza vita sulla battigia o a breve distanza dalla riva, hanno avvertito la polizia. Il recupero è stato effettuato da una squadra della Mezzaluna Rossa con l’aiuto della Guardia Costiera. Nello stesso tratto del golfo della Sirte, tra il 3 e il 15 gennaio, su un arco di circa 60 chilometri, sono affiorate le salme di 25 migranti, ma non sembra che i due casi siano collegabili tra di loro. E’ verosimile che questi tre cadaveri provengano da un naufragio avvenuto qualche giorno prima del ritrovamento ma rimasto sconosciuto. Se questa ipotesi ha fondamento, sembra scontato che le vittime possano essere molte di più

(Fonte: The Address Libya)   

Spagna (Ceuta), 14 febbraio 2019

Un migrante marocchino di appena 15 anni è rimasto schiaccciato dal camion sotto al quale si era nascosto nel tentativo di imbarcarsi, nel porto di Ceuta, su un ferry diretto ad Algeciras, in Spagna. Si chiamava Ilias E. O. Arrivato a Ceuta da Martil, una città costiera della regione di Tangeri, nel dicembre 2018, il ragazzino è stato ospite per alcune settimane del Centro per rifugiati minorenni ma lo ha lasciato, a quanto dicono i compagni, per sottrarsi alle angherie di altri giovani profughi di diversa nazionalità. Da allora ha vissuto in strada, accampato alle soglie del porto insieme ad altri migranti, in attesa dell’occasione buona per trovare un imbarco per la Penisola Iberica. Nella mattinata di giovedì 14 lui e tre amici hanno cercato di avvicinarsi all’area di servizio del porto, ma la polizia li ha sorpresi e allontanati. Mentre i compagni hanno desistito, lui ha detto che avrebbe voluto ancora tentare la sorte. Rimasto da solo, è riuscito a raggiungere l’area di sosta riservata ai mezzi in attesa dell’imbarco e si è nascosto sotto un tir. Dopo un po’ l’automeezzo si è mosso, avvicinandosi al ferry per Algeciras: stava per salire sulla nave quando  il ragazzo deve aver perso la presa ed è scivolato sotto le ruote posteriori, che lo hanno investito in pieno, uccidendolo all’istante.

(Fonte: El Faro de Ceuta, El Pueblo de Ceuta)

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