Crisi dei migranti: un altro capitolo di colonialismo?

di Emilio Drudi

“Un’ipocrisia”. Così, senza mezzi termini, Fayez Serraji, il presidente del Governo di Tripoli, ha definito, prima di ripartire da Palermo, l’atteggiamento dell’Unione Europea sulla crisi dei migranti, rilanciando in una intervista al Corriere della Sera un problema che nel vertice internazionale sulla Libia era rimasto defilato e sottaciuto. Serraji non si è dimostrato finora un “cuor di leone” e, nonostante il sostegno dell’Onu e di quasi tutte le cancellerie occidentali, appare debole e non in grado di esercitare il controllo nemmeno sulla sola Tripoli, altroché l’intera Libia. Eppure, a Palermo, non ha avuto dubbi o esitazioni: “Io vedo – ha dichiarato – una ipocrisia enorme nelle richieste europee al nostro Paese. Voi ci state chiedendo di accogliere e trattenere all’interno dei nostri confini più di 600 mila migranti, dei quali 30 mila si trovano nei campi gestiti dal nostro Governo. Ma voi, che siete infinitamente più ricchi di noi, rifiutate di accoglierne ancora perfino uno. Scacciate i pochi che arrivano. Mi piacerebbe che ci fosse più collaborazione. Perché, in realtà, l’immigrazione è un problema comune che va condiviso…”.

Sono parole che suonano come una lezione di coerenza e dignità nei confronti dei leader occidentali intervenuti al vertice di Palermo e, in particolare, per il Governo italiano, che quel vertice lo ha organizzato e presentato come un passo, se non decisivo, certo molto importante sulla strada della stabilizzazione e pacificazione della Libia e, più in generale, per i rapporti attuali e futuri con Tripoli. Di più. A ben vedere, quelle parole appaiono un autentico, forte j’accuse su un problema che ha trovato scarso spazio e nessuna concreta proposta di soluzione nel confronto di Villa Igiea, ma che investe milioni di persone e che, oltre tutto, è da anni, assai spesso strumentalmente, al centro del dibattito e di molte scelte politiche della Ue e di tutti gli Stati comunitari: un tema sul quale numerosi leader hanno costruito le proprie fortune in termini di consenso elettorale, imprimendo una pericolosa deriva di paura, intolleranza, xenofobia, razzismo, al sentire comune e alle scelte stesse di “chiusura” e respingimento fatte dai Governi.

Né Bruxelles, né Roma, né le altre capitali dell’Unione sembrano aver preso granché in considerazione l’atto d’accusa di Serraji. Eppure, aver fatto rilevare l’ipocrisia del comportamento occidentale su una questione così ampia e delicata, ha un significato molto rilevante: conferma ancora una volta che neppure il debole esecutivo di Tripoli, che sembra resistere solo grazie al sostegno dell’Onu e della Ue, è disposto a fare della Libia uno sconfinato “hub”: un hotspot grande come l’intero paese, per risolvere all’Europa un problema come quello dell’immigrazione. Un problema che la investe, l’Europa, come e forse molto di più dell’Africa proprio perché – come ha sottolineato Serraji – tutti gli Stati europei sono enormemente più ricchi ed hanno una economia enormemente più florida del continente africano e della Libia in particolare. Una ricchezza – sembrerebbe sottinteso – che si basa in gran parte anche sulla rapina delle risorse dell’Africa.

Questo della indisponibilità ad accollarsi il peso della crisi dei migranti per sgravarne l’Europa, espressa peraltro da quasi tutti gli Stati africani, è un concetto sul quale anche gli altri leader libici insistono da sempre, specificando che non intendono assecondare in alcun modo il tentativo dell’Italia e della Ue di scaricare il problema sull’Africa in generale ma proprio su Tripoli in particolare. Il maresciallo Khalifa Aftar, il vero “uomo forte” della situazione, lo dichiara ad ogni occasione. Lo stesso ha fatto più volte Khalifa Gwell, che non si è mai fatto davvero da parte dopo essere stato deposto da capo del governo islamico, quando a Tripoli si è insediato Serraji, nel marzo del 2016. Ed esattamente identica è la posizione di vari esponenti del parlamento di Tobruk, che peraltro non ha mai considerato legittimo il Governo di Alleanza Nazionale sostenuto dall’Onu, contestando anzi a Serraji di essere una specie di Quisling a servizio degli interessi occidentali.

In questo contesto, è proprio l’Italia, ex potenza coloniale dominatrice in Libia, il paese guardato da molti con più sospetto. Sia Haftar che Gwell hanno ammonito di considerare qualsiasi ingerenza o, peggio, qualsiasi forzatura di Roma nella politica libica, inclusa la crisi dei migranti, una riedizione del colonialismo fascista, minacciando di essere pronti a respingerla, se necessario, anche con le armi. Sulla memoria mai sopita di quello che ha significato per i libici il nostro colonialismo, del resto, insistono da sempre, interpretando evidentemente un sentimento diffuso e radicato, quasi tutti i leader e la classe dirigente del Paese. Anche nelle occasioni di più ostentata amicizia, quasi a dire che, in ogni caso, loro non sono disposti a dimenticare e restano vigili, gelosi della propria sovranità. Lo ha fatto persino Gheddafi quando, arrivando a Roma per la firma degli accordi con il governo Berlusconi, si presentò con ben in vista sulla divisa, accanto ai nastrini delle decorazioni, la foto scattata nel 1931 ad Omar al Mukhtar, l’eroe della resistenza anti italiana, subito dopo la cattura e pochi giorni prima dell’impiccagione, avvenuta al termine di un processo farsa il cui esito era già scritto in partenza, come si legge nel telegramma con cui Badoglio, governatore italiano della Libia, ordinò al maresciallo Graziani, vicegovernatore e capo delle operazioni militari in Cirenaica, di “fare regolare processo (ad Al Mukhtar: ndr) e conseguente sentenza, che sarà senza dubbio pena di morte”.

“Richiami” analoghi sono venuti sia da Haftar che da Gwell. Ad esempio, quando si è parlato di utilizzare navi da guerra italiane nelle acque libiche per contrastare i trafficanti e, in definitiva, l’emigrazione. Oppure, prima ancora, per contestare l’invio di un consistente reparto di paracadutisti della Folgore come scorta per l’ospedale militare aperto dall’Italia nel 2016 a Misurata, dove curare i feriti libici della battaglia contro l’Isis per la riconquista della città di Sirte. E negli ultimi anni la ricorrenza dell’esecuzione di Omar al Mukhtar – avvenuta il 14 settembre nel campo di concentramento di Soluch, a 50 chilometri da Bengasi – è ricordata nell’intero paese, ma in particolare in Cirenaica, con grande enfasi e partecipazione, quasi a ritrovare un simbolo nel quale, in questi anni di disgregazione, possano riconoscersi tutti.

Ora, sempre in occasione del vertice di Palermo, un segnale di questo tipo lo ha lanciato anche Fayez Serraji, esprimendo la volontà di visitare le tombe dei patrioti libici arrestati e confinati a Ustica per essersi ribellati al dominio coloniale italiano. Si tratta di ben 132 tombe, a testimonianza di quanto siano stati numerosi, in Tripolitania, in Cirenaica e nel Fezzan, gli oppositori esiliati e segregati in quella piccola isola e negli altri luoghi di confino. Serraji le ha percorse tutte, deponendo una corona per onorare il sacrificio di quei martiri e poi – ha scritto il Libya Herald – “ha letto alcuni passi del Corano per invocare la pace per il loro spirito”, aggiungendo che “le vittime del colonialismo italiano rimarranno per sempre nella memoria nazionale”. Quasi tutti i giornali libici hanno dato ampio spazio a queste dichiarazioni, alcuni spingendosi a ricostruire nei dettagli la mappa di tutte le prigioni (maschili e femminili), le colonie penali, gli ospedali psichiatrici criminali, le residenze coatte, dove sono stati segregati i protagonisti della resistenza anti coloniale, durante il fascismo ma anche prima.

Il messaggio che ne deriva è esplicito. Tutto sta a saperlo e a volerlo cogliere. Proprio uscendo da quella ipocrisia che Serraji ha messo in evidenza e che viene confermata dal mancato rispetto, da parte dell’Europa e dell’Italia, degli impegni presi per risolvere il più rapidamente possibile la tragedia dei migranti intrappolati in Libia. Si tratta, secondo i dati Oim, l’Organizzazione mondiale per l’immigrazione, di oltre 670 mila uomini e donne, per lo più giovani, dei quali almeno 30 mila rinchiusi nei centri di detenzione governativi e quasi 60 mila già registrati dall’Unhcr, il Commissariato dell’Onu, come rifugiati e richiedenti asilo. In base agli ultimi accordi, firmati giusto un anno fa ad Abidijan, in Costa d’Avorio, nell’incontro tra l’Unione Europea e l’Unione Africana dedicato specificamente alla Libia, si era stabilita la necessità di far uscire dal paese almeno 6 o 7 mila migranti al mese, attraverso vari canali: rimpatri volontari; un programma di relocation verso il Niger come prima tappa verso l’Europa, che si era detta disposta ad accogliere tra i 40 e i 50 mila rifugiati; una serie di corridoi umanitari per le situazioni d’emergenza e i soggetti più deboli. In totale, circa 70 mila persone in un anno. Ebbene, dodici mesi sono ormai passati ma dalla Libia sono stati trasferiti meno di 20 mila migranti: 13.754 attraverso i rimpatri volontari; 2.344 con il piano di relocation che tra l’altro, a parte poche decine di casi, si è bloccato in Niger; solo 407 con “corridoi” verso l’Italia, organizzati però non dal Governo ma dall’Unhcr con la Chiesa Cattolica, la comunità di Sant’Egidio, la Chiesa Valdese. Un fallimento. Peggio: un fallimento “voluto”, nel quale, a quanto pare, molti in Libia vedono l’ennesima conferma della volontà italiana ed europea di scaricare sull’Africa la crisi dei migranti. Un altro capitolo, adattato ai tempi, della mentalità coloniale. .

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