Mancati soccorsi, sparizioni misteriose, violenze: decine di casi su cui indagare – Parte Prima

Sono tante le storie rimaste nebulose o comunque mai chiarite del tutto nella tragedia dei profughi che bussano alle porte della “fortezza Europa”: vicende spesso gravi ma sulle quali non si è voluto o non si è riusciti a fare piena luce, creando un velo di silenzio che ha contribuito a farle precipitare in un oblio profondo. Questa ricerca vuole tentare di squarciare almeno in parte questo velo. Un dossier ad opera di Emilio Drudi

Libia-Malta-Italia. Su un gommone alla deriva 73 morti

Su un gommone alla deriva recuperato dalla Guardia di Finanza di Lampedusa, su segnalazione della Guardia Costiera di Malta, vengono trovati cinque naufraghi ormai allo stremo. Ricoverati in ospedale dopo lo sbarco sull’isola, quando sono in grado di parlare raccontano una storia terribile: sono gli unici superstiti di un gruppo di 78 profughi, eritrei ed etiopi, lasciati in balia del mare per circa 20 giorni.

Partito il 28 luglio da Tripoli, il gommone si è bloccato per mancanza di benzina e per una piccola avaria al motore dopo quasi una settimana di navigazione. Uno dei superstiti denuncia subito  al procuratore di Agrigento Renato Di Natale e al sostituto Santo Fornasier che il natante, ormai ingovernabile, è stato avvistato da numerose imbarcazioni che incrociavano nel Canale di Sicilia, ma nessuna si è fermata a prestare soccorso. Né risulta che abbiano dato l’allarme alla Guardia Costiera o ad altre autorità di polizia. Abbandonati a se stessi, senz’acqua né cibo, i profughi hanno cominciato a morire di stenti l’uno dopo l’altro: i cadaveri sono stati fatti scivolare in mare dai loro compagni. Questo orrore viene poi ribadito dagli altri quattro superstiti e trova conferma nel ritrovamento di numerosi corpi senza vita, in quel tratto di mare, da parte della marineria maltese: prima 7 quasi all’indomani della denuncia e poi altri 4.

La Procura apre formalmente un’inchiesta per omicidio plurimo, omissione di soccorso, favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Secondo la ricostruzione dei fatti, il gommone in balia delle correnti sarebbe stato visto, anche piuttosto da vicino, da almeno dieci barche private le quali, però, hanno girato il timone, ignorando i disperati segnali di aiuto lanciati dai naufraghi. Soltanto un peschereccio avrebbe accostato, offrendo un minimo di assistenza: un po’ d’acqua e di cibo. Stranamente, però, non ha allertato le autorità marittime. L’inferno è continuato fino a che una motovedetta maltese ha incrociato il gommone ed ha fornito la benzina per proseguire la traversata, scortandolo fino al limite delle acque territoriali italiane, dando indicazioni precise sulla rotta per raggiungere Lampedusa e informando la Guardia di Finanza. In quel momento a bordo erano rimasti soltanto in cinque. Il fascicolo aperto dalle indagini della Procura reca l’intestazione “contro ignoti”: non si ha idea dell’identità degli equipaggi delle barche che non hanno prestato aiuto né si riesce a rintracciare il peschereccio.

La strage è avvenuta a un mese circa dall’entrata in vigore della legge sul “pacchetto sicurezza” voluta dal governo Berlusconi, che introduce il reato di immigrazione clandestina e ne punisce anche il favoreggiamento. Si fa strada il dubbio che qualcuna delle imbarcazioni private che hanno avvistato il gommone non sia intervenuta per il timore di incorrere in questo reato. Resta inspiegabile, però, perché non abbiano segnalato l’emergenza alla Guardia Costiera.

(21 agosto 2009. Fonte: Teleacras Tv, Tg Sky 24, Bachecatermolese.org).

Libia. Sparito un barcone con circa 400 eritrei

Sparito nel nulla un grosso peschereccio partito da Tripoli con a bordo circa 400 profughi eritrei: quasi 350 adulti e una cinquantina di ragazzi minorenni e bambini. E’ il primo barcone salpato dalla Libia con un carico così numeroso dopo che è scoppiata la rivolta contro Gheddafi. A dare l’allarme sono i familiari di molti dei migranti scomparsi, preoccupati per la mancanza di notizie dei loro congiunti. La ricostruzione della vicenda è basata in buona parte sulle loro testimonianze.

Molti dei profughi sono reduci da vari centri di detenzione e raccolta della Libia, dai quali sono riusciti a fuggire o sono stati rilasciati dietro riscatto. I trafficanti concentrano tutti a Tripoli e la notte tra il 25 e il 26 marzo li caricano sul barcone. Più di qualcuno comunica che stanno partendo ai familiari in Europa. Anche alcuni di questi familiari hanno contatti telefonici con l’organizzazione degli scafisti, che assicurano di aver consegnato al gruppo imbarcato un telefono satellitare per segnalare costantemente la loro posizione ed eventualmente chiedere soccorso. Dal momento della partenza, però, non si hanno più notizie del peschereccio: sparito.

Dopo due giorni comincia la ricerca affannosa di notizie da parte dei congiunti dei migranti imbarcati. Molti telefono all’agenzia Habeshia: dall’Italia, dalla Svizzera, dalla Francia, dalla Germania, dalla Svezia, da Malta. Qualcuno attiva anche i suoi “contatti” con gli scafisti, i quali ribadiscono di aver consegnato un telefono satellitare a qualcuno del gruppo. Ma da quell’apparecchio non è arrivata nessuna chiamata: né ai parenti, né alla Guardia Costiera maltese o italiana. Nessuna notizia anche dalle numerose navi della coalizione Nato che in quei giorni presidiano il mare e le coste libiche e il Canale di Sicilia a sostegno dei ribelli anti Gheddafi. D’altra parte non c’è chi organizzi una operazione di ricerca sistematica: non la Libia travolta dalla guerra; non l’Italia o Malta, gli Stati europei più vicini; non i paesi che hanno proprie navi nella flotta Nato.

Si fanno strada varie ipotesi, probabilmente fatte circolare dall’organizzazione degli scafisti per dare una giustificazione qualsiasi ai familiari che continuavano a chiedere informazioni. Ipotesi non supportate da alcuna prova. Come quella che la barca, scambiata per un natante carico di miliziani fedeli a Gheddafi, potrebbe essere stata attaccata e affondata da una nave o da un aereo Nato poco dopo la partenza. O che sarebbe stata catturata perché si sospettava che a bordo, confusi tra i profughi, ci fossero dei soldati eritrei inviati come miliziani da Asmara a combattere per Gheddafi. Sta di fatto che non si trova più traccia di nessuno di quei 400 profughi. L’agenzia Habeshia ricostruisce l’identità di molti di loro attraverso i familiari e ne diffonde l’elenco: non arriva alcuna segnalazione utile a ritrovarli.

La vicenda non ha alcuna eco sulla stampa italiana o europea: le pagine dei giornali sono piene solo di notizie sulla guerra in Libia.

La scomparsa simultanea di così tante persone desta una vasta eco in Eritrea. Il regime reagisce asserendo che si tratta di una notizia falsa e che ha rintracciato telefonicamente alcuni dei profughi o quanto meno che il loro telefono cellulare è ancora attivo e qualcuno risponde. Ma non sa indicare dove si trovino le persone “rintracciate”. E nessuno si mette in contatto con i parenti in Europa.

(25-28 marzo 2009. Fonte: agenzia Habeshia).    

Libia. Gommone abbandonato per due settimane: 63 morti

Un gommone con 72 profughi a bordo viene abbandonato alla deriva per circa due settimane, nonostante la segnalazione alla Guardia Costiera italiana. Un elicottero, forse maltese, individua il natante in difficoltà e lancia ai naufraghi bottiglie d’acqua e pacchi di biscotti. Sembra la premessa del salvataggio. Nessuno invece interviene, nonostante quel braccio di mare sia battuto dalla flotta Nato mobilitata a sostegno della rivolta anti Gheddafi. Ignorate le richieste di soccorso lanciate dai profughi ad alcune navi militari (tra cui una porta elicotteri probabilmente americana) di varie nazioni e ad almeno un mercantile. Muoiono di fame e di sete 61 dei profughi a bordo, tra cui due bambini di meno di due anni. Dopo circa 15 giorni il gommone viene sospinto dalle correnti verso la costa libica dalla quale era partito. Restano solo 9 superstiti, due dei quali, ormai allo stremo, cessano di vivere dopo poche ore. Gli altri sette vengono arrestati dalla polizia di Tripoli. Per questo massacro l’Italia è stata condannata dal Consiglio d’Europa di Strasburgo perché, essendo il primo Stato al quale è stata lanciata la richiesta d’aiuto e non essendo in grado di intervenire la Libia (il paese più vicino) a causa della guerra in corso, era suo dovere organizzare i soccorsi. La Procura militare apre un’inchiesta a carico della Guardia Costiera. Altre inchieste vengono istruite in Spagna e in Francia, le nazioni alle quali appartenevano due delle navi militari avvistate dai profughi e che non avrebbero risposto alla richiesta di aiuto.

L’inchiesta italiana riguarda solo il comportamento della Guardia Costiera. Nulla a carico del Governo, nonostante il disinteresse della Marina possa essere legato alla politica dei respingimenti in mare decisa dalla presidenza del Consiglio e dal ministero degli interni. Il processo è ancora in corso. Ignota l’identità di buona parte delle 63 vittime: anche loro sono “desaparecidos”.

(Marzo-aprile 2011. Fonte: The Guardian, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Agenzia Habeshia).

Italia-Libia. Riportati in Libia oltre 100 profughi

L’Italia impone a una nave turca di riportare in Libia oltre 100 migranti soccorsi in acque internazionali. Questi i fatti, secondo le testimonianze di alcuni profughi eritrei. In particolare di uno, Samuel, che ha preso contatto con l’agenzia Habeshia.

Dalle coste libiche parte un barcone con a bordo 102 persone, di cui 17 donne (alcune in stato di gravidanza) e diversi bambini. Punta sull’Italia. Durante la rotta, in acque internazionali, il motore va in avaria. La prima a intercettare il natante alla deriva è una unità italiana. “Era una nave militare – racconta SamuelHa calato in mare una scialuppa sulla quale sono saliti tre uomini, che ci hanno raggiunto. Quando sono stati abbastanza vicini, ci hanno lanciato delle cime, rimorchiandoci fino alla nave, alla quale è stata assicurata la nostra barca, ormai ingovernabile. Ci sono stati dati cibo e acqua, ma non ci hanno consentito di salire a bordo. Siamo rimasti lì per un po’, fermi in mezzo al Mediterraneo, finché è arrivata un’altra nave, forse chiamata dal comandante italiano. Era un mercantile turco. Appena ha accostato gli italiani ci hanno detto di trasbordare lì. Noi siamo saliti in coperta senza timore. Pensavamo che fosse la salvezza. Tutti ci assicuravano che saremmo stati accompagnati in Italia, così nessuno ha fatto resistenza. Anzi, eravamo felici. Poi le due navi si sono separate, prendendo rotte diverse. Noi siamo rimasti affidati all’equipaggio turco. Ci siamo resi conto di essere stati ingannati solo quando si è profilata la costa africana. A quel punto non c’era scampo. Ci hanno consegnato alla polizia libica: siamo stati arrestati e condotti in un centro di detenzione. Soltanto uno di noi ha tentato di sottrarsi alla cattura. E’ riuscito a restare a bordo, nascondendosi in un angolo defilato. Sperava che, una volta ripartito il cargo, lo avrebbero sbarcato da qualche parte in Europa. Appena è stato scoperto, invece, è stato bloccato e trattenuto fino a che è arrivato un elicottero per condurlo a Tripoli”.

Samuel ha reso questa testimonianza per telefono all’agenzia Habeshia, precisando anche che le 17 donne erano state rinchiuse nel centro di detenzione di Garabuli, a circa 30 minuti di strada da Tripoli mentre gli uomini erano stati trasferiti in una prigione più distante, ma sempre nella zona di Tripoli. Il racconto di Samuel è stato sostanzialmente confermato da due ragazze.

Tutta la vicenda – dalla consegna alla nave turca da parte di quella militare italiana all’arresto e alla detenzione dei profughi nei campi di Tripoli – è stata segnalata da Habeshia ai vertici dell’Unhcr. Nell’esposto sono stati indicati anche i numeri di telefono di Samuel e delle due detenute di Garabuli che si sono dette pronte a ripetere la loro testimonianza in qualsiasi sede, sia politica o istituzionale, sia giudiziaria. E’ stata messa a disposizione delle Nazioni Unite, inoltre, la registrazione dell’intervista in lingua tigrina fatta da don Mussie Zerai, presidente di Habeshia, a Samuel quando, malato e indebolito, ha potuto lasciare il carcere e raggiungere Tripoli. Si profila un caso di respingimento indiscriminato in mare nei confronti di oltre cento profughi, consegnati di fatto ai lager libici. Lo stesso “reato” per il quale l’Italia ha già subito una condanna a livello europeo. Non risulta però che la denuncia abbia avuto seguito: né da parte del’Unhcr, né ad opera della Ue, né tantomeno su iniziativa della magistratura italiana.

(Fine luglio 2013. Fonte: agenzia Habeshia)

Italia. Strage di Lampedusa: due navi misteriose

Due “navi fantasma” avrebbero incrociato il barcone carico di profughi pochi minuti prima del naufragio, senza però prestare loro aiuto ed anzi senza neanche avvertire l’ufficio marittimo dell’isola o la polizia. Anzi, proprio l’arrivo di quelle due navi sarebbe stato la causa indiretta della tragedia. E’ quanto riferiscono alcuni dei superstiti interrogati dalla polizia e dalla guardia costiera nell’ambito delle indagini disposte dalla Procura della Repubblica. “Erano – raccontano – due navi grandi, di colore chiaro e della stazza di una motovedetta o di un peschereccio d’altura. Navigavano in coppia a poche centinaia di metri da noi, verso il largo. La nostra barca era ormai a meno di un chilometro dalla riva. Una delle due navi ha cambiato direzione, facendo un largo giro completo intorno al nostro barcone stracarico e poi ha ripreso velocemente la rotta, raggiungendo l’altra che si stava allontanando. Alcuni di noi, convinti che non ci avessero avvistato, hanno pensato di segnalare la nostra presenza dando fuoco a una coperta intrisa di gasolio. C’è stata una fiammata enorme che ha innescato un principio d’incendio. A quel punto, centinaia di persone, spaventate, si sono precipitate d’istinto sul lato opposto del ponte. E’ così che il barcone ha perso l’assetto: si è rovesciato ed è andato a fondo”.

Inchiesta della Procura di Agrigento. Dopo anni di silenzio su queste dichiarazioni, che sollecitavano una indagine almeno per individuare le due navi fantasma, il primo ottobre 2016, in occasione del terzo anniversario della strage, il procuratore di Agrigento, Andrea Maggioni, ha comunicato che il suo ufficio ha in corso una inchiesta, con l’ipotesi di omissione di soccorso. Il magistrato non ha aggiunto particolari, ma è presumibile che nel mirino ci siano appunto le due navi fantasma che si sarebbero allontanate senza intervenire e senza nememno segnalare alla Capitaneria o ad altre forze di polizia la presenza del barcone di migranti in difficoltà.

(3 ottobre 2013. Fonte: Agenzia Habeshia sulla base dei racconti di diversi superstiti che si sono dichiarati pronti a ripetere la loro testimonianza anche in Tribunale; Collettivo Askavusa).   

Italia-Malta. Ignorati per ore ben tre Sos: 260 morti

Almeno 260 profughi morti o dispersi, per mancanza di soccorsi, su un barcone partito dalla Libia con circa 450 migranti e naufragato tra Malta e l’Italia, in acque operative maltesi ma in un tratto di mare più vicino a Lampedusa e, soprattutto, a poche miglia da alcune unità della Marina militare italiana. Le vittime sono tutte siriane: tra loro, una sessantina di bambini. Successive indagini giornalistiche portano alla luce che ben tre Sos lanciati con un telefono palmare sono stati ignorati o quanto meno sottovalutati da parte di Malta e dell’Italia, in un rimpallo burocratico di “competenze” per le operazioni di salvataggio. E’ una strage che arriva a 8 giorni appena da quella di Lampedusa e quasi delle stesse dimensioni, con in più l’aggravante – come scrive Fabrizio Gatti sull’Espresso – che si sarebbe potuta evitare se le motovedette italiane fossero partite subito.

La sequenza oraria della tragedia è eloquente:

– Ore 11,00. Un medico siriano a bordo del barcone lancia il primo Sos. Questa richiesta di aiuto non risulta nella ricostruzione fatta da comando generale delle Capitanerie di Porto, ma è confermata da vari superstiti..

– Ore 12,26. La centrale di coordinamento della Guardia Costiera a Roma riceve e registra il secondo Sos, lanciato sempre dal medico siriano. La conversazione è disturbata: la linea cade dopo cinque minuti.

– Ore 12,39. Alla centrale di Roma arriva ancora una chiamata, la terza dallo stesso cellulare. E’ una telefonata disperata, che si protrae fino alle 12,56: ora il collegamento è buono e il medico descrive nei dettagli il rischio estremo al quale sono esposti i profughi, precisando che ci sono a bordo anche bambini bisognosi di cure e che lo scafo sta imbarcando acqua.

– Ore 13,00. La Guardia costiera italiana passa l’intervento a La Valletta. Il barcone che sta affondando è in un’area di competenza maltese ma a 118 miglia da Malta e a sole 61,4 (113 chilometri) da Lampedusa. A bordo lo sanno: lo hanno rilevato da uno strumento Gps e proprio per questo hanno chiesto soccorso all’Italia.

– Ore 13,05. La centrale operativa di Malta assume la direzione dei soccorsi. Le motovedette di Lampedusa potrebbero raggiungere il luogo del naufragio in poco più di due ore ma non vengono mobilitate.

– Ore 13,34. Il comando della Guardia costiera italiana avvisa dell’emergenza le navi private che incrociano nella zona, invitandole a prestare assistenza.

– Ore 15 circa. Malta avverte il medico siriano autore degli Sos che ci vorranno ancora 45 minuti perché i primi soccorsi possano arrivare.

– Ore 16 circa. Nuova comunicazione di Malta al medico: servono ancora dai 60 ai 70 minuti alle navi di soccorso per giungere sul posto.

– Ore 16,22. Malta comunica a Roma che un proprio aereo sta sorvolando la nave.

– Ore 17,07. La nave dei profughi si capovolge. Malta lo comunica a Roma, precisando che ci sono molti naufraghi in acqua e chiedendo l’intervento di mezzi di  soccorso italiani.

– Ore 17,14. Viene dirottata per i soccorsi la nave Libra, della Marina Militare, che incrociava da ore ad una decina di miglia di distanza con compiti di protezione dei nostri pescherecci ma che non era stata mobilitata nonostante potesse arrivare sul luogo della tragedia in meno di un’ora. Subito alla Libra si aggiunge la nave Espero, che è a 60 miglia. Gli elicotteri delle due unità individuano i naufraghi in breve tempo e lanciano scialuppe gonfiabili.

– Ore 17,49. Da Lampedusa salpano la motovedetta Cp 302 della Capitaneria e due pattugliatori della Guardia Costiera.

– Ore 17,51. La nave militare maltese P61 raggiunge i naufraghi.

– Ore 18 circa. La nave Libra raggiunge il punto del naufragio. Sul posto, impegnati nei soccorsi, trova anche due pescherecci.

– Ore 18,08. Da Lampedusa parte un’altra motovedetta della Capitaneria, la Cp 301.

– Ore 20,18. La motovedetta Cp 302 arriva sul posto, seguita alle 20,31 dalla Cp 301. Ci hanno messo meno di due ore e mezza. Se fossero state fatte partire dopo la prima richiesta di soccorso sarebbero arrivate verso le 15,30: molto prima che la tragedia si concludesse con 260 vittime.

La strage diventa uno scandalo internazionale. Emerge, tra l’altro, che il barcone è affondato a causa dei danni provocati dalle raffiche sparate da una motovedetta libica che l’aveva intercettato intimando l’alt in una delle missioni di pattugliamento contro l’emigrazione clandestina concordate con l’Italia. La stessa motovedetta potrebbe essere, anzi, una di quelle fornite da Roma a Tripoli. E la sparatoria non è stata intimidatoria ma mirata, tanto che due dei profughi sono stati colpiti e uccisi. Malta e l’Italia si rimpallano le responsabilità della strage. Il primo ministro maltese Joseph Muscar sostiene che Roma non ha fatto il suo dovere, visto che il naufragio si è verificato ad appena 113 chilometri da Lampedusa. Il governo italiano replica che il coordinamento per i soccorsi spettava a Malta sicché le navi della nostra Marina non avrebbero potuto muoversi fino a che non ne fosse richiesta l’assistenza. Sta di fatto che, trincerati dietro simili questioni burocratiche, si sono perse almeno quattro ore cruciali. Il Movimento 5 Stelle chiede al Parlamento una commissione d’inchiesta, ma la proposta viene respinta.

Inchiesta della Procura di Roma. Per tre anni è calato il silenzio sulla strage: nessuna notizia di indagini o procedimenti per stabilire le responsabilità della strage. Né in Italia, né a Malta. Proprio in concomitanza con il terzo anniversario, però, il 21 ottobre 2016, è emerso che la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta, ipotizzando i reati di omicidio colposo e omissione di soccorso: sono indagati, ha scritto La Repubblica, “diversi ufficiali della Marina Militare”. Al centro dell’istruttoria è l’incredibile ritardo dei soccorsi: almeno quattro ore sprecate in una serie di protocolli, passaggi burocratici e conflitti di competenze, nonostante la nave Libra della Marina Militare italiana si trovasse a meno di un’ora di navigazione dal peschereccio che stava affondando. Senza contare che pur avendo assunto Malta il coordinamento dei soccorso, quel peschereccio si trovava a circa 110 chilometri da Lampedusa, meno della metà della distanza da La Valletta.

(11 ottobre 2013. Fonte: L’Espresso, Il Sole 24 Ore; Repubblica del 21 ottobre 2016)                   

Egitto. Arrestati e trasferiti in segreto ad Assuan oltre 200 profughi

Un gruppo di oltre duecento profughi viene bloccato dalla polizia egiziana a otto chilometri dal confine libico: puntavano su Tripoli per cercare un imbarco verso l’Europa. Si tratta di 104 eritrei (di cui 43 donne e 18 ragazzini minorenni, inclusi tre bambini sotto i cinque anni), 80 sudanesi, 12 etiopi, 9 somali e 2 siriani. Tutti, inclusi le donne e i bambini, vengono arrestati e trasferiti in un campo militare vicino ad Assuan, nell’estremo sud dell’Egitto.

La notizia resta a lungo segreta, come accade quasi sempre in circostanze analoghe. Trapela dopo una decina di giorni solo grazie al fatto che uno dei migranti eritrei riesce a mettersi in contatto con l’agenzia Habeshia, attraverso una telefonata “rubata” con un cellulare. Una telefonata drammatica: “Siamo trattenuti da dieci giorni in condizioni di totale abbandono. Manca il cibo e soffriamo la fame. I militari responsabili del campo dicono che non sono in grado di provvedere alle nostre esigenze e finora nessuna organizzazione umanitaria si è interessata di noi. Hanno bisogno di aiuto soprattutto le donne e i bambini. I locali dove siamo costretti sono degradati e sovraffollati. Basti dire che per proteggerci dal freddo della note abbiamo una coperta ogni quattro persone”.

L’agenzia Habeshia gira la segnalazione al personale del Commissariato Onu per i rifugiati che opera in Egitto.

(4 aprile 2014. Fonte: Agenzia Habeshia)

Libia. Mistero sulla sorte di un barcone con circa 250 migranti

Mistero sulla sorte di un barcone partito dalla Libia la notte tra il 27 e il 28 giugno con a bordo circa 243 profughi (197 eritrei e 46 sudanesi) oltre allo scafista, egiziano o tunisino. L’allarme scatta dopo che alcune famiglie eritree, non avendo più notizia dei propri congiunti, si mettono in contatto con un esponente della diaspora in Italia. Raccontano che uno degli organizzatori del viaggio, Measho Tesfamariam, un giovane eritreo residente in Libia, raggiunto al telefono, ha assicurato che il barcone è arrivato in Italia ma che tutti i profughi, inclusi donne e bambini, sono stati fermati in Sicilia dalla polizia perché a bordo c’era un grosso carico di droga. L’intero gruppo di migranti sarebbe stato portato in un centro di detenzione non precisato, in Italia. Non si ha nessuna conferma, in realtà, di un’operazione di questo genere: né da parte della Guardia Costiera né da parte della Polizia. Anzi, questa ricostruzione viene smentita da più parti. Di reale resta che di quei 243 profughi e dello scafista del barcone non c’è più traccia.

Il 7 luglio, dal personale del Commissariato Onu per i rifugiati con base a Tripoli, arriva la notizia del naufragio di un barcone con oltre 200 profughi a bordo avvenuto in acque libiche. La Guardia costiera di Tripoli conferma di aver recuperato in tutto 14 cadaveri: prima 12 e poi, in seguito alle ricerche successive, altri due. Si tratta di una donna siriana con i suoi due bambini, di tre giovani eritrei e di otto ragazzi africani di nazionalità sconosciuta. Potrebbe trattarsi dello stesso barcone, ma taluni rappresentanti della diaspora eritrea sono portati ad escluderlo perché, a quanto riferiscono le loro fonti, non risulta che ci fossero anche siriani a bordo del natante di cui hanno denunciato la scomparsa. In ogni caso, l’ipotesi più probabile è che la storia della droga e degli arresti sia stata diffusa da Measho Tesfamariam e da altri eventuali trafficanti suoi complici per nascondere il naufragio ai familiari delle vittime. Attraverso parenti e amici, alcuni esponenti della diaspora eritrea in Italia riescono nei giorni immediatamente successivi a ricostruire l’identità di 20 dei profughi che presumibilmente erano su quel barcone. Grazie alla mobilitazione dei familiari, a questa prima lista si aggiungono in seguito altri 67 nomi. Tutti gli altri restano “desaparecidos” senza volto. Avuta certezza che non c’è ormai più speranza di ritrovare qualcuno di quei 243 scomparsi, il 17 ottobre uno dei familiari presenta un esposto alla Procura di Milano, chiedendo l’apertura di un’inchiesta.

Una successiva indagine giornalistica condotta da Fabrizio Gatti per l’Espresso porta alla luce altri particolari. Il barcone è partito dalla spiaggia di Al Khums, a est di Tripoli prima dell’alba del 28 giugno. Due giorni dopo, il 30, contattato per telefono dai parenti di alcuni migranti Measho Tesfamariam tira fuori la storia dell’arresto in massa per droga in Sicilia. Non ci vuole molto a scoprire che è tutta un’invenzione, ma lui non fornisce altre spiegazioni e a partire dal 13 luglio non risponde neanche più al telefono. Sparisce. Fabrizio Gatti però ne ritrova le tracce: scopre che in settembre si è a sua volta imbarcato in Libia come profugo e, soccorso nel Canale di Sicilia insieme a numerosi altri migranti eritrei da una nave della Martina italiana, il 12 settembre è arrivato a Brindisi. Poco dopo ha raggiunto prima Napoli e poi Bologna. Da qui, il giorno 19, è partito in treno per la Germania, dove si è presentato a un centro di accoglienza per rifugiati, chiedendo asilo. Il 30 ottobre la polizia criminale tedesca conferma a l’Espresso che Measho è ancora in Germania, dove ha chiesto protezione umanitaria internazionale.

Un’inchiesta della Procura di Catania su una organizzazione di trafficanti si conclude il 3 dicembre con l’arresto di 11 eritrei che tengono prigionieri 9 ragazzini minorenni in attesa che i loro parenti ne paghino il trasferimento verso il Nord Europa. A questa banda sarebbe legato anche Measho, nei confronti del quale viene spiccato un ordine di cattura internazionale. Secondo gli inquirenti, la banda sarebbe responsabile anche di due naufragi al largo delle coste libiche: uno il 13 maggio e il secondo il 28 maggio: quello, appunto, del barcone con 243 profughi a bordo, partito la notte precedente e “gestito” da Measho.

Resta da appurare perché Measho sia improvvisamente fuggito dalla Libia, perché si è fermato a Napoli e a Bologna, chi lo ha aiutato, ha incontrato e cosa ha fatto in queste due città prima di fuggir ein germania (vedi dossier Bologna e Bologna 2).

(Giugno-luglio e Novembre-dicembre 2014. Fonte: Tsegehans Weldeslassie, della diaspora eritrea in Italia; Agenzia Habeshia; l’Espresso del 24 ottobre e del 12 novembre 2014; Corriere del Mezzogiorno, cronaca di Catania, 03 dicembre 2014).

Libia-Malta. Gommone in difficoltà: rimpallo sui soccorsi

Un barcone in difficoltà con circa 200 profughi a bordo, soprattutto donne e bambini in fuga dalla Siria e dalla Somalia, lancia una richiesta di aiuto all’agenzia Habeshia con un telefono satellitare. Viene specificata anche la posizione, nel braccio di mare tra la Libia e Malta. L’agenzia lancia l’allarme alla Guardia Costiera italiana e all’Unhcr. I soccorsi tardano ad essere organizzati. Nel frattempo il barcone entra nelle acque maltesi. Alla fine si decide di intervenire. Resta la freddezza delle autorità marittime italiane e maltesi di fronte alla segnalazione dell’emergenza. “La cosa preoccupante – denuncia don Mussie Zerai, presidente di Habeshia – è che la Guardia Costiera italiana e quella maltese si mostrano sempre infastidite da segnalazioni di questo genere. Pretendono che io contatti le ‘autorità’ libiche. Ma non so di quali ‘autorità’ si parli, in un paese in preda alla guerra e al caos. Senza contare che la marina libica non interviene quasi mai. In passato l’abbiamo informata più volte di emergenze analoghe, ma non si è mai mossa”.

Sembra profilarsi una situazione simile a quella che ha portato a due tragedie inuietanti: il cosiddetto “caso Guardian”, il gommone con 72 profughi a bordo abbandonato alla deriva per due settimane nella primavera 2011; e il “caso Libra”, la “strage dei bambini” avvenuta il 10 ottobre 2013. Sembra infatti poco probabile che la Guardia Costiera possa assumere di propria iniziativa questo strano atteggiamento di “chiusura”: c’è da pensare piuttosto che ci siano disposizioni più o meno tacite in questo senso.

(8 agosto 2014. Fonte: Agenzia Habeshia)

Libia (Tripoli e Misurata). Profughi sequestrati come portatori-schiavi

Si moltiplicano le segnalazioni di profughi e migranti sequestrati da miliziani delle varie fazioni per usarli, sotto la minaccia delle armi, come “portatori-schiavi” di munizioni ed equipaggiamenti militari fin sulla linea del fuoco negli scontri della guerra di tutti contro tutti che sta sconvolgendo il paese. La maggior parte delle denunce e richieste di aiuto arriva da Tripoli e da Misurata. I sequestri, in particolare, si sono moltiplicati durante la battaglia per il controllo dell’aeroporto internazionale della capitale. Secondo le telefonate giunte all’agenzia Habeshia, a Tripoli sarebbero state organizzate vere e proprie retate per strada, durante l’evacuazione delle zone più direttamente coinvolte nel conflitto, ma in diversi casi questi “ausiliari forzati” sarebbero stati catturati direttamente nelle loro case. Dal centro di detenzione di Misurata risultano prelevati, in due riprese, oltre 280 prigionieri: prima 225 e poi altri 61, gettati poi loro malgrado dai miliziani anti governativi nella fornace della battaglia per la conquista di Tripoli. Di buona parte non si è saputo più nulla. Quelli rilasciati perché feriti hanno raccontato che parecchi dei loro compagni sarebbero rimasti uccisi.

Ignorati gli appelli lanciati da don Mussie Zerai al Commissariato Onu, all’Unione Europea, al governo italiano, agli Stati Uniti e a diverse ambasciate occidentali.

(14 agosto 2014. Fonte: agenzia Habeshia sulla base di numerose richieste di aiuto)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *