La zona Sar libica? E’ solo una finzione

di Emilio Drudi

“C’è una zona Sar libica, è la Libia ad avere la piena competenza per le operazioni di ricerca e soccorso in tutto quel tratto di mare”. E’ sostanzialmente con questa argomentazione che il Governo italiano – il ministro degli interni Salvini, in particolare – giustifica il disimpegno o quanto meno le forti limitazioni imposte agli interventi della nostra Marina nel Mediterraneo centrale, la “guerra” alle navi delle Ong, la costruzione, in definitiva, di un nuovo “muro” della Fortezza Europa, questa volta in mezzo al mare. E’ il completamento, nelle forme più dure e disumane, della politica impostata con il Processo di Khartoum e poi attuata più in concreto attraverso il patto/memorandum con la Libia, fortemente voluto dall’allora “capo” del Viminale, Marco Minniti, e firmato nel febbraio 2017 a Roma dal premier Paolo Gentiloni e da Fayez Serraj, presidente del governo di Tripoli. Senza tener conto di quello che accade, a non grande distanza dalle nostre coste,  ai barconi carichi di migranti che lanciano il loro grido d’aiuto all’Italia e all’Europa. Poco importa, cioè, che la Guardia Costiera di Tripoli non salvi ma, piuttosto, blocchi e arresti quei disperati, rinchiudendoli in centri di detenzione simili a lager e soffocando ogni minima possibilità di presentare una richiesta d’asilo in base al diritto internazionale e alla Convenzione di Ginevra del 1951. Poco importa che si tratti, in realtà, di respingimenti indiscriminati di massa, contro la volontà e a prescindere dalla sorte che attende i “respinti”. Migliaia di donne, uomini, ragazzini…

Non si presta il minimo ascolto a quel coro terribile di implorazioni – “Per favore, no Libia” “Prego, no Libia”… – che si leva, rivolto ai soccorritori, ogni volta che uno di quei battelli viene intercettato da navi occidentali: quelle delle Ong, certo, ma anche unità commerciali o mezzi della nostra Guardia Costiera e di altre marine militari europee. Basti dire che Salvini dichiara ogni volta che si tratta di “clandestini”, senza nemmeno sapere chi siano, una per una, ciascuna con la sua storia, quelle persone fermate, respinte, arrestate, spesso riconsegnate di fatto ai trafficanti o addirittura fatte sparire. Il tutto “giustificato”, almeno sotto il profilo operativo, da una zona Sar libica che in concreto non esiste. Già, la zona Sar libica non esiste: al massimo è una linea teorica tracciata sulle carte nautiche. Vale la pena, allora, prendere in esame nei dettagli questa questione.

Le norme generali

La Convenzione di Amburgo (approvata nel 1979) chiarisce che un servizio Sar, per essere efficace, deve essere gestito e sostenuto adeguatamente, oltre ad essere integrato in uno specifico contesto normativo. L’Italia, ad esempio, ha adempiuto a quest’obbligo in sede di attuazione della Convenzione con il Dpr 662 del 1994.

In sostanza, l’istituzione di una zona Sar è subordinata al fatto che lo Stato che ha aderito alla Convenzione di Amburgo sia effettivamente in grado di garantire l’operatività continua ed efficace dei servizi Sar nell’area di propria competenza. In particolare, lo Stato si impegna a istituire un centro e una serie di sotto-centri di coordinamento, a organizzare e a designare le unità costiere di ricerca e soccorso, a disporre di strutture, mezzi navali ed aerei, centri di telecomunicazione di soccorso e personale adeguato, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo (capacità operative, preparazione tecnica e, si potrebbe aggiungere, “morale”).

In questo contesto appare più che ovvia la necessità inderogabile di rispettare il diritto internazionale relativo alla cosiddetta “legge del mare”, che prevede di portare i naufraghi o comunque le persone soccorse nel “più vicino porto sicuro”. Un porto, cioè, che sia innanzi tutto dotato di adeguate strutture di assistenza e dove i naufraghi sbarcati non corrano alcun genere di rischio o pericolo.

Il caso Libia

Alla luce dei requisiti necessari per gestire una zona Sar, appare evidente che la Libia ne è totalmente priva. Anzi, la Libia non ha neanche mai sottoscritto la convenzione di Amburgo.

Ne consegue che la “zona Sar” libica è del tutto teorica: una sorta di “finzione” che però all’Europa fa comodo “non vedere” o non considerare tale. In particolare l’Italia, alla cui politica si deve il risultato della decisione di Tripoli di auto-attribuirsi una zona Sar che si spinge almeno 100 miglia al largo degli oltre 1.760 chilometri di coste libiche. Una zona enorme, pari a 325.600 chilometri quadrati di mare, che resta in realtà sguarnita.

Alla Libia, in particolare, mancano almeno 6 requisiti essenziali:

1 – Non ha navi e mezzi marini di soccorso sufficienti e adeguati. La flotta è costituita essenzialmente dalle 4 motovedette ricevute in dono dall’Italia e da altro naviglio minore. Non a caso circola una battuta secondo la quale quella libica sarebbe in realtà la “marina del Viminale”. Anche l’efficienza e la preparazione degli equipaggi è a dir poco discutibile, nonostante i corsi di addestramento condotti dalla Guardia Costiera italiana e propagandati dall’Italia in mille occasioni

2 – Non ha una flotta aerea da destinare a questo compito (aerei da ricognizione e pattugliamento, elicotteri da ricognizione e soccorso, ecc.). Anzi, non ha in pratica neanche una flotta aerea, a parte quella militare del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte sostenuto dall’House of Representatives, il Parlamento di Tobruk, che ovviamente non la mette a disposizione del governo rivale di Tripoli. Meno che mai dispone di personale adeguato da destinare eventualmente a questo compito

3 – Non ha una rete radar né un sistema di telecomunicazione di soccorso

4 – Manca una vera centrale operativa di coordinamento. Meno che mai è disponibile e attiva una rete di sotto-centrali

5 – Non esiste una vera e propria Guardia Costiera libica, nel senso di una organizzazione unitaria, dipendente da una scala gerarchica e che agisce in base alle direttive di un comando e di un Governo centrale. Si tratta, invece, di una serie di organizzazioni militari o paramilitari praticamente autonome: c’è una Guardia Costiera della Tripolitania, una di Misurata, una di Zuwara e Zawya, ciascuna con una propria sfera di potere e interessi e un proprio capo o comando di riferimento.

Anche a voler prendere in considerazione la Guardia Costiera della sola Tripolitania (a cui hanno “accordato fiducia” l’Italia e l’Europa, presentandola in concreto come un organismo “nazionale” organico), ne emerge che non dispone, in generale, di mezzi e personale adeguati per coprire tutto il sistema di servizi previsto per una “vera” zona Sar, né dal punto di vista quantitativo, né da quello qualitativo tecnico-professionale e morale.

Sono numerosissime le denunce sulle violenze perpetrate contro i migranti, durante le operazioni di soccorso, da equipaggi delle motovedette. Non è un caso, anzi, che proprio il comportamento della Guardia Costiera sia uno dei temi oggetto di inchiesta sulla Libia da parte della Corte dell’Aia. E uno dei comandanti della Guardia Costiera, quello di Zawya, è stato di recente indicato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu come persona sospetta da “indagare”, insieme a 5 noti, grossi trafficanti di esseri umani.

6 – Non può garantire “porti sicuri” di approdo a causa della guerra civile e del caos susseguente che ha portato quasi all’implosione stessa del paese. Basti citare i numerosissimi rapporti “sull’inferno libico” stilati in questi anni non solo da tutte le principali Ong (Amnesty, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, Human Rights Watch, ecc.), ma anche dall’Unhcr e dalla stessa missione Onu in Libia. Ovvero: riportare i migranti in un porto libico significa riportarli nell’inferno da cui erano scappati.

A proposito di sicurezza e tutela dei diritti umani è utile ricordare, inoltre, che la Libia, pur avendo sottoscritto quella dell’Unione Africana, non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati. Per la legge libica, in sostanza, non esistono rifugiati o richiedenti asilo: tutti gli stranieri o migranti che entrano nel territorio libico senza documenti sono considerati clandestini che hanno commesso un reato e come tali vanno arrestati e perseguiti.

I “dubbi” dell’Imo

E’ significativo e, comunque, non sembra certamente un caso che l’Organizzazione Marittima Internazionale, comunicando in via ufficiale che la Libia aveva dichiarato una propria zona Sar, si sia affrettata a precisare che suo compito “non è riconoscere le zone Sar”, ma solo “dare pubblicamente informazione delle zone Sar decise dai singoli paesi (in questo caso la Libia)”.

Una precisazione che per molti versi appare un evidente avvertimento, quasi a dire: la Libia ha proclamato una propria zona Sar e l’Imo ne deve dare informazione, ma quanto ai requisiti effettivi per gestire questa zona è tutto un altro discorso.    

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