Un Cimitero chiamato Mediterraneo: il 2018, seconda parte

Un migrante morto ogni 35/36 arrivati in Europa. Nei primi sei mesi del 2018 il tasso di mortalità tra i disperati che bussano alle porte della “fortezza” europea è il più alto degli ultimi anni: uno ogni 53/54 nel 2017; uno ogni 67/68 nel 2016. In assoluto, fino al 30 giugno, 1.530 vite perdute (in mare o a terra) a fronte di 55 mila sbarchi. E il conto di morte è ancora più drammatico se si considera la sola rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia: 916 vittime per circa 16.500 arrivi. Un “sommerso” ogni 18/19 salvati. La politica e gran parte dell’informazione mainstream vantano come un successo la flessione degli sbarchi registrata nel 2017 e proseguita quest’anno. In particolare in Italia. L’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro dell’interno Marco Minniti continuano ad esaltare questo risultato. Il nuovo governo guidato da Conte, Salvini e Di Maio sta facendo di tutto perché le vie di fuga si chiudano ancora di più. Specie il capo del Viminale, Matteo Salvini, giunto a sbarrare i porti a tutte le Ong, con una ostentazione di forza costruita interamente sulla pelle dei migranti. I più deboli.
E’ vero. Gli sbarchi continuano a diminuire. Si è arrivati al 77 per cento in meno rispetto al 2017. Ma a quale prezzo lo dice il tasso di mortalità: rendendo più difficili e rischiose le vie di fuga, non si risolve il problema dell’immigrazione. Semmai si aumentano le probabilità di far morire migliaia di persone “colpevoli” solo di aver bisogno di aiuto. Le situazioni di crisi continuano a moltiplicarsi e a “produrre migranti” che, bloccati dai muri costruiti dal Nord del mondo, restano intrappolati in numero sempre maggiore in una delle tante “terre di nessuno” sorte in Africa o nel Medio Oriente. In Libia, soprattutto. “Terre” costellate di lager dove le ore sono scandite da uccisioni, torture, stupri, violenze di ogni genere, ricatti, lavoro schiavo, sofferenze inumane. “Terre” dalle quali quei tanti, tantissimi giovani in fuga per la vita cercano di uscire ad ogni costo. Anche sapendo di sfidare la morte. Perché la morte la vivono già tutti i giorni nell’inferno dove si trovano.
Di seguito il dossier della seconda parte del 2018.

 

Libia (Zuwara), 1 luglio 2018

Almeno 63 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, di fronte a Zuwara, la città portuale situata sulla costa a ovet di Tripoli, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Solo 41 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba proprio dalle spiagge di Zuwara, sede di un grande centro di detenzione governativo ma anche di diverse prigioni gestite dai trafficanti. A organizzare la spedizione, secondo quanto hanno riferito alcuni compagni delle vittime, sarebbe stato appunto un grosso trafficante, Abduselam Ferensawi, un eritreo che negli ultimi mesi si è imposto come uno dei principali boss del “mercato di uomini”, in grado di operare in tutta la Libia, dalla Cirenaica meridionale e dal Fezzan fino alla costa della Tripolitania e alla stessa Tripoli. La tragedia è avvenuta a poche miglia dalla costa, nel corso della mattinata: il gommone, forse a causa del sovraccarico, ha cominciato a imbarcare acqua e si è rovesciato, scaraventando tutti in mare. Quando sono arrivati i soccorsi, sono stati individuati e tratti in salvo solo 41 naufraghi, che cercavano di tenersi a galla intorno al relitto. Nessuna traccia degli altri migranti che erano a bordo: secondo i superstiti, almeno 63, perché al momento della partenza erano poco più di 100, in gran parte eritrei. Nessuna informazione sul naufragio da parte della Marina e della Guardia Costiera libica: la notizia è stata comunicata nel primo pomeriggio dalla sede Unhcr in Libia e subito ripresa dall’Oim e da varie Ong. Solo a quel punto la Marina libica ha dato conferma: il portavoce, Ayoub Amr Qassim, in particolare, ha dichiarato che il battello affondato era in condizioni critiche. “Ci sono sicuramnete dei morti”, ha aggiunto, rispondendo a un cronista dell’Ansa.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim e Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, Informativos 24 Oras, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera).

Libia (Garabulli), 2 luglio 2018

Almeno 114 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, il terzo nel giro di appena quattro giorni, per un totale di 280 vittime, tra cui numerosi bambini. Il battello, con non meno di 130 a bordo tra uomini e donne, era partito dalle spiagge di Garabulli, circa 50 chilometri a est di Tripoli, fra il 30 giugno e il primo luglio. Non ha fatto molta strada: dopo poche miglia è andato in avaria e poi è affondato. Ancora una volta i soccorsi della Guardia Costiera libica sono arrivati quando i naufraghi erano in acqua ormai da lungo tempo. Intorno ai resti del gommone, ne sono stati trovati in vita soltanto 16. Nessuna traccia degli altri. Sono stati i superstiti a specificare che mancavano all’appello 114 compagni, inghiottiti dal mare prima che scattasse l’operazione di ricerca e recupero. La notizia della tragedia è trapelata solo quando i 16 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli, presso una base militare, insieme ad altri 260 migranti soccorsi in circostanze e tratti di mare diversi. A renderla nota ufficialmente è stato l’ufficio libico dell’Unhcr: “Un altro triste giorno in mare – ha scritto – Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare a Tripoli. Tra loro, i 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone. Di queste, 114 sono ancora disperse in mare”. “Sappiamo soltanto – ha aggiunto un funzionario all’Ansa – che il battello è salpato da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondato”. Nessuna notizia dalla Marina libica.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim, Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, La Stampa, Corriere della Sera, Repubblica, Il Fatto Quotidiano) 

Libia (Tripoli-Garabulli), 3 luglio 2018

Almeno 7 morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, nel tratto compreso fra Tripoli e Garabulli. Altri 123 – secondo quanto ha riferito Rami Ghommeidh, un ufficiale della Marina, a un cronista dell’agenzia France Presse – sono stati tratti in salvo. Molto scarsi i particolari emersi su questa nuova tragedia. Partito alle prime luci del giorno con almeno 130 persone a bordo, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia ed è andato rapidamente a fondo. Qundo una motovedetta della Guardia Costiera è giunta sul posto, a 8 miglia dalla riva, c’era ormai solo un relitto con decine di naufraghi che cercavano di tenersi a galla. Alla fine delle operazioni di soccorso, durante il viaggio di rientro verso la costa, i superstiti hanno riferito che mancavano sette compagni, tra cui due bambini. Sei corpi sono stati recuperati nelle ore successive. Tutti i 123 naufraghi, dopo lo sbarco, sono finiti in un centro di detenzione nei sobborghi di Tripoli.

(Fonti: Daily Mail Online, The Guardian, Dailynigerian, Modern Ghana, Journal du Cameroun, Agenzia Ansa).

Libia (campo di Ain Zara, Tripoli), 4-5 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Tarek al Matar probabilmente a causa di una infezione polmonare contratta durante i lunghi mesi di prigionia trascorsi a Gharyan, circa 120 chilometri a sud est di Tripoli. Si chiamava Solomun Fsahasion, di 34 anni. Faceva parte del piccolo gruppo che il 15 maggio è riuscito a fuggire dopo l’assalto condotto la notte precedente contro il campo di Gharyan da una banda di trafficanti, che riuscì a sequestrare tra i 150 e i 200 migranti, quasi senza alcuna reazione da parte delle guardie incaricate della sorveglianza. Raggiunta Tripoli, lui e gli altri del gruppo, intercettati dalla polizia, sono finiti nel centro di detenzione di Tarek al Matar, nei sobborghi della città. “Solomon era malato e fortemente debilitato – hanno riferito alcuni compagni al Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna in una telefonata di aiuto – ma è stato lasciato in pratica senza cure. Tutto fa pensare che sia morto per questo”.

(Fonte: testimonianze raccolte da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea Democratica)

Bosnia (Bihac), 5 luglio 2018

Un migrante è annegato nel fiume Una, in Bosnia, mentre tentava di attraversare a nuoto il confine con la Croazia, nei pressi di Bihac, il capoluogo regionale situato nei pressi della frontiera, che dall’inizio dell’anno è diventato uno dei principali punti di transito per migliaia di profughi diretti verso gli Stati dell’Unione Europea lungo la rotta balcanica, sfidando la rigida sorveglianza e spesso la reazione violenta della polizia di forntiera croata. Secondo la testimonianza di alcuni abitanti del luogo, il giovane era sceso in acqua verso le 17,30, insieme a un gruppo di compagni, quando è stato travolto dalla corrente. “La polizia è subito intervenuta, insieme a una equipe medica e a una squadra di sommozzatori, ma non è stato possibile salvarlo”, ha riferito Snezana Galicm, portavoce del ministero dell’interno del Cantone Una-Sana. Il corpo è stato recuperato poco dopo e trasferito all’obitorio per l’autopsia.

(Fonte: News 1)  

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 13 luglio 2018

Quattro dei circa 450 profughi che erano a bordo del peschereccio soccorso a 5 miglia da Lampedusa sabato 14 luglio sono annegati venerdì tredici, a decine di miglia di distanza dalla Libia e dall’Italia, prima che il barcone fosse intercettato dal pattugliatore Monte Sperone della Guardia di Finanza, da motovedette della Guardia Costiera italiana e dalla nave Protector, del dispositivo di Frontex. La vicenda è stata ricostruita lunedì 16, dopo il completamento dello sbarco a Pozzallo di tutti i 447 migranti tratti in salvo. Ne ha dato notizia, in particolare, il portavoce dell’Oim in Italia, Flavio Di Giacomo, sulla base di numerose testimonianze raccolte tra i compagni. Le vittime sono tutti giovani somali. La barca, un vecchio battello in legno lungo 20 metri, era partito da Zuwara mercoledì 11 luglio, puntando verso Lampedusa. Venerdì 13 le scorte di cibo e acqua stavano per terminare quando è stata avvistata in lontananza una nave. Da bordo hanno cercato di attirarne l’attenzione. E’ stato in questa fase che si è verificata la tragedia. “Quella nave – ha riferito Di Giacomo – in realtà era molto distante, ma una trentina di persone si sono gettate in mare dalla barca. Tra loro i quattro somali che poi sono morti”. Gli altri sono stati recuperati dai compagni che erano rimasti a bordo. Questa ricostruzione è stata confermata da alcuni parenti delle vittime. La polizia di Ragusa ha aperto un’inchiesta sull’episodio.

(Fonte: Repubblica, Il Giornale di Sicilia, La Stampa)

Niger-Algeria (Assamaka), 13-15 luglio 2018

Due migranti sono morti nel Sahara dopo essere stati espulsi dall’Algeria verso il Niger. Facevano parte di un gruppo di 391 uomini e donne di 16 diverse nazionalità africane che le autorità algerine hanno bloccato in varie città e deportato giovedì 13 su una autocolonna di bus e camion fino al posto di frontiera di In Guezzam, costringendoli poi ad  attraversare la linea di confine a piedi e abbandonandoli infine al loro destino nel deserto, all’imbocco delle piste che conducono verso Assamaka, il primo centro abitato nel versante frontaliero del Niger, a decine di chilometri di distanza. La marcia nel deserto, come in altri casi del genere, si è rivelata micidiale. Venuto a conoscenza dell’emergenza, l’ufficio Oim di Niamey ha organizzato una operazione di soccorso che ha individuato i migranti, non lontano da Assamaka, la sera di venerdì 14. Quando le prime squadre di soccorritori li hanno raggiunti, per due di loro era ormai troppo tardi: sono morti poco dopo per disidratazione e sfinimento. Anche tutti gli altri erano allo stremo. “Ancora poche ore – hanno dichiarato gli operatori dell’Oim – e probabilmente sarrebbe stata una strage”. Molti hanno riferito che, dopo il fermo, la polizia algerina ha sequesrato loro i cellulari e che li hanno abbandonati nel Sahara, con pochissimo cibo e poca acqua.

(Fonti: Sito web Oim Niger, sito Xavier Aldeoa, Europa Press, Nigerdiaspora)

Deserto del Sahara (tra il Sudan e la Libia), 16 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto di sete e di sfinimento nel deserto del Sahara, tra il Sudan e la Libia, durante la fuga verso la costa meridionale del Mediterraneo, dove contava di imbarcarsi per l’Italia. E’ accaduto nei primi mesi dell’anno ma se ne è avuta notizia solo il 16 luglio: lo ha raccontato ad alcuni operatori di Save the Children, subito dopo lo sbarco a Pozzallo, Sefu, il figlio quindicenne, che era tra i circa 450 migranti del barcone partito da Zuwara e soccorso sabato 14 tra Linosa e Lampedusa. “Non viaggiavo da solo – ha detto ai volontari che si stavano prendendo cura dei 128 minorenni non accompagnati del gruppo – Ero con mio padre. Lui, però, non ce l’ha fatta: è morto di stenti e di fatica prima di arrivare in Libia. Non è stato il solo a morire. La stessa fine hanno fatto altri migranti che erano con noi”. Sefu, dopo i primi accertamenti, è stato inserito nel circuito di assistenza per i minorenni soli.

(Fonte: Repubblica, notizie raccolte da Abraham Tesfai del Coordinamento Eritrea)

Libia (Zuwara), 16 luglio 2018

Almeno 8 morti per soffocamento tra i circa 100 migranti rinchiusi nel retro di un tir frigorifero alla periferia di Zuwara, non lontano dagli impianti petroliferi di Mellitah. Altri sono in condizioni critiche. Lo ha reso noto la direzione della Sicurezza Nazionale del governo di Tripoli, i cui agenti sono intervenuti dopo la segnalazione di alcuni abitanti del posto, insospettiti da quel tir fermo da giorni. Secondo le indagini della polizia, si tratta di una delle tante “spedizioni” dei trafficanti di esseri umani: quel Tir, proveniente sicuramente dall’interno del paese, aveva trasportato fino alla costa quel centinaio di persone (incluse donne e numerosi bambini), per imbarcarle di notte su un gommone o un barcone. Qualcosa non ha funzionato nel piano: forse il battello previsto ha ritardato o all’ultimo momento non è stato più disponibile. L’attesa così si è protratta per giorni. I profughi sono rimasti intrappolati nel retro del mezzo, sbarrato dall’esterno, con temperature vicine ai 50 gradi e con pochissima acqua. I trafficanti devono essersi dileguati per timore di essere scoperti o comunque si sono disinteressati della sorte dei migranti che si erano affidati a loro, abbandonandoli al loro destino. Quando, ricevuta la segnalazione di allarme, la polizia ha aperto i portelloni, ha trovato otto cadaveri: quelli di 6 bambini, una donna e un uomo. Molti degli altri erano privi di conoscenza. Oltre al caldo e alla sete, micidiali devono essere stati i vapori di benzina provenienti da numnerose taniche lasciate all’interno dai trafficanti. Per decine dei superstiti è stato necessario il ricovero in ospedale a causa di gravi problemi respiratori. Molti sono stati giudicati “gravissimi” dai medici.

(Fonti: Al Jazeera, Libya Observer, Libyan Express, Corriere della Sera, La Stampa)

Libia (al largo di Homs), 17 luglio 2018

I cadaveri di una donna e del suo bambino sono stati trovati da una nave della Ong spagnola Open Arms sui rottami di un gommone circa 80 miglia a nord del porto di Homs. Aggrappata a un relitto di legno c’era un’altra donna ancora in vita, che è stata tratta in salvo e condotta a bordo. Si chiama Josephine ed è originaria del Camerun. Molto debilitata e in grave stato di ipotermia per aver trascorso oltre un intero giorno in acqua, si è a poco a poco ripresa ed è diventata una testimone chiave di quanto è accaduto. Il gommone sul quale si trovava è quello con circa 160 migranti a bordo bloccato lunedì 16, nelle prime ore del mattino, da una motovedetta della Guardia Costiera libica. Tripoli ha dato notizia dell’intercettazione e del rientro forzato in Libia di tutti i migranti, senza però citare le due donne e il bambino che mancavano. Secondo la ricostruzione fatta da Open Arms, si tratterebbe di una omissione voluta, che nasconderebbe la pesantissima responsasbilità di aver abbandonato e lasciato morire quei naufraghi in mare. “La Guardia Costiera libica – ha scritto il fondatore della Ong spagnola Oscar Camp – ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone, fornendo assistenza medica e umanitaria. Non ha detto però che hanno lasciato due donne e un bambino a  bordo perché non volevano salire sulla motovedetta e che poi hanno affondato la barca. Quando siamo arrivati (nella mattinata di martedì: ndr) una sola delle due donne era ancora viva. Per l’altra e il suo piccolo non abbiamo potuto fare nulla”. Secondo il medico della Ong, la donna era morta già da ore. Il suo bambino, invece, sarebbe morto non molto prima del ritrovamento”.

(Fonti: Sito Web Open Arms, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, La Stampa, Agenzia Ansa, Europa Press, Al Jazeera, Libyan Express)  

Libia (al largo fra Tripoli e Homs), 17 luglio 2018

Una bimba della Costa d’Avorio è morta, tra le braccia della madre, su un battello su cui erano stati stipati 165 migranti di varie nazionalità (119 uomini, 34 donne e 12 bambini), bloccato da una motovedetta della Guardia Costiera libica a diverse decine di miglia dalla costa africana, in acque internazionali. Quando è stata intercettata, la barca era in mare da due giorni circa. Inizialmente, nessuno si è accorto che la piccola era senza vita, perché la madre l’ha tenuta stretta a sé anche dopo il trasbordo sulla motovedetta, snza dire nulla. “Probabilmente – ha riferito la giornalista tedesca Nadja Kriewald, che era imbarcata sulla nave militare libica per seguire le operazioni di soccorso e che ha riferito per prima l’episodio in una intervista all’Ansa – temeva che se l’avessero scoperto l’avrebbero costretta a buttare il corpicino in mare”. Si è ipotizzato, inizialmente, che il salvataggio descritto da Nadja Kriewald riguardasse lo stesso gommone su cui la nave della Ong spagnola Open Arms ha scoperto i cadaveri di una donna e del suo bambino e salvato un’altra donna aggrappata al relitto, dopo che la Guardia Costiera di Tripoli l’aveva distrutto e abbandonato alla deriva. Si tratterebbe, invece, di due interventi diversi (uno al largo di Homs e l’altro al largo di Tripoli) ma entrambi condotti dalla marina libica.

(Fonti: Ticinonline, Tg Com 24, Rai News, Ansa, Repubblica)

Cipro Nord (Erenkoy-Gialousa), 18 luglio 2018

Trenta morti e almeno 17 dispersi (per un totale di 47 vittime) nel naufragio di un barcone tra la Turchia e Cipro Nord, al largo delle coste di Erenkoy (Gialousa per i greci: ndr). Il battello era salpato durante la notte dal sud della Penisola Anatolica, quasi certamente dalla provincia di Mersin, con a bordo non meno di 150 migranti siriani, in gran parte sprovvisti di giubbotto di salvataggio. Stando alla ricostruzione fatta dalla guardia costiera turco-cipriota, verso le 6 del mattino, quando la costa di Erenkoy distava ancora circa 25 chilometri, lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua. La tragedia si è compiuta  subito dopo che si è allagato anche il locale del motore: la barca ha cominciato a inabissarsi e si è rovesciata. L’allarme è stato lanciato da un cargo battente bandiera liberiana che, in rotta verso la Turchia, ha avvertito la Guardia Costiera. Sul posto si sono recate diverse unità turco-cipriote alle quali si sono aggiunti poco dopo mezzi navali e aerei turchi, inclusa la fregata Barbaros della Marina Militare. Intorno al relitto i soccorritori sono riusciti a recuperare  103 naufraghi e, inizialmente, 19 corpi senza vita. Le ricerche successive, protrattesi sino a sera – ha riferito il sindaco di Mersin, Burhanettin Kocamaz – hanno portato al ritrovamento di altri 11 cadaveri, tra i quali quelli di una donna in stato di gravidanza e di un bambino. I dispersi risultano dunque almeno 17, ma potrebbero essere anche di più stando ad alcune fonti che riferiscono di circa 160 profughi a bordo al momento della partenza dalla Turchia. Uno dei naufraghi è stato ricoverato in condizioni critiche.

(Fonti: Cyprus Mail, Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Greek Reporter, Ansa)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 19 luglio 2018

I corpi senza vita di una giovane profuga e del suo figlio minore, di appena un anno, annegati nel tentativo di attraversare il fiume Evros, sono stati recuperati dalla polizia di frontiera sulla riva turca. I due figli maggiori, di sei e quattro anni, risultano dispersi. Della famiglia è sopravvissuto solo il marito. In fuga dalla Turchia di Erdogan, la coppia, raggiunta dall’Anatolia la provincia turco-europea di Edirne, è arrivata sino a un villaggio lungo l’Evros, dove verso l’alba di giovedì 19 luglio si è imbarcata con i bambini e altri 4 profughi turchi su un piccolo battello pneumatico per cercare di raggiungere la Grecia. Quasi al centro del fiume, forse a causa del sovraccarico o della forte corrente, il canotto si è rovesciato. La donna e i bambini sono stati trascinati via. Gli altri cinque, incluso il marito, non sono riusciti ad afferrarli: a nuoto hanno allora raggiunto la riva greca, dove hanno dato l’allarme e chiesto aiuto. Operazioni di ricerca sono state organizzate sia dalla polizia di frontiera greca che da quella turca. Alcune ore più tardi sono affiorati i primi due corpi. Due dei superstiti hanno dichiarato di essere giornalisti.

(Fonti: Ekathimerini, Anadolu Agency)  

Libia (Tarek al Matar, Tripoli) 19-20 luglio 2018.

Un profugo eritreo è morto di stenti e di malattia nel centro di detenzione di Tarek al Matar, vicino a Tripoli. Si chiamava Samuel Fisaha Beyene, aveva poco più di 20 anni. Nel campo di Tarek al Matar – dove lo avevano registrato con il codice 149-18 C 00884 – Samuel era arrivato nella seconda metà di maggio. In precedenza era stato detenuto per mesi nel centro per migranti di Gharyan, circa 140 chilometri a sud est di Tripoli. Da Gharyan era scappato il 15 maggio, insieme a una decina circa di compagni, poche ore dopo che una grossa banda di trafficanti aveva dato l’assalto alla struttura, sequestrando oltre 150 prigionieri. A Tripoli, due giorni dopo, la polizia ha intercettato e fermato tutto il gruppo, trasferendolo poi a Tarek al Matar. Samuel e gli altri hanno subito denunciato le terribili condizioni di vita nel campo: capannoni-prigione affollati al punto di non potersi muovere, cibo e persino acqua da bere scarsi e di pessima qualità, servizi igieici quasi inagibili, nessuna assistenza medica nonostante i molti malati di scabbia e di infezioni polmonari. “Samuel stava bene – hanno denunciato gli amici al Coordinamneto Eritrea Democratica – Si è ammalato nel centro di detenzione ed è morto perché nessuno si è preso cura di lui”. E’ il secondo eritreo del gruppo fuggito da Gharyan a morire a Tarek al Matar.

(Fonte: testimonianza raccolta da Abraham Tesfai,  del Coordinamento Eritrea Democratica)

Grecia (Alexandroupolis), 21-22 luglio 2018

Due profughi sono stati uccisi da un treno e un terzo gravemente ferito in due distinti incidenti, avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, lungo la ferrovia tra Alexandroupolis e Ormenio, una linea che per diversi chilometri è parallela alla frontiera e che viene seguita molto spesso, come punto di riferimento per orientarsi, dai migranti entrati di nascosto in Grecia dalla Turchia attraverso il confine dell’Evros. Il primo incidente si è verificato verso le 12,50 di sabato 21 luglio. Due giovani che stavano camminando lungo i binari non devono essersi accorti del treno locale partito pochi minuti prima da Alexandroupolis, che li ha trovalti in pieno: uno è morto sul colpo e l’altro è stato ricoverato in condizioni critiche. Il macchinista ha dichiarato di non essere riuscito a frenare in tempo perché li ha visti solo all’ultimo momento. La linea è rimasta bloccata per ore. Il secondo incidente è accaduto poco dopo che la circolazione era ripresa, intorno alle 2,20 di domenica 22. La dinamica è esattamente la stessa: un profugo stava camminando lungo la ferrovia, diretto verso ovest, quando è stato investito a forte velocità da un convoglio ed è morto sul colpo. Le salme sono state composte all’obitorio di Alexandroupolis. Non sono stati trovati documenti per risalire all’identità o quanto meno alla provenienza delle vittime.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Associated Press).

Spagna-Marocco (isole Alhucemas), 23-24 luglio 2018

Dieci morti nel naufragio di una barca con a bordo 42 migranti nello Stretto di Gibilterra, all’altezza dell’arcipelago delle Alhucemas, tre piccole isole situate di fronte alla costa settentrionale del Marocco ma appartenenti alla Spagna, che ha stabilito un presidio militare sulla maggiore, Penon de Alhucemas, mentre le altre due (Isla de Mar e Isla de Tierra) sono disabitate. La barca era partita durante la notte dalla zona di Tangeri, puntando verso l’Andalusia. L’allarme è scattato poco dopo la mezzanotte, quando i familiari di alcuni dei migranti a bordo si sono rivolti ad Helena Maleno, della Ong Frontera Sud, che ha allertato i servizi d’emergenza sia spagnoli che marocchini. Quando è arrivata la segnalazione la situazione era già disperata: la barca stava affondando rapidamente e almeno tre persone erano già in acqua. Sembra che la mancanza di dati precisi sulla posizione e l’oscurità abbiano complicato e ritardato i soccorsi: quando, nella mattinata di martedì 24 lugliio, alcune unità della Marina marocchina hanno raggiunto il relitto sono riuscite a recuperare soltanto 32 naufraghi. Per gli altri dieci era ormai tardi.

(Fonte: Sito web Helena Maleno, Ong Frontera Sur)

Turchia-Grecia (isola di Ciplak), 29 luglio 2018

Sei profughi morti e uno disperso (totale: 7 vittime) nel naufragio di una barca, nell’Egeo, al largo dell’isola turca di Ciplak, disabitata e distante meno di un chilometro dalla costa anatolica del distretto di Ayvalik (provincia di Balikesir). Il battello era partito poco prima dell’alba, puntando verso l’isola greca di Lesbo, con a bordo 16 persone, tra i quali alcuni bambini. Il naufragio è avvenuto dopo poche ore di navigazione. Ne ha dato notizie, senza però precisarne le circostanze e le cause, il governatore del distretto, Gokhan Gorguluarslan, specificando che i soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 9 naufraghi e a recuperare sei corpi senza vita nei pressi del relitto. Nessuna traccia del sedicesimo naufrago. Tre delle vittime sono bambini. Due del gruppo, secondo fonti governative, sarebbero trafficanti mentre tra i profughi in fuga c’erano alcuni oppositori politici del regime di Erdogan, accusati di essere legati al movimento di Fetullah Gulen, il leader esule negli Stati Uniti a cui viene imputato il  tentato colpo di stato del luglio 2016.

(Fonte: Anadolu Agency, The Express Tribune, Hurriyet Daily News)

Libia (campo di Tarek al Matar), 29 luglio 2018

Un giovane profugo etiope è morto nel centro di detenzione di Tarek al Matar, nei pressi di Tripoli. Si chiamava Melake Teweldebrhan ed aveva appena 22 anni. Ad ucciderlo sarebbe stata una grave forma di infezione polmonare, forse tbc, unita a un terribile stato di malnutrizione e sfinimento fisico. Nel giro di tre settimane, è stato il terzo giovane profugo a morire in queste condizioni in quel campo, dopo il ragazzo eritreo morto il 5 luglio e un altro etiope deceduto il 20. La notizia è trapelata grazie ad alcuni compagni di prigionia eritrei che sono in contatto con il Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna. Fuggito dall’Etiopia ed entrato in Libia dal Sudan diversi mesi fa, era da tempo detenuto a Tarek al Matar. Stando al racconto degli amici, quando è arrivato non era malato: avrebbe contratto l’infezione nei mesi di detenzione e poi la mancanza di cure mediche, la denutrizione e le terribili condizioni igieniche e di trattamento lo avrebbero portato alla morte.

(Fonte: Testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea, con una serie di telefonate in Libia)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 29-30 luglio 2018

Recuperato sulla sponda destra dell’Evros, in territorio greco, il cadavere di un giovane migrante. Nelle tasche degli abiti non sono stati trovati documenti o quanto meno indizi per identificarlo o stabilirne almeno la nazionalità. La scoperta è stata fatta domenica 29, durante un servizio di perlustrazione, dalla polizia greca, che ha poi diramato la notizia il mattino di lunedì 30. Tutto lascia credere che il ragazzo, all’apparenza di non più di 20 anni, sia annegato nel tentativo di attraversare il fiume che segna la linea di confine tra la Grecia e la Turchia e che negli ultimi giorni è di nuovo in piena a causa delle intense precipitazioni registrate a monte, tanto che la Bulgaria ha diramato lo stato di allerta negli Stati a valle. Ignote le circostanze dell’annegamento. E’ probabile che con il ragazzo ci fossero altri profughi, che potrebbero essersi allontanati quando lo hanno visto trascinare via dalla corrente. Non è escluso che, in questo caso, ci siano dei dispersi o altre vittime. Il ritrovamento è stato effettuato non lontano dal punto in cui pochi giorni prima è annegata una donna insieme ai suoi tre bambini, cadendo in acqua mentre tentavano di attraversare l’Evros con un canotto, ma la polizia esclude collegamenti tra questi due episodi.

(Fonte: Ekathimerini)   

Spagna (Capo Trafalgar), 7 agosto 2018

Otto vittime (7 uomini e una donna) su un canotto pneumatico di cui si sono perse le tracce nello Stretto di Gibilterra. Il battello, un piccolo gommone a remi, era salpato all’alba del primo agosto dalla costa di Tangeri, diretto verso l’Andalusia. Nella mattinata dello stesso giorno i migranti a bordo, tutti di origine subsahariana, hanno comunicato la loro posizione ad alcuni compagni rimasti in Marocco. Poi non si è saputo più niente, nonostante la segnalazione diramata dalla Ong Frontera Sur sia al Salvamento Maritimo spagnolo che alla Marina imperiale marocchina. Il timore di un naufragio si è concretizzato la mattina del giorno 7 quando, verso le 9,10, un peschereccio ha informato il centro di coodinamento del Salvamento Maritimo della presenza di un corpo senza vita nella zona dove aveva gettato le reti, al largo di Capo Trafalgar. Sul posto è intervenuta la salvamar Gadir, il cui equipaggio circa due ore dopo ha recuperato e trasferito nel porto di Tarifa la salma, appartenente a una donna subsahariana. L’età presumibile della vittima (tra 20 e 30 anni) e il periodo trascorso in mare dal cadavere (almeno 4 o 5 giorni, secondo i primi accertamenti medici) hanno indotto a ricollegare il ritrovamento al gommone scomparso. Questa ipotesi è stata prospettata, in particolare, il 14 agosto da Helena Maleno, attivista della Ong che per prima ha lanciato l’allerta per il battello disperso.

(Fonte: Europa Press, El Pais, Sito Salvamento Maritimo. El Correo del 14 agosto)

Libia (Al Zintan), 7-8 agosto 2018

Sette profughi eritrei sono morti nell’arco di meno di quattro mesi, per denutrizione e malattie, nel centro di detenzione di Al Zintan, 160 chilometri a sud ovest di Tripoli. Facevano parte di un gruppo di circa 100 migranti, quasi tutti eritrei, intercettati su un gommone dalla Guardia Costiera libica il 7 aprile, riportati a terra nella zona di Tripoli e trasferiti dopo qualche giorno ad Al Zintan. Lo ha riferito una ragazza (anche lei eritrea e prigioniera nello stesso campo) al fratello, Michael, esule in Angola, con il quale è riuscita a mettersi fortunosamente in contatto, con l’aiuto di una delle guardie, per chiedere aiuto. La sua denuncia è stata trasmessa all’Unhcr dal Coordinamento Eritrea Democratica. L’ultimo a morire è stato un ragazzo poco più che ventenne, di nome Osman e di religione islamica: il suo corpo senza vita è stato trovato tra il 7 e l’8 agosto nel camerone dove era detenuto. Gli altri sei sarebbero morti, l’uno dopo l’altro, a partire dalla fine di aprile. Di questi la ragazza non ha saputo o non ha fatto in tempo a indicare il nome perché ha potuto telefonare solo di nascosto, in non più di due o tre occasioni e ogni volta per una durata di appena due o tre minuti. Si è però detta certa che le vittime sarebbero sette perché ne avrebbe visto i cadaveri, quasi tutti lasciati a lungo nel campo, prima di essere prelevati e sepolti. “Soltanto Osman – ha detto – è stato portato via quasi subito. Forse perché lui era musulmano e quindi gli hanno riservato un minimo di rispetto. Gli altri erano cristiani: i loro cadaveri sono rimasti in pratica abbandonati per ore. Le guardie si sono limitate a farli portare fuori dai locali di detenzione, in un angolo del cortile, coperti alla meglio. Quando sono venuti a prenderli non ci hanno detto dove li avrebbero seppelliti”.

(Fonte: Testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea)

Turchia-Grecia (Kusadasi-Samo), 9 agosto 2018

Nove profughi morti (7 bambini e 2 donne) nel naufragio di una barca nell’Egeo, al largo della costa turca. Il battello era salpato prima dell’alba, con 13 persone a bordo, da Kusadasi, una località turistica della provincia di Aydin, situata di fronte a Samo. L’isola greca è distante solo poche miglia ma la navigazione è insidiosa per le forti correnti e gli improvvisi colpi di vento. In più il mare era molto mosso ma i superstiti dicono che i trafficanti che hanno ceduto loro la barca non hanno lasciato alternative, rifiutando anche di fornire i giubbotti di salvataggio richiesti. Il naufragio è avvenuto lungo la rotta per Samo ma all’interno delle acque territoriali turche. L’allarme è scattato solo alcune ore dopo. Quando le motovedette della Guardia Costiera turca sono giunte sul posto, soltanto quattro naufraghi, tutti uomini, erano ancora in vita. I corpi delle nove vittime sono stati recuperati nel corso della mattinata. Muammer Aksoy, governatore di Kusadasi, ha dichiarato che non risultano dispersi.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News, Ahram Online, Rai Tg-2 ore 13)

Marocco-Spagna (Fnideq-Ceuta), 10 agosto 2018

Almeno 11 vittime (1 morto e 10 dispersi) su una barca carica di migranti naufragata mentre tentava di raggiungere il territorio dell’enclave spagnola di Ceuta dal Marocco. Il battello era partito da Fnideq, la città marocchina a est di Tangeri più prossima al confine ceutino, possedimento spagnolo fino al 1956 con il nome di Castillejos. A bordo, secondo i quotidiani marocchini Fnideq News e Press Tetouan, c’erano non meno di 14 persone. Il naufragio sarebbe avvenuto, quando Ceuta era ormai vicinissima, a causa di un violento colpo di mare, che ha rovesciato lo scafo, gettando tutti in acqua. L’allarme non è stato immediato. Quando, pare su segnalazione di alcuni pescatori, una motovedetta della Marina marocchina è arrivata sul posto, ha recuperato solo tre naufraghi, uno dei quali in condizioni critiche. Più tardi il cadavere di un bambino è stato trovato impigliato nella rete di un peschereccio. Nessuna traccia dei dieci dispersi.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Fnideq News, Press Tetouan)

Spagna-Marocco (Cabo de Gata), 10 agosto 2018

Due vittime (un morto e un disperso) e un ferito su un gommone intercettato dalla salvamar Spica, del Salvamento Maritimo spagnolo, alcune miglia al largo di Almeria, di fornte a Cabo de Gata. Il battello, partito dalla costa di Tangeri con a bordo 69 migranti subsahariani, ha perso la rotta verso l’Andalusia ed è rimasto alla deriva per quasi tre giorni prima di essere avvistato. Il giovane disperso, secondo quanto hanno riferito i compagni, sarebbe scivolato in acqua il secondo giorno, scomparendo in breve tempo, prima che da bordo potessero prestargli aiuto. L’altro, trovato senza vita al momento dei soccorsi, è morto verosimilmente per disidratazione e sfinimento. La Spica ha sbarcato ad Almeria i 67 migranti recuperati (tra cui due donne), affidandoli al centro medico della Croce Rossa.

(Fonte: Sito web Salvamento Maritimo, Europa Press Andalusia)

Croazia (Dreznica), 11 agosto 2018

Due profughi siriani sono morti dopo aver attraversato il confine tra la Bosnia e la Croazia insieme a 10 compagni, anch’essi siriani. Secondo quanto ha potuto accertare la polizia, sarebbero stati travolti da una frana mentre dormivano. Una pattuglia di agenti ha trovato i superstiti e i corpi ormai senza vita delle due vittime, su indicazione di alcuni abitanti del posto, verso le otto del mattino. Il gruppo si era accampato alla meglio in un fitto bosco situato nei pressi del villaggio di Dreznica, nella contea di Karlovak, a 90 chilometri dalla linea di frontiera e a circa 100 a sud di Zagabria. E’ probabile che i dodici abbiano superato il confine qualche giorno prima e che si siano fermati nel bosco per cercare di riposare e di nascondersi alla meglio in attesa di riprendere il cammino verso l’Austria e l’Europa Centrale. E lì, appunto, la notte prima del ritrovamento, sarebbero stati investiti dalla frana. “Quando li abbiamo individuati, due di loro erano già morti”, ha riferito alla stampa Senka Starovesil, portavoce della polizia di contea, senza aggiungere altri particolari. Le circostanze della tragedia sono state poi ricostruite nei giorni successivi in base alle testimonianze dei compagni delle due vittime.

(Fonte: News Cn, News 1, New Vision, Punch, China Org, Sito Are You Syrious dell’11 agosto. Dw ed Irish Time edizione del 13 agosto).

Marocco (Tangeri-Agadir-Tiznit), 13-16 agosto 2018

Due profughi morti e numerosi feriti, alcuni in modo grave, tra gli oltre duemila arrestati nella retata condotta dal giorno 10 in poi dalla polizia marocchina intorno alle enclave spagnole di Ceuta e Melilla e in tutte le principali città del nord del paese. Le vittime sono giovanissime: un ragazzino sedicenne, Moumoune, originario della Costa d’Avorio, e un suo amicoco di cui non si conosce il nome ma della stessa età. Il blitz è stato disposto dal Governo marocchino pochi giorni dopo l’assalto in massa al vallo di Ceuta che ha consentito a circa 600 richiedenti asilo e migranti di entrare in territorio spagnolo. Per certi versi, la “risposta” di Rabat alle accuse delle autorità di Ceuta e Melilla di aver allentato la vigilanza intorno alla linea di frontiera. Di ceerto, è stata un’azione molto violenta e indiscriminata: sono stati bloccati e arrestati anche donne e bambini e migranti con regolare permesso di soggiorno e documenti rilasciati dalle municipalitnà marocchine. Caricati di forza su autobus e camion, sono stati trasferitisi nei centri di detenzione situatai a sud di Rabat, in particolare a Fez e Tiznit, nel Sahara. Moumoune, nonostante la giovanissima età, era in Marocco da diversi mesi: faceva dei lavoretti in un supermercato di Tangeri, offrendosi di aiutare i clienti a portare pesi e cassette. Ed è lì, appunto, che la polizia lo ha sorpreso e bloccato. Quando il pullman che lo portava verso sud è arrivato nei pressi di Agadir, molti dei migranti a bordo hanno cercato di scappare, gettandosi dai finesrini o dal lunotto posteriore. Moumoune e il suo compagno potrebbero essersi feriti a morte cadendo male dal bus in corsa. Un filmato fatto con un cellulare da altri migranti mostra due giovani che si schiantano e restano stesi sull’asfalto. Tra i profughi, sulla base di questa ripresa, già il 13 agosto è girata la notizia che c’erano stati almeno due morti. Le autorità marocchine la hanno smentita e le Ong locali non sono state in grado di confermarla. La conferma è arrivata la mattina del 16 quando le ricerche condotte da Helena Maleno, della Ong Frontera Sud, insieme ai familiari, ha trovato il corpo senza vita di Moumoune nell’obitorio di un ospedale. Poco dopo è arrivata la notizia che era morto anche l’altro ragazzino, dopo essere stato ricoverato in condizioni critiche.

(Fonte: Sito web Helena Maleno Frontera Sur, El Faro de Ceuta)

 Malta (zona Sar Mediterraneo), 22 agosto 2018   

Almeno due migranti sono morti nel naufragio di un gommone al largo di Malta. Altri cento sono stati tratti in salvo ma non è escluso che ci siano dei dispersi. L’allerta è scattato quando il battello, salpato dalla Libia molte ore prima, si trovava circa 68 miglia a sud della costa maltese. La richiesta di aiuto segnalava che il motore era in avaria e lo scafo cominciava ad imbarcare acqua. Quando sul posto è arrivata una motovedetta militare partita da La Valletta, il natante era ormai un relitto semi affondato, circondato da numerose persone già in acqua. L’operazione di soccorso si è protratta per ore. Alla fine sono stati recuperati un centinaio di naufraghi e due corpi senza vita. Nel frattempo il gommone è affondato del tutto. Tutti i superstiti e i due cadaveri sono stati sbarcati a Malta, presso la base della Marina di Floriana.

(Fonte: Malta Today, Europa Press)

Libia (campo di Qaser Bin Ghashir), 27-28 agosto

Un profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Qaser Bin Ghashir, nella periferia meridionale di Tripoli, per i pestaggi e i maltrattamenti subiti. Si chiamava Tesfai: aveva solo 18 anni. E’ accaduto verso la fine di agosto, ma la notizia si è saputa solo il 16 settembre, grazie alla denuncia fatta via telefono al Coordinamento Eritrea Democratica da un altro giovane profugo che era nello stesso campo e che, trasferito poi a Tarek al Matar, è fuggito dopo che la struttura si è trovata al centro degli scontri tra milizie rivali che hanno investito tutta la zona sud di Tripoli. L’intero colloquio è stato registrato ed è a disposizione per eventuali indagini. Al campo di Qaser Bin Ghashir, situato in Airport Road, nei pressi dell’aeroporto, Tesfai era arrivato alla fine di maggio, dopo essere riuscito a evadere da una prigione di trafficanti di Bani Walid, la notte tra il 23 e il 24, insieme a un gruppo di compagni, tra cui quello che ne ha raccontato la morte. Una fuga tragica, costata la vita a una quindicina di giovani, falciati dalle raffiche di mitra dei miliziani. Tesfai e gli altri si erano salvati rifugiandosi nell’ospedale o in alcune case private. Poi, raggiunta Tripoli con mezzi di fortuna, erano stati bloccati dalla polizia e condotti nella struttura di Airport Road. “Dopo oltre due mesi – ha raccontato il testimone – non avevamo notizie del programma di relocation verso il Niger che ci era stato promesso. E le condizioni  di vita all’interno del campo erano ogni giorno peggiori. Così abbiamo deciso di protestare. Quando hanno rinnovato l’impegno a portarci in Niger o comunque fuori dalla Libia, la protesta, a cui hanno partecipato quasi tutti i prigionieri, è rientrata. La polizia, però, dopo due o tre giorni ha preso 24 di noi, me compreso, accusandoci di essere gli organizzatori della manifestazione. E’ stato l’inizio di un inferno, fatto di botte, calci, pestaggi sistematici, violenze: una sorta di ‘punizione’, come monito per gli altri, che è andata avanti a lungo. E’ finita solo quando ci hanno trasferiti a Tarek al Matar. Tesfai, però, non ce l’ha fatta: è morto in conseguenza di queste torture tra il 27 e il 28 agosto”.

(Fonte: testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea)

Libia, 29 agosto 2018

Sedici neonati sono morti negli ultimi mesi nella prigione dove erano rinchiusi i 177 profughi, quasi tutti eritrei, salvati dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera italiana, su un barcone in procinto di affondare al largo di Lampedusa, al limite delle zone Sar di Malta e dell’Italia. Almeno parte di quei bambini erano il frutto degli stupri subiti dalle madri ad opera dei trafficanti che le avevano sequestrate. E’ il più terribile della catena di orrori emersi dalle testimonianze raccolte tra i profughi, dopo lo sbarco a Catania. Particolarmente dettagliati i racconti del centinaio di giovani trasferiti nel centro accoglienza di Rocca di Papa (Roma), oltre 90 uomini e sei donne, alcune delle quali vittime a loro volta di violenza. Partoriti nelle condizioni orribili del capannone-prigione sotterraneo dei trafficanti – hanno raccontato – quei bambini non hanno avuto alcuna forma di assistenza, né venendo alla luce, né tantomeno dopo. Appena nati si sono trovati già a soffrire uno stato di detenzione durissimo. Mancava perfino l’acqua da bere. Le mamme ed altre donne hanno cercato di accudirli come potevano, ma al massimo sono sopravvissuti per quattro o cinque mesi”. Alcuni sarebbero morti poche settimane prima che le madri e gli altri profughi del gruppo venissero imbarcati sul vecchio barcone da pesca poi intercettato, il 15 agosto, tra Malta e l’Italia, prima da una nave militare maltese e poi dalla Diciotti. Un primo sommario rapporto sulle testimianze raccolte è stato reso noto da Carlotta Sami, dell’Unhcr, il 29 agosto.

(Fonti: Il Manifesto, Rai News, Huffington Post, Il Giornale di Sicilia, Agenzia Ansa)

Libia (Tripoli-Homs), 1 settembre 2018

Sono stati trovati i corpi senza vita di due migranti subsahariani su uno dei gommoni intercettati dalla Guardia Costiera libica la mattina di sabato uno settembre, con 276 persone, al largo delle coste africane. I battelli, almeno due, erano partiti presumibilmente dal litorale a est di Tripoli oltre un giorno prima. Le motovedette li hanno raggiunti dopo alcune decine di miglia di navigazione verso l’Italia, bloccandoli e prendendo a bordo tutti gli occupanti. I cadaveri sono stati scoperti durante le operazioni di trasbordo. Si tratta di due giovani subsahariani, morti probabilmente per sfinimento e disidratazione. Tutti i 276 profughi e migranti bloccati (195 uomini, 36 donne e 45 bambini) sono stati fatti sbarcare ad Homs, circa 120 chilometri a est di Tripoli, con l’assistenza dell’International Medical Corps, partner dell’Unhcr. Le due salme sono state condotte all’obitorio di Homs, in attesa dell’identificazione e dell’inumazione.

(Fonte: Rapporto Unhcr del 4 settembre da Ginevra). 

Marocco-Spagna (Tangeri), 3 settembre 2018

Quattro giovani marocchini risultano dispersi, scomparsi senza lasciare traccia, mentre tentavano di raggiungere l’Andalusia attraverso lo Stretto di Gibilterra. L’allarme è stato dato il tre settembre dalle famiglie, che hanno chiesto notizie e aiuto sia alla Marina imperiale che alle autorità spagnole di Ceuta e del continente, ma la partenza dal Marocco risale alla notte tra l’otto e il nove agosto. Si tratta di due fratelli, Achraf e Nabil Sami, di 16 e 18 anni, e di due coetanei, un loro parente e un amico, tutti di Tetuan, nel governato di Tangeri. Secondo quanto ha riferito alla gendarmeria Said Amayno, zio dei due fratelli e fratello di un altro dei ragazzi scomparsi, i quattro si sarebbero imbarcati sul litorale di Tangeri, nonostante l’opposizione delle rispettive famiglie. Da quel momento se ne sono perse le tracce: “Sono fuggiti e non sono più tornati né hanno dato notizie di sé”, ha dichiarato Said. Alcuni giorni dopo la partenza, avendo perso ogni contatto e temendo il peggio, i familiari hanno cominciato a cercarli, rivolgendosi alla polizia di Tetuan e di Tangeri. Nessuno dei quattro risulta tra le salme recuperate in mare nelle ultime settimane e custodite negli obitori delle due città. Non si sa nememno se si siano imbarcati da soli o con altri compagni. Tutto lascia credere, in ogni caso, che siano rimasti vittime di un naufragio di cui non si è saputo nulla. “Si sono lasciati tentare dalla rete clandestina di immigrazione per raggiungere la Spagna e li abbiamo perduti”, ha concluso Said.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (mare di Alboan), 3-4 settembre 2018

Cinque migranti dispersi in mare in seguito al naufragio di un gommone al largo dell’isola di Alboran. Il battello, partito prima dell’alba di lunedì 3 settembre dalla costa di Tangeri, dopo alcune ore di navigazione ha cominciato a imbarcare acqua. I familiari di alcune delle persone che erano a bordo hanno segnalato l’emergenza alla Ong Caminando Fronteras, che a sua volta ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo e la Marina imperiale. Quando una unità di salvataggio spagnola lo ha raggiunto, nel mare di Alboran, lo scafo era ormai affondato quasi completamente e gran parte dei migrati erano in acqua, attorno al relitto. I soccorritori hanno recuperato 30 naufraghi, tra i quali tre donne, ma la Ong, appena informata dell’intervento, ha comunicato che, secondo l’allarme lanciato dai familiari, sul battello si erano imbarcate 35 persone, sicché dovevano esserci 5 dispersi. La conferma è arrivata la mattina del giorno 4: “Quando abbiamo annunciato alle famiglie la notizia del naufragio, ci hanno ribadito che erano partiti in 35”, ha dichiarato Helena Maleno, portavoce di Caminando Fornteras. Lo stesso hanno poi riferito i  trenta superstiti.

(Fonte: El Diario, sito web Caminando Fronteras, sito web Helena Maleno).

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 5 settembre 2018

Cinque morti nel naufragio di un gommone carico di migranti subsahariani nel mare di Alboran. Il battello, partito dalla costa di Tangeri, in Marocco, ha cominciato a imbarcare acqua dopo poche miglia,  al largo dell’isola di Alboran. L’allarme è stato lanciato nella tarda mattinata da Helena Maleno, portavoce della Ong Caminando Fronteras, avvertita dai familiari di alcuni dei 58 uomini e donne che erano a bordo. Quando, nel pomeriggio, lo scafo è stato avvistato dall’aereo da ricognizione Sasemar 101, del servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, lo scafo era ormai semi-affondato. Poco dopo sono giunti sul posto il ferry Almariya, che ha tratto in salvo 2 giovani, e la salvamar Polimnia, che ha recuperato 51 naufraghi aggrappati al relitto o che cercavano di tenersi a galla nei dintorni. Tra i rottami dello scafo, inoltre, sono stati trovati 5 corpi senza vita. Tutti i sopravvissuti e i cinque cadaveri sono stati sbarcati nel porto di Motril.

(Fonte: Europa Press Andalucia, sito web Helena Maleno, sito Caminando Fronteras, sito Salvamento Maritimo)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 5 settembre 2018

Sei migranti scomparsi in mare in seguito al naufragio di un gommone. Il battello era partito dalle coste del Marocco diretto in Andalusia. Al largo dell’isola di Alboran ha cominciato a imbarcare acqua e ad affondare. I primi soccorsi sono arrivati dall’Helimer 207, del Salvamento Maritimo spagnolo, che dopo avero individuato il relitto ha lanciato in mare un canotto di salvataggio e comunicato la posizione al centro di coordinamento di Almeria. Sul posto è stata inviata la salvamar Polimnia, che aveva concluso da poco l’operazione di recupero di oltre 50 naufraghi e 5 corpi senza vita da un altro gommone naufragato nella zona. Prima di sera sono stati recuperati 52 naufraghi, saliti a bordo del canotto lanciato dall’Helimer 207 o aggrappari ai resti del gommone. Concluse le ricerche al calare della notte, è emerso che, rispetto al numero totale degli imbarcati, mancavano ancora 6 migranti, scomparsi in mare nelle concitate fasi del progressivo affondamento del gommone.

(Fonte: sito web Helena Maleno, Ong Caminando Fronteras)

Libia-Italia (tra la costa libica e Malta), 1-10 settembre 2018

Oltre 100 migranti, verosimilmente tra 110 e 115, sono annegati nel naufragio di un gommone nel Mediterraneo, tra la Libia e Malta. Solo due i cadaveri recuperati. Poco più di 50 i superstiti. La tragedia si è verificata nel pomeriggio del primo settembre, ma è rimasta “nascosta” per una decina di giorni, fino al 10, quando una equipe di Medici Senza Frontiere ne è venuta a conoscenza grazie alla testimonianza di alcuni superstiti. Il battello era partito dalla Libia la notte del 31 agosto, in coppia con un altro. In tutto, sui due gommoni, c’erano 276 tra uomini, donne e decine di bambini, provenienti da Sudan Mali, Nigeria, Camerun, Ghana, Libia, Algeria ed Egitto. Dopo alcune ore di navigazione, il secondo natante è rimasto in panne, in balia del mare, per un guasto al motore. L’altro, quello più carico, ha continuato la rotta ancora per ore, fino a che, ormai a molte decine di miglia dall’Africa, ha cominciato a sgonfiarsi e a imbarcare acqua. “Il telefono satellitare ci ha mostrato che non eravamo lontani da Malta – ha raccontato uno dei sopravvissuti a Medici Senza Frontiere – Allora abbiamo chiamato la Guardia Costiera italiana e inviato le coordinate della nosttra posizione, segnalando che avevamo urgente bisogno di assistenza perché molti di noi stavano già cadendo in acqua. Ci hanno risposta che avrebbero mandato qualcuno, ma il gommone dopo un po’ è affondato. Poi è arrivato un aereo militare europeo, che ci ha lanciato delle zattere di salvataggio, ma a quel punto il nostro battello si era ormai rovesciato e noi eravano tutti in mare. Se fossero arrivati prima, molti si sarebbero salvati…”. Nessuno è più intervenuto fino all’arrivo di una motovedetta della Guardia Costiera libica, che ha recuperato poco più di 50 naufraghi e due corpi senza vita. “Siamo sopravvissuti solo in 55 – ha detto ancora il testimone – Quando samo partiti sul nostro gommone eravamo più di 265, inclusi una ventina di bambini”. Nessuno dei bimbi, tra cui due piccoli di appena 17 mesi, si è salvato. Morte anche quasi tutte le donne. La Guardia Costiera, che ha soccorso anche il battello rimasto in panne, ha portato tutti i supertsiti ad Homs, rinchiudendoli in un centro di detenzione. “Molti sono in gravi condizioni – ha riferito Jai Defranciscis, dell’equipe di Medici Senza Frontiere di Misurata – Almeno 18 dovrebbero dovuto essere ricoverati subito. Alcuni presentano ustioni chimiche su quasi due terzi del corpo, per il contatto prolungato con una miscela di benzina e acqua salata. Ma è sempre così: anziché venire curati i migranti intercettati in mare sono destinati a campi di priguionia del tutto illegali”.

(Fonte: Reuters, Agenzia Ansa, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeera, Libyan Express)

Marocco-Spagna (Nador e Almeria), 9-11 settembre 2018

I cadaveri di quattro migranti, tre donne e una bambina, sono stati trascinati dal mare sulle coste del mare di Alboran, alle soglie dello stretto di Gibilterra: la bambina e due donne sulle spiagge di Nador, in Marocco, il 9 settembre, mentre la quarta salma è affiorata il giorno 11 ad Almeria, in Spagna, di fronte a Playa de Roquetas. A giudicare dalle condizioni di conservazione, questa salma è rimasta in acqua molto più a lungo delle altre tre: non meno di due settimane. Non ci sono dubbi che siano persone annegate nel tentativo di arrivare in Andalusia dalla costa marocchina, attraversando il mare di Alboran. Data la distanza, i tempi diversi dei ritrovamenti e lo stato di conservazione dei corpi, dovrebbe trattarsi di due eventi diversi. Nei giorni precedenti ci sono stati nella zona due naufragi con persone disperse: il primo, avvenuto il 3 settembre, non è sicuramente ricollegabile a queste quattro vittime perché tutte le donne segnalate a bordo del gommone affondato sono state tratte in salvo; nel secondo, il giorno 5, sono sei, tra uomini e donne, le persone di cui non si è trovata traccia ma, visti i tempi, un collegamento con la salma trovata ad Almeria è sicuramente da escludere mentre è difficilmente ipotizzabile, essendo tutti di donne, anche con i tre corpi arrivati a Nador. Tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre sono state registrate almeno due barche di migranti disperse nel mare di Alboran: una, in particolare, con 52 persone a bordo, segnalata fin dal 3 settembre dalla Ong Frontera Sur.

(Fonti: La Voz de Almeria, Ser Almeria, Abc Andalucia, Europa Press, sito web Helena Maleno, sito Frontera Sur)

Spagna (Ceuta), 13 settembre 2018

Un migrante marocchino è annegato nel tentativo di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola di Ceuta, superando via mare la linea di frontiera. Il suo cadavere, in avanzato stato di decomposizione, è stato recuperato da una motovedetta del servizio marittimo della Guardia Civil al largo della punta di Sarchal, uno dei tratti dove più di frequente si verificano sbarchi di migranti da moto d’acqua o da barche veloci che ripartono subito dopo. Ai piedi aveva un paio di pinne: proprio questo ha indotto a pensare che si trattasse di un migrante, ma a causa delle condizioni della salma non si è riusciti inizialnente a identificarlo né a stabilire se si trattasse di un subsahariano o di maghrebino. Secondo la perizia medica, infatti, la morte risaliva ad almeno due settimane prima del ritrovamento. Nei giorni successivi le indagini della polizia hanno consentito di stabilire che si tratta di un giovane che, già espulso dalla Spagna e costretto a rientrare in Marocco, aveva più volte tentato di entrare a Ceuta via terra. Per sottrarsi ai controlli di frontiera deve aver tentato di passare via mare, magari facendosi calare in acqua al largo da una moto d’acqua o da un motoscafo ma, ostacolato dalle correnti, non è riuscito ad arrivare. Il corpo sarebbe poi stato spinto progressivamente verso la costa dalle onde.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (Nador), 15 settembre 2018

Il cadavere di una giovane donna subsahariana è stato restituito dal mare su una spiaggia di Nador, in Marocco. A giudicare dalle condizioni in cui è stato trovato, i medici hanno riferito che doveva essere in acqua da diversi giorni. Secondo la polizia si tratta di una migrante annegata nel tentativo di raggiungere l’Andausia dal Marocco con un battello partito da un tratto della costa di Nador o di Tangeri e poi naufragato. Sei giorni prima, il nove settembre, sempre sulla spiaggia di Nador, sono stati trovati altri tre corpi senza vita, due donne e una bambina. C’è da credere che siano vittime dello stesso naufragio. Potrebbe trattarsi del gommone con oltre 50 persone a bordo di cui si sono perse le tracce il 3 setttembre, mentre si trovava nel mare di Alboran.

(Fonte: El Diario)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 16 settembre 2018

Una donna è annegata in seguito al naufragio di un gommone carico di migranti nel mare di Alboran. Il battello era partito dalla costa marocchina, presumibilmente tra Nador e Tangeri, durante la notte tra sabato 15 e domenica 16 settembre. Ha navigato per ore in direzione dell’Andalusia, finché non è rimasto in panne per un guasto al motore e ha cominciato a sgonfiarsi e ad affondare. La richiesta di soccorso, captata da Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, è stata girata al Salvamento Maritimo spagnolo e alla Marina imperiale: “In questo momento – ha riferito – 55 persone stanno affondando nel mare di Alboran. Dall’altro capo del telefono si sente recitare il Corano ma anche grida di disperazione”. Sul posto è arrivata per prima la salvamar Caliope. Erano le 20 circa. Il gommone era ormai semi affondato, circondato da naufaghi che si aggrappavano al relitto. Tutti i 55 migranti segnalati sono stati tratti in salvo ma, una volta portati a bordo, hanno riferito che mancava ancora una donna, sparita in mare nelle fasi più concitate del naufragio, poco prima dell’intervento della Caliope. Senza esito le ricerche successive. I naufraghi sono stati sbarcati ad Almeria insieme ad altri 59 recuperati nel pomeriggio da un altro gommone, sempre nel mare di Alboran.

(Fonte: El Diario, sito web Helena Maleno, sito Caminando Fronteras)  

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 17 settembre 2018

Due donne morte e un giovane disperso nel naufragio di una piccola barca carica di migranti nell’Egeo, tra Bodrum, in Turchia, e l’isola greca di Kos. Il battello era partito prima dell’alba dalla costa dell’Anatolia. A bordo erano in 19, di nazionalità irachena e siriana. Non ha fatto molta strada. Si trovava ancora nelle acque territoriali turche quando si è rovesciato, andando poi a fondo rapidamente. Sul posto sono intervenute due motovedette inviate da Bodrum, i cui equipaggi sono riusciti a trarre in salvo 16 naufraghi: 15 iracheni e un siriano. Poco dopo sono stati individuati e recuperati i corpi senza vita delle due donne. Le ricerche si sono protratte fino al tramonto ma del migrante disperso in mare non si è trovata traccia.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 19 settembre 2018

Un morto e un disperso, nel mare di Alboran, nel naufragio di un gommone con 59 migranti (fra cui 12 donne e 3 bambini) partito nelle primissime ore del mattino dalla costa di Tangeri. L’allarme è stato dato verso le 9 da Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, alla quale era arrivata la richiesta di aiuto lanciata con un cellulare da qualcuna delle persone a bordo. Le ricerche si sono protratte per tre ore, finché, poco dopo le 12, il battello è stato localizzato, nella zona Sar marocchina, dal Condor 3, un aereo da ricognizione della missione Frontex, che ne ha comunicato la posizione esatta al Salvamento Maritimo spagnolo, precisando che era ormai semi affondato e c’erano numerose persone in acqua. Il primo a intervenire per le operazioni di salvataggio è stato l’Helimer 207, che ha lanciato in mare alcune zattere e recuperato uno dei naufraghi, trasferendolo ad Almeria. Il peschereccio El Secre, arrivato poco dopo, ha tratto in salvo 56 naufraghi (alcuni aggrappati al relitto, altri saliti sulle zattere) e recuperato un corpo senza vita. In tutto, essendo partiti in 59, risultano dunque 57 migranti salvati, uno annegato e uno disperso. Sia i superstiti che la salma, trasferiti dal peschereccio sulla salvamar Hamal, sono stati sbarcati a Malaga. Le ricerche sono continuate fino al tramonto con la salvamar Alnitak, ma dell’ultimo naufrago non è stata trovata traccia.

(Fonti: Europa Press, Diariosur, siti web Salvamento Maritimo, Helena Maleno, Caminando Fronteras)

Spagna (Playa de La Rabita, Albunol Granada), 20 settembre 2018

Il cadavere di un giovane di origine africana è stato spinto dal mare sulla spiaggia di La Rabita, ad Albunola (Granada). La sala è stata avvistata a una trentina di metri dalla riva verso le 10,30 di giovedì 20 settembre. Poco dopo una motovedetta della Guardia Civil l’ha raggiunta e recuperata. Nei sei giorni precedenti altri tre corpi di giovani africani sono stati trovati sulle spiagge del litorale di Granada, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. A giudicare dallo stato di conservazione, tutti sono rimasti in mare a lungo prima del ritrovamento. Secondo la polizia potrebbe trattarsi di migranti naufragati o caduti in mare dalla barca con la quale stavano tentando di raggiungere l’Andalusia dalle coste del Marocco. Della loro fine non si sarebbe saputo nulla fino a che le correnti non ne hanno portato a riva i corpi. Tutte e quattro le vittime sono rimaste sconosciute: non sono stati trovati né documenti né altri indizi per poterle identificare o stabilirne almeno il paese di provenienza.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Libano (costa nord), 22 settembre 2018

Un bambino è annegato in seguito al naufragio di una barca con a bordo 39 profughi siriani e palestinesi, che dal Libano stavano cercando di raggiungere Cipro, distante circa 180 chilometri (110 miglia). Il battello, salpato da un punto imprecisato della costa nord, si è trovato in difficoltà dopo poche miglia di navigazione ed è affondato in pochi minuti. La richiesta di aiuto è stata captata dalla Marina libanese. “Una nostra unità – ha riferito il rapporto ufficiale – ha subito raggiunto la zona e salvato 38 naufraghi. Il corpo del bambino è stato individuato tra i primi, ma era ormai senza vita”. Tre dei superstiti sono stati ricoverati in gravi condizioni per sintomi di annegamento e ipotermia. Il bimbo aveva solo 5 anni e, secondo quanto ha riferito Al Jadeed Tv, era di origine palestinese. Lui e la sua famiglia, come gli altri profughi della barca, erano arrivati a Beirut o in altre città libanesi come minimo da più di un anno. Il prolungarsi della situazione che li ha costretti a fuggire dal proprio paese e le difficili condizioni  di vita come rifugiati in Libano (dove sono ospitati oltre un milione di richiedenti asilo) li hanno indotti a tentare di raggiungere l’Europa attraverso Cipro.

(Fonti: Al Jazeera, Ahram, Cyprus Mail).

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 23 settembre 2018

Una donna è annegata nel naufragio di una barca carica di profughi tra la Turchia e l’isola greca di Kos. Il battello era partito dalla costa di Bodrum, nella provincia di Mugla, con a bordo almeno 17 persone. Le autorità turche non hanno specificato le circostanze della tragedia. Sta di fatto che dopo poche miglia, quando era ancora nelle acque territoriali tuche, la barca si è trovata in difficoltà ed è affondata in pochi minuti. L’equipaggio di una motovedetta della Guardia Costiera arrivata da Bodrum ha tratto in salvo 16 naufraghi e recuperato il corpo senza vita della donna. Non è escluso che ci siano anche dei dispersi. I naufraghi sono rimasti a lungo in acqua prima dei soccorsi, tanto che per 12 di loro è stato necessario il ricovero immediato in ospedale. Le ricerche di eventuali dispersi non hanno dato esito.

(Fonti: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Marocco (Ceuta-Tetuan), 25 settembre 2018

Una giovane migrante è stata uccisa e tre suoi compagni feriti dalle raffiche di mitra sparate dalla Guardia Costiera marocchina per costringere a fermarsi la barca con cui stavano cercando di raggiungere la costa dell’Andalusia. La notizia, diffusa da due testate marocchine, Medias 24 e 2M Interactive, è stata immediatamente rilanciata dai siti web di varie Ong. Le autorità di Rabat hanno inizialmente ammesso la sparatoria ma negato che ci fossero delle vittime, costringendo i due giornali che ne avevano parlato a ritrattare, ma attivisti umanitari e cronisti di testate spagnole sono riusciti a ricostruire la tragedia, annullando la smentita del governo marocchino. La vittima è una ragazza marocchina, Hayat Belkacem, 22 anni, studentessa di diritto originaria di Tetuan come tutti gli altri migranti che erano sul battello, tranne uno, che risulta residente a Chaouen. Lei e i suoi compagni avevano inizialmente raggiunto Ceuta su una piccola barca. Sembra accertato che proprio sulla costa dell’enclave spagnola, per raggiungere l’Andalusia, siano stati trasferiti dai trafficanti su un motoscafo veloce semirigido. Il battello, intercettato dopo poche miglia da una motovedetta marocchina, al largo di M’diq Fnideq, non si è fermato all’alt, contando forse di poter sfuggire alla cattura grazie alla velocità dei suoi due motori. Il guardacoste ha reagito sparando diverse raffiche, che hanno colpito quattro dei migranti a bordo, costringendo il motoscafo a fermarsi. Ricondotte a terra, a Tetuan, tutte le persone che erano a bordo (24 migranti e lo scafista spagnolo che era alla guida), i feriti sono stati ricoverati nell’ospedale locale, dove poco dopo Hayat è morta. Secondo Mohamed Benaisa, direttore dell’Osservatorio del Nord per i Diritti Umani, almeno uno degli altri tre feriti al momento dello sbarco era in condizioni critiche: i medici hanno dovuto amputargli un braccio e trasferirlo poi in un centro specialistico a Rabat. Nella convinzione che il battello veloce sia partito da Ceuta, la polizia marocchina ha coinvolto nelle indagini anche quella spagnola. Si sospetta che ci sia una organizzazione di trafficanti dotata di motoscafi veloci che opera nel triangolo Ceuta-Algeciras-Marocco.

(Fonti: El Faro de Ceuta, Al Jazeera, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras)

Turchia-Grecia (Enez, provincia di Edirne), 30 settembre 2018

Almeno cinque profughi morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste della provincia di Edirne, nella Turchia europea. A giudicare dalle dimensioni del canotto pneumatico e del carico medio di migranti su questo tipo di natante, è molto probabile che ci siano anche dei dispersi, ma le autorità turche non hanno fornito particolari e se, come si teme, non ci sono stati superstiti, sarà impossibile risalire al numero preciso delle vittime. Il naufragio è avvenuto di fronte alla città turca di Enez, situata sull’estuario del fiume Evros, che in questo punto segna il confine tra la Grecia e la Turchia. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia, è verosimile che i profughi si siano imbarcati a est di Enez, spingendosi al largo per superare poi la linea di confine via mare e approdare sulla sponda ovest del fiume, in territorio greco. Probabilmente contavano di passare inosservati anche grazie alla violenta tempesta che da alcuni giorni aveva investito l’Egeo settentrionale. Proprio la tempesta, però, deve aver causato il ribaltamento e poi il naufragio del gommone. Nessuno si è accorto della tragedia fino a quando il relitto non è stato avvistato in mare, a qualche chilometro dall’esturario dell’Evros. Una motovedetta della Guardia Costiera turca lo ha raggiunto ed ha poi recuperato nella zona cinque corpi senza vita. Le ricerche sono proseguite fino al tramonto, ma non sono stati trovati né dei sopavvissuti né altri cadaveri. Senza esito anche la perlustrazione della costa intorno alla foce dell’Evros, sia ad est che ad ovest, in territorio greco.

(Fonti: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News, Agenzia Ansa)

Spagna (San Roque, Cadice), 30 settembre 2018

Il cadavere di un uomo è stato recuperato nelle acque di San Roque, al largo della località di Linea de la Concepcion, dalla salvamar Denebola. A dare l’allarme al servizio Salvamento Maritimo è stato l’equipaggio di una imbarcazione da diporto, la Slice of Life, che navigava nella zona. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma è rimasta in mare per diversi giorni. L’ipotesi più accreditata dalla polizia è che si tratti di un migrante di origine africana rimasto vittima di un naufragio o caduto in mare da uno dei natanti che raggiungono il litorale andaluso dal Marocco. La salma è stata sbarcata nel porto peschereccio di La Atunara.

(Fonti: Andalucia Infoirmacion, La Voz de Cadiz, Europa Sur, Europa Press, sito web Salvamento Maritimo)

Marocco (Stretto di Gibilterra), 30 settembre – 2 ottobre 2018

Trentaquattro morti, tra i quali due bambini, nel naufragio di un gommone carico di migranti subsahariani rimasto alla deriva per oltre due giorni nello Stretto di Gibilterra. Lo ha segnalato Helena Maleno, giornalista e portavoce della Ong Caminando Fronteras, con base a Tangeri, in Marocco. Il battello era partito dalla costa africana la notte tra sabato 29 e domenica 30 settembre. Era ancora nelle acque marocchine quando ha cominciato ad affondare, forse a causa di un’avaria alle camere stagne. L’allarme è scattato verso le 5 del mattino di domenica, quando gli attivisti di Caminando Fronteras, ricevute le prime richieste di aiuto, hanno segnalato l’emergenza sia alla Marina imperiale che al Salvamento Maritimo spagnolo. La stessa Ong ha cercato per l’intera giornata di domenica di mantenere i contatti con il canotto in difficoltà. L’ultimo collegamento c’è stato verso le 17. “Ci hanno detto – ha riferito Helena Maleno – che dieci di loro erano già morti: caduti in acqua, la corrente li aveva trascinati via e ne avevano perso ogni traccia. Gli altri 50 (in quel momento ancora aggrappati ai resti del gommone: ndr) erano disperati: avevano visto morire ad uno ad uno dieci compagni e dopo 12 ore dal primo allerta ancora nessuno era andato a soccorrerli”. Da allora non si sono più avute notizie, fino alla conferma del naufragio. Nel pomeriggio di domenica la Marina marocchina ha comunicato alla Ong che era in corso una operazione di ricerca. Un portavoce del Salvamento Maritimo ha assicurato alla stampa spagnola di aver offerto la propria disponibilità a inviare nelle acque marocchine alcune unità per allargare la ricerca ma di non aver ricevuto risposta. “Nella giornata di lunedì – ha aggiunto il Salvamento Maritimo – abbiamo chiesto più volte informazioni ma a quanto ci risulta le unità marocchine non hanno trovato nulla”. Martedì Helena Maleno ha comunicato che il timore che si fosse consumata una tragedia era fondato: la Marina marocchina ha recuperato 26 naufraghi, ma per gli altri 34 migranti ormai non c’erano più speranze. Undici i cadaveri recuperati, poi trasferiti all’obitorio di Nador.

(Fonti: Europa Press, Publico, siti web Helena Maleno e Caminando Fronteras).

Guinea Bissau (Atlantico, rotta delle Canarie), 1 ottobre 2018

Almeno 60 migranti morti nel naufragio di un cayuko, la tipica barca da pesca in legno della costa occidentale africana, partito da un punto imprecisato del litorale nord della Guinea Bissau. La notizia è stata data ufficialmente mercoledì mattina, due giorni dopo la sciagura, dal comandante della Guardia Costiera, Siga Batista. Il battello era salpato lunedì’, diretto verso nord, seguendo la rotta per l’arcipelago delle Canarie lungo la costa africana. Da quando sono stati intensificati i controlli sul litorale da parte della polizia in Marocco e in Mauritania, con l’aiuto anche delle forze di sicurezza spagnole, i punti d’imbarco di questa via di fuga si sono spostati più a sud, in Senegal ma, in alcuni casi, anche nella Guinea. Il naufragio è avvenuto quando ancora il kayuko non aveva superato la linea tra le acque della Guinea e quelle del Senegal. “Non sappiamo quante persone ci fossero a bordo, né conosciamo la nazionalità o tantomeno l’identità delle vittime – ha riferito Siga Batista all’agenzia France Presse – Secondo le informazioni raccolte, però, dovevano essere più di 60. Non siamo stati in grado di organizzare i soccorsi e neanche le operazioni di recupero delle salme: non abbiamo i mezzi per farlo. Per questo abbiamo chiesto aiuto ai pescatori della zona, chiedendo di perlustrare quel tratto di mare alla ricerca di eventuali superstiti o dei corpi delle vittime”. Sembra che non sia stato possibile far uscire in mare le due motovedette della Guardia Costiera per mancanza di carburante.

(Fonte: Al Jazeera)

Libia (Zuwara), 2 ottobre 2018

Un cadavere è stato avvistato in mare, al largo di Zuwara, da Colibri, l’aereo da ricognizione della Ong francese Pilotes Volontaries che collabora con la Ong tedesca Sea Watch, durante un volo di sorveglianza nel Mediterraneo centrale per individuare eventuali battelli di migranti in difficoltà o in pericolo. La salma era a diverse miglia dalla costa. I piloti, oltre a lanciare la segnalazione, sono rimasti a lungo in zona per verificare se ci fossero eventuali naufraghi, altri corpi senza vita o rottami di un natante. La ricerca non ha dato esito. Secondo la Ong tedesca, tuttavia, si tratta della vittima di un naufragio rimasto sconosciuto. Già ai primi di settembre – come sottolinea anche la Ong tedesca – c’è stato il naufragio di un gommone carico di migranti, con oltre un centinaio di vittime, ma la Guardia Costiera libica lo ha tenuto segreto: la notizia si è saputa quasi per caso, grazie alle testimonianze di alcuni superstiti entrati in contatto con operatori di Medici Senza Frontiere. “Ora questa salma  in mare – rileva Sea Watch – denuncia un altro naufragio”.

(Fonti: La Stampa, sito web Sea Watch)

Bulgaria (Siva Reka, confine con la Grecia), 2 ottobre 2018

Un giovane profugo pakistano, trovato morente in un bosco vicino al confine tra Bulgaria e Grecia, è deceduto poche ore dopo in ospedale. L’allarme lo hanno dato a una pattuglia della polizia bulgara, incontratata nei pressi del villaggio di Siva Reka, i cinque compagni con i quali, la notte tra il primo e il 2 ottobre, aveva attraversato la frontiera, tre siriani e due pakistani. “Abbiamo dovuto lasciare indietro, nel bosco che si trova lungo il confine, un nostro amico che non aveva più le forze per proseguire il cammino ed ha urgente bisogno di aiuto”, hanno dichiarato. Sulla base delle indicazioni fornite dai cinque, alcuni agenti hanno trovato poco dopo il ragazzo, sdraiato in un anfratto e privo di conoscenza. Un’ambulanza lo ha trasportato al centro di pronto soccorso di Siva Reka, dove però è morto nel primo pomeriggio. Secondo gli esami medici lo ha ucciso la fatica: un grave stato di sfinimento in un corpo già fortemnete provato da fame e stenti. Anche i suoi cinque compagni erano in gravi condizioni.

(Fonte: Bordermonitoring Bulgaria) 

Turchia-Grecia (Karaburun, provincia di Izmir), 8-10 ottobre 2018

Otto morti e 26 dispersi (per un totale di 34 vittime) in un naufragio nell’Egeo, al largo della Turchia, di fronte alla costa di Karaburun, nella provincia di Izmir. Il natante, a quanto pare una vecchia barca da pesca in legno, era partito verso le otto del mattino di lunedì 8 ottobre, facendo rotta verso l’isola greca di Lesbo. Era ancora nelle acque turche quando si è rovesciato ed è affondato. Nessuno si è accorto della tragedia fino alla mattina di mercoledì 10 ottobre, quando una donna irachena di 30 anni, l’unica superstite, munita di giubbotto salvagente, dopo quasi 48 ore è riuscita a raggiungere la riva a nuoto e verso le 12 si è presentata, con ancora indosso gli abiti bagnati, al comando della gendarmeria di Karaburum, per chiedere aiuto. Ha detto, in particolare, che erano partiti in 35 (tra iracheni e siriani), inclusi suo marito e i suoi cinque bambini. Sono immediatamente scattate le ricerche. La Guardia Costiera turca ha recuperato prima 4 e poi altri 4 cadaveri. Nessuna traccia degli altri 26 migranti, dati per dispersi, anche se, visto il tempo trascorso dal momento del naufragio, si è subito escluso che potessero essere ancora in vita.

(Fonti: Hurriyet Daily News, The National Herald, Agenzia Ansa, Ahram)  

Grecia (Didymoteicho, confine dell’Evros), 10 ottobre 2018

Tre migranti, due giovani donne e una ragazzina, sono state sequestrate e uccise alla frontiera dell’Evros tra la Turchia e la Grecia, ad est della città di Didymoteicho. Non avevano documenti e non è stato possibile identificarle: la più adulta non doveva avere più di 35 anni, l’altra tra 17 e 21 e la ragazzina meno di 15 anni. Secondo la polizia, probabilmente venivano dal Nord Africa o dal Medio Oriente. I loro corpi senza vita sono stati trovati casualmente da un contadino della zona, sulla sponda greca del fiume, la mattina del 10 ottobre, ma secondo il procuratore del distretto, Pavlos Pvlidis, la morte deve risalire ad almeno quattro giorni prima. Non c’è dubbio che si tratti di un orrendo delitto. Quasi una esecuzione: tutte e tre avevano la gola tagliata e le mani legate ed erano a due o tre metri di distanza l’una dall’altra, come se fossero state costrette a inginocchiarsi in fila prima di essere massacrate. Le ragioni del delitto restano un mistero. Di sicuro l’esecuzione è avvenuta in territorio greco, ma si ignora anche quando e come le vittime abbiano varcato il confine arrivando dalla Turchia, se e con chi erano al momento di attraversare l’Evros. Du ele piste seguite dalla Procura: una “punizione-monito” operata dai trafficanti per il mancato pagamento della cifra pretesa per il superamento della frontiera o una rappresaglia razzista di gruppi paramilitari di estrema destra.

(Fonte: The National Herald, edizioni del 10 e dell’11 ottobre, Hurriyet Daily News, Ana Mpa, Ekathimerini)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 11-12 ottobre 2018

Tre morti e 20 dispersi (per un totale di 23 vittime) nel naufragio di un gommone carico di migranti nel mare di Alboran la notte tra l’undici e il dodici ottobre. Il battello era partito dalla costa di Nador, in Marocco, la mattina del giorno 11, diretto verso l’Andalusia, con a bordo 59 uomini e donne di origine subsaharaiana. Dopo alcune ore di navigazione, superata l’isola di Alboran, ha iniziatoa da afflosciarsi e ad affondare. Quando, poco dopo l’alba del giorno 12, è stato avvistato da un aereo da ricognizione del Salvamento Maritimo spagnolo, il Sasemar 101, era ormai un relitto semi sommerso, con decine di naufraghi intorno. La prima unità a giungere sul posto per i soccorsi è stata la salvamar Spica, che ha recuperato 36 persone e, inizialmente, tre corpi senza vita. Gli stessi superstiti hanno segnalato che mancavano 20 compagni. Di loro, nonostante le ricerche, non si è trovata traccia. Alcune ore più tardi, nello stesso tratto di mare, c’è stato il naufragio di un altro gommone: i 58 migranti che erano a bordo(36 uomini, 18 donne e 4 bambini) sono stati tratti in salvo dalla guardamar Caliope e trasferiti ad Almeria. Tre settimane dopo, io 6 novembre, l apolizia ha arrestato uno dei sopravvissuti del naufragio di Alboran, indicato come lo scafista che aveva preteso 1.500 euro da ciascun migrante preso a bordo per la traversata.

(Fonti: Europa Press Andalucia, siti web Helena Maleno e Salvamento Maritimo. Per il numero esatto delle vittime e la notizia dell’arresto: El Pais del 6 novembre)

Grecia (Kavala), 12-13 ottobre 2018

Undici profughi, probabilmente siriani e afghani, sono rimasti uccisi in un terribile incidente stradale dopo aver attraversato il confine dell’Evros tra la Turchia e la Grecia. Non ci sono superstiti. Si ignora come il gruppo sia riuscito a superare la linea di frontiera. Sta di fatto che qualcuno probabilmente li aspettava sulla sponda greca del fiume e li ha fatti salire su un caravan per proseguire il viaggio verso ovest. L’incidente è avvenuto nella notte tra il 12 e  il 13 ottobre nei pressi di Kavala, una città di 75 mila abitanti a circa 200 chilometri dal confine. Il pullmino aveva imboccato la strada per Salonicco quando si è scontrato a forte velocità con un camion, si è rovesciato fuori dalla careggiata ed ha preso fuoco. Nell’incendio sono morti tutti quelli che erano a bordo: la polizia e i vigili del fuoco hanno potuto solo recuperarne i corpi ormai carbonizzati. Quasi impossibile anche l’identifiazione: le fiamme hanno distrutto documenti ed effetti personali.

(Fonte: Ekathimerini, The Natonal Herald, Associated Press)

Turchia (Menderes, tra Aydin e Izmir), 14 ottobre 2018

Ventidue profughi sono rimasti uccisi in un incidente stradale: erano ammassati, insieme ad almeno una ventina di compagni, nel retro di un Tir che si è ribaltato lungo la strada che da Aydin conduce a nord, verso Izmir. Altri 13 sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Si è trattato dell’ennesima trasporto clandestino di migranti via terra conclusosi con una strage. Non è noto se il gruppo di profughi, a quanto pare in maggioranza siriani ed afghani, sia entrato in Turchia con quello stesso mezzo coinvolto poi nell’incidente o se invece il “trasporto” sia stato organizzato da una banda di trafficanti direttamente in Turchia. Sta di fatto che il camion, stipato di decine di migranti nel piano di carico frigorifero, totalmente chiuso, aveva già superato Aydin, nel sud est dell’Anatolia, imboccando la superstrada statale per Izmir, nel nord ovest, dove presumibilmente era previsto l’imbarco per tentare di raggiungere una delle isole greche dell’Egeo. Procedeva a forte velocità quando, nei pressi di Menderes, è finito fuori strada, ribaltandosi nella scarpata sottostante. Per i profughi a bordo non c’è stato scampo: quando la polizia e il personale di soccorso li hanno estratti dal camion, 22 erano già morti. Tra le vittime ci sono anche diversi bambini. I feriti sono stati trasferiti negli ospedali di zona. La Procura di Menderes ha aperto un’inchiesta per risalire ai trafficanti.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Agenzia Ansa)

Spagna-Marocco (Melilla), 21 ottobre 2018

Un migrante è morto e 19 sono rimasti feriti nell’assalto al vallo di Melilla che ha consentito a circa 200 giovani subsahariani di entrare in territorio spagnolo dal Marocco. Il “salto” della barriera fortificata che circonda l’intero perimetro del confine è avvenuto intorno alle 9 del mattino, nella zona di los Pinos de Rostrogordo, la località più alta dell’intera enclave di Melilla. A muoversi sono stati oltre 300 migranti, che hanno colto di sorpresa sia la polizia marocchina che quella spagnola. Ne sono stati bloccati un centinaio, ma gli altri sono riusciti a scavalcare la duplice cinta di reticolati e ad entrarea Melilla, dirigendosi poi verso il Ceti, il Centro di accoglienza temporanea per i migranti. E’ in questa fase che si è scoperto che uno dei giovani era morto poco dopo aver raggiunto l’enclave spagnola: una pattuglia di agenti della Guardia Civil lo ha trovato in località Pantano de las Adelfas, vicino al luogo dove è stato preso d’assalto il vallo. Con il ragazzo, privo di conoscenza e apparentemente in preda a una grave crisi cardiorespiratoria, erano tre compagni, tutti feriti, che hanno chiesto aiuto. Sono stati organizzati subito dei soccorsi d’urgenza, ma il giovane è morto poco dopo. La magistratura spagnola ha aperto un’inchiesta e ordinato l’autopsia per risalire alle cause precise della morte. Nei centri medici, oltre ai tre compagni della vittima, sono stati registrati altri 16 migranti con fratture o ferite da taglio  in conseguenza del salto del vallo.  Una inchiesta su tutto quanto è accaduto è stata sollecitata da diverse Ong sia spagnole che marocchine.

(Fonte: El Pais, El Diario, El Faro de Melilla, El Faro de Ceuta, Agenzia Ansa, siti web Helena Malen e Iridia)

Turchia (Bodrum, costa di Mugla), 22 ottobre 2018

Due bambini sono annegati nel naufragio di una barca sovraccarica di profughi di fronte a Bodrum, lungo la costa di Mugla, provincia di Izmir, in Turchia. Un’altra bimba è stata ricoverata in gravi condizioni. Il battello, un natante in vetroresina di pochi metri, abilitato per dieci persone al massimo, era salpato verso le 5,45 del mattino da una spiaggia limitrofa al Gumbet Resort di Bodrum, con ben 34 tra uomini, donne e bambini ammassati a bordo. Puntava verso l’isola greca di Kos, distante solo pochi chilometri, ma ha percorso un tratto brevissimo: era a meno di 100 metri dalla riva quando si è rovesciato, scaraventando tutti in acqua. L’allarme è stato dato da alcuni ospiti del resort che, udendo le grida d’aiuto, hanno avvisato la polizia. Qualcuno si è anche gettato in acqua per cercare di raggiungere i naufraghi più vicini. Quattordici migranti sono riusciti a portarsi in salvo a nuoto. I corpi apparentemente senza vita di un bimbo e di due bambine di 7 e 4 anni sono stati invece recuperati poco dopo dalla polizia. Portati a riva e sottoposti a un intervento di rianimazione da parte del personale di alcune ambulanze, sono stati trasferiti d’urgenza all’ospedale di Bodrum. Durante il tragitto hanno dato deboli cenni di ripresa, ma il bambino e la piccola di 7 anni sono morti poco dopo. E’ invece sopravvissuta, anche se ricoverata in gravi condizioni, l’altra bambina, una piccola palestinese di nome Ihab Abujazara. Nel frattempo la Guardia Costiera e alcuni volontari avevano recuperato gli altri 17 naufraghi. Una quindicina di profughi somali e palestinesi rintracciati dalla polizia poco distante dal Gumbet Resort hanno confermato che a bordo erano in più di 30: loro stessi avevano tentato di salire ma erano stati costretti a rinunciare perché lo barca era già sovraccarica. Quattro dei superstiti sono stati fermati: la polizia sospetta che siano gli scafisti o comunque complici dei trafficanti.

(Fonti: Daily Sabah Turkey, Afp News, Anadolu Agency, Yemi Sefac News Tv, The National Herald, Associated Press).

Libia (campo di Tarek al Sika), 24-25 ottobre 2018

Un profugo somalo prigioniero nel centro di detenzione di Tarek al Sika, presso Tripoli, si è dato fuoco in un estremo gesto di protesta ed è morto il giorno dopo per le terribili ustioni riportate. Si chiamava Abdulaziz, aveva 28 anni. Il giovane, fuggito circa due anni fa dalla Somalia, nel mese di gennaio era riuscito a imbarcarsi per cercare di raggiungere l’Italia, ma il gommone è stato intercettato dalla Guardia Costiera libica che ha ricondotto a terra i circa cento migranti trovati a bordo. Da allora Abdulaziz è rimasto rinchiuso nel centro di Tarek al Sika. Registrato come profugo dall’Unhcr, sperava di poter lasciare la Libia nel contesto del programma di relocation verso il Niger. Sospeso in giugno, il programma ha registrato una piccola riapertura il 18 ottobre, con il trasferimento in Niger di 135 profughi. Abdulaziz non era nella lista: stando alle testimonianze di alcuni compagni, proprio questo sarebbe stato il motivo scatenante del suo gesto. Nei giorni scorsi, durante una visita ufficiale dell’Unhcr al campo, un funzionario gli avrebbe detto che non aveva grosse possibilità di essere trasferito, non a breve termine comunque. Da allora è caduto in uno stato di profonda prostrazione fino a che – secondo quanto ha riferito Joel Millman, dell’Oim – il 24 si è procurato del gasolio prelevandolo dal serbatoio di un generatore elettrico, si è cosparso il corpo di combustibile e si è dato fuoco. I compagni lo hanno soccorso, soffocando le fiamme che lo avvolgevano. Poi, privo di conoscenza, è stato trasportato nel centro di terapia intensiva per grandi ustionati dell’ospedale di Tripoli, dove è morto poche ore più tardi. Il 25 ottobre, giorno della morte, i detenuti di Tarek al Sika hanno dato vita per protesta a uno sciopero della fame.

(Fonti: The Irish Time, Globalist, sito web Sara Creta)   

Turchia (provincia di Hatay), 25 ottobre 2018

Sei profughi siriani sono rimasti uccisi dopo essere stati travolti da una piena mentre tentavano di passare il confine con la Turchia, dalla provincia di Aleppo a quella di Hatay. Non sono chiare le circostanze della tragedia. La notizia è stata data da un portavoce delle forze di sicurezza turche, che però non ha fornito particolari. Si sa solo che i sei stavano probabilmente cercando di attraversare un torrente, nei pressi di Kizilcat, quando sono stati spazzati via dalla corrente ingrossata improvvisamente da un forte temporale. L’allarme è stato dato solo quando i corpi sono affiorati più a valle. La Procura di Hatay ha aperto un’inchiesta.

(Fonte: Anadolu Agency)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 25-27 ottobre 2018

Un bimbo subsahariano è annegato nel naufragio di un gommone carico di migranti nel mare di Alboran, tra il Marocco e la Spagna. Avevano meno di 7 anni. Il battello è rimasto alla deriva per quasi tre giorni. Partito la mattina di giovedì 25 ottobre dalla costa di Tangeri con 56 persone a bordo, se ne sono perse le tracce dopo alcune ore di navigazione verso l’Andalusia. In seguito all’allarme lanciato da alcune Ong, il servizio del Salvamento Maritimo spagnolo ha mobilitato per le ricerche nel mare di Alboran l’aereo da ricognizione Sasemar 102, un elicottero, l’Helimer 207, e la guardamar Polimnia. Il pattugliamento si è protratto senza risultato fino al tramonto e poi per tutta la giornata di venerdì. La mattina di sabato 27, mentre ulteriori appelli venivano lanciati dalla Ong Caminando Fronteras, una nave mercantile, la Eleni M, ha avvertito la centrale operativa di Almeria del Salvamento Maritimo di aver avvistato un gommone in difficoltà, dandone le coordinate esatte. Almeria ha ordinato di avvicinare e di scortare il natante, facendo partire contemporaneamente per i soccorsi la salvamar veloce Spica. Quando la motovedetta è arrivata sul posto, il gommone era semi affondato: la struttura dello scafo aveva ceduto e tutti i 56 migranti a bordo erano caduti in acqua. Il bimbo è annegato in questa fase. L’equipaggio della Spica ne ha individuato e recuperato il corpo senza vita dopo aver tratto in salvo gli altri 55 naufraghi (40 uomini, 10 donne, 3 ragazzi minorenni e 2 bambini). In un primo momento erano stato segnalato che i bambini morti erano due, ma la notizia è stata poi precisata dallo stesso Salvamento Maritimo. Sia i superstiti che la piccola vittima sono stati sbarcati ad Almeria.

(Fonte: Europa Press Andalucia, siti web Salvamento Maritimo, Helena Maleno, Caminando Fronteras).

Turchia (Bodrum), 27 ottobre 2018

Una giovane profuga irachena è morta nell’ospedale di Bodrum per i gravi sintomi di annegamento e ipotermia conseguenti al naufragio della piccola barca con cui, insieme ad altri 12 migranti, stava cercando di raggiungere l’isola greca di Kos dalla costa turca. Si chiamava Monch Navw, di 31 anni: madre di due bambini, era in stato di gravidanza per il terzo figlio. Il battello, una imbarcazione in vetroresina abilitata al massimo per 6 persone, era partito nelle prime ore del mattino ma ha fatto solo poche miglia: era ancora nelle acque territoriali turche quando, probabilmenge a causa del mare agitato e del sovraccarico, si è rovesciato, scaraventando in acqua tutti coloro che erano a bordo. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta della Guardia Costiera di Bodrum, che ha recuperato tutti i naufraghi. Monch Navw era in gravi condizioni: priva di conoscenza, è stata trasferita d’urgenza nell’ospedale locale, dove però è morta poco dopo. Nella stessa mattinata la Guardia Costiera ha salvato 17 profughi iracheni e palestinesi su un gommone in procinto di affondare al largo di Emecik, nella provincia di Mugla.

(Fonte: Anadolu Agency

Marocco-Spagna (Nador), 27-28 ottobre 2018

Venti morti e 4 dispersi nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo di Nador. Tutte le 24 vittime erano giovani marocchini provenienti da Mariuari o da altri villaggi minori limitrofi, ai confini con il territorio dell’enclave spagnola di Melilla. Il battello è partito dalla costa di Nador, puntando verso Motril o Almeria attraverso il Mare di Alboran. E’ naufragato dopo poche ore, forse per un’avaria o un cedimento dello scafo a causa del mare mosso. L’allarme è stato dato da alcune barche di pescatori marocchini, che hanno avvistato il relitto e recuperato quattro naufraghi, poi sbarcati sulla spiaggia di Charrana, vicino a capo Tres Forcas, a nord di Mariurari. Due di loro sono stati ricoverati nell’ospedale Hassani di Nador per un grave stato di ipotermia; gli altri due li ha presi in consegna la Gendarmeria. Le prime informazioni diffuse dalla stampa spagnola parlavano di “almeno 20 dispersi e 4 superstiti”. Un giornale digitale locale in lingua araba, Nadorcity.com, ha però precisato che a bordo erano in realtà 28: i 4 tratti in salvo e altri 24. Nelle ore successive, la sera stessa del naufragio e la mattina dopo, domenica 28 ottobre, il mare ha cominciato a restituire le salme delle vittime. Sulla spiaggia di Charrana ne sono state trovate 20. Gli altri 4 migranti risultano dispersi. Le autorità marocchine non hanno diffuso comunicati ufficiali sul naufragio: tutte le notizie sono filtrate dalle comunità di pescatori della costa compresa tra Nador e Melilla.

(Fonte: Europa Sur, Nador Hoy, Nadorcity.com, Melilla Hoy)

Turchia-Grecia (mar Egeo), 2 novembre 2018

Il corpo senza vita di un migrante è stato recuperato dalla Guardia Costiera turca durante le operazioni di soccorso a un gommone semi affondato nell’Egeo, tra la costa dell’Anatolia e le isole greche. La notizia è emersa il 2 novembre in un comunicato del ministero dell’interno di Ankara sul numero e sull’esito degli interventi dell’ultima decade di ottobre, ma il naufragio è avvenuto alcuni giorni prima, tra il 28 e il 31. Non sono note le circostanze precise: il rapporto della Guardia Costiera si limita a riferire che tra il 24 ottobre e il 1 novembre sono stati fermati in mare e ricondotti in Turchia oltre mille profughi. E’ presumibile che il gommone su cui si trovava la vittima sia partito dalla costa della provincia di Izmir per puntare verso Lesbo, ma è naufragato dopo poche miglia, prima di entrare nelle acque territoriali greche.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Spagna (Cadice, spiaggia Canos de Meca), 5 novembre 2018

Diciannove morti e 5 dispersi nel naufragio di una barca in legno che si è schiantata contro la scogliera accanto alla spiaggia di Canos de Meca, a Cadice. Ventidue i superstiti, a fronte di un totale di 24 vittime. Il battello era partito all’alba di sabato 3 novembre dal Marocco, nei pressi di Cadice, con a bordo 46 giovani maghrebini, almeno la metà dei quali senza giubbotto di salvataggio. E’ rimasto per due giorni in balia del mare molto mosso, avanzando lentamente verso l’Andalusia. La tragedia si è verificata verso le 5,30 del mattino di lunedì 5, quando la salvezza sembrava ormai a portata di mano. Nell’oscurità non si intravedeva la linea di costa: l’unico punto di riferimento sembrava la luce del faro di Trafalgar e forse proprio questo ha tratto in inganno il pilota, che non deve essersi accorto che la spiaggia di Canos de Meca distava ormai poco più di 200 metri. La forte corrente ha poi spinto la barca contro la scogliera, dove è andata in pezzi in seguito all’urto e all’azione delle onde. I 46 migranti a bordo sono stati scaraventati in acqua: soltanto pochi sono riusciti ad aggrapparsi alle rocce ed è probabile che qualcuno sia di nuovo finito in mare, trascinato dalla risacca. Nessuno si è accorto di nulla sino a giorno, quando una pattuglia della Guardia ha trovato sul litorale il cadavere di un giovane, dando l’allarme. I soccorsi, organizzati dalla stessa Guardia Civil e dal Salvamento Maritimo, hanno consentito di trarre in salvo 22 naufraghi. Nel corso della giornata sono affiorati altri 3 corpi senza vita. La mattina di giovedì 6 un quinto cadavere, spinto dalle correnti a 2,5 miglia di distanza dalla costa, è stato recuperato da un peschereccio e trasferito a Cadice. Nei giorni successivi sono affiorate ancora 14 salme. Dispersi in mare gli altri 5 migranti.

(Fonte: Europa Press del 5, 8, 9 e 12 novembre, La Voz de Cadiz, Europa Sur, sito web Helena Maleno e Yolanda Marin, El Pais, edizione del 6 novembre)

Spagna-Marocco (mare di Alboran), 5 novembre 2018

Tredici morti e non meno di 18 dispersi nel naufragio di un gommone al largo della costa di Nador, di fronte a Cabo de Tres Forcas, in Marocco. L’allarme è scattato nella tarda mattinata, quando al Salvamento Maritimo spagnolo sono stati segnalati due battelli pneumatici alla deriva nel mare di Alboran, a circa 20 miglia dall’enclave di Melilla. Erano partiti entrambi prima dell’alba per cercare di raggiungere l’Andalusia ma si erano trovati in difficoltà dopo poche ore di navigazione. Le ricerche li hanno individuati uno a 12 miglia dall’isola di Alboran e l’altro di fronte a Nador, 18 miglia a nord est di Cabo Tres Forcas. Quest’ultimo, salpato sabato 4 novembre, era nelle condizioni peggiori, ormai prossimo ad affondare. La prima a raggiungerlo è stata la guardamar Polimnia, che ha recuperato 29 naufraghi (alcuni dei quali privi di conoscenza) e 9 corpi senza vita. Dall’altro battello sono stati invece tratti in salvo 55 migranti. Subito dopo la Polimnia ha fatto rotta verso Melilla, dove ha attraccato poco dopo le 17. Al porto erano già pronte alcune ambulanze della Croce Rossa, che hanno trasportato i naufraghi con gravi sintomi di annegamento in ospedale. Quattro non hanno reagito agli interventi di rianimazione e sono morti poco dopo, portando il totale delle vittime a 13. Nelle ore successive, la Ong Caminando Fronteras ha segnalato che il bilancio è ancora più grave: sul battello affondato c’erano almeno 56 persone: tenendo conto che 25 sono state salvate e che ci sono 13 morti di cui è stata recuperata la salma, risultano 18 dispersi, portando il totale delle vittime a 31. Degli 80 superstiti complessivi, 75 sono uomini e 5 donne.

(Fonte: El Faro de Melilla, edizioni del 5 e del 6 novembre; La Voz de Cadiz, siti web Helena Maleno e Ong Caminando Fronteras)

Turchia (Van), 6 novembre 2018

Cinque profughi sono rimasti uccisi nel minibus su cui viaggiavano, finito fuori strada nei pressi di Van, nella Turchia Orientale. Stando a quanto ha accertato la polizia, il pullmino, con oltre 20 migranti siriani o afghani a bordo, veniva dal confine con la Siria e procedeva in direzione ovest, verosimilmente verso uno dei porti d’imbarco dell’Egeo. Non è chiaro se i profughi siano entrati in Turchia con quello stesso minibus e se, dopo aver attraversato la frontiera separeatamente, il “trasporto” sia stato organizzato nella stessa Turchia. Sta di fatto che, all’altezza di Van, l’autista ha perso il controllo della guida, probabilmente a causa della forte velocità, e il pulmino è uscito dalla carreggiata, precipitando e ribaltandosi nella scarpata sottostante. Cinque dei migrati che erano a bordo sono morti all’istante o poco dopo. La polizia e la Mezzaluna Rossa hanno soccorso 16 feriti, trasportandoli negli ospedali della zona in ambulanza e in elicottero quelli più gravi.

(Fonte: Anadolu Agency)

Turchia-Spagna (mare di Alboran), 6 novembre

Si sono perse le tracce di un gommone con 55 migranti, salpato dal Marocco e diretto verso l’Andalusia. Il battello è partito all’alba del 26 ottobre. Dopo alcune ore, i familiari di alcune delle persone a bordo, avendo perso ogni contatto, hanno dato l’allarme alla Ong Caminando Fronteras, che ha allertato sia il Salvamento Maritimo Spagnolo che la Marina Imperiale, specificando che, in base alle informazioni avute, il gommone doveva trovarsi nel mare di Alboran. Le richieste per intensificare le ricerche si sono protratte per più giorni. Il 28 ottobre, in particolare, l’attivista per i diritti umani Helena Maleno ha insistito che, dopo 48 ore di silenzio assoluto, i 55 migranti dovevanp sicuramente trovarsi in gravissimo pericolo, a causa della tempesta che si era scatenata nel frattempo, con vento fortissimo e onde alte fino a 5 metri. La zona di mare indicata è stata perlustrata anche con l’aiuto di un elicottero ma senza esito. Il 6 novembre Caminando Fronteras ha lanciato l’ennesimo appello, confermando che nessuno dei familiari dei 55 migranti del gommone aveva più notizie dalla mattina della partenza, dopo 12 giorni, segno evidente che non possono essere arrivati a terra, né in Andalusia, dove erano diretti, né in Marocco, da cui erano partiti.

(Fonte: Siti web Caminando Frontera ed Helena Maleno)

Algeria-Italia (mar Mediterraneo), 8 novembre 2018

Dodici giovani migranti algerini sono scomparsi nel Mediterraneo dopo che il loro barchino si è scontrato con un’altra barca, anche questa carica di migranti. La notizia, ripresa da La Stampa lunedì 12 novembre, è stata diffusa via facebook da familiari e amici dei ragazzi sulla pagina Haragadz, un sito che ogni giorno racconta storie di migranti algerini arrivati in Italia con natanti di fortuna e che magari sono riusciti a proseguire il viaggio verso altri paesi europei o che sono stati fermati e rimpatriati. Il barchino era partito da Bona, sulla costa nord est dell’Algeria, puntando verso la Sardegna. Contemporaneamente è salpato un altro battello, forse più grande. “Le due barche – racconta Islem Brahimi su facebook – erano insieme. A un certo punto c’è stata una collisione, forse un tamponamento: ne sarebbe seguita un’esplosione. Sappiamo che l’altra barca, quella che ha subito meno danni, ha continuato la rotta, senza fermarsi e senza soccorrere i migranti del barchino, tra cui c’era anche una ragazza. Da quel momento non abbiamo più notizie: né dei dodici giovani né del battello, rimasto con ogni probabilità in balia del mare”. Nel fine settimana in Sardegna sono arrivati 63 migranti algerini: 45 tra giovedì e venerdì, gli altri 18 tra sabato e domenica. Nessuno di loro ha parlato di un barchino rimasto in mezzo al mare. A cinque giorni dalla partenza i familiari, non avendo più avuto notizie, si sono rivolti alla Guardia Costiera italiana chiedendo di indagare su quanto è accaduto.

(Fonte: La Stampa, edizione del 12 novembre)      

Grecia (Salonicco), 9 novembre 2018

Un bambino iracheno di quattro anni è rimasto ucciso nell’incidente stradale che ha coinvolto il minibus stipato di migranti su cui viaggiava insieme ai genitori. Il van, con a bordo una  trentina di profughi iracheni, somali e bengalesi, veniva dal confine con la Turchia. Alla guida c’era un iracheno di 24 anni, ma la targa e i documenti del veicolo sono bulgari. E’ probabile che si tratti di un “trasporto” organizzato in Grecia dopo che i profughi avevano passato la frontiera separatamente e con propri mezzi. L’incidente è avvenuto 80 chilometri circa a est di Salonicco, nella tarda serata di venerdì 9: il conducente ha imboccato l’uscita dell’autostrada a forte velocità ed ha perso il controllo del pullmino, che si è scontrato con un camion. Il bimbo iracheno è morto sul colpo. I soccorritori hanno estrato dall’abitacolo 27 feriti, di cui cinque bambini o ragazzi minorenni, due dei quali in gravi condizioni.

(Fonte: The National Herald)  

Spagna (Velez de Malaga), 10 novembre 2018

I corpi senza vita di due giovani migranti sono stati trovati su un gommone di quattro metri spiaggiato sul litorale di Velez de Malaga. L’allarme è stato dato da un pescatore che ha visto arrivare il canotto, uno Zodiac, con a bordo diversi giovani che si sono subito dileguati verso l’entroterra. Sul posto sono confluite pattuglie sia della polizia nazionale che della Guardia Civil e della polizia locale. Gli agenti hanno subito individuato il natante, scoprendo che sul fondo, semi sommersi nell’acqua, c’erano due cadaveri. Le ricerche scattate subito dopo hanno consentito di rintracciare poco distante prima uno, poi cinque e infine, la mattina del giorno 11 novembre, altri due dei giovani che erano sbarcati. Dui cinque trovati in prossimità della spiaggia, due presentavano forti sintomi di ipotermia e sono stati ricoverati. Gli otto hanno dichiarato concordemente di essere partiti in 15, tutti marocchini, da una spiaggia della zona di Tangeri alle 2 del mattino di giovedì 8 e di essere rimasti in mare per oltre due giorni, bagnati e intirizziti dal freddo, anche perché a causa delle forti onde il piccolo canotto ha cominciatio a imbarcare acqua. La morte dei due giovani trovati in fondo allo zodiac, secondo gli esami medici, è dovuta appunto a ipotermia e sfinimento. Uno dei due dovrebbe essere minorenne. Nessuna traccia degli ultimi cinque. Tra loro, secondo la polizia, ci sarebbero anche due scafisti. In un nascondiglio sulla spiaggia, poco lontano dal canotto, sono stati trovati 6 chili di polline di hashish. Si è trattato, dunque, di un duplice tipo di “trasporto”, migranti e droga, come è stato riscontrato già altre volte sulla rotta del contrabbando che dal Marocco punta verso l’Andalusia.

(Fonte: Europa Press, edizioni del 10 e dell’11 novembre) 

Spagna (Ceuta), 10 novembre 2018

Il cadavere di un giovane subsahariano è affiorato verso le 15 sulla battigia della spiaggia di San Amaro, a Ceuta. A trovarlo è stato un passante, che ha subito informato la Guardia Civil. La stessa Guardia Civil ha provveduto poco dopo a recuperare la salma, che alle 16,30 è stata trasferita presso l’obitorio per l’autopsia. Non sono stati trovati documenti o indizi utili per l’identificazione. A giudicare dallo stato di conservazione, la morte deve risalire a qualche giorno prima. La polizia tende a escludere che si tratti del corpo di un giovane rimasto vittima di un naufragio avvenuto nella zona: a giudicare dalla posizione e dal gioco delle correnti, si ritiene più probabile che il cadavere sia stato trascinato lì da un altro punto della costa di Ceuta o del Marocco. In serata la notizia del ritrovamento ha scatenato una grossa protesta nel Ceti, il centro di accoglienza per migranti: secondo molti subsahariani quel giovane potrebbe essere un loro compagno, di nome Sabin, scomparso nelle 48 ore precedenti, dopo una lite con un gruppo di migranti algerini avvenuta fuori dal campo. Lo stato di decomposizione al momento del ritrovamento porterebbe però a escludere che si tratti di quel ragazzo.

(Fonte: El Faro de Ceuta, edizioni del 10 e dell’11 novembre)

Libia-Italia (Lampedusa), 10 novembre 2018

Un migrante è annegato nel naufragio di un gommone nel Canale di Sicilia, al largo di Lampedusa, nelle prime ore di sabato 10 novembre. Non se ne è saputo nulla fino a quattro giorni dopo, mercoledì 14, quando la notizia è emersa da una conferenza stampa convocata dalla Procura di Agrigento per comunicare che sono stati arrestati i due presunti scafisti del battello. Il natante, con 41 giovani a bordo (inclusi i due accusati di essere trafficanti) è salpato dalle coste libiche il giorno 8. Dopo quasi due giorni di navigazione, in mezzo al Mediterraneo, il motore fuoribordo è andato in avaria e il gommone è rimasto per ore in balia del mare molto mosso e delle correnti. L’unica possibilità di salvezza si è presentata prima dell’alba del giorno 10, quando è stato avvistato un peschereccio, ad alcune decine di miglia da Lampedusa. Da bordo i migranti hanno cercato di attirrane l’attenzione, mentre alcuni si sono gettati in acqua per provare a raggiungerlo a nuoto. E’ in questa fase che uno di loro è annegato. Tutti, tranne lui, sono riusciti ad aggrapparsi alle reti e ad issarsi sul motopesca, aiutati anche dall’equipaggio. L’ultimo non ce l’ha fatta: è scomparso nel buio prima di poter afferrare uno dei cavi delle reti ma nessuno se ne è accorto. I compagni hanno constatato che non c’era solo quando si sono contati, una volta saliti sul peschereccio. Senza esito le ricerche per rintracciarlo o recuperarne almeno il corpo. I naufraghi sono stati sbarcati a Lampedusa.

(Fonte: Agenzia Ansa, Repubblica, Tg la 7 delle ore 13,30)

Turchia (Dikili, provincia di Izmir), 12 novembre 2018

Cinque profughi morti e cinque dispersi su una piccola barca affondata nell’Egeo, di fronte alla costa di Dikili, nella provincia di Smirne, in Turchia. Il battello era partito alle prime luci, diretto verso l’isola greca di Lesbo, distante poche miglia. A bordo erano in quindici: 14 afghani e un iracheno. Il naufragio è avvenuto a poca distanza dalla riva, forse a causa del sovraccarico. Due dei naufraghi sono riusciti a raggiungere la spiaggia a nuoto, dando l’allarme. La motovedetta della Guardia Costiera turca intervenuta sul posto ha recuperato tre migranti ancora in vita e cinque cadaveri. Tre delle vittime sono bambini di pochi anni. Le ricerche si sono protratte sino al tramonto ma degli altri cinque non si è trovata traccia.

(Fonte: Reuters, Associated Press, Hurriyet Daily News, Ahram, National Herald)

Libia (Tarek al Sika), 14 novembre 2018

Quattro profughi eritrei, di età compresa tra i 18 e i 33 anni, sono morti per una grave forma di infezione polmonare, probabilmente tbc, e per sfinimento fisico nel centro di detenzione di Tarek al Sika, nei sobborgi di Tripoli. I decessi sono avvenuti nell’arco degli ultimi cinque mesi, da giugno in poi, ma la notizia è trapelata ed ha avuto conferma soltanto nelle prime settimane di novembre, grazie alla denuncia fatta il giorno 14 da alcuni compagni delle vittime (a loro volta detenuti a Tarek al Sika) contattati dal Coordinamento Eritrea Democratica. Si tratta di Breket Tesfay, Hanibal Haile, Mukubrhan Brhane e Wedi Ayfeletukywon. “Quando sono stati rinchiusi a Tarek al Sika – hanno riferito i compagni – stavano bene. Si sono ammalati durante la detenzione, a causa delle pessisme condizioni di vita a cui siamo costretti. Tanti si ammalano, ma non c’è alcun tipo di cura medica: i malati e i feriti sono in pratica abbadonati a se stessi. E i più deboli non ce la fanno. Come è successo, appunto, a questi quattro nostri amici. Sono dovuti rimanere nel campo anche quando si sono aggravati, senza ricevere alcuna assistenza. Così sono morti l’uno dopo. Non sappiamo dove i loro corpi siano stati sepolti: le guardie li hanno portati via e noi ne abbiamo perso ogni traccia”.

(Fonte: rapporto Coordinamento Eritrea Democratica)

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