Un Cimitero chiamato Mediterraneo: il 2018, seconda parte

Un migrante morto ogni 35/36 arrivati in Europa. Nei primi sei mesi del 2018 il tasso di mortalità tra i disperati che bussano alle porte della “fortezza” europea è il più alto degli ultimi anni: uno ogni 53/54 nel 2017; uno ogni 67/68 nel 2016. In assoluto, fino al 30 giugno, 1.530 vite perdute (in mare o a terra) a fronte di 55 mila sbarchi. E il conto di morte è ancora più drammatico se si considera la sola rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia: 916 vittime per circa 16.500 arrivi. Un “sommerso” ogni 18/19 salvati. La politica e gran parte dell’informazione mainstream vantano come un successo la flessione degli sbarchi registrata nel 2017 e proseguita quest’anno. In particolare in Italia. L’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro dell’interno Marco Minniti continuano ad esaltare questo risultato. Il nuovo governo guidato da Conte, Salvini e Di Maio sta facendo di tutto perché le vie di fuga si chiudano ancora di più. Specie il capo del Viminale, Matteo Salvini, giunto a sbarrare i porti a tutte le Ong, con una ostentazione di forza costruita interamente sulla pelle dei migranti. I più deboli.
E’ vero. Gli sbarchi continuano a diminuire. Si è arrivati al 77 per cento in meno rispetto al 2017. Ma a quale prezzo lo dice il tasso di mortalità: rendendo più difficili e rischiose le vie di fuga, non si risolve il problema dell’immigrazione. Semmai si aumentano le probabilità di far morire migliaia di persone “colpevoli” solo di aver bisogno di aiuto. Le situazioni di crisi continuano a moltiplicarsi e a “produrre migranti” che, bloccati dai muri costruiti dal Nord del mondo, restano intrappolati in numero sempre maggiore in una delle tante “terre di nessuno” sorte in Africa o nel Medio Oriente. In Libia, soprattutto. “Terre” costellate di lager dove le ore sono scandite da uccisioni, torture, stupri, violenze di ogni genere, ricatti, lavoro schiavo, sofferenze inumane. “Terre” dalle quali quei tanti, tantissimi giovani in fuga per la vita cercano di uscire ad ogni costo. Anche sapendo di sfidare la morte. Perché la morte la vivono già tutti i giorni nell’inferno dove si trovano.
Di seguito il dossier della seconda parte del 2018.

 

Libia (Zuwara), 1 luglio 2018

Almeno 63 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, di fronte a Zuwara, la città portuale situata sulla costa a ovet di Tripoli, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Solo 41 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba proprio dalle spiagge di Zuwara, sede di un grande centro di detenzione governativo ma anche di diverse prigioni gestite dai trafficanti. A organizzare la spedizione, secondo quanto hanno riferito alcuni compagni delle vittime, sarebbe stato appunto un grosso trafficante, Abduselam Ferensawi, un eritreo che negli ultimi mesi si è imposto come uno dei principali boss del “mercato di uomini”, in grado di operare in tutta la Libia, dalla Cirenaica meridionale e dal Fezzan fino alla costa della Tripolitania e alla stessa Tripoli. La tragedia è avvenuta a poche miglia dalla costa, nel corso della mattinata: il gommone, forse a causa del sovraccarico, ha cominciato a imbarcare acqua e si è rovesciato, scaraventando tutti in mare. Quando sono arrivati i soccorsi, sono stati individuati e tratti in salvo solo 41 naufraghi, che cercavano di tenersi a galla intorno al relitto. Nessuna traccia degli altri migranti che erano a bordo: secondo i superstiti, almeno 63, perché al momento della partenza erano poco più di 100, in gran parte eritrei. Nessuna informazione sul naufragio da parte della Marina e della Guardia Costiera libica: la notizia è stata comunicata nel primo pomeriggio dalla sede Unhcr in Libia e subito ripresa dall’Oim e da varie Ong. Solo a quel punto la Marina libica ha dato conferma: il portavoce, Ayoub Amr Qassim, in particolare, ha dichiarato che il battello affondato era in condizioni critiche. “Ci sono sicuramnete dei morti”, ha aggiunto, rispondendo a un cronista dell’Ansa.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim e Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, Informativos 24 Oras, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera).

Libia (Garabulli), 2 luglio 2018

Almeno 114 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, il terzo nel giro di appena quattro giorni, per un totale di 280 vittime, tra cui numerosi bambini. Il battello, con non meno di 130 a bordo tra uomini e donne, era partito dalle spiagge di Garabulli, circa 50 chilometri a est di Tripoli, fra il 30 giugno e il primo luglio. Non ha fatto molta strada: dopo poche miglia è andato in avaria e poi è affondato. Ancora una volta i soccorsi della Guardia Costiera libica sono arrivati quando i naufraghi erano in acqua ormai da lungo tempo. Intorno ai resti del gommone, ne sono stati trovati in vita soltanto 16. Nessuna traccia degli altri. Sono stati i superstiti a specificare che mancavano all’appello 114 compagni, inghiottiti dal mare prima che scattasse l’operazione di ricerca e recupero. La notizia della tragedia è trapelata solo quando i 16 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli, presso una base militare, insieme ad altri 260 migranti soccorsi in circostanze e tratti di mare diversi. A renderla nota ufficialmente è stato l’ufficio libico dell’Unhcr: “Un altro triste giorno in mare – ha scritto – Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare a Tripoli. Tra loro, i 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone. Di queste, 114 sono ancora disperse in mare”. “Sappiamo soltanto – ha aggiunto un funzionario all’Ansa – che il battello è salpato da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondato”. Nessuna notizia dalla Marina libica.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim, Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, La Stampa, Corriere della Sera, Repubblica, Il Fatto Quotidiano) 

Libia (Tripoli-Garabulli), 3 luglio 2018

Almeno 7 morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, nel tratto compreso fra Tripoli e Garabulli. Altri 123 – secondo quanto ha riferito Rami Ghommeidh, un ufficiale della Marina, a un cronista dell’agenzia France Presse – sono stati tratti in salvo. Molto scarsi i particolari emersi su questa nuova tragedia. Partito alle prime luci del giorno con almeno 130 persone a bordo, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia ed è andato rapidamente a fondo. Qundo una motovedetta della Guardia Costiera è giunta sul posto, a 8 miglia dalla riva, c’era ormai solo un relitto con decine di naufraghi che cercavano di tenersi a galla. Alla fine delle operazioni di soccorso, durante il viaggio di rientro verso la costa, i superstiti hanno riferito che mancavano sette compagni, tra cui due bambini. Sei corpi sono stati recuperati nelle ore successive. Tutti i 123 naufraghi, dopo lo sbarco, sono finiti in un centro di detenzione nei sobborghi di Tripoli.

(Fonti: Daily Mail Online, The Guardian, Dailynigerian, Modern Ghana, Journal du Cameroun, Agenzia Ansa).

Libia (campo di Ain Zara, Tripoli), 4-5 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Tarek al Matar probabilmente a causa di una infezione polmonare contratta durante i lunghi mesi di prigionia trascorsi a Gharyan, circa 120 chilometri a sud est di Tripoli. Si chiamava Solomun Fsahasion, di 34 anni. Faceva parte del piccolo gruppo che il 15 maggio è riuscito a fuggire dopo l’assalto condotto la notte precedente contro il campo di Gharyan da una banda di trafficanti, che riuscì a sequestrare tra i 150 e i 200 migranti, quasi senza alcuna reazione da parte delle guardie incaricate della sorveglianza. Raggiunta Tripoli, lui e gli altri del gruppo, intercettati dalla polizia, sono finiti nel centro di detenzione di Tarek al Matar, nei sobborghi della città. “Solomon era malato e fortemente debilitato – hanno riferito alcuni compagni al Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna in una telefonata di aiuto – ma è stato lasciato in pratica senza cure. Tutto fa pensare che sia morto per questo”.

(Fonte: testimonianze raccolte da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea Democratica)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 13 luglio 2018

Quattro dei circa 450 profughi che erano a bordo del peschereccio soccorso a 5 miglia da Lampedusa sabato 14 luglio sono annegati venerdì tredici, a decine di miglia di distanza dalla Libia e dall’Italia, prima che il barcone fosse intercettato dal pattugliatore Monte Sperone della Guardia di Finanza, da motovedette della Guardia Costiera italiana e dalla nave Protector, del dispositivo di Frontex. La vicenda è stata ricostruita lunedì 16, dopo il completamento dello sbarco a Pozzallo di tutti i 447 migranti tratti in salvo. Ne ha dato notizia, in particolare, il portavoce dell’Oim in Italia, Flavio Di Giacomo, sulla base di numerose testimonianze raccolte tra i compagni. Le vittime sono tutti giovani somali. La barca, un vecchio battello in legno lungo 20 metri, era partito da Zuwara mercoledì 11 luglio, puntando verso Lampedusa. Venerdì 13 le scorte di cibo e acqua stavano per terminare quando è stata avvistata in lontananza una nave. Da bordo hanno cercato di attirarne l’attenzione. E’ stato in questa fase che si è verificata la tragedia. “Quella nave – ha riferito Di Giacomo – in realtà era molto distante, ma una trentina di persone si sono gettate in mare dalla barca. Tra loro i quattro somali che poi sono morti”. Gli altri sono stati recuperati dai compagni che erano rimasti a bordo. Questa ricostruzione è stata confermata da alcuni parenti delle vittime. La polizia di Ragusa ha aperto un’inchiesta sull’episodio.

(Fonte: Repubblica, Il Giornale di Sicilia, La Stampa)

Niger-Algeria (Assamaka), 13-15 luglio 2018

Due migranti sono morti nel Sahara dopo essere stati espulsi dall’Algeria verso il Niger. Facevano parte di un gruppo di 391 uomini e donne di 16 diverse nazionalità africane che le autorità algerine hanno bloccato in varie città e deportato giovedì 13 su una autocolonna di bus e camion fino al posto di frontiera di In Guezzam, costringendoli poi ad  attraversare la linea di confine a piedi e abbandonandoli infine al loro destino nel deserto, all’imbocco delle piste che conducono verso Assamaka, il primo centro abitato nel versante frontaliero del Niger, a decine di chilometri di distanza. La marcia nel deserto, come in altri casi del genere, si è rivelata micidiale. Venuto a conoscenza dell’emergenza, l’ufficio Oim di Niamey ha organizzato una operazione di soccorso che ha individuato i migranti, non lontano da Assamaka, la sera di venerdì 14. Quando le prime squadre di soccorritori li hanno raggiunti, per due di loro era ormai troppo tardi: sono morti poco dopo per disidratazione e sfinimento. Anche tutti gli altri erano allo stremo. “Ancora poche ore – hanno dichiarato gli operatori dell’Oim – e probabilmente sarrebbe stata una strage”. Molti hanno riferito che, dopo il fermo, la polizia algerina ha sequesrato loro i cellulari e che li hanno abbandonati nel Sahara, con pochissimo cibo e poca acqua.

(Fonti: Sito web Oim Niger, sito Xavier Aldeoa, Europa Press, Nigerdiaspora)

Deserto del Sahara (tra il Sudan e la Libia), 16 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto di sete e di sfinimento nel deserto del Sahara, tra il Sudan e la Libia, durante la fuga verso la costa meridionale del Mediterraneo, dove contava di imbarcarsi per l’Italia. E’ accaduto nei primi mesi dell’anno ma se ne è avuta notizia solo il 16 luglio: lo ha raccontato ad alcuni operatori di Save the Children, subito dopo lo sbarco a Pozzallo, Sefu, il figlio quindicenne, che era tra i circa 450 migranti del barcone partito da Zuwara e soccorso sabato 14 tra Linosa e Lampedusa. “Non viaggiavo da solo – ha detto ai volontari che si stavano prendendo cura dei 128 minorenni non accompagnati del gruppo – Ero con mio padre. Lui, però, non ce l’ha fatta: è morto di stenti e di fatica prima di arrivare in Libia. Non è stato il solo a morire. La stessa fine hanno fatto altri migranti che erano con noi”. Sefu, dopo i primi accertamenti, è stato inserito nel circuito di assistenza per i minorenni soli.

(Fonte: Repubblica, notizie raccolte da Abraham Tesfai del Coordinamento Eritrea)

Libia (Zuwara), 16 luglio 2018

Almeno 8 morti per soffocamento tra i circa 100 migranti rinchiusi nel retro di un tir frigorifero alla periferia di Zuwara, non lontano dagli impianti petroliferi di Mellitah. Altri sono in condizioni critiche. Lo ha reso noto la direzione della Sicurezza Nazionale del governo di Tripoli, i cui agenti sono intervenuti dopo la segnalazione di alcuni abitanti del posto, insospettiti da quel tir fermo da giorni. Secondo le indagini della polizia, si tratta di una delle tante “spedizioni” dei trafficanti di esseri umani: quel Tir, proveniente sicuramente dall’interno del paese, aveva trasportato fino alla costa quel centinaio di persone (incluse donne e numerosi bambini), per imbarcarle di notte su un gommone o un barcone. Qualcosa non ha funzionato nel piano: forse il battello previsto ha ritardato o all’ultimo momento non è stato più disponibile. L’attesa così si è protratta per giorni. I profughi sono rimasti intrappolati nel retro del mezzo, sbarrato dall’esterno, con temperature vicine ai 50 gradi e con pochissima acqua. I trafficanti devono essersi dileguati per timore di essere scoperti o comunque si sono disinteressati della sorte dei migranti che si erano affidati a loro, abbandonandoli al loro destino. Quando, ricevuta la segnalazione di allarme, la polizia ha aperto i portelloni, ha trovato otto cadaveri: quelli di 6 bambini, una donna e un uomo. Molti degli altri erano privi di conoscenza. Oltre al caldo e alla sete, micidiali devono essere stati i vapori di benzina provenienti da numnerose taniche lasciate all’interno dai trafficanti. Per decine dei superstiti è stato necessario il ricovero in ospedale a causa di gravi problemi respiratori. Molti sono stati giudicati “gravissimi” dai medici.

(Fonti: Al Jazeera, Libya Observer, Libyan Express, Corriere della Sera, La Stampa)

Libia (al largo di Homs), 17 luglio 2018

I cadaveri di una donna e del suo bambino sono stati trovati da una nave della Ong spagnola Open Arms sui rottami di un gommone circa 80 miglia a nord del porto di Homs. Aggrappata a un relitto di legno c’era un’altra donna ancora in vita, che è stata tratta in salvo e condotta a bordo. Si chiama Josephine ed è originaria del Camerun. Molto debilitata e in grave stato di ipotermia per aver trascorso oltre un intero giorno in acqua, si è a poco a poco ripresa ed è diventata una testimone chiave di quanto è accaduto. Il gommone sul quale si trovava è quello con circa 160 migranti a bordo bloccato lunedì 16, nelle prime ore del mattino, da una motovedetta della Guardia Costiera libica. Tripoli ha dato notizia dell’intercettazione e del rientro forzato in Libia di tutti i migranti, senza però citare le due donne e il bambino che mancavano. Secondo la ricostruzione fatta da Open Arms, si tratterebbe di una omissione voluta, che nasconderebbe la pesantissima responsasbilità di aver abbandonato e lasciato morire quei naufraghi in mare. “La Guardia Costiera libica – ha scritto il fondatore della Ong spagnola Oscar Camp – ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone, fornendo assistenza medica e umanitaria. Non ha detto però che hanno lasciato due donne e un bambino a  bordo perché non volevano salire sulla motovedetta e che poi hanno affondato la barca. Quando siamo arrivati (nella mattinata di martedì: ndr) una sola delle due donne era ancora viva. Per l’altra e il suo piccolo non abbiamo potuto fare nulla”. Secondo il medico della Ong, la donna era morta già da ore. Il suo bambino, invece, sarebbe morto non molto prima del ritrovamento”.

(Fonti: Sito Web Open Arms, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, La Stampa, Agenzia Ansa, Europa Press, Al Jazeera, Libyan Express)  

Libia (al largo fra Tripoli e Homs), 17 luglio 2018

Una bimba della Costa d’Avorio è morta, tra le braccia della madre, su un battello su cui erano stati stipati 165 migranti di varie nazionalità (119 uomini, 34 donne e 12 bambini), bloccato da una motovedetta della Guardia Costiera libica a diverse decine di miglia dalla costa africana, in acque internazionali. Quando è stata intercettata, la barca era in mare da due giorni circa. Inizialmente, nessuno si è accorto che la piccola era senza vita, perché la madre l’ha tenuta stretta a sé anche dopo il trasbordo sulla motovedetta, snza dire nulla. “Probabilmente – ha riferito la giornalista tedesca Nadja Kriewald, che era imbarcata sulla nave militare libica per seguire le operazioni di soccorso e che ha riferito per prima l’episodio in una intervista all’Ansa – temeva che se l’avessero scoperto l’avrebbero costretta a buttare il corpicino in mare”. Si è ipotizzato, inizialmente, che il salvataggio descritto da Nadja Kriewald riguardasse lo stesso gommone su cui la nave della Ong spagnola Open Arms ha scoperto i cadaveri di una donna e del suo bambino e salvato un’altra donna aggrappata al relitto, dopo che la Guardia Costiera di Tripoli l’aveva distrutto e abbandonato alla deriva. Si tratterebbe, invece, di due interventi diversi (uno al largo di Homs e l’altro al largo di Tripoli) ma entrambi condotti dalla marina libica.

(Fonti: Ticinonline, Tg Com 24, Rai News, Ansa, Repubblica)

Cipro Nord (Erenkoy-Gialousa), 18 luglio 2018

Trenta morti e almeno 17 dispersi (per un totale di 47 vittime) nel naufragio di un barcone tra la Turchia e Cipro Nord, al largo delle coste di Erenkoy (Gialousa per i greci: ndr). Il battello era salpato durante la notte dal sud della Penisola Anatolica, quasi certamente dalla provincia di Mersin, con a bordo non meno di 150 migranti siriani, in gran parte sprovvisti di giubbotto di salvataggio. Stando alla ricostruzione fatta dalla guardia costiera turco-cipriota, verso le 6 del mattino, quando la costa di Erenkoy distava ancora circa 25 chilometri, lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua. La tragedia si è compiuta  subito dopo che si è allagato anche il locale del motore: la barca ha cominciato a inabissarsi e si è rovesciata. L’allarme è stato lanciato da un cargo battente bandiera liberiana che, in rotta verso la Turchia, ha avvertito la Guardia Costiera. Sul posto si sono recate diverse unità turco-cipriote alle quali si sono aggiunti poco dopo mezzi navali e aerei turchi, inclusa la fregata Barbaros della Marina Militare. Intorno al relitto i soccorritori sono riusciti a recuperare  103 naufraghi e, inizialmente, 19 corpi senza vita. Le ricerche successive, protrattesi sino a sera – ha riferito il sindaco di Mersin, Burhanettin Kocamaz – hanno portato al ritrovamento di altri 11 cadaveri, tra i quali quelli di una donna in stato di gravidanza e di un bambino. I dispersi risultano dunque almeno 17, ma potrebbero essere anche di più stando ad alcune fonti che riferiscono di circa 160 profughi a bordo al momento della partenza dalla Turchia. Uno dei naufraghi è stato ricoverato in condizioni critiche.

(Fonti: Cyprus Mail, Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Greek Reporter, Ansa)

 

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