Un Cimitero chiamato Mediterraneo: il 2018, seconda parte

Un migrante morto ogni 35/36 arrivati in Europa. Nei primi sei mesi del 2018 il tasso di mortalità tra i disperati che bussano alle porte della “fortezza” europea è il più alto degli ultimi anni: uno ogni 53/54 nel 2017; uno ogni 67/68 nel 2016. In assoluto, fino al 30 giugno, 1.530 vite perdute (in mare o a terra) a fronte di 55 mila sbarchi. E il conto di morte è ancora più drammatico se si considera la sola rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia: 916 vittime per circa 16.500 arrivi. Un “sommerso” ogni 18/19 salvati. La politica e gran parte dell’informazione mainstream vantano come un successo la flessione degli sbarchi registrata nel 2017 e proseguita quest’anno. In particolare in Italia. L’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro dell’interno Marco Minniti continuano ad esaltare questo risultato. Il nuovo governo guidato da Conte, Salvini e Di Maio sta facendo di tutto perché le vie di fuga si chiudano ancora di più. Specie il capo del Viminale, Matteo Salvini, giunto a sbarrare i porti a tutte le Ong, con una ostentazione di forza costruita interamente sulla pelle dei migranti. I più deboli.
E’ vero. Gli sbarchi continuano a diminuire. Si è arrivati al 77 per cento in meno rispetto al 2017. Ma a quale prezzo lo dice il tasso di mortalità: rendendo più difficili e rischiose le vie di fuga, non si risolve il problema dell’immigrazione. Semmai si aumentano le probabilità di far morire migliaia di persone “colpevoli” solo di aver bisogno di aiuto. Le situazioni di crisi continuano a moltiplicarsi e a “produrre migranti” che, bloccati dai muri costruiti dal Nord del mondo, restano intrappolati in numero sempre maggiore in una delle tante “terre di nessuno” sorte in Africa o nel Medio Oriente. In Libia, soprattutto. “Terre” costellate di lager dove le ore sono scandite da uccisioni, torture, stupri, violenze di ogni genere, ricatti, lavoro schiavo, sofferenze inumane. “Terre” dalle quali quei tanti, tantissimi giovani in fuga per la vita cercano di uscire ad ogni costo. Anche sapendo di sfidare la morte. Perché la morte la vivono già tutti i giorni nell’inferno dove si trovano.
Di seguito il dossier della seconda parte del 2018.

 

Libia (Zuwara), 1 luglio 2018

Almeno 63 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, di fronte a Zuwara, la città portuale situata sulla costa a ovet di Tripoli, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Solo 41 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba proprio dalle spiagge di Zuwara, sede di un grande centro di detenzione governativo ma anche di diverse prigioni gestite dai trafficanti. A organizzare la spedizione, secondo quanto hanno riferito alcuni compagni delle vittime, sarebbe stato appunto un grosso trafficante, Abduselam Ferensawi, un eritreo che negli ultimi mesi si è imposto come uno dei principali boss del “mercato di uomini”, in grado di operare in tutta la Libia, dalla Cirenaica meridionale e dal Fezzan fino alla costa della Tripolitania e alla stessa Tripoli. La tragedia è avvenuta a poche miglia dalla costa, nel corso della mattinata: il gommone, forse a causa del sovraccarico, ha cominciato a imbarcare acqua e si è rovesciato, scaraventando tutti in mare. Quando sono arrivati i soccorsi, sono stati individuati e tratti in salvo solo 41 naufraghi, che cercavano di tenersi a galla intorno al relitto. Nessuna traccia degli altri migranti che erano a bordo: secondo i superstiti, almeno 63, perché al momento della partenza erano poco più di 100, in gran parte eritrei. Nessuna informazione sul naufragio da parte della Marina e della Guardia Costiera libica: la notizia è stata comunicata nel primo pomeriggio dalla sede Unhcr in Libia e subito ripresa dall’Oim e da varie Ong. Solo a quel punto la Marina libica ha dato conferma: il portavoce, Ayoub Amr Qassim, in particolare, ha dichiarato che il battello affondato era in condizioni critiche. “Ci sono sicuramnete dei morti”, ha aggiunto, rispondendo a un cronista dell’Ansa.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim e Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, Informativos 24 Oras, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera).

Libia (Garabulli), 2 luglio 2018

Almeno 114 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, il terzo nel giro di appena quattro giorni, per un totale di 280 vittime, tra cui numerosi bambini. Il battello, con non meno di 130 a bordo tra uomini e donne, era partito dalle spiagge di Garabulli, circa 50 chilometri a est di Tripoli, fra il 30 giugno e il primo luglio. Non ha fatto molta strada: dopo poche miglia è andato in avaria e poi è affondato. Ancora una volta i soccorsi della Guardia Costiera libica sono arrivati quando i naufraghi erano in acqua ormai da lungo tempo. Intorno ai resti del gommone, ne sono stati trovati in vita soltanto 16. Nessuna traccia degli altri. Sono stati i superstiti a specificare che mancavano all’appello 114 compagni, inghiottiti dal mare prima che scattasse l’operazione di ricerca e recupero. La notizia della tragedia è trapelata solo quando i 16 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli, presso una base militare, insieme ad altri 260 migranti soccorsi in circostanze e tratti di mare diversi. A renderla nota ufficialmente è stato l’ufficio libico dell’Unhcr: “Un altro triste giorno in mare – ha scritto – Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare a Tripoli. Tra loro, i 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone. Di queste, 114 sono ancora disperse in mare”. “Sappiamo soltanto – ha aggiunto un funzionario all’Ansa – che il battello è salpato da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondato”. Nessuna notizia dalla Marina libica.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim, Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, La Stampa, Corriere della Sera, Repubblica, Il Fatto Quotidiano) 

Libia (Tripoli-Garabulli), 3 luglio 2018

Almeno 7 morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, nel tratto compreso fra Tripoli e Garabulli. Altri 123 – secondo quanto ha riferito Rami Ghommeidh, un ufficiale della Marina, a un cronista dell’agenzia France Presse – sono stati tratti in salvo. Molto scarsi i particolari emersi su questa nuova tragedia. Partito alle prime luci del giorno con almeno 130 persone a bordo, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia ed è andato rapidamente a fondo. Qundo una motovedetta della Guardia Costiera è giunta sul posto, a 8 miglia dalla riva, c’era ormai solo un relitto con decine di naufraghi che cercavano di tenersi a galla. Alla fine delle operazioni di soccorso, durante il viaggio di rientro verso la costa, i superstiti hanno riferito che mancavano sette compagni, tra cui due bambini. Sei corpi sono stati recuperati nelle ore successive. Tutti i 123 naufraghi, dopo lo sbarco, sono finiti in un centro di detenzione nei sobborghi di Tripoli.

(Fonti: Daily Mail Online, The Guardian, Dailynigerian, Modern Ghana, Journal du Cameroun, Agenzia Ansa).

Libia (campo di Ain Zara, Tripoli), 4-5 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Tarek al Matar probabilmente a causa di una infezione polmonare contratta durante i lunghi mesi di prigionia trascorsi a Gharyan, circa 120 chilometri a sud est di Tripoli. Si chiamava Solomun Fsahasion, di 34 anni. Faceva parte del piccolo gruppo che il 15 maggio è riuscito a fuggire dopo l’assalto condotto la notte precedente contro il campo di Gharyan da una banda di trafficanti, che riuscì a sequestrare tra i 150 e i 200 migranti, quasi senza alcuna reazione da parte delle guardie incaricate della sorveglianza. Raggiunta Tripoli, lui e gli altri del gruppo, intercettati dalla polizia, sono finiti nel centro di detenzione di Tarek al Matar, nei sobborghi della città. “Solomon era malato e fortemente debilitato – hanno riferito alcuni compagni al Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna in una telefonata di aiuto – ma è stato lasciato in pratica senza cure. Tutto fa pensare che sia morto per questo”.

(Fonte: testimonianze raccolte da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea Democratica)

Bosnia (Bihac), 5 luglio 2018

Un migrante è annegato nel fiume Una, in Bosnia, mentre tentava di attraversare a nuoto il confine con la Croazia, nei pressi di Bihac, il capoluogo regionale situato nei pressi della frontiera, che dall’inizio dell’anno è diventato uno dei principali punti di transito per migliaia di profughi diretti verso gli Stati dell’Unione Europea lungo la rotta balcanica, sfidando la rigida sorveglianza e spesso la reazione violenta della polizia di forntiera croata. Secondo la testimonianza di alcuni abitanti del luogo, il giovane era sceso in acqua verso le 17,30, insieme a un gruppo di compagni, quando è stato travolto dalla corrente. “La polizia è subito intervenuta, insieme a una equipe medica e a una squadra di sommozzatori, ma non è stato possibile salvarlo”, ha riferito Snezana Galicm, portavoce del ministero dell’interno del Cantone Una-Sana. Il corpo è stato recuperato poco dopo e trasferito all’obitorio per l’autopsia.

(Fonte: News 1)  

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 13 luglio 2018

Quattro dei circa 450 profughi che erano a bordo del peschereccio soccorso a 5 miglia da Lampedusa sabato 14 luglio sono annegati venerdì tredici, a decine di miglia di distanza dalla Libia e dall’Italia, prima che il barcone fosse intercettato dal pattugliatore Monte Sperone della Guardia di Finanza, da motovedette della Guardia Costiera italiana e dalla nave Protector, del dispositivo di Frontex. La vicenda è stata ricostruita lunedì 16, dopo il completamento dello sbarco a Pozzallo di tutti i 447 migranti tratti in salvo. Ne ha dato notizia, in particolare, il portavoce dell’Oim in Italia, Flavio Di Giacomo, sulla base di numerose testimonianze raccolte tra i compagni. Le vittime sono tutti giovani somali. La barca, un vecchio battello in legno lungo 20 metri, era partito da Zuwara mercoledì 11 luglio, puntando verso Lampedusa. Venerdì 13 le scorte di cibo e acqua stavano per terminare quando è stata avvistata in lontananza una nave. Da bordo hanno cercato di attirarne l’attenzione. E’ stato in questa fase che si è verificata la tragedia. “Quella nave – ha riferito Di Giacomo – in realtà era molto distante, ma una trentina di persone si sono gettate in mare dalla barca. Tra loro i quattro somali che poi sono morti”. Gli altri sono stati recuperati dai compagni che erano rimasti a bordo. Questa ricostruzione è stata confermata da alcuni parenti delle vittime. La polizia di Ragusa ha aperto un’inchiesta sull’episodio.

(Fonte: Repubblica, Il Giornale di Sicilia, La Stampa)

Niger-Algeria (Assamaka), 13-15 luglio 2018

Due migranti sono morti nel Sahara dopo essere stati espulsi dall’Algeria verso il Niger. Facevano parte di un gruppo di 391 uomini e donne di 16 diverse nazionalità africane che le autorità algerine hanno bloccato in varie città e deportato giovedì 13 su una autocolonna di bus e camion fino al posto di frontiera di In Guezzam, costringendoli poi ad  attraversare la linea di confine a piedi e abbandonandoli infine al loro destino nel deserto, all’imbocco delle piste che conducono verso Assamaka, il primo centro abitato nel versante frontaliero del Niger, a decine di chilometri di distanza. La marcia nel deserto, come in altri casi del genere, si è rivelata micidiale. Venuto a conoscenza dell’emergenza, l’ufficio Oim di Niamey ha organizzato una operazione di soccorso che ha individuato i migranti, non lontano da Assamaka, la sera di venerdì 14. Quando le prime squadre di soccorritori li hanno raggiunti, per due di loro era ormai troppo tardi: sono morti poco dopo per disidratazione e sfinimento. Anche tutti gli altri erano allo stremo. “Ancora poche ore – hanno dichiarato gli operatori dell’Oim – e probabilmente sarrebbe stata una strage”. Molti hanno riferito che, dopo il fermo, la polizia algerina ha sequesrato loro i cellulari e che li hanno abbandonati nel Sahara, con pochissimo cibo e poca acqua.

(Fonti: Sito web Oim Niger, sito Xavier Aldeoa, Europa Press, Nigerdiaspora)

Deserto del Sahara (tra il Sudan e la Libia), 16 luglio 2018

Un profugo eritreo è morto di sete e di sfinimento nel deserto del Sahara, tra il Sudan e la Libia, durante la fuga verso la costa meridionale del Mediterraneo, dove contava di imbarcarsi per l’Italia. E’ accaduto nei primi mesi dell’anno ma se ne è avuta notizia solo il 16 luglio: lo ha raccontato ad alcuni operatori di Save the Children, subito dopo lo sbarco a Pozzallo, Sefu, il figlio quindicenne, che era tra i circa 450 migranti del barcone partito da Zuwara e soccorso sabato 14 tra Linosa e Lampedusa. “Non viaggiavo da solo – ha detto ai volontari che si stavano prendendo cura dei 128 minorenni non accompagnati del gruppo – Ero con mio padre. Lui, però, non ce l’ha fatta: è morto di stenti e di fatica prima di arrivare in Libia. Non è stato il solo a morire. La stessa fine hanno fatto altri migranti che erano con noi”. Sefu, dopo i primi accertamenti, è stato inserito nel circuito di assistenza per i minorenni soli.

(Fonte: Repubblica, notizie raccolte da Abraham Tesfai del Coordinamento Eritrea)

Libia (Zuwara), 16 luglio 2018

Almeno 8 morti per soffocamento tra i circa 100 migranti rinchiusi nel retro di un tir frigorifero alla periferia di Zuwara, non lontano dagli impianti petroliferi di Mellitah. Altri sono in condizioni critiche. Lo ha reso noto la direzione della Sicurezza Nazionale del governo di Tripoli, i cui agenti sono intervenuti dopo la segnalazione di alcuni abitanti del posto, insospettiti da quel tir fermo da giorni. Secondo le indagini della polizia, si tratta di una delle tante “spedizioni” dei trafficanti di esseri umani: quel Tir, proveniente sicuramente dall’interno del paese, aveva trasportato fino alla costa quel centinaio di persone (incluse donne e numerosi bambini), per imbarcarle di notte su un gommone o un barcone. Qualcosa non ha funzionato nel piano: forse il battello previsto ha ritardato o all’ultimo momento non è stato più disponibile. L’attesa così si è protratta per giorni. I profughi sono rimasti intrappolati nel retro del mezzo, sbarrato dall’esterno, con temperature vicine ai 50 gradi e con pochissima acqua. I trafficanti devono essersi dileguati per timore di essere scoperti o comunque si sono disinteressati della sorte dei migranti che si erano affidati a loro, abbandonandoli al loro destino. Quando, ricevuta la segnalazione di allarme, la polizia ha aperto i portelloni, ha trovato otto cadaveri: quelli di 6 bambini, una donna e un uomo. Molti degli altri erano privi di conoscenza. Oltre al caldo e alla sete, micidiali devono essere stati i vapori di benzina provenienti da numnerose taniche lasciate all’interno dai trafficanti. Per decine dei superstiti è stato necessario il ricovero in ospedale a causa di gravi problemi respiratori. Molti sono stati giudicati “gravissimi” dai medici.

(Fonti: Al Jazeera, Libya Observer, Libyan Express, Corriere della Sera, La Stampa)

Libia (al largo di Homs), 17 luglio 2018

I cadaveri di una donna e del suo bambino sono stati trovati da una nave della Ong spagnola Open Arms sui rottami di un gommone circa 80 miglia a nord del porto di Homs. Aggrappata a un relitto di legno c’era un’altra donna ancora in vita, che è stata tratta in salvo e condotta a bordo. Si chiama Josephine ed è originaria del Camerun. Molto debilitata e in grave stato di ipotermia per aver trascorso oltre un intero giorno in acqua, si è a poco a poco ripresa ed è diventata una testimone chiave di quanto è accaduto. Il gommone sul quale si trovava è quello con circa 160 migranti a bordo bloccato lunedì 16, nelle prime ore del mattino, da una motovedetta della Guardia Costiera libica. Tripoli ha dato notizia dell’intercettazione e del rientro forzato in Libia di tutti i migranti, senza però citare le due donne e il bambino che mancavano. Secondo la ricostruzione fatta da Open Arms, si tratterebbe di una omissione voluta, che nasconderebbe la pesantissima responsasbilità di aver abbandonato e lasciato morire quei naufraghi in mare. “La Guardia Costiera libica – ha scritto il fondatore della Ong spagnola Oscar Camp – ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone, fornendo assistenza medica e umanitaria. Non ha detto però che hanno lasciato due donne e un bambino a  bordo perché non volevano salire sulla motovedetta e che poi hanno affondato la barca. Quando siamo arrivati (nella mattinata di martedì: ndr) una sola delle due donne era ancora viva. Per l’altra e il suo piccolo non abbiamo potuto fare nulla”. Secondo il medico della Ong, la donna era morta già da ore. Il suo bambino, invece, sarebbe morto non molto prima del ritrovamento”.

(Fonti: Sito Web Open Arms, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, La Stampa, Agenzia Ansa, Europa Press, Al Jazeera, Libyan Express)  

Libia (al largo fra Tripoli e Homs), 17 luglio 2018

Una bimba della Costa d’Avorio è morta, tra le braccia della madre, su un battello su cui erano stati stipati 165 migranti di varie nazionalità (119 uomini, 34 donne e 12 bambini), bloccato da una motovedetta della Guardia Costiera libica a diverse decine di miglia dalla costa africana, in acque internazionali. Quando è stata intercettata, la barca era in mare da due giorni circa. Inizialmente, nessuno si è accorto che la piccola era senza vita, perché la madre l’ha tenuta stretta a sé anche dopo il trasbordo sulla motovedetta, snza dire nulla. “Probabilmente – ha riferito la giornalista tedesca Nadja Kriewald, che era imbarcata sulla nave militare libica per seguire le operazioni di soccorso e che ha riferito per prima l’episodio in una intervista all’Ansa – temeva che se l’avessero scoperto l’avrebbero costretta a buttare il corpicino in mare”. Si è ipotizzato, inizialmente, che il salvataggio descritto da Nadja Kriewald riguardasse lo stesso gommone su cui la nave della Ong spagnola Open Arms ha scoperto i cadaveri di una donna e del suo bambino e salvato un’altra donna aggrappata al relitto, dopo che la Guardia Costiera di Tripoli l’aveva distrutto e abbandonato alla deriva. Si tratterebbe, invece, di due interventi diversi (uno al largo di Homs e l’altro al largo di Tripoli) ma entrambi condotti dalla marina libica.

(Fonti: Ticinonline, Tg Com 24, Rai News, Ansa, Repubblica)

Cipro Nord (Erenkoy-Gialousa), 18 luglio 2018

Trenta morti e almeno 17 dispersi (per un totale di 47 vittime) nel naufragio di un barcone tra la Turchia e Cipro Nord, al largo delle coste di Erenkoy (Gialousa per i greci: ndr). Il battello era salpato durante la notte dal sud della Penisola Anatolica, quasi certamente dalla provincia di Mersin, con a bordo non meno di 150 migranti siriani, in gran parte sprovvisti di giubbotto di salvataggio. Stando alla ricostruzione fatta dalla guardia costiera turco-cipriota, verso le 6 del mattino, quando la costa di Erenkoy distava ancora circa 25 chilometri, lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua. La tragedia si è compiuta  subito dopo che si è allagato anche il locale del motore: la barca ha cominciato a inabissarsi e si è rovesciata. L’allarme è stato lanciato da un cargo battente bandiera liberiana che, in rotta verso la Turchia, ha avvertito la Guardia Costiera. Sul posto si sono recate diverse unità turco-cipriote alle quali si sono aggiunti poco dopo mezzi navali e aerei turchi, inclusa la fregata Barbaros della Marina Militare. Intorno al relitto i soccorritori sono riusciti a recuperare  103 naufraghi e, inizialmente, 19 corpi senza vita. Le ricerche successive, protrattesi sino a sera – ha riferito il sindaco di Mersin, Burhanettin Kocamaz – hanno portato al ritrovamento di altri 11 cadaveri, tra i quali quelli di una donna in stato di gravidanza e di un bambino. I dispersi risultano dunque almeno 17, ma potrebbero essere anche di più stando ad alcune fonti che riferiscono di circa 160 profughi a bordo al momento della partenza dalla Turchia. Uno dei naufraghi è stato ricoverato in condizioni critiche.

(Fonti: Cyprus Mail, Hurriyet Daily News, Anadolu Agency, Greek Reporter, Ansa)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 19 luglio 2018

I corpi senza vita di una giovane profuga e del suo figlio minore, di appena un anno, annegati nel tentativo di attraversare il fiume Evros, sono stati recuperati dalla polizia di frontiera sulla riva turca. I due figli maggiori, di sei e quattro anni, risultano dispersi. Della famiglia è sopravvissuto solo il marito. In fuga dalla Turchia di Erdogan, la coppia, raggiunta dall’Anatolia la provincia turco-europea di Edirne, è arrivata sino a un villaggio lungo l’Evros, dove verso l’alba di giovedì 19 luglio si è imbarcata con i bambini e altri 4 profughi turchi su un piccolo battello pneumatico per cercare di raggiungere la Grecia. Quasi al centro del fiume, forse a causa del sovraccarico o della forte corrente, il canotto si è rovesciato. La donna e i bambini sono stati trascinati via. Gli altri cinque, incluso il marito, non sono riusciti ad afferrarli: a nuoto hanno allora raggiunto la riva greca, dove hanno dato l’allarme e chiesto aiuto. Operazioni di ricerca sono state organizzate sia dalla polizia di frontiera greca che da quella turca. Alcune ore più tardi sono affiorati i primi due corpi. Due dei superstiti hanno dichiarato di essere giornalisti.

(Fonti: Ekathimerini, Anadolu Agency)  

Libia (Tarek al Matar, Tripoli) 19-20 luglio 2018.

Un profugo eritreo è morto di stenti e di malattia nel centro di detenzione di Tarek al Matar, vicino a Tripoli. Si chiamava Samuel Fisaha Beyene, aveva poco più di 20 anni. Nel campo di Tarek al Matar – dove lo avevano registrato con il codice 149-18 C 00884 – Samuel era arrivato nella seconda metà di maggio. In precedenza era stato detenuto per mesi nel centro per migranti di Gharyan, circa 140 chilometri a sud est di Tripoli. Da Gharyan era scappato il 15 maggio, insieme a una decina circa di compagni, poche ore dopo che una grossa banda di trafficanti aveva dato l’assalto alla struttura, sequestrando oltre 150 prigionieri. A Tripoli, due giorni dopo, la polizia ha intercettato e fermato tutto il gruppo, trasferendolo poi a Tarek al Matar. Samuel e gli altri hanno subito denunciato le terribili condizioni di vita nel campo: capannoni-prigione affollati al punto di non potersi muovere, cibo e persino acqua da bere scarsi e di pessima qualità, servizi igieici quasi inagibili, nessuna assistenza medica nonostante i molti malati di scabbia e di infezioni polmonari. “Samuel stava bene – hanno denunciato gli amici al Coordinamneto Eritrea Democratica – Si è ammalato nel centro di detenzione ed è morto perché nessuno si è preso cura di lui”. E’ il secondo eritreo del gruppo fuggito da Gharyan a morire a Tarek al Matar.

(Fonte: testimonianza raccolta da Abraham Tesfai,  del Coordinamento Eritrea Democratica)

Grecia (Alexandroupolis), 21-22 luglio 2018

Due profughi sono stati uccisi da un treno e un terzo gravemente ferito in due distinti incidenti, avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, lungo la ferrovia tra Alexandroupolis e Ormenio, una linea che per diversi chilometri è parallela alla frontiera e che viene seguita molto spesso, come punto di riferimento per orientarsi, dai migranti entrati di nascosto in Grecia dalla Turchia attraverso il confine dell’Evros. Il primo incidente si è verificato verso le 12,50 di sabato 21 luglio. Due giovani che stavano camminando lungo i binari non devono essersi accorti del treno locale partito pochi minuti prima da Alexandroupolis, che li ha trovalti in pieno: uno è morto sul colpo e l’altro è stato ricoverato in condizioni critiche. Il macchinista ha dichiarato di non essere riuscito a frenare in tempo perché li ha visti solo all’ultimo momento. La linea è rimasta bloccata per ore. Il secondo incidente è accaduto poco dopo che la circolazione era ripresa, intorno alle 2,20 di domenica 22. La dinamica è esattamente la stessa: un profugo stava camminando lungo la ferrovia, diretto verso ovest, quando è stato investito a forte velocità da un convoglio ed è morto sul colpo. Le salme sono state composte all’obitorio di Alexandroupolis. Non sono stati trovati documenti per risalire all’identità o quanto meno alla provenienza delle vittime.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Associated Press).

Spagna-Marocco (isole Alhucemas), 23-24 luglio 2018

Dieci morti nel naufragio di una barca con a bordo 42 migranti nello Stretto di Gibilterra, all’altezza dell’arcipelago delle Alhucemas, tre piccole isole situate di fronte alla costa settentrionale del Marocco ma appartenenti alla Spagna, che ha stabilito un presidio militare sulla maggiore, Penon de Alhucemas, mentre le altre due (Isla de Mar e Isla de Tierra) sono disabitate. La barca era partita durante la notte dalla zona di Tangeri, puntando verso l’Andalusia. L’allarme è scattato poco dopo la mezzanotte, quando i familiari di alcuni dei migranti a bordo si sono rivolti ad Helena Maleno, della Ong Frontera Sud, che ha allertato i servizi d’emergenza sia spagnoli che marocchini. Quando è arrivata la segnalazione la situazione era già disperata: la barca stava affondando rapidamente e almeno tre persone erano già in acqua. Sembra che la mancanza di dati precisi sulla posizione e l’oscurità abbiano complicato e ritardato i soccorsi: quando, nella mattinata di martedì 24 lugliio, alcune unità della Marina marocchina hanno raggiunto il relitto sono riuscite a recuperare soltanto 32 naufraghi. Per gli altri dieci era ormai tardi.

(Fonte: Sito web Helena Maleno, Ong Frontera Sur)

Turchia-Grecia (isola di Ciplak), 29 luglio 2018

Sei profughi morti e uno disperso (totale: 7 vittime) nel naufragio di una barca, nell’Egeo, al largo dell’isola turca di Ciplak, disabitata e distante meno di un chilometro dalla costa anatolica del distretto di Ayvalik (provincia di Balikesir). Il battello era partito poco prima dell’alba, puntando verso l’isola greca di Lesbo, con a bordo 16 persone, tra i quali alcuni bambini. Il naufragio è avvenuto dopo poche ore di navigazione. Ne ha dato notizie, senza però precisarne le circostanze e le cause, il governatore del distretto, Gokhan Gorguluarslan, specificando che i soccorritori sono riusciti a trarre in salvo 9 naufraghi e a recuperare sei corpi senza vita nei pressi del relitto. Nessuna traccia del sedicesimo naufrago. Tre delle vittime sono bambini. Due del gruppo, secondo fonti governative, sarebbero trafficanti mentre tra i profughi in fuga c’erano alcuni oppositori politici del regime di Erdogan, accusati di essere legati al movimento di Fetullah Gulen, il leader esule negli Stati Uniti a cui viene imputato il  tentato colpo di stato del luglio 2016.

(Fonte: Anadolu Agency, The Express Tribune, Hurriyet Daily News)

Libia (campo di Tarek al Matar), 29 luglio 2018

Un giovane profugo etiope è morto nel centro di detenzione di Tarek al Matar, nei pressi di Tripoli. Si chiamava Melake Teweldebrhan ed aveva appena 22 anni. Ad ucciderlo sarebbe stata una grave forma di infezione polmonare, forse tbc, unita a un terribile stato di malnutrizione e sfinimento fisico. Nel giro di tre settimane, è stato il terzo giovane profugo a morire in queste condizioni in quel campo, dopo il ragazzo eritreo morto il 5 luglio e un altro etiope deceduto il 20. La notizia è trapelata grazie ad alcuni compagni di prigionia eritrei che sono in contatto con il Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna. Fuggito dall’Etiopia ed entrato in Libia dal Sudan diversi mesi fa, era da tempo detenuto a Tarek al Matar. Stando al racconto degli amici, quando è arrivato non era malato: avrebbe contratto l’infezione nei mesi di detenzione e poi la mancanza di cure mediche, la denutrizione e le terribili condizioni igieniche e di trattamento lo avrebbero portato alla morte.

(Fonte: Testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea, con una serie di telefonate in Libia)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 29-30 luglio 2018

Recuperato sulla sponda destra dell’Evros, in territorio greco, il cadavere di un giovane migrante. Nelle tasche degli abiti non sono stati trovati documenti o quanto meno indizi per identificarlo o stabilirne almeno la nazionalità. La scoperta è stata fatta domenica 29, durante un servizio di perlustrazione, dalla polizia greca, che ha poi diramato la notizia il mattino di lunedì 30. Tutto lascia credere che il ragazzo, all’apparenza di non più di 20 anni, sia annegato nel tentativo di attraversare il fiume che segna la linea di confine tra la Grecia e la Turchia e che negli ultimi giorni è di nuovo in piena a causa delle intense precipitazioni registrate a monte, tanto che la Bulgaria ha diramato lo stato di allerta negli Stati a valle. Ignote le circostanze dell’annegamento. E’ probabile che con il ragazzo ci fossero altri profughi, che potrebbero essersi allontanati quando lo hanno visto trascinare via dalla corrente. Non è escluso che, in questo caso, ci siano dei dispersi o altre vittime. Il ritrovamento è stato effettuato non lontano dal punto in cui pochi giorni prima è annegata una donna insieme ai suoi tre bambini, cadendo in acqua mentre tentavano di attraversare l’Evros con un canotto, ma la polizia esclude collegamenti tra questi due episodi.

(Fonte: Ekathimerini)   

Spagna (Capo Trafalgar), 7 agosto 2018

Otto vittime (7 uomini e una donna) su un canotto pneumatico di cui si sono perse le tracce nello Stretto di Gibilterra. Il battello, un piccolo gommone a remi, era salpato all’alba del primo agosto dalla costa di Tangeri, diretto verso l’Andalusia. Nella mattinata dello stesso giorno i migranti a bordo, tutti di origine subsahariana, hanno comunicato la loro posizione ad alcuni compagni rimasti in Marocco. Poi non si è saputo più niente, nonostante la segnalazione diramata dalla Ong Frontera Sur sia al Salvamento Maritimo spagnolo che alla Marina imperiale marocchina. Il timore di un naufragio si è concretizzato la mattina del giorno 7 quando, verso le 9,10, un peschereccio ha informato il centro di coodinamento del Salvamento Maritimo della presenza di un corpo senza vita nella zona dove aveva gettato le reti, al largo di Capo Trafalgar. Sul posto è intervenuta la salvamar Gadir, il cui equipaggio circa due ore dopo ha recuperato e trasferito nel porto di Tarifa la salma, appartenente a una donna subsahariana. L’età presumibile della vittima (tra 20 e 30 anni) e il periodo trascorso in mare dal cadavere (almeno 4 o 5 giorni, secondo i primi accertamenti medici) hanno indotto a ricollegare il ritrovamento al gommone scomparso. Questa ipotesi è stata prospettata, in particolare, il 14 agosto da Helena Maleno, attivista della Ong che per prima ha lanciato l’allerta per il battello disperso.

(Fonte: Europa Press, El Pais, Sito Salvamento Maritimo. El Correo del 14 agosto)

Libia (Al Zintan), 7-8 agosto 2018

Sette profughi eritrei sono morti nell’arco di meno di quattro mesi, per denutrizione e malattie, nel centro di detenzione di Al Zintan, 160 chilometri a sud ovest di Tripoli. Facevano parte di un gruppo di circa 100 migranti, quasi tutti eritrei, intercettati su un gommone dalla Guardia Costiera libica il 7 aprile, riportati a terra nella zona di Tripoli e trasferiti dopo qualche giorno ad Al Zintan. Lo ha riferito una ragazza (anche lei eritrea e prigioniera nello stesso campo) al fratello, Michael, esule in Angola, con il quale è riuscita a mettersi fortunosamente in contatto, con l’aiuto di una delle guardie, per chiedere aiuto. La sua denuncia è stata trasmessa all’Unhcr dal Coordinamento Eritrea Democratica. L’ultimo a morire è stato un ragazzo poco più che ventenne, di nome Osman e di religione islamica: il suo corpo senza vita è stato trovato tra il 7 e l’8 agosto nel camerone dove era detenuto. Gli altri sei sarebbero morti, l’uno dopo l’altro, a partire dalla fine di aprile. Di questi la ragazza non ha saputo o non ha fatto in tempo a indicare il nome perché ha potuto telefonare solo di nascosto, in non più di due o tre occasioni e ogni volta per una durata di appena due o tre minuti. Si è però detta certa che le vittime sarebbero sette perché ne avrebbe visto i cadaveri, quasi tutti lasciati a lungo nel campo, prima di essere prelevati e sepolti. “Soltanto Osman – ha detto – è stato portato via quasi subito. Forse perché lui era musulmano e quindi gli hanno riservato un minimo di rispetto. Gli altri erano cristiani: i loro cadaveri sono rimasti in pratica abbandonati per ore. Le guardie si sono limitate a farli portare fuori dai locali di detenzione, in un angolo del cortile, coperti alla meglio. Quando sono venuti a prenderli non ci hanno detto dove li avrebbero seppelliti”.

(Fonte: Testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea)

Turchia-Grecia (Kusadasi-Samo), 9 agosto 2018

Nove profughi morti (7 bambini e 2 donne) nel naufragio di una barca nell’Egeo, al largo della costa turca. Il battello era salpato prima dell’alba, con 13 persone a bordo, da Kusadasi, una località turistica della provincia di Aydin, situata di fronte a Samo. L’isola greca è distante solo poche miglia ma la navigazione è insidiosa per le forti correnti e gli improvvisi colpi di vento. In più il mare era molto mosso ma i superstiti dicono che i trafficanti che hanno ceduto loro la barca non hanno lasciato alternative, rifiutando anche di fornire i giubbotti di salvataggio richiesti. Il naufragio è avvenuto lungo la rotta per Samo ma all’interno delle acque territoriali turche. L’allarme è scattato solo alcune ore dopo. Quando le motovedette della Guardia Costiera turca sono giunte sul posto, soltanto quattro naufraghi, tutti uomini, erano ancora in vita. I corpi delle nove vittime sono stati recuperati nel corso della mattinata. Muammer Aksoy, governatore di Kusadasi, ha dichiarato che non risultano dispersi.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News, Ahram Online, Rai Tg-2 ore 13)

Marocco-Spagna (Fnideq-Ceuta), 10 agosto 2018

Almeno 11 vittime (1 morto e 10 dispersi) su una barca carica di migranti naufragata mentre tentava di raggiungere il territorio dell’enclave spagnola di Ceuta dal Marocco. Il battello era partito da Fnideq, la città marocchina a est di Tangeri più prossima al confine ceutino, possedimento spagnolo fino al 1956 con il nome di Castillejos. A bordo, secondo i quotidiani marocchini Fnideq News e Press Tetouan, c’erano non meno di 14 persone. Il naufragio sarebbe avvenuto, quando Ceuta era ormai vicinissima, a causa di un violento colpo di mare, che ha rovesciato lo scafo, gettando tutti in acqua. L’allarme non è stato immediato. Quando, pare su segnalazione di alcuni pescatori, una motovedetta della Marina marocchina è arrivata sul posto, ha recuperato solo tre naufraghi, uno dei quali in condizioni critiche. Più tardi il cadavere di un bambino è stato trovato impigliato nella rete di un peschereccio. Nessuna traccia dei dieci dispersi.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Fnideq News, Press Tetouan)

Spagna-Marocco (Cabo de Gata), 10 agosto 2018

Due vittime (un morto e un disperso) e un ferito su un gommone intercettato dalla salvamar Spica, del Salvamento Maritimo spagnolo, alcune miglia al largo di Almeria, di fornte a Cabo de Gata. Il battello, partito dalla costa di Tangeri con a bordo 69 migranti subsahariani, ha perso la rotta verso l’Andalusia ed è rimasto alla deriva per quasi tre giorni prima di essere avvistato. Il giovane disperso, secondo quanto hanno riferito i compagni, sarebbe scivolato in acqua il secondo giorno, scomparendo in breve tempo, prima che da bordo potessero prestargli aiuto. L’altro, trovato senza vita al momento dei soccorsi, è morto verosimilmente per disidratazione e sfinimento. La Spica ha sbarcato ad Almeria i 67 migranti recuperati (tra cui due donne), affidandoli al centro medico della Croce Rossa.

(Fonte: Sito web Salvamento Maritimo, Europa Press Andalusia)

Croazia (Dreznica), 11 agosto 2018

Due profughi siriani sono morti dopo aver attraversato il confine tra la Bosnia e la Croazia insieme a 10 compagni, anch’essi siriani. Secondo quanto ha potuto accertare la polizia, sarebbero stati travolti da una frana mentre dormivano. Una pattuglia di agenti ha trovato i superstiti e i corpi ormai senza vita delle due vittime, su indicazione di alcuni abitanti del posto, verso le otto del mattino. Il gruppo si era accampato alla meglio in un fitto bosco situato nei pressi del villaggio di Dreznica, nella contea di Karlovak, a 90 chilometri dalla linea di frontiera e a circa 100 a sud di Zagabria. E’ probabile che i dodici abbiano superato il confine qualche giorno prima e che si siano fermati nel bosco per cercare di riposare e di nascondersi alla meglio in attesa di riprendere il cammino verso l’Austria e l’Europa Centrale. E lì, appunto, la notte prima del ritrovamento, sarebbero stati investiti dalla frana. “Quando li abbiamo individuati, due di loro erano già morti”, ha riferito alla stampa Senka Starovesil, portavoce della polizia di contea, senza aggiungere altri particolari. Le circostanze della tragedia sono state poi ricostruite nei giorni successivi in base alle testimonianze dei compagni delle due vittime.

(Fonte: News Cn, News 1, New Vision, Punch, China Org, Sito Are You Syrious dell’11 agosto. Dw ed Irish Time edizione del 13 agosto).

Marocco (Tangeri-Agadir-Tiznit), 13-16 agosto 2018

Due profughi morti e numerosi feriti, alcuni in modo grave, tra gli oltre duemila arrestati nella retata condotta dal giorno 10 in poi dalla polizia marocchina intorno alle enclave spagnole di Ceuta e Melilla e in tutte le principali città del nord del paese. Le vittime sono giovanissime: un ragazzino sedicenne, Moumoune, originario della Costa d’Avorio, e un suo amicoco di cui non si conosce il nome ma della stessa età. Il blitz è stato disposto dal Governo marocchino pochi giorni dopo l’assalto in massa al vallo di Ceuta che ha consentito a circa 600 richiedenti asilo e migranti di entrare in territorio spagnolo. Per certi versi, la “risposta” di Rabat alle accuse delle autorità di Ceuta e Melilla di aver allentato la vigilanza intorno alla linea di frontiera. Di ceerto, è stata un’azione molto violenta e indiscriminata: sono stati bloccati e arrestati anche donne e bambini e migranti con regolare permesso di soggiorno e documenti rilasciati dalle municipalitnà marocchine. Caricati di forza su autobus e camion, sono stati trasferitisi nei centri di detenzione situatai a sud di Rabat, in particolare a Fez e Tiznit, nel Sahara. Moumoune, nonostante la giovanissima età, era in Marocco da diversi mesi: faceva dei lavoretti in un supermercato di Tangeri, offrendosi di aiutare i clienti a portare pesi e cassette. Ed è lì, appunto, che la polizia lo ha sorpreso e bloccato. Quando il pullman che lo portava verso sud è arrivato nei pressi di Agadir, molti dei migranti a bordo hanno cercato di scappare, gettandosi dai finesrini o dal lunotto posteriore. Moumoune e il suo compagno potrebbero essersi feriti a morte cadendo male dal bus in corsa. Un filmato fatto con un cellulare da altri migranti mostra due giovani che si schiantano e restano stesi sull’asfalto. Tra i profughi, sulla base di questa ripresa, già il 13 agosto è girata la notizia che c’erano stati almeno due morti. Le autorità marocchine la hanno smentita e le Ong locali non sono state in grado di confermarla. La conferma è arrivata la mattina del 16 quando le ricerche condotte da Helena Maleno, della Ong Frontera Sud, insieme ai familiari, ha trovato il corpo senza vita di Moumoune nell’obitorio di un ospedale. Poco dopo è arrivata la notizia che era morto anche l’altro ragazzino, dopo essere stato ricoverato in condizioni critiche.

(Fonte: Sito web Helena Maleno Frontera Sur, El Faro de Ceuta)

 Malta (zona Sar Mediterraneo), 22 agosto 2018   

Almeno due migranti sono morti nel naufragio di un gommone al largo di Malta. Altri cento sono stati tratti in salvo ma non è escluso che ci siano dei dispersi. L’allerta è scattato quando il battello, salpato dalla Libia molte ore prima, si trovava circa 68 miglia a sud della costa maltese. La richiesta di aiuto segnalava che il motore era in avaria e lo scafo cominciava ad imbarcare acqua. Quando sul posto è arrivata una motovedetta militare partita da La Valletta, il natante era ormai un relitto semi affondato, circondato da numerose persone già in acqua. L’operazione di soccorso si è protratta per ore. Alla fine sono stati recuperati un centinaio di naufraghi e due corpi senza vita. Nel frattempo il gommone è affondato del tutto. Tutti i superstiti e i due cadaveri sono stati sbarcati a Malta, presso la base della Marina di Floriana.

(Fonte: Malta Today, Europa Press)

Libia (campo di Qaser Bin Ghashir), 27-28 agosto

Un profugo eritreo è morto nel centro di detenzione di Qaser Bin Ghashir, nella periferia meridionale di Tripoli, per i pestaggi e i maltrattamenti subiti. Si chiamava Tesfai: aveva solo 18 anni. E’ accaduto verso la fine di agosto, ma la notizia si è saputa solo il 16 settembre, grazie alla denuncia fatta via telefono al Coordinamento Eritrea Democratica da un altro giovane profugo che era nello stesso campo e che, trasferito poi a Tarek al Matar, è fuggito dopo che la struttura si è trovata al centro degli scontri tra milizie rivali che hanno investito tutta la zona sud di Tripoli. L’intero colloquio è stato registrato ed è a disposizione per eventuali indagini. Al campo di Qaser Bin Ghashir, situato in Airport Road, nei pressi dell’aeroporto, Tesfai era arrivato alla fine di maggio, dopo essere riuscito a evadere da una prigione di trafficanti di Bani Walid, la notte tra il 23 e il 24, insieme a un gruppo di compagni, tra cui quello che ne ha raccontato la morte. Una fuga tragica, costata la vita a una quindicina di giovani, falciati dalle raffiche di mitra dei miliziani. Tesfai e gli altri si erano salvati rifugiandosi nell’ospedale o in alcune case private. Poi, raggiunta Tripoli con mezzi di fortuna, erano stati bloccati dalla polizia e condotti nella struttura di Airport Road. “Dopo oltre due mesi – ha raccontato il testimone – non avevamo notizie del programma di relocation verso il Niger che ci era stato promesso. E le condizioni  di vita all’interno del campo erano ogni giorno peggiori. Così abbiamo deciso di protestare. Quando hanno rinnovato l’impegno a portarci in Niger o comunque fuori dalla Libia, la protesta, a cui hanno partecipato quasi tutti i prigionieri, è rientrata. La polizia, però, dopo due o tre giorni ha preso 24 di noi, me compreso, accusandoci di essere gli organizzatori della manifestazione. E’ stato l’inizio di un inferno, fatto di botte, calci, pestaggi sistematici, violenze: una sorta di ‘punizione’, come monito per gli altri, che è andata avanti a lungo. E’ finita solo quando ci hanno trasferiti a Tarek al Matar. Tesfai, però, non ce l’ha fatta: è morto in conseguenza di queste torture tra il 27 e il 28 agosto”.

(Fonte: testimonianza raccolta da Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea)

Libia, 29 agosto 2018

Sedici neonati sono morti negli ultimi mesi nella prigione dove erano rinchiusi i 177 profughi, quasi tutti eritrei, salvati dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera italiana, su un barcone in procinto di affondare al largo di Lampedusa, al limite delle zone Sar di Malta e dell’Italia. Almeno parte di quei bambini erano il frutto degli stupri subiti dalle madri ad opera dei trafficanti che le avevano sequestrate. E’ il più terribile della catena di orrori emersi dalle testimonianze raccolte tra i profughi, dopo lo sbarco a Catania. Particolarmente dettagliati i racconti del centinaio di giovani trasferiti nel centro accoglienza di Rocca di Papa (Roma), oltre 90 uomini e sei donne, alcune delle quali vittime a loro volta di violenza. Partoriti nelle condizioni orribili del capannone-prigione sotterraneo dei trafficanti – hanno raccontato – quei bambini non hanno avuto alcuna forma di assistenza, né venendo alla luce, né tantomeno dopo. Appena nati si sono trovati già a soffrire uno stato di detenzione durissimo. Mancava perfino l’acqua da bere. Le mamme ed altre donne hanno cercato di accudirli come potevano, ma al massimo sono sopravvissuti per quattro o cinque mesi”. Alcuni sarebbero morti poche settimane prima che le madri e gli altri profughi del gruppo venissero imbarcati sul vecchio barcone da pesca poi intercettato, il 15 agosto, tra Malta e l’Italia, prima da una nave militare maltese e poi dalla Diciotti. Un primo sommario rapporto sulle testimianze raccolte è stato reso noto da Carlotta Sami, dell’Unhcr, il 29 agosto.

(Fonti: Il Manifesto, Rai News, Huffington Post, Il Giornale di Sicilia, Agenzia Ansa)

Libia (Tripoli-Homs), 1 settembre 2018

Sono stati trovati i corpi senza vita di due migranti subsahariani su uno dei gommoni intercettati dalla Guardia Costiera libica la mattina di sabato uno settembre, con 276 persone, al largo delle coste africane. I battelli, almeno due, erano partiti presumibilmente dal litorale a est di Tripoli oltre un giorno prima. Le motovedette li hanno raggiunti dopo alcune decine di miglia di navigazione verso l’Italia, bloccandoli e prendendo a bordo tutti gli occupanti. I cadaveri sono stati scoperti durante le operazioni di trasbordo. Si tratta di due giovani subsahariani, morti probabilmente per sfinimento e disidratazione. Tutti i 276 profughi e migranti bloccati (195 uomini, 36 donne e 45 bambini) sono stati fatti sbarcare ad Homs, circa 120 chilometri a est di Tripoli, con l’assistenza dell’International Medical Corps, partner dell’Unhcr. Le due salme sono state condotte all’obitorio di Homs, in attesa dell’identificazione e dell’inumazione.

(Fonte: Rapporto Unhcr del 4 settembre da Ginevra). 

Marocco-Spagna (Tangeri), 3 settembre 2018

Quattro giovani marocchini risultano dispersi, scomparsi senza lasciare traccia, mentre tentavano di raggiungere l’Andalusia attraverso lo Stretto di Gibilterra. L’allarme è stato dato il tre settembre dalle famiglie, che hanno chiesto notizie e aiuto sia alla Marina imperiale che alle autorità spagnole di Ceuta e del continente, ma la partenza dal Marocco risale alla notte tra l’otto e il nove agosto. Si tratta di due fratelli, Achraf e Nabil Sami, di 16 e 18 anni, e di due coetanei, un loro parente e un amico, tutti di Tetuan, nel governato di Tangeri. Secondo quanto ha riferito alla gendarmeria Said Amayno, zio dei due fratelli e fratello di un altro dei ragazzi scomparsi, i quattro si sarebbero imbarcati sul litorale di Tangeri, nonostante l’opposizione delle rispettive famiglie. Da quel momento se ne sono perse le tracce: “Sono fuggiti e non sono più tornati né hanno dato notizie di sé”, ha dichiarato Said. Alcuni giorni dopo la partenza, avendo perso ogni contatto e temendo il peggio, i familiari hanno cominciato a cercarli, rivolgendosi alla polizia di Tetuan e di Tangeri. Nessuno dei quattro risulta tra le salme recuperate in mare nelle ultime settimane e custodite negli obitori delle due città. Non si sa nememno se si siano imbarcati da soli o con altri compagni. Tutto lascia credere, in ogni caso, che siano rimasti vittime di un naufragio di cui non si è saputo nulla. “Si sono lasciati tentare dalla rete clandestina di immigrazione per raggiungere la Spagna e li abbiamo perduti”, ha concluso Said.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (mare di Alboan), 3-4 settembre 2018

Cinque migranti dispersi in mare in seguito al naufragio di un gommone al largo dell’isola di Alboran. Il battello, partito prima dell’alba di lunedì 3 settembre dalla costa di Tangeri, dopo alcune ore di navigazione ha cominciato a imbarcare acqua. I familiari di alcune delle persone che erano a bordo hanno segnalato l’emergenza alla Ong Caminando Fronteras, che a sua volta ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo e la Marina imperiale. Quando una unità di salvataggio spagnola lo ha raggiunto, nel mare di Alboran, lo scafo era ormai affondato quasi completamente e gran parte dei migrati erano in acqua, attorno al relitto. I soccorritori hanno recuperato 30 naufraghi, tra i quali tre donne, ma la Ong, appena informata dell’intervento, ha comunicato che, secondo l’allarme lanciato dai familiari, sul battello si erano imbarcate 35 persone, sicché dovevano esserci 5 dispersi. La conferma è arrivata la mattina del giorno 4: “Quando abbiamo annunciato alle famiglie la notizia del naufragio, ci hanno ribadito che erano partiti in 35”, ha dichiarato Helena Maleno, portavoce di Caminando Fornteras. Lo stesso hanno poi riferito i  trenta superstiti.

(Fonte: El Diario, sito web Caminando Fronteras, sito web Helena Maleno).

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 5 settembre 2018

Cinque morti nel naufragio di un gommone carico di migranti subsahariani nel mare di Alboran. Il battello, partito dalla costa di Tangeri, in Marocco, ha cominciato a imbarcare acqua dopo poche miglia,  al largo dell’isola di Alboran. L’allarme è stato lanciato nella tarda mattinata da Helena Maleno, portavoce della Ong Caminando Fronteras, avvertita dai familiari di alcuni dei 58 uomini e donne che erano a bordo. Quando, nel pomeriggio, lo scafo è stato avvistato dall’aereo da ricognizione Sasemar 101, del servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, lo scafo era ormai semi-affondato. Poco dopo sono giunti sul posto il ferry Almariya, che ha tratto in salvo 2 giovani, e la salvamar Polimnia, che ha recuperato 51 naufraghi aggrappati al relitto o che cercavano di tenersi a galla nei dintorni. Tra i rottami dello scafo, inoltre, sono stati trovati 5 corpi senza vita. Tutti i sopravvissuti e i cinque cadaveri sono stati sbarcati nel porto di Motril.

(Fonte: Europa Press Andalucia, sito web Helena Maleno, sito Caminando Fronteras, sito Salvamento Maritimo)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 5 settembre 2018

Sei migranti scomparsi in mare in seguito al naufragio di un gommone. Il battello era partito dalle coste del Marocco diretto in Andalusia. Al largo dell’isola di Alboran ha cominciato a imbarcare acqua e ad affondare. I primi soccorsi sono arrivati dall’Helimer 207, del Salvamento Maritimo spagnolo, che dopo avero individuato il relitto ha lanciato in mare un canotto di salvataggio e comunicato la posizione al centro di coordinamento di Almeria. Sul posto è stata inviata la salvamar Polimnia, che aveva concluso da poco l’operazione di recupero di oltre 50 naufraghi e 5 corpi senza vita da un altro gommone naufragato nella zona. Prima di sera sono stati recuperati 52 naufraghi, saliti a bordo del canotto lanciato dall’Helimer 207 o aggrappari ai resti del gommone. Concluse le ricerche al calare della notte, è emerso che, rispetto al numero totale degli imbarcati, mancavano ancora 6 migranti, scomparsi in mare nelle concitate fasi del progressivo affondamento del gommone.

(Fonte: sito web Helena Maleno, Ong Caminando Fronteras)

Libia-Italia (tra la costa libica e Malta), 1-10 settembre 2018

Oltre 100 migranti, verosimilmente tra 110 e 115, sono annegati nel naufragio di un gommone nel Mediterraneo, tra la Libia e Malta. Solo due i cadaveri recuperati. Poco più di 50 i superstiti. La tragedia si è verificata nel pomeriggio del primo settembre, ma è rimasta “nascosta” per una decina di giorni, fino al 10, quando una equipe di Medici Senza Frontiere ne è venuta a conoscenza grazie alla testimonianza di alcuni superstiti. Il battello era partito dalla Libia la notte del 31 agosto, in coppia con un altro. In tutto, sui due gommoni, c’erano 276 tra uomini, donne e decine di bambini, provenienti da Sudan Mali, Nigeria, Camerun, Ghana, Libia, Algeria ed Egitto. Dopo alcune ore di navigazione, il secondo natante è rimasto in panne, in balia del mare, per un guasto al motore. L’altro, quello più carico, ha continuato la rotta ancora per ore, fino a che, ormai a molte decine di miglia dall’Africa, ha cominciato a sgonfiarsi e a imbarcare acqua. “Il telefono satellitare ci ha mostrato che non eravamo lontani da Malta – ha raccontato uno dei sopravvissuti a Medici Senza Frontiere – Allora abbiamo chiamato la Guardia Costiera italiana e inviato le coordinate della nosttra posizione, segnalando che avevamo urgente bisogno di assistenza perché molti di noi stavano già cadendo in acqua. Ci hanno risposta che avrebbero mandato qualcuno, ma il gommone dopo un po’ è affondato. Poi è arrivato un aereo militare europeo, che ci ha lanciato delle zattere di salvataggio, ma a quel punto il nostro battello si era ormai rovesciato e noi eravano tutti in mare. Se fossero arrivati prima, molti si sarebbero salvati…”. Nessuno è più intervenuto fino all’arrivo di una motovedetta della Guardia Costiera libica, che ha recuperato poco più di 50 naufraghi e due corpi senza vita. “Siamo sopravvissuti solo in 55 – ha detto ancora il testimone – Quando samo partiti sul nostro gommone eravamo più di 265, inclusi una ventina di bambini”. Nessuno dei bimbi, tra cui due piccoli di appena 17 mesi, si è salvato. Morte anche quasi tutte le donne. La Guardia Costiera, che ha soccorso anche il battello rimasto in panne, ha portato tutti i supertsiti ad Homs, rinchiudendoli in un centro di detenzione. “Molti sono in gravi condizioni – ha riferito Jai Defranciscis, dell’equipe di Medici Senza Frontiere di Misurata – Almeno 18 dovrebbero dovuto essere ricoverati subito. Alcuni presentano ustioni chimiche su quasi due terzi del corpo, per il contatto prolungato con una miscela di benzina e acqua salata. Ma è sempre così: anziché venire curati i migranti intercettati in mare sono destinati a campi di priguionia del tutto illegali”.

(Fonte: Reuters, Agenzia Ansa, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeera, Libyan Express)

Marocco-Spagna (Nador e Almeria), 9-11 settembre 2018

I cadaveri di quattro migranti, tre donne e una bambina, sono stati trascinati dal mare sulle coste del mare di Alboran, alle soglie dello stretto di Gibilterra: la bambina e due donne sulle spiagge di Nador, in Marocco, il 9 settembre, mentre la quarta salma è affiorata il giorno 11 ad Almeria, in Spagna, di fronte a Playa de Roquetas. A giudicare dalle condizioni di conservazione, questa salma è rimasta in acqua molto più a lungo delle altre tre: non meno di due settimane. Non ci sono dubbi che siano persone annegate nel tentativo di arrivare in Andalusia dalla costa marocchina, attraversando il mare di Alboran. Data la distanza, i tempi diversi dei ritrovamenti e lo stato di conservazione dei corpi, dovrebbe trattarsi di due eventi diversi. Nei giorni precedenti ci sono stati nella zona due naufragi con persone disperse: il primo, avvenuto il 3 settembre, non è sicuramente ricollegabile a queste quattro vittime perché tutte le donne segnalate a bordo del gommone affondato sono state tratte in salvo; nel secondo, il giorno 5, sono sei, tra uomini e donne, le persone di cui non si è trovata traccia ma, visti i tempi, un collegamento con la salma trovata ad Almeria è sicuramente da escludere mentre è difficilmente ipotizzabile, essendo tutti di donne, anche con i tre corpi arrivati a Nador. Tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre sono state registrate almeno due barche di migranti disperse nel mare di Alboran: una, in particolare, con 52 persone a bordo, segnalata fin dal 3 settembre dalla Ong Frontera Sur.

(Fonti: La Voz de Almeria, Ser Almeria, Abc Andalucia, Europa Press, sito web Helena Maleno, sito Frontera Sur)

Spagna (Ceuta), 13 settembre 2018

Un migrante marocchino è annegato nel tentativo di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola di Ceuta, superando via mare la linea di frontiera. Il suo cadavere, in avanzato stato di decomposizione, è stato recuperato da una motovedetta del servizio marittimo della Guardia Civil al largo della punta di Sarchal, uno dei tratti dove più di frequente si verificano sbarchi di migranti da moto d’acqua o da barche veloci che ripartono subito dopo. Ai piedi aveva un paio di pinne: proprio questo ha indotto a pensare che si trattasse di un migrante, ma a causa delle condizioni della salma non si è riusciti inizialnente a identificarlo né a stabilire se si trattasse di un subsahariano o di maghrebino. Secondo la perizia medica, infatti, la morte risaliva ad almeno due settimane prima del ritrovamento. Nei giorni successivi le indagini della polizia hanno consentito di stabilire che si tratta di un giovane che, già espulso dalla Spagna e costretto a rientrare in Marocco, aveva più volte tentato di entrare a Ceuta via terra. Per sottrarsi ai controlli di frontiera deve aver tentato di passare via mare, magari facendosi calare in acqua al largo da una moto d’acqua o da un motoscafo ma, ostacolato dalle correnti, non è riuscito ad arrivare. Il corpo sarebbe poi stato spinto progressivamente verso la costa dalle onde.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Marocco-Spagna (Nador), 15 settembre 2018

Il cadavere di una giovane donna subsahariana è stato restituito dal mare su una spiaggia di Nador, in Marocco. A giudicare dalle condizioni in cui è stato trovato, i medici hanno riferito che doveva essere in acqua da diversi giorni. Secondo la polizia si tratta di una migrante annegata nel tentativo di raggiungere l’Andausia dal Marocco con un battello partito da un tratto della costa di Nador o di Tangeri e poi naufragato. Sei giorni prima, il nove settembre, sempre sulla spiaggia di Nador, sono stati trovati altri tre corpi senza vita, due donne e una bambina. C’è da credere che siano vittime dello stesso naufragio. Potrebbe trattarsi del gommone con oltre 50 persone a bordo di cui si sono perse le tracce il 3 setttembre, mentre si trovava nel mare di Alboran.

(Fonte: El Diario)

Marocco-Spagna (Mare di Alboran), 16 settembre 2018

Una donna è annegata in seguito al naufragio di un gommone carico di migranti nel mare di Alboran. Il battello era partito dalla costa marocchina, presumibilmente tra Nador e Tangeri, durante la notte tra sabato 15 e domenica 16 settembre. Ha navigato per ore in direzione dell’Andalusia, finché non è rimasto in panne per un guasto al motore e ha cominciato a sgonfiarsi e ad affondare. La richiesta di soccorso, captata da Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, è stata girata al Salvamento Maritimo spagnolo e alla Marina imperiale: “In questo momento – ha riferito – 55 persone stanno affondando nel mare di Alboran. Dall’altro capo del telefono si sente recitare il Corano ma anche grida di disperazione”. Sul posto è arrivata per prima la salvamar Caliope. Erano le 20 circa. Il gommone era ormai semi affondato, circondato da naufaghi che si aggrappavano al relitto. Tutti i 55 migranti segnalati sono stati tratti in salvo ma, una volta portati a bordo, hanno riferito che mancava ancora una donna, sparita in mare nelle fasi più concitate del naufragio, poco prima dell’intervento della Caliope. Senza esito le ricerche successive. I naufraghi sono stati sbarcati ad Almeria insieme ad altri 59 recuperati nel pomeriggio da un altro gommone, sempre nel mare di Alboran.

(Fonte: El Diario, sito web Helena Maleno, sito Caminando Fronteras)  

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 17 settembre 2018

Due donne morte e un giovane disperso nel naufragio di una piccola barca carica di migranti nell’Egeo, tra Bodrum, in Turchia, e l’isola greca di Kos. Il battello era partito prima dell’alba dalla costa dell’Anatolia. A bordo erano in 19, di nazionalità irachena e siriana. Non ha fatto molta strada. Si trovava ancora nelle acque territoriali turche quando si è rovesciato, andando poi a fondo rapidamente. Sul posto sono intervenute due motovedette inviate da Bodrum, i cui equipaggi sono riusciti a trarre in salvo 16 naufraghi: 15 iracheni e un siriano. Poco dopo sono stati individuati e recuperati i corpi senza vita delle due donne. Le ricerche si sono protratte fino al tramonto ma del migrante disperso in mare non si è trovata traccia.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 19 settembre 2018

Un morto e un disperso, nel mare di Alboran, nel naufragio di un gommone con 59 migranti (fra cui 12 donne e 3 bambini) partito nelle primissime ore del mattino dalla costa di Tangeri. L’allarme è stato dato verso le 9 da Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, alla quale era arrivata la richiesta di aiuto lanciata con un cellulare da qualcuna delle persone a bordo. Le ricerche si sono protratte per tre ore, finché, poco dopo le 12, il battello è stato localizzato, nella zona Sar marocchina, dal Condor 3, un aereo da ricognizione della missione Frontex, che ne ha comunicato la posizione esatta al Salvamento Maritimo spagnolo, precisando che era ormai semi affondato e c’erano numerose persone in acqua. Il primo a intervenire per le operazioni di salvataggio è stato l’Helimer 207, che ha lanciato in mare alcune zattere e recuperato uno dei naufraghi, trasferendolo ad Almeria. Il peschereccio El Secre, arrivato poco dopo, ha tratto in salvo 56 naufraghi (alcuni aggrappati al relitto, altri saliti sulle zattere) e recuperato un corpo senza vita. In tutto, essendo partiti in 59, risultano dunque 57 migranti salvati, uno annegato e uno disperso. Sia i superstiti che la salma, trasferiti dal peschereccio sulla salvamar Hamal, sono stati sbarcati a Malaga. Le ricerche sono continuate fino al tramonto con la salvamar Alnitak, ma dell’ultimo naufrago non è stata trovata traccia.

(Fonti: Europa Press, Diariosur, siti web Salvamento Maritimo, Helena Maleno, Caminando Fronteras)

Spagna (Playa de La Rabita, Albunol Granada), 20 settembre 2018

Il cadavere di un giovane di origine africana è stato spinto dal mare sulla spiaggia di La Rabita, ad Albunola (Granada). La sala è stata avvistata a una trentina di metri dalla riva verso le 10,30 di giovedì 20 settembre. Poco dopo una motovedetta della Guardia Civil l’ha raggiunta e recuperata. Nei sei giorni precedenti altri tre corpi di giovani africani sono stati trovati sulle spiagge del litorale di Granada, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. A giudicare dallo stato di conservazione, tutti sono rimasti in mare a lungo prima del ritrovamento. Secondo la polizia potrebbe trattarsi di migranti naufragati o caduti in mare dalla barca con la quale stavano tentando di raggiungere l’Andalusia dalle coste del Marocco. Della loro fine non si sarebbe saputo nulla fino a che le correnti non ne hanno portato a riva i corpi. Tutte e quattro le vittime sono rimaste sconosciute: non sono stati trovati né documenti né altri indizi per poterle identificare o stabilirne almeno il paese di provenienza.

(Fonte: Europa Press Andalucia)

Libano (costa nord), 22 settembre 2018

Un bambino è annegato in seguito al naufragio di una barca con a bordo 39 profughi siriani e palestinesi, che dal Libano stavano cercando di raggiungere Cipro, distante circa 180 chilometri (110 miglia). Il battello, salpato da un punto imprecisato della costa nord, si è trovato in difficoltà dopo poche miglia di navigazione ed è affondato in pochi minuti. La richiesta di aiuto è stata captata dalla Marina libanese. “Una nostra unità – ha riferito il rapporto ufficiale – ha subito raggiunto la zona e salvato 38 naufraghi. Il corpo del bambino è stato individuato tra i primi, ma era ormai senza vita”. Tre dei superstiti sono stati ricoverati in gravi condizioni per sintomi di annegamento e ipotermia. Il bimbo aveva solo 5 anni e, secondo quanto ha riferito Al Jadeed Tv, era di origine palestinese. Lui e la sua famiglia, come gli altri profughi della barca, erano arrivati a Beirut o in altre città libanesi come minimo da più di un anno. Il prolungarsi della situazione che li ha costretti a fuggire dal proprio paese e le difficili condizioni  di vita come rifugiati in Libano (dove sono ospitati oltre un milione di richiedenti asilo) li hanno indotti a tentare di raggiungere l’Europa attraverso Cipro.

(Fonti: Al Jazeera, Ahram, Cyprus Mail).

Turchia-Grecia (Bodrum-Kos), 23 settembre 2018

Una donna è annegata nel naufragio di una barca carica di profughi tra la Turchia e l’isola greca di Kos. Il battello era partito dalla costa di Bodrum, nella provincia di Mugla, con a bordo almeno 17 persone. Le autorità turche non hanno specificato le circostanze della tragedia. Sta di fatto che dopo poche miglia, quando era ancora nelle acque territoriali tuche, la barca si è trovata in difficoltà ed è affondata in pochi minuti. L’equipaggio di una motovedetta della Guardia Costiera arrivata da Bodrum ha tratto in salvo 16 naufraghi e recuperato il corpo senza vita della donna. Non è escluso che ci siano anche dei dispersi. I naufraghi sono rimasti a lungo in acqua prima dei soccorsi, tanto che per 12 di loro è stato necessario il ricovero immediato in ospedale. Le ricerche di eventuali dispersi non hanno dato esito.

(Fonti: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *