Il cimitero in fondo al Mar Rosso e al Golfo di Aden

C’è un cimitero anche in fondo al Mar Rosso e all’Oceano Indiano, intorno allo stretto di Bab el Mandeb, con centinaia, migliaia di desaparecidos. Lo stanno riempiendo i profughi e i migranti che dal Corno d’Africa cercano salvezza e futuro verso lo Yemen e gli Stati arabi del Golfo. Inaugurata oltre dieci anni fa, questa via di fuga non si è mai interrotta, nemmeno dopo che, nel 2014, lo Yemen è precipitato nel caos della guerra civile che dura tuttora. Semmai si è attenuata in parte la rotta più diretta, quella verso le coste yemenite e il grande porto di Hodeidah, mentre risulta più battuta quella dell’Oceano Indiano, a sud dello stretto, puntando su Aden e poi da qui, eventualmente, ancora più a est, verso l’Oman e oltre. A percorrerla, questa via di fuga, sono soprattutto somali, etiopi ed eritrei, partendo da Gibuti o dalla Somalia. A migliaia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale per l’immigrazione (Oim), nel 2017 sono passati di qui almeno 100 mila profughi. Nella prima metà del 2018, la media si è attestata su 7/8 mila al mese. Tantissimi non ce la fanno: sono frequenti i naufragi e le stragi simili a quelle registrate nel Mediterraneo e crescono di giorno in giorno i pericoli e le sofferenze. Sempre l’Oim denuncia come i migranti in fuga verso lo Yemen siano costretti a subire abitualmente, “da parte dei trafficanti o di altri gruppi criminali, abusi di ogni genere, inclusi stupri, violenze psichiche e fisiche, torture per costringerli a pagare un riscatto, lunghi periodi di detenzione, lavoro schiavo e non di rado la morte stessa”. Eppure continuano a tentare. Perché è una “fuga per la vita”: alle spalle si lasciano una situazione ancora peggiore. E perché pensano di non avere strade alternative, specie a fronte delle crescenti difficoltà della via del Mediterraneo, dopo che si sono progressivamente chiuse le rotte dal Marocco, dalla Turchia e infine dalla Libia, mentre, nello stesso tempo, sono diventati sempre più difficili e rischiosi anche i percorsi di terra, attraverso il Sahara, per arrivare ai punti d’imbarco del Nord Africa.
Di seguito un censimento, sia pure parziale, delle vittime degli ultimi anni. Ancora una cronaca di morte.

 

 

Anno 2021 

Totale vittime: 112

Gibuti (Costa di Obock), 3 marzo 2021

Una tragedia con almeno 20 giovani africani annegati nel golfo di Tagiura, al largo di Obock, a Gibuti. Lo ha comunicato Mohammed Abdiker, direttore regionale dell’Oim, Organizzazione mondiale per le Migrazioni, specificando che si tratta dell’ennesima strage attribuibile alle bande di trafficanti che si offrono di trasportare i migranti verso lo Yemen, al di là del Mar Rosso o del Golfo di Aden, senza fornire tuttavia molti particolari su quanto è esattamente accaduto. Si sa solo che le venti vittime si trovavano su una barca concirca 200 tra etiopi e somali salpata da Oulebi, puntando verosimilmente verso Aden. Non ha fatto molta strada: era ancora all’altezza. di Obok, nella parte settentrionale del golfo di Tagiura, una città portuale 50 chilometri circa a est di Gibuti, quando i trafficanti, coinstatato chelo scafo era ingovernabile per l sovraccarico, hanno spinto in mare circa 80 persone. Per almeno 20 non c’è stato scampo. I superstiti, soccorsi dalla Guardia Costiera, sono sttai trasferiti presso il centro assistenza dell’Oim a Gibuti. Nelle opre successive sonosttai recuperati in mare cinque cadaveri. Le autorità di Gibuti hanno aperto un’inchiesta. Secondo l’Oim, il grosso gruppo di migranti voleva arrivare ad Aden, nel sud dello Yemen, per tentare poi di proseguire verso l’Arabia Saudita, una via seguita da un numero crescente di giovani, sia uomini che donne, dopo la chiusura dei confini con l’Etiopia a causa della guerra in Tigrai e dopo che la meta dello Yemen è stata abbandonata a causa del disastro della guerra civile in corso da anni.

(Fonte: Anadolu Agency, Daily Sabah, Africa News)

Sanaa (Yemen), 8 marzo 2021

Almeno 50 migranti africani morti e centinaia di feriti, nello Yemen, per il furioso incendio che ha distrutto il campo profughi di Sanaa. Nella struttura erano ospitati quasi 900 tra profughi e migranti, nella stragrande maggioranza etiopi o somali che, dopo aver raggiunto lo Yemen con le barche dei trafficanti, attraverso il Mar Rosso o il golfo di Aden, erano stati bloccati, in gran parte in prossimità del confine orientale, mentre tentavano di passare in Arabia Saudita. Molti erano lì da mesi, in attesa di essere rimandati in Africa. Non sono chiare le cause dell’incendio. Secondo fonti giornalistiche, però, da giorni era in corso nel campo una protesta contro le condizioni di detenzione e, in particolare, l’enorme affollamento e  la mancanza pressoché totale di misure sanitarie per prevenire la possibilità di contagi da coronavirus. La contestazione sarebbe progressivamente salita di tono, fino a sfociare in uno sciopero della fame e nel blocco degli accessi. Il fuoco si sarebbe innescato durante il tentativo di riprendere il controllo del campo da parte delle forze di polizia del governo ribelle Houthi, che controlla la capitale e il nord ovest del paese. Secondo alcune fonti giornalistiche, in particolare, sarebbero state sparate alcune granate per rimuovere gli ostacoli agli ingressi. Sta di fatto che il fuoco è divampato improvviso e violento in un grosso capannone nel quale o attorno al quale alloggiavano circa 350 persone. Da qui si sarebbe poi propagato all’intera struttura. Si è subito parlato di oltre 500 tra morti e feriti. La prima stime dell’Oim riferivano circa 30 vittime e almeno 130/150 feriti. Il bilancio è diventato però via via più grave. Secondo testimonianze raccolte da Arab News attraverso testimonianze sul posto, i morti sarebbero almeno 50 e 170 i feriti gravi, alcuni dei quali in condizioni critiche. A questi andrebbero aggiunte centinaia di feriti o intossicati lievi. Il governo yemenita con sede ad Aden, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha chiesto una indagine indipendente su quanto è accaduto, sostenendo tra l’altro che il conto delle vittime potrebbe essere ancora più grave di quanto è emerso. Il governo Houthi viene anche accusato di  ricattare i profughi/migranti detenuti per costringerli ad arruolarsi nelle sue milizie combattenti.

(Fonte: Arab News, Rapporto Oim Yemen, Asia News, Anadolu Agency, Un News, Middle East Eye, Bbc News, Dw News, Al Jazeera, Infomigrants)  

Gibuti (Obock), 11-12 aprile 2021    

Almeno 42 morti nel naufragio di un barcone carico di migranti al largo della città portuale di Obock, a Gibuti, nelle acque dell’Oceano Indiano, all’altezza dello stretto di Bab el Mandeb. Tra le vittime, anche molti bambini. Il battello – secondo quanto ha riferito l’Oim, basandosi su notizie fornite dalla France Presse – era partito dallo Yemen con oltre 60 persone a bordo: migranti “di ritorno” che, non avendo altre vie per lasciare il paese sconvolto da anni di guerra, sono stati costretti ad affidarsi ai trafficanti anche per rientrare in Africa. Una traversata difficile, ostacolata dal maltempo e dal mare sempre più mosso. Giunto ad alcune miglia da Gibuti, è stato intercettato da un motovedetta della guardia costiera. Ne è nato un inseguimento durante il quale la barca si è rovesciata e per più della metà dei migranti a bordo non c’è stato scampo. Le stime iniziali parlavano di 34 morti. E’ poi emerso che le vittime sono almeno 42.

(Fonte: Agenzia Ansa, Avvenire, Anadolu Agency)

  

Anno 2020 

Totale vittime: 30 

Gibuti (rotta del Bab el Mandeb), 4-5 ottobre 2020

Almeno otto profughi etiopi morti e dodici dispersi al largo di Gibuti dopo essere stati costretti a gettarsi in mare dai trafficanti che si erano impegnati a riportarli nel Corno d’Africa dallo Yemen attraverso lo stretto di Bab el Mandeb. Quattordici i superstiti: il massacro è stato ricostruito in base al loro racconto, riferito a funzionari dell’Oim. L’intero gruppo veniva dall’Arabia dove le condizioni dei migranti, specie con il diffondersi della pandemia di coronavirus e per i riflessi della guerra nello Yemen, sono diventate durissime, con migliaia di detenuti in attesa dell’espulsione, senza alcun tipo di assistenza. Raggiunte le coste yemenite, hanno concordato con tre “passatori” la traversata fino a Gibuti su una barca di legno. Quando sono stati in vista della costa africana, però, anziché accostare per cercare un punto di approdo, i trafficanti hanno costretto tutti, donne e uomini, a gettarsi in acqua sotto la minaccia delle armi. La tragedia si è compiuta in pochi minuti. Solo 14 sono riusciti a salvarsi. Nelle ore successive otto corpi senza vita sono stati recuperati in mare e sepolti dalle autorità di Gibuti. Nessuna traccia degli altri 12. L’Oim ha riferito che nelle tre settimane prima di questa strage circa 3 mila migranti africani “di ritorno” sono arrivati a Gibuti dallo Yemen. “Questa tragedia deve metterci in allerta – ha dichiarato Yvonne Ndege, portavoce dell’Oim – Tragedie simili possono ancora accadere perché centinaia di migranti stanno tentando ogni giorno di lasciare lo Yemen affrontando la pericolosa traversata del Bab el Mandeb”.

(Fonte: Rapporto Oim, Al Jazeera, L’Unione Sarda)

Gibuti (rotta del Bab el Mandeb), 15 ottobre 2020

Almeno 10 profughi sono annegati al largo della costa di Gibuti mentre tentavano di rientrare in Africa dallo Yemen. I loro corpi, avvistati in mare poco lontano dalla costa, sono stati recuperati e portati a terra dalla marina gibutiana. La notizia è stata diffusa dall’ufficio Oim del Corno d’Africa ma non si sa praticamente nulla delle circostanze della strage. Appare scontato che c’è stato un naufragio rimasto sconosciuto fino a quando non sono affiorate le prime salme e  che, dunque, le vittime devono essere molte di più. L’Oim ha chiesto di intensificareele ricerche di eventuali dispersi e di predisporre misure di salvataggio per le barche di migranti in arrivo sempre più numerose dallo Yemen. “Nelle ultime settimane – ha dichiarato l’Oim – sono rientrati dallo Yemen a Gibuti più di 2.000 migranti africani, in massima parte etiopi e somali: disperati che non sono riusciti ad arrivare in Arabia a causa della chiusura delle frontiere per la guerra e la pandemia di coronavirus. Sono arrivati stanchi, affamati, bisognosi di assistenza medica dopo l’insidioso tragitto in barca nel Golfo di Aden e il lungo viaggio a piedi fino alla città di Obock attraverso il deserto di Gibuti, dove le temperature raggiungono i 40 gradi”.

(Fonte: Anadolu Agency)

 

Anno 2019 

Totale vittime: 214

Gibuti (Godoria, stretto di Bab el Mandeb), 29-30 gennaio 2019

Una strage di migranti, con oltre 210 vittime, verosimilmente 214, per il naufragio quasi contemporaneo di due barche al largo delle coste di Gibuti, nelle acque del Bab el Mandeb. I due battelli, entrambi vecchi scafi da pesca in legno, sono partiti dalla zona di Godoria, facendo rotta verso il golfo di Aden, nello Yemen, che nonostante la guerra civile che sta devastando il paese da anni, resta la meta di migliaia di profughi del Corno d’Africa, magari come tappa prima di proseguire il viaggio verso l’Oman. A bordo della prima barca, secondo quanto ha dichiarato uno dei pochi superstiti, un ragazzo di 18 anni, c’erano almeno 130 profughi (di cui 16 donne), in maggioranza etiopi ma anche numerosi somali. Si hanno notizie meno precise del secondo natante ma, a giudicare dalle dimensioni, doveva trasportare non meno di un centinaio di persone. Partiti quasi insieme, i due pescherecci hanno navigato l’uno in vista dell’altro. Il mare era molto mosso, con onde alte tre o quattro metri. Proprio alle condizioni meteomarine avverse, sempre secondo il racconto dei superstiti, è da attribuire la causa della tragedia, avvenuta poco più di mezz’ora dopo la partenza, ancora in vista della costa di Gibuti: le due barche si sono rovesciate quasi di colpo, l’una dopo l’altra, e tutti i migranti a bordo sono scomparsi in mare. La Guardia Costiera di Gibuti ha recuperato 16 naufraghi ancora in vita. Nelle ore successive numerosi corpi sono stati trasportati dalle onde sulla spiaggia tra Godoria e Gibuti. In tutto ne sono state trovate 53. Tenendo conto che i migranti a bordo doveva essere complessivamente almeno 230, si calcola che ci siano 161 dispersi, per un totale di 214 vittime.

(Fonte: Associated Press, Al Jazeera, The Guardian, The New York Times, sito web Helena Maleno Caminando Fronteras)

 

Anno 2018

Totale vittime: 172*

Yemen (Golfo di Aden), 23/26 gennaio 2018
Almeno 30 profughi in fuga dal conflitto nello Yemen sono morti nel naufragio di un barcone da pesca nel golfo di Aden. Il battello era salpato la mattina del 23 gennaio dalla costa di Al Buraiqa, non lontano da Aden. A bordo erano in 152 tra uomini e donne: 101 etiopi e 51 somali, profughi che, fuggiti dal Corno d’Africa nei mesi o addirittura negli anni scorsi per cercare rifugio in Yemen o nella Penisola Arabica, avevano deciso di ritornare nel Corno d’Africa, per sottrarsi alle violenze della guerra tra i ribelli Houti insediati a Sana’a e la coalizione a guida saudita che sostiene il governo e le forze legittiste ripèarate ad Aden. Dovevano attraveresare il golfo di Aden per raggiungere Gibuti, con l’intenzione di chiedere asilo o eventualmente di proseguire la fuga verso altri Stati africani. A provocare la strage sono stati gli stessi trafficanti ai quali i profughi si erano rivolti per compiere la rottta inversa a quella percorsa quando si erano rifugiati nel sud dello Yemen. L’imbarco è avvenuto senza problemi. Durante la navigazion, quando erano ormai da ore in mare aperto – hannao raccontato alcuni dei supersiti – l’equipagfgio degli scafisti ha preteso altro denaro per con tinuare il viaggio fino a Gibuti, minacciando in caso contrario di tornare immediatamente indietro. Ne è nata una decisa protesta, quasi una sommossa, guidata da alcuni dei profughi più decisi e, per sedarla, gli scafisti non hanno esitato a sparare. Nel tentativo di ripararsi o per la paura di essere colpiti, quasi tutti i 152 profughi si sono ammassati su un lato del barcone, compromettendone l’assetto e facendolo rovesciare. I soccorritori, arrivati dala costa yemenita, hanno tratto in salvo oltre 100 naufraghi e recuperato almeno 30 corpi senza vita, ma si teme che ci siano anche dei dispersi. Per ricostruire con maggiore precisione le circostanze del naufragio, anche alla luce della sparatoria ad opera dei trafficanti, sono state aperte due inchieste: la prima della Guardia Costiera e l’altra condotta dall’Unhcr, che ha pubblicato un primo rapporto il giorno 26.
(Fonte: France Press, Un News Center, Daily Sabah Mideast, Abs News, The Independent, Al Jazeera)

Yemen (Golfo di Aden), 6 giugno 2018
Sessantadue vittime (46 morti e 16 dispersi) nel naufragio di un vecchio peschereccio carico di migranti al largo delle coste dello Yemen, nel golfo di Aden. Il barcone era partito il giorno 5 dal porto di Bosasso, in Somalia, con a bordo cento profughi eitopi e somali (83 uomini e 17 donne) facendo rotta verso il porto di Aden, lungo la rotta che passa a sud dello stretto di Bab el Mandeb, nell’Oceano Indiano, per trovare rifugio nello Yemen o proseguire eventualmente la fuga verso l’Oman. Era ancora a qualche chilometro dalla riva quando, nelle prime ore del mattino del 6 giugno, forse a causa del sovraccarico, si è rovesciato affondando in pochi minuti. Nessuno dei profughi a bordo aveva un giubbotto di salvataggio: si sono salvati soltanto quelli che hanno potuto aggrapparsi a qualche relitto, riuscendo in qualche modo a tenersi agalla. I soccorritori, giunti da Aden, hanno potuto salvare complessivamente 38 persone e recuperato 46 corpi senza vita. Alcuni dei superstiti hanno subito segnalato che il mare aveva porttao via numerosi altri compagni. Le ricerche si sono protratte fino a sera ma dei dispersi non è stata trovata traccia.
(Fonte: Anadolu Agency, Al Jazeera, rapporto Oim Ginevra)

Yemen (provincia di Shabwa), 18-19 luglio 2018

Un barcone carico di profughi si è rovesciato al largo delle coste della provincia yemenita di Shabwa. Non è stato specificato il numero delle vittime, ma tra morti e dispersi è ipotizzabile che siano molte decine, almeno la metà (ma forse anche di più) dei 160 tra uomini e donne (100 somali e 60 etiopi) che erano a bordo. Le autorità di polizia e alcuni leader tribali hanno comunicato che il battello, un vecchio peschereccio di legno, era partito dal porto di Bosaso, in Somalia, uno dei principali porti d’imbarco per i migranti sulla rotta dell’Oceano Indiano. Navigando verso est, ha superato Aden e si è spinto più a oriente, puntando forse verso l’Oman oppure proprio sul litorale della provincia di Shabwa, dove si è verificato il naufragio, per cause e in circostanze che lo stretto riserbo della polizia e degli stessi capi tribali non ha consentito di chiarire.

(Fonti: Associated Press, Sbs News, Yhaoo News, The Garden Island, Tg La 7 ore 13,30, Il Fatto Quotidiano)

Nota

*Ipotizzate almeno 80 vittime nel naufragio del 18-19 luglio

 

Anno 2017

Totale vittime: 146

Yemen (Hodeidah), 15 marzo 2017
Almeno 42 uccisi e numerosi feriti, di cui 24 in modo grave, su un barcone carico di profughi somali mitragliato e affondato da un elicottero da combattimento nel Mar Rosso, a poche miglia dallo stretto di Bab al Mandeb, al largo del porto pescherecio e commerciale di Hodeidah, sulla costa yemenita. Il battello stava facendo rotta verso il Sudan: a bordo oltre 120 rifugiati arrivati mesi o addirittura anni prima in Yemen per salvarsi dalla guerra civile in Somalia e costretti a una nuova fuga, sotto la tutela dell’Unhcr, a causa del conflitto e della carestia che hanno investito dal 2014 anche lo stesso Yemen. Non è chiaro di dove la barca sia salpatra: se dalla zona di Hodeidah o più a sud, sul litorale del Golfo di Aden, al di là del Bab al Mandeb. Quando l’elicottero l’ha l’ha presa di mira, la sera del 15 marzo, quando era già quasi buio, navigava a poche miglia dallo stretto, quasi di fronte ad Hodeidah. Inspiegabili i motivi dell’attacco. L’elicottero, un Apache d’assalto fabbricato in America, quasi certamente appartiene alla flotta aerea della coalizione a guida saudita che si oppone ai ribelli sciiti Houti che hanno conquistato gran parte del paese, scacciando il presidente Mansour Hadi, riparato ad Aden, nell’estremo sud, sotto la protezione dell’Arabia e del Qatar. Trovandosi nei pressi di Hodeidah, controllata dagli Houti e colpita nelle ultime settimane da pensati bombardamneti e raid aerei sauditi, l’equipaggio dell’elicottero deve aver ritenuto che fosse un natante in qualche modo legato ai ribelli, decidendo così di distruggerlo nonostante non si trattasse con ogni evidenza di un obiettuvo militare. Colpito in pieno il barcone è affondato rapidamente. I primi soccorsi sono arrivati da alcune barche di pescatori yemeniti, che hanno recuperato 42 cadaveri e tratto in salvo un’ottantina di naufraghi, molti dei quali feriti. Tra le vittime, tante donne e tanti bambini. Non è escluso che ci siano anche dei dispersi, perché secondo alcune fonti al momento della partenza sul barcone avrebbero preso posto 130/140 persone.
(Fonte: Al Jazeera, El Diario, Ansa, Globalist, Avvenire, Il Manifesto, In Terris)

Yemen (Shabwa), 9 agosto 2017
Almeno 50 migranti annegati nel golfo di Aden, Oceano Indiano, di fronte alle coste dello Yemen, dopo che i trafficanti li hanno costretti a gettarsi in acqua dal barcone dove erano stipati insieme a non meno di altri 70. La strage è stata ricostruita da Laurent de Boeck, capo della missione Oim nella regione, sulla base del racconto di alcuni dei sopravvissuti. La barca era salpata dalla Somalia, non è chiaro se dal Puntland o dal Somaliland, con 120 migranti a bordo, quasi tutti minorenni, fuggiti dalla stessa Somalia, dall’Etiopia e dall’Eritrea. Chiusa la rotta del Mar Rosso tra l’Africa e la costa yemenita, molto più facile e breve, a causa della guerra civile che sconvolge da anni lo Yemen e con le vie di fuga verso nord e il Mediterraneo sempre più blindate e incerte, si stanno moltiplicando i tentativi di raggiungere via mare, a sud dello stretto del Bab el Mandeb, le regioni yemenite più orientali e da qui magari proseguire via terra verso l’Oman: secondo le stime dell’Oim, dall’inizio dell’anno sono non meno di 55 mila (di cui un terzo donne) i migranti che hanno percorso questo itinerario, in massima parte dalla Somalia, dall’Etiopia (soprattutto dalla regione dell’Ogaden) e dall’Eritrea. Gli stessi paesi dei 120 che erano sul “barcone della strage”. Non si sa se puntassero ad andare direttamente nell’Oman via mare o se fossero diretti nello Yemen, contando di poter sbarcare facilmente perché, con la guerra in corso, i controlli sono pressoché inesistenti o comunque aleatori. Sta di fatto che mentre navigava a poco distanza dalla riva di fronte al porto di Shabwa, la barca è stata avvistata da una motovedetta della polizia. I trafficanti, per sottrarsi alla cattura, hanno accostato e poi costretto i migranti a gettarsi in acqua. La spiaggia, in realtà, era ancora molto lontana e difficilmente raggiungibi.le a nuoto. Almeno in 50, infatti, hanno perso la vita. Sulla spiaggia sono state trovate 29 salme, sepolte a fior di sabbia dai compagni prima di allontanarsi e alcuni dei superstiti hanno riferito che almeno 22 compagni risultavano dispersi.
(Fonte: Il Fatto Quotidiano, Agenzia Ansa, Repubblica, El Diario)

Yemen (Shabwa), 10 agosto 2017
Hanno perso la vita in 55 su 180: di cinque è stato recuperato il cadavero, almeno 50 risultano dispersi. Le vittime sono profughi giovanissimi, la maggior parte appena adolescenti fuggiti dalla Somalia, dall’Etiopia e dall’Eritrea. E’ la fotocopia della tragedia verificatasi il giorno prima (49 morti): i trafficanti hanno costretto l’intero gruppo a gettarsi in mare a una certa distanza dalla riva e molti non ce l’hanno fatta a raggiungere la spiaggia. Anche la zona è la stessa: la costa yemenita della provincia di Shabwa, nel Gofo di Aden, Oceano Indiano. A scoprire la strage sono stati alcuni funzionari dell’Oim che, tornati sul litorale di Shabwa per completare le indagini sul massacro del giorno prima, hanno trovato cinque cadaveri spiaggiati e incontrato alcuni superstiti i quali, prima di dileguarsi, hanno ricostruito la vicenda e segnalato che altri 50 loro compagni erano scomparsi in mare. Il barcone era salpato dalla Somalia. A bordo, in maggioranza, migranti somali giovanissimi, ma anche alcuni eritrei ed etiopi dell’Ogaden. Identica a quella del battello del giorno prima la rotta, nel Golfo Aden in direzione est, per sbarcare nella zona orientale dello Yemen o magari raggiungere l’Oman. Al largo di Shabwa gli scafisti hanno costretto tutti a saltare in mare. Chi ha cercato di fare resistenza è stato gettato fuoribordo con la forza. Poi la barca ha invertito la marcia ed ha puntato verso la Somalia. Meno di 130 dei naufraghi ce l’hanno fatta a mettersi in salvo a nuoto.
La denuncia dell’Oim. Queste due stragi “gemelle” nel giro di appena 24 ore, con oltre 300 migranti costreti a buttarsi in acqua dagli scafisti e più di cento vittime, ha destayo un allarme particolare tra i funzionari dell’Oim, che chiedono un intervento a livello internazionale. Il timore è che quella di costringere i migranti trasportati a saltare fuoribordo abbandonandoli in mare, anche a notevole distanza dalla riva, diventi una “pratica” abituale. “L’intensificarsi dei controlli non ferma i flussi – si afferma – Semmai li rende più diffiicili e pericolosi. I trafficanti sanno di correre rischi maggiori e allora non esitano a disfarsi in qualsiasi modo dei migranti, al minimo segnale di allarme o magari al minimo contrattempo”.
(Fonte: Aljazeera, Repubblica, Tg Com 24, Euronews)

 

Anno 2016

Totale vittime: 106

Somaliland (porto di Bossaso), 8/9 gennaio 2016
Almeno 106 morti sul relitto di un barcone carico di profughi alla deriva al largo delle coste del Somaliland. L’imbarcazione, un vecchio battello da pesca in legno, era salpato dal porto di Bossaso circa due settimane prima del ritrovamento. A bordo, al momento della partenza, c’erano a quanto pare non meno di 180 migranti circa, tutti rifugiati somali ed etiopi di etnia somala, presumibilmente provenienti in maggioranza dall’Ogaden e dall’Oromia, le due province etiopiche dove è in corso da anni un forte contrasto con le autorità centrali di Addis Abeba. Si pensa che volessero raggiungere una località non identificata della Penisola Arabica: data la guerra in corso nello Yemen, presumibilmente puntavano verso l’Oman, molto più lontano ma più sicuro. Ignote le circostanze che hanno bloccato la rotta. Sta di fatto che il barcone è rimasto a lungo alla deriva. Quando è stato rintracciato a bordo c’erano dieci cadaveri e 72 giovani ormai allo stremo, molti dei quali esanimi. Le ricerche successive hanno consentito di recuperare altre 96 salme. Le vittime accertate sono dunque 106, ma non è escluso che ci siano anche dei dispersi.
La rotta del Mar Rosso e Oceano Indiano è da anni una via di fuga alternativa a quella verso il Mediterraneo per i profughi del Corno d’Africa.
Nel 2014 è stato riconosciuto il diritto d’asilo come rifugiati a 35.900 somali, di cui 17.600 nello Yemen, 11.500 in Kenya, 6.300 in Etiopia.
(Fonte: El Diario Es.).

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