Il Senegal affamato da siccità e land grabbing

di Emilio Drudi

Il villaggio è tutto di capanne di paglia e rami intrecciati. E’ uno dei tanti villaggi dei popoli Fulani (Peul per i francesi), pastori seminomadi che costituiscono oltre il venti per cento della popolazione del Senegal, ma che sono disseminati in buona parte dell’Africa Occidentale, dalla Mauritania al Mali e, più a sud, fino alla Guinea e al Camerun. Vi si arriva percorrendo circa 60 chilometri di pista in mezzo al Sahel, dopo aver lasciato la statale che da Louga, non lontano dalla costa atlantica, porta verso le regioni interne del nord est del paese, in direzione del confine con la Mauritania. Tutt’intorno solo sabbia, cespugli spinosi che qualche capra cerca di brucare, e alberi di acacia sparsi, che stentano a tracciare un’ombra sul terreno. Accanto a ogni capanna c’è una fila di taniche di plastica gialla: la riserva d’acqua della famiglia, che le ragazze e i bambini più grandi hanno il compito di rinnovare, andando a piedi ogni giorno a un piccolo pozzo distante più di un chilometro.

In giro si vedono solo donne, anziani e piccoli fino a 10-12 anni. “Gli uomini sono fuori con le mandrie”, spiega Sokna, una donna sui cinquant’anni. E’ lei, la moglie di Falou, il capo-villaggio, ad accogliere i “forestieri” che arrivano. Mentre parla, a poco a poco le si affollano intorno bambini di ogni età, almeno una ventina. Soltanto tre vanno regolarmente a scuola: un dodicenne orgoglioso della sua maglia del Barcellona calcio e due ragazzine. Per frequentare le lezioni devono fare ogni giorno a piedi quasi 4 chilometri, fino a un villaggio più grande, scelto come sede della scuola perché situato in posizione strategica rispetto ai nuclei abitati minori della zona, in modo che la strada da fare non sia troppo lunga per gli alunni.
Si fa sera. Guidate da due adolescenti, una decina di mucche rientrano dal pascolo in un piccolo recinto. E le mandrie? “Le mandrie – spiega sempre Sokna – sono troppo lontane per poter tornare al villaggio la sera. Non piove da almeno otto mesi. La siccità ha esaurito i pascoli più vicini, così i nostri uomini sono stati costretti a portare il bestiame molto più a nord, nelle terre dove c’è ancora un po’ di verde. Abbiamo tenuto solo queste poche mucche per poterle mungere: quel po’ di latte che danno è essenziale per i nostri bambini. Ma già mantenere queste è un problema. I pascoli ormai non danno quasi più nulla da mesi. Cerchiamo di sopperire con della paglia di arachidi, ma dobbiamo comprarla e non costa poco. Per fortuna ci restano le capre: quelle si accontentano di qualche ramo spinoso, però il latte che danno è pochissimo. Trovare cibo sufficiente per tutti è diventata ormai un’impresa che impegna l’intera giornata del villaggio. In pratica non facciamo altro. Da quando ci svegliamo al mattino a quando andiamo a dormire, poco dopo il tramonto”.

La vita di questo villaggio Fulani è l’emblema di quanto sta avvenendo in Senegal e in altri paesi del Sahel. Lo stesso accade anche tra gli agricoltori, come i Serer. A percorrere le strade che portano a nord est si vede subito: ovunque secco e polvere di sabbia, che si alza al minimo soffio di vento in nubi rossastre. Fanno eccezione solo alcuni appezzamenti raggiunti dalle derivazioni della rete di canali di irrigazione, alimentati dal fiume Senegal e dai suoi affluenti. E’ una vista impressionante: da una parte un campo verde di ortaggi o di riso e subito di là, a pochi metri di distanza, una distesa senza neanche un filo d’erba. E’ come trovarsi di fronte a due mondi opposti, l’uno accanto all’altro. Ma prevale il “mondo della siccità” e, dunque, della carestia e della fame.

“Va così dal 2012 – rileva uno studio della Ong Accion contra el Hambre (Ach: Azione contro la fame) pubblicato da Europa Press – Siamo di fronte a una lunga e difficile crisi alimentare che non accenna a finire. Si ritiene che almeno 250 mila persone siano a rischio di non trovare cibo sufficiente. Il picco potrebbe verificarsi dal prossimo mese di luglio in poi, soprattutto in sei province, Matam, Ranerou, Kanel, Podor, Tambacounda e Goudiry, tutte nel nord est del paese. E i più esposti, come sempre in questi casi, sono i bambini”. Fabrice Carbonne, il responsabile della Ong in Senegal, non nasconde la sua preoccupazione. E il suo disappunto. “Già dallo scorso anno – ha dichiarato a Europa Press – abbiamo avvisato della carenza di pascoli, che ha costretto migliaia di pastori ad anticipare e ad affrettare la transumanza. E questa anticipazione è stata il primo passo di una catena di problemi. Migliaia di donne sono rimaste da sole ad accudire i figli, praticamente senza mezzi. Persino senza il latte delle mucche allevate dai loro mariti…”. Conseguenze analoghe – rileva sempre il rapporto della Ong – si registrano tra gli agricoltori, i quali, a causa della forte, prolungata siccità, si sono visti falcidiare i raccolti. E il calo della produzione ha comportato immediatamente un rapido aumento dei prezzi, che sconta l’intera popolazione, ma in particolare gli strati sociali più poveri e deboli.

“Si tratta – ha ammonito Fabrice Carbonne nella sua intervista a Europa Press – di un vasto processo al quale finora non sono state date risposte adeguate, mentre si va sempre più deteriorando la ‘salute nutrizionale’ della popolazione in genere ma soprattutto dei più piccoli, con il rischio che per molti si trasformi in una infermità assai spesso fatale”. Come dire: cresce il pericolo che migliaia di persone muoiano di fame e di stenti. La Ong, tuttavia, non si limita a “segnalare”: ha avviato con il Governo di Dakar un concreto rapporto di collaborazione basato su un piano che, accanto alla diagnosi nel breve periodo, prevede una serie di interventi non solo per dare soluzioni all’emergenza attuale (come la distribuzione di denaro alle famiglie di pastori e agricoltori per l’acquisto di beni di prima necessità) ma per creare strumenti adeguati per affrontare con efficacia eventuali, future crisi analoghe. “La nostra ormai lunga esperienza nella regione – ha detto ancora Fabrice Carbonne – ha dimostrato che si possono mettere in campo strategie positive e a lungo termine per ridurre la denutrizione, ma occorre impegnarsi di più e sistematicamente e non limitarsi a reagire solo di fronte a un’emergenza. Si tratta, in particolare, di rinforzare il sistema sanitario e contemporaneamente di varare una radicale riforma dell’agricoltura, per adattarla al cambiamento climatico in atto”.

Altri osservatori, d’intesa con varie organizzazioni di agricoltori, chiamano in causa anche le conseguenze del land grabbing, le terre coltivabili date in concessione a grandi società internazionali o transnazionali, scacciandone di fatto i contadini che le hanno coltivate per generazioni. Decine di migliaia di ettari, nelle zone più fertili, sottratti alla coltivazione per il fabbisogno alimentare del paese e dove, di contro, grosse compagnie europee hanno introdotto colture industriali (in particolare arachidi ed altre piante oleose), la cui produzione viene in gran parte esportata e rifornisce industrie occidentali. La giustificazione del Governo è sostanzialmente che queste concessioni fanno crescere il fatturato delle esportazioni e, in definitiva, il Pil, la ricchezza del paese. “In sé per sé questo può essere vero – dicono vari rappresentanti dei villaggi che lottano contro il land grabbing e accettano di parlare con la garanzia dell’anonimato – ma il preteso ‘aumento di ricchezza’ di cui si dice, quando c’è, non ha quasi alcuna ricaduta positiva sugli strati più umili della popolazione e meno che mai sui villaggi alle cui comunità appartenevano da secoli quelle terre. Così questa politica non solo ha impoverito, ma ha sconvolto l’organizzazione sociale e la vita stessa di quelle comunità Non sembra casuale che la crisi alimentare stia colpendo in particolare le regioni del nord-est, dove il land grabbing è più diffuso”.

Secondo la graduatoria dei paesi africani che tra il 2006 e il 2012 hanno maggiormente subito questo fenomeno, pubblicato dalla organizzazione non governativa Grain, il Senegal, in effetti, risulta ai primi posti, insieme a Liberia, Guinea, Ghana, Congo, Sierra Leone e Nigeria, con porzioni di terreno cedute che vanno da 500 mila fino a circa 1,7 milioni di ettari. Si prospetta uno sconvolgimento senza precedenti, che rischia di moltiplicare gli effetti del cambiamento climatico e della siccità. E dietro ci sono non soltanto alcune grandi società ma investitori e speculatori di ogni genere. L’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha lanciato l’allarme fin dal giugno 2011, in un memorabile discorso tenuto alla Fao: “E’ davvero inquietante – ha affermato – che un rapporto abbia riscontrato come, sole nel 2009, un’area di terreno agricolo grande come la Francia, sia stato comprato in Africa da fondi di investimento e altri speculatori. Non è giusto né sostenibile che i terreni agricoli vengano tolti alle comunità in questo modo, per produrre cibo da esportare, quando c’è fame a portata di mano. Le persone del luogo non sopportano questo abuso. E neanche dovremmo noi…”.

“Neanche dovremmo noi”, diceva Kofi Annan. Sono passati sette anni da quel suo grido d’allarme ma non è cambiato nulla. Al contrario. Sono tantissime le aziende europee legate al land grabbing. Secondo uno studio del Parlamento di Bruxelles, diverse società francesi e britanniche solo negli ultimi anni hanno acquisito rispettivamente in Africa 629.953 ettari di terreno (suddivisi in 40 appezzamenti) e 1.972.010 ettari (in 124 appezzamenti). Italia, Belgio e Paesi Bassi, con 20 operazioni ciascuna, sono arrivati a un totale che va da 251.808 a 615.674 ettari. La conferma di questa grande espansione del fenomeno viene anche dai dati diffusi dall’associazione Land Matrix, secondo i quali 182 società basate nell’Europa Unita sono coinvolte in 323 operazioni al di fuori della Ue, in 52 paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, per un totale di 5.837.504 ettari acquisiti e poi destinati all’agricoltura, all’allevamento ma, in particolare, alla produzione di biocarburanti.

Safi, un ragazzo sui vent’anni, se ne è andato dal villaggio di Sokna da oltre un anno, deciso a raggiungere la Francia. Il flusso di migliaia di migranti come lui, che ogni anno lasciano il Senegal, nasce anche da qui: dalla mancanza di prospettive per i giovani dei villaggi, dove il reddito medio non arriva a due dollari al giorno. Lo stesso vale per numerosi altri paesi africani. Viene da sorridere, allora, a continuare a sentire “Aiutiamoli a casa loro”, lo slogan così di moda da anni in Italia per giustificare i respingimenti e la politica dei muri. “Se vogliamo davvero aiutarli a casa loro – ammonisce Enrico Calamai, del Comitato Nuovi Desaparecidos – cominciamo dalla cosa più ovvia: non sfruttiamoli più a casa loro…”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *