Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2018

Nel 2017 circa 3.500 migranti hanno perso la vita mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Morti “a terra”, lungo le piste del Sahara o uccisi nei paesi di transito, prima di arrivare a imbarcarsi. Oppure ingoiati dal Mediterraneo, nelle tre rotte che dall’Africa e dal Medio Oriente portano verso la Spagna a ovest, verso l’Italia nella fascia centrale e verso le isole greche dell’Egeo a est. Nel 2016, in assoluto, il conto di morte è più grave: 5.822. L’Unione Europea e l’Italia in particolare sostengono che questa sarebbe la prova di come la politica dei “muri”, bloccando o almeno riducendo le partenze, faccia diminuire il numero delle vite perdute. In realtà, invece, con l’arroccamento della Fortezza Europa, il tasso di mortalità tra i migranti è fortemente aumentato. Rispetto al totale degli arrivi, cioè, nel 2017 le vittime sono di più: una ogni 53 persone sbarcate contro una ogni 68 nel 2016. Senza contare che nulla si sa sulla sorte dei tanti che, catturati prima dell’imbarco o bloccati in mare e riportati in Africa, sono rimasti intrappolati in quella “terra di nessuno” che sono diventati la Libia innanzi tutto, ma anche, per i profughi e i migranti, l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, il Niger, il Ciad, l’Algeria, il Marocco. Una “terra” dove è cancellata ogni garanzia dei diritti umani. Appare evidente, allora, che le politiche di chiusura e respingimento non solo più che arrestare i flussi li deviano verso altre rotte, ma rendono la fuga molto più pericolosa. Mortale. Sono indicativi i dati registrati – in seguito al blocco in Libia – sulla “rotta spagnola”, che ha visto triplicare gli arrivi rispetto al 2016 e, specie dalla fine di novembre in poi, ha denunciato uno stillicidio continuo di vittime. Il 2018 si è aperto con questa incognita. Bruxelles e Roma hanno confermato ed anzi potenziato la scelta di blindare ancora di più l’Europa, esternalizzandone le frontiere fino al cuore del Sahara e pianificando tutta una serie di finanziamenti per appaltare alle polizie di vari Stati “fiduciari”, o addirittura a clan tribali, il compito di fermare i migranti al di là di questa barriera. Fermarli ad ogni costo. Non importa come. E’ proprio questa strategia che ha fatto schizzare così in alto il tasso di mortalità nel 2017 e rischia di farlo ancora nel 2018.   

La cronaca

Spagna-Marocco (Melilla), 3 gennaio 2018

Il cadavere di un migrante marocchino è stato trovato, la mattina del 3 gennaio, sul ciglio della strada che conduce al porto di Melilla. In base alle tracce analizzate sul posto, è apparso subito evidente che era stato travolto da un mezzo pesante, quasi certamente un camion. La conferma è arrivata qualche ora dopo quando, nell’area portuale, resti biologici soo stati individuati sulla ruota posteriore del rimorchio di un Tir, un Volvo condotto da un camionista spagnolo, che era in attesa dell’imbarco su uno dei ferry di linea quotidiani per l’Andalusia. L’ipotesi più accreditata dalla polizia è che il migrante (un uomo di 47 anni, stando ai documenti trovati) si sia nascosto sotto il rimorchio per cercare raggiungere clandestinamento la Spagna. Nel tragitto verso il porto, sarebbe scivolato a terra, venendo investito da una delle ruote posteriori. Il camionista non si è accorto di niente e non ci sono testimoni dell’incidente. Il corpo senza vita è stato notato casualmente più tardi da una automobilista di passaggio, che ha dato l’allarme.

(Fonte: Europa Press, El Faro de Melilla, Melilla Hoy)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 4 gennaio 2018

Il cadavere di un uomo è stato trovato 8 miglia a sud di Sanlucar de Barrameda, nei pressi di Cadice. Ad avvistarlo è stato, verso le 17, l’equipaggio di un peschereccio, che ha avvertito la centrale operativa del Salvamento Maritimo. Per le operazioni di ricerca e recupero sono state mobilitate anche unità della Guardia Costiera. Presa a bordo di una motovedetta del Salvamento Maritimo, la salma è stata sbarcata a Puerto America (Cadice). A giudicare dallo stato di decomposizione, doveva essere in acqua da qualche giorno. Se ne ignora la provenienza, ma è verosimile che si tratti di un migrante. Il tratto di mare in cui è stato trovato, infatti, è lungo la parte terminale di una delle rotte che, partendo dal Marocco, i battelli dei migranti seguono nell’Atlantico, appena al di fuori dello Stretto di Gibilterra, per raggiungere le coste dell’Andalusia. Potrebbe provenire da un naufragio di un piccolo natante di cui non si è avuto notizia. In questo caso ci dovrebbero essere diversi dispersi.

(Fonte: La Voz de Cadiz, 20 Minutos,  Diario de Cadiz, Europa Press, El Espanol)  

Spagna-Marocco(Melilla), 4-5 gennaio 2018

Un giovanissimo marocchino in attesa di essere trasferito in Andalusia per cure mediche e per l’esame della richiesta d’asilo in Europa, è stato trovato senza vita nel dormitorio del Centro statale di assistenza per migranti minorenni di Melilla. Era ospite della struttura dal 26 dicembre 2017 e  aveva subito da poco l’amputazione di un piede, dopo che era stato travolto, nella zona del porto, dal camion sul quale si era nascosto per cercare di imbarcarsi clandestinamente sul ferry diretto in Spagna. Era previsto che rimanesse a Melilla ancora per una settimana, prima di un intervento di chirurgia plastica già fissato in un ospedale specializzato di Malaga. A quanto pare, la richiesta di asilo che aveva presentato, oltre che sulla giovanissima età, si basava, appunto, anche sulle sue condizioni di salute. La mattina del 5 gennaio, invece, i suoi compagni lo hanno trovato morto: il decesso è avvenuto durante la notte, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Sulle cause della morte è stata aperta un’inchiesta.

(Fonte: Melilla Hoy)

Marocco-Spagna (Tangeri-Tarifa), 5 gennaio 2018

Quattro migranti sono annegati, nella notte tra il 4 e il 5 gennaio, in seguito al ribaltamento di un piccolo canotto pneumatico a remi, nello stretto di Gibilterra. Altri 4 si sono salvati. Il battello era salpato in piena notte dalla zona di Tangeri. Poco dopo le tre del mattino, la Ong Caminando Fronteras ha segnalato che era in difficoltà e se ne erano perse le tracce. L’allarme è stato raccolto sia dal servizio Salvamento Maritimo di Tarifa che dalla Marina imperiale marocchina. A trovarlo è stata una unità della Guardia Costiera partita da Tangeri: si era rovesciato e al relitto erano aggrappati 4 naufraghi, che sono stati presi a bordo. Le ricerche successive hanno consentito di recuperare i corpi senza vita degli altri 4 migranti. Prima dell’alba, a 5,5 miglia dalla costa andalusa, la salvamar Arcturus, partita da Tarifa, ha avvistato e tratto in salvo i 4 giovani salpati con l’altro gommoncino. Nelle stesse ore, dalla Marina marocchina è giunta la segnalazione che una sua unità aveva avvistato e recuperato, 3 miglia a nord di Tangeri, un terzo canotto, con 5 migranti. E’ verosimile che i tre battelli, tutti a remi, siano partiti dalla stessa zona di costa intorno a Tangeri e quasi contemporaneeamente ma che poi le condizioni del mare li abbiano dispersi nelle acque dello Stretto.

(Fonte: Sito Salvamento Maritimo, Sito Helena Maleno Caminando Fronteras)

Libia-Italia (Canale di Sicilia, 40 miglia da Tripoli), 6 gennaio 2018

Si calcolano almeno 64 vittime nel naufragio di un gommone avvenuto nel Canale di Sicilia, 40 miglia a nord di Tripoli: 8 morti di cui è stato recuperato il corpo e non meno di 56 dispersi. Altri 86 migranti sono stati tratti in salvo. Il battello, salpato prima dell’alba dalla costa libica, era stracarico: secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, a bordo c’erano 150 uomini e donne. Un numero credibile perché, come ha confermato la Marina libica, negli ultimi mesi i trafficanti hanno cominciato a stipare i gommoni in partenza in misura ancora maggiore dei 120/130 disperati costretti a imbarcarsi fino all’estate 2017, che pure erano un carico insostenibile e molto rischioso per questo genere di natanti. Proprio il sovraccarico è stato probabilmente la causa della tragedia: il fondo dello scafo ha ceduto sotto il peso di tutte quelle persone ed il battello, già arrivato ampiamente in acque internazionali, ha cominciato ad afflosciarsi e ad affondare. L’allarme è scattato verso le 11 del mattino, quando il gommone, ormai sommerso, è stato sorvolato da un aereo da ricognizione della flotta di Eunavformed, impegnato nell’operazione Sophia. I piloti hanno avvertito, a Roma, la centrale operativa della Guardia Costiera, che ha indirizzato sul posto la nave Diciotti e unità della marina Militare, oltre a mettere in allerta la Sea Watch 3, una delle navi della Ong tedesca Sea Watch. La Diciotti, giunta per prima sul luogo del naufragio, ha potuto trarre in salvo 84 naufraghi e recuperare 8 corpi senza vita nelle vicinanze del relitto. Dal racconto dei superstiti si è appreso però che c’erano anche decine di dispersi. Le ricerche per rintracciarli sono proseguite, senza esito, fino a dopo il tramonto. La conferma che si è trattato di una strage con 64 vittime si è avuta lunedì 8 gennaio, quando gli 86 superstiti, sbarcati a Catania dalla nave Diciotti, hanno ribadito ai rappresentanti dell’Oim di essere partiti dalla Libia in almeno 150

Le accuse delle Ong. La Sea Watch 3 ha subito intuito che le vittime erano molte di più degli 8 migranti dei quali è stato recuperato il corpo senza vita, denunciando che dovevano esserci decine di persone scomparse. Molto è dipeso, verosimilmente, dal fatto che non c’erano navi di soccorso nelle vicinanze, come avveniva invece quando nel Canale di Sicilia, fino alle soglie delle acque territoriali libiche (12 miglia dalla costa), operavano le unità di numerose Ong. La spagnola Proactiva Open Arms, ancora attiva nel Mediterraneo nonostante la campagna di denigrazione scatenata da numerose forze politiche nei mesi scorsi e, soprattutto, nonostante le norme fortemente restrittive volute dal Governo italiano ed approvate dalla Ue, lo denuncia senza mezzi termini: “I naufraghi – ha scritto sul suo sito – hanno trascorso ore in acqua prima di essere salvati. Così ci sono decine di persone scomparse, destinate a diventare morti senza sepoltura”.

(Fonte: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Giornale di Sicilia, La Stampa, Corriere della Sera, Agenzia Ansa, Siti web Sea Watch e Proactiva Open Arms, Tg-3 ore 14 dell’otto gennaio)

Libia-Italia (al largo di Garabulli), 7 gennaio 2018

I cadaveri di due giovani donne sono stati trovati su uno dei due gommoni carichi di migranti soccorsi dalla Guardia Costiera di Tripoli a poche miglia dalla costa libica, ai margini delle acque territoriali. I due battelli erano salpati quasi allo stesso orario e quasi dallo stesso punto della costa di Garabulli, a est di Tripoli, ciascuno con più di 130 persone a bordo. In tutto, ha riferito la Marina libica, 274 tra uomini, donne e bambini. La navigazione si è rivelata difficile per le condizioni meteomarine avverse, che hanno spinto entrambi i gommoni alla deriva, in balia del mare per diverse ore. Quando le unità della Guardia Costiera li hanno avvistati, erano semi sommersi e ormai in procinto di affondare. Le salme delle due donne erano sul fondo del battello in condizioni più precarie, immerse nell’acqua tra i tubolari di galleggiamento: la motovedetta di soccorso le ha prese a bordo e sbarcate a Tripoli. Tra i 272 superstiti ci sono 56 bambini e 53 donne.

(Fonte: La Stampa, Tg-3 delle ore 14 dell’otto gennaio)

Libia (Garabulli), 9 gennaio 2018

Un centinaio di morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche. In base alle prime testimonianze dei superstiti, si è parlato di 50/55 vittime, ma secondo la Marina libica il bilancio di morte è molto più grave, quasi il doppio rispetto alle informazioni inziali: non meno di 100 vite perdute. Il battello era salpato nelle prime ore del mattino da Garabulli, circa 60 chilometri a est di Tripoli, la stessa località da cui è partito quello naufragato il giorno dell’Epifania, con 64 vittime, e che dalla fine di dicembre 2017 è al centro di feroci scontri tra milizie contrapposte. Dopo alcune ore di navigazione, a circa 20 miglia dalla riva, ha cominciato ad afflosciarsi e ad imbarcare acqua, fino ad affondare. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli per i soccorsi è riuscita a recuperare, aggrappati al relitto, soltanto 16 naufraghi ancora in vita. Non sono stati avvistati cadaveri e non è stata trovata traccia di tutti gli altri migranti che si erano imbarcati. Alcuni dei sopravvissuti hanno riferito che c’erano più di 50 compagni dispersi, poiché sul gommone erano saliti in “almeno70” al momento della partenza. La Marina libica, stando anche al carico medio che i trafficanti impogono per natanti di quelle dimensioni, ritiene invece che a bordo fossero più di un centinaio, sicché i dispersi potrebbero essere da 90 a 100. Nelle stesse ore del naufragio, la Guardia Costiera ha intercettato altri due gommoni, partiti però dalla costa a ovest di Tripoli, vicino a Zawiya. A bordo c’erano complessivamete circa 280 persone.

(Fonte: Agenzia Reuters, Repubblica, Daily News, Repubblica, La Stampa, Tg-3 ore 14,15 del giorno 10)

Turchia (provincia di Sirnak), 12 gennaio 2018

Nove profughi iracheni, tra cui tre bambini, sono morti in un incidente stradale in Turchia mentre li stavano rimpatriando. Altri 38 sono rimasti feriti. L’intero gruppo era formato da uomini, donne e bambini fuggiti dalla guerra in Iraq e riparati in Turchia in circostanze e tempi diversi, ma tutti da almeno due anni. In tutto questo periodo hanno vissuto nei campi profughi, fino a che hanno accettato di essere rimpatriati. Il viaggio di rientro è stato organizzato dal ministero dell’interno con un pullman scortato dalla polizia. La destinazione finale era Tal Afar, una città a una sessantina di chilometri da Mosul. L’incidente è avvenuto quando il tragitto era quasi al termine, lungo l’autostrada che conduce da Silopi al posto di frontiera di Habur, nella provincia turca sud orientale di Sirnak, situata a cavallo del confine con la Siria e l’Iraq. Il pullman è uscito di strada e si è rovesciato in un canale di scolo laterale. Nell’urto, 6 adulti e 3 bambini sono morti. Dei 38 feriti, alcuni, in gravi condizioni, sono stati ricoverati negli ospedali di Silopi e di Cizre.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Turchia (Istanbul), 13/14 gennaio 2018

Tre  profughi sono morti a Istanbul nell’incendio del container dove si erano rifugiati in attesa di procurarsi i mezzi per riprendere la fuga e chiedere asilo in Europa. I tre giovani – Asad Khan, appena 19 anni, pachistano; Tosif Khan, 20 anni, e Mohammed Islam, 25 anni, afghani – erano arrivati da poco più di quattro mesi a Istanbul, insieme a un gruppo di compagni, trovando rifugio in un campo improvvisato formato da sette container sistemati l’uno accanto all’altro in uno spiazzo semi-abbandonato, nel distretto di Beylikduzu. “In quel campo – ha riferito al quotidiano Hurriyet Daily News Mubarek Cerman, un immigrato tagico che vive a Istanbul da 15 anni e si adopera come volontario per aiutare i migranti in transito – vivevano 22 persone persone. E’ un campo provvisorio, dove i profughi si fermano soltanto il tempo per mettere insieme il denaro necessario per proseguire il viaggio verso l’Europa. In genere tre o quattro mesi, cinque al massimo”. “Ciascuno di noi – ha aggiunto un giovane afghano, Sayeed Iqram, amico delle tre vittime, che, alloggiato nel container accanto, a sua volta è riuscito a salvarsi a stento – appena pensa di avere i soldi sufficienti, una somma che basti eventualmente a pagare anche i trafficanti che possano aiutare a varcare il confine turco, se ne va via e tenta la sorte. Qualcuno ci ha provato anche più volte”. I tre ragazzi morti si erano trovati un lavoro precario: insieme agli altri profughi dell’accampamento raccoglievano, nelle strade di Istanbul, carta da macero da rivendere ai depositi di riciclaggio. “La sera di sabato 13 gennaio – ha raccontato ancora Sayeed Iqram – Mohammed Islam ha voluto lasciare accesa per tutta la notte la stufa elettrica usata per scaldarsi. In ogni container c’era una piccola stufa elettrica come quella, ma non la lasciavamo mai accesa di notte, per timore che provocasse un corto circuito o un incidente. Glielo abbiamo detto, ma lui ha insistito, perché faceva molto freddo”. E proprio dalla stufa, durante la notte, è partito il rogo: ha preso fuoco una coperta e in breve le fiamme si sono estese a tutto il container, appiccandosi poi anche ai container vicini e poi quasi all’intero accampamento. Gli ospiti hanno perso tutto, ma sono riusciti a mettersi in salvo. Asad, Mohammed e Tosif, intrappolati all’interno del container da cui è iniziato il rogo, sono stati uccisi dal fuoco e dal fumo. Altri 17 sono rimasti intossicati. Per uno di loro, ferito oltre che intossicato, è stato necessario il ricovero in ospedale.

(Fonte: Hurriyet Daily News)

Italia-Francia (Ventimiglia-Mentone), 14 gennaio 2018

Il corpo senza vita di un migrante è stato scoperto sul tetto del locomotore di un treno della compagnia francese Sncf alla stazione di Mentone, la prima sosta dopo il confine con l’Italia. Il convoglio era partito da Ventimiglia. Sembra certo che il giovane sia salito proprio in questa stazione, per cercare di passare di nascosto la linea di frontiera ed arrivare in Francia. Durante il viaggio, per evitare di essere sbalzato a terra, presumibilmente si è aggrappato al pantografo che trasmette emergia elettrica al locomotore ed è stato investito da una scarica ad alta tensione, che lo ha folgorato all’istante. Quando il personale delle ferrovie lo ha trovato, il giovane era morto già da tempo. La scarica che lo ha ucciso è stata così forte che il cadavere appariva semi carbonizzato. Gli inquirenti sono portati a credere che il givane fosse da solo: sul tetto del treno non sono state trovate tracce di altre persone.

(Fonte: Agenzia Ansa, Repubblica, Il Secolo XIX, Il Messaggero, Euronews)

Spagna (Lanzarote, isole Canarie), 15 gennaio 2018

Morti 7 migranti e uno ricoverato in condizioni critiche: erano su un gommone che si è incagliato all’altezza di playa Bastian, sull’isola di Lanzarote, nelle Canarie. Altri 19 si sono salvati e, tranne uno, a sua volta ricoverato in ospedale, sono risultati in condizioni fisiche abbastanza buone, nonostante le molte ore passate in mare. Il battello, un grosso canotto pneumatico, era partito dalle coste africane, non è ben chiaro se dall’ex Sahara Spagnolo o dalla Mauritania. A bordo erano in 27, tutti maghrebini. La navigazione nell’Atlantico deve essere stata molto lunga e dura, a causa del freddo e delle condizioni meteomarine avverse, tanto che 5 sono morti durante il tragitto. L’ultima difficoltà c’è stata per approdare: il natante si è incastrato tra le rocce e alcuni degli occupanti si sono gettati in mare. La scena è stata notata dalla riva da alcune persone che hanno avvisato il servizio di Salvamento Maritimo e la Guardia Civil. I soccorritori hanno recuperato in mare due giovani privi di sensi. Uno è morto poco dopo, mentre si tentava di rianimarlo; l’altro è stato trasportato in ospedale, sempre privo di sensi, in preda a un gravissimo collasso cardiorespiratorio. Poco dopo è stato raggiunto il battello: 19 migranti sono stati portati in salvo e poi si è provveduto al recupero dei cinque cadaveri trovati sul fondo, tutti con sintomi di annegamento e ipotermia. In stato di ipotermia anche i superstiti, ma ma per uno solo di loro si è ritenuto opportuno un ricovero precauzionale. Gli altri sono stati alloggiati nel centro accoglienza.

(Fonte: El Diario Canarias, Europa Press, Sito Web Salvamento Maritimo)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 16 gennaio 2018

C’erano anche due morti, un bambino e un ragazzo, tra gli oltre 400 migranti tratti in salvo dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms su un barcne in procinto di affondare nel Canale di Sicilia. L’allarme è scattato poco dopo le dieci del mattino, quando la nave Open Arms ha avvistato il natante che, partito dalla costa libica durante la notte, navigava con difficoltà ed appariva stracarico, con centinaia di persone ammassate sul ponte e altrettante, si intuiva, sotto coperta. I soccorritori sono fortunatamente riusciti a far mantenere la calma: si sono avvicinati con due gommoni, hanno distribuito a tutti dei giubbotti di salvataggio e poi sono iniziate le operazioni di trasbordo, che si sono protratte per qualche ora, sino al pomeriggio. E’ in questa fase che sono stati scoperti i corpi senza vita del bimbo e del giovane, entambi subsahariani, probabilmente morti per ipotermia e per affaticamento. Verso le 15 il trasferimento sulla Open Arms è stato completato: 458 migranti in tutto (tra cui 175 donne e 75 bambini), oltre alle due salme. Si è sfiorata l’ennesima, enorme strage: quasi certamente, senza la presenza in zona della Open Arms, salpata proprio il giorno prima dalla Sicilia per la sua trentanovesima missione di pattugliamento nel Mediterraneo, quel barcone sarebbe affondato molto prima che potessero arrivare i soccorsi. “Oggi 458 persone festeggiano la vita a bordo della nostra nave – ha scritto la Ong sul suo sito Facebook – Tra queste, 50 donne incinte e 28 bambini piccoli. Ma noi oggi dobbiamo anche piangere la morte di un bimbo e di un giovane. Li hanno uccisi quelli che continuano a guardare altrove, ma queste morti ricadranno sulle loro coscienze e la storia ne chiederà conto”.

(Fonte: Sito web e facebook Proactiva Open Arms, La Repubblica)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 17/18 gennaio 2018

E’ morto prima dell’alba il piccolo Haid Aman, di tre mesi appena, uno dei bambini recuperati dall’equipaggio della Open Arms nelle prime ore del mattino del 16 gennaio su un barcone in procinto di affondare, dopo essere partito dalla Libia con oltre 450 migranti. Fortemente debilitato, il piccolo aveva bisogno di cure mediche specifiche: non riusciva ad alimentarsi ed era necessario portarlo quanto prima a terra in un centro pediatrico attrezzato. Proprio per questo i medici della Ong spagnola Proactiva hanno subito chiesto un trasporto sanitario urgente. L’assenza di navi in zona ha però impedito un trasbordo immediato dopo il salvataggio e a partire dal giorno successivo la Open Arms, a causa delle proibitive condizioni meteo, con vento forte e onde alte fino a sei metri, è stata costretta a navigare nella zona più riparata, tra le coste tunisine e quelle libiche, senza affrontare il mare aperto con centinaia di persone a bordo, molte delle quali malate e fortemente provate, inclusa una donna con un parto prematuro. Così, alla fine, l’assenza di un trasbordo urgente ha segnato la sorte del bimbo. “Disperazione, rabbia e impotenza. Tutto questo non basta a definire il dolore devastante di una madre per questa morte. Né il sentimento che si prova nel vedere come nessuno faccia nulla per evitare questo immenso crimine”, ha scritto la Ong spagnola nel suo sito web, mettendo sotto accusa la politica di respingimento europea. Un’accusa confermata dal fatto che – come ha scritto Repubblica – nello stesso giorno della morte di Haid, “alla sala operativa della Guardia Costiera sono giunte nuove richieste di aiuto, ma i mezzi presenti in area Sar erano tutti in viaggio per la Sicilia per portare a terra le circa 1.500 persone recuperate martedì in undici operazioni di soccorso”. E’ la dimostrazione di quanto costi in vite umane la “guerra” condotta da Roma e Bruxelles nel 2017 contro le Ong attive nel Mediterraneo.

(Fonte: Sito Web Proactiva Open Arms, La Repubblica)

Libia-Italia (Canale di Sicilia, Augusta), 19 gennaio 2018

Il corpo senza vita di un giovane migrante subsahariano è stato sbarcato ad Augusta da una nave del dispositivo Eunavformed operazione Sophia, giunta in porto con 179 tra uomini, donne e bambini tratti in salvo all’inizio della settimana in una serie di interventi di soccorso condotti nel Canale di Sicilia. La vittima era a bordo di uno dei sette gommoni intercettati martedì a qualche decina di miglia dalla costa africana, in acque internazionali. Il cadavere è stato trovato durante il trasbordo dei naufraghi e trasferito sulla nave dopo che tutti erano stati messi in salvo. Secondo un primo esame, il giovane potrebbe essere morto per ipotermia e affaticamento.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, Siracusapost, Nuovo Sud it, Tg3 Rai ore 14,20)

 Siria-Libano (Masnaa, confine montano), 19/21 gennaio 2018  

Diciassette profughi siriani (fra cui quattro bambini) sono morti assiderati mentre tentavano di passare il confine con il Libano, sui monti sovrastanti la valle della Beqaa, una zona investita da giorni da una violenta ondata di freddo intanso, con frequenti tempeste di vento e di neve. I loro corpi sono stati trovati nell’arco di tre giorni lungo i sentieri che conducono verso la città di Masnaa da pattuglie di militari o della Lebanese Civil Defense in servizio di perlustrazione lungo la frontiera. Non è ben chiaro se fossero divisi in piccoli gruppi, che si sono mossi separatamente, o se invece si siano messi in cammino tutti insieme, il pomeriggio o la sera di giovedì, per passare il confine con il favore della notte, eludendo la sorveglianza. L’ipotesi più accreditata dalla stampa locale, ripresa anche dalla Bbc, è che fossero un unico gruppo, guidato da alcuni “passatori” i quali, una volta superata la linea di frontiera, li avrebbero abbandonati in mezzo alle montagne, nonostante il maltempo. Rimasti da soli, senza conoscere la strada e sorpresi da una bufera di neve, non hanno avuto scampo. Il motivo per cui sono stati trovati in posti e tempi diversi potrebbe essere che, nella tempesta e al buio, hanno perso l’orientamento e magari i più deboli sono rimasti subito indietro, mentre gli altri tentavano di raggiungere qualche posto abitato per cercare aiuto. Nessuno, però, si è salvato. Sta di fatto che le prime 9 salme sono state trovate la mattina di venerdì 19 e si è subito sospettato che potessero esserci altre vittime. Tra la sera di venerdì e sabato mattina alcune squadre di militari hanno scoperto altri 6 corpi senza vita (inclusi quelli di tre bambini) e domenica, infine, sono state trovate le ultime due vittime, una donna di circa 30 anni e un bimbo che non doveva averne più di tre, presumibnilmente suo figlio. E’ probabile che proprio questa madre e il suo piccolo siano stati i primi a morire nella tormenta. Ad avvalorare la tesi che fossero un unico gruppo abbandonato da chi doveva guidarli verso Masnaa, la stampa locale asserisce che, nella giornata di domenica, la polizia avrebbe arrestato due uomini, sospettati di essere i “passatori”. E’ molto probabile che l’intero gruppo volesse raggiungere la valle della Beqaa, che ospita da anni migliaia di rifugiati siriani, fuggiti dalla guerra che sconvolge il loro paese dal 2011 e la maggior parte entrati in Libano proprio attraverso gli stessi sentieri dove invece questi 17 hanno trovato la morte.

(Fonte: Bbc News, Anadolu Agency edizioni del 20 e del 21 gennaio)

 Marocco-Spagna (mare di Alboran), 20 gennaio 2018

Due migranti sono morti nel naufragio del gommone con cui stavano tentando di raggiungere la Spagna dal Marocco. Il battello era salpato dalla costa di Tangeri in mattinata, con 36 subsahariani a bordo. Nel primo pomeriggio se ne sono perse le tracce ed è stato dato l’allarme. Concentrate in particolare nel tratto dello Stretto di Gibilterra intorno all’isola di Alboran, la zona in cui si trovava presumibilmente il natante quando è stato dato per disperso, le ricerche si sono protratte per ore, senza esito. Nel fattempo il natante è affondato. Il relitto è stato avvistato solo verso le 20 da un peschereccio spagnolo, El Secret, anch’esso mobilitato per le operazioni di soccorso dal servizio di Salvamento Maritimo. L’equipaggio ha preso a bordo 31 naufraghi e recuperato il cadavere di un loro compagno. Quasi contemporaneamente altri 4 naufraghi sono stati recuperati in mare dalla guardamar Polimnia e dall’Helimer 207, del Salvamento Maritimo, ma uno di loro è morto poco prima di essere ricoverato in ospedale ad Almeria. Sempre ad Almeria sono stati trasferiti i superstiti salvati dal peschereccio, dopo essere stati trasbordati durante la notte sulla salvamar Spica. Prima dell’alba, 31 miglia a sud da Cabo de Gata, è stato recuperato dalla Polimnia un altro gommone disperso, alla deriva da ore con 37 migranti subsahariani a bordo.

(Fonte: Sito Wew Salvamento Maritimo, Sito Web Helena Maleno, Europa Press)

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