Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2018

Nel 2017 circa 3.500 migranti hanno perso la vita mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Morti “a terra”, lungo le piste del Sahara o uccisi nei paesi di transito, prima di arrivare a imbarcarsi. Oppure ingoiati dal Mediterraneo, nelle tre rotte che dall’Africa e dal Medio Oriente portano verso la Spagna a ovest, verso l’Italia nella fascia centrale e verso le isole greche dell’Egeo a est. Nel 2016, in assoluto, il conto di morte è più grave: 5.822. L’Unione Europea e l’Italia in particolare sostengono che questa sarebbe la prova di come la politica dei “muri”, bloccando o almeno riducendo le partenze, faccia diminuire il numero delle vite perdute. In realtà, invece, con l’arroccamento della Fortezza Europa, il tasso di mortalità tra i migranti è fortemente aumentato. Rispetto al totale degli arrivi, cioè, nel 2017 le vittime sono di più: una ogni 53 persone sbarcate contro una ogni 68 nel 2016. Senza contare che nulla si sa sulla sorte dei tanti che, catturati prima dell’imbarco o bloccati in mare e riportati in Africa, sono rimasti intrappolati in quella “terra di nessuno” che sono diventati la Libia innanzi tutto, ma anche, per i profughi e i migranti, l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, il Niger, il Ciad, l’Algeria, il Marocco. Una “terra” dove è cancellata ogni garanzia dei diritti umani. Appare evidente, allora, che le politiche di chiusura e respingimento non solo più che arrestare i flussi li deviano verso altre rotte, ma rendono la fuga molto più pericolosa. Mortale. Sono indicativi i dati registrati – in seguito al blocco in Libia – sulla “rotta spagnola”, che ha visto triplicare gli arrivi rispetto al 2016 e, specie dalla fine di novembre in poi, ha denunciato uno stillicidio continuo di vittime. Il 2018 si è aperto con questa incognita. Bruxelles e Roma hanno confermato ed anzi potenziato la scelta di blindare ancora di più l’Europa, esternalizzandone le frontiere fino al cuore del Sahara e pianificando tutta una serie di finanziamenti per appaltare alle polizie di vari Stati “fiduciari”, o addirittura a clan tribali, il compito di fermare i migranti al di là di questa barriera. Fermarli ad ogni costo. Non importa come. E’ proprio questa strategia che ha fatto schizzare così in alto il tasso di mortalità nel 2017 e rischia di farlo ancora nel 2018.   

La cronaca

Spagna-Marocco (Melilla), 3 gennaio 2018

Il cadavere di un migrante marocchino è stato trovato, la mattina del 3 gennaio, sul ciglio della strada che conduce al porto di Melilla. In base alle tracce analizzate sul posto, è apparso subito evidente che era stato travolto da un mezzo pesante, quasi certamente un camion. La conferma è arrivata qualche ora dopo quando, nell’area portuale, resti biologici soo stati individuati sulla ruota posteriore del rimorchio di un Tir, un Volvo condotto da un camionista spagnolo, che era in attesa dell’imbarco su uno dei ferry di linea quotidiani per l’Andalusia. L’ipotesi più accreditata dalla polizia è che il migrante (un uomo di 47 anni, stando ai documenti trovati) si sia nascosto sotto il rimorchio per cercare raggiungere clandestinamento la Spagna. Nel tragitto verso il porto, sarebbe scivolato a terra, venendo investito da una delle ruote posteriori. Il camionista non si è accorto di niente e non ci sono testimoni dell’incidente. Il corpo senza vita è stato notato casualmente più tardi da una automobilista di passaggio, che ha dato l’allarme.

(Fonte: Europa Press, El Faro de Melilla, Melilla Hoy)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 4 gennaio 2018

Il cadavere di un uomo è stato trovato 8 miglia a sud di Sanlucar de Barrameda, nei pressi di Cadice. Ad avvistarlo è stato, verso le 17, l’equipaggio di un peschereccio, che ha avvertito la centrale operativa del Salvamento Maritimo. Per le operazioni di ricerca e recupero sono state mobilitate anche unità della Guardia Costiera. Presa a bordo di una motovedetta del Salvamento Maritimo, la salma è stata sbarcata a Puerto America (Cadice). A giudicare dallo stato di decomposizione, doveva essere in acqua da qualche giorno. Se ne ignora la provenienza, ma è verosimile che si tratti di un migrante. Il tratto di mare in cui è stato trovato, infatti, è lungo la parte terminale di una delle rotte che, partendo dal Marocco, i battelli dei migranti seguono nell’Atlantico, appena al di fuori dello Stretto di Gibilterra, per raggiungere le coste dell’Andalusia. Potrebbe provenire da un naufragio di un piccolo natante di cui non si è avuto notizia. In questo caso ci dovrebbero essere diversi dispersi.

(Fonte: La Voz de Cadiz, 20 Minutos,  Diario de Cadiz, Europa Press, El Espanol)  

Spagna-Marocco(Melilla), 4-5 gennaio 2018

Un giovanissimo marocchino in attesa di essere trasferito in Andalusia per cure mediche e per l’esame della richiesta d’asilo in Europa, è stato trovato senza vita nel dormitorio del Centro statale di assistenza per migranti minorenni di Melilla. Era ospite della struttura dal 26 dicembre 2017 e  aveva subito da poco l’amputazione di un piede, dopo che era stato travolto, nella zona del porto, dal camion sul quale si era nascosto per cercare di imbarcarsi clandestinamente sul ferry diretto in Spagna. Era previsto che rimanesse a Melilla ancora per una settimana, prima di un intervento di chirurgia plastica già fissato in un ospedale specializzato di Malaga. A quanto pare, la richiesta di asilo che aveva presentato, oltre che sulla giovanissima età, si basava, appunto, anche sulle sue condizioni di salute. La mattina del 5 gennaio, invece, i suoi compagni lo hanno trovato morto: il decesso è avvenuto durante la notte, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Sulle cause della morte è stata aperta un’inchiesta.

(Fonte: Melilla Hoy)

Marocco-Spagna (Tangeri-Tarifa), 5 gennaio 2018

Quattro migranti sono annegati, nella notte tra il 4 e il 5 gennaio, in seguito al ribaltamento di un piccolo canotto pneumatico a remi, nello stretto di Gibilterra. Altri 4 si sono salvati. Il battello era salpato in piena notte dalla zona di Tangeri. Poco dopo le tre del mattino, la Ong Caminando Fronteras ha segnalato che era in difficoltà e se ne erano perse le tracce. L’allarme è stato raccolto sia dal servizio Salvamento Maritimo di Tarifa che dalla Marina imperiale marocchina. A trovarlo è stata una unità della Guardia Costiera partita da Tangeri: si era rovesciato e al relitto erano aggrappati 4 naufraghi, che sono stati presi a bordo. Le ricerche successive hanno consentito di recuperare i corpi senza vita degli altri 4 migranti. Prima dell’alba, a 5,5 miglia dalla costa andalusa, la salvamar Arcturus, partita da Tarifa, ha avvistato e tratto in salvo i 4 giovani salpati con l’altro gommoncino. Nelle stesse ore, dalla Marina marocchina è giunta la segnalazione che una sua unità aveva avvistato e recuperato, 3 miglia a nord di Tangeri, un terzo canotto, con 5 migranti. E’ verosimile che i tre battelli, tutti a remi, siano partiti dalla stessa zona di costa intorno a Tangeri e quasi contemporaneeamente ma che poi le condizioni del mare li abbiano dispersi nelle acque dello Stretto.

(Fonte: Sito Salvamento Maritimo, Sito Helena Maleno Caminando Fronteras)

Libia-Italia (Canale di Sicilia, 40 miglia da Tripoli), 6 gennaio 2018

Si calcolano almeno 64 vittime nel naufragio di un gommone avvenuto nel Canale di Sicilia, 40 miglia a nord di Tripoli: 8 morti di cui è stato recuperato il corpo e non meno di 56 dispersi. Altri 86 migranti sono stati tratti in salvo. Il battello, salpato prima dell’alba dalla costa libica, era stracarico: secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, a bordo c’erano 150 uomini e donne. Un numero credibile perché, come ha confermato la Marina libica, negli ultimi mesi i trafficanti hanno cominciato a stipare i gommoni in partenza in misura ancora maggiore dei 120/130 disperati costretti a imbarcarsi fino all’estate 2017, che pure erano un carico insostenibile e molto rischioso per questo genere di natanti. Proprio il sovraccarico è stato probabilmente la causa della tragedia: il fondo dello scafo ha ceduto sotto il peso di tutte quelle persone ed il battello, già arrivato ampiamente in acque internazionali, ha cominciato ad afflosciarsi e ad affondare. L’allarme è scattato verso le 11 del mattino, quando il gommone, ormai sommerso, è stato sorvolato da un aereo da ricognizione della flotta di Eunavformed, impegnato nell’operazione Sophia. I piloti hanno avvertito, a Roma, la centrale operativa della Guardia Costiera, che ha indirizzato sul posto la nave Diciotti e unità della marina Militare, oltre a mettere in allerta la Sea Watch 3, una delle navi della Ong tedesca Sea Watch. La Diciotti, giunta per prima sul luogo del naufragio, ha potuto trarre in salvo 84 naufraghi e recuperare 8 corpi senza vita nelle vicinanze del relitto. Dal racconto dei superstiti si è appreso però che c’erano anche decine di dispersi. Le ricerche per rintracciarli sono proseguite, senza esito, fino a dopo il tramonto. La conferma che si è trattato di una strage con 64 vittime si è avuta lunedì 8 gennaio, quando gli 86 superstiti, sbarcati a Catania dalla nave Diciotti, hanno ribadito ai rappresentanti dell’Oim di essere partiti dalla Libia in almeno 150

Le accuse delle Ong. La Sea Watch 3 ha subito intuito che le vittime erano molte di più degli 8 migranti dei quali è stato recuperato il corpo senza vita, denunciando che dovevano esserci decine di persone scomparse. Molto è dipeso, verosimilmente, dal fatto che non c’erano navi di soccorso nelle vicinanze, come avveniva invece quando nel Canale di Sicilia, fino alle soglie delle acque territoriali libiche (12 miglia dalla costa), operavano le unità di numerose Ong. La spagnola Proactiva Open Arms, ancora attiva nel Mediterraneo nonostante la campagna di denigrazione scatenata da numerose forze politiche nei mesi scorsi e, soprattutto, nonostante le norme fortemente restrittive volute dal Governo italiano ed approvate dalla Ue, lo denuncia senza mezzi termini: “I naufraghi – ha scritto sul suo sito – hanno trascorso ore in acqua prima di essere salvati. Così ci sono decine di persone scomparse, destinate a diventare morti senza sepoltura”.

(Fonte: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Giornale di Sicilia, La Stampa, Corriere della Sera, Agenzia Ansa, Siti web Sea Watch e Proactiva Open Arms, Tg-3 ore 14 dell’otto gennaio)

Libia-Italia (al largo di Garabulli), 7 gennaio 2018

I cadaveri di due giovani donne sono stati trovati su uno dei due gommoni carichi di migranti soccorsi dalla Guardia Costiera di Tripoli a poche miglia dalla costa libica, ai margini delle acque territoriali. I due battelli erano salpati quasi allo stesso orario e quasi dallo stesso punto della costa di Garabulli, a est di Tripoli, ciascuno con più di 130 persone a bordo. In tutto, ha riferito la Marina libica, 274 tra uomini, donne e bambini. La navigazione si è rivelata difficile per le condizioni meteomarine avverse, che hanno spinto entrambi i gommoni alla deriva, in balia del mare per diverse ore. Quando le unità della Guardia Costiera li hanno avvistati, erano semi sommersi e ormai in procinto di affondare. Le salme delle due donne erano sul fondo del battello in condizioni più precarie, immerse nell’acqua tra i tubolari di galleggiamento: la motovedetta di soccorso le ha prese a bordo e sbarcate a Tripoli. Tra i 272 superstiti ci sono 56 bambini e 53 donne.

(Fonte: La Stampa, Tg-3 delle ore 14 dell’otto gennaio)

Libia (Tripoli), 7/8 gennaio 2018

I corpi senza vita di due giovani profughi subsahariani sono sttai trovati tra il 7 e l’8 gennaio sulla costa di Tripoli. Lo ha comunicato il rapporto Maritime Update Libyan Coast di gennaio (pubblicato all’inizio di febbraio), che rileva mese per mese le operazioni di soccorso e il nunero delle salme spiaggiate o recuperate in mare lungo il litorale libico. Nessuna informazione né sulle circostanze della morte né su quelle del ritrovamento. Si sa soltanto che in quei due giorni, nella stessa zona, sono stati condotti dalla Guardia Costiera libica due interventi di salvataggio: il primo il sette gennaio (270 migranti su più gommoni) e il secondo l’otto (135 migranti).

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast).

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 8 gennaio 2018

Un profugo è morto nel tentativo di passare il confine tra la Turchia e la Grecia. Il suo corpo senza vita è stato trovato sulla riva greca del fiume Evros-Maritza, che segna la linea di frontiera. Non è stato possibile identificarlo perché indosso non gli sono stati trovati documenti. Si ignorano anche le circostanze precise della morte e se il giovane, dell’età apparente di 25/30 anni, sia entrato in Grecia da solo o con qualche compagno, che potrebbe essersi allontanato dopo aver constatato che era morto. La salma è stata recuperata e trasferita nell’obitorio gestito dal dottor Pavlos Pavlidis, il medico legale di Alessandropoli che cerca di identificare le decine di migranrti stranieri senza nome che ogni anno perdono la vita lungo l’Evros. Il giovane trovato la mattina dell’8 gennaio aveva al collo una catenina con un pendaglio a forma di cuore con incise sopra le parole “Il mio cuore ti appartiene”.

(Fonte: Sky News, edizione del 10 febbraio 2018)

Libia (Garabulli), 9 gennaio 2018

Un centinaio di morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche. In base alle prime testimonianze dei superstiti, si è parlato di 50/55 vittime, ma secondo la Marina libica il bilancio di morte è molto più grave, quasi il doppio rispetto alle informazioni inziali: non meno di 100 vite perdute. Il battello era salpato nelle prime ore del mattino da Garabulli, circa 60 chilometri a est di Tripoli, la stessa località da cui è partito quello naufragato il giorno dell’Epifania, con 64 vittime, e che dalla fine di dicembre 2017 è al centro di feroci scontri tra milizie contrapposte. Dopo alcune ore di navigazione, a circa 20 miglia dalla riva, ha cominciato ad afflosciarsi e ad imbarcare acqua, fino ad affondare. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli per i soccorsi è riuscita a recuperare, aggrappati al relitto, soltanto 16 naufraghi ancora in vita. Non sono stati avvistati cadaveri e non è stata trovata traccia di tutti gli altri migranti che si erano imbarcati. Alcuni dei sopravvissuti hanno riferito che c’erano più di 50 compagni dispersi, poiché sul gommone erano saliti in “almeno70” al momento della partenza. La Marina libica, stando anche al carico medio che i trafficanti impogono per natanti di quelle dimensioni, ritiene invece che a bordo fossero più di un centinaio, sicché i dispersi potrebbero essere da 90 a 100. Nelle stesse ore del naufragio, la Guardia Costiera ha intercettato altri due gommoni, partiti però dalla costa a ovest di Tripoli, vicino a Zawiya. A bordo c’erano complessivamete circa 280 persone.

(Fonte: Agenzia Reuters, Repubblica, Daily News, Repubblica, La Stampa, Tg-3 ore 14,15 del giorno 10)

Marocco-Spagna (Stretto, al largo di Nador), 9 gennaio 2018

Tre migranti subsahariani morti e 8 dispersi, per un totale di 11 vittime, nel naufragio di un gommone nelle acque dello Stretto di Gibilterra. Il battello era salpato, con 54 tra uomini e donne a bordo, dalle coste di Nador, il porto marocchino situato circa 10 chilometri a sud dell’enclave spagnola di Melilla, per far rotta verso la Spagna. Dopo poco si è trovato in difficoltà e alcuni dei migranti hanno chiesto aiuto alla Ong Caminando Fronteras, che ha allertato sia il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo che la Guardia Costiera di Tangeri.  Le ricerche si sono protratte per quasi l’intera giornata. Quando, verso sera, una unità della Marina imperiale lo ha avvistato, alla largo di Nador e del Capo delle Tre Forche, il gommone era ormai ridotto a un relitto: il fondo aveva ceduto, probabilmente a causa del sovraccarico e tutti i migranti che erano a  ordo sono finiti in acqua. Quando sono stati raggiunti, quasi tutti i migranti superstiti, 43 in tutto, erano aggrappati come potevano alle camere stagne. Nel corso delle ricerche successive sono stati trovati in mare, poco distante, tre corpi senza vita. Nessuna traccia, invece, degli altri 8 naufraghi. Le 3 salme e i 43 sopravvissuti sono stati sbarcati a Nador.

(Fonte: La Vanguardia, Eco Diario del 23 gennaio, El Confidencial, Sito Web Helena Maleno)

Turchia (provincia di Sirnak), 12 gennaio 2018

Nove profughi iracheni, tra cui tre bambini, sono morti in un incidente stradale in Turchia mentre li stavano rimpatriando. Altri 38 sono rimasti feriti. L’intero gruppo era formato da uomini, donne e bambini fuggiti dalla guerra in Iraq e riparati in Turchia in circostanze e tempi diversi, ma tutti da almeno due anni. In tutto questo periodo hanno vissuto nei campi profughi, fino a che hanno accettato di essere rimpatriati. Il viaggio di rientro è stato organizzato dal ministero dell’interno con un pullman scortato dalla polizia. La destinazione finale era Tal Afar, una città a una sessantina di chilometri da Mosul. L’incidente è avvenuto quando il tragitto era quasi al termine, lungo l’autostrada che conduce da Silopi al posto di frontiera di Habur, nella provincia turca sud orientale di Sirnak, situata a cavallo del confine con la Siria e l’Iraq. Il pullman è uscito di strada e si è rovesciato in un canale di scolo laterale. Nell’urto, 6 adulti e 3 bambini sono morti. Dei 38 feriti, alcuni, in gravi condizioni, sono stati ricoverati negli ospedali di Silopi e di Cizre.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Turchia (Istanbul), 13/14 gennaio 2018

Tre  profughi sono morti a Istanbul nell’incendio del container dove si erano rifugiati in attesa di procurarsi i mezzi per riprendere la fuga e chiedere asilo in Europa. I tre giovani – Asad Khan, appena 19 anni, pachistano; Tosif Khan, 20 anni, e Mohammed Islam, 25 anni, afghani – erano arrivati da poco più di quattro mesi a Istanbul, insieme a un gruppo di compagni, trovando rifugio in un campo improvvisato formato da sette container sistemati l’uno accanto all’altro in uno spiazzo semi-abbandonato, nel distretto di Beylikduzu. “In quel campo – ha riferito al quotidiano Hurriyet Daily News Mubarek Cerman, un immigrato tagico che vive a Istanbul da 15 anni e si adopera come volontario per aiutare i migranti in transito – vivevano 22 persone persone. E’ un campo provvisorio, dove i profughi si fermano soltanto il tempo per mettere insieme il denaro necessario per proseguire il viaggio verso l’Europa. In genere tre o quattro mesi, cinque al massimo”. “Ciascuno di noi – ha aggiunto un giovane afghano, Sayeed Iqram, amico delle tre vittime, che, alloggiato nel container accanto, a sua volta è riuscito a salvarsi a stento – appena pensa di avere i soldi sufficienti, una somma che basti eventualmente a pagare anche i trafficanti che possano aiutare a varcare il confine turco, se ne va via e tenta la sorte. Qualcuno ci ha provato anche più volte”. I tre ragazzi morti si erano trovati un lavoro precario: insieme agli altri profughi dell’accampamento raccoglievano, nelle strade di Istanbul, carta da macero da rivendere ai depositi di riciclaggio. “La sera di sabato 13 gennaio – ha raccontato ancora Sayeed Iqram – Mohammed Islam ha voluto lasciare accesa per tutta la notte la stufa elettrica usata per scaldarsi. In ogni container c’era una piccola stufa elettrica come quella, ma non la lasciavamo mai accesa di notte, per timore che provocasse un corto circuito o un incidente. Glielo abbiamo detto, ma lui ha insistito, perché faceva molto freddo”. E proprio dalla stufa, durante la notte, è partito il rogo: ha preso fuoco una coperta e in breve le fiamme si sono estese a tutto il container, appiccandosi poi anche ai container vicini e poi quasi all’intero accampamento. Gli ospiti hanno perso tutto, ma sono riusciti a mettersi in salvo. Asad, Mohammed e Tosif, intrappolati all’interno del container da cui è iniziato il rogo, sono stati uccisi dal fuoco e dal fumo. Altri 17 sono rimasti intossicati. Per uno di loro, ferito oltre che intossicato, è stato necessario il ricovero in ospedale.

(Fonte: Hurriyet Daily News)

Italia-Francia (Ventimiglia-Mentone), 14 gennaio 2018

Il corpo senza vita di un migrante è stato scoperto sul tetto del locomotore di un treno della compagnia francese Sncf alla stazione di Mentone, la prima sosta dopo il confine con l’Italia. Il convoglio era partito da Ventimiglia. Sembra certo che il giovane sia salito proprio in questa stazione, per cercare di passare di nascosto la linea di frontiera ed arrivare in Francia. Durante il viaggio, per evitare di essere sbalzato a terra, presumibilmente si è aggrappato al pantografo che trasmette emergia elettrica al locomotore ed è stato investito da una scarica ad alta tensione, che lo ha folgorato all’istante. Quando il personale delle ferrovie lo ha trovato, il giovane era morto già da tempo. La scarica che lo ha ucciso è stata così forte che il cadavere appariva semi carbonizzato. Gli inquirenti sono portati a credere che il givane fosse da solo: sul tetto del treno non sono state trovate tracce di altre persone.

(Fonte: Agenzia Ansa, Repubblica, Il Secolo XIX, Il Messaggero, Euronews)

Spagna (Lanzarote, isole Canarie), 15 gennaio 2018

Morti 7 migranti e uno ricoverato in condizioni critiche: erano su un gommone che si è incagliato all’altezza di playa Bastian, sull’isola di Lanzarote, nelle Canarie. Altri 19 si sono salvati e, tranne uno, a sua volta ricoverato in ospedale, sono risultati in condizioni fisiche abbastanza buone, nonostante le molte ore passate in mare. Il battello, un grosso canotto pneumatico, era partito dalle coste africane, non è ben chiaro se dall’ex Sahara Spagnolo o dalla Mauritania. A bordo erano in 27, tutti maghrebini. La navigazione nell’Atlantico deve essere stata molto lunga e dura, a causa del freddo e delle condizioni meteomarine avverse, tanto che 5 sono morti durante il tragitto. L’ultima difficoltà c’è stata per approdare: il natante si è incastrato tra le rocce e alcuni degli occupanti si sono gettati in mare. La scena è stata notata dalla riva da alcune persone che hanno avvisato il servizio di Salvamento Maritimo e la Guardia Civil. I soccorritori hanno recuperato in mare due giovani privi di sensi. Uno è morto poco dopo, mentre si tentava di rianimarlo; l’altro è stato trasportato in ospedale, sempre privo di sensi, in preda a un gravissimo collasso cardiorespiratorio. Poco dopo è stato raggiunto il battello: 19 migranti sono stati portati in salvo e poi si è provveduto al recupero dei cinque cadaveri trovati sul fondo, tutti con sintomi di annegamento e ipotermia. In stato di ipotermia anche i superstiti, ma ma per uno solo di loro si è ritenuto opportuno un ricovero precauzionale. Gli altri sono stati alloggiati nel centro accoglienza.

(Fonte: El Diario Canarias, Europa Press, Sito Web Salvamento Maritimo)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 16 gennaio 2018

C’erano anche due morti, un bambino e un ragazzo, tra gli oltre 400 migranti tratti in salvo dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms su un barcne in procinto di affondare nel Canale di Sicilia. L’allarme è scattato poco dopo le dieci del mattino, quando la nave Open Arms ha avvistato il natante che, partito dalla costa libica durante la notte, navigava con difficoltà ed appariva stracarico, con centinaia di persone ammassate sul ponte e altrettante, si intuiva, sotto coperta. I soccorritori sono fortunatamente riusciti a far mantenere la calma: si sono avvicinati con due gommoni, hanno distribuito a tutti dei giubbotti di salvataggio e poi sono iniziate le operazioni di trasbordo, che si sono protratte per qualche ora, sino al pomeriggio. E’ in questa fase che sono stati scoperti i corpi senza vita del bimbo e del giovane, entambi subsahariani, probabilmente morti per ipotermia e per affaticamento. Verso le 15 il trasferimento sulla Open Arms è stato completato: 458 migranti in tutto (tra cui 175 donne e 75 bambini), oltre alle due salme. Si è sfiorata l’ennesima, enorme strage: quasi certamente, senza la presenza in zona della Open Arms, salpata proprio il giorno prima dalla Sicilia per la sua trentanovesima missione di pattugliamento nel Mediterraneo, quel barcone sarebbe affondato molto prima che potessero arrivare i soccorsi. “Oggi 458 persone festeggiano la vita a bordo della nostra nave – ha scritto la Ong sul suo sito Facebook – Tra queste, 50 donne incinte e 28 bambini piccoli. Ma noi oggi dobbiamo anche piangere la morte di un bimbo e di un giovane. Li hanno uccisi quelli che continuano a guardare altrove, ma queste morti ricadranno sulle loro coscienze e la storia ne chiederà conto”.

(Fonte: Sito web e facebook Proactiva Open Arms, La Repubblica)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 17/18 gennaio 2018

E’ morto prima dell’alba il piccolo Haid Aman, di tre mesi appena, uno dei bambini recuperati dall’equipaggio della Open Arms nelle prime ore del mattino del 16 gennaio su un barcone in procinto di affondare, dopo essere partito dalla Libia con oltre 450 migranti. Fortemente debilitato, il piccolo aveva bisogno di cure mediche specifiche: non riusciva ad alimentarsi ed era necessario portarlo quanto prima a terra in un centro pediatrico attrezzato. Proprio per questo i medici della Ong spagnola Proactiva hanno subito chiesto un trasporto sanitario urgente. L’assenza di navi in zona ha però impedito un trasbordo immediato dopo il salvataggio e a partire dal giorno successivo la Open Arms, a causa delle proibitive condizioni meteo, con vento forte e onde alte fino a sei metri, è stata costretta a navigare nella zona più riparata, tra le coste tunisine e quelle libiche, senza affrontare il mare aperto con centinaia di persone a bordo, molte delle quali malate e fortemente provate, inclusa una donna con un parto prematuro. Così, alla fine, l’assenza di un trasbordo urgente ha segnato la sorte del bimbo. “Disperazione, rabbia e impotenza. Tutto questo non basta a definire il dolore devastante di una madre per questa morte. Né il sentimento che si prova nel vedere come nessuno faccia nulla per evitare questo immenso crimine”, ha scritto la Ong spagnola nel suo sito web, mettendo sotto accusa la politica di respingimento europea. Un’accusa confermata dal fatto che – come ha scritto Repubblica – nello stesso giorno della morte di Haid, “alla sala operativa della Guardia Costiera sono giunte nuove richieste di aiuto, ma i mezzi presenti in area Sar erano tutti in viaggio per la Sicilia per portare a terra le circa 1.500 persone recuperate martedì in undici operazioni di soccorso”. E’ la dimostrazione di quanto costi in vite umane la “guerra” condotta da Roma e Bruxelles nel 2017 contro le Ong attive nel Mediterraneo.

(Fonte: Sito Web Proactiva Open Arms, La Repubblica)

Libia-Italia (Canale di Sicilia, Augusta), 19 gennaio 2018

Il corpo senza vita di un giovane migrante subsahariano è stato sbarcato ad Augusta da una nave del dispositivo Eunavformed operazione Sophia, giunta in porto con 179 tra uomini, donne e bambini tratti in salvo all’inizio della settimana in una serie di interventi di soccorso condotti nel Canale di Sicilia. La vittima era a bordo di uno dei sette gommoni intercettati martedì a qualche decina di miglia dalla costa africana, in acque internazionali. Il cadavere è stato trovato durante il trasbordo dei naufraghi e trasferito sulla nave dopo che tutti erano stati messi in salvo. Secondo un primo esame, il giovane potrebbe essere morto per ipotermia e affaticamento.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, Siracusapost, Nuovo Sud it, Tg3 Rai ore 14,20)

 Siria-Libano (Masnaa, confine montano), 19/21 gennaio 2018  

Diciassette profughi siriani (fra cui quattro bambini) sono morti assiderati mentre tentavano di passare il confine con il Libano, sui monti sovrastanti la valle della Beqaa, una zona investita da giorni da una violenta ondata di freddo intanso, con frequenti tempeste di vento e di neve. I loro corpi sono stati trovati nell’arco di tre giorni lungo i sentieri che conducono verso la città di Masnaa da pattuglie di militari o della Lebanese Civil Defense in servizio di perlustrazione lungo la frontiera. Non è ben chiaro se fossero divisi in piccoli gruppi, che si sono mossi separatamente, o se invece si siano messi in cammino tutti insieme, il pomeriggio o la sera di giovedì, per passare il confine con il favore della notte, eludendo la sorveglianza. L’ipotesi più accreditata dalla stampa locale, ripresa anche dalla Bbc, è che fossero un unico gruppo, guidato da alcuni “passatori” i quali, una volta superata la linea di frontiera, li avrebbero abbandonati in mezzo alle montagne, nonostante il maltempo. Rimasti da soli, senza conoscere la strada e sorpresi da una bufera di neve, non hanno avuto scampo. Il motivo per cui sono stati trovati in posti e tempi diversi potrebbe essere che, nella tempesta e al buio, hanno perso l’orientamento e magari i più deboli sono rimasti subito indietro, mentre gli altri tentavano di raggiungere qualche posto abitato per cercare aiuto. Nessuno, però, si è salvato. Sta di fatto che le prime 9 salme sono state trovate la mattina di venerdì 19 e si è subito sospettato che potessero esserci altre vittime. Tra la sera di venerdì e sabato mattina alcune squadre di militari hanno scoperto altri 6 corpi senza vita (inclusi quelli di tre bambini) e domenica, infine, sono state trovate le ultime due vittime, una donna di circa 30 anni e un bimbo che non doveva averne più di tre, presumibnilmente suo figlio. E’ probabile che proprio questa madre e il suo piccolo siano stati i primi a morire nella tormenta. Ad avvalorare la tesi che fossero un unico gruppo abbandonato da chi doveva guidarli verso Masnaa, la stampa locale asserisce che, nella giornata di domenica, la polizia avrebbe arrestato due uomini, sospettati di essere i “passatori”. E’ molto probabile che l’intero gruppo volesse raggiungere la valle della Beqaa, che ospita da anni migliaia di rifugiati siriani, fuggiti dalla guerra che sconvolge il loro paese dal 2011 e la maggior parte entrati in Libano proprio attraverso gli stessi sentieri dove invece questi 17 hanno trovato la morte.

(Fonte: Bbc News, Anadolu Agency edizioni del 20 e del 21 gennaio)

Libia (Garabouli), 20 gennaio 2018

Il cadavere di un giovane subsahariano è stato recuperato sulla costa di Garabouli, la città situata 65 chilometri da Tripoli, diventata uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti di uomini nella fascia a est della capitale. Lo ha comunicato il rapporto di gennaio dell’Oim (pubblicato all’inizio di febbraio) sugli interventi di salvataggio e sui ritrovamenti di corpi senza vita di migranti nel mare e sulle coste libiche. Si ignora la provenienza di quella salma: intorno al 20 gennaio in quella zona non risultano operazioni di soccorso o naufragio. Gli interventi precedenti più prossimi nel tempo risalgono al 15, al 16 e al 17 gennaio, ma sul litorale a ovest di Tripoli, verso Zawiya e Sabratha.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast di gennaio)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 20 gennaio 2018

Due migranti sono morti nel naufragio del gommone con cui stavano tentando di raggiungere la Spagna dal Marocco. Il battello era salpato dalla costa di Tangeri in mattinata, con 36 subsahariani a bordo. Nel primo pomeriggio se ne sono perse le tracce ed è stato dato l’allarme. Concentrate in particolare nel tratto dello Stretto di Gibilterra intorno all’isola di Alboran, la zona in cui si trovava presumibilmente il natante quando è stato dato per disperso, le ricerche si sono protratte per ore, senza esito. Nel fattempo il natante è affondato. Il relitto è stato avvistato solo verso le 20 da un peschereccio spagnolo, El Secret, anch’esso mobilitato per le operazioni di soccorso dal servizio di Salvamento Maritimo. L’equipaggio ha preso a bordo 31 naufraghi e recuperato il cadavere di un loro compagno. Quasi contemporaneamente altri 4 naufraghi sono stati recuperati in mare dalla guardamar Polimnia e dall’Helimer 207, del Salvamento Maritimo, ma uno di loro è morto poco prima di essere ricoverato in ospedale ad Almeria. Sempre ad Almeria sono stati trasferiti i superstiti salvati dal peschereccio, dopo essere stati trasbordati durante la notte sulla salvamar Spica. Prima dell’alba, 31 miglia a sud da Cabo de Gata, è stato recuperato dalla Polimnia un altro gommone disperso, alla deriva da ore con 37 migranti subsahariani a bordo.

(Fonte: Sito Wew Salvamento Maritimo, Sito Web Helena Maleno, Europa Press)

Spagna-Marocco (Ceuta), 20-22 gennaio 2018

Un giovane migrante maghrebino è morto precipitando dal tetto del magazzino di un supermercato di generi alimentari nella zona portuale di Ceuta. Il suo corpo senza vita è stato trovato la mattina di lunedì 22 gennaio, alla riapertura delle vendite: secondo i medici, era morto già da diverse ore. L’incidente deve essere accaduto nella notte tra sabato e domenica, dopo la chiusura serale dell’esercizio, che nei giorni festivi non viene aperto. Alcuni migranti, interrogati dalla polizia, hanno riferito che il giovane sostava da alcuni giorni nelle adiacenze del porto, nella speranza di riuscire a imbarcarsi di nascosto su uno dei ferry di linea che collegano Ceuta all’Andalusia. Tutti hanno detto di conoscerlo soltantoo di vista: sapevano solamente che doveva avere non più di 22/23 anni e che veniva o dall’Algeria o dal Marocco. E’ probabile che durante la notte di sabato abbia cercato di introdursi nel magazzino dal tetto per procurarsi un po’ di cibo, ma la struttura ha ceduto sotto il suo peso e lui è precipitato da un’altezza di sei metri, rimanendo ucciso. Quando alcuni dipendenti del supermarket lo hanno trovato, il cadavere era proprio sotto la parte del tetto crollata.

(Fonte: El Mundo, El Faro de Ceuta, Ceuta Actualidad).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra, Nador), 23 gennaio 2018

Almeno 3 migranti subsahariani sono annegati nel naufragio di un gommone nelle acque morocchine dello Stretto di Gibilterra, al largo di Capo delle Tre Forche, il promontorio situato a breve distanza dal porto di Nador. Altri 57 sono stati tratti in salvo, ma non è escluso che ci sia qualche disperso. Del battello, salpato all’alba dal Marocco e diretto verso l’Andalusia, si sono perse le tracce dalle prime ore del mattino. A dare l’allarme sono state una segnalazione pervenuta alla Guardia Costiera marocchina e, quasi contemporaneamente, Helena Maleno, attivista della Ong Caminando Fronteras, la quale, raggiunta al telefono da una giovane donna che era a bordo, ha subito allertato sia il Salvamento Maritimo spagnolo che la Marina Imperiale, indicando, non molto tempo dopo, anche la posizione presumibile e segnalando in particolare che il natante stava ormai affondando, tanto che molti degli occupanti erano già in acqua. Il relitto, avvistato nel pomerigio nello stessa zona del naufragio del 9 gennaio, è stato raggiunto da una motovedetta della Marina marocchina, che ha tratto in salvo 57 naufraghi e recuperato 3 corpi senza vita. Sia i superstiti che i tre cadaveri sono stati sbarcati a Nador. Le autorità marocchine hanno poi trasferito tutti i migranti sopravvissuti in un centro di detenzione nel Sud del paese. Non è stato chiarito se qualcuno di loro abbia specificato il numero esatto delle persone a bordo alla partenza, sicché non è possibile stabilire se ci siano eventuali dispersi.

(Fonte: La Vanguardia, Eco Diario, El Faro de Melilla, Abc Agencias, Sito Web Helena maleno Caminando Fronteras).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 27 gennaio 2018

Tre morti e oltre 30 dispersi (verosimilmente da 32 a 34, tra cui diversi bambini, per un totale di almeno 35 vittime) nel naufragio di un gommone nel Canale di Sicilia. Altri 83 migranti sono stati salvati. Il bilancio definitivo è sttaio possibile solo dopo i primi colloqui con i sopravvissuti che, sbarcati ad Augusta i 30 gennaio, hanno riferito di essere pèartiti in 120 circa e di aver perso in mare non meno di 35 compagni. Il battello in difficoltà è stato segnalato a qualche decina di miglia dalla costa libica. La prima a raggiungerlo è stata la nave Acquarius, della Ong Sos Mediterranee, allertata dalla Centrale operativa della Guardia Costiera di Roma. “Quando siamo arrivati – ha riferito Klaus Merkle, capo delle operazioni a bordo della Aquarius – il gommone stava affondando: era sgonfio da un lato e molti naufraghi erano già in acqua o aggrappati ai tubolari stagni. Alcuni ormai privi di conoscenza…”. Tra questi, due donne, che i medici di bordo non sono riusciti a rianimare. Altri 16, tra cui 6 bambini (inclusi i figli delle due vittime), avevano i polmoni pieni d’acqua ed apparivano in condizioni critiche, sicché sono stati trasferiti d’urgenza, con un elicottero della Marina italiana, all’ospedale di Sfax, in Tunisia. Una donna, la più grave, è morta poco dopo il ricovero. Meno gravi, anche se molto provati e in stato di choc, gli altri 67 naufraghi tratti in salvo. I soccorritori hanno subito intuito che dovevano esserci anche numerosi dispersi. La conferma è arrivata dai superstiti. In particolare da un giovane del Camerun il quale, oltre a riferire che erano partiti “in più di 110”,  ha ricostruito le circostanze della tragedia: “Quando il battello ha cominciato a sgonfiarsi e ilfondo ha ceduto – ha raccontato al personale di Medici Senza Frontiere in servizio sulla Aquarius – è scoppiato il panico. Molti sono caduti in mare. Nella calca, qualcuno mi ha spinto e sono finito in acqua anche io…”. Una ulteriore conferma del numero dei dispersi è il fatto che – come hanno fatto notare sia Sos Mediterrranee che la Ong spagnola Proactiva Open Arms – su gommoni di quelle dimensioni i trafficanti costringono a salire in media non meno di 110/120 persone. Secondo Proactiva, anzi, i dispersi potrebbero essere anche di più.

Il soccorso impedito dai libici. L’equipaggio della Aquarius ha dennciaio che, poco prima dell’operazione di soccorso al gommone semi affondato, la Guardia Costiera libica gli ha impedito di prestare aiuto a un altro gommone che stava per naufragare. “A mobilitarci per cercare di salvare i migranti stipati su quel battello – ha scritto la Ong – è stata la Centrale Operativa della Guardia Costiera italiana. Quando siamo arrivati in zona, però, una motovedetta libica ci ha intimato di fermarci ed anzi di invertire la rotta. Eravamo ormai a non più di cento metri dal battello. Sentivamo urla e grida d’aiuto ma i libici ci hanno impedito di assisterli e di prestare qualsiasi tipo  di soccorso a quelle persone”. Tutti quei i naufraghi, circa cento, sono stati così presi in consegna dalla Guardia Costiera di Tripoli e trasferiti in un centro di detenzione in Libia. “Quelli operati dai libici – concordano tutte le Ong – non sono salvataggi. Sono delle deportazioni, perché i migranti vengono riportati in Libia contro la loro volontà”.

(Fonte: La Stampa, Repubblica, Il Messaggero, Espero News, Siti Sos Mediterrranee e Proactiva Open Arms, Avvenire edizione del primo febbraio)

Turchia-Grecia (Lesbo), 1 febbraio 2018

Un migrante algerino è annegato nelle acque dell’isola di Lesbo. Il suo cadavere, trascinato dalla corrente nella baia di Mytilene e recuperato dalla Guardia Costiera greca la mattina del 2 febbraio, è rimasto a lungo senza identità. La polizia, dopo i primi accertamenti, ha precisato che l’uomo, sui 30 anni, alto un metro e 87 centimetri, doveva essere di nazionalità straniera, mentre la Ong No Borders ha subito ipotizzato che poteva trattarsi di un migrante maghrebino, forse algerino o marocchino. Partendo da questi elementi, una decina di giorni dopo si è appurato che la vittima era effettivamente un migrante, un giovane algerino già ospite per circa sei mesi del centro accoglienza di Moria e scomparso dopo che la sua richiesta di asilo era stata respinta, circa due settimane prima del ritrovamento del cadavere. E’ caduta così l’ipotesi che potesse trattarsi della vittima di un naufragio avvenuto nel braccio di mare tra la Turchia e le isole Egee, dove nel mese di gennaio sono state bloccate dalla polizia turca più di trenta barche cariche di migranti salpate dalla costa anatolica per raggiungerein Lesbo, Samo o Chio. Restano però imprecisate le circostanze in cui l’uomo ha perso la vita: forse un incidente mentre cercava un “passaggio” o magari un imbarco clandestino per il continente greco o forse, più verosimilmente, un suicidio. “Il fatto fondamentale resta che si tratta di una vittima del sistema hotspot, che continua a fare distinzione tra rifugiati e migranti da respingere e deportare, con conseguenze spesso mortali”, ha scritto l’undici febbraio l’attivista Anna Karastathi, interpretando il pensiero di varie Ong e dei tanti volontari che operano presso il centro profughi di Moria.

(Fonti: Sito Web No Border, Lesvos News, Agenzia Ana Mpa, The Greek Observer, The National Herald, sito web Anna Karastathi)

Libia (al largo di Zuwara), 1-2 febbraio 2018

Un centinaio di vittime (21 morti accertati di cui è stato recuperato il corpo e circa 90 dispersi) nel naufragio di un barcone a breve distanza dalla costa occidentale della Libia. Soltanto 3 i superstiti. Il battello era partito stracarico dalla zona di Zuwara, la città portuale situata a oltre 100 chilometri a ovest di Tripoli e a circa 40 dal confine con la Tunisia. La navigazione è stata breve: al momento della tragedia il barcone era ancora all’interno delle acque territoriali libiche. Non è stato possibile ricostruire le circostanze precise. E’ verosimile che la causa sia lo stesso sovraccarico: forse c’è stato un movimento brusco delle persone ammassate a bordo, che ha compromesso l’assetto dello scafo. Sta di fatto che il barcone si è rovesciato di colpo ed è andato subito a picco, trascinando sul fondo la maggior parte dei migranti, quasi tutti profughi in fuga dal Pakistan, spinti verso la Libia e la rotta del Mediterraneo centrale dalla chiusura di quella dell’Egeo da parte della Turchia. Due dei naufraghi sono riusciti a raggiungere a nuoto la spiaggia di Zuwara, a conferma che il naufragio è avvenuto a non grande distanza dalla costa; il terzo è stato tratto in salvo da un pescatore. Per gli altri non c’è stato scampo. La portata della tragedia ha preso forma nelle ore successive, quando la corrente ha trascinato a riva e spiaggiato 10 cadaveri: 8 di profughi pakistani e 2 di giovani libici. Le indagini che ne sono seguite, condotte dalla sede libica dell’Oim ascoltando anche le testimonianze dei superstiti, hanno consentito di appurare che sul battello avevano preso posto in un centinaio circa. E’ stata la stessa Oim, dalla sede centrale di Ginevra, a dare notizia della strage, la mattina del 2 febbraio: nulla dalle autorità o dalla Marina di Tripoli, molto solerti invece a riferire gli episodi di barche di migranti bloccate e costrette a invertire la rotta dalla Guardia Costiera libica. Ventiquattro ore dopo e nei giorni successivi fino al 9 febbraio altre 11 salme sono state recuperate dalla Guardia Costiera di Zuwara.

(Fonte: Repubblica, Il Fatto Quoitidiano, Tg Com 24, Adn Kronos, La Stmpa, Al Jazeeera, Agenzia Ansa, Libya Observer edizione del 4 febbraio, Raporto Oim Libya Maritime Update di febbraio).

Spagna-Marocco (Stretto al largo di Melilla), 3/4 febbraio 2018

Morti 23 migranti e 24 dispersi nel naufragio di un battello nelle acque dello Stretto di Gibilterra, al largo di Melilla. Non ci sono superstiti. Ignote le circostanze precise della tragedia: non si sa nemmeno quando esattamente il natante, un gommone, sia affondato. L’unica cosa certa è che era partito dalla costa marocchina tra il 2 e il 3 febbraio, nonostante le cattive condizioni del mare e le previsioni di peggioramento meteo in tutta la zona dello Stretto di Gibilterra. Secondo quanto ha appurato Helena Maleno, attivista della Ong Caminando Fronteras, sulla base di informazioni ricevuta dai familiari di alcune delle vittime, a bordo erano in 47, tra uomini e donne, tutti provenienti dall’Africa subsahariana, in particolare dal Mali, dalla Guinea Conakry e dalla Costa d’Avorio. E’ probabile che inizialmente volessero dirigersi verso le coste dell’Andalusia, ma durante la navigazione il mare in burrasca deve averli indotti a cambiare rotta, per puntare sul più vicino territorio spagnolo di Melilla. Sta di fatto che del battello si sono perse le tracce. L’allarme è scattato nel pomeriggio, tra le 15,30 e le 16, quando l’equipaggio del Sorolla, un ferry di linea salpato circa un’ora prima da Melilla e diretto ad Almeria, ha avvistato alcuni cadaveri flottare in acqua a una distanza compresa tra le quattro e le cinque miglia da Capo Tre Forche, sulla costa africana, nella zona di recupero e soccorso di competenza del Marocco. Sul posto si sono portate sia unità della Marina Imperiale che mezzi della Guardia Civil e del servizio Salvamento Maritimo spagnolo. Sono stati recuperati complessivamente 23 corpi: dapprima 20, poi un altro da una motovedetta di Melilla nella fase di rientro in porto dopo il tramonto e infine altri due nelle ricerche condotte la mattina del 4 febbraio. Nessuna traccia degli altri 24 naufraghi, dati per dispersi ma senza alcuna speranza di poterli ritrovare in vita.

(Fonte: Sito web Helena Maleno, La Voz de Cadiz, Europasur, El Faro de Melilla, Melilla Hoy, Europa Press, El Diario, Repubblica).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 4-7 febbraio 2018

Dieci migranti subsahariani (9 uomini e una donna) dispersi nelle acque dello stretto di Gibilterra. Nonostante le cattive condizioni del mare, erano salpati dalla costa marocchina su una piccola barca a remi, diretti verso la Spagna, prima dell’alba di domenica quattro febbraio. L’allarme è stato dato in mattinata da operatori della Ong Caminando Fronteras che, al corrente della loro partenza, ne avevano perso le tracce e non sono riusciti a ristabilire un contatto. Sulla base di questa segnalazione è stato attivato il dispositivo di ricerca e soccorso sia da parte del Salvamento Maritimo spagnolo che della Marina imperiale. Il giorno successivo, lunedì 5 febbraio, è stato intercettato, nello Stretto, un piccolo battello con undici migranti a bordo, che sono stati tutti tratti in salvo. Si è ipotizzato inizialmente che potesse trattarsi della barca scomparsa ormai da più di 24 ore, ma in breve è emerso, come ha rilevato nel suo sito web l’attivista Helena Maleno, che si trattava di un altro battello, salpato dalla stessa zona e non molto tempo dopo quello segnalato da Caminando Fronteras. Le ricerche sono continuate senza esito fino a mercoledì 7 febbraio, ostacolate dalle difficili condizioni meteomarine, con temporali, pioggia, freddo e raffiche di vento.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Sito web Helena Maleno Garzon)

Libia (Homs), 8 febbraio 2018

Un giovanissimo profugo eritreo è morto ad Homs per le torture e i maltrattamenti subiti dalla banda di predoni che lo avevano sequestrato. Si chiamava Robel Kidane: aveva solo 17 anni. Originario di Asmara, arrivato in Libia nel maggio 2017, era stato intercettato dalla polizia e condotto in un centro di detenzione ad Homs, (dove opera anche una delegazione dell’Unhcr) nell’ottobre successivo, dopo un tentativo fallito di arrivare in Italia su un gommone. In quel centro è rimasto fino al 6 gennaio 2017 quando, insieme a sei compagni, è finito nelle mani dei trafficanti, ai quali lo avrebbero venduto alcuni poliziotti collusi con il mercato di esseri umani. Da quel momento è stato costretto a mettersi ripetutamente in contatto con il padre, Kidane Bahta, rifugiato in Germania, per chiedergli di pagare il riscatto di oltre 30 mila dollari preteso dai sequestratori per rilasciarlo. Non disponendo di quella somma, Kidane ha chiesto un po’ di tempo per cercare di metterla insieme. Da allora, per costringere il padre ad affrettare i tempi, il ragazzo è stato sottoposto a continui pestaggi e torture. E alla fine proprio queste torture lo hanno ucciso. Kidane ha saputo della morte del figlio l’otto febbraio, quando ha fatto l’ennesima telefonata per cercare di rassicurarlo. La notizia gli è sata data da uno dei sei compagni del figlio, che ha risposto al numero di cellulare usato dai trafficanti per le trattative con i familiari dei loro prigionieri. Non si sa che fine abbia fatto il corpo. Il compagno di Robel ha detto che i trafficanti lo hanno portato via dalla prigione, ma non ha saputo precisare se e dove sia stato sepolto. Il caso è stato segnalato anche all’Unhcr di Roma dal Coordinamento Eritrea Democratica, che lo ha seguito e denunciato sin dalle prime fasi del sequestro.

(Fronte: Abraham Tegeste, del Coordinamento Eritrea Demoratica)  

Spagna-Marocco (Stretto, mare di Alboran), 9 febbraio 2018

Tre giovani migranti subsahariani sono stati uccisi dal freddo su un gommone alla deriva nelle acque dello Stretto di Gibilterra: quando li hanno trovati, nella tarda mattinata di venerdì 9 febbraio, erano morti già da tempo. Altri 32 sono stati tratti in salvo. Partito quasi due giorni prima dalla costa marocchina nonostante le cattive condizioni meteo, con vento forte e temperature molto basse, il battello è rimasto per ore in balia del mare. Ad avvistarlo, 27 miglia a sud-est dell’isola di Alboran, è stata la salvamar Polimnia, mobilitata per le ricerche dalla base del Salvamento Maritimo di Almeria, insieme ad un elicotttero, dopo l’allarme lanciato da una Ong. I tre corpi senza vita, con segni evidenti di ipotermia, sono stati trovati sul fondo del battello, durante il trasbordo dei naufraghi. Alcuni dei sopravvissuti hanno riferito che i tre loro compagni avevano perso conoscenza durante la notte e non si erano più ripresi. Anche diversi altri naufraghi erano in stato di ipotermia e sono stati affidati al centro medico di Almeria. Poche ore prima di questo battello la Polimnia ne aveva soccorso un altro, con 50 migranti, sempre subsahariani, 7 miglia a sud est di Alboran. Un terzo gommone è riuscito ad arriva sull’isola ma in un punto impervio, dove i 45 migranti che erano a bordo sono rimasti intrappolati dal mare in burrrasca per un giorno intero, fino all’arrivo delle motovedette del Salvamento Maritimo.

(Fonte: El Faro de Melilla, Europa Press, Siti Helena Maleno e Xavi Casanovas, Sito Proactiva Open Arms)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 11 febbraio 2018

Cinque migranti dispersi in seguito al naufragio di un gommone nello stretto di Gibilterra, al largo dell’isola di Alboran. Altri 29 (tra i quali una donna in avanzato stato di gravidanza) sono stati tratti in salvo. Il battello era salpato, nella notte tra sabato 10 e domenica 11, dalla rada di Betoya, nel nord del Marocco, per fare rotta verso la Spagna. Poco dopo le tre del pomeriggio il comando del Salvamento Maritimo di Almeria, ricevuta la segnalazione che se ne erano perse le tracce dopo la partenza, ha predisposto un servizio di ricerca e recupero. A chiamare sono stati i familiari di alcuni dei migranti che erano a bordo. “E’ un sistema ormai diffuso – ha scritto El Pais – Quando pensano che la barca carica di migranti partita dal Marocco sia fuori dalle acque territoriali marocchine, i familiari avvisano la Spagna, in modo che sia recuperata in una zona di competenza europea”. Da Almeria è partita per i soccorsi la salvamar Polimnia e quasi contemporaneamente è giunta la notizia che il gommone segnalato era affondato: aveva ceduto il fondo e si era spezzato in due, probabilmente a causa del sovraccarico. Lo ha comunicato l’equipaggio del Kent, un mercasntile inglese, che aveva avvistato quello che ormai era solo un relitto, circondato da decine di persone che cercavano di tenersi a galla aggrappati ai rottami. Quando la Polimnia è arrivato sul posto, all’interno delle acque marocchine, il Kent aveva già recuperato 13 naufraghi. Altri 16 sono stati tratti in salvo dalla Polimnia, che poi ha preso a bordo anche gli altri superstiti, sbarcando tutti a Motril. Le ricerche si sono protratte fino al tramonto e sono riprese l’indomani mattina ma dei 5 dispersi non è stata trovata traccia.

(Fonte: El Pais, El Faro de Melilla, Sito Web Helena Maleno).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 12 febbraio 2018

Una bambina di 11 anni è morta su una barca carica di migranti, durante la traversata dal Marocco alla Spagna, nelle acque dello stretto di Gibilterra. Lo hanno comunicato, nei rispettivi siti web, Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, e Albert Portabello, attivista per i diritti umani. Il battello avrebbe incontrato grosse difficoltà a causa delle cattive condizioni meteo, rimanendo a lungo alla deriva, in balia del mare. La piccola potrebbe essere morta per ipotermia.

(Fonte: sito web Helena Maleno, sito web Albert Portabella).

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 12/13 febbraio 2018

Tre morti e almeno 4 dispersi nel tentativo di attraversare il fiume Evros/Maritza, che segna il confine tra la Turchia e la Grecia. Sono i componenti di due famiglie residenti a Istanbul: la prima formata dai coniugi e due bambini, la seconda da padre, madre e un figlio. Del gruppo faceva parte, inoltre, un uomo, che è riuscito a salvarsi e ad arrivare in territorio greco. Le due coppie e il compagno che era con loro stavano tentando di fuggire in Grecia per sottrarsi alla persecuzione del governo di Ankara, che li accusa di aver partecipato o comunque svolto attività in favore del movimento Gulen e del mancato colpo di stato dell’estate 2016. Arrivati clandestinamente fino alla provincia nord-occidentale di Edirne, che confina con la Grecia, avevano probabilmente un contatto con qualcuno che doveva aiutarli a superare la frontiera attraversando l’Evros. La partenza è stata fissata per la notte tra l’undici e il dodici febbraio. Prima dell’alba, verso le 5, si sono imbarcati su un piccolo battello pneumatico che, a quanto pare, governavano da soli. La tragedia è avvenuta pochi minuti dopo. Forse il natante era sovraccarico e troppo piccolo per affrontare la corrente che, in questa stagione, è piuttosto forte: sta di fatto che si è rovesciato quasi al centro del fiume, scaraventando tutti in acqua. Le grida d’aiuto di una delle due donne sono state udite da alcuni abitanti della zona, che hanno subito informato la polizia, ma i soccorsi sono arrivati troppo tardi. Più a valle, nelle ore successive, sono stati trovati i corpi di una donna, Ayse Abdurrezzak, 37 anni, ex insegnante, e dei suoi due figli, Halil Munir (3 anni) e Abdul Gadir (11 anni). Il padre, Ugur Abdurrezzak, risulta disperso, così come Fahreddin Dogan, sua moglie Ash e il figlio Ibrahim Selim, di 2 anni e mezzo. Poco lontano è stato trovato anche il relitto del canotto pneumatico. Secondo il rapporto del Turkey’s Disaster and Emergency Organization (Afad), l’amico delle due coppie sarebbe riuscito invece a raggiungere la sponda greca. La polizia turca afferma che sul battello non c’erano altre persone, ma alcuni testimoni hanno riferito che sarebbero partiti in dieci, sicché potrebbero esserci altri due dispersi. Mancano però riscontri precisi su questo particolare. Anche l’Afad parla di 8 profughi in tutto, inclusi i tre bambini.

(Fonte: Agenzia Reuters, Hurriyet Daily News, Stockolm Center of Freedom, Daily Sabah, France Presse, Yahoo News, Anadolu Agency)

Libia (Bani Walid), 14 febbraio 2018

Almeno 19 morti e quasi 130 feriti su un Tir carico di migranti rimasto coinvolto in un incidente stradale nei pressi di Bani Walid. Il portavoce dell’ospedale di zona, Hatim Al Twaijir, ha parlato inizialmente di 23 vittime, ma nelle ore successive il direttore sanitario, Mohamad Al Mabrouk, ha precisato che sono 4 in meno. Bani Walid, un grosso centro abitato nel deserto, circa 170 chilometri a sud est di Tripoli, è uno snodo cruciale delle strade che dal sud conducono verso la costa, sede di uno dei più importanti campi di detenzione libici e base di varie organizzazioni di trafficanti di uomini. Il Tir, un automezzo completamente chiuso, appartiene appunto a una di queste organizzazioni ed era usato per i trasferimenti clandestini dei migranti sequestrati. Sul piano di carico, ha specificato sempre Hatim Al Twaijir, erano stati costretti a salire e stipati in quasi 300 (tra cui 22 donne e 10 bambini), in gran parte somali ed eritrei. Venivano sicuramente da una delle prigioni gestite dai trafficanti. Lo ha confermato il racconto di uno dei feriti: “Dovevamo raggiungere il litorale – ha detto a un cronista dell’agenzia France Presse – per imbarcarci e attraversare il Mediterraneo verso l’Italia”. L’incidente è avvenuto dopo quasi un’ora di viaggio, circa 60 chilometri a nord di Bani Walid: il Tir, che procedeva a velocità sostenuta in direzione della costa, si è scontrato con un altro camion e subito dopo si è rovesciato. Per i migranti ammassati e chiusi dall’esterno nel retro non c’è stato scampo: 19 di loro, tra cui un bambino, sono stati estratti dall’automezzo ormai morti e altri 130 risultano feriti, alcuni in modo gravissimo. “Per 35 è stato necessario il trasferimento negli ospedali di Tripoli mentre altri 7 sono in terapia intensiva a Bani Walid. Gli altri non sono in pericolo di vita”, ha precisato il dottor Mohamad Al Mabrouk, che ha chiesto al ministero della sanità di proclamare lo stato d’emergenza per il suo ospedale, dotato di soli 120 posti letto, sollecitando l’invio di medicinali e di attrezzature. Non risulta che qualcuno dei trafficanti responsabili della strage sia stato individuato e arrestato.

(Fonti: Mail Online, Libya Observer, Al Jazeera, Albawaba News, Indian Express, Business Standard)

Libia (Zuwara, Zawiya, Tripoli), 15-16 febbraio 2018

Tredici salme di migranti subsahariani sono state recuperate tra il 15 e il 16 febbraio sulla costa libica: 11 a Zuwara, 108 chilometri a ovest di Tripoli; 1 a Zawiya, quasi 60 chilometri più a est, 1 sul litorale della stessa Tripoli. La notizia è stata riferita dal rapporto di febbraio Libyan Coast Maritime Update, pubblicato dall’Oim. Non sono specificate le circostanze né della morte, né del ritorvamento. Una delle ipotesi è che gli 11 corpi senza vita ritrovati a Zuwara potrebbero ricollegarsi al naufragio avvenuto due settimane prima, con circa cento vittime. Visto il tempo trascorso e benché nel rapporto non risultino altri naufragi o operazioni di soccorso, potrebbe però trattarsi – come già accaduto – anche di un altro incidente rimasto sconosciuto. La grande distanza farebbe decisamente escludere, invece, collegamenti con la salma trovata a Zawiya e a maggior ragione con quella affiorata a Tripoli.

(Fonte: Rapporto Iom Libya Maritime Update di febbraio 1-28 febbraio 2018)    

Libia (Bani Walid), 18 febbraio 2018

Volontari della Peace Charity Foundation seppelliscono nel cimitero di Bani Walid le salme di 12 profughi morti in un incidente stradale avvenuto lungo la strada per Tripoli alcuni giorni prima. Nonostante il gran numero di vittime, dell’incidente non si era saputo nulla in Europa. La notizia è venuta alla luce soltanto in occasione dell’inumazione dei corpi dei 19 profughi, eritrei o somali, rimasti uccisi nel Tir chiuso, diretto verso la costa, con centinaia di migranti a  bordo,  finito fuori strada il 14 febbraio, dopo lo scontro con un altro camion, poco a nord della città, nel distretto di Qararat Al Qataf. Il portavoce della fondazione umanitaria, Haitham Bin Lama, ha specificato che le 19 salme del Tir sono state prelevate presso l’ospedale generale di Bani Walid, mentre le altre 12 provenivano “da un incidente precedente ed erano state custodite fino a quel momento nell’obitorio Dar al Rahma” dello stesso ospedale. Haitham Bin Lama non ha aggiunti particolari sulle circostanze di questo primo incidente.

(Fonte: Libya Observer)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 26 febbraio 2018

Un migrante morto e 4 tratti in salvo in extremis dopo il ribaltamento del piccolo gommone con cui stavano facendo rotta, nello Stretto di Gibilterra, dal Marocco verso la Spagna. Il relitto del canotto, salpato alcune ore prima dalla costa africana, è stato avvistato verso le 10 del matttimo, a sud di Tarifa, dall’equipaggio del mercantile North Baltic, che ha dato l’allarme alla base del Salvamento Maritimo. Aggrappati come potevano ai resti del battello c’erano 5 naufraghi. Perché potessero tenersi a galla in attesa delle operazioni di recupero, dal mercantile hanno lanciato in acqua alcuni giubbotti di savataggio. Poco dopo è giunto da Tarifa un elicottero, l’Helimer 220, che ha localizzato gli uopmini in mare, guidando l’intervento di soccorso condotto dalla salvamar Arcturus. Tratto a bordo l’intero gruppo, uno dei cinaque è apparso subito in gravi condizioni: era privo di conoscenza e presentava i sintomi di una grave ipotermia. Sulla stessa Arcturus gli sono state praticate le prime cure mediche, per cercare di fargli riprendere i sensi, mentre al porto di Tarifa è stato predisposto un servizio medico di rianimazione della Croce Rossa, ma l’uomo è morto alcuni minuti dopo lo sbarco. Gravi sintomi di ipotermia presentavano anche i 4 naufraghi superstiti.

(Fonte: Europasur, Sito Web Salvamento Maritimo)

Spagna-Marocco (Ceuta), 3 marzo 2018

Due giovani originarie della Guinea sono annegate mentre tentavo di raggiungere il territorio spagnolo dell’enclave di Ceuta, in Marocco. Altri due migranti, un uomo e una donna, anch’essi guineiani, sono stati salvati. I quattro migranti erano a bordo di un piccolo canotto pneumatico, uno Zodiac, dotato di motore fuoribordo. Erano partiti in piena notte dalla vicina costa marocchina di Beliones, a nord-ovest di Ceuta. Le condizioni meteo erano pessime, con vento forte e mare molto mosso, ma sono ugualmente riusciti a percorrere la breve distanza fino a Benzù, la spiaggia più occidentale di Ceuta, proprio a ridosso della linea di frontiera. La tragedia si è verificata verso le 6,30 del mattino, quando era ancora buio, durante l’accostamento. La onde alte fino a tre metri e la violenta risacca hanno rovesciato il piccolo gommone. I quattro migranti sono finiti tutti in acqua. I soccorsi, chiamati da alcuni testimoni, sono partiti quasi subito. Una patttuglia della Guardia Civil ha recuperato vicino alla scogliera l’unico uomo e una donna. Le altre due donne, trascinate dalla corrente più lontano, sono annegate: i loro corpi, recuperati dopo circa un’ora dal servizio di salvamento marittimo, sono stati trasferiti all’obitorio di Ceuta.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Europasur, Sito Web Helena Maleno Garzon)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 3-4 marzo 2018

Ventitre morti nel naufragio di una barca da pesca in legno: inizialmente si è parlato di 21 vittime, ma il rapporto presentato il giorno 6, a Ginevra, da Joel Millman, portavoce dell’Oim, ha aggiunto due neonati, i cui corpicini sono stati trovati sul relitto dopo le operazioni di soccorso, portando così a 23 il numero totale di vite perdute. Altre vittime potrebbero esserci state, nella stessa zona, tra le decine di migranti che si sono gettati in mare per cercare di sottrarsi alla cattura da parte della Guardia Costiera libica quando è stato intercettato il gommone su cui si erano imbarcati. La barca da pesca, partita prima dell’alba di sabato 3 marzo dalla Libia con oltre 50 persone, ha navigato lentamente per l’intera giornata, percorredo oltre quaranta miglia. La tragedia si è verificata durante la notte, in acque internazionali. “Siamo partiti in 51 – ha raccontato (senza calcolare i due neonati: ndr) uno dei superstiti, un ragazzo del Gambia – Dopo il tramonto lo scafo ha cominciato a fare acqua, appesantendosi e minacciando di affondare in breve tempo. E’ scoppiato il panico. La barca si è quasi capovolta e molti sono caduti in acqua, scomparendo in breve nel buio. Tra noi c’erano cinque donne: ne sono annegate quattro, di cui una in stato di gavidanza. Io ho perso così mio fratello…”. La salvezza è arrivata da un mercantile cipriota, l’Everest, che, avvistato il relitto, ha recuperrato 30 naufraghi. Nessuna traccia degli altri finiti in mare. Solo successivamente sono stati trovati sul relitto i corpi dei due neonati. Poche ore dopo, lo stesso mercantile ha salvato e preso a bordo altri 42 naufraghi, partiti con un gommone nelle primissime ore di sabato. Sia questi che i 30 superstiti del barcone, 72 persone in tutto, di varie nazionalità africane, sono stati poi trasferiti dall’Everest sulla Aquarius, la nave della Ong Sos Mediterranee. Alcuni dei 42 hanno riferito ai volontari di Medici Senza Frontiere in servizio sulla Aquarius che il loro gommone era stato bloccato in acque iternazionali, a 53 miglia dall’Africa, da una motovedetta libica e costretto a invertire la rotta. Piuttosto che tornare in Libia molti, vedendo avvicinarsi l’Everest, si sono gettati in acqua, tenendosi a galla alla meglio fino a quando l’equipaggio della nave cipriota non li ha soccorsi. Contandosi, una volta a bordo, alcuni dei superstiti hanno espresso il timore che qualche compagno sia annegato o risulti disperso. Tutti quelli rimasti sul gommone (una novantina secondo l’Oim) sono stati ricondotti a Tripoli e consegnati a un centro di detenzione. Potrebbe trattarsi dello stesso gommone che la Aquarius era stata incaricata di cercare la mattina di sabato dal Centro di coordinamento del soccorso di Roma, ricevendo però dalla Marina libica l’ordine di non avvicinarsi. Il battello era salpato dalla zona di Homs, a est di Tripoli: a bordo pare fossero in più di 130. Nelle stesse ore era stato lanciato l’allarme per un altro gommone, partito da Zawiya, a ovest di Tripoli: dovrebbe essere stato bloccato dalla Guardia Costiera libica.

(Fonte: Rapporto e sito web Sos Mediterranee, Agenzia Reuters, New York Times, Libyan Express, La Repubblica, La Stampa, Agenzia Ansa)

Libia (Homs e Bani Walid), 5/6 marzo 2018

Cinque giovani migranti sono morti nel lager dei trafficanti dove erano segregati a Bani Walid, la città nel deserto 160 chilometri a sud est di Tripoli, dopo essere stati catturati ad Homs. La notizia ha cominciato a circolare verso la fine del mese di febbraio, ma se ne è avuta conferma solo tra il 5 e il 6 marzo sulla base delle rivelazioni dei familiari di altri prigionieri e delle stesse vittime, residenti in vari paesi europei: Germania, Svizzera, Norvegia. Si tratta di compagni di Robel Kidane, il diciassettenne eritreo della cui morte sotto tortura si è saputo l’8 febbraio: due altri eritrei, due somali e un etiope. I ragazzi eritrei, in particolare, erano nel gruppo di 7 profughi (incluso Robel) che tra il 6 e il 7 gennaio sarebbero stati venduti ai predoni da alcune guardie del centro di detenzione statale di Homs, dove si trovavano in attesa di essere trasferiti in Niger, dopo essere stati registratri dall’Unhcr e inseriti in un programma di relocation come rifugiati. I due somali e l’etiope, invece, erano stati presi in circostanze e in tempi diversi, ma anch’essi, a quanto pare, sarebbero passati dal centro di accoglienza di Homs. Stando alle scarne notizie giunte da altri prigionieri, contattati attraverso il cellulare messo a disposizione dai trafficanti per le trattative con i familiari per il riscatto, anche questi cinque ragazzi, come Robel, sarebbero morti a causa dei maltrattamenti e delle torture subite. Non è escluso, tuttavia, che qualcuno sia stato ucciso dai trafficanti come “monito” per gli altri migranti sequestrati a pagare al più presto i 20 mila dollari richiesti per rilasciarli. Si ignora la località precisa della prigione. Si sa solo che tutti sono stati presi vicino ad Homs, in un posto che Robel e gli altri hanno raggiunto a piedi con un emissario della banda, pensando – come avevano assicurato le guardie del campo – di essere condotti al lavoro in una fattoria come braccianti. Da qui, poi, li avrebbero spostati verso Bani Walid. E’ stato accertato, inoltre, che ai familiari di alcuni dei giovani rapiti è sata indicata una cellula in Egitto alla quale inviare il denaro del riscatto attraverso il servizio di money transfer della Western Union. In seguito alle feroci percosse a cui è stato sottoposto per più di un mese, infine, un altro ragazzo sarebbe rimasto paralizzato o comunque non sarebbe quasi più in grado di muoversi. Il 6 marzo risultava ancora in vita, ma in condizioni gravissime.

(Fonte: testimonianze di familiari delle vittime e di altri prigionieri raccolte da Abraham Tesfai e Amr Adem del Coordinamento Eritrea Democratica)

Turchia-Grecia (frontiera dell’Evros), 6 marzo 2018

La polizia di frontiera turca recupera i resti di un profugo, affiorati sulla riva sinistra del fiume Evros, che segna il confine tra la Turchia (provincia di Edirne) e la Grecia. In base ai documenti trovati sulla salma, segnalata alla polizia da alcuni abitanti del luogo, la vittima risulta un giovane di origine afghana, caduto in acqua e annegato mentre tentava di attraversare il fiume con  un canotto per raggiungere il territorio greco. L’incidente è avvenuto più a monte ma poi la corrente ha trascinato il corpo fino all’ansa dove è stato ritrovato. E’ il nono migrante annegato nell’Evros dall’inizio dell’anno.

(Fonte: Rapporto Unhcr/Oim pubblicato il 9 marzo a Ginevra)  

 Italia-Libia (Pozzallo), 12 marzo 2018

Un profugo eritreo è morto all’ospedale di Pozzallo subito dopo lo sbarco dalla nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che lo aveva recuperato nel Canale di Sicilia, a circa 50 miglia dalla Libia, insieme ad altri 91 migranti, su un gommone semi affondato. La diagnosi è stata di cachessia, morte per fame. Si tratta di uno dei due giovani trovati in condizioni gravissime, privi di sensi, dai medici di bordo della Open Arms e per i quali, subito dopo le operazioni di soccorso, era stata prospettata la necessità di un trasferimento urgente in un centro sanitario. “Il ragazzo è stato assistito – ha dichiarato Carmelo Scarso, medico dell’Asp di Ragusa – ma chissà per quanto tempo non ha mangiato. Presentava un deperimento organico avanzato: era scheletrico. Ne abbiamo visti tanti di migranti arrivati molto provati, ma questo superava ogni limite”. Si chiamava Segen ed aveva solo 22 anni: gli ultimi 19 mesi li aveva passati imprigionato in Libia. Anche gli altri sono risultati in gravi condizioni. “Una pena enorme – ha detto il sindaco di Pozzallo, Roberto Annatuma – Abbiamo assistito a uno sbarco tragico. Abbiamo visto una situazione impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo non ce l’ha fatta, ma anche nei suoi compagni. Tutti pelle e ossa: sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita…”.

(Fonte: La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Agenzia Ansa)

Marocco Spagna (Stretto di Gibilterra), 14-16 marzo 2018

Dodici morti e due dispersi (14 vittime in tutto) nel naufrago di un gommone nello stretto di Gibilterra. Il battello era salpato dalle coste del Marocco, nella zona di Tangeri, alle prime luci del 14 marzo, diretto verso l’Andalusia, con a bordo 34 giovani subsahariani. Le condizioni del mare non erano favorevoli: le previsioni indicavano in arrivo piogge, forti venti e onde alte almeno 3 metri, ma il gruppo di migranti forse ignorava il bollettino meteo o forse ha pensato di riuscire a compiere la traversata prima che la burrasca fosse troppo forte. L’allarme è stato dato circa 24 ore dopo la partenza dai volontari della Ong Frontera Sud, avvertiti dai familiari di alcune delle persone a bordo che avevano perso da molto ogni contatto: al momento dell’ultima comunicazione il canotto si trovava al largo dell’isola di Alboran. Operazioni di soccorso sono state organizzate sia dal Salvamento Maritimo spagnolo che dalla Marina Imperiale marocchina. Le ricerche sono proseguite fino a dopo il tramonto del 15. Erano già quasi le 21 quando una motovedetta marocchina ha avvistato il relitto semi affondato. Sono stati messi in salvo 20 naufraghi e recuperati nelle vicinanze 12 corpi senza vita. Nessuna traccia degli altri due migranti, dati per dispersi. La mattina del 16 le autorità marocchine hanno confermato il naufragio.

(Fonte: Sito Web Helena Maleno, Ong Frontera Sud)

Grecia-Turchia (isola di Agathonisi), 17 marzo 2018

Diciannove vittime (16 morti, tra cui 9 bambini, e 3 dispersi) al largo dell’isola greca di Agathonisi, nell’Egeo, per il naufragio di una barca proveniente dalla vicina Turchia carica di rifugiati e migranti. Il natante, un vecchio battello da pesca in legno, era partito prima dell’alba dalla costa anatolica della provincia di Aydin, eludendo la sorveglianza della guardia di frontiera turca e puntando verso la piccola isola di Aghatonisi, a sud est di Samo. A bordo erano in 22 (non 21 come comunicato in un primo tempo): probabilmente avevano scelto Aghatonisi anziché Samo, separata dalla Turchia solo da uno stretto braccio di mare, perché ritenevano che quella rotta fosse meno controllata. La navigazione, ostacolata dal mare molto mosso, non è stata facile. La tragedia si è verificata quando Aghatonisi era ormai vicina, all’interno delle acque territoriali greche: la barca si è bloccata per un guasto al motore e ha cominciato a imbarcare acqua, fino a che si è rovesciata, scaraventando tutti in mare. Poco dopo è affondata. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando tre dei naufraghi, due donne e un uomo, non sono riusciti a raggiungere la riva a nuoto, dando l’allarme. Unità della Guardia Costiera greca e dell’agenzia Frontex sono state mobilitate per i soccorsi, ma altri superstiti non ne sono stati trovati. Inizialmente sono affiorati i corpi di quattro bambini, una donna e un uomo. Più tardi la Guardia Costiera ha recuperato, in due fasi, altre dieci salme: prima 8 e poi altre 2. Le ricerche si sono protratte fino al tramonto e sono poi state riprese domenica 18 e lunedì 19, ma non è stata trovata traccia degli altri due naufraghi dispersi. Quattordici dei 16 corpi recuperati sono stati identificati: si tratta di 8 profughi afghani e 6 iracheni. Ancora senza nome le altre due salme.

(Fonte: The National Herald, Associated Press Greek Reporter, Ekathimerini, Ana Mpa Agency, Telegiornale La 7 delle ore 13,30).

Spagna-Marocco (Cadice), 18 marzo 2018

I corpi di tre uomini sono stati portati dal mare sulle spiagge della baia di Cadice. Due a Playa de Peginas, nei pressi della cittadina di Rota, e l’altro più a sud, a Playa de Levante de La Lineas, distante 15/20 chilometri in linea d’aria. L’ultimo ritrovamento risale al tardo pomeriggio del 18 marzo: lo ha segnalato alla Guardia Civil un uomo che passeggiava lungo l’arenile. Il cadavere era in avanzato stato di decomposizione. Secondo i risultati dell’esame autoptico, era rimasto in acqua almeno venti giorni ed apparteneva a un giovane africano. E’ molto probabile che fosse di un africano, forse subsahariano, anche la salma recuperata, sempre a Playa de Peginas, dieci giorni prima, l’otto marzo, e che secondo i medici era in mare da circa due settimane. Il primo cadavere, infine, è stato trovato il 25 febbraio, ma sul versanter sud-est della baia, nella spiaggia di levante. E’ verosimile che possa trattarsi delle vittime di un naufragio avvenuto nelll acque dello stretto di Gibilterra ma rimasto sconosciuto: forse migranti che si erano avventurati dal Marocco su un piccolo canotto pneumatico a remi e i cui corpi sono stati poi portati via via a riva dalla burrasca che ha investito la zona nelle settimane successive. Come ha documentato il Salvamento Maritimo, infatti, in questo tratto di mare non sono infrequenti gli avvistamenti e il soccorso a piccolissimi gommoni con due o tre migranti a bordo.

(Fonte: La Voz de Cadiz, Rota al Dia, Diario de Cadiz, Andalucia Informacion)

Libia (Tripoli), 20 marzo 2018

Recuperato sul litorale di Tripoli il corpo senza vita di un migrante subsahariano. A riferire la notizia è stato il rapporto mensile Iom Libya Maritime Update relativo al periodo intercorso tra il primo e il 31 marzo, pubblicato all’inizio di aprile. Non sono state specificate né le circostanze precise del ritrovamento, né quelle della morte del giovane. Intorno al 20 marzo, giorno dell’avvistamento e del recupero della salma, non risultano peraltro, nella zona di Tripoli, né naufragi, né operazioni di blocco di barche o gommoni carichi di migranti da parte della Guardia Costiera o della polizia di frontiera libica. Nel corso del mese lo stesso rapporto riferisce che sono stati 1.058 i migranti fermati in mare e costretti a rientrare in Libia.

(Fonte: Rapporto Iom Libya Maritime Update, 1-31 marzo)

Italia-Francia (Torino), 22 marzo 2018

Respinta al confine francese benché fosse malata e incinta di sette mesi, una donna nigeriana di 31 anni, Beauty, è morta a circa 30 giorni di distanza nell’ospedale Sant’Anna di Torino, dopo aver dato alla luce un bambino con il parto cesareo. Affetta da un linfoma, temendo che forse non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere, voleva superare la frontiera delle Alpi insieme al marito, Destiny, 33 anni, per affidare eventualmente il suo piccolo alla sorella, che vive da tempo nel sud della Francia. Verso la fine di febbraio, nonostante il freddo e la neve, Beauty e Destiny hanno tentato la sorte al Colle della Scala, sopra Bardonecchia. Intercettati da una pattuglia di gendarmi, sono stati bloccati: lei aveva un titolo di viaggio rilasciato in Italia non valido per l’espatrio, lui solo i documenti di richiedente asilo. La sera stessa la coppia è stata ricondotta sotto scorta in Italia. “Li hanno lasciati davanti alla saletta della stazione di Bardonecchia (dove il Comune ha allestito un piccolo centro assistenza: ndr), senza nemmeno avvisare la dottoressa di turno all’interno”, ha raccontato Paolo Narcisi, presidente di Rainbow 4 Africa, un’associazione che assiste i migranti che tentano la traversata delle Alpi. Eppure Beauty stava male: respirava a fatica e soffriva per il linfoma. Trasportata subito all’ospedale di Rivoli, è stata poi trasferita al Sant’Anna, dove i medici hanno cercato di tenerla in vita il più a lungo possibile per cercare di salvare almeno il bambino. La mattina di giovedì 22 le sue condizioni sono peggiorate e l’equipe sanitaria ha deciso di operarla d’urgenza: è morta in sala parto, ma il piccolo, nonostante pesi meno di un chilo, si è salvato: lo hanno chiamato Israel. “E’ assurdo che, vedendola in quelle condizioni, i gendarmi non l’abbiano subito accompagnata al vicino ospedale di Briancon, scaricandola invece davanti alla stazione di Bardonecchia – denuncia ancora Narcisi – Magari Beauty non ce l’avrebbe fatta comunque, ma quella era la sola scelta da fare. E almeno ora il suo desiderio di affidare il bambino alla sorella si sarebbe realizzato. Le autorità francesi sembrano aver dimenticato l’umanità”.

(Fonte: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Agenzia Ansa, Il Manifesto)    

Turchia (autostrada Igdir-Kars), 29-30 marzo 2018

Diciassette profughi, in maggioranza afghani, pakistani e iraniani, sono rimasti uccisi e altri 35 feriti in un terribile incidente stradale nell’Est della Turchia. Entrati poche ore prima dalla frontiera con l’Iran, eludendo la vigilanza della polizia, benché fossero più di cinquanta erano stati tutti ammassati dai trafficanti su un pullmino abilitato per trasportare al massimo 15/20 persone. L’automezzo, superata la città di Irghin, stava viaggiando a forte velocità verso ovest, diretto alla costa anatolica occidentale, da dove poi i profughi contavano di raggiungere il continente europeo. L’incidente è accaduto prima dell’alba, lungo l’autostrada per Kars, pochi chilometri oltre lo svincolo di Irgin: il bus ha sbandato e, dopo aver urtato un grosso palo della luce, si è rovesciato su un lato ed ha preso fuoco. Molti dei passeggeri sono rimasti intrappolati tra le fiamme ed è stato difficile soccorrerli e portarli in salvo. Alla fine la polizia e le squadre dei vigili hanno recuperato 15 corpi senza vita e 37 feriti, alcuni in modo grave, che sono stati ricoverati nell’ospedale statale di Igdir. Nelle ore successive i due in peggiori condizioni sono morti, portando il totale delle vittime a 17. Mentre erano ancora in corso i rilievi per stabilire le cause della sciagura, la polizia ha bloccato, nella stessa zona, un altro minibus con una quindicina di profughi: l’autista è stato arrestato. Un incidente analogo a un pullman carico di profughi si è verificato, sempre nell’est della Turchia, nel mese di gennaio, con 9 morti e 38 feriti.

(Fonte: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News)

Libia (Gharyan), 31 marzo 2018

Sei profughi morti e 3 dispersi, forse morti a loro volta, nel centro di detenzione di Gharyan, in Libia, 94 chilometri a sud di Tripoli. Uno si è suicidato, gli altri li hanno uccisi le malatttie, i maltrattamenti, la fame: in una parola, le pessime condizioni di vita nel campo, una delle strutture “ufficiali” di accoglienza, gestita dal Governo di Tripoli. La tragedia si è compiuta negli ultimi tre mesi circa, ma la notizia si è saputa in Italia solo il 31 marzo, quando altri migranti prigionieri sono riusciti a mettersi in contatto con il Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna per chiedere aiuto. Le vittime sono tre giovani somali (Farhan Ahmed Salah, Sayid Ali Hassan e una ragazza, Sagal Mohammed Hassan) e tre eritrei (Aradom Dawit, Tekleab Tekiee, e Aman), mentre tutti eritrei sono i tre dati per dispersi: Rehase Mehari, Abiel Samsom e Tesfu). “Se nessuno verrà a liberarci da questa prigione – hanno riferito i migranti al Coordinamento Eritrea – presto ci saranno altri morti: siamo allo stremo…”.

Il campo di Gharyan. Il centro di detenzione si trova alla periferia di Gharyan, una grossa città allo snodo delle strade fra Tripoli e il sud della Libia, fino a Sabha e il Fezzan. Attualmente ospita quasi 400 detenuti. I ragazzi morti o dispersi e quelli che hanno chiesto aiuto al Coordinamento facevano parte di un gruppo di circa 100 migranti, quasi tutti eritrei o somali, arrivati a Gharyan nell’ottobre del 2017. In precedenza erano a Sabratha, insieme agli oltre 20 mila migranti trovati dalle milizie che hanno conquistato la città nelle prigioni di Amu Al Dabashi, il capo clan riciclato da trafficante a “gendarme anti immigrazione” per 5 milioni di euro. “Subito dopo averci liberato – hanno raccontato nelle telefonate al Coordinamento Eritrea – siamo stati affidati alla Mezzaluna Rossa e portati a Ttripoli, dove ci hanno identificatno e registrato, promettendo che saremmo stati inseriti in un programma di relocation verso il Niger e magari l’Europa. A Tripoli, a quanto abbiamo capito, c’era anche un funzionario dell’Unhcr. Poi da Tripoli siamo stati trasferiti a Gharyan. Ma a Gharyan ci siamo ritrovati in un lager simile a quello dei trafficanti di Sabratha. Le strutture sono costituite da container dai quali non possiamo uscire quasi mai. Il cibo è pessimo, poca anche l’acqua da bere. Nessuna assistenza sanitaria. I servizi igienici sono quasi inservibili perché manca l’acqua per pulirli. In queste condizioni è facile ammalarsi e chi si ammala è in pratica abbandonato a se stesso. E’ così che sono morti i nostri sei compagni: uno non ce l’ha fatta più e si è tolto la vita; gli altri sono morti l’uno dopo l’altro di sfinimento, negli utlimi tre mesi. Pochi giorni fa, inoltre, sono spariti gli altri tre. Non crediamo che siano fuggiti: da Gharyan non si riesce a fuggire. E poi, se avessero voluto scappare probabilmente ce lo avrebbero detto. Allora, o sono finiti nelle mani di altri trafficanti, magari con la complicità di qualche guardia del campo, oppure sono morti anche loro. Da Gharyan ci siamo rimessi in contatto per telefono con il funzionario, pensiamo dell’Unhcr, che ci ha registrato a Tripoli, per chiedergli a che punto è il trasferimento che ci è stato prospettato. Lui ha risposto che tutto dipende dalle autorità libiche…”.

(Fonte: Testimonianza raccolta in più fasi da Abraham Tesfai, del Coordinamneto Eritrea di Bologna).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 1 aprile 2018

Sette migranti dispersi nelle acque dello Stretto di Gibilterra. Erano partiti su un canotto pneumatico dalla costa marocchina di Tangeri tra il 29 e il 30 marzo, puntando verso l’Andalusia. Dopo alcune ore se ne sono perse le tracce. La notizia è stata riferita il primo aprile da Helena Maleno, attivista della Ong Frontera Sur, la quale, lanciando l’allarme per un’altra barca “sparita” nello Stretto, ha riferito che da tre giorni erano “scomparsi altri 7 uomini nella stessa zona”. Le ricerche condotte anche nei giorni successivi dal servizio Salvamento Maritimo spagnolo e dalla Guardia Cosiera non hanno avuto risultati.

(Fonte: Sito Helena Maleno Ong Frontera Sur)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 1 aprile 2018

Sei morti e 5 dispersi nel naufragio di una barca nello Stretto di Gibilterra. Dei 12 migranti che erano a bordo se ne è salvato uno soltanto. Il battello, un piccolo canotto pneumatico, era partito all’alba dalla costa di Tangeri, in Marocco, puntando verso l’Andalusia. Poche ore di navigazione e si è trovato in gravi difficoltà a causa del mare in burrasca e del vento forza 8. L’allarme è scattato a metà mattinata, quando una Ong, contattata dai familiari di alcuni dei migranti, ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo. Le ricerche, condotte con un elicottero, l’Helimer 220, e dalla salvamar Concepcion Arenal, si sono protratte fino alle 16, quando un mercantile, il Melchor Shulte, ha avvisato il comando marittimo di Algeciras di aver avvistato un’imbarcazione con almeno una persona a bordo. Meno di un quarto d’ora dopo lo stesso mercantile ha precisato che la barca si era rovesciata e l’uomo era finito in acqua. La Concepcion Arenal era ancora in zona, a poche poche miglia di distanza e, su indicazione dell’Helimer 220, ha raggiunto in breve tempo il relitto, recuperando il naufrago, un migrante subsahariano, molto provato e con sintomi di ipotermia ma ancora in vita. Appena tratto in salvo, l’uomo ha specificato che erano partiti in 12 ma che durante la navigazione, con il canotto incontrollabile per il mare mosso, nove erano finiti fuoribordo, sparendo in pochi minuti. Gli ultimi due compagni li aveva persi di vista quando la barca si è capovolta. Poco dopo la motovedetta ha recuperato 2 corpi senza vita, mentre altri due cadaveri sono stati avvistati dall’Helimer 220 e presi a bordo anche questi dalla Concepcion Arenal a venti minuti di navigazione. Le ricerche si sono protratte fino al tramonto ma non è stata trovata traccia dei 7 dispersi. Nel pomeriggio del due aprile, poco dopo le 17, a circa 11 miglia da Capo Trafalgar, un peschereccio ha trovato il corpo di un’altra delle vittime, poi recuperato e portato a Barbate da una motovedetta della Guardia Civil. La mattina del 7 aprile, infine, un altro cadavere, il sesto, è stato spinto dal mare a Playa del Carmen, una spiaggia vicino a Barbate e a Capo Trafalgar.

(Fonte: El Faro de Ceuta, Europa Press, Europasur,  Salvamento Maritimo)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 5 aprile 2018

Una giovane migrante e i suoi tre bambini sono stati trascinati via dalle acque dell’Evros, che segna la linea di confine tra Grecia e Turchia, mentre tentavano di raggiungere la riva greca su un canotto. L’allarme è stato dato da un gruppo di circa 25 altri migranti, sorpresi da una pattuglia della polizia di frontiera poco dopo essere entrati in territorio ellenico. Secondo quanto hanno raccontato, la donna e i bambini erano con loro, ma sono caduti in acqua e la forte corrente del fiume in piena li ha travolti, allontanandoli in pochi istanti, senza che si potesse fare nulla per aiutarli. La polizia ha organizzato squadre di ricerca che hanno battuto la zona per l’intera giornata, fino al tramonto, senza però alcun risultato. Le operazioni, d’altra parte, sono risultate particolarmente difficili perché l’intera zona è semi sommersa e le sponde del fiume quasi impraticabili a causa dello straripamento che alla fine di marzo ha inondato centinaia di ettari, tanto che il Governo ha proclamato almeno due mesi di stato d’emergenza. Non è escluso, inoltre, che i corpi siano stati trasportati di nuovo sulla sponda turca.

(Fonte: Ana Mpa, Greek Reporter, Ert International)

Spagna (rotta delle Canarie), 5/10 aprile 2018

Oltre 30 migranti morti (ma secondo fonti di Dakar almeno cento) nel naufragio di due barche salpate dal nord del Senegal e dirette verso le isole Canarie. I due battelli, due cayuchi da pesca in legno, tipici della costa africana, sono partiti da Saint Louis la sera del 4 aprile, festa dell’indipendenza. Il mare era molto mosso ma – come hanno riferito successivamente parenti e amici delle vittime – è stata scelta non a caso questa data, contando che nel porto dei pescherecci ci sarebbe stata una minore sorveglianza da parte della gendarmeria, impegnata nei servizi di sicurezza per le manifestazioni ufficiali e i festeggiamenti. Sulla prima barca, più piccola, c’erano circa 10 persone; nella seconda, lunga una ventina di metri, almeno venti. Usciti dalla baia, il cayuco maggiore, più veloce, ha preso il largo rapidamente, in direzione nord-ovest. L’altro, rimasto indietro, si è trovato presto in difficoltà ed è affondato a non più di 7/8 miglia dalla costa della Mauritania. Nessuno si è accorto del naufragio fino a quando, nei giorni successivi, il mare ha cominciato a restituire i corpi degli annegati, almeno 6. Nel tardo pomeriggio di domenica otto aprile, i familiari di alcuni migranti che erano sul secondo battello hanno chiesto aiuto ad Helena Maleno, attivista delle Ong Caminando Fronteras e Frontera Sur, segnalando il primo naufragio e precisando che avevano perso ogni contatto anche con il secondo cayuco, con “non meno di 20 persone a bordo”. La sera stessa Frontera Sur ha allertato il Salvamento Maritimo Spagnolo delle Canarie, che la mattina dopo ha disposto una operazione di soccorso a largo raggio a sud dell’arcipelago, mobilitando un aereo da ricognizione e il pattugliatore d’altura Sasemar 203. L’allame è stato poi esteso alla Marina Imperiale marocchina. Le ricerche sono continuate per tre giorni, fino a mercoledì 11 aprile, ma anche del secondo cayuco non è stata trovata traccia, né in mare, né sulla costa tra le Canarie e il continente africano. Il 12 aprile si è deciso di sospendere l’operazione: i migranti a bordo del battello risultano dispersi. Basandosi sulla capacità di carico dei due cayuchi, alcuni giornali senegalesi hanno rilevato che il bilancio della tragedia sarebbe molto più pesante delle oltre 30 vittime stimate in base alle notizie raccolte da Frontera Sur: non meno di 100. L’equipaggio da pesca di un battello di dieci metri, quello minore, è composto in genere da 4 o 5 marinai, ma a bordo possono trovare posto anche una ventina di persone. Su un cayuco di 20 metri, come quello più grande, attrezzato per restare in mare più giorni, lavorano generalmente non meno di 20/30 pescatori, ma c’è spazio per più di 70/80 persone. L’ipotesi di una strage con almeno 100 morti è avallata anche dalle “voci” raccolte tra la gente di Saint Louis.

(Fonte: Sito Helena Maleno e Frontera Sur, Sito Salvamento Maritimo, El Diario Canarias, Diario de Avisos, La Opinion de Tenerife, Tv e stampa senegalese secondo note riferite da Ibrahim, dell’agenzia Tropic Tour).

Spagna (Tarifa, spiaggia Jabonera), 6 aprile

Il corpo senza vita di un giovane migrante è stato trascinato dal mare, nella notte tra il 5 e il 6 aprile, sulla spiaggia di Jabonera, nel territorio municipale di Tarifa. A trovarlo sono stati alcuni passanti, che hanno immediatamente avvertito la Guardia Civil per il recupero. A giudicare dallo stato di decomposizione molto avanzata, il medico legale ha riferito che il cadavere, tanto sfigurato da essere irriconoscibile, deve essere stato in acqua molto a lungo, probabilmengte non meno di 10/15 giorni. Ciò ha portato a escludere sia che si tratti di una delle vittime del naufragio del primo aprile, sia che potesse essere un settimo passeggero, caduto in mare e annegato, della piccola barca arrivata la notte di mercoledì, con sei migranti a bordo, sulla spiaggia di Valdevaqueros, situata a non grande distanza. E’ presumibile, allora, che si tratti di una vittima di un naufragio rimasto sconosciuto.

(Fonte: Europasur, La Voz de Cadiz)

Spagna (Ceuta), 6 aprile 2018

Un migrante marocchino di appena 16 anni, Omar Susi, è stato ucciso da un camion nell’area del porto di Ceuta. Il ragazzo stazionava da giorni ai piedi della scogliera di ponente, dove sono accampati numerosi migranti in attesa di trovare il modo di attraversare lo stretto per raggiungere l’Andalusia. Nei pressi c’è anche una delle zone di sosta e manaovra dei Tir che devono essere imbarcati sui ferry di linea. Secondo alcuni testimoni, il giovane avrebbe tentato, appunto, di nascondersi sotto uno di quei Tir, che si era appena mosso: infilatosi sotto il piano di carico, sarebbe scivolato o magari ha mancato la presa, finendo a terra tra le ruote posteriori, che lo hanno investito e schiacciato. Secondo altri, invece, durante la manovra il camionista non avrebbe visto Omar, che si stava avvicinando ad altri Tir, investendolo. L’ambulanza chiamata dalla polizia dopo pochi minuti lo ha trasportato all’Ospedale Universitario, ma quando è giunto al pronto soccorso era già morto. Poco dopo l’incidente, i compagni del sedicenne hanno inscenato una manifestazione di protesta, culminata in una fitta sassaiola contro il Tir. Una delle pietre ha colpito il camionista, che è rimasto ferito ed è stato  ricoverato presso lo stesso ospedale. Il camion è stato posto sotto sequestro dalla polizia, su ordine della magistratura.

(Fonte: El Faro de Ceuta, El Pueblo de Ceuta)

Libia (Bengasi), 7 aprile 2018

Un migrante sudanese è stato ucciso a colpi di arma da fuoco e altri due feriti da una squadra di uomini in divisa militare. In Libia già da qualche tempo, la vittima e i due feriti lavoravano in un magazzino di Al Zeit Street, a Bengasi, non si sa se temporaneamente, in attesa di proseguire il viaggio verso l’Europa, o con l’intenzione di fermarsi in Libia. Non sono ben chiari i contorni dell’episodio, segnalato dal rapporto mensile della Missione Onu in Libia, nel capitolo dedicato alle violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e della “legge umanitaria”. Stando a quanto è emerso, si sarebbe trattato di un vero e proprio raid: la squadra armata è arrivata all’improvviso ed ha subito aperto i fuoco, mirando espressamente contro i tre migranti. Un attimo dopo i killer, rimasti non identificati, erano già in fuga.

(Fonte: Libya Herald,  Report Unsmil aprile 2018).

Marocco-Spagna (al largo di Tangeri), 9-12 aprile 2018

Sei migranti morti e almeno 30 dispersi (36 vittime) in un naufragio al largo di Tangeri. Solo 10 i superstiti. La tragedia è accaduta nella mattinata di lunedì 9 aprile ma se ne è avuta notizia soltanto tre giorni dopo, verso le 13 di giovedì 12 aprile, quando l’ha diffusa sul suo sito web Helena Maleno Garzon, l’attivista della Ong Frontera Sur, avvertita dai familiari di alcune delle vittime. Il battello, un gommone, era partito alle prime luci del giorno 9, con a bordo 46 persone. Le condizioni meteo non erano buone: mare mosso, forte vento, piovaschi. E’ probabile però, come è accaduto in altre occasioni, che i migranti abbiano ritenuto di salpare pensando che proprio grazie al maltempo la vigilanza della polizia marocchina sulla costa di Tangeri e della Marina imperiale nello Stretto di Gibilterra, sarebbe stata meno rigorosa. Sta di fatto che, dopo alcune ore, del battello si sono perse le tracce. Quando è scattato l’allarme ed è stato individuato, era ormai troppo tardi: sono stati recuperati in mare 10 naufraghi e 6 corpi senza vita. Dispersi gli altri 30 che erano a bordo. Le ricerche si sono protratte fino a giovedì sera, senza risultati. I familiari hanno specificato che i morti e i dispersi venivano dalla Costa d’Avorio, dal Senegal, dal Camerun e dal Bangladesh.

(Fonte: sito web Helena Maleno Garzon, sito web Frontera Sur)

Spagna-Marocco (Ceuta), 14-16 aprile 2018

Due giovani subsahariani sono morti nel tentativo di saltare il vallo dell’enclave di Ceuta. I loro cadaveri sono stati trovati in territorio spagnolo, a breve distanza dalla barriera di cemento, reticolato e filo spinato che percorre l’intera linea di confine, in località Ayera, una zona molto accidentata, fitta di vegetazione e crepacci, la stessa in cui nei giorni precedenti è stato trovato un altro giovane gravemente ferito dalle cuchillas, il filo lamellato steso sulla sommità della muraglia metallica contro i tentativi di scavalcarla. A dare l’allarme, facendo scattare le ricerche della Guardia Civil, è stato un terzo giovane subsahariano che, raggiunto il centro di accoglienza per rifugiati, ha segnalato di aver perso le tracce dei due compagni che avevano deciso di forzare il vallo insieme con lui la stessa notte e grossomodo nello stesso punto. Il primo cadavere è stato recuperato poche ore dopo da una pattuglia della Guardia Civil al margine del sentiero che costeggia il vallo, nel tratto compreso tra la caserma della Legione e il forte. Il corpo non presentava ferite compatibili con le cuchillas né altre lesioni visibili. Secondo i primi esami medici il giovane, già affaticato, potrebbe essere morto per un collasso dovuto al grosso sforzo fisico necessario per arrampicarsi sul vallo. Nessuna traccia dell’altro migrante fino a quando, 24 ore dopo, un’altra pattuglia della Guardia Civil, nel corso di uno dei consueti servizi di perlustrazione, insospettita da un paio di scarpe abbandonate sul sentiero, ne ha trovato casualmente il cadavere, a breve distanza dall’altro, ma in fondo a un fossato coperto di vegetazione che lo nascondeva alla vista. Pure questa salma non presentava ferite o lesioni esterne e i primi esami medici hanno stabilito anche in questo caso si trattavaprobabilmente di morte dovuta a collasso cardiovascolare, aggravato da uno stato di ipotermia. Secondo la polizia è verosimile che i due giovani si siano sentiti male dopo aver saltato la barriera e si siano trascinati con le forze residue fino al punto in cui sono stati trovati. L’autopsia disposta dalla magistratura ha poi confermato che sono morti entrambi per una combinazione di grande fatica, forte debilitazione e ipotermia dovuta al freddo della notte. Grazie al compagno supertsite è stato possibile identificarli: si chiamavano Ibrahim e Ousmane e venivano dalla Guinea Conakry. Le salme sono state sepolte nel cimitero di Sidi Embarek, a Ceuta.

(Fonte: El Faro de Ceuta, El Pueblo de Ceuta, Sito web Helena Maleno)

 Turchia (provincia di Erzurum), 18-19 aprile 2018

Due morti su un pullman carico di migranti rimasto coinvolto in un grave incidente stradale nella provincia di Erzurum, nell’est della Turchia. Il bus, proveniente dal confine con l’Iran, con oltre 130 persone a bordo, si stava dirigendo ad ovest, verso la costa dell’Egeo. Nelle vicinanze di Erzurum – come ha comunicato alla stampa il governatore del distretto, Seufettin Azigoglu – è uscito di strada e si è rovesciato. Nell’urto, due giovani sono rimasti uccisi sul colpo. Numerosi i feriti, di cui quattro in condizioni critiche. Azigoglu non ha aggiunto altri particolari, salvo che il conducente del pullman è stato arrestato.

(Fonte: Anadolu Agency)

Libia (Sabratha), 22 aprile 2018

Almeno 11 morti  e un disperso nel naufragio di una barca con a bordo quasi cento migranti al largo delle coste libiche. Il battello, salpato nelle prime ore del giorno da Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli, è riuscito a percorrere soltanto poche miglia. Era ancora ai margini delle acque territoriali libiche quando si è rovesciato ed è andato a fondo. “La motovedetta della Guardia Costiera intervenuta per i soccorsi – ha riferito il generale Ayoub Qassim, portavoce della Marina di Tripoli – ha tratto in salvo 83 naufraghi e recuperato 11 corpi senza vita”. Il rapporto finale del servizio di ricerca e soccorso di Zawiya, nei giorni successivi, ha aggiunto al bilancio di morte anche un disperso, un bambino, portando a 12 il totale delle vittime. Nella stessa giornata del naufragio, al largo di Zliten (170 chilometri a est di Tripoli), la Guardia Costiera libica ha intercettato e bloccato due gommoni con a bordo 180 migranti, che sono stati poi ricondotti a Tripoli e rinchiusi nei centri di detenzione.

(Fonte: La Repubblica, Reti Tv francesi, relazione Sar Zawiya)

Spagna-Marocco (costa fra Trafalgar e Tarifa), 24-26 aprile

I corpi senza vita di due uomini di origine africana, probabilmente subsahariani, sono stati restituiti dal mare sulla costa andalusa tra mercoledì 24 e venerdì 26 aprile. Il primo è stato avvistato nel pomeriggio di mercoledì, nelle acque prossime allo Stretto di Gibilterra, dall’equipaggio di una fregata della Marina spagnola, che ha allertato la Guardia Civil. Alcune ore più tardi, ormai a tarda notte, il cadavere è stato recuperato da una motovedetta a 9 miglia dal faro di Capo Trafalgar. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma dve essere stata in mare diversi giorni. Nessun elemento per poterla identificare  e stabilirne la provenienza. Il secondo cadavere è stato portato dalla corrente sulla spiaggia di Bolonia, nel territorio di Tarifa, 20/25 chilometri più a sud-est in linea d’aria. A trovarlo, verso le 18 di venerdì 26, sono stati alcuni passanti, che hanno allertato la Guardia Civil e la polizia locale. Anche in questo caso la morte risale a diversi giorni prima del ritrovamento e mancano elementi di identificazione e provenienza.

(Fonte: La Voz de Cadiz, edizioni del 26 e del 28 aprile)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 25-26 aprile 2018

Almeno 17 vittime (5 morti e non meno di 12 dispersi) in seguito al naufragio di un gommone nel mare di Alboran, Stretto di Gibilterra, la sera del 25 aprile. Diciassette i superstiti. Il battello era partito dalla costa marocchina di Tangeri, diretto verso Almeria, in Andalusia, nonostante il maltempo, con mare molto mosso e scarsa visibilità. L’allarme è scattato nel tardo pomeriggio, quando alcuni dei migranti hanno chiesto aiuto ad Helena Maleno, attivistra delle Ong Frontera Sur e Caminando Fronteras, che a sua volta ha allertato il Salvamento Maritimo spagnolo. L’allarme è stato girato subito dopo anche alla Marina marocchina. Verso le 19,15 l’Helimer 207, alzatosi in volo da Almeria, ha individuato i naufraghi e il relitto del battello al margine delle acque marocchine (15 miglia a sud est di Alboran e 20 da Cabo Tres Forcas), indirizzando sul posto la salvamar Spica, che ha preso a bordo 18 persone e recuperato in mare 4 corpi senza vita. Tutti i superstiti apparivano molto provati, in stato di forte choc e di grave ipotermia. I due in peggiori condizioni sono stati trasferiti immediatamente sull’Helimer 207 e condotti all’ospedale di Almeria, dove però uno è morto poco dopo per collasso cardiocircolatorio. Helena Malena ha riferito che, secondo le prime richieste di aiuto, a bordo erano in 34. Tenendo conto dei 17 superstiti e dei 5 morti accertati, risultano dunque 12 dispersi. Non è escluso, però, che possano essere uno o due in più, perché qualcuno dei migranti che si sono salvati ha riferito  che alla partenza erano in 35 o addirittura 36.

(Fonte: El Diario, Publico, Radio Granada, El Periodico, Sito Web Helena Maleno e Caminando Fronteras, Sito Web Salvamento Maritimo)    

Libia (Sabratha-Zuwara), 25-27 aprile 2018

Morti sei migranti nel naufragio di un gommone avvenuto, a quanto pare, nelle fasi concitate del blocco operato da una unità della Guardia Costiera libica, al largo della costa africana, tra Sabratha e Zuwara, a ovest di Tripoli. La notizia è arrivata da alcuni dei superstiti che, ricondotti in Libia, sono riusciti fortunosamente a mettersi in contatto con il fratello di un altro rifugiato, estraneo al naufragio. Sul battello c’erano più di 80 profughi: una sessantina di eritrei e non meno di 20 somali. Salpato la mattina del 25 aprile, aveva percorso solo poche miglia quando è stato intercettato e fermato da una motovedetta, che ha costretto a invertire la rotta. A questo punto la ricostruzione dell’accaduto non è chiara. Forse i migranti hanno cercato di opporsi o forse il gommone non era più in grado di navigare. Sta di fatto che molti sarebbero finiti in acqua e sei giovani, tutti eritrei, sono annegati. Gli altri sono stati ricondotti in Libia e, il giorno 27, rinchiusi nel centro di detenzione di Zuwara. Dal campo uno di loro ha potuto parlare con un eritreo rifugiato in Norvegia il quale, ignorando che era stato trasferito in un altro centro, aveva telefonato per parlare con il fratello, a sua volta detenuto a Zuwara fino a qualche giorno prima. Un compagno, informandolo del trasferimento, gli ha comunicato che alcuni eritrei appena arrivati volevano segnalare un naufragio/respingimento e chiedere aiuto attraverso di lui. Uno dei superstiti ha così ricostruito rapidamente per telefono tutta la vicenda. Nelle ore successive l’uomo si è messo in comunicazione dalla Norvegia con il Coordinamento Eritrea Democratica di Bologna per riferire quanto gli era stato raccontato. Lo stesso Coordinamento ha poi cercato, senza fortuna, di collegarsi con i profughi rinchiusi a Zuwara o con qualcuno dei loro familiari residenti in Europa.

(Fonte: Abraham Tesfai, Coordinamento Eritrea Democratica Bologna).

Spagna-Marocco-Algeria (Alboran, Bouyafar e Orano), 26-29 aprile 2018

Undici morti e 8 dispersi (19 vittime) nel naufragio di una barca carica di migranti salpata dal Marocco per raggiungere la costa spagnola. Venti i superstiti. La conferma della tragedia è stata data dalla Marina algerina al Salvamento Maritimo spagnolo dopo tre giorni di ricerca. Il battello, una barca da pesca in legno con 39 giovani subsahariani a bordo, era partito il pomeriggio del 26 aprile dalla zona di Bouyafar, nella baia di Betoya, non lontano dall’enclave spagnola di Melilla in Marocco. Dalla stessa zona è salpata quasi contemporaneamente un’altra barca, con 45 migranti. I due battelli si sono trovati presto in difficoltà a causa delle difficili condizioni meteomarine, con forti venti da ovest, perdendosi di vista. Nella tarda serata è scattato l’allarme, sulla base della richiesta di aiuto ricevuto dalla Ong Frontera Sur: le ultime indicazioni segnalavano che i due natanti dovevano trovarsi nell’area dell’isola di Alboran. Le operazioni di soccorso sono state organizzate all’alba di venerdì 27 dalla base di Almeria del Salvamento Maritimo, che ha mobilitato un aereo da ricognizione, il Sasemar 102, e due mezzi salvamar, il Mastelero e la Polimnia. La barca con 45 persone è stata intercettata la mattina di sabato 28 dal Mastelero, che ha preso a bordo tutti i naufraghi, trasferendoli ad Almeria. Nessuna traccia dell’altro battello. Per cercare di ritrovarlo, la Marina spagnola ha esteso l’allarme anche alla Guardia Costiera marocchina e a quella algerina, nell’ipotesi che le forti correnti l’avessero trascinata verso est. Poi, nella mattinata di domenica, i timori di una tragedia sono stati confermati: le autorità algerine hanno comunicato al comando del Salvamento Maritimo che una sua unità aveva trovato il relitto al largo di un tratto di costa rocciosa nei pressi di Orano, salvando 20 naufraghi e recuperando 11 corpi senza vita. Dispersi gli altri 8 migranti.

(Fonte: Europa Press, sito web Salvamento Maritimo, sito web Helena Maleno).

Grecia (Atene), 29 aprile 2018

Una rifugiata fuggita dalla Turchia è morta ad Atene mentre, insieme a tre figli piccoli, aspettava di poter raggiungere il marito, esule in Germania. Si chiamava Esma Ali ed aveva 35 anni. Originaria di Izmir, insegnante nelle scuole primarie, all’indomani del fallito colpo di stato dell’estate 2016 era stata arrestata con l’accusa essere coinvolta nel movimento di opposizione al presidente Erdogan. Rilasciata dopo due mesi, verso la fine di novembre era fuggita in Grecia, passando la frontiera dell’Evros insieme ai suoi tre bambini, con l’intenzione proseguire fino in Germania. Arrivata ad Atene, aveva avviato le pratiche di ricongiungimento familiare, trovando alloggio in un appartamento del sobborgo di Kypsely, con altre giovani donne, pure fuggite dalla Turchia. Le procedure si sono rivelate più lunghe del previsto: le avevano detto che nella migliore delle ipotesi sarebbe potuta partire alla fine del 2018 e lei, in tutti questi mesi, si è battuta per poter accelerare i tempi, scontrandosi con mille difficoltà e lungaggini. “Non si è mai arresa – hanno detto le amiche, che si sono prese cura dei bambini fino all’arrivo del padre dalla Germania – battendosi anche per altri profughi, tanto da essere diventata una figura simbolo della nostra comunità. Poi, all’improvviso, la mattina del 29 aprile, domenica, si è sentita male e poche ore dopo è morta. Esma era piena di energie e stava bene in salute: l’ha uccisa lo stress accumulato in tutto questo tempo per le tribolazioni, i contrattempi, i ritardi incomprensibili, l’indifferenza”.

(Fonte: Ekathimerini)  

Libia (Tripoli), 30 aprile 2018

I corpi senza vita di 9 migranti, tra cui quello di un neonato, sono stati restituiti dal mare sulla spiaggia a ovest di Tripoli. Lo ha comunicato nel suo sito web Christine Petré, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Ignote le circostanze in cui si è verificata la tragedia. E’ ipotizzabile un naufragio avvenuto a poche miglia dalla costa ed è da credere che ci siano altre vittime e dispersi, ma non risulta che la Guardia Costiera o la Marina libica abbiano fornito elementi per fare chiarezza. Le salme sono state recuperate dalla Mezzaluna Rossa e messe a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’identificazione e l’inumazione. La notizia è stata ripresa e rilanciata dalla Ong Proactiva Open Arms, la cui nave di salvataggio incrocia a una ventina di miglia dalla Libia per assistere eventuali barche o gommoni carichi di profughi in difficoltà, ma che a sua volta non ha avuto alcun sentore di questo naufragio. La stessa Open Arms ha segnalato, il 24 aprile, l’avvistamento del relitto di un gommone senza nessuno a bordo e senza naufraghi o corpi flottanti nelle acque circostanti. Si ignora se si tratti di un altro naufragio rimasto sconosciuto o dei resti di un natante soccorso in precedenza dalla Marina libica.

(Fonte: Sito web e twitter di Christine Petré, Oim; sito web Proactiva Open Arms)

Libia (fra Tripoli e Sabratha), 6 maggio 2018

Un morto e tre dispersi (4 vittime) tra i migranti di un gommone fermato dalla Guardia Costiera libica a circa 12 miglia dalla costa africana, fra Sabratha e Tripoli. La notizia è stata data dall’agenzia France Presse (che cita come fonte la stessa Marina libica) ed è stata poi in parte ripresa dal Libyan Express. Il battello era presumibilmente partito dalla zona di Sabratha, con a bordo 114 persone. Non è chiaro se stesse affondando quando è stato intercettato da una motovedetta o se il naufragio sia legato alle modalità con cui è stato condotto il blocco stesso. Di certo quasi tutti i migranti sono finiti in acqua ma non ci sono particolari sulle cause e sulla dinamica, anche perché la Guardia Costiera ha impedito di intervenire alle unità delle Ong che erano in zona. I 110 superstiti, condotti a Tripoli, sono stati consegnati a un centro di detenzione. In altre due operazioni di soccorso condotte tra Zuwara e Ras Ajdir (vicino alla frontiera con la Tunisia) e al largo di Janzour (Tripoli), la Marina libica ha bloccato altri 195 migranti: 98 nella prima e 97 nella seconda. I migranti riportati in Africa risultano così 305. I 105 a bordo di un quarto gommone sono stati invece salvati dal veliero Astral, della Ong Proactiva Open Arms, che si è rifiutata di consegnarli alla Libia, respingendo anche le direttive della Guardia Costiera italiana la quale, dopo aver mobilitato la nave umanitaria spagnola per l’intervento di soccorso, ha di fatto lasciato intendere che i naufraghi dovevano essere trasbordati sulla nave libica, comunicando che “la guardia costiera di Tripoli aveva assunto il controllo e le responsabilità dell’operazione”. “La Libia – ha contestato il comandante dell’Astral, Riccardo Gatti – è tutt’altro che un porto sicuro”.

(Fonti: Agenzia France Presse, Libyan Express, siti web Proactiva Open Arms e Sos Mediterranee, Repubblica, Il Fatto Quotidiano).

Francia-Italia (Briancon), 6-10 maggio 2018

Una giovane migrante nigeriana è annegata nel fiume Durance, nei pressi di Briancon, dopo aver passato di nascosto il confine italo-francese lungo i sentieri alpini che partono da Bardonecchia. Si chiamava Mathew Blessing ed aveva appena 21 anni. La tragedia è stata ricostruita dalla Ong francese Chez Jesus che ha interessato la Procura di Gap, chiamando in causa la gendarmeria. La donna faceva parte di un gruppo di migranti che la notte tra il 6 e il 7 maggio si sono messi in cammino da Claviere, in territorio italiano, per raggiungere a piedi la Francia, eludendo i controlli di polizia al confine. La donna, dolorante alle gambe e molto affaticata, è rimasta indietro, insieme a due compagni, rispetto al grosso del gruppo. I tre hanno continuato a camminare al margine della carreggiata, cercando di nascondersi ai fari delle macchine in transito quando, a meno di cinque chilometri da Briancon, dai cespugli di una bosacaglia sono balzati fuori alcuni gendarmi decisi a bloccarli. Uno dei giovani è stato fermato e ricondotto in Italia, l’altro è riuscito a fuggire mentre la donna è sparita nel buio. Il suo corpo senza vita è stato trovato  tre giorni dopo, la mattina del 10 maggio, nel lago artificiale di Prelles, formato da una diga sulla Durance. Evidentemente – rileva Chez Jesuz – la ragazza è caduta nel fiume mentre cercava di sfuggire alla polizia. L’autopsia disposta dal giudice di Gap ha confermato che la morte per annegamento. “Quella donna – accusa Chez Jesus – non è stata uccisa dalla montagna o dalla neve. Quella donna è morta perché stava scappando dalla polizia che dà la caccia ai migranti in modo sempre più violento”.

(Fonti: The World News, Corriere della Sera, Tpi News, Cronaca Migrante).

Libia (Sabha), 8 maggio 2018

Trasportato all’obitorio dell’ospedale di Sabha il cadavere di un migrante sudanese sul quale si riscontrano evidenti cicatrici e segni di tortura. A segnalarlo, nel capitolo dedicato alla violazione dei diritti umani, è la relazione mensile dell’Unsmil, la missione Onu in Libia, sulle morti violente di civili nel paese tra il primo e il 31 maggio. Nel rapporto non ci sono indicazioni su come e dove sia stata trovata la salma, ma il tipo di ferite riscontrate collima con i maltrattamenti, i pestaggi e le torture vere e proprie subite abitualmente dai detenuti nei lager dei trafficanti.

(Fonte: sunto del rapporto Unsmil pubblicato dal Libya Herald)

Cipro Nord (penisola di Karpasia), 12-14 maggio 2018

Almeno 9 morti e un numero imprecisato di dispersi, al largo delle coste di Cipro Nord, nel naufragio di una barca carica di profughi siriani. Della tragedia non si è saputo nulla fino a quando il mare non ha cominciato a restituire alcune salme delle vittime. Il battello deve essere salpato nella notte tra il 12 e il 13 maggio da un punto imprecisato della costa turca per puntare verso Cipro Sud, che fa parte dell’Unione Europea. Non si sa in quanti fossero a bordo. Il naufragio è avvenuto a qualche miglio dalla riva, in circostanze rimaste sconosciute e probabilmente prima dell’alba. L’allarme è scattato domenica 13 maggio quando due corpi senza vita sono stati avvistati e recuperati all’altezza della penisola di Karpasia, a Cipro Nord. Si tratta di due uomini di 30 e 50 anni, identificati grazie ai documenti che avevano indosso: oltre a due passaporti, la polizia ha recuperato un telefono cellulare, due carte d’identità e cento dollari. Da quel momento è iniziata una operazione di ricerca condotta in tutta la zona dalla Marina turco-cipriota. Altre sei salme sono state trovate la mattina di lunedì 14: prima quelle di due uomini dell’apparente età di 25-30 anni e poi le altre. In seguito è affiorato, infine, il corpo senza vita di un giovane. A giudicare dalla portata media delle barche usate dai migranti per fuggire dalla Turchia, potrebbero esserci almeno 10 dispersi. Le ricerche condotte nei giorni successivi tra la costa cipriota e quella turca, tuttavia, non hanno portato ad altri ritrovamenti.

(Fonte: Cyprus Mail, Damascus Time). 

Turchia-Grecia (Babakale-Lesbo), 15 maggio 2018

Almeno 7 morti nel naufragio di una barca carica di migranti nell’Egeo, al largo del villaggio costiero di Babakale, nel distretto di Ayvacik (provincia di Canakkale), in Turchia. Tre delle vittime sono bambini. Il natante, un battello in vetroresina lungo circa sei metri, è partito all’alba da Babakale, puntando verso la vicina isola greca di Lesbo. A bordo erano in venti: 19 afghani e un iraniano. Dopo poche miglia si è trovato in difficoltà ed è affondato rapidamente. L’allarme è stato lanciato da alcuni pescatori, che hanno organizzato i primi soccorsi e avvertito la Marina turca. La motovedetta della Guardia Costiera e gli stessi pescatori sono riusciti a salvare 13 persone ed hanno poi recuperato i corpi di sette naufraghi ormai senza vita. I superstiti sono stati portati nel vicino porto di Babakale, dove la polizia ha arrestato l’unico iraniano del gruppo, sospettando che sia il trafficante che ha organizzato la traversata verso Lesbo.

(Fonti: Anadolu Agency, Agenzia Ansa, Lesvos News)

Niger-Algeria (deserto del Sahara), 15 maggio 2018

Quarantaquattro migranti sono morti nel Sahara dopo essere stati espulsi dall’Algeria ed abbandonati in pieno deserto. Di tutto il gruppo iniziale di 50 persone, i superstiti sono soltanto 6. Lo ha riferito, in una intervista rilasciata ad Euronews il 15 maggio, Giuseppe Loprete, capo della missione Oim in Niger, specificando che la strage risaliva a qualche giorno prima e sottolineando che si si tratta di uno degli episodi più significativi delle decine di casi di morte che si registrano nel Sahara da quando l’Algeria ha adottato una linea inflessibile di respingimento dei migranti che tentano di attraversare la frontiera o sorpresi nel territorio nazionale. Vittime di questo giro di vite sono soprattutto giovani provenienti, oltre che dallo stesso Niger, dal Mali, dal Camerun e dalle Nigeria. I giovani espulsi – afferma l’Oim, confermando peraltro diverse denunce del Governo di Niamey – vengono condotti alla frontiera e costretti ad affrontare da soli il deserto. Da quel momento inizia una lunga marcia a piedi, spesso senza scorte d’acqua o di cibo e con temperature che superano i 50 gradi, per tentare di arrivare al posto abitato più vicino in Niger: molti non ce la fanno e scompaiono nel Sahara. La sorte dei 50 migranti citati nell’intervista è stata esattamente questa: “Siamo riusciti a rintracciare  il gruppo – ha dichiarato Loprete – All’inizio erano in 50 ma solo 6, quando li abbiamo incontrati, erano ancora vivi”. Appena una settimana dopo questo allarme lanciato da Loprete, il 22 maggio, una missione di ricerca dell’Oim ha trovato e salvato in extremis, tra Arlit e Assamaka, un gruppo di ben 386 migranti che vagavano da giorni a piedi nel Sahara: ancora poche ore e molti di loro sarebbero morti.

(Fonti: Euronews, Rapporto Oim, Actu Niger)

Libia (Gharyan), 15-17 maggio 2018

Otto profughi (3 eritrei e 5 somali) sono stati uccisi mentre tentavano  di fuggire dal centro di detenzione di Gharyan, assalito poche ore prima da una grossa banda di trafficanti che hanno sequestrato circa 200 degli oltre 400 detenuti. “La decisione di scappare – hanno riferito alcuni compagni delle vittime – è derivata dalla paura provocata dalla razzia effettuata dai predoni senza che le guardie fossero in grado di contrastarla. Oltre che dalle condizioni di vita disumane del campo, dove almeno 6 nostri compagni sono morti di recente per maltrattamenti, malattie non curate, denutrizione. Quando la polizia e il personale del campo hanno ripreso il controllo, ci aspettavamono di essere trasferiti in un luogo più sicuro. I militari hanno invece blindato la struttura e ci siamo sentiti ancora di più in trappola. Alcune decine di noi, allora, hanno ritenuto che non restava altra soluzione che fuggire, con l’intento di raggiungere Tripoli o comunque allontanarsi dalla zona di Gharyan”. La maggioranza, in realtà, si è rassegnata a restare, ma – secondo il racconto fatto al Coordinamento Eritrea Democratica in Italia al quale è stato chiesto aiuto – alcune decine, forse una cinquantina, hanno tentato di allontanarsi, contando sul fatto che le guardie avrebbero compreso il loro gesto. Appena hanno tentato di varcare la linea di sicurezza, invece – è sempre il loro racconto – i militari hanno aperto il fuoco, inseguendo i fuggiaschi anche con le jeep. Alla fine sono rimasti sul terreno 8 giovani senza vita: cinque somali e tre eritrei, tutti sui vent’anni. Degli eritrei il Coordinamneto ha saputo anche il nome: Efrem Hailé, Okbai e Andit. Ventinove i feriti (di cui 12 in modo grave), in parte a causa della sparatoria, in parte durante l’assalto al campo da parte dei predoni: ricoverati tutti inizialmente nell’ospedale di Gharyan, la maggior parte sono stati poi trasferiti a Tripoli.

(Fonte: testimonianze raccolte dal Coordinamento Eritrea Democratica, contatti di Abraham Tesfai)

Libia (deserto tra Kufra e Sabha), 16-17 maggio 2018

Quattro profughi eritrei sono rimasti uccisi nell’attacco aereo al convoglio di pick-up che li stava trasferendo da Kufra verso Tripoli, lungo una pista del deserto in direzione di Sabha. Le fasi della tragedia sono state ricostruite dal Coordinamento Eritrea Democratica attraverso una serie di contatti telefonici con i sopravvissuti. E’ noto anche il nome delle vittime: Lidia Teklebrhan, Habtom Zere, Goitom Beraki e Salaha. Erano tutti sui vent’anni. I quattro giovani facevano parte di un gruppo di 38 profughi eritrei che, arrivati in Egitto, nell’impossibilità di imbarcarsi verso l’Europa a causa del blocco delle coste decretato dal govenro del Cairo in attuazione del Processo di Khartoum, hanno deciso di tentare la traversata del Mediterraneo passando dalla Libia. Superato nel Sahara il confine libico-egiziano, con l’aiuto di una banda di trafficanti, sono arrivati a Kufra. Da qui la stessa banda ha organizzato il trasferimento a Tripoli (dove i 38 profughi avrebbero dovuto imbarcarsi) a bordo di tre pick-up. La piccola autocolonna è partita da Kufra la mattina del 16 maggio, diretta verso nord. Era già in viaggio da alcune ore quando, in pieno deserto, è stata attaccata da un aereo, che l’ha colpita con mitragliamenti e spezzoni. Uno dei pick-up, raggiunto in pieno, è saltato per aria. Quando l’aereo si è allontanato, tra i rottami i compagni hanno recuperato 4 corpi senza vita e otto feriti, trasferiti successivamente all’ospedale di Kufra. Di quattro di loro il Coordinamento Eritrea è riuscito a sapere il nome, mettendosi in contatto il 17 maggio conl’ospedale: Mussie Iyob, Tshaye Kflmariam, Ksanet e Haben Tesfai. Non è noto a quale formazione armata libica appartenga l’aereo e perché abbia attaccato il convoglio. Un’ipotesi verosimile è che il velivolo faccia parte dell’aviazione militare di Tobruk fedele al generale Khalifa Haftar. Nel sud della Libia e in particolare a Sabha alla fine di aprile sono esplosi furiosi combattimenti tra le milizie di tribù alleate con Haftar e gruppi militari di altre fazioni. Se si tratta effettivamente di un caccia militare di Tobruk, il pilota potrebbe aver scambiato i pick-up dei trafficanti per un’autocolonna di miliziani avversari.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratuica, serie di testimonianze telefoniche raccolte da Abraham Tesfai)

Belgio (Mons, Bruxelles), 17-18 maggio 2018

Una bimba curda di due anni è stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco sparato dalla polizia contro il furgone su cui la piccola si trovava insieme ad altri 29 profughi curdi, 26 adulti e tre bambini. E’ accaduto il giorno 17 lungo la statale tra Namur e Maisieres, un sobborgo di Mons, comune a sud-ovest di Bruxelles. Il furgone, diretto presumibilmente verso la Francia, avrebbe saltato un posto di controllo organizzato dalla polizia di Mons. Ne è nato un inseguimento durante il quale, per indurre l’autista a fermarsi, gli agenti hanno esploso diversi colpi. Un proiettile ha raggiunto la piccola a una guancia: una ferita molto grave che ha provocato la morte della bimba, avvenuta  sull’ambulanza che la stava trasportabdo in ospedale. I genitori e gli altri profughi hanno subito accusato la polizia di aver sparato indiscriminatamente. Il sostituto procuratore di Mons, Frederic Bariseu, ha inizialmene fornito una versione molto “prudente” della tragedia, ipotizzando che la bimba potesse essere morta per malattia o per aver sbattuto con violenza la testa contro il fianco del fugone durante l’inseguimento, ma i risultati dell’autopsia, resi noti il giorno 18, non lasciano adito a dubbi: “La causa della morte è stata una pallottola”. E’ stata inizialmente avanzata anche l’ipotesi che lo sparo mortale non fosse stato esploso da uno degli agenti, ma la traiettoria e la dinamica sembrano essere chiari e sul furgone, del resto, non sono state trovate armi. Molto cauto il ministro degli interni Jan Jambon, che ha parlato di “tragico evento con conseguenze drammatiche, che mette in evidenza le tristi circosatanze in cui prospera il traffico di esseri umani”. Resta il fatto che gli agenti hanno fatto fuoco ad altezza d’uomo contro il furgone in fuga, colpendo e uccidendo la bambina. La Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario, ribellione e tratta di esseri umani. Nel contesto dell’istruttoria, tutti i 26 profughi curdi adulti sono stati fermati.

(Fonte: La Repubblica, Agenzia Ansa)

Turchia (Bayramli, provincia di Van), 22 maggio 2018.

Un profugo è morto e altri 70 sono rimasti feriti, in Turchia, nel ribaltamento del camion che li stava trasportando verso ovest e le coste dell’Egeo. La vittima era un afghano. Tra i feriti si contano altri 32 afghani, 32 pakistani e 6 bengalesi. Tutti i 71 profughi erano entrati in Turchia clandestinamente dalla frontiera con l’Iran. Non è chiaro se a bordo del Tir chiuso che ha avuto l’incidente o con altri mezzi e in momenti diversi, trovando poi direttamente oltreconfine il mezzo per continuare il viaggio. Sta di fatto che l’autocarro ha percorso senza problemi ed evitando i controlli centinaia di chilometri, fino al villaggio di Bayramli, nella provincia orientale di Van. Qui, imboccata la strada statale diretta ad ovest, l’autista ha perso il controllo della guida e il Tir, dopo aver sbandato ed essere finito fuori strada, si è rovesciato su un fianco. Nell’urto tutti i profughi a bordo, chiusi nel retro, sono rimasti feriti. Uno dei 33 afghani è morto poco dopo. Tutti gli altri sono stati smistati dalla polizia e dai soccorritori negli ospedali della zona. Dodici, in particolare, hanno riportato lesioni giudicate molto gravi.

(Fonte: Anadolu Agency).

Libia (Bani Walid), 23-24 maggio 2018

Almeno 15 profughi sono stati uccisi a raffiche di mitra dai miliziani di una banda di trafficanti durante un tentativo di fuga dal campo di concentramento di Bani Walid, circa 150 chilometri a sud est di Tripoli. Altri 40 sono stati feriti,  alcuni in modo grave. Si tratta dello stesso lager, situato nei sobborghi della città, che è stato al centro del processo svoltosi di fronte alla Corte d’Assise di Milano nel 2017 contro uno degli aguzzini, un giovane somalo incontrato e riconosciuto casualmente da alcune delle vittime nei pressi della stazione centrale milanese e condannato all’ergastolo. Negli ultimi tempi risulta che i detenuti fossero oltre 200. L’occasione per cercare di fuggire si è presentata nella serata del 23: i miliziani di guardia sono stati colti di sopresa e circa 150 dei prigionieri sono riusciti a superare la recinzione e a scappare. Di fronte a quella che appariva una vera e propria rivolta, i miliziani non hanno esitato a sparare, sia all’interno e nei pressi del campo che inseguendo i fuggiaschi fin dentro la città. E’ stata una strage: le vittime sono giovani eritrei, somali ed etiopi. La notizia è stata diffusa inizialmente, la notte stessa tra il 23 e il 24 maggio, dal Coordinamento Eritrea Democratica e poi confermata il giorno 25 dall’equipe di Medici Senza Frontiere che opera a Bani Walid, collaborando con l’ospedale locale. Il Coordinamento ha parlato inizialmente di “almeno 10 morti e numerosi feriti”. Medici Senza Frontiere, ad oltre 24 ore di distanza, ha riferito che il bilancio era molto più grave: almeno 15 morti e 25 feriti. Il conto dei feriti è poi salito a 40, di cui 14 in condizioni gravi per “colpi di arma da fuoco e fratture multiple”. Non è escluso che  ci siano altre vittime. E il conto di morte sarebbe stato anche più drammatico, rileva l’ufficio stampa di Medici Senza Fronuere in una nota diramata il 26 maggio, “se diversi abitanti di Bani Walid, tra cui persone che lavorano all’ospedale o presso la Municipalità e membri di organizzazioni della società civile e delle forze di sicurezza,  non fossero intervenuti tempestivamente per cercare di proteggere i fuggiaschi dai miliziani che li inseguivano per rapirli nuovamente”. Oltre una cinquantina di prigionieri, in maggioranza donne, non sono riusciti a scappare o sono stati ripresi poco dopo la fuga. Tra quelli che ce l’hanno fatta, molti recano ancora sul corpo le ferite delle torture subite nel lager. Alcuni hanno raccontato di essere stati rinchiusi a Bani Walid per quasi tre anni.

(Fonte:Ufficio stampa Medici Senza Frontiere, Avvenire, Il Secolo XIX, Il Giornale di Sicilia, Tg La 7 ore 13,30, Libya Observer, Libyan Express)

Marocco (tra Rabat e Tangeri), 24 maggio 2018

Quattro morti e almeno 14 dispersi (per un totale di 18 vittime) nell’Atlantico, tra Rabat e Tangeri, nel naufragio di una battello con a bordo non meno di 30 migranti, tutti marocchini. Il natante, una piccola barca da pesca in legno, era partito nella notte tra il 23 e il 24 maggio presumibilmente da una spiaggia nei pressi di Rabat e, navigando lungo la costa africana, puntava a raggiungere le acque dello Stretto di Gibilterra, per arrivare poi nel golfo di Cadice, in Andalusia. La tragedia è avvenuta poco più di 40 chilometri a nord di Rabat. Si ignorano le circostanze e le cause precise del naufragio. Sta di fatto che, verso l’alba del giorno 24, la barca è andata rapidamente a fondo, all’altezza della spiaggia di Benmansur, nella regione di Kenitra. Dei trenta migranti, i soccorritori sono riusciti a salvarne solo 12. Poche ore più tardi il mare ha depositato sul litorale di Benmansur quattro corpi  senza vita. Gli altri 14 che erano a bordo risultano dispersi. Nessuna fonte ufficiale marocchina ha dato notizie del naufragio. Tutte le informazioni sulla sciagura sono arrivate da una Ong, l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani.

(Fonte: El Faro de Ceuta)    

Libia (Ajdabiya-Gialo), 24-25 maggio 2018

Dieci migranti sudanesi sono morti in un incidente stradale avvenuto lungo la statale che collega Ajdabiya, situata a breve distanza dalla costa, al sud della Libia. Secondo quanto ha riferito Melik Mohamed Salih, responsabile del programma di contrasto all’immigrazione legale e di rimpatrio volontario, i dieci, entrati clandestinamente in Libia e fermati dalla polizia, dopo alcuni mesi trascorsi in un centro di detenzione avevano accettato, insieme ad altri undici, di rientrare in Sudan. Il viaggio di ritorno è stato organizzato dalle autorità libiche per la mattina del giorno 24. Verso Gialo – una piccola città al centro di un’oasi, distante 250 chilometri dal Golfo della Sirte e 580 da Kufra, snodo delle piste dirette al confine sudanese – il camion che trasportava l’intero gruppo di 21, è uscito di strada a forte velocità e si è ribaltato, pare in seguito all’urto con un altro furgone. Dieci dei migranti che erano nel retro sono morti sul colpo o poco dopo. Feriti tutti gli altri 11: quelli più gravi sono stati trasferiti all’ospedale di Bengasi.

(Fonte: Sudan Tribune)

Italia-Francia (Bardonecchia e Borgata Alberts), 25 maggio 2018

Il disgelo ha restituito il corpo di un ragazzo subsahariano ucciso dal freddo mentre tentava di passare il confine tra Italia e Francia, sopra Bardonecchia. La sua storia ha portatp all’attenzione il caso di un altro giovane migrante morto di sfinimento e di stenti alcune settimane prima, poco dopo essere entrato in Francia e aver raggiunto il villaggio di Alberts.

Bardonecchia. Il ritrovamento della salma del giovane africano è avvenuto la mattina del 25 maggio. A notarla è stato un cacciatore. Il ragazzo era rannicchiato dietro una piccola conca sul sentiero dell’orrido del Frejus, a 1.540 metri di quota. Doveva essere lì da settimane, forse da mesi. Nessuno l’ha visto prima perché era coperto dalla neve. Non è stato possibile stabilirne l’identità: in tasca aveva delle carte ma la neve e l’acqua le hanno rese del tutto illegibili. “Una vittima predestinata”, hanno riferito alcune guide apine. Il giovane non era assolutamente attrezzato per attraversare le montagne in pieno inverno, vestito com’era solo di jeans,  una felpa, una giacchetta leggera e scarpe estive, neanche impermeabili. Per di più ha preso uno dei sentieri più difficili, che parte a 2 chilometri da Bardonecchia e che in 5 circa porta al confine francese. Cinque chilometri possono non sembrare tanti ma d’inverno, con oltre due metri di neve, diventano insuperabili. Lo ha confermato Albert Roland, membro del presidio che assiste e aiuta i migranti a Bardonecchia: “Non conosciamo questo  ragazzo. Ha scelto un percorso insolito. Se fosse passato da noi o se semplicemente lo avessimo visto, gli avremmo fortemente sconsigliato di tentare quella via. Non è la strada dei migranti. Forse avrà controllato sul cellulare e si sarà incamminato da solo. Anzi, quasi certamente era da solo, perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa”.

Borgata Alberts. La vittima è un giovane senegalese di nome Mamadou. A spiegare come è morto è stata un suo cugino minorenne, Ibrahim, che ha tentato con lui l’avventura di passare clandestinamente il confine delle Alpi: “Volevamo andare in Francia. Ci abbiamoprovato una prima volta, ma la polizia ci ha fermato e riportati indietro. Non ci siamo scoraggiati. Alla prima occasione ci siamo rimessi in viaggio. Abbiamo camminato per giorni e notti, senza riuscire ad arrivare. Ci siamo perduti tra i monti, insomma. Eravamo sfiniti. A un certo punto, lungo il sentiero, ho perso di vista Mamadou. Forse è rimasto indietro. Non lo so. Ho proseguito il cammino. Anche lui è andato avanti ma il freddo e gli stenti lo hanno ucciso: lo hanno trovato morto per sfinimento nella Borgata Alberts, in Francia”.

(Fonte: La Stampa)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 25-26 maggio 2018

Un giovane migrante è stato trovato ormai senza vita su uno dei gommoni avvistati nel Canale di Sicilia, a circa 30 miglia dalla Libia, in una serie di operazioni di soccorso condotte dalla nave Dattilo della Guardia Costiera italiana, da unità della Marina Italiana e dell’agenzia Frontex e dalla nave della Ong Sea Watch, che ha intercettato tre dei sette natanti in difficoltà. La salma, presa a bordo della Dattilo, è stata sbarcata la mattina del giorno 26 nel porto di Augusta. Complessivamente sono stati tratti in salvo sui sette natanti (sei gommoni e un vecchio peschereccio in legno) oltre 1.050 migranti, poi sbarcati ad Augusta e a Catania.

(Fonte: Globalista, Tg La 7 delle 13,30)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 25-28 maggio 2018

Almeno 5 migranti sono scomparsi in mare durante le concitate operazioni di soccorso a due dei tre gommoni intercettati nel Mediterraneo, a una trentina di miglia dalla costa africana, dalla nave della Ong tedesca Sea Watch, giunta nel porto di Messina lunedì 28 maggio con 461 migranti. Tra i dispersi c’è anche un ragazzo di appena 15 anni. A ricostruire l’accaduto, riferendosi in particolare alla tragica vicenda del quindicenne, è stata Giorgia Linardi, portavoce della Ong, in una intervista rilasciata a Radio Radicale. Venerdì 25 maggio, la nave Sea Watch (che aveva già a bordo 157 migranti salvati  il giorno prima) è stata mobilitata dalla centrale operativa della Guardia Costiera italiana per soccorrere due gommoni in difficoltà. Le due lance addette al recupero erano già in mare per prestare aiuto ai migranti del primo natante e il secondo si stava lentamente avvicinando, quando l’arrivo di una motovedetta della Marina di Tripoli, che ha intimato a Sea Watch di allontanarsi, ha scatenato il panico. Molti – almeno 50 giovani, in gran parte del secondo gommone – si sono buttati in acqua nel timore di essere presi dai libici e costretti a tornare in Africa. Otto sono stati recuperati dalle lance della Ong e tre dalla motovedetta (che alla fine ha deciso di trasbordarli sulla Sea Watch), mentre tutti gli altri si sono aggrappati ai galleggianti gettati dall’equipaggio della nave umanitaria. Tra questi, anche l’adolescente disperso che, privo ormai di forze, deve aver perso la presa ed è stato trascinato via. La sua scomparsa è stata denunciata più tardi, a bordo dell’unità tedesca, da un suo compagno, anch’egli adolescente, che ha condiviso con lui ben 8 mesi di fuga, prima in Algeria e poi in Libia, fino all’imbarco e alle ultime ore nel Mediterraneo. Oltre a confermare questa testimonianza, le dichiarazioni successive di alcuni naufraghi hanno portato alla luce che almeno altri quattro migranti hanno subito la stessa fine del quindicenne.

(Fonte: Radio Radicale, servizio “Qualcuno manca all’appello”, sito Sea Watch, TG-3 edizione delle 13,30 del giorno 29).

Niger (Agadez-Sahara), 26 maggio 2018

Due migranti subsahariani sono morti di sete in pieno Sahara, nel tentativo di raggiungere il confine tra il Niger e la Libia. Altri 80 sono stati salvati quando erano ormai allo stremo. Secondo quanto ha riferito l’Oim martedì 29 maggio, il gruppo, affidatosi a una organizzazione di trafficanti, era partito in camion da Agadez, la notte tra il 24 e il 25, diretto verso la frontiera libica su piste secondarie, per sfuggire ai controlli di polizia, intensificati dopo gli accordi tra il governo di Niamey e l’Europa. Dovevano percorrere circa 900 chilometri nel deserto, ma ne avevano fatti appena 382 quando l’autocarro è stato bloccato da un guasto al motore. Constatato che non erano in grado di fare una riparazione, i trafficanti sono fuggiti con un’auto di scorta, abbandonando i migranti al loro destino, quasi senz’acqua e con temperature che di giorno superano i 50 gradi. Qualcuno del gruppo aveva il recapito della sede Oim di Agadez ed ha dato l’allarme, senza però saper precisare dove si trovassero esattamente nel Sahara. Le squadre di soccorso hanno battuto il deserto fino a che, nella serata di sabato 26, hanno rintracciato i migranti, che non si erano allontanati dal camion e dalla pista. Per due del gruppo, però, era troppo tardi: stremati dalla sete e dalla fatica, erano morti poche ore prima per disidratazione. Molto provati anche gli 80 superstiti, condotti dai soccorritori al centro medico di Agadez. Nell’occasione l’Oim ha specificato che dall’inizio dell’anno le sue squadre di soccorso hanno salvato più di 3.000 migranti in queste condizioni. C’è da chiedersi di quanti non si è saputo nulla e sono morti nel deserto.

 (Fonti: Nigerdiaspora, Ahram, Agenzia France Presse).

Libia (Kufra), 26 maggio 2018

Sono salite a 5 le vittime del bombardamento aereo della piccola colonna di pick-up che stava trasportando decine di profughi eritrei da Kufra verso il nord della Libia (vedi nota del 16-17 maggio). Ai primi quattro giovani morti durante o subito dopo l’attacco aereo, si è aggiunto un altro ragazzo, deceduto il 26 maggio nell’ospedale di Kufra in conseguenza delle gravi ferite riportate. La notizia è stata comunicata al Coordinamento Eritrea Democratica da alcuni compagni della vittima, segnalando anche che i feriti meno gravi non sono stati neanche ricoverati ma rinchiusi in un capannone-prigione insieme ai superstiti rimasti fortunosamente incolumi, senza ricevere di fatto alcuna assistenza medica dopo le prime, sommarie cure.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica, interviste fatte da Abraham Tesfai)

 Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 29 maggio 2018

Un migrante subsahariano morto e uno disperso nel naufragio di un piccolo canotto pneumatico dello Stretto di Gibilterra. L’allarme è scattato verso le 7,30 del mattino quando la Ong Frontera Sur ha segnalato che si erano perse le tracce di due battelli salpati a remi dalla costa marocchina prima dell’alba. Il Salvamento Maritimo spagnolo ha mobilitato per le ricerche la salvamar Arcturus. Intorno alle dieci, 14,7 miglia a sud ovest di Tarifa, è stato individuato il primo canotto. Tratti in salvo i 10 migranti che erano a bordo, la Arcturus ha allargato le ricerche, avvistando il secondo canotto sempre a sud ovet di Tarifa, ma a 24 miglia di distanza. Quando lo ha raggiunto, il battello era ormai semi-affondato, ma sul posto era intervenuto intanto anche un peschereccio. Sono stati recuperati tre naufraghi e la salma di un quarto migrante, annegato quando il canotto si è rovesciato. I superstiti hanno subito avvertito che era con loro anche un altro compagno, perso di vista poco dopo il naufragio. Le ricerche non hanno dato alcun esito.

(Fonti: La Voz de Cadiz, Europa Sud, sito web Helena Maleno, sito web Salvamento Maritimo).

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), fine maggio 2018

Un giovane profugo è annegato nell’Evros nel tentativo di passare in Grecia dalla Turchia. Il suo corpo senza vita è stato trovato spiaggiato sulla riva greca del fiume, che segna per un lungo tratto la linea di confine, nei pressi del villaggio di Pythio, uno dei punti di transito più frequentati dai profughi che riescono a superare la frontiera, eludendo la sorveglianza della polizia turca, per chiedere asilo in Europa. Non è stato possibile identificarlo. Lo ha riferito la rivista dell’Unhcr in un servizio di Leo Dobbs pubblicato il 12 giugno. “E’ la dodicesima vittima dall’inizio dell’anno rispetto ai 9 morti registrati in tutto il 2017”, ha dichiarato Pavlidis Pavlos, il medico legale che da anni recupera le salme restituite dal fiume o rinvenute nei pressi della frontiera e ne conserva tutti gli elementi che possano consentirne l’identificazione. “Per noi – ha aggiunto – è una cifra molto alta e purtroppo ci aspettiamo altre vittime. Senza contare i dispersi. Ce ne sono stati, di dispersi, anche di recente, inclusi alcuni bambini”. Il calcolo di 12 morti sull’Evros nei primi cinque mesi del 2018 (tre in più di quanto riportato alla stessa data dal dossier Nuovi Desaparecidos, sempre senza tener conto dei dispersi) è stato confermato anche da un reportage fotogragico dell’agenzia Reuters, pubblicato all’inizio di maggio, sul forte incremento di ingressi in Grecia attraverso questa via di fuga: circa 3.000 arrivi nel solo mese di aprile.

(Fonti: Unhcr, rivista di giugno; Agenzia Reuters)  

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 2 giugno 2018

Un migrante è annegato durante le operazioni di soccorso a un gommone ormai sgonfio, già invaso dall’acqua e in procinto di affondare definitivamente nello Stretto di Gibilterra. Il canotto era partito all’alba dalla costa marocchina per cercare di raggiungere l’Andalusia. A bordo erano in 42, tutti di origine subsahariana. Durante la navigazione le camere stagne hanno ceduto. L’allarme, lanciato dalla Ong Frontera Sur, è stato raccolto sia dalla Marina spagnola che dal Salvamento Marittimo. La motovedetta Caliope è arrivata sul posto, ad alcune decine di miglia da Motril, proprio mentre il natante stava andando a fondo. Tutti i migranti erano ormai in acqua. Molti, senza giubbotto di salvataggio, stentavano a tenersi a galla. E’ verso di loro che si sono diretti per primi i soccorritori, ma uno è stato trascinato via dalla corrente ed è sparito sott’acqua prima che potessero raggiungerlo. Le ricerche sono proseguite per ore, senza risultato. I 41 supertsiti sono stati sbarcati a Motril.

(Fonte: Sito web Salvamento Maritimo, sito web Helena Maleno Frontera Sur)  

Turchia-Grecia (Egeo, golfo di Antalya), 3 giugno 2018

Nove morti nel naufragio di un motoscafo carico di profughi siriani. Il natante era partito durante la notte dalla costa anatolica, nel golfo di Antalya, con a bordo 15 persone, facendo rotta presumibilomente verso la piccola isola greca di Kastellorizo, a poche miglia dal porto turco di Kas. Durante la navigazione il battello ha avuto un’avaria ed ha cominciato ad affondare, quando era a sud ovest di Demre, vicino alle isole turche di Kekowa e Geyikova. A dare l’allarme, intorno alle 2,20, sono state alcune barche di pescatori che si trovavano in zona. La prima motovedetta della Guardia Costiera giunta sul posto da Demre ha trovato il motoscafo ormai semi-affondato, portando in salvo 4 naufraghi. Un altro dei profughi è stato individuato e recuperato poco dopo dall’equipaggio di un peschereccio, accorso alla richiesta di aiuto. Nelle ore successive sono stati trovati 9 corpi senza vita: 6 bambini, due uomini e una donna. I superstiti hanno segnalato che mancava ancora un loro compagno.  Le ricerche si sono protratte per ore e nellla tarda mattinata è stato avvistato e tratto in salvo anche il profugo disperso.

(Fonti: Anadolu Agency, Hurriyet Daily News, Agenzia Anda, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Corriere della Sera)

Tunisia-Italia (Isole Kerkennah, Sfax), 3 giugno 2018

Almeno 110 vittime (versomilmente 112, con 48 corpi senza vita recuperati in mare e 64 dispersi) nel naufragio di una barca da pesca carica di migranti che faceva rotta dalla Tunisia verso la Sicilia. Solo 68 i superstiti. Il battello, in legno, lungo nove metri, era partito durante la notte dalla costa tunisina meridionale, presumibilmente dalle isole Kerkennah, divenute una delle principali basi degli imbarchi clandestini in Tunisia, di fronte alla città portuale di di Sfax. A bordo – secondo quanto ha riferito il colonnello Mohamed Salah Sagaama, cooordinatore dei soccorsi, confermando le testimonianze rese da alcuni dei sopravvissuti – erano in 180 circa (un centinaio di tunisini e almeno 80 migranti subsahariani) contro una capacità massima di trasporto stimata intorno alle 70 persone. Con l’assetto di galleggiamento estremamente precario per il sovraccarico, il battello ha navigato lentamente per alcune ore, in una condizione di grande pericolo. La tragedia si è verificata prima dell’alba, circa 16 miglia nautiche al largo di Sfax e a 7 miglia dalle Kerkennah. Forse a causa proprio del peso eccessivo e delle stesse pessime condizioni dello scafo, si è aperta una falla e il peschereccio ha comincioato a imbarcare acqua, affondando poi rapidamente. Lo scafista, secondo quando riferito da uno dei soravvissuti, si sarebbe dileguato mentre la barca stava andando a fondo, per sfuggire all’arrresto. Gli interventi di soccorso sono stati organizzati dalla Marina e dalla Guardia Costiera tunisine, che hanno mobilitato diverse unità e alcuni mezzi aerei per le ricerche a più vasto raggio. Nelle prime ore dell’operazione sono stati recuperati 68 naufraghi ancora in vita e 11 cadaveri. “Mi sono salvato – ha riferito uno dei sopravvissuti, ricoverato all’ospedale di Sfax, presto affollato da familiari e amici dei mi ganti tunisini imbarcati – rimanendo avvinghiato a un rottame di legno per nove ore”. Nel corso della mattinata le salme recuperate sono salite a 35 e poi, in serata, a 48. Dei 68 superstiti, 61 sono tunisini, gli altri provengono da Marocco, Costa d’Avorio, Mali e Camerun.

(Fonti: Reuters, Actu Niger, Le Monde, Repubblica, Al Jazeera, La Stampa, Il Fatto Quotidiano, Us News, Agenzia Ansa, World News Report, Daily Star, Arab News).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 3 giugno 2018

Otto migranti sono morti uno dopo l’altro sul relitto di un gommone alla deriva nello Stretto di Gibilterra. Di tutto il gruppo, 9 giovani subsahariani, uno soltanto si è salvato. Il battello, un canotto pneumatico senza motore, è partito il primo giugno dalla costa marocchina, zona di Tangeri, non distante dall’enclave spagnola di Ceuta, puntando verso l’Andalusia ma prendendo il largo molto lentamente, a forza di remi. Navigando a vista, i nove migranti devono aver smarrito la rotta finché, la mattina del due giugno, quando il piccolo gommone ha cominciato a imbarcare acqua e ad affondare, hanno lanciato l’allarme chiamando con un cellulare la Ong Frontera Sur ma, ormai in preda al panico, non hanno saputo indicare neanche in via approssimativa la loro posizione. “Non ci hanno ascoltato: gridavano soltanto, per la disperazione”, ha riferito l’attivista Helena Maeno, che ha allertato sia il Salvamento Maritimo spagnolo che le autorità marocchine. Successivamente anche alcuni familiari dei nove ragazzi hanno avvertito la Guardia Civil e la Gendarmeria di Tangeri. Le ricerche si sono protratte per due giorni senza esito. Solo la sera del giorno 3 il relitto è stato avvistato da una unità marocchina. “A quel punto però otto vite si erano già perdute nel nostro mare perché i soccorsi non sono arrivati in tempo – ha scritto sul suo sito Helena Maleno – C’era un solo superstite, che ha dovuto assistere a come la morte si è portata via ad uno ad uno i suoi compagni”.

(Fonti: sito web Helena Maleno e Frontera Sud, sito Caminando Fronteras)

Grecia (Karvali, Salonicco), 8 giugno 2018

Cinque migranti uccisi nell’incidente in cui è rimasto coinvolto il van dei trafficanti che li stava trasportando verso Atene. Tra le vittime ci sono tre bambini di età compresa tra i 9 e i 12 anni. Morto anche il trafficante che era alla guida, mentre altri due migranti sono stati ricoverati in condizioni critiche. Sul piccolo bus viaggiavano in tutto 16 persone, incluso il conducente. I 15 migranti, siriani e afgani, entrati in Grecia dalla Turchia dal confine dell’Evros la sera di giovedì 7 giugno, è probabile che fossero attesi poco dopo la frontiera dal van dei trafficanti, che ha imboccato prima possibile l’autostrada diretta a ovest, verso Salonicco ed Atene. L’incidente è accaduto nei pressi di Karvali, nella provincia di Salonicco: forse a causa della forte velocità o per un colpo di sonno, l’autista ha perso il controllo della guida e il bus è finito fuori strada, schiantandosi contro una parete rocciosa. Quando la polizia è arrivata sul posto, cinque dei profughi e lo stesso autista erano già morti. I quattro feriti più gravi, di cui due in fin di vita, sono stati trasferiti a Salonicco. “Incidenti del genere – ha riferito la polizia – sono molto frequenti a causa del sovraccarico dei veicoli usati dai trafficanti e della forte velocità tenuta per sfuggire ai controlli”.

(Fonti: Reuters, Associated Press, The National Herald, Greek Reporter, Abc News, Star Tribune, Hurriyet Daily News).

Egitto (Il Cairo), 8 giugno 2018

Un profugo eritreo si è ucciso all’aeroporto internazionale del Cairo (dove era arrivato sotto scorta dagli Stati Uniti),  poco prima di essere imbarcato di forza su un aereo per Asmara: ha preferito morire piuttosto che essere riconsegnato alla dittatura da cui era fuggito. Si chiamava Zeresenay Ermias Testfatsion. Aveva 34 anni. Espatriato tre anni fa dopo aver disertato, Testfatsion ha raggiunto l’Europa e da qui ha imboccato la “rotta” clandestina che porta in Sud America, risalendo poi gradualmente il continente fino al Messico. Senza documenti in regola, il 2 febbraio 2017 ha cercato di entrare negli Stati Uniti a Hidalgo, in Texas, frontiera del Rio Grande. Bloccato dalla polizia americana e trasferito in stato di fermo un centro di detenzione dell’Immigration and Customs Enforcemente (Ice), è rimasto recluso per 16 mesi. Nel mese di ottobre 2017 un giudice federale ne ha decretato l’espulsione, respingedo la sua richiesta di asilo per motivi politici. Tre mesi dopo, il 30 gennaio 2018, non essendo stato ancora materialmente espulso, ha presentato una petizione/ricorso, per chiedere l’annullamento della deportazione e il permesso di uscire dallo stato di detenuto. Verso la fine di maggio anche questa richiesta è stata rigettata. Prelevato dalla polizia il 7 giugno, è stato caricato sotto scorta su un aereo diretto al Cairo, dove era previsto il trasbordo su un volo per Asmara in partenza di lì a qualche ora. Per Testfatsion sono state le ultime ore di vita: durante l’attesa ha eluso la sorveglianza della scorta e si è ucciso: l’hanno trovato impiccato nel bagno dove si era rinchiuso.

(Fonti: Associated Press, The New York Times, Tampa Bay Times, Merced Sun Star, The Vindicator, Rip Eritrea)

Marocco-Spagna (mare di Alboran), 10 giugno 2018

Quattro morti su un canotto pneumatico carico di migranti recuperato alla deriva nel mare di Alboran mentre era ormai in procinto di affondare. Il gommone era partito sabato 9 giugno dalle coste del Marocco, presumibilmente nel tratto tra le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, con a bordo 31 giovani subsahariani, puntando verso l’Andalusia attarverso lo Stretto di Gibilterra. Quasi contemporaneamente, e grossomodo dallo stesso tratto di litorale, è salpato un altro gommone, con 49 migranti, sempre subsahariani. L’allarme è scattato durante la notte, quando dal secondo gommone si sono messi in contatto con Helena Maleno, della Ong Frontera Sur, che ha allertato la centrale operativa del Salvamento Maritimo. In soccorso sono state inviate due unità, la salvamar Alcor e il pattugliatore Mastelero. All’alba, inoltre, sono iniziate anche le ricerche aeree, con l’Helimer 204. E’ stato proprio l’elicottero a individuare i due battelli al largo dell’isola di Alboran, guidando poi le operazioni di soccorso dei due mezzi navali. I 49 migranti del secondo gommone sono stati presi a bordo dalla Alcor mentre poco dopo il Mastelero ha raggiunto il primo, sul quale ha trovato 27 naufraghi molto provati ma ancora in vita e 4 corpi senza vita. Entrambe le unità di soccorso hanno poi fatto rotta verso il porto di Melilla. La Alcor è arrivata verso le 12,30 e un’ora circa più tardi il Mastelero, dopo aver avvisato che a bordo aveva quattro cadaveri. Le salme sono state prese in carico dalla polizia subito dopo lo sbarco, per appurare le circostanze e le cause della morte.

(Fonti: Europa Press, El Faro de Melilla, sito web di Helena Maleno Frontera Sur, sito Salvamento Maritimo)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 10 giugno 2018

Due migranti subsahariani sono scomparsi in mare durante le operazioni di soccorso al primo dei gommoni intercettati la notte del 10 giugno, al largo delle coste libiche, dalla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranee. Nell’immediatezza dell’intervento nessuno ha notato che quei due ragazzi mancavano all’appello. Le operazioni sono state paticolarmente difficili a causa del mare mosso, con  onde alte oltre due metri, e dell’oscurità. E’ verosimile che i due siano caduti in acqua senza che, nella concitazione del momento, qualcuno se ne accorgesse o udisse grida di aiuto e che poi in breve siano stati trascinati via, scomparendo per sempre. L’allarme è stato dato nelle ore successive da parte di alcuni compagni partiti con i due sul gommone affondato e che non li hanno ritrovati tra i naufraghi a bordo della Aquarius. L’equipe di Medici Senza Frontiere in servizio sulla nave ha compiuto una serie di accertamenti e la sera del 14 giugno ha confermato che i due ragazzi “risultano dispersi, presumibilmnete annegati nel Mediterraneo”.

(Fonte: Agenzia Ansa, Il Fatto Quotidiano, Ufficio Advocacy Medici Senza Frontiere)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 10-11 giugno 2018

Due giovani profughi subsahariani sono morti su un gommone alla deriva nel Canale di Sicilia, in acque internazionali, prima che arrivassero i soccorsi. I loro corpi senza vita sono stati trovati durante le operazioni coordinate dalla centrale operativa della Guardia Costiera di Roma per portare aiuto, tra domenica 10 e lunedì 11 giugno, a cinque gommoni, un barcone e una piccola barca di legno. Sono intervenuti, nell’arco di più di 24 ore, unità militari di Frontex e di Eunavformed, due mercantili, la nave Diciotti e diverse motovedette della marina italiana. Le due salme sono state prese a bordo inizialmente da una delle motovedette e poi trasferite sulla Diciotti dove, alla fine delle operazioni, lunedì mattina, sono state stipate tutte le 937 persone tratte in salvo, per fare poi rotta verso Catania, indicata dal coordinamento di Roma come porto di sbarco.

(Fonti: La Repubblica, La Stampa, Il Fatto Quotidiano).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 12 giugno 2018

Dodici morti e oltre 60 dispersi nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo delle coste libiche. Tutte le salme si sono perdute in mare. Quarantadue i superstiti. L’allarme è stato dato da una nave da guerra americana, l’Usns Trenton, della Sesta Flotta, di base a Napoli, che, in missione di pattugliamento e addestramento nel Canale di Sicilia, ha avvistato il relitto, con numerosi naufraghi intorno, oltre 20 miglia a nord-ovest di Tripoli. La stessa Trenton si è mobilitata per i soccorsi, segnalando contemporaneamente il naufragio via radio alla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca che si trovava a poche miglia di distanza e che ha immediatamente fatto rotta verso l’unità statunitense per collaborare agli interventi di salvataggio. A operazione conclusa, è stato proprio il portavoce della Ong tedesca, Ruben Neugebauer, a segnalare che la Trenton aveva salvato oltre 40 persone ed erano stati avvistati 12 corpi senza vita. “Non è noto – ha aggiunto – quanti migranti ci fossero sul battello prima che cominciasse ad affondare. Questo dimostra, in ogni caso, che cosa accade quando non ci sono in mare sufficienti mezzi di soccorso”. La Sea Watch 3 ha subito dichiarato la disponibilità a prendere a bordo tutti i superstiti purché dall’Italia arrivasse l’indicazione di un porto sicuro dove farli sbarcare. Nello stesso tempo ha fatto presente che a maggior ragione, non disponendo di celle frigorifere, senza un nulla osta da Roma non avrebbe potuto accogliere le 12 salme. Secondo il comandante della Trenton, tuttavia, non è stato possibile recuperare nessuno di questi corpi: le lance di salvataggio – ha detto – dopo aver tratto in salvo i naufraghi, hanno di nuovo pattugliato le acque ma non sono più riuscite a trovarli.. In mancanza di indicazioni da Roma, dopo che le due navi son rimaste a breve distanza l’una dall’altra per una notte intera, i migranti recuperati sono rimasti sulla Trenton. Alcune ore più tardi il comando della Sesta Flotta, da Napoli, ha confermato l’operazione, specificando che sulla Trenton c’erano soltanto i superstiti, i quali, circa due giorni dopo, sono stati trasferiti sulla nave Diciotti della Guardia Costiera italiana. La mattina del 20 giugno, all’arrivo della Diciotti a Pozzallo, dalle testimonianze dei supertsiti è emerso che sul gommone affondato c’erano quasi 120 migranti. Le vittime risulterebbero dunque non meo di 75: i 12 morti i cui cadaveri si sono perduti in mare dopo essere stati avvistati e 63/64 dispersi.

(Fonti: Reuters, Us News, Arab News, Today Ng, The Washington Post, siti web di Sea Watch, Proactiva Open Arms, Sos Mediterranee, Associated Press, Il Fatto Quotidiano, Sicilia Informazioni, Repubblica)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 13 giugno 2018

Un profugo subsaharuiano è morto nel naufragio di un piccolo canotto pneumatico nello Stretto di Gibilterra. Il battello era salpato dalla costa marocchina, zona di Tangeri, durante la notte, con 12 persone a bordo, undici uomini e una donna. Alle prime luci del giorno il servizio spagnolo di soccorso “112” ha ricevuto un Sos che ha girato al Salvamentio Maritimo di Tarifa. La salvamar Arcturus è giunta sul posto verso le 9,30, trovando il canotto già rovesciato e semi affondato. Intorno al relitto cercavano di tenersi a galla 11 naufraghi, che sono stati tutti recuperati. Poco distante è stato poi trovato il corpo senza vita del dodicesimo migrante, trascinato via dalle onde subito dopo il ribaltamento del battello. I superstiti sono stati sbarcati a Tarifa.

(Fonte: La Voz de Cadiz, Europa Sur, Europa Press, sito Salvamento Maritimo)  

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 15 giugno 2018

I corpi senza vita di quattro migranti sono stati recuperati nelle acque dello Stretto di Gibilterra durante una serie di operazioni di soccorso che ha impegnato nove tra pattugliatori e motovedette e due elicotteri. Risultano annegati in tre diversi episodi, prima che i soccorritori potessero intercettare i natanti su cui erano imbarcati. L’allarme per la presenza di decine di barche e canotti di tutte le dimensioni alla deriva nello Stretto e nel mare di Alboran è scattato all’alba. Il primo cadavere è stato trovato dall’equipaggio della guardamar Concepcion Arenal che aveva già soccorso alcuni gommoni: a giudicare dallo stato di conservazione, la salma doveva essere in mare da circa un giorno. La seconda salma è stata recuperata a metà mattinata dalla salvamar Arcturus, nel corso di un’operazione che ha consentito di salvare 83 naufraghi. Le ultime due vittime sono state segnalate intorno alle 13. I quattro cadaveri sono stati sbarcati a Tarifa, dove, insieme a Motril, è confluita anche la maggior parte dei migranti tratti in salvo. Complessivamente sono state soccorse nell’arco della giornata 62 imbarcazioni e salvate 682 persone.

(Fonte: Sito Salvamento Maritimo, Europa Sur, La Voz de Cadiz, Europa Press)

Libia (centro di detenzione sconosciuto), 16 giugno 2018

Una giovane migrante in stato di gravidanza è morta in seguito ai maltrattamenti subiti dai carcerieri e dai “padroni” a cui era stata consegnata dai militari addetti alla sorveglianza nel centro di detenzione dove era rinchiusa. Stando a quanto è stato possibile stabilire, sarebbe accaduto nelle prime settimane del 2018 ma la notizia è venuta alla luce solo alcuni mesi più tardi grazie alla denuncia fatta da Jibril, 34 anni, nigeriano,  uno dei migranti tratti in salvo dalla nave Aquarius, di Sos Mediterranee, la notte del 10 giugno. Il suo racconto è inserito nel rapporto reso noto da Medici Senza Frontiere il 16 giugno, quando la Aquarius, respinta dai porti italiani, stava per arrivare a Valencia. “Ci ha detto – scrive Aloys Vimard, di Medici Senza Frontiere – di essere stato prigioniero in diversi posti in Libia. E’ stato costretto a lavorare gratuitamente. Un uomo lo andava a prendere ogni giorno e lo costringeva a lavorare in una casa. Lì, una volta, è stato picchiato per aver provato a soccorrere una donna incinta sdraiata per terra. Il giorno dopo è venuto a sapere che quella donna era morta”. Molto più delle parole di un rapporto rendono le dimensioni della tragedia le parole stesse di Jibril: “Lei era stesa, era molto debole, così ho cercato di farla sedere. Ma i carcerieri mi hanno picchiato più volte. E’ morta per mancanza di cure per mancanza di acqua e di cibo. A volte la gente era costretta a bere la propria urina”.

(Fonte: Ansa “Voci dall’Aquarius”, ufficio stampa Medici Senza Frontiere)

Marocco-Spagna (Cabo de Gata, Stretto di Gibilterra), 16-17 giugno 2018

Quarantatre dispersi nel naufragio di un gommone nello Stretto di Gibilterra, al largo di Cabo de Gata, a sud-est di Almeria. L’allarme è scattato poco dopo le 21 di sabato 16 giugno, quando un ferry di linea ha avvisato la centrale operativa di Salvamento Maritimo di aver recuperato due naufraghi ma che c’erano diverse altre persone in mare lungo la rotta dall’Africa verso Almeria. Le operazioni di ricerca sono state affidate all’Helimer 204 che dopo alcune ore ha individuato e salvato due giovani subsahariani aggrappati al relitto del canotto pneumatico, ormai quasi completamente affondato. Subito dopo l’elicottero ha preso a bordo anche i due migranti che erano sul ferry, trasferendo poi tutti all’ospedale Torrecardenas di Almeria. I superstiti hanno subito segnalato che al momento della partenza a bordo del gommone erano in 47 e mancavano dunque ben 43 compagni. Anche sulla scorta di questa indicazione, le operazioni di ricerca sono proseguite per l’intera giornata di domenica, con lo stesso Helimer 204, l’aereo da ricognizione Condor 2 della flotta di Frontex, la guardamar Caliope e una motovedetta della Guardia Civil. La centrale operativa di Salvamento Maritimo ha inoltre avvisato del naufragio tutte le navi in transito nella zona, chiedendo di segnalare anche il minimo indizio che potesse facilitare il ritrovamento dei 43 dispersi. Il pattugliamento aereo e in mare è stato interrotto dopo il tramonto. Dei 43 dispersi nessuna traccia. I quattro superstiti, al momento del ricovero, erano in stato di forte ipotermia, ma si sono ripresi nell’arco della giornata di domenica.

(Fonti: Europa Press, Sito web Salvamento Maritimo ore 10 e ore 19)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 16-17 giugno 2018

Un giovane migrante subsahariano è morto sul gommone con cui stava cercando di raggiungere l’Italia dalla Libia insieme a 39 compagni. Il battello era partito prima dell’alba di sabato 16 giugno. Quando ha lanciato la richiesta di aiuto era ormai ad oltre 20 miglia dalla costa africana, a nord di Tripoli. Per le operazioni di soccorso la centrale operativa romana della Guardia Costiera ha dirottato il mercantile Vos Thalassa, che era la nave più vicina e che poco dopo ha preso a bordo i 39 naufraghi, unendoli ai 180 prelevati nel corso delal mattinata da altri due gommoni in difficoltà nello stesso tratto di mare. La salma è stata trovata durante le operazioni di trasbordo, anche se indicazione di alcuni amici della vittima. Tra sabato 16 e domenica 17, il cadavere e tutti i naufraghi recuperati dalla Vos Thalassa e quelli tratti in salvo dalla nave militare statunitense Trenton e da altri due mercantili, il Tiger e l’Amber, in tutto 522, sono stati trasferiti sulla nave Diciotti, della Guardia Costiera, per essere portati in Italia. La morte del giovane subsahariano sarebbe dovuta a un concorso di cause: ipotermia, disidratazione, sfinimento.

(Fonte: sito web Proactiva Open Arms, sito Sergio Scandura)

Libia (al largo di Abu Kammash), 18 giugno 2018

Cinque migranti sono annegati cadendo in mare mentre venivano trasbordati su una motovedetta della Guardia Costiera di Tripoli per riportarli in Libia. Sono tre donne e due ragazzini. Il battello, con a bordo oltre cento persone, era partito prima dell’alba, puntando verso la Sicilia. Dopo alcune ore, a 8 miglia di distanza dalla costa di Abu Kammash – un terminal petrolifero vicino al confine con la Tunisia ma ampiamente all’interno delle acque territoriali libiche – i migranti hanno incrociato una nave con bandiera italiana, alla quale hanno segnalato di non essere in grado di continuare la navigazione a causa del mare grosso e delle condizioni stesse del loro battello, che cominciava ad imbarcare acqua, minacciando di affondare. Dalla nave, però, si sarebbero rifiutati di soccorrerli e portarli in salvo. “Quando siamo arrivati vicino ai ‘soccorritori italiani’, loro non hanno voluto recuperarci e così siamo rimasti lì, in attesa…”, hanno riferito alcuni dei migranti a un cronista della France Presse. L’attesa si è protratta per almeno tre ore, finché è sopraggiunta una motovedetta libica. Quando stava iniziando il trasbordo, il gommone ha ceduto ed è stato inondato, forse anche a causa di un violento urto contro la stessa motovedetta. Tra i migranti si è scatenato il panico. “Nel tentativo di arrampicarsi sulla fiancata della nave – hanno riferito gli stessi testimoni alla France Presse – tre donne e due ragazzini sono caduti in acqua, annegando prima che potessimo aiutarli”. Non si è riusciti a stabilire l’identità della cinque vittime. La stessa ricostruzione è stata fatta da Rami Ghommeidh, un ufficiale della Guardia Costiera. I 115 superstiti sono stati trasferiti in un centro di detenzione presso Tripoli.

(Fonti: The Guardian, Middle East Eye, Business Standard, Libya Observer, Libyan Express, Repubblica)

Libia (Janzur, Tripoli costa ovest e Garabulli), 19-20 giugno 2018

Almeno 220 vittime, tra morti e dispersi, nell’arco di due giorni, il 19 e 20 giugno, in tre naufragi al largo delle coste libiche. Lo riferisce un rapporto che, sulla scorta delle notizie arrivate dall’ufficio di Tripoli, l’Unhcr ha diffuso da Ginevra la mattina del 21 giugno, sottolineando che l’unico modo per porre fine alla strage è l’istituzione di canali di immigrazione legali dall’Africa e dal Medio Oriente.

Janzur. Sei morti e numerosissimi dispersi, verosimilmente un centinaio, nel naufragio di una barca di legno di fronte a Janzur, 15 chilometri a ovest di Tripoli. L’allarme è scattato la mattina di martedì 19 giugno, quando i corpi hanno cominciato ad affiorare a pochi metri dalla riva o sono stati sospinti dal mare sulle spiagge, dove li hanno poi recuperati squadre della Mezzaluna Rossa. “Dopo la scoperta dei cadaveri – ha riferito il portavoce della Marina libica, Ayoub Qassim – ci è stato riferito che dalla zona di Janzur era partito un battello carico di migranti. C’è da credere che quel battelllo all’alba di martedì. Non prima, perché i corpi recuperati non presentavano segni di decomposizione. Non sappiamo esattamente in quanti siano fossero a bordo”. Le ricerche successive hanno consentito di ricostruire che si trattava di un vecchio poeschereccio salpato dal litorale a ovest di Tripoli con oltre 100 migranti, quasi tutti eritrei. Soltanto 5 i superstiti, sbarcati dalla Guardia Costiera a Mayia, nei sobborgi della capitale. Nei giorni successivi diversi altri cadaveri sono stati trascinati a riva dalle onde.

Tripoli, litorale ovest verso Zawyia e Sabratha. Erano ancora in corso le ricerche dei naufraghi del peschereccio al largo di Janzur quando è arrivata la notizia di un’altra strage: almeno 70 dispersi nel naufragio di un gommone. Anche questo battello era partito stracarico dalla costa occidentale libica, nel tratto compreso fra Tripoli, Zawiya e Sabrata. Dopo poche ore di navigazione pare che le camere stagne abbiano ceduto e il gommone abbia cominciato a imbarcare acqua, affondando rapidamente. Una motovedetta della Guardia costiera ha recuperato circa 60 naufraghi. I superstiti hanno dichiarato che alla partenza erano in 130 circa e mancavano dunque una settantina di compagni, trascinati via dal mare prima dell’arrivo dei soccorsi. I superstiti sono stati sbarcati a Dela, 35 chilometri a ovest di Tripoli, e condotti in un centro di detenzione.

Garabulli. Un morto e circa 50 dispersi su un gommone affondato di fronte a Garabulli, sulla costa a est di Tripoli. Quando il battello, partito prima dell’alba del giorno 20, è stato avvistato – ha riferito il generale Ayoub Qassim – era alla deriva da almeno quattro ore, ridotto ormai a un relitto che stentava a tenersi a galla. I soccorsi sono arrivati da una motovedetta salpata da Tripoli, che ha recuperato, aggrappati o intorno ai resti del natante, circa 80 naufraghi, tra cui quattro donne e due bambini, tutti di origine subsahariana. Il corpo del migrante morto era a breve distanza. A segnalare la scomarsa di una cinquantina di compagni sono stati i superstiti, prima di essere rinchiusi in un centro di detenzione nei pressi di Tripoli. Senza esito le ricerche dei dispersi condotte nell’arco dell’intera giornata.

(Fonte: Rapporto Unhcr, Agenzia Xinhua, Africa News, Tg La 7 delle 13,30 del 20 giugno, Ansa, La Sicilia, Gazzetta del Mezzogiorno, Gazzetta di Parma, Tiscali News, Repubblica, Ahram Online)

Libia (litorale a ovest di Tripoli), 20-21 giugno.

Tre morti tra gli oltre 140 migranti soccorsi dalla Guardia Costiera libica in mare aperto, 25 miglia a nord ovest di Tripoli, il 20 giugno. Quando è stato raggiunto da una motovedetta – hanno riferito fonti della Marina il giorno successivo – il gommone su cui si erano imbarcati era quasi distrutto: i naufraghi erano in parte a bordo, in parte intorno al relitto. I tre corpi senza vita sono stati trovati durante le operazioni di soccorso e trasbordo. “Non è un caso che negli ultimi giorni ci siano state decine di vittime – ha dichiarato il generale Ayoub Qassim – I gommoni sono in condizioni sempre più precarie, assolutamente non in grado di reggere il mare, senza contare che da qualche tempo i trafficanti hanno cominciati a usare persino dei grandi palloni pneumatici, che riempiono di uomini e donne. Sono pericolosissimi, peggiori anche dei peggiori gommoni: non c’è alcuna possibilità che rimangano a galla”.

(Fonte: Corriere della Sera e Repubblica)

Libia (Homs e Garabulli), 24 giugno 2018

I corpi senza vita di 10 giovani sono stati recuperati dalla Guardia Costiera libica durante le operazioni di intercettazione e blocco di 7 gommoni carichi di migranti al largo delle coste africane. Gli interventi si sono svolti in tre fasi. Nelle prime due, di fronte a Homs, sono stati fermati prima un battello con a bordo 97 persone e poi altri due con 361 migranti, tra i quali 110 donne e 70 ragazzini. La terza operazione è stata condotta all’altezza di Garabulli, a est di Tripoli: quattro gommoni con 490 tra uomini, donne e bambini, fermati da motovedette partite dalla base navale di Abu Sità, nei pressi di Tripoli. Il generale Ayoub Qassim, portavoce della Marina libica, non ha specificato in quali delle tre operazioni siano stati trovati i cadaveri né come siano morte quelle persone. Tutti i migranti riportati a terra sono stati rinchiusi in centri di detenzione. Nessuno dei principali media italiani ha parlato di queste vittime: tutte le testate più note hanno insistito solo sul “salvataggio di circa mille migranti” da parte della Guardia Costiera libica.

(Fonte: Europa Press)

Algeria-Niger (deserto del Sahara), 25 giugno 2018

“Centinaia, probabilmene migliaia di migranti morti dopo essere stati espulsi dall’Algeria verso il Niger e abbandonati in pieno Sahara”: lo riferisce un’inchiesta dell’Associated Press pubblicata il 25 giugno e ripresa da alcune delle principali testate della stampa internazionale. Base dell’indagine sono decine di interviste rilasciate da migranti, uomini e donne, che hanno avuto la forza e la fortuna di salvarsi. In particolare, grazie alle testimonianze dirette raccolte, è stato possibile ricostruirre nei dettagli tre episodi accaduti nei mesi di maggio e giugno 2018. Si tratta, in tutto, di 15 vittime.

Due neonati morti (maggio 2018). A ricostruire la storia è stata la giovane madre di uno dei bambini, Janet Kamara, intervistata dall’Associated Press ad Arlit, in Niger. Espulsa dall’Algeria all’inizio di maggio nonostante fosse in stato di avanzata gravidanza, ha raccontato di essere stata condotta in camion dalla polizia, insieme a decine di altri migranti, fino a un posto di confine in pieno Sahara. Da qui l’intero gruppo ha dovuto mettersi in marcia, quasi senz’acqua e senza cibo, verso Assamaka, il primo villaggio nigerino dopo la frontiera, distante circa 15 chilometri. “Nella terra di nessuno tra il confine e il villaggio – ha detto Janet Kamara – siamo rimasti più di due giorni. Ciascuno di noi poteva contare soltanto sulle proprie forze, senza speranza di ricevere alcun aiuto. Io ero incinta. Durante la marcia ho dato alla luce il mio bambino. Ma l’ho perso subito. E’ morto in pochi minuti. Ho dovuto lasciarlo nel Sahara, sepolto in una fossa poco profonda, scavata nella sabbia bollente. Ma non è morto solo il mio piccolo. Durante la marcia nel deserto, un’altra ragazza sui vent’anni ha avuto le doglie e, come me, ha dato alla luce un bimbo. Ma anche lei lo ha perso poco dopo”.

Uccisi in 12 da sete e sfinimento (giugno 2018). Testimone della tragedia è Alion Kiande, un senegalese di 18 anni. Le vittime facevano parte di un gruppo molto numerose, espulso dalla polizia all’inizio di giugno dal posto di frontiera denominato Point Zero, distante una trentina di chilometri dal più vicino pozzo dove è possibile rifornirsi di acqua. “Ci hanno costretto ad allontanarci, anche con la minaccia delle armi – ha raccontato Kiande – Abbiamo marciato per un giorno intero, dalle 8 del mattino alle 7 di sera, con una temperatura rovente. Non potevamo fare altro. Ogni tanto qualcuno si fermava e rimaneva indietro. Era una sofferenza enorme. In particolare ho visto almeno una dozzina di noi crollare di colpo e accasciarsi esanimi sulla sabbia, senza più muoversi. Non abbiamo potuto far nulla per aiutarli. Sono scomparsi. Non ho visto più nessuno di questi dodici. Tra l’altro la polizia ci aveva sequestrato tutto: oltre ai soldi che avevamo, anche i cellulari, sicché non c’era modo di chiamare aiuto”. Come emerge da testimonianze per casi analoghi, è presumibile che il Sahara abbia inghiottito i corpi, coprendoli di sabbia.

Trovata morta nel bus della polizia (giugno 2018). Anziché essere abbandonati nella terra di nessuno, al di là della frontiera, parte dei migranti espulsi dall’Algeria, in base agli accordi sull’immigrazione illegale in vigore dal 2015 con il Niger, sono stati trasferiti ad Agadez dalla polizia algerina con convogli di camion e bus. C’è almeno una vittima anche tra questi migranti: una giovane madre il cui corpo senza vita è stato trovato in fondo a un pullman, alla fine di un viaggio di oltre 450 chilometri. Era con i suoi due bambini che, secondo quanto riferito dai responsabili dell’Oim e da un giornalista locale, Ibrahim Diallo, sono stati presi in carico dalle autorità nigerine per affidarli poi ai familiari più prossimi. La donna sarebbe morta per lo stress e le sofferenze patite dopo l’arresto, nei giorni precedenti l’espulsione, oltre che durante il viaggio nel deserto.

(Fonte: The Independent, Al Jazeera, Haretz, Abc News)

Marocco-Spagna (Atlantico verso le Canarie), 25 giugno 2018

Un gruppo di 23/25 migranti, tra cui due donne, risulta disperso su un canotto pneumatico di cui si è persa ogni traccia nell’Atlantico nonostante oltre sette giorni di ricerche. Il battello, un piccolo gommone Zodiac con motore fuoribordo, era partito all’alba di sabato 16 giugno da Cabo Bajador, nel Sahara Occidentale, puntando verso l’arcipelago delle Canarie. I familiari di alcune delle persone a bordo non hanno avuto più notizie a partire dalla serata e l’indomani mattina, domenica 17, hanno chiesto aiuto alla Ong Caminando Fronteras, che ha allertato il Salvamento Maritimo e la Guardia Civil spagnoli e la Marina marocchina. Le operazioni di ricerca e soccorso sono state coordinate dalla base del Salvamento Maritimo delle Canarie, che ha mobilitato un aereo da ricognizione per perlustrare tutto il tratto di mare a sud delle isole, fino alla Mauritania. Nei giorni successivi si è unito alle ricerche anche un elicottero, l’Helimer 221, che ha pattugliato la zona per un raggio di quasi 180 chilometri, tra l’arcipelago e la costa del Marocco, fino a domenica 24. A partire da lunedì 25, nove giorni dopo la partenza dello Zodiac da Cabo Bajador e otto dopo la segnalazione di scomparsa, le ricerche sono state interrotte.

(Fonte: sito web Helena Maleno, El Diario Canarias, Canarias 7, La Vanguardia, La Opinion de Tenerife)  

Spagna (Ceuta), 26 giugno 2018

Il cadavere di un migrante affiorato nelle acque di Ceuta è stato sepolto nel cimitero di Santa Catalina, senza essere stato identificato, insieme alla salma di un altro sconosciuto (loculi 81 e 82). La decisione è stata presa dalla magistratura a 24 ore di distanza del ritrovamento. La salma, sulla quale non c’erano documenti, è stata trovata piuttosto al largo, mentre flottava di fronte alla zona di San Amaro. L’hanno avvistata casualmente, nel primo pomeriggio del 25 giugno, alcuni passeggeri di un ferry di linea, che hanno dato subito l’allarme alla Guardia Civil. In serata una motovedetta del Salvamento Marittimo la  ha raggiunta e recuperata. A giudicare dalle condizioni di conservazione, il corpo era in mare da diversi giorni. L’ipotesi della polizia è che si tratti dei resti di un migrante annegato nel tentativo di salire a bordo clandestinamente su uno dei ferry o una delle navi di linea o commerciali che collegano il porto di Ceuta con l’Andalusia.

(Fonte: El Faro de Ceuta, La Verdad de Ceuta)

Libia (Tripoli-Tajoura), 29 giugno 2018  

Tre morti e almeno 100 dispersi (per un totale di 103 vittime) nel naufragio di un gommone carico di migranti a poco più di 6 chilometri dalla costa libica, di fronte a Tajoura, a est di Tripoli. Soltanto 16 i superstiti. I tre corpi recuperati appartengono tutti a bambini: uno di 10-12 anni e due poco più che neonati. Il battello, lungo sei metri, era partito stracarico, con non meno di 120 persone a bordo, incluse numerose donne con i figli e minorenni da soli. “Quando ho visto il gran  numero di persone caricate, mi sono rifiutato di salire, ma i trafficanti mi hanno costretto, prendendomi a botte e minacciando di spararmi. Quando siamo andati a fondo, ho visto sparire in mare cinque miei compagni”, ha raccontato uno dei superstiti, Amri Swileh, un ventenne fuggito dallo Yemen. I problemi sono cominciati già all’inizio della navigazione: il natante ha cominciato ad imbarcare acqua dalla prua e molti dei migranti hanno cercato di spostarsi verso la poppa. A quel punto il motore ha preso fuoco ed è esploso, provocando il naufragio. “Ho visto della gente bruciare”, ha riferito ancora Amri Swileh. E un altro dei sopravvissuti, Bakari Bady, un gambiano di 32 anni, ha ricostruito le fasi della tragedia: “Quando sono cominciate le difficoltà, molti di noi hanno chiesto al ‘capitano’ di tornare indietro, verso la Libia. Proprio in quel momento è esploso il motore. Molti sono rimasti feriti nell’esplosione. Subito dopo c’è stato il naufragio”. I naufraghi sono rimasti in acqua, senza soccorsi, per oltre un’ora. Quando sul posto è arrivata una motovedetta della Guardia Costiera libica solo 16 persone, tutti uomini, erano ancora in vita. Tra i relitti sono stati recuperati i corpi dei tre bambini. Nessuna traccia dei cento dispersi. Intorno alle 10,30, un’ora circa dopo il primo may day lanciato dal centro di coordinamento di Malta, la nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms si è offerta di fare rotta verso la zona del naufragio, nonostante fosse a corto di carburante perché le è stato proibito di fare scalo a La Valletta per rifornirsi. La centrale operativa della Guardia Costiera di Roma ha risposo che ormai era tardi e che comunque era la Guardia Costiera libica ad occupasi delle operazioni di soccorso.

(Fonte: Agenzia Ansa, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeera, El Diario)

Libia (Zuwara), 1 luglio 2018

Almeno 63 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, di fronte a Zuwara, la città portuale situata sulla costa a ovet di Tripoli, a poche decine di chilometri dal confine con la Tunisia. Solo 41 i superstiti. Il battello era partito prima dell’alba proprio dalle spiagge di Zuwara, sede di un grande centro di detenzione governativo ma anche di diverse prigioni gestite dai trafficanti. A organizzare la spedizione, secondo quanto hanno riferito alcuni compagni delle vittime, sarebbe stato appunto un grosso trafficante, Abduselam Ferensawi, un eritreo che negli ultimi mesi si è imposto come uno dei principali boss del “mercato di uomini”, in grado di operare in tutta la Libia, dalla Cirenaica meridionale e dal Fezzan fino alla costa della Tripolitania e alla stessa Tripoli. La tragedia è avvenuta a poche miglia dalla costa, nel corso della mattinata: il gommone, forse a causa del sovraccarico, ha cominciato a imbarcare acqua e si è rovesciato, scaraventando tutti in mare. Quando sono arrivati i soccorsi, sono stati individuati e tratti in salvo solo 41 naufraghi, che cercavano di tenersi a galla intorno al relitto. Nessuna traccia degli altri migranti che erano a bordo: secondo i superstiti, almeno 63, perché al momento della partenza erano poco più di 100, in gran parte eritrei. Nessuna informazione sul naufragio da parte della Marina e della Guardia Costiera libica: la notizia è stata comunicata nel primo pomeriggio dalla sede Unhcr in Libia e subito ripresa dall’Oim e da varie Ong. Solo a quel punto la Marina libica ha dato conferma: il portavoce, Ayoub Amr Qassim, in particolare, ha dichiarato che il battello affondato era in condizioni critiche. “Ci sono sicuramnete dei morti”, ha aggiunto, rispondendo a un cronista dell’Ansa.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim e Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, Informativos 24 Oras, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera).

Libia (Garabulli), 2 luglio 2018

Almeno 114 migranti dispersi nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, il terzo nel giro di appena quattro giorni, per un totale di 280 vittime, tra cui numerosi bambini. Il battello, con non meno di 130 a bordo tra uomini e donne, era partito dalle spiagge di Garabulli, circa 50 chilometri a est di Tripoli, fra il 30 giugno e il primo luglio. Non ha fatto molta strada: dopo poche miglia è andato in avaria e poi è affondato. Ancora una volta i soccorsi della Guardia Costiera libica sono arrivati quando i naufraghi erano in acqua ormai da lungo tempo. Intorno ai resti del gommone, ne sono stati trovati in vita soltanto 16. Nessuna traccia degli altri. Sono stati i superstiti a specificare che mancavano all’appello 114 compagni, inghiottiti dal mare prima che scattasse l’operazione di ricerca e recupero. La notizia della tragedia è trapelata solo quando i 16 sopravvissuti sono stati sbarcati a Tripoli, presso una base militare, insieme ad altri 260 migranti soccorsi in circostanze e tratti di mare diversi. A renderla nota ufficialmente è stato l’ufficio libico dell’Unhcr: “Un altro triste giorno in mare – ha scritto – Oggi 276 rifugiati e migranti sono stati fatti sbarcare a Tripoli. Tra loro, i 16 sopravvissuti di un’imbarcazione che portava 130 persone. Di queste, 114 sono ancora disperse in mare”. “Sappiamo soltanto – ha aggiunto un funzionario all’Ansa – che il battello è salpato da Garabulli un paio di giorni fa ed è affondato”. Nessuna notizia dalla Marina libica.

(Fonti: siti web Unhcr, Oim, Proactiva Open Arms, Agenzia Ansa, La Stampa, Corriere della Sera, Repubblica, Il Fatto Quotidiano)

Libia (Tripoli-Garabulli), 3 luglio 2018

Almeno 7 morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche, nel tratto compreso fra Tripoli e Garabulli. Altri 123 – secondo quanto ha riferito Rami Ghommeidh, un ufficiale della Marina, a un cronista dell’agenzia France Presse – sono stati tratti in salvo. Molto scarsi i particolari emersi su questa nuova tragedia. Partito alle prime luci del giorno con almeno 130 persone a bordo, il battello si è trovato in difficoltà dopo poche miglia ed è andato rapidamente a fondo. Qundo una motovedetta della Guardia Costiera è giunta sul posto, a 8 miglia dalla riva, c’era ormai solo un relitto con decine di naufraghi che cercavano di tenersi a galla. Alla fine delle operazioni di soccorso, durante il viaggio di rientro verso la costa, i superstiti hanno riferito che mancavano sette compagni, tra cui due bambini. Sei corpi sono stati recuperati nelle ore successive. Tutti i 123 naufraghi, dopo lo sbarco, sono finiti in un centro di detenzione nei sobborghi di Tripoli.

(Fonti: Daily Mail Online, The Guardian, Dailynigerian, Modern Ghana, Journal du Cameroun, Agenzia Ansa).

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