Migranti, più morti dopo il blocco in Libia. Dura condanna del commissario Onu per i diritti umani

di Emilio Drudi

I corpi senza vita di cinque giovani migranti subsahariani sono stati trascinati dal mare sulla costa di Homs, circa 120 chilometri a est di Tripoli. Li hanno trovati a breve distanza dalla riva il 27 agosto. Lo riferisce il rapporto quindicinale pubblicato dalla sezione libica dell’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera. Quel giorno non risultano, in quel tratto di mare, operazioni di soccorso a natanti carichi di migranti in difficoltà: stando allo stesso rapporto, interventi di recupero da parte della Marina libica si sono verificati solo a partire dal giorno dopo e molto più a ovest: il 28 e il 29 a Tripoli, sempre il 29 a Sabratha, il 30 a Zawiya. E’ evidente che quei cinque ragazzi morti non sono ricollegabili a questi episodi. Tutto lascia credere a un naufragio avvenuto almeno 24 ore prima del ritrovamento, intorno al 25 o al 26, al largo di Homs. Una tragedia rimasta sconosciuta, quasi certamente con decine, forse oltre 100 uomini e donne di cui si è persa ogni traccia: dispersi. Desaparecidos.
Nel mese di agosto c’è stato almeno un altro episodio analogo: due corpi riaffiorati il giorno 7 sul litorale di Zawiya, uno dei porti d’imbarco più battuti dai trafficanti, 50 chilometri a ovest di Tripoli. Anche in questo caso la spiegazione più plausibile è un naufragio avvenuto nelle acque territoriali libiche senza che nessuno sia intervenuto. Non risultano, infatti, operazioni di soccorso nella zona in quel periodo, se non due giorni dopo, a una barca con 143 migranti a bordo, che evidentemente non può aver nulla a che fare con le due vittime restituite dal mare. E come sulla costa di Homs il 27 agosto, anche in questo caso sono ipotizzabili decine di dispersi. Altri desaparecidos.

In Italia non è arrivata notizia di queste due più che probabili nuove stragi. Non è più come quando al margine delle acque libiche operavano le navi delle Ong le quali, oltre a salvare migliaia di vite, erano gli “occhi” che consentivano di vedere e testimoniare quanto accadeva, giorno per giorno. E denunciare la tragedia in atto. Da quando il controllo di una fascia di centinaia di miglia di mare dalla costa africana e il coordinamento delle operazioni di ricerca e recupero sono stati affidati alla Guardia Costiera di Tripoli, addestrata e rifornita di navi e mezzi logistici dall’Italia, questo genere di informazioni non trapela più. Così quasi nessuno parla di questi morti. E, siccome non se ne parla, è come se non ci fossero mai stati. “Silenziati”. La gente, l’opinione pubblica, non ne sa nulla. Però ci sono. E sono tanti, più di quanto probabilmente si aspettava chi ha presentato il blocco delle partenze dalla Libia come la soluzione “per porre fine alla strage”. Lo dimostra l’ultimo rapporto dell’Oim che – come scrive Marco Bresolin sulla Stampa – rileva che “il numero di arrivi sulle coste europee del Mediterraneo si è dimezzato nei mesi di luglio e agosto rispetto al 2016 (da 52.220 si è scesi a 23.301)” ma, di contro, “il numero di morti è rimasto praticamente identico (288 nel 2016 contro i 283 di quest’anno”. La sorpresa maggiore, anzi, viene proprio da agosto, in concomitanza con l’assunzione piena del ruolo di “gendarme” da parte della Libia: mentre gli sbarchi sono crollati, il numero di morti è più che raddoppiato, passando dai 62 del 2016 ai 151 di quest’anno.

Un aumento esponenziale di vite perdute che è difficile non ricollegare direttamente alla barriera eretta dall’Italia e dall’Unione Europea nel Mediterraneo (oltre che sulla frontiera del Sahara) grazie alla serie di accordi stretti con Tripoli, partendo dal Processo di Khartoum sottoscritto nel novembre 2014 e arrivando via via fino al vantatissimo memorandum ispirato dal ministro dell’interno Marco Minniti e firmato il 2 febbraio a Roma dal premier Paolo Gentiloni e dal presidente Fayez Serraj. Vite perdute due volte, verrebbe da dire, proprio perché non si sa praticamente quasi nulla di loro e addirittura non ne è concesso neanche il ricordo.
Sono tanti, tantissimi, del resto, gli episodi, le sofferenze, le vicende umane, le storie di disperazione che la politica e gran parte dell’informazione stanno gettando nell’oblio più profondo, sulla scia degli ultimi accordi che hanno bloccato i profughi in Libia e negli altri paesi di transito o prima sosta, incastrandoli tra le situazioni di crisi estrema da cui fuggono e i muri eretti dalla Fortezza Europa.

Un caso emblematico è la sorte toccata in Sudan a 104 profughi eritrei che, alla fine di agosto, sono stati riconsegnati alla dittatura da cui erano scappati a rischio della vita. Li hanno catturati, in tre diverse operazioni, i miliziani della Forza di Intervento Rapido, la polizia speciale, tristemente famosa per le stragi nel Darfur, alla quale il presidente Omar Al Bashir ha affidato il compito del controllo dell’immigrazione, in ottemperanza agli impegni presi con il Processo di Khartoum e il successivo patto bilaterale con Roma, firmato nell’agosto del 2016. Sono gli ultimi di migliaia di arresti condotti nell’ultimo anno. Il primo gruppo, 38 giovani tra cui 9 donne, è finito in carcere a Ondurman all’inizio di agosto. Gli altri 66 – suddivisi in due gruppi rispettivamente di 36 e 30 tra uomini e donne – è stato sorpreso dalla milizia nella boscaglia di Wed Baow, nel sud del paese, presso Wedel Hihlio, e trasferito nella prigione di Kassala all’inizio di luglio. A fine agosto le corti di Khartoum e Kassala ne hanno deciso la deportazione in Eritrea, dove c’è da credere che quasi tutti verranno trattati come disertori e consegnati alla giustizia militare del regime. Un calvario destinato ad essere percorso da numerosi altri ragazzi: secondo notizie pervenute alla diaspora eritrea, nel solo carcere di Ondurman ce ne sono 43 in attesa di essere processati e rimpatriati di forza.

Roma e Bruxelles non possono non sapere che è questo il destino dei fuggiaschi eritrei presi dai “diavoli a cavallo”, i miliziani di Al Bashir. Ma non sembrano curarsene. E tacciono. Bashir, del resto, svolge esattamente il compito di “guardiano” lungo le vie di immigrazione dal Corno d’Africa che l’Italia e l’Europa gli hanno affidato. Tace però anche gran parte del sistema di informazione. Quando addirittura non esalta o comunque commenta con favore le ultime scelte del governo italiano, il “giro di vite” introdotto dal Viminale, asserendo che ora se non altro il problema viene “gestito” e gli sbarchi sono in calo. Eppure, da quando è iniziato il blocco delle coste libiche, episodi analoghi a quello dei 104 ragazzi eritrei deportati o il sospetto che si stiano ancora verificando morti in mare, senza testimoni, sono segnalati sempre più spesso alle organizzazioni dei migranti in Europa da familiari e amici rimasti intrappolati in Libia prima di riuscire a imbarcarsi o intercettati dalla Guardia Costiera dopo poche miglia di mare e riconsegnati a uno dei 34 centri di detenzione in funzione nel paese, lager dove miliziani e trafficanti hanno quasi sempre campo libero. Racconti che confermano in pieno l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, presentato a Roma il 7 settembre: bastonature sistematiche, torture, violenze di ogni genere, ricatti, stupri, lavoro schiavo. Con in più, spesso, per chi è stato fermato quando già si era imbarcato e intravedeva un barlume di salvezza, il crollo di ogni speranza. “Siamo preoccupati per certi appelli che ci sono arrivati – dicono Johannes e Abraham, del Coordinamento Eritrea Democratica – Sono grida d’aiuto di persone che si sentono precipitate in un pozzo senza fondo. Se non si interviene subito, più di qualcuno potrebbe cedere. E magari decidere che è meglio farla finita per sempre. E’ già accaduto. E può accadere di nuovo, ancora di più, in un girone infernale come quello dei lager libici”.

C’è da chiedersi, allora, se produce tutto questo, come possa essere considerato positivo il sistema di gestione del “problema immigrazione” scelto da Roma, con il pieno sostegno di Bruxelles. C’è da chiedersi come mai il problema di creare in Libia per i migranti condizioni di vita sicure e dignitose e di organizzare canali legali di immigrazione per chi ha diritto a una forma di tutela internazionale, non sia stato risolto prima di decidere il blocco del Mediterraneo Centrale, che condanna centinaia di migliaia di richiedenti asilo a un autentico, infinito inferno. E’ quello che si è chiesto anche l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussein il quale, il 10 settembre, richiamando il dossier sulla Libia pubblicato dalle Nazioni Unite lo scorso dicembre, ha denunciato il mancato rispetto dei diritti umani nei confronti dei migranti in Libia, incluso quello che accade sui barconi intercettati dalla Guardia Costiera, contestando il silenzio che circonda “le carcerazioni arbitrarie di persone estremamente vulnerabili”. “Tutto questo – ha ricordato – era già segnalato nel rapporto pubblicato dall’Onu nel dicembre 2016, ma evidentemente la memoria è corta quando i fatti sono scomodi. Da allora, dal dicembre 2016, la situazione è anche peggiorata. I morti si sono moltiplicati così come le famiglie in cerca di notizie dei loro cari scomparsi”. E poi, riferendosi in particolare all’Europa, ha rilevato come l’Unione Europea si trovi di fronte a un grosso dilemma morale e legale, poiché ha rapporti di cooperazione con la Guardia Costiera libica e sminuisce i suoi abusi, incluse le uccisioni. “Quella guardia costiera – ha specificato – che talvolta soccorre i migranti in difficoltà, ma talvolta, come i miliziani a terra, picchia, rapina o addirittura spara contro i migranti che intercetta”. Proprio sulla scia di queste considerazioni, dunque, Zeid si è detto d’accordo con la lettera inviata ai leader europei da Joanne Liu, il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere. E ha tenuto a precisare: “Quella lettera, intitolata ‘I Governi europei stanno alimentando il business della sofferenza’, chiede se consentire che la gente venga consegnata a rapine, torture, schiavitù, sia un prezzo che i Governi europei sono disposti a pagare. Io sono totalmente d’accordo con questa analisi e condivido lo stesso disgusto per questa situazione”.

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