Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2017 (seconda parte)

A metà 2017 sono più di 2.600 i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di arrivare a bussare alle porte della Fortezza Europa. Per l’esattezza, fino al 30 giugno, 2.625, dei quali 2.321 scomparsi nel Mediterraneo e 304 “morti a terra”: lungo le piste del Sahara, uccisi a fucilate dalla polizia di frontiera nei paesi di transito o dai guardiani dei centri di detenzione, torturati o ammazzati per rappresaglia dai trafficanti. E anche – non tantissimi, ma sempre più numerosi – in incidenti dettati dalla disperazione ai confini degli Stati europei. Questo triste conto di morte non si discosta granché, in assoluto, da quello del 2016. Con una differenza fondamentale, però: il numero delle vittime riscontrate, dal primo gennaio al trenta giugno 2017, ricalca grossomodo il trend del 2016, ma con un numero di migranti arrivati in Europa estremamente più basso. A fronte dei 392.791 sbarchi complessivi censiti in dodici mesi ci furono, lo scorso anno, 5.822 morti: 1 ogni 67/68 migranti arrivati. Nel 2017, a metà anno, si sono registrati almeno 2.625 morti su 100.195 arrivi: 1 ogni 38 richiedenti asilo che ce l’hanno fatta a raggiungere l’Europa. La mortalità è dunque quasi raddoppiata. A conferma che la strada dei muri e dei respingimenti imboccata decisamente dall’Italia e dall’Europa, moltiplicando gli ostacoli, le difficoltà, i pericoli, contribuisce in maniera decisiva ad aumentare il numero dei “sommersi”.

La cronaca

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 01 luglio 2017

Nove migranti trovati senza vita (7 donne e 2 uomini) e 650 tratti in salvo dalla nave Bkv 002, della marina militare svedese, in una serie di operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Le salme delle 9 vittime, decedute durante la traversata in circostanze diverse e su battelli diversi, sono state sbarcate a Catania sabato primo luglio. La Questura ha aperto un’indagine sia sui nove migranti morti che per identificare eventuali scafisti.

(Fonte: Agenzia Ansa, La Sicilia, La Stampa, Repubblica)  

Marocco-Spagna (Alboran, stretto di Gibilterra), 2-4 luglio 2017

Dispersi 49 migranti nel naufragio di un gommone rimasto alla deriva per oltre due giorni nel mare in tempesta, ad alcune decine di miglia dall’isola di Alboran, nello stretto di Gibilterra. Soltanto tre i superstiti. Il battello era partito verso le 8 di domenica 2 luglio dalla spiaggia di Alhucemas, in Marocco, diretto verso le coste dell’Andalusia. A bordo erano in 52, quasi tutti provenienti da paesi dell’Africa sub sahariana. Dopo circa quattro ore, alcuni familiari dei profughi, preoccupati per il rapido peggioramento delle condizioni meteomarine, si sono messi in contatto con la Ong Frontera Sur, segnalando di aver più notizie dei loro congiunti. I volontari della Ong hanno avvisato a loro volta il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, facendo scattare le ricerche a partire dal tratto di mare intorno ad Alboran, dove era stato segnalato il battello per l’ultima volta. Sono via via intervenuti un elicottero, un aereo da ricognizione e diversi mezzi navali delle basi di Salvamento Maritimo di Almeira e Tarifa, allargando via via il raggio della ricognizione fin verso le coste andaluse. Con il trascorrere del tempo la preoccupazione per la sorte dei 52 migranti è cresciuta, tanto più che nella zona dello stretto si è scatenata una tempesta di levante tanto forte da costringere a interrompere alcuni collegamenti navali di linea e a chiudere in parte il porto di Tarifa. Solo nel primo pomeriggio del 4 luglio, a oltre 48 ore dall’allarme, sono stati trovati i resti del naufragio: anche in base alle segnalazioni della Guardia Civil, un elicottero di Salvamento Maritimo, l’Helimer 211, ha avvistato 28 miglia est-sudest di Alboran il relitto del gommone con tre naufraghi, recuperati poi dallo stesso elicottero, che li ha trasferiti in ospedale ad Almeira. I tre superstiti, due ragazzi di 25 anni e uno di 17, tutti subsahariani, hanno confermato che a poche ore dalla partenza il loro gommone ha cominciato ad affondare nel mare in burrasca e che 49 loro compagni sono scomparsi tra le onde tra domenica e martedì.

Recuperato un cadavere. Circa 10 giorni dopo, il 12 luglio, è stato recuperato in mare, 33 miglia a sud est della costa di Malaga, il cadavere di un giovane subsahariano. Stando alla posizione e alle condizioni del corpo e alle testimonianze dei tre sopravvissuti, dovrebbe trattarsi di uno dei 49 dispersi del naufragio. La salma, recuperata da una motovedetta del Salvamento Maritimo, è stata trasferita a Malaga.

(Fonti: Ufficio Stampa Salvamento Maritimo, El Diario)

Libia (Garabulli), 8 luglio 2017

Quaranta migranti morti nel naufragio di un gommone al largo di Garabulli, nelle acque libiche, poche miglia a est di Tripoli. L’allarme è stato dato dall’equipaggio di un peschereccio che ha incrociato casualmente il relitto del battello, con numerosi naufraghi che cercavano di tenersi a galla aggrappati a quanto rimaneva delle camere stagne o ad altri rottami. Gli stessi pescatori e una motovedetta della Guardia Costiera sono riusciti a salvare in tutto circa 80 persone. I superstiti hanno detto che alla partenza da Garabulli erano in più di 120. Ci sono dunque almeno 40 dispersi, tra cui 7 bambini. Nelle ore successive è stato recuperato il corpo senza vita di una donna. Nessuna traccia degli altri dispersi. Muammear Mohamed Milad, un ufficiale della Guardia Costiera, ha dichiarato che il naufragio è stato causato probabilmente dal cedimento del fondale di legno del gommone il quale, poi, senza la base di sostegno, si è afflosciato fino ad affondare.

“Ho perso i miei tre bambini”. A questo naufragio è con ogni probabilità collegata la storia di una giovane donna originaria del Camerun che, arrivata in Italia il 16 settembre, a Trapani, con la nave Aquarius, al secondo tentativo, ha raccontato di aver perso tutti i suoi figli, tre bambini di 1, 3 e 5 anni. La sua testimonianza è stata raccolta dal personale di Medici Senza Frontiere che opera sulla Aquarius. La donna ha riferito di aver cercato di raggiungere la Sicilia anche due mesi prima, in luglio, imbarcandosi su un gommone stracarico, che è affondato poco dopo la partenza, presumibilmente in acque libiche. Sono tutti finiti in mare. Lei si è salvata, ma ha perso uno dopo l’altro i suoi tre bambini. Ricondotta in Libia dalla Guardia Costiera di Tripoli, è stata rinchiusa in una prigione, insieme agli altri sopravvissuti. Quando è riuscita a liberarsi, si è imbarcata di nuovo, sempre su un gommone, intercettato poi dalla Aquarius, ad alcune decine di miglia dalla costa africana.

(Fonte: Libyan Express, Libya News, Anadolu Agency. Per la testimonianza della donna: La Stampa)

Libia (deserto a sud di Tobruk-Ajdabiya), 8 luglio 2017

Quarantotto migranti egiziani morti di sete nel Sahara, a sud di Ajdabiya. La notizia è stata data l’8 luglio dalla Mezzaluna Rossa, che ha recuperato i corpi, ma la tragedia si è verificata nei giorni precedenti. La Mezzaluna Rossa non ha specificato le circostanze precise della morte dei 48 migranti, tutti uomini, né con quali mezzi stessero tentando di attraversare il Sahara dall’Egitto verso la Libia. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, deciso a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi, si sia spinto molto a sud del check-point lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che si sia perso o sia stato abbandonato nel deserto, dove tutti e 48, con temperature che in questa stagione sfiorano anche i 50 gradi, sono morti di sete e disidratazione. Non risulta che ci siano sopravvissuti né si ha traccia degli eventuali trafficanti che hanno organizzato il trasporto dall’Egitto. In tutta la zona di Ajdabiya la polizia libica ha intensificato la vigilanza contro i flussi di migranti e contro il contrabbando, così come lungo il confine con il Ciad e con il Niger. Sotto controllo in particolare i pozzi e le possibili zone di rifornimento di acqua. Anche questo – secondo il racconto fatto da vari migranti all’agenzia Habeshia – induce a percorrere piste meno battute ma anche molto meno sicure.

(Fonte: Libya Herald, Enterprise, Agenzia Habeshia relazione a Tribunale dei Popoli Barcellona)  

Marocco-Spagna (Alhucemas), 11 luglio 2017

Tre morti nel naufragio di un gommone provocato, secondo la testimonianza dei 48 superstiti, dall’intervento della marina marocchina. Il battello era partito di primo mattino dalla zona di Alhucemas, sulla costa del Marocco, con a bordo 51 persone (di cui 4 donne), provenienti da Guinea, Mali, Costa d’Avorio e Senegal. Stava per entrare nelle acque internazionali ed Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, aveva già allertato il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, quando è intervenuta una nave della Marina imperiale marocchina, che ha intimato di invertire la rotta. Essendo ormai in vista la costa dell’Andalusia, i migranti hanno deciso di ignorare l’ordine. A quel punto, la tragedia. “La nave marocchina – ha denunciato una delle donne superstiti alla Ong Caminando Fronteras dopo lo sbarco forzato ad Alhucemas – ha puntato sulla nostra barca, fin quasi a speronarla e provocando un’ondata che l’ha fatta rovesciare e facendoci finire tutti in acqua”. L’equipaggio della nave ha recuperato 48 naufraghi, i quali hanno subito segnalato che mancavano 3 dei loro compagni. Dopo alcune ore di ricerca, è stato trovato uno dei cadaveri. Nessuna traccia degli altri due dispersi. Le vittime venivano dalla Guinea e dal Mali. I superstiti sono stati sbarcati nel porto di Alhucemas. Per quattro di loro, rimasti feriti nel ribaltamneto del gommone in modo piuttosto grave, è stato necessario il ricovero in ospedale. Caminando Fronteras ha denunciato i sistemi violenti e l’impreparazione degli equipaggi della marina marocchina nelle operazioni di intercettazione e blocco dei battelli dei migranti.

(Fonte: El Diario e sito di Helena Maleno Caminando Fronteras).

Libia (Al Maya e Sabratha, costa a ovest di Tripoli), 20 luglio 2017

Trovati i cadaveri di due migranti sulla costa a ovest di Tripoli tra il 10 e il 20 luglio. Lo riferisce il rapporto quindicinale pubblicato il 20 luglio dall’ufficio libico dell’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera. La prima salma è affiorata il giorno 10 ad Al Maya, una località litoranea a 27 chilometri da Tripoli. La seconda è stata portata verso la riva dalla corrente dieci giorni dopo nei pressi di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Non è stato comunicato da dove possano provenire quei due corpi senza vita, entrambi di giovani uomini. La Guardia Costiera libica non ha fornito particolari sulle circostanze della morte e non ha riferito di naufragi avvenuti al largo di questo tratto di costa tra l’inizio e il 20 di luglio: si è limitata a elencare il numero dei migranti intercettati e recuperati, tutti il 13 luglio: 140 a Tripoli e 251 in due operazioni (128 più 123) di fronte a Zawiya. Ma nel primo caso è ovviamente impossibile che possa esserci un collegamento con questi interventi e nel secondo appare poco probabile.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coas, 6-20 luglio)

Libia (Canale di Sicilia), 25 luglio 2017

Trovati i corpi senza vita di 13 migranti durante i soccorsi a un gommone alla deriva con altre 167 persone a bordo, nel Mediterraneo centrale, ai margini delle acque territoriali libiche. L’operazione è stata condotta dalla nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che nella tarda mattinata, intorno alle 12, incrociava a una ventina di miglia dalla Libia. “Il battello era in difficoltà: sembrava sul punto di affondare con tutto il suo carico di oltre 150 migranti e il mare era agitato. All’orizzonte non c’era nessuno, così siamo intervenuti. Altrimenti sarebbero morti tutti”, ha comunicato Oscar Camps, il fondatore di Proactiva. Il trasbordo è iniziato poco dopo il messaggio via tweet: è in questa fase che sono stati trovati i cadaveri. Secondo una prima comunicazione sembravano 11, ma poco dopo lo stesso Oscar Camps ha precisato che in realtà erano 13. Le salme verranno trasferite in un porto italiano insieme ai 167 superstiti. Il gommone era in mare da tempo: probabilmente la morte è dovuta a disidratazione e sfinimento. Quasi contemporaneamente, a poca distanza, la nave di Save the Children ha tratto in salvo circa 90 profughi che facevano rotta verso l’Italia su una piccola barca di legno.

(Fonte: El Diario, Repubblica, Ansa, Il Giornale di Sicilia, Il Fatto Quotidiano).

Turchia-Grecia (Egeo tra Cesme e Chio), 27 luglio 2017

Sette profughi morti e uno disperso nel naufragio di una barca nell’Egeo, tra la costa turca e quella greca. Tra le 8 vittime ci sono 5 bambini e 2 donne. Il battello, un barchino in legno, era salpato verso sera dal litorale anatolico del distretto di Cesme, nella provincia di Smirne, per fare rotta verso l’isola di Chio, distante poche miglia. A bordo, al momento della partenza, c’erano 18 persone, incluso a quanto pare lo scafista che ha organizzato la traversata. Non ha fatto molta strada: una volta al largo ci sono state difficoltà a causa probabilmente del sovraccarico e delle forti correnti. Era in vista di Chio ma ancora nelle acque territoriali turche quando, verso le 21, è naufragato.  L’allarme è scattato quasi immediatamente. Le operazioni di soccorso, partite dalla Turchia con tre navi e un elicottero, hanno consentito di salvare 9 naufraghi (4 iracheni, 3 somali e 2 siriani, tutti ricoverati all’ospedale di Cesme) e di recuperare 7 corpi senza vita. Un altro profugo risulta disperso. Non è stata trovata traccia neanche dello scafista ma la polizia turca ritiene che, come è accaduto in altre occasioni, abbia abbandonato la barca poco dopo la partenza, affidando il timone a uno di migranti e rientrando in Anatolia.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Il Giornale.it, Tg-3 ore 14,15)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra, Tarifa), 31 luglio 2017

Il cadavere di un giovane migrante maghrebino è stato recuperato nelle acque dello Stretto di Gibilterra. La salma è stato avvistata verso le 9,30 circa 10,5 miglia a sud est del promontorio di Las Palomas dall’equipaggio di un peschereccio spagnolo, l’Hachomar, che ha avvertito la centrale del servizio di Salvamento Maritimo di Tarifa. Le operazioni di recupero sono state condotte dalla motovedetta Arcturus, che ha trasferito il corpo a Tarifa. Non si hanno informazioni sulle circostanze della morte. Stando alle condizioni, il cadavere doveva essere in acqua già da qualche giorno. Secondo quanto scrive il Diario de Jerez potrebbe venire da uno dei battelli che hanno cercato di attraversare lo stretto nell’ultima settimana di luglio. Appare meno probabile, dato il tempo trascorso e la distanza, che possa essere uno dei 49 dispersi nel naufragio avvenuto il 2/4 luglio al largo dell’isola di Alboran. Oltre tutto, si tratta di un giovane maghrebino, forse marocchino, mentre sul gommone affondato ad Alboran erano quasi tutti migranti subsahariani.

(Fonti: Diario de Jerez, La Voz de Cadiz, Agenzia Efe, Europasur, Europa Press)

 Libia-Italia (Canale di Sicilia), 1-2 agosto 2017

Otto morti su un gommone soccorso al largo della Libia dalla Golfo Azzurro, l’unità della Ong spagnola Proactiva Open Arms. Il battello, intercettato poche miglia fuori dalle acque territoriali di Tripoli, navigava stracarico, con oltre 120 migranti salpati qualche ora prima presumibilmente da uno dei porti a ovest della capitale libica. I cadaveri sono stati trovati durante le operazioni di trasbordo e portati sulla nave quando tutti i naufraghi sono stati messi al sicuro. Si tratta di 5 uomini e 3 donne. Sarebbero morti per asfissia e per le ustioni provocate dalla miscela di benzina e acqua di mare che si è formata con il carburante sversato sul fondo dal motore e dal serbatoio, in seguito al cedimento del gommone durante la navigazione. Nello stesso braccio di mare sono stati avvistati e soccorsi altri tre gommoni. Sono 375 le persone tratte in salvo. Alle operazioni, oltre alla Golfo Azzurro, ha partecipato anche la Aquarius, l’unità della Ong italo-francese-tedesca Sos Mediterranee, che opera insieme a Medici Senza Frontiere. La nave della Marina irlandese aggregata al programma Frontex ha recuperato altri 109 migranti.

(Fonte: Rai News, Repubblica, Corriere del Mezzogiorno, Il giornale di Sicilia, sito Are You Syrious).

Sudan-Libia (deserto del Sahara), 2 agosto 2017

Quaranta morti nel deserto del Sahara, in gran parte giovani profughi eritrei. La notizia è arrivata in Italia mercoledì 2 agosto, ma la tragedia si è consumata nei giorni precedenti, alla fine di luglio. Le vittime erano su un camion partito da Khartoum con oltre 80 migranti e diretto verso il confine con la Libia. E’ un itinerario attraverso il deserto che in genere viene percorso in 3 o 4 giorni. In questo caso – secondo quanto hanno riferito alcuni superstiti – ci sono stati numerosi problemi che hanno rallentato e in certe fasi bloccato la marcia: posti di controllo da evitare, guasti, incertezze sulla pista e insabbiamenti e persino una tempesta di sabbia che ha imperversato per più giorni. Le scorte di acqua e di cibo, scarse anche per i 3/4 giorni preventivati, si sono in breve esaurite. Dal clan dei trafficanti che avevano organizzato il trasporto non sono arrivati aiuti e i profughi, abbandonati a se stessi, hanno cominciato a morire. Le salme sono state lasciate nel deserto. A raccontare i particolari della strage sono stati alcuni superstiti che, arrivati finalmente in Libia, hanno contattato i familiari delle vittime in Eritrea o in Italia. Tra i morti c’è il nipote di una religiosa di Asmara che vive a Roma da anni, suor Carmela, dell’ordine di Sant’Anna, alla quale il 2 agosto la notizia è stata comunicata dalla sorella, a sua volta informata da un compagno del figlio. Questo ragazzo sarebbe stato tra gli ultimi del gruppo a morire, vinto dalla disidratazione e dalla fatica, poco dopo essere entrato in Libia. Quasi contemporaneamente la notizia è arrivata a un giovane rifugiato eritreo che, arrivato a Roma all’inizio di giugno dopo essere sbarcato in Sicilia, è stato contattato da un altro dei sopravvissuti, il quale lo ha pregato di informare una esule eritrea residente in Germania che suo fratello era morto nel deserto insieme ad altri compagni. La ricostruzione dettagliata della tragedia è frutto, appunto, del racconto di questo secondo superstite: è stato lui a dichiarare che le vittime sono una quarantina e che gli amici ne hanno preso le generalità per informare le famiglie.

(Fonte: testimonianza di suor Carmela e di un profugo eritreo del campo Tibutirna)

Libia (Tripoli e Mellitah), 6 agosto 2017

Trovati i cadaveri di 8 profughi, tra il 25 luglio e il 6 agosto, sul litorale a ovest di Tripoli. Lo riferisce il bollettino online Maritime Update Libyan Coast, relativo alle settimane tra il 21 luglio e il 6 agosto, pubblicato dall’ufficio Oim di Tripoli. Le operazioni di recupero sono state condotte dalla Guardia Costiera e dalla Mezzaluna Rossa. Le prime due salme sono state avvistate lungo la costa della stessa Tripoli il 25 luglio. Il rapporto non riferisce particolari né sul ritrovamento né sulle circostanze della morte. Non è escluso che possa esserci un collegamento con il gommone con 148 migranti a bordo soccorso il giorno prima dai guardacoste libici nello stesso tratto di mare. Gli altri 6 corpi erano all’altezza di Mellitah, circa 70 chilometri più a ovest: il mare li ha restituiti il 6 agosto. Nulla è stato comunicato su come siano arrivati sin lì: nella zona, tra il 25 luglio e il 6 agosto, non risultano né naufragi né soccorsi a natanti in difficoltà.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast 25 luglio – 6 agosto)

Spagna-Marocco (Ceuta), 9 agosto 2017

Un migrante subsahariano è morto mentre cercava di raggiungere a nuoto la spiaggia di Benzù, a Ceuta, dopo essere stato scaricato in mare da una moto d’acqua. Nel giro di poche ore, altri 11 migranti sono sbarcati a Ceuta da 8 moto d’acqua, sempre nella stessa zona. E’ la nuova tecnica adottata per superare via mare i controlli e le barriere che blindano l’enclave spagnola in Marocco: veloci moto d’acqua partite dalla costa marocchina e guidate, secondo la polizia, da scafisti legati a una organizzazione di trafficanti, arrivano con uno o due emigranti a bordo oltre la linea di confine e li scaricano il più vicino possibile alla riva, nella parte più orientale del territorio spagnolo, spesso a poche centinaia di metri dalla barriera che corre lungo la frontiera e arriva sino al mare. Subito dopo riprendono il largo e spariscono prima che le motovedette della Guardia Civil possano intervenire. In questo modo, a partire da luglio, sono sbarcati a Ceuta oltre 30 migranti, dei quali quasi la metà nella prima settimana di agosto. Nella tarda mattinata del 9 c’è stata una vera e propria spedizione, con 9 moto d’acqua nel giro di poche ore, fino alle 14. Hanno sbarcato i “passeggeri” (9 uomini adulti, un minorenne e 2 donne) nella zona di Benzù, dove ci sono una piccola spiaggia e una scogliera. Le ultime moto non hanno però potuto avvicinarsi molto, a causa dello stato d’allerta dopo i primi sbarchi. La vittima, un giovane subsahariano, sarebbe appunto uno degli ultimi sbarcati. Sono stati i suoi compagni, soccorsi dalla Croce Rossa sulla scogliera, a segnalare che non era riuscito a raggiungere a nuoto la riva, scomparendo in mare.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Italia (Ventimiglia), 16 agosto 2017

Un profugo iracheno è stato travolto e ucciso da un treno, pochi chilometri a est di Ventimiglia, mentre cercava di raggiungere a piedi la Francia seguendo i binari della ferrovia. L’uomo, di 36 anni, pare fosse arrivato a Ventimiglia già da diversi giorni con l’intento di passare in qualche modo il confine. In attesa di trovare il modo di eludere il blocco della polizia francese si era sistemato in un campo improvvisato di migranti. Nel tardo pomeriggio del 16 agosto ha deciso di tentare. E’ partito da solo, a piedi, portando con sé solo uno zainetto con i documenti e i pochi effetti personali. Seguendo i binari ha raggiunto e imboccato la galleria di Peglia, che segna l’ultimo tratto della ferrovia prima di entrare in Francia. Ha fatto nel buio solo poche centinaia di metri: alle sue spalle è arrivato un treno francese diretto verso Mentone. Forse se ne è  accorto in ritardo o forse non aveva spazio sufficiente per mettersi al riparo nella galleria, che è a senso unico. Sta di fatto che il convoglio lo ha investito e ucciso. L’allarme è stato dato dal macchinista. La polizia italiana, intervenuta per le indagini, ha recuperato lo zainetto con i documenti che hanno consentito di identificarlo.

(Fonti: Sanremonews, Riviera.it, Geos News, Il Secolo XIX, Agenzia Ansa)

Italia-Algeria (capo Teulada), 18 agosto 2017

Il cadavere di un uomo, probabilmente un maghrebino, è finito nella rete di un peschereccio sardo, nella nottata tra il 17 e il 18 agosto, al largo delle coste del Sulcis, diverse miglia a sud di Capo Teulada. Su disposizione della Capitaneria, informata dal comandante, la salma (priva della testa e di parte degli arti) è stata sbarcata nel porto di Teulada. A giudicare dalle condizioni doveva essere in mare da parecchi giorni. E’ stata disposta l’autopsia. L’ipotesi più accreditata è che si tratti del corpo di un migrante finito in mare durante la traversata su un barchino tra l’Algeria e le coste sud occidentali della Sardegna.

(Fonte: L’Unione Sarda, Agenzia Ansa edizione Sardegna)

Libia (Zawiya), 21 agosto 2017

Trovati i cadaveri di due migranti sul litorale di Zawiya, uno dei principali punti d’imbaco usati dai  trafficanti, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli. Lo riferisce il rapporto quindicinale pubblicatoil 21 agosto dall’ufficio libico dell’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera. Non vengono specificate né le circostanze del ritrovamento né la provenienza dei due corpi senza vita: oltre alla località, si riferisce soltanto la data, il 7 agosto. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto non è stata data notizia di naufragi nelle acque libiche: il bollettino si limita a elencare le operazioni di recupero dei migranti intercettati dalla Guardia Costiera, 608 in cinque diverse operazioni condotte fra Tripoli, Khoms, Zawiya e Sabratha. Potrebbe esserci un collegamento con i 6 corpi trovati il 6 agosto nei pressi di Mellitah, circa 20 chilometri più a ovest. Anche su questo ritrovamento, tuttavia, il bollettino precedente (riferito al periodo tra il 21 luglio e il 6 agosto) non ha fornito particolari.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast dal 7 al 21 agosto)

Libia (Homs), 27 agosto 2017

Ritrovati i cadaveri di 5 migranti sulla costa di Homs (Al Khoms), circa 120 chilometri a est di Tripoli. Lo riferisce il rapporto quindicinale Maritime Update Libyan Coast pubblicato dall’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera libica. Non sono riferite né le circostanze della morte né del recupero dei corpi: la notizia viene riportata insieme a quella del salvataggio di 780 migranti in cinque diverse operazioni condotte tra il 21 agosto e il 6 settembre a Tripoli, Zawiya e Sabratha. Al ritrovamento delle cinque salme a Homs il 27 agosto non corrisponde alcuna operazione di salvataggio: l’intervento di soccorso più “prossimo” risulta quello del 28 agosto ma a Tripoli, 24 ore dopo e a oltre cento chilometri di distanza. Tra i due episodi non appare ipotizzabile, dunque, alcun collegamento. Ne consegue che quei cinque morti potrebbero venire da un naufragio al largo di Homs rimasto sconosciuto e che ci siano anche numerosi dispersi. E’  una conferma che da quando il controllo delle operazioni di recupero è stato affidato alla Guardia Costiera libica si hanno molte meno notizie sul numero delle vittime e in generale sulla sorte dei migranti che tentano la traversata verso l’Europa.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast dal 21 agosto al 6 settembre)   

 Grecia (Alexandroupolis-Dikaia), 28 agosto 2017

Due giovani profughi sono stati uccisi da un treno, la notte tra il 28 e il 29 agosto, lungo la ferrovia tra Dikaia e Alexandroupolis. Secondo la polizia greca, erano entrati clandestinamente dalla Turchia, varcando il confine sul fiume Evros e, come fanno numerosi rifugiati in questa regione, stavano seguendo i binari come guida dal villaggio di Dikaia, situato su confine, ad Alexandroupolis, la prima grande città greca dopo la frontiera, per poi proseguire la loro fuga verso ovest e il Nord Europa. Camminando nell’oscurità, non devono essersi accorti del treno passeggeri che è sopraggiunto in piena notte alle loro spalle o forse non hanno fatto in tempo a mettersi in salvo. Sta di fatto che il convoglio li ha investiti in piena velocità, uccidendoli all’istante. Il macchinista ha dichiarato alla polizia che nel buio non li aveva visti: si è accorto di loro solo dopo averli travolti ed ha dato lui stesso l’allarme.

(Fonte: Associated Press, Ekhatimerini, Sito Are You Syrious)

Italia-Tunisia (Pantelleria), 30-31 agosto 2017

Cinque migranti dispersi al largo di Pantelleria dopo che la loro barca è rimasta in panne. Un altro, dato pure per disperso, è riuscito a araggiungere l’isola a nuoto. I sei erano partiti tra il 29 e il 30 agosto, su un piccolo natante in legno, dal porto tunisino di Hammamet, puntando sulle coste siciliane. Dopo oltre un giorno di navigazione, quando erano ormai in vista di Pantelleria, è finita la benzina e la barca è rimasta in balia del mare. Sei di quelli che erano a bordo hanno deciso di tentare di raggiungere la riva a nuoto per chiedere aiuto. La mattina del 31 il natante è stato avvistato e recuperato da una motovedetta della Guardia Costiera e i migranti salvati hanno subito segnalato che sei loro compagni si erano gettati in acqua e non ne avevano più notizia. Senza esito le ricerche dei dispersi condotte per due giorni da mezzi della Capitaneria di Porto di Pantelleria, un elicotttero della Guardia Costiera e un gommone dei vigili del fuoco. Poi, la sera del 31, uno dei sei naufraghi ha toccato terra a Pantelleria, in località Punta Karace, dove è stato soccorso da un abitante dell’isola. Ha nuotato per circa 60 ore: era stremato e presentava numerose ustioni da medusa ma in complesso le sue condizioni sono state giudicate abbastanza buone.

(Fonte: Pantelleria Internet e Repubblica).

Spagna-Marocco (Ceuta), 31 agosto 2017

Sette migranti sono morte nel ribaltamento della barca con cui stavano cercando di raggiungere dal Marocco l’enclave spagnola di Ceuta. Tra le cause della tragedia, secondo la Ong Caminando Fronteras, c’è anche il comportamneto della Guardia Civil, che avrebbe tentato un respingimento di massa ai margini delle acque territoriali spagnole. Il battello era salpato dalla costa di Nador, una città portuale marocchina situata alcuni chilometri a ovest. A bordo c’erano 45 migranti, tra cui 8 donne. Secondo quanto hanno raccontato alcuni superstiti alla Ong, quando sono arrivati in prossimità della spiaggia ceutina di Aguadù una motovedetta della Guardia Civil ha manovrato per intercettarli e bloccarli, in attesa che li raggiungesse la motovedetta della Marina Imperiale che li stava inseguendo. Per non cadere nelle mani della polizia marocchina, almeno 25 migranti si sono gettati in mare, cercando di raggiungere a nuoto o il battello spagnolo o la riva. La Guardia Civil ne ha recuperati e presi a bordo 13, facendoli sbarcare poi a Ceuta. Gli altri sono stati catturati dall’equipaggio della marina marocchina, che subito dopo ha preso a rimorchio il battello dei profughi, dove erano rimaste una ventina di persone, tra cui tutte le donne. Il naufragio si è verificato poco dopo: forse a causa di una manovra errata durante la fase di rimorchio verso il porto di Nador, la barca si è rovesciata. Nell’immediatezza del naufragio un giornale locale e l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani hanno riferito che i morti erano 14. Caminando Fronteras ha accertato invece che a Nador erano stati portati i corpi senza vita di 4 donne e nelle ore successive, ricostruendo i fatti attraverso le testimonianze di alcuni superstiti, ha potuto stabilire che le vittime sono sette: 5 donne fuggite dal Congo e 2 dalla Guinea. Tratti in salvo dalla Marina marocchina l’ottava donna, anche lei congolese, e gli altri naufraghi. Preziosa è risultata in particolare la testimonianza di Brahim, un giovane profugo che è riuscito a telefonare mentre era a bordo di un pullman della polizia di frontiera marocchina che lo ha arrestato.

(Fonte: El Diario, El Periodico, El Diario Montanes, El Mundo, Ctxt Radio e Online, El Nacional, Ceutaactualidad, Sito di Helena Maleno Garzon)

Libia (deserto al confine con l’Egitto), 4-5 settembre 2017

Sedici migranti morti nel tentativo di raggiungere la Libia dall’Egitto attraverso il deserto. I loro corpi sono stati trovati da una pattuglia del Libyan National Army (Lna), l’esercito di Tobruk del generale Khakifa Haftar, durante un pattugliamento. Secondo quanto ha riferito il portavoce del Lna, Ahmed al Mismari, le salme erano a non grande distanza dalla linea di frontiera egiziana, 310 chilometri a sud ovest di Tobruk. A giudicare dalle codizioni, dovevano trovarsi sul posto già da qualche giorno. Non si è potuto stabilire come siano arrivati fin lì e cosa sia accaduto: è presumibile che siano rimasti bloccati e che poi i trafficanti ai quali si erano affidati li abbiano abbandonati,, come è già successo più volte nel deserto anche in questa stessa area del Sahara. I militari hanno perlustrato la zona in cerca di eventuali altre vittime e di elementi per ricostruire l’accaduto, ma non hano trovato nulla di utile. Non è stato specificato neanche se sulle salme siano stati trovati documenti o altri indizi per poterle identificare o almeno stabilire la provenienza delle vittime. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di migrati fuggiti dall’Egitto e diretti in Libia per cercare lavoro o, più probabilmente, per tentare di imbarcarsi verso l’Europa.

(Middle Est Eye, Marsad Libya)

Spagna-Marocco (Ceuta), 9 settembre 2017

Un giovane profugo algerino, Mohammed Mansour, risulta disperso nel tentativo di raggiungere l’enclave di Ceuta dal Marocco su una moto d’acqua. A denunciarne la scomparsa è stato il fratello, Tahar, che vive da anni a Murcia ed era al corrente che sabato 9 settembre Mohammed, poco più che ventenne, si era imbarcato per cercare di arrivare in Spagna. Proprio nel pomeriggio di sabato 9 la Guardia Civil ha intercettato al largo di Ceuta una moto d’acqua, arrestando il “passatore” marocchino che la pilotava e fermando l’unico migrante, un giovane algerino, che era a bordo. Secondo la ricostruzione fatta da Tahar, arrivato appositamente a Ceuta lunedì 11 settembre per cercarlo, Mohammed doveva essere su questo stesso acquascooter, ma di lui la polizia non ha trovato traccia. A spingere Tahar ad andare a Ceuta da Murcia è stato il colloquio telefonico avuto, domenica 10, con il migrante condotto dalla Guardia Civil al centro immigrazione dopo l’arresto dello scafista. “Mi ha detto – ha riferito alla polizia – che Mohammed era al sicuro, che era approdato a Ceuta e che però in quel momento era in ospedale. Ho deciso così di venire io stesso a Ceuta e, non trovando mio fratello, ho parlato di nuovo, di persona, con quel giovane. Lui ha cercato di negare di aver parlato con me al telefono due giorni prima, ma io ho rifatto il numero che avevo registrato dopo la chiamata di sabato ed è squillato proprio il suo cellulare. E’ evidente, dunque, che sta mentendo”. Tahar ha poi avuto conferma da altri profughi algerini in Marocco che sabato 9, su quella moto d’acqua partita per Ceuta, erano saliti in due, entrambi algerini, oltre allo scafista marocchino. Il suo sospetto è che, a causa delle condizioni difficili del mare o per sfuggire ai pattugliamenti della Guardia Civil, Mohammed sia stato gettato in acqua, in modo da rendere più leggera, veloce e manovrabile la “moto”.

(Fonte: El Diario, El Faro de Ceuta)

Serbia (Sid, confine con la Croazia), 10 settembre 2017

Un giovane profugo è morto cadendo dal treno mentre tentava di attraversare il confine tra la Serbia e la Croazia, nei pressi della città di Sid. Secondo i volontari che hanno segnalato la notizia, dallo scorso mese di aprile è il quarto migrante a morire in circostanze simili in questa zona di frontiera, nel distretto di Srem, provincia di Vojvodina, nel nord ovest della Serbia. “E’ la conseguenza – hanno detto – dei continui respingimenti da parte delle autorità croate. I migranti costretti a rientrare nel limbo dei campi profughi improvvisati in Serbia nei pressi del confine dopo un po’ tentano di nuovo di passare, sperando di eludere i controlli della polizia”. Lo stesso ha fatto il ragazzo morto il dieci settembre: è caduto mentre cercava di salire in corsa sul tetto del vagone di un treno diretto in Serbia ed è stato travolto. Quando lo hanno soccorso era ormai senza vita. Non è stata comunicata la sua nazionalità. Nulla era trapelato  in Italia, prima di questo nuovo incidente mortale a Sid, delle altre tre vittime al confine serbo-croato.

(Fonte: sito Are You Syrious del 10 e 11 settembre).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 12 settembre 2017

Tre giovani profughi sono annegati nello Stretto di Gibilterra mentre tentavano di raggiungere dal Marocco le coste dell’Andalusia. Erano partiti all’alba dalla zona di Tangeri su un piccolo battello pneumatico: a bordo erano in sette. La navigazione è stata lenta e difficile a causa delle condizioni meteomarine. Dopo alcune ore, mentre erano in mezzo allo stretto, il gommone ha cominciato a sgonfiarsi ed è affondato di lì a poco. L’allarme è stato dato da Helena Maleno Garzon, della Ong Caminando Fronteras, avvertita da alcuni familiari dei migranti. Il relitto è stato raggiunto in mattinata da una unità della marina marocchina, che ha tratto in salvo quattro dei sette naufraghi. Nessuna traccia degli altri tre.

(Fonte: Sito Helena Garzon, El Faro de Ceuta, La Voz de Cadiz)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 13 settembre 2017

Sette vittime (un migrante morto e sei dispersi) nel naufragio di un gommone nello stretto di Gibilterra. Il battello, di piccole dimensioni, era partito di primo mattino dalla costa marocchina per cercare di raggiungere la Spagna. A bordo erano in dieci, tutti algerini. Dopo alcune ore è naufragato, a causa dele cattive condizioni del mare. L’allarme, nel pomeriggio, è stato dato da un ferry, il Sorolla, che ha avvistato alcuni naufraghi in mare aperto, 41 miglia a sud est di Almeria, avvertendo il servizio di Salvamento Maritimo. Sul posto sono subito intervenuti un elicottero, l’Helimer 211, e la motovedetta Spica, che verso le 18 hanno recuperato un corpo senza vita e tre giovani, tutti molto provati e in preda a una forte ipotermia ma ancora coscienti. Sono stati loro a segnalare, prima di essere trasferiti in ospedale ad Almeria con l’elicottero, che sul gommone affondato c’erano anche altri sei compagni, specificando che non sapevano nuotare. Alle ricerche, protrattesi sino a notte, si è aggiunta un’altra motovedetta, la Mastelero, ed è tornato sul posto anche l’Helimer 211, ma non è stata trovata traccia né dei quattro naufraghi dispersi né del relitto del battello. L’indomani i resti del gommone sono stati individuati e recuperati dalla Mastelero ad alcune miglia di distanza dal luogo del naufragio. Nulla dei sei dispersi.

(Fonte: El Diario, El Fario de Ceuta, Sito Salvamento Maritimo, Sito Frontera Sur di Helena Maleno, Europasur)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 17 settembre 2017

Recuperati i corpi senza vita di tre profughi, nel Canale di Sicilia, durante le operazioni di soccorso a una quindicina di imbarcazioni cariche di profughi, tra il 16 e il 17 settembre, in una vasta fascia di mare, distante tra le 20 e le 30 miglia dalla costa libica. Sono stati presi a bordo dalla nave Yeats, della Marina Militare irlandese, aggregata alla flotta di Frontex, che li ha trasportati ad Augusta, dove è arrivata nella tarda mattinata di domenica 17. A bordo, oltre alle tre salme, c’erano 552 degli oltre 1.800 migranti tratti in salvo nelle 48 ore precedenti con gli interventi di soccorso condotti dalla stessa Yeats, dalla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranee, dalla Vos Hestia di Save the Children, dalla Zeffiro della Marina Italiana e da varie unità della Guardia Costiera. Le tre vittime sono giovani subsahariani: sono morti presumibilmente per sfinimento, disidratazione e ipotermia.

(Fonte: La Stampa, Tg-1 delle 13)

Libia (Sabratha-Zwara), 17-21 settembre 2017

Cento vittime e una quarantina di migranti tratti in salvo su un barcone alla deriva nelle acque di competenza libica. Otto i morti accertati: di 7 è stato ritrovato il corpo in mare e l’ottavo è un giovane deceduto poco dopo i soccorsi. Gli altri risultano ufficialmente “dispersi”. Lo ha comunicato il portavoce della Marina di Tripoli, il generale Ayoub Qassim. Stando al rapporto della Guardia Costiera che ha recuperasto i naufraghi, il battelllo era salpato dalla costa di Sabratha, 70 chilometri a ovest di Tripoli, tra sabato 16 e domenica 17 settembre con circa 140 uomini e donne a bordo, in gran parte di origine subsahariana. Dopo poche ore di navigazione il motore si è bloccato, forse per un guasto o forse per l’esaurimento della scorta di carburante, mentre le condizioni del mare andavano rapidamente peggiorando. I migranti sono così rimasti in balia delle onde per almeno tre giorni. Non è chiaro se non abbiano avuto modo di lanciare un Sos o se le richieste di aiuto non siano state intercettate. Sta di fatto che nessuno è intervenuto in soccorso fino a martedì 20 settembre, quando alcuni naufraghi sono stati avvistati casualmente da una motovedetta della Guardia Costiera partita dal porto di Zwara per rispondere alla richiesta di aiuto di un altro natante in difficoltà, sempre in acque libiche. A quel punto, però, moltissimi erano già morti. Sono stati recuperati inizialmente 7 cadaveri e 7 superstiti, tutti in grave stato di ipotermia, tanto che uno di loro è morto di lì a poco nell’ospedale di Zwara. Alcune ore più tardi, a ormai quattro giorni dalla partenza, una trentina dei circa 140 partiti da Sabratha sono stati trovati ancora in vita sul relitto del barcone. Sono stati alcuni dei superstiti a ricostruire le fasi finali della tragedia. Ormai ingovernabile, sotto la spinta del mare mosso la barca ha cominciato ad oscillare paurosamente e poi si è piegata su un fianco, anche a causa dei movimenti convulsi dei tanti che, in preda ormai alla disperazione, volevano gettarsi in acqua per tentare di raggiungere a nuoto la costa. Oltre una novantina di persone sono così cadute in mare, scomparendo in breve tempo. Nessuna traccia anche di quelli che si sono tuffati prima del brusco sbilanciamneto dello scafo. Il conto delle vittime è così di almeno un centinaio: i 7 corpi recuperati, il giovane morto in ospedale a Zwuara e più di 90 dispersi.

(Fonti: La Repubblica, La Stampa, Il Fato Quotidiano, Agenzia Ansa, Maritime Update Libyan Coast)

Turchia (Kefken, Mar Nero), 22 settembre 2017

Almeno 24 migranti morti e 6 dispersi (per un totale di 30 vittime, tra cui un neonato) nel naufragio di un barcone al largo delle coste turche del Mar Nero. Altri 40 sono stati salvati dalla Guardia Costiera. Il battello, un vecchio peschereccio, era salpato dalla zona di Kefken, un porto della provincia di Kocaeli divenuto uno dei punti principali di imbarco dei migranti verso la Romania o la Bulgaria, una rotta sempre più battuta dopo il blocco di quelle dell’Egeo e del Mediterraneo. A bordo erano non meno di 70. Il naufragio è avvenuto a diverse miglia dalla partenza, prima dell’alba. L’allarme è stato dato, intorno alle 5, da un cargo che, dopo aver intercettato l’Sos lanciato dal barcone prima di affondare, ha allertato la Guardia Costiera. Le unità di soccorso – tre guardacoste, due motovedette e un elicottero, con il supporto anche di cinque navi commerciali – hanno recuperato 40 naufraghi e 21 corpi ormai senza vita. Tutti i sopravvissuti erano molto provati e in stato di ipotermia. Per alcuni è stato necessario il ricovero nell’ospedale di Kokaeli: due, in particolare, presentavano anche gravi ferite che si sono procurati probabilmente nelle fasi concitate del naufragio. Le ricerche dei dispersi sono proseguite sino a sera, senza risultato. Le prime notizie, riferite dal quotidiano Hurriyet Daily News, parlavano di “almeno 19 vittime”. Secondo l’agenzia Anadolu, citata dal Giornale di Sicilia, il bilancio è poi salito a 4 morti e almeno 20 dispersi. In serata la comunicazione definitiva: 30 vittime tra morti (21) e dispersi (9). Nei due giorni successivi sono stati recuperati i corpi di 3 dispersi.

(Fonti: Al Jazeera, Il Giornale di Sicilia, Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Marocco-Spagna (Melilla), 23/24 settembre 2017

Due migranti sono morti soffocati e altri quattro sono stati ricoverati con gravi sintomi di asfissia per aver respirato a lungo i gas sparati dalla polizia marocchina per impedire che varcassero la frontiera passando nel territorio spagnolo di Melilla. La notizia è emersa da una denuncia fatta dalla giornalista Helena Maleno Garzon, attivista della Ong Caminando Fronteras, e ripresa dal quotidiano El Faro de Melilla. I sei giovani, tutti provenienti dal Burkina Faso, erano entrati in una specie di tunnel, la condotta di una vecchia fognatura in disuso che – secondo voci raccolte tra la popolazione del posto – avrebbe dovuto consentire di passare sotto la barriera eretta lungo la linea di confine, portandoli dall’altra parte, senza essere visti dalla polizia. In realtà i loro movimenti non sono sfuggiti alle forze di sicurezza marocchine e per di più, una volta all’interno del tunnel, si sono accorti che il passaggio era ostruito e senza alcuna possibilità di sbocco nel territorio spagnolo. Erano ancora rintanati in fondo al condotto quando la polizia marocchina, per costringerli a tornare indietro, ha sparato nel tunnel alcuni proiettili a gas. Quattro ce l’hanno fatta a guadagnare l’uscita; altri due, forse per aver cercato di resistere o più semplicemente per essersi addentrati più degli altri, hanno respirato i gas più a lungo e hanno perso i sensi. Quando li hanno ritrovati erano ormai senza vita. Inizialmente, al ricovero in ospedale, si pensava che i quattro superstiti e i loro due compagni avessero tentato di saltare il vallo fortificato che separa il Marocco da Melilla. Sono stati loro stessi, appena si sono ripresi, a raccontare a Caminando Fronteras cosa era accaduto.

(Fonte: El Faro de Melilla, Sito Helena Maleno Garzon)

Grecia-Turchia (Kastellorizo), 28 settembre 2017

Una bambina siriana di nove anni, Daraa, è annegata nel naufragio di una barca carica di profughi di fronte all’isola di Kastellorizo, tra l’Egeo meridionale e il Mar di Levante. Tratti in salvo gli altri 25 naufraghi, tra i quali sette bambini. La tragedia è avvenuta poco prima dell’alba. Il gruppo di profughi era salpato dal vicino litorale di Kas, un porto sulla costa turca, che si trova ad appena tre miglia dall’isola greca, la più piccola del Dodecaneso. Contavano evidentemente di arrivare in meno di un’ora di navigazione, ma quando erano ormai a un passo dalla salvezza è accaduto qualcosa che ha fatto inabissare la barca in pochi minuti. Ignote le cause del naufragio: forse il battello si è ribaltato per una manovra errata o forse lo scafo ha ceduto per il sovraccarico. Sta di fatto che quando i primi soccorsi sono giunti sul posto la barca era già a fondo e i naufraghi sparsi in un tratto di mare abbastanza vasto. Una nave dell’agenzia Frontex, la prima ad arrivare, ha recuperato sei persone: un uomo, due donne e tre bambini, inclusa la piccola Daraa che, priva di conoscenza e chiaramente in gravi condizioni, è stata subito trasportata con un elicottero della Guardia Costiera in un ospedale di Rodi (distante 72 miglia), dove però è morta pochi minuti dopo il ricovero. Presso lo stesso ospedale è stata ricoverata anche la madre, Amira. Altre unità della Marina greca e un elicottero hanno poi portato in salvo gli altri 20 migranti (5 bambini, 2 donne e 13 uomini), che stavano cercando di raggiungere a nuoto la vicina costa di Kastellorizo. Alcuni di loro presentano ferite dovute forse all’urto contro degli scogli e che hanno indotto a trasferirli in un centro medico di Rodi.

(Fonti: Associated Press, The Washington Posta, New York Times, Fow News, Ap Greek Reporter, Arab News)

Libia (località imprecisata), 4 ottobre 2017

Un giovane eritreo è morto di stenti nel lager libico dove era rinchiuso insieme a numerosi altri profughi. La notizia è stata riferita il 4 ottobre alla fotoreporter Cinzia Canneri da una migrante eritrea residente in Italia, a Milano, ma la morte risale a un mese prima. “Quei profughi – ha raccontato la ragazza, che ha dei familiari tra i prigionieri – hanno pagato i trafficanti per la traversata dalla Libia all’Italia: 5 mila dollari a testa. Per i nostri parenti noi abbiamo versato la somma a un emissario sudanese, che ci ha contattato a Milano. Erano, insomma, in attesa dell’imbarco. Circa due mesi fa sono andati a prenderli nella prigione dove erano detenuti, un grosso capannone. Pensavano che li avrebbero fatti partire e invece li hanno trasferiti in un’altra prigione. Anche questa viene descritta come un grosso capannone o magazzino. Non sanno dire, però, dove sia: li hanno trasferiti di notte e con un camion chiuso. Possono dire solo di aver viaggiatao abbastanza a lungo. Da allora sono praticamente abbandonati, in condizioni invivibili. Circa un mese fa è morto un ragazzo, forse di sfinimento o malattia. Per giorni le guardie non si sono nemmeno preoccupate di rimuovere il cadavere. Lo hanno fatto soltanto quando ha cominciato a decomporsi. Qualche giorno fa in quell’inferno una giovane donna ha dato alla luce un bambino. E la gente intanto continua ad ammalarsi. Qualcuno forse di malaria…”.

(Testimonianza raccolta da Cinzia Canneri)

Libia (centri di detenzione zona di Tripoli), 5 ottobre 2017

Tre ragazzi sono stati uccisi o sono morti in seguito ai maltrattamenti da parte delle guardie dei centri di detenzione in cui erano rinchiusi, nella zona di Tripoli. La loro storia è inserita nel dossier “Esodi”, costruito sulla base di decine di testimonianze raccolte tra i profughi sbarcati in Italia negli ultimi mesi e presentato da Medici per i Diritti Umani (Medu) a Roma il 5 ottobre, per documentare le conseguenze dell’accordo italo-libico sui flussi migratori. Sono numerosi, in verità, i testimoni che riferisocno genericamente di uccisioni sistematiche e di morti sotto tortura ma in questi tre casi ci sono riferimenti precisi e una ricostruzione particolareggiata. Motivi di sicurezza hanno indotto gli operatori di Medu a non rivelare l’identità precisa degli autori del racconto, ma la ricostruzione dei tre episodi è stata videoregistrata da Noemi La Barbera ed è disponibile nel filmato che è parte integrante del dossier.

Ammazzato di botte per aver tentato la fuga. A raccontare è un ventenne proveniente dal Gambia, L., ascoltato nell’hotspot di Pozzallo il primo agosto. L’episodio a cui fa riferimento è accaduto qualche settimana prima, in luglio. “Sono stato prigioniero in Libia per undici mesi. Durante la detenzione mi sono ammalato a causa delle terribili condizioni igieniche della prigione: una malattia della pelle. Tutto il mio corpo era pieno di ferite che sanguinavano e perdevano pus. Non mi hanno mai permesso di vedere un dottore, così sono peggiorato moltissimo. Mi umiliavano davanti a tutti per questa condizione; nessuno voleva starmi vicino… Le guardie venivano solo per picchiarmi o umiliarmi. Dicevano che non valevo niente, che nessuno mi avrebbe mai voluto accanto. Ho pensato che sarei morto per questa malattia. Così un giorno ho provato a scappare insieme a un amico. Le guardie ci hanno scoperto quasi subito: ci hanno riportato dentro e picchiato violentemente. Il mio amico non è sopravvissuto alle percosse. L’ho visto morire davanti ai miei occhi”.

Ucciso perché troppo stanco per lavorare. Parla M., un ventisettenne del Gambia, ascoltato a Pozzallo il 29 settembre. L’assassinio di cui è stato testimone è avvenuto circa due settimane prima, verso il 15 settembre, ad opera di una guardia del centro di detenzione, probabilmente come “avvertimento” per gli altri prigionieri. “Sono stato detenuto in una prigione vicino a Tripoli per sei mesi. Mi hanno fatto lavorare come muratore. Lavori forzati e molto faticosi: non hanno mai pagato né me, né gli altri ragazzi. Un giorno un mio amico ha detto che era troppo stanco per lavorare. Ha detto alle guardie che non riusciva ad alzarsi. Uno dei libici allora ha minacciato: ‘Se non vieni ti sparo’. Io pensavo che scherzasse. L’ha pensato anche il mio amico. Quel libico, invece, lo ha ucciso con un colpo alla testa. Poi si è girato verso di me: ‘Tu che fai, lavori o no?’, mi ha detto. Io mi sono alzato e sono andatio con loro.”.

Assassinato il giorno della partenza. Il testimone è un migrante proveniente dalla Costa d’Avorio, M., di 20 anni. Anche lui è stato intervistato al centro hotspot di Pozzallo il 29 settembre. L’episodio di cui parla è accaduto pochi giorni prima dell’intervista. “I miei ultimi mesi in Libia li ho trascorsi in un centro di raccolta nei dintorni di Tripoli. Eravamo circa 500 lì dentro… Arrivavano ogni notte a prendere uno o due detenuti. A volte per lavori forzati. A volte erano portati a rubare. Più spesso venivano venduti o portati in un’altra prigione. Molti non sono più tornati indietro. Il giorno della partenza hanno chiamato un mio amico. Aveva molta paura che lo riportassero in prigione e di non poter partire. I libici gli hanno detto che se non fosse andato lo avrebbero ucciso. Lui ha cominciato a correre. L’hanno ucciso con due colpi di pistola in testa. L’hanno ucciso proprio il giorno della partenza, quando era quasi in salvo. Tutti noi abbiamo guardato questa scena. Poi ci hanno costretto a spostare il cadavere. E ci hanno fatto salire sul gommone…”.

(Fonti: Repubblica edizione del 2 ottobre; Il Fatto Quotidiano, edizione del 5 ottobre; Dossier “Esodi” di Medici per i Diritti Umani).

Grecia (Lesbo), 8 ottobre 2017

Una bambina siriana di cinque anni è morta nell’ospedale di Mytilini, sull’isola di Lesbo, cinque giorni dopo essere sbarcata sull’isola. Gravemente malata, il padre aveva deciso di portarla in Europa perché potesse essere sottoposta a cure mediche adeguate. Non avendo altre alternative, ha attraversato l’Egeo dalla Turchia forzando il blocco su un gommone carico di altri profughi siriani e afghani, oltre 70 persone, tra cui numerosi bambini. Appena ha toccato terra a Lesbo tra le sette e le otto del mattino, l’uomo ha fatto presenti le condizioni della sua bambina,rese ancora più gravi dalle fatiche e dai disagi del viaggio, ma anziché in ospedale è stato mandato nel centro profughi di Moria, descritto come un campo di concentramento in vari rapporti dell’Unhcr e di varie associazioni umanitarie. In breve la piccola si è aggravata e nella notte tra sabato 7 e domenica 8 ottobre è stata finalmente portata all’ospedale di Mytilini, ma è morta poche ore dopo. Secondo alcuni giornali locali, ripresi da una cronaca di La Vanguardia, la bimba sarebbe morta anzi prima ancora di arrivare al pronto soccorso.

(Fonte: La Vanguardia, Sito Internet Are You Syrious, Lesvos News).

Tunisia (al largo delle isole Kerkennah), 8/9 ottobre 2017

Almeno 50 vittime, forse 52 in tutto (45 morti di cui è stato recuperato il corpo e verosimilmente da 8 a 10 dispersi) nel naufragio di un peschereccio carico di migranti speronato da una nave da guerra tunisina. I primi rapporti diffusi dal Governo all’idomani della strage parlavano di 30 vittime, ma con il passare dei giorni il bilancio di morte si è rivelato molto più pesante, come hanno subito denunciato, del resto, varie Ong tunisine, tra cui il Forum per i diritti economici e sociali. Il barcone era partito durante la notte dalle isole Kerkennah, l’arcipelago situato di fronte al porto di Sfax, a 18 chilometri dal continente africano e a 140 da Lampedusa, diventato dalla primavera del 2017 il principale punto di imbarco della nuova rotta dei migranti, che dalla Tunisia punta verso Lampedusa o Linosa e le spiagge dell’Agrigentino. A bordo i “passeggeri” erano circa 90, tutti tunisini, in gran parte provenienti dal Sud: lo ha riferito uno dei superstiti, un giovane di nome Khaled, le cui dichiarazioni, raccolte dalla France Presse, hanno poi sostanzialmente trovato conferma nel calcolo fatto dal Forum: tra 80 e 100 migranti al momento della partenza. La collisione è avvenuta intorno alle due di notte, a 54 chilometri dalle Kerkennah, in acque Sar di competenza maltese. Secondo il ministero della difesa di Tunisi, il peschereccio stava navigando senza luci di segnalazione: la nave militare avrebbe accostato per poterlo identificare e nella fase di avvicinamento ci sarebbe stato uno speronamento accidentale. Non è escluso, tuttavia, che proprio perché navigava a luci spente, sulla nave abbiano intuito che si trattava di un barcone con dei migranti o comunque con qualcosa da nascondere e sia stata decisa una manovra rapida di accostamento per costringerlo a fermarsi, finendo poi per speronarlo. Khaled ha riferito anzi che, prima dell’accostamento, la nave militare avrebbe ‘sparato’ violenti getti d’acqua contro il peschereccio per indurlo a invertire la rotta. Sta di fatto che l’urto è stato molto violento e il barcone è affondato rapidamente. Si sono salvati, in pratica, quasi soltanto i migranti che hanno fatto in tempo a gettarsi in mare prima dell’urto. Quelli ancora a bordo sono stati travolti e si sono persi in acqua. Lo stesso equipaggio militare ha prestato i primi soccorsi, salvando 38 naufraghi e recuperando 8 corpi senza vita. Sul posto per le ricerche, sotto il coordinamento di Malta, si sono poi portate altre unità tunisine e navi italiane. Nei giorni successivi sono stati ritrovati, in varie fasi, altri 37 corpi, portando il totale a 45. I dispersi risulterebbero dunque fino a una decina e il numero complessivo delle vittime almeno 50. Il giorno 12 a Souk Lahad, nel Sud, familiari e amici delle vittime hanno inscenato una protesta, sfociata in gravi disordini, contro la linea dura del Governo. Un’altra manifestazione si è svolta a Tunisi il giorno 13.

Intensificati i controlli. L’azione molto decisa della nave militare tunisina può forse rientrare nel “giro di vite” impresso ai controlli, sia a terra che in mare, d’intesa con l’Italia e l’Unione Europea, per bloccare il flusso crescente di migranti soprattutto dalle coste di Sfax. Numerose barche sono state fermate nelle ultime settimane in porto o subito dopo la partenza e diversi arresti si sono registrati nelle città costiere. La stessa notte della strage, a Sfax la Guardia Nazionale ha fermato 5 giovani che, arrivati in auto, si accingevano a raggiungere le isole Kerkennah. Altri 12 sono stati fermati a Sidi Mansour. Il ministero dell’Interno, inoltre, ha riferito di una vasta operazione con arresti sia di migranti che di “traghettatori”, sempre intorno a Sfax.

(Fonti: Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Libero Quotidiano.it, Immigrazione, Tgcom-24, Agenzia Ansa, La Stampa, Africa Time del 9, del 12 e del 16 ottobre).

Libia (Zawiya), 12 ottobre 2017

Almeno 19 dispersi nel naufragio di un barcone al largo delle coste libiche, a ovest di Tripoli. Il battello era salpato verso le due del mattino dalla zona di Zawiya, il porto a 50 chilometri circa da Tripoli che da anni è uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti insieme aa quello di Sabratha. A bordo c’erano non meno di 25 migranti di varie nazionalità: egiziani, tunisini, sudanesi, libanesi, pachistani e qualche libico. Durante la navigazione lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua a causa, probabilmente, di una falla. Dopo un po’ il capitano, un sudanese, ha deciso di invertire la rotta per tentare di rientrare a Zawiya, ma era già troppo tardi: il barcone si è rovesciato ed è affondato in pochi minuti. Imigranti che indossavano un giubbotto di salvataggio sono riusciti a restare a galla; gli altri sono scomparsi in breve sott’acqua. I primi soccorsi sono stati prestati da alcuni pescatori che, poco dopo l’alba, si sono accorti del naufragio e sono riusciti a prendere a bordo delle loro barche sei persone ancora in vita: 2 libanesi, 2 tunisini, 1 pachistano e 1 egiziano. Le ricerche sono continuate, ma non è stata trovata traccia degli altri 19 che al momento della partenza erano sul barcone affondato.

(Fonte: Libya Observer)

Libia (Homs e Al Maya), 13-22 ottobre 2017

I corpi senza vita di 37 migranti subsahariani sono affiorati in due località della costa libica tra il 13 e il 22 ottobre: unoil giorno 19 ad Al Maya, circa 30 chilometri a ovest di Tripoli e gli altri 36 a Homs, la città portuale situata 120 chilometri a est di Tripoli, in due fasi distinte: 28 sono stati trovati il 13 ottobre e il giorno 22 gli altri 8. Lo ha comunicato il rapporto quindicinale Maritime Update Libyan Coast, pubblicato dall’ufficio Oim in Libia in collaborazione con la Guardia Costiera. Viene riferito, come sempre in questa pubblicazione, soltanto il numero delle vittime recuperate, senza specificare né le circostanze del ritrovamento né quelle della morte. Appare scontato che la salma affiorata ad Al Maya, a oltre 150 chilometri di distanza, non ha nulla a che fare con quelle di Homs. Resta da capire da dove provenga quel corpo: l’unico indizio è il naufragio avvenuto il 17 settembre di un gommone partito da Sabratha, ma è un indizio labile: per il lungo periodo (quasi un mese) trascorso da quel naufragio e perché Sabrata è piuttosto lontana, circa 60 chilometri più a ovest. Appare più credibile che quel giovane fosse su uno dei barconi intercettati nella seconda metà di ottobre nelle acque libiche. Quanto ai corpi ritrovati ad Homs, devono essere le vittime di almeno un naufragio rimasto sconosciuto. Induce a credere che si tratti di un solo naufragio e non di due (come si potrebbe ipotizzare tenendo conto dei 9 giorni trascorsi tra le due operazioni di recupero dei corpi) il fatto che la Commissione per i diritti umani e varie organizzazioni umanitarie hanno contestato alle autorità di Homs di non provvedere con la dovuta sollecitudine al recupero delle salme portate dal mare sulle sue coste, in caso di naufragi nella zona, ma di lasciarle flottare in acqua spesso per diversi giorni. In ogni caso, anche se si tratta di un solo naufragio, appare scontato che ci siano anche numerosi dispersi, probabilmente diverse decine.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast, rapporto dal 7 al 24 ottobre)  

Spagna-Marocco (Melilla), 22 ottobre 2017

Un migrante subsahariano è annegato mentre cercava di raggiungere una spiaggia di Melilla dopo essere stato scaricato in mare dal battello con cui era partito dal Marocco. La barca, un mezzo non troppo grande e molto veloce, era salpata da un punto imprecisato della costa marocchina prima dell’alba. A bordo, oltre allo scafista, c’erano 18 migranti (17 uomini e una donna), tutti subsahariani. Verso le 6,30 sono arrivati di fronte al Dique Sur, una località litoranea di Melilla a breve distanza dal confine, ma per evitare di essere intercettato dalla Guardia Civil, lo scafista si è fermato lontano dall’arenile, costringendo tutti i “passeggeri” a scendere in acqua, nonostante molti non sapessero nuotare e due soltanto avessero un giubbotto di salvataggio. Mentre il battello dei trafficanti riprendeva rapidamente il largo, il gruppo di naufraghi è stato notato da riva dal servizio di vigilanza della Guardia Civil, che ha organizzato i soccorsi. I mezzi di salvataggio giunti sul posto hanno recuperato la donna (poi ricoverata per aver ingerito molta acqua di mare) e 16 uomini (di cui uno in stato di ipotermia). Appena giunti a terra, i migranti si sono resi conto che mancava un loro compagno ed hanno dato l’allarme. Il suo corpo senza vita è stato avvistato e recuperato circa cinque ore dopo, verso le 11,30, a breve distanza dal punto in cui il gruppo era stato costretto a scendere in mare.

(Fonte: El Faro de Melilla, due edizioni)

Spagna-Marocco (Melilla) 26 ottobre 2017

Un giovane migrante è morto mentre tentava di imbarcarsi clandestinamente, nel porto di Melilla, su un ferry diretto a Motril, in Spagna. Si chiamava Hecham, aveva 26 anni e veniva da Orano, in Algeria. Entrato all’inizio di settembre nell’enclave spagnola proveniente dal Marocco, era ospite del centro di residenza temporanea per i migranti. Non aveva presentato richiesta di asilo alle autorità spagnole, ma il suo obiettivo era comunque quello di raggiungere l’Europa. La sera del 25 ottobre si è nascosto sotto un tir lasciato in sosta nell’area del porto in attesa dell’imbarco sul ferry che tutti i giorni fa servizio sulla rotta per Motril, in Andalusia. Nessuno si è accorto di niente fino alle ultime fasi dell’imbarco: il tir, poco prima delle otto del giorno 26, era appena entrato nella stiva della nave e stava manovrando per parcheggiare, quando il personale di bordo ha visto rotolare il corpo del giovane tra le ruote. Lo hanno subito soccorso ma era già morente per alcune profonde ferite alla testa. Quando sono arrivati i medici del pronto intervento era ormai morto. Secondo gli accertamenti della polizia è probabile che Hecham sia scivolato o abbia perso la presa per la stanchezza e che nella caduta si sia procurato quelle lesioni mortali alla testa venendo travolto di striscio dalle ruote. I compagni del centro di residenza hanno raccontato che era al suo terzo tebntativo di arrivare in Europa, per stabilirsi in Germania. La prima volta aveva cercato di raggiungere la Spagna con una barca, che è stata però intercettata e respinta in Marocco. Il secondo tentativo era fallito a Ceuta, l’altra enclave spagnola. Infine, circa 20 giorni prima dell’incidente mortale nella stiva del ferry, era riuscito a entrare a Melilla.

(Fonte: El Faro de Melilla, edizioni del 26,  del 27 e del 28 ottobre)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 27 ottobre 2017

Due migranti subsahariani dispersi in mare, nello Stretto di Gibilterra, in seguito al ribaltamento del piccolo gommone su cui stavano tentando di raggiungere la Spagna. L’allarme è scattato alle 6,47 quando al servizio di Salvamento Maritimo di Tarifa è giunta la segnalazione della collaboratrice di una Ong che un battello con otto migranti a bordo risultava disperso, dopo essere salpato da Capo Espartel, una località della costa amarocchina sull’Atlantico, a breve distanza da Tangeri. Da Tarifa sono partiti un elicottero, l’Helimer 220, e la guardamar Concepcion Arenal e poco dopo si è scoperto che in realtà erano tre le inbarcazioni in difficoltà: il gommone segnalato con otto migranti e altri due con dieci persone a bordo ciascuno. La motovedetta, seguendo le indicazioni dell’elicotttero, li ha intercettati tutti e tre nel giro di qualche ora. Su quello segnalato dalla Ong, raggiunto per primo, sono stati trovati però soltanto 6 naufraghi anziché 8: i superstiti hanno dichiarato che il battello si era rovesciato, scaraventando tutti in acqua e che due di loro erano scomparsi tra le onde. Loro sei sono invece riusciti ad aggrapparsi al canotto e a rimetterlo in assetto, risalendo a bordo. Tutti salvi invece i 20 migranti che erano sugli altri due gommoni. I 26 recuperati dalla Concepcion sono stati trasferiti a Tarifa, dove i sei del primo gommone hanno confermato la loro testimonianza alla polizia.

(Fonte: Europasur, Sito web Salvamento Maritimo)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 1 novembre 2017

Almeno 8 migranti morti nel ribaltamento di un gommone durante le operazioni di soccorso al largo delle coste libiche. Il battello, salpato probabilmente da una delle spiagge a ovest di Tripoli con più di cento persone a bordo, è stato intercettato a 22/23 miglia dall’Africa, più di 10 miglia oltre le acque territoriali libiche, dalla nave Aquarius, della Ong Sos Mediterranee, e da una unità militare olandese inquadrata nel dispositivo Enunavformed, nel corso di una vasta operazione di ricerca e recupero coordinata dalla centrale operativa della Guardia Costiera di Roma. Alla vista dei soccorritori, come è accaduto diverse altre situazioni simili, molti migranti si sono portati d’istinto sul lato del battello verso la nave dei soccorsi, provocandone il rovesciamento parziale. Decine di persone sono finite in acqua e alcune sono annegate. Otto i corpi senza vita recuperati: 7 poco dopo e 1 nelcorso delle ricerche successive dei dispersi. Non è escluso che possano esserci altre vittime. Nello stesso tratto di mare, nell’arco della giornata sono stati condotti altri otto interventi di soccorso, portando complessivamente in salvo circa 900 migranti. Sono intervenuti mezzi navali militari di var ie nazionalità, unità della Guardia Costiera e la Aquarius di Sos Mediterranee. Le 8 salme (5 uomini e 3 donne) somno state sbarcate dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera, la mattina del 4 novembre nel porto di Reggio Calabria.

(Fonte: Agenzia Ansa, Telegiornale La 7 del 2 novembre, ore 14) 

Grecia-Turchia (isola di Kalolimnos, Dodecaneso), 3 novembre 2017   

Almeno nove vittime (3 morti e 6/7 dispersi) nel naufragio di una barca carica di migranti al largo della piccola isola di Kalolimnos, nel Dodecaneso. Il battello, peschereccio in legno di pochi metri, era salpato all’alba dalla vicina costa turca. A bordo erano in 24 o 25, incluse alcune donne e qualche bambino. Aveva superato da poco il limite delle acque territoriali turche ed era già in vista di Kalolimnos (la prima isola greca sulla rotta verso il Dodecaneso prima di Kalimnos, partendo dal litorale anatolico di Yalikavak) quando, forse per una manovra errata o il sovraccarico, si è rovesciato di colpo, scaraventando in acqua tutti gli occupanti, ed è andato a picco in pochi minuti. I soccorsi sono arrivati sia da Kalimnos che dalla vicina Turchia. Una motovedetta della Guardia Costiera greca ha recuperato 15 naufraghi (dieci uomini, quattro donne e un bambino) e il corpo di una ragazza. Altri due corpi, di uomini, trascinati dalla corrente verso la costa dell’Anatolia, sono stati trovati qualche ora più tardi da un pattugliatore della Marina turca. Nessuna traccia degli altri naufraghi: sicuramente 6 ma forse 7, secondo uno dei superstiti, il quale ha detto di non ricordare bene se alla partenza aveva contato 24 o 25 a bordo, lui compreso. Le ricerche si sono protratte, senza esito, fino al pomeriggio.

(Fonte: Ana-Mpa Agency, Associated Press Greek Reporter, Lesvos News)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 3 novembre 2017

Ventisei morti e almeno 60 dispersi (per un totale di 80/90 vittime, verosimilmente 86) in seguito al naufragio di un gommone nel Mediterraneo. I 26 corpi senza vita recuperati sono tutti di donne di origine nigeriana.  Inizialmente si era parlato di una ventina di dispersi, ma le indagini successive hanno moltiplicato il bilancio di morte. Il battello, salpato durante la notte dalla costa a ovest di Tripoli, presumibilmente dalla zona di Sabratha, è stato notato nella tarda mattinata, quando era già semi-affondato, da un elicottero decollato, per un volo di perlustrazione nel Canale di Sicilia, dalla nave militare spagnola Cantabria, inserita nella flotta di Eunavformed, che aveva appena salvato 140 migranti da  un altro battello in difficoltà. Ai tubolari del gommone, ormai quasi sgonfi per un’avaria, erano aggrappate decine di persone, mentre altre cercavano di tenersi a galla nei dintorni e c’erano già alcuni corpi che flottavano tra le onde. Seguendo le indicazioni dei piloti, la Cantabria ha fatto subito rotta verso la zona della tragedia, riuscendo a salvare 64 naufraghi. Le successive operazioni di ricerca hanno portato al recupero di 26 salme. Le vittime sono però molte di più. Dopo i primi soccorsi si è ipotizzato che al momento della patenza ci fossero a bordo almeno 100 persone. Dalle testimonianze dei superstiti, raccolte dalla polizia alcuni giorni dopo, è emerso però che erano partiti in 150 circa. I dispersi risultano dunque almeno una sessantina e le vittime 86 in tutto. Nell’arco della giornata sono stati soccorsi altri sei battelli: oltre 700 le persone tratte in salvo.

Inchiesta a Salerno. Le salme delle 26 donne sono state sbarcate la mattina del 5 novembre a Salerno, insieme ai 64 superstiti e ad altri 311 migranti salvati nei giorni precedenti nel Mediterraneo. Ha suscitato grossi interrogativi il fatto che i corpi senza vita recuperati dopo il naufragio fossero tutti di donne, tanto che la Procura ha deciso di aprire un’inchiesta. La spiegazione potrebbe essere che tante donne non ce l’hanno fatta perché “più deboli” nella competizione che deve essersi scatenata per aggrapparsi al relitto del gommone, nel tentativo di non essere trascinati via dalla corrente, e perché appesantite dai lunghi abiti. Si era fatto strada anche il sospetto che almeno in parte quelle donne fossero state gettate in mare di forza, per ritardare l’affondamnerto del gommone. L’inchiesta della Procura di Salerno, oltre a stabilire che a bordo erano in 150 circa, ha escluso che sui corpi recuperati ci fossero segni di violenza di alcun tipo: l’autopsia ha appurato che sono morte tutte per annegamento in seguito al naufragio del gommone.

(Fonti: Repubblica, Agenzia Ansa, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, Il Mattino, La Stampa, Tg La 7 edizione delle 13,30 del 3 e del 5 novembre, Il Mattino edizione del 15 novembre)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 6 novembre 2017

Cinque morti e almeno 35 dispersi per un totale sicuramente non inferiore alle 40 vittime nel naufragio di un gommone al largo delle coste libiche.  Tra le altre vite perdute, quelle di almeno 2 bambini: un neonato morto e un piccolo di pochi anni dato per disperso. Il battello era salpato durante la notte da una località del litorale a ovest di Tripoli. A bordo c’erano come minimo 145 persone: lo hanno appurato la squadra mobile di Ragusa e la Guardia di Finanza di Pozzallo sulla base delle dichiarazioni dei superstiti, smentendo le contraddittorie fonti libiche, alcune delle quali parlavano di 110 migranti salpati e altre di circa 140. La navigazione si è rivelata subito difficile, a causa del mare mosso e delle pessime condizioni del natante, che ha presto cominciato a imbarcare acqua. L’allarme è scattato verso le 7 del mattino, quando la Sea Watch 3, la nave della omonima Ong tedesca, che incrociava in acque internazionali, ha ricevuto dalla centrale operativa della Guardia Costiera di Roma una chiamata d’emergenza con la disposizione di raggiungere e prestare soccorso al gommone che, ormai in procinto di affondare, si trovava in quel momento circa 30 miglia a nord di Sidi Bilal (Tripoli) e, dunque, fuori sia dalla fascia di 24 miglia di pertinenza libica sia, a maggior ragione, fuori dalla fascia di 12 miglia delle acque territoriali. La richiesta di aiuto è stata intercettata anche da una nave militare francese che era in zona. Nel punto indicato dalla segnalazione di Roma la Sea Watch 3 è giunta poco dopo una motovedetta della Marina di Tripoli, la Ras Jedir. E, secondo la denuncia della Ong tedesca, a causare la tragedia sarebbe stato proprio il comportamento dell’equipaggio libico, accusato di aver interrotto o comunque impedito almeno in parte il recupero già in corso dei naufraghi da parte dei volontari della Sea Watch 3.

La denuncia di Sea Watch. “Alle 7 di questa mattina – ha dichiarato Johannes Bayer, leader della Ong, a operazione conclusa – l’equipaggio della Sea Watch 3 ha ricevuto una chiamata dal Mrcc di Roma: un gommone di migranti stava naufragando a nord di Tripoli ed aveva chiesto soccorso. La nostra nave è arrivata quasi contemporaneamente ad una motovedetta della Guardia Costiera libica, che ha avvicinato e agganciato il gommone, cominciando a prendere a bordo i migranti. Molti di questi, nel corso dell’operazione, sono stati minacciati e picchiati dall’equipaggio. Sul gommone, sempre agganciato alla motovedetta, è allora scoppiato il panico e molti sono caduti in mare”. Il battello, sempre più sgonfio, forse danneggiato anche dall’urto contro la motovedetta, stava affondando rapidamente e molti si sono gettati in acqua per cercare di raggiungere a nuoto i mezzi di salvataggio calati nel frattempo dalla Sea Watch 3, in modo, tra l’altro, da non essere ricondotti di forza in Libia. E’ stato questo il momento cruciale della tragedia. Per impedire evidentemente che altri migranti potessero rifugiarsi sulla Sea Watch 3, ricostruisce la Ong, “la motovedetta della Guardia Costiera è partita a grande velocità, anche se le persone erano ancora in mare, aggrappate ai tubolari del gommone, trascinandole via. Un elicottero della Marina italiana è dovuto intervenire e, dopo le ripetute richieste via radio della Sea Watch 3, per comunicare ai libici il pericolo che correvano i naufraghi in mare, ha fermato temporaneamente la motovedetta. Almeno 5 persone sono morte. Tra le vittime, un bimbo che non è stato possibile rianimare nonostante gli sforzi dei medici della Sea Watch 3. E’ scomparso inoltre un altro bambino piccolo”.

Il racconto del testimone. La ricostruzione di Johannes Bayer è stata confermata da Gennaro Giudetti, il volontario che ha recuperato in mare il corpicino del bimbo che i medici hanno tentato invano di rianimare. Nel suo racconto ha aggiunto numerosi particolari, specificando che, quando la Sea Watch 3 è arrivata, il mare era già pieno di naufraghi e cadaveri, mentre il gommone, bucato, stentava a galleggiare. Da qui, appunto, la decisione di mettere subito due mezzi di salvataggio in acqua per salvare quante più persone possibile e, poi, la reazione della Guardia Costiera libica: “I militari libici – ha riferito Giudetti – sembravano non interessarsi a quelli che erano più lontani da loro, tra cui diversi già senza vita: hanno lanciato corde alle quali i naufraghi si aggrappavano per salvarsi. Ma molti, sapendo che sarebbero ritornati in Libia, dove le violenze sono all’ordine del giorno, hanno cercato di nuotare verso di noi. I libici all’inizio sembravano collaborativi, non ostacolavano chi voleva venire via. Poi però ci hanno urlato di andarcene, lanciandoci anche addosso delle patate. Nello stesso tempo, sulla nave, hanno iniziato a prendere a frustate e a bastonate chi era già a bordo ma cercava di ributtarsi in mare per venire da noi. Tante frustate e bastonate. Ma quei migranti continuavano a provarci: erano pronti a tutto, anche perché vedevano che alcuni dei loro parenti erano già in salvo sui nostri gommoni ed erano disperati per la separazione”.

La versione dei libici. La Guardia Costiera libica ha ribaltato le accuse. In un comunicato diffuso in serata, il generale Ayoub Qassim, portavoce della Marina, ha dichiarato che la Sea Watch 3 sarebbe “comparsa” a salvataggio già iniziato da parte della motovedetta Ras Jedir, provocando “caos e confusione tra i migranti”. Molti, inclusi alcuni già prelevati dal gommone e portati a bordo – ha aggiunto – si sono gettati in mare per cercare di raggiungere la nave tedesca. “Sea Watch 3 – è la conclusione dei libici – si è rifiutata di ascoltare le istruzioni di allontanarsi dalla scena, causando la morte di numerosi migranti illegali e ostacolando gli sforzi del nostro equipaggio”.

Non una parola, da parte di Ayoub Qassim, sul fatto che la Sea Watch 3 è stata inviata sul posto dal comando della Guardia Costiera italiana proprio per partecipare alle operazioni di soccorso. Certo è, in ogni caso, che la totale mancanza di collaborazione e coordinamento (a breve distanza – ha fatto notare Sea Watch – c’era anche la nave militare francese che sarebbe potuta intervenire) e la pretesa libica di gestire “in proprio” l’operazione, nonostante si fosse in acque internazionali, hanno avuto come risultato la morte di numerosi naufraghi. Le prime notizie parlavano di 5 morti (tra cui un neonato), di un disperso (anche questo un bambino) e di 106 migranti tratti in salvo: 47 riportati in Libia dalla motovedetta e 59 presi dalla Sea Watch 3, che ha anche recuperato 4 cadaveri di adulti più il corpicino del bimbo morto poco dopo essere stato portato a bordo. Le indagini condotte dalla polizia italiana dopo lo sbarco dei supertsiti a Pozzallo hanno moltiplicato le dimensioni della tragedia: al momento della partenza – hanno riferito concordi i testimoni – a bordo del gommone erano saliti in 145, forse qualcuno in più. Ai 5 morti accertati vanno dunque aggiunti non meno di 35 dispersi, incluso il bimbo segnalato fin dall’inizio. Un’ipotesi confermata dalle dichiarazioni di Gennaro Giudetti: “Quando siamo arrivati almeno 20 persone erano già annegate ma non siamo riusciti a recuperarne i corpi perché era prioritario salvare chi era ancora in vita”. Le vittime, dunque, dovrebbero essere in totale come minimo 40, tra cui i circa 20 morti visti subito da Giudetti e i 5 di cui è stato recuperato il corpo. Le salme dei 4 adulti sono state trasferite sulla nave militare francese e poi sulla Aquarius di Sos Mediterranee, che le ha sbarcate a Pozzallo. Quella del bimbo è rimasta sulla Sea Watch 3, dove era stata portata la madre, una ragazza nigeriana di 26 anni che è riuscita a salvarsi ma si è vista strappare dalle braccia il figliolettto dal mare nelle fasi concitate del naufragio.

(Fonti: Ong Sea Watch, Mediterraneo Cronaca, Repubblica, Libyan Express, Libya Observer, Il Fatto Quotidiano, Rai News 24, Il Giornale, Vita, Il Giornale di Sicilia, Agenzia Ansa edizioni del 6, 7 e 9 novembre, sintesi del comunicato della marina libica ripreso da Repubblica e dal Libya Observer).

Grecia-Turchia (Lesbo, mar Egeo), 10/11 novembre 2017

Cinque profughi morti, una intera famiglia, nel naufragio di una piccola barca al largo di Lesbo. L’allarme è scattato quando tre corpi senza vita sono stati trascinati dalla corrente sulla costa nordest dell’isola: due di ragazzini dell’età apparente di poco più di dieci anni, un maschio e una femmina, e il terzo di una giovane donna. La prima salma, quella del ragazzo, è affiorata venerdì 10 sul litorale di Madamados. Il mattino del giorno successivo, nella stessa zona, è stata trovata la ragazzina. Poco dopo gli uomini della capitaneria di porto di Mytilene, giunti sul posto per il recupero, hanno notato in mare, a breve distanza dalla riva, il terzo cadavere. A giudicare dallo stato generale di conservazione, le tre salme erano in acqua da diverso tempo. E’ subito apparso evidente che doveva essersi verificato il naufragio di una barca o di un gommone di cui non si era avuta notizia fino a quando il mare non ha cominciato a restituire i corpi. Stando al numero medio di profughi sui battelli provenienti ogni giorno dalla vicina Turchia, si è ipotizzato che dovevano esserci anche numerosi dispersi: forse, in totale, una quarantina di vittime. Le successive indagini hanno poi portato a concludere che le vittime dovrebbero essere cinque in tutto, una famiglia composta da una coppia e tre figli, in fuga dalla Turchia, dove i genitori erano  perseguitati dal regime di Erdogan, con l’accusa di aver fatto parte del movimento gulenista e di essere implicati nel fallito colpo di stato.

La famiglia perseguitata. Familiari e amici hanno permesso di ricostruire tutta la vicenda. Le vittime sono Huseyn Maden, 40 anni, sua moglie Nur Maden, 36 anni, entrambi insegnanti, e i figli Nadir (13 anni), Bahar Maden (10 anni) e Feridun (7 anni). Finiti sotto inchiesta come esponenti del movimento Gulen, i genitori hanno deciso di fuggire per cercare rifugio in Europa. Raggiunta la costa turca di fronte a Lesbo all’inizio di novembre, hanno contattato alcuni trafficanti per trovare posto su uno dei tanti gommoni che quasi ogni notte traghettano profughi verso le isole greche dell’Egeo ma, non avendo i 5 mila euro richiesti per il passaggio, si sono procurati una piccola barca di legno, per tentare la traversata da soli. L’ultimo contatto con i familiari in Turchia c’è stata la notte stessa della partenza, quando erano già in mare: hanno comunicato che erano ormai in vista di Lesbo, non lontano dalla riva. Da quel momento non si è saputo più nulla, fino a quando sulla spiaggia di Madamados, il 10 e l’11 novembre, non sono approdati i corpi senza vita dei due figli maggiori e della madre.

(Fonti: Lesvos News, sito Enough is Enough, Associated Press Greek Reporter, sito  Rsa Rspaegean, Ekathimerini del 12 novembre;. Praktoreio e Ana Mpa del 22/23)

Libia (Al Maya, Zawiya), 12-16 novembre 2017

I corpi senza vita di tre migranti sono stati recuperati, tra il 12 e il 16 novembre, sul litorale di Al Maya, una piccola città costiera nel distretto di Zawiya, 50 chilometri circa a ovest di Tripoli. I primi due sono affiorati il giorno 12, il terzo quattro giorni dopo. Lo ha riferito il rapporto Maritime Incidents Libyan Coast Update relativo al periodo compreso tra il 25 ottobre e il 28 novembre. Il dossier, curato dall’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera, non specifica le circostanze precise del ritrovamento né della morte delle tre vittime. Nei giorni immediatamente precedenti il recupero delle salme non sono stati segnalati naufragi. Gli unici episodi di possibile riferimento sono il gommone affondato il 3 novembre a oltre 20 miglia dalla costa dopo essere salpato da Sabratha, almeno 30 chilometri più a ovest, e quello andato a picco il giorno sei, 30 miglia al largo di Tripoli. Anche se non si può escludere, la distanza geografica e il tempo trascorso sembrano rendere remota la possibilità di un eventuale collegamento con questi due “casi”. Se non c’è un rapporto con questi due naufragi, si potrebbe ipotizzare un incidente di cui non si è avuta notizia fino a quando il mare non ha restituito le salme. Allo stato dei fatti, però, la provenienza precisa di quei tre corpi resta da stabilire.

(Fonte: Maritime Incidents Libyan Coast Update, 25 ottobre – 28 novembre)

Marocco-Spagna (Ceuta, frontiera di Bab Septa), 17 novembre

Un migrante marocchino di appena 14 anni è morto travolto dall’autobus sotto il quale si era nascosto per cercare di entrare nell’enclave spagnola di Ceuta. Originario di Tangeri, aveva raggiunto la zona del posto di frontiera di Bab Septa, sempre molto affollato di venditori e commercianti in attesa delle formalità di controllo. Eludendo la sorveglianza, si era intrufolato sotto un bus con targa spagnola, aggrappandosi alla meglio a qualche sostegno. E’ rimasto lì nascosto fino a quando, verso le 15, il bus è partito ed ha quasi raggiunto la linea di confine. Era ancora in territorio marocchino quando, forse perché vinto dalla stanchezza o perché ha fatto un movimento brusco per sporgersi a controllare che fosse nella giusta direzione, il ragazzino ha perso la presa ed è scivolato sull’asfalto, finendo sotto le ruote, che lo hanno travolto e schiacciato. Nelle vicinanze c’erano numerose persone che hanno cercato subito di soccorrerlo ma è morto pochi minuti dopo. Il bus è stato sequestrato per le indagini.

(Fonte: El Faro de Ceuta).

Marocco-Spagna (Ceuta, isola di Santa Catalina), 19 novembre

Tre migranti subsahariani sono annegati e uno risulta disperso nel tentativo di raggiungere una spiaggia della enclave spagnola di Ceuta, dopo che gli scafisti, che li avevano imbarcati in Marocco, li hanno costretti a scendere in mare a notevole distanza dalla riva. Altri 21 si sono salvati. Il battello, presumibilmente un gommone molto veloce, è partito in piena notte da un punto imprecisato della costa di Tangeri, pilotato da due trafficanti. All’altezza di Ceuta sono arrivati intorno alle 4 del mattino ed hanno puntato verso Santa Catalina, una piccola isola che negli anni 90 è stata unita alla penisola di Alimina. Si tratta di un punto molto pericoloso, noto per le forti correnti e le onde di marea, ma gli scafisti, anziché accostare il più possibile per rendere meno rischioso lo sbarco, hanno preteso che tutti i migranti si gettassero in acqua, anche quelli che non sapevano nuotare, e poi sono subito ripartiti per sottrarsi ad eventuali interventi della polizia. Quando i primi migranti sono arrivati a terra hanno subito dato l’allarme, avvertendo le forze di sicurezza. La Guardia Civil e il Servizio di Salvamento hanno iniziatio le ricerche, con l’intervento anche di un elicotttero. Alla fine della mattinata si sono contati 21 superstiti, tra i quali una giovane donna in stato di gravidanza. Tre corpi senza vita sono stati recuperati dal servizio marittimo: si tratta di due giovani e un adolescente. La polizia, sulla base delle indicazioni dei naufaghi, ha diramato anche in Marocco mandati di ricerca dei due scafisti.

Il migrante disperso. Poiché alcuni superstiti hanno dichiarato che alla partenza erano in tutto 24, le ricerche sono state interrotte dopo il recupero dei tre cadaveri. Nelle ore successive, però, le indagini si sono riaperte in seguito al ritrovamento di un passaporto che non risutava appartenere né alle vittime, né a qualcuno dei sopravvissuti. Ha preso consistenza, così, l’ipotesi che ci fosse anche un disperso, come avevano segnalato peraltro altri superstiti, secondo i quali in realtà erano salpati dal Marocco in 25 e non in 24. La conferma è venuta dall’Olanda: un migrante subsahariano ha segnalato che un suo giovane parente, la cui identità corrisponde a quella del passaporto ritrovato, era partito la notte del 18 novembre proprio con quel gommone dal Marocco per raggiungere Ceuta e poi l’Europa.

(Fonte: El Faro de Ceuta  due edizioni del 19 ed edizione dell’1 dicembre)

Grecia-Turchia (frontiera dell’Evros), 22 novembre 2017

Un giovane migrante è morto poco dopo essere entrato in Grecia dallaTurchia. Il suo corpo senza vita era in una piccola casa abbandonata alle porte di un villaggio sulle montagne della regione dell’Evros, non lontano dalla linea di confine. A trovarlo sono stati alcuni abitanti del posto, che hanno avvertito la polizia. Indosso non gli sono stati trovati documenti: secondo il rapporto degli inquirenti doveva avere tra 20 e 30 anni e non è chiaro se sia di origine asiatica o nord africana. A giudicare dallo stato di conservazione, la salma doveva essere lì già da qualche giorno. La zona è uno dei più frequentati punti di passaggio dei profughi che, provenienti dalla Turchia, cercano di entrare in Europa passando dalla Grecia. Secondo le guardie di frontiera è probabile che sia riuscito a eludere i controlli ed a passare il confine in piena notte, magari insieme ad altri migranti, trovando provvisoriamente rifugio in quella casa abbandonata. Doveva essere molto provato e non ce l’ha più fatta a proseguire: la fatica, il freddo e le privazioni lo hanno ucciso.

(Fonte: Associated Press Greek Reporter)

Croazia-Serbia (posto di confine a Tovarnik), 22-23 novembre 2017

Una piccolissima profuga afghana è stata investita e uccisa da un treno a Tovarnik, un villaggio croato sul confine serbo. Aveva solo sei anni. La zona di Tovarnik, all’estreno est del paese, nella municipalità di Vukovar, è diventata negli ultimi anni uno dei principali punti di passaggio, lungo la via balcanica, per i migranti entrati in Serbia dalla Grecia, dalla Bulgaria e dalla Macedonia, perché in quel tratto la frontiera, altrove segnata in gran parte dal Danubio, segue per decine di chilometri una “linea di terra”, in una regione scarsamente popolata. La famiglia della bimba e il piccolo gruppo di profughi a cui si era unita, avevano percorso esattamente questo itinerario. Verso sera sono riusciti tutti a passare il confine a piedi, ma poco dopo, quasi all’altezza della stazione ferroviaria di Tovarnik, una pattuglia della polizia li ha intercettati e bloccati, in attesa di rimandarli in Serbia l’indomani mattina. L’incidente è avvenuto nei minuti successivi, tra i binari, alle soglie dello scalo. Non sono note le circostanze precise: forse nella concitazione del momento i genitori hanno perso di vista nel buio la bambina o forse lei si è allontanata di colpo perché impaurita. Sta di fatto che è stata investita da un treno merci a pochi metri di distanza dal punto in cui la polizia aveva fermato il gruppo di migranti ed è morta quasi subito. Quando è accorsa l’equipe di Medici Senza Frontiere che presidia la zona non c’era più nulla da fare. Si tratta, secondo il rapporto di Msf, della settima vittima tra i profughi, dall’inizio dell’anno, lungo la linea di confine tra Croazia e Serbia.

(Fonti: Sito di Medici Senza frontiere, Are You Syrious)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 22-23 novembre 2017

Il corpo senza vita di una giovane donna è stato trovato dall’equipaggio di Sos Mediterranee su un gommone al largo della Libia, a est di Tripoli. La scoperta è stata fatta durante una duplice operazione di soccorso: prima a un barcone di legno e poi al gommone. I due battelli, con a bordo complessivamente 421 profughi, in massima parte eritrei e somali, erano salpati dalla zona di Garabullì, a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, la notte tra mercoledì 22 e giovedì 23 novembre. Il primo ad essere avvistato dalla nave Aquarius, la mattina dopo, è stato il barcone: era in acque internazionali, a quasi 30 miglia dalla costa africana. Dopo averlo raggiunto, sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana, l’unità della Ong francese ha iniziato il trasbordo dei profughi, condotto gradualmente e con la massima calma possibile, per prevenire scene di panico e pericolose calche che avrebbero potuto mettere a rischio la stabilità del battello stracarico. Poco dopo è stato  intercettato il gommone. Sono scattati di nuovo i soccorsi e nella fase finale di questa operazione è stata trovata, in fondo allo scafo, la salma della giovane donna. Alcune compagne della vittima hanno riferito al personale di Medici Senza Frontiere, a cui è affidata l’assistenza sanitaria a bordo dell’Aquarius, che la ragazza, pochi giorni prima dell’imbarco, aveva partorito, nel centro di detenzione dei trafficanti, un bambino nato morto. Un parto difficile, senza alcun tipo di assistenza tranne l’aiuto di alcune altre detenute, che l’aveva lasciata stremata. E’ salita ugualmente sul gommone, ma durante la traversata, in piena notte, è morta. E’ probabile che a ucciderla sia stata la setticemia, contratta per le condizioni in cui è avvenuto il parto.

(Fonte: Globalist, rapporto di Medici Senza Frontiere, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Libia (Tripoli), 23 novembre 2017

I corpi senza vita di due migranti, portati a riva dal mare, sono stati recuperati sul litorale di Tripoli. Ne dà notizia il rapporto Maritime Incidents Libyan Coast per il periodo compreso tra il 19 novembre e il primo dicembre, pubblicato dall’Oim. Ignota la provenienza delle due salme. Nei giorni immediatamente precedenti non sono stati segnalati battelli di migranti affondati. Il possibile riferimento più “prossimo” è il ritrovamento di tre salme tra il 12 e il 16 novembre, ma 50 chilometri più a ovest, sulla costa di Al Maya. Il naufragio più vicino nel tempo risale invece al 6 novembre, 17 giorni prima, ma piuttosto distante, a oltre 30 miglia al largo di Sidi Bilal. Nel bollettino non si fa cenno ad alcuna  ipotesi, né dell’Oim né della Guardia Costiera.

(Fonte: Maritime Incidents Libyan Coast 19 novembre – 1 dicembre)

Libia (centro detenzione Bani Walid), 24 novembre 2017

Una giovane donna è morta nel centro detenzione di Bani Walid, in Libia, dopo aver dato alla luce un bambino, a causa delle condizioni estreme in cui è avvenuto il parto, in un camerone della prigione e senza alcuna forma di assistenza. Lo ha raccontato un’altra migrante, originaria del Camerun, una dei 421 profughi tratti in salvo dalla nave Aquarius su un barcone in legno e su un gommone, la mattina del 23 novembre, a circa 30 miglia dalla costa libica, di fronte al litorale di Garabulli. L’episodio della donna morta risale ad alcune settimane prima: la giovane camerunense ne ha parlato descrivendo agli operatori di Sos Mediterranee gli orrori di cui sono vittime i detenuti, ma soprattutto le donne, a Bani Walid, uno dei lager più tristemente famosi della Libia, situato circa 125 chilometri a sud ovest di Misurata e 150 a sud est di Tripoli. “In prigione le donne morivano – ha detto – Una è deceduta dopo aver partorito: il cordone era stato tagliato col filo. Non c’è niente: niente medicine, niente cure… Non ci si poteva lavare. Anzi, l’acqua non era nemmeno potabile. La tratta dei neri è diffusa in Libia, dove tutti sono armati, anche i bambini. Prendono le donne, le imprigionano, le torturano, le spogliano. Anche gli uomini e i bambini sono sodomizzati. E spezzano le dita alle ragazze serrandole nelle porte…”.

(Fonte: The Globalist)   

Grecia-Turchia (Egeo al largo di Lesbo), 25 novembre 2017

Un bimbo afghano, profugo con la sua famiglia (i genitori e due fratellini più piccoli), è morto al largo dell’isola di Lesbo nel corso delle operazioni di salvataggio al gommone su cui si era imbarcato. Aveva solo 10 anni. Il battello era salpato durante la notte dalla costa turca con 66 migranti, quasi tutti in fuga dall’Afghanistan. Poco prima dell’alba è stato intercettato da una nave della Marina bulgara aggregata alla flotta di Frontex, che ha accostato per iniziarne il recupero. Appena sono iniziate le operazioni di trasbordo si è scatenata una ressa tra i profughi per salire sulla nave e, a quanto hanno riferito i genitori, il piccolo ne è stato travolto e calpestato. Il suo corpo è stato trovato e recuperato quando quasi tutti gli altri migranti erano stati trasferiti sull’unità bulgara, che ha poi raggiunto alla massima velocità Lesbo. Una volta in porto a Mytilene, il piccolo è stato trasferito d’urgenza all’ospedale nella speranza di poterlo rianimare, ma i medici non hanno potuto che constatarne la morte, avvenuta per soffocamneto e schiacciamento. Alla notizia che non c’era più nulla da fare, la madre ha cercato di gettarsi dalla murata del porto: l’hanno fermata due marinai della guardia costiera.

(Fonte: Ana Mpa Agency, Practoreios, Ekathimerini, Il Fatto Quotidiano, Sito Web Lesvos News: messaggi di Moving Europe, Erci, Bruno Tersago e Jan Willelm Ham)

Libia (al largo di Garabulli), 25 novembre 2017

Trentuno morti e non meno di 40 dispersi, per un totale di 71 vittime, nel naufragio di un gommone carico di migranti al largo delle spiagge libiche di Al Hamza e Bulali. Il battello era salpato venerdì 24 dal litorale di Garabulli, circa 67 chilometri a est di Tripoli, lungo la strada che conduce alla città portuale di Homs. A bordo, secondo le testimonianze dei circa 60 superstiti, erano saliti in oltre 130, tutti di origine subsahariana. La navigazione è proceduta lentamente e con difficoltà anche a causa del sovraccarico, fino a quando, a 30 miglia circa dalla riva, il gommone ha cominciato ad affondare per il cedimento dei tubolari pneumatici. La richiesta di soccorso è stata captata dalla Marina libica. “Le nostre unità – ha dichiarato il generale Ayub Qassim, portavoce della Guardia Costiera – hanno intercettato il battello in mattinata. C’erano numerosi migranti aggrappati a quello che restava dei tubolari, altri cercavano di tenersi a galla nei dintorni e c’erano già numerosi cadaveri che flottavano tra le onde”. I soccorritori hanno tratto in salvo una sessantina di naufraghi e recuperato 31 salme. I dispersi risultano dunque almeno 40. I naufraghi e i 31 corpi senza vita (tra cui quelli di 18 donne e 3 bambini) sono stati sbarcati nell porto di Tripoli. Durante le operazioni di salvataggio – ha riferito la Guardia Costiera – alcune salme sono state attaccate e divorate dagli squali prima che potessero essere recuperate. I sopravvissuti sono stati rinchiusi in un centro di detenzione.

Partenze intensificate a est di Tripoli. Mentre era in corso l’intervento per recuperare il gommone affondato, nelle stesse acque è scattata l’emergenza per un altro gommone in difficoltà. A bordo c’erano 140 migranti, anch’essi provenienti in grande maggioranza dall’Africa subsahariana e salpati da Garabulli. Sono stati tratti tutti in salvo prima che il battello affondasse e, dopo lo sbarco a Tripoli, condotti in un centro di detenzione. Sempre da Garabulli erano partiti altri due gommoni, con un totale di oltre 250 migranti, intercettati dalla Guardia Costiera libica nella giornatna di venerdì a oltre 30 miglia dalla riva. Diverse partenze da Garabulli sono state segnalate nei giorni precedenti. E’ la conferma che i trafficanti hanno intensificato le “spedizioni” dal litorale a est di Tripoli, “aggirando” l’attenzione concentrata sui tradizionali punti d’imbarco a ovest, tra Zawiya, Zuwara e Sabratha, fino a 90 chilometri dal confine con la Tunisia.

(Fonti: France Presse, Agenzia Ansa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, La Stampa, Libyan Express, Tg La 7, Rai News)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 25-28 novembre 2017

Almeno 9 morti e un numero imprecisato di dispersi su una imbarcazione affondata nello Stretto di Gibilterra. Tutte le vittime sono migranti subsahariani. Il naufragio è rimasto sconosciuto fino a quando il mare non ha cominciato a restituire i corpi sul litorale di Cadice e su quello marocchino di Tangeri. Il primo è stato avvistato, nel pomeriggio di sabato 25 novembre, intorno alle sedici, da un battello da pesca: flottava sulle onde al largo della scogliera di Barbate. Un pattugliatore della Guardia Civil, seguendo queste indicazioni, ha rintracciato e recuperato la salma prima del buio. Poche ore dopo, nella tarda serata, un altro corpo senza vita è stato visto galleggiare da una unità della Marina portoghese, che a sua volta ha allertato la Guardia Civil spagnola. In nottata il cadavere è stato raggiunto e recuperato da una motovedetta partita da Tarifa. Era evidente, a questo punto, che doveva esserci stato il naufragio di un battello, molto probabilmente un gommone, carico di migrati subsahariani. La conferma è arrivata dal Marocco, dove la corrente ha spiaggiato sei cadaveri, come ha riferito la Ong Caminando Fronteras ed ha poi confermato la polizia marocchina. Un altro cadavere (un uomo di 30/40 anni), infine, è affiorato nel tardo pomeriggio di martedì 28 novembre di fronte a Capo Trafalgar, tra Conil de la Frontera e Barbate: avvistato da  un diportista, è stato raggiunto da una motovedetta della Guardia Civil e trasferito nell’obitorio di Barbate. Non essendoci sopravvissuti, restano sconosciute le circostanze esatte della tragedia. E’ verosimile che ci siano anche dei dispersi ma non avendo elementi per stabilire nemmeno le dimensioni della barca affondata, non si è in grado di ipotizzarne il numero approssimativo.

(Fonti: La Voz de Cadiz, Europasur, Diario de Cadiz, Europa Press, Caminando Fronteras).

Spagna (Melilla), 27 novembre 2017

Un giovane migrante maghrebino è stato trovato morto, nel porto commerciale di Melilla, all’interno di un container che doveva essere caricato su una nave diretta ad Almeria, in Spagna. La scoperta è stata fatta casualmente dalla polizia di frontiera durante le operazioni doganali di controllo della merce  in transito, la sera prima della partenza del cargo. Il ragazzo deve essersi introdotto e chiuso all’interno del container diverso  tempo prima, quasi certamente più di un giorno, eludendo la vigilanza portuale, nella speranza di poter raggiungere la Spagna, ma quello spazio angusto, privo di ventilazione, si è trasformato in una trappola da cui non è  stato più in grado di uscire, morendo per asfissia. Indosso non gli sono stati trovati documenti ma si tratta di uno dei migranti ospitati nel Ceti, il centro di accoglienza dell’enclave spagnola, dopo essere entrato clandestinamento dal Marocco. La magistratura ha diramato ricerche per rintracciare eventuali familiari o conoscenti.

(Fonte: El Faro de Melilla)

Grecia (tra Kavala e Salonicco), 28 novembre 2017

Quattro profughi afghani entrati clandestinamente in Grecia sono morti in un incidente stradale, nel tentativo di sfuggire a un controllo di polizia. E’ accaduto lungo la statale che conduce da Kavala a Salonicco, nell’est del Paese.  Le vittime erano a bordo di un’auto caravan insieme ad altri cinque afghani, incluso l’autista, un migrante che ha già ottenuto asilo in Grecia. Venivano da Kavala, il principale porto dell’Est della Grecia sull’Egeo. E’ presumibile che fossero sbarcati da poco e che l’autista sia andato a prenderli per condurli ad Atene o in un’altra località greca, in attesa di proseguire il viaggio verso la Germnaia o il Nord Europa. Lungo la strada per Salonicco sono incappati in un posto di blocco ma l’autista, anziché fermarsi, ha accelerato la corsa. Inseguito dalla polizia, ha imboccato a tutta velocità una strada sterrata laterale, nel tentativo di nascondersi ma ha perso il controllo della guida e l’auto è volata fuori strada, in fondo a una scarpata. Quattro dei nove a bordo sono morti e gli altri sono rimasti feriti, uno in modo grave. L’auto risulta intestato a un pakistano residente ad Atene.

(Fonte: Agenzia Ana Mpa)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 29 novembre 2017

Tre profughi subsahariani annegati e uno disperso, per un totale di 4 vittime, nel naufragio di un piccolo battello pneumatico nello Stretto di Gibilterra. Altri due migranti si sono salvati. L’intera zona, tra Tarifa, Cadice e Algeciras, era investita da una forte burrasca, con acquazzoni, vento e mare irregolare, con ampi tratti soggetti a intense perturbazioni e onde molto alte. Il piccolo gommone dei sei migranti ha ceduto ed è affondato. L’allarme è scattato quando da una nave in transito nello Stretto hanno visto a distanza un uomo tra le onde, che si aggrappava ai resti di un canotto pneumatico. Un elicottero del Salvamento Maritimo, l’Helimer 2019, lo ha raggiunto e tratto in salvo. Appena a bordo, il naufrago ha raccontato che sulla barca erano partiti in sei, ma che aveva perso ogni contatto con i compagni. Lo stesso elicotttero, oltre a diramare le ricerche, ha individuato un altro naufrago in acqua, riuscendo a salvarlo. La salvamar Arcturus ha invece trovato e recuperato tre corpi senza vita, prima uno e poi, più distanti, gli altri due. I superstiti sono stati ricoverati uno nell’ospedale di Algeciras e l’altro in quello di Jerez. Sono continuate fino a notte le ricerche del disperso.

(Fonti: Europasur, La Voz de Cadiz, El Diario, Sito Salvamento Maritimo, Sito  di Caminando Fronteras)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra), 28-30 novembre 2017

Ventotto migranti morti, dispersi in mare senza più alcuna speranza di ritrovarli in vita, in seguito al naufragio del gommone con il quale stavano tentando di arrivare in Spagna dal Marocco. Il battello è salpato dalla costa di Tangeri la notte tra il 27 e il 28 novembre, puntando verso l’Andalusia. La navigazione si è rivelata presto difficile, perché le condizioni meteomarine sono peggiorate rapidamente e in poche ore si è scatenata una forte burrasca su tutta l’area dello Stretto di Gibilterra, sia nel versante atlantico che in quello mediterraneo. L’allarme è scattato nella tarda mattina del 28, quando la Ong Caminando Fronteras, avvertita che alcuni amici rimasti in Marocco avevano perso ogni contatto con i migranti sul gommone, si è messa in comunicazione con il Salvamento Maritimo spagnolo. Sono state mobilitate per le ricerche due motovedette, coadiuvate da un elicottero da ricognizione. Quasi nello stesso tempo sono scattate altre emergenze per battelli di migranti dispersi o in difficoltà nella stessa zona e la burrasca è cresciuta d’intensità, rendendo le ricerche ancora più difficili. Nulla per tutta la giornata del 28 e nulla anche il 29. Le prime notizie sono arrivate la mattina del 30 dal Marocco: il gommone era stato risospinto dal mare verso la costa di Tangeri ed era naufragato a qualche miglio dalla riva. Una motovedetta della Marina marocchina ha raggiunto la zona ed è riuscita a trarre in salvo sei naufraghi, 5 uomini e una donna provenienti dalla Costa d’Avorio o dalla Guinea, tutti fortemente provati e con evidenti sintomi di ipotermia, tanto da dover essere ricoverati nell’ospedale di Tangeri. Nessuna traccia degli altri 28. Non ci sono dubbi, come ha riferito l’unica donna sopravvissuta alla polizia, che si tratti proprio del gommone disperso. Per questo le ricerche del Salvamento Maritimo spagnolo sono proseguite anche per tutta la giornata del 30. Senza fortuna.

(Fonti: Europasur, El Faro de Ceuta, Sito Web Caminando Fronteras, Soto Web di Salvamento Maritimo)

Spagna (Maro, Malaga), 4 dicembre 2017

Un giovane profugo subsahariano è annegato a poca distanza dalla riva, sul litorale del parco di Sierras de Tejeda, nel municipio di Nerja, in Andalusia. Era a bordo di una barca con a bordo, lui compreso, 35 migranti, tra cui sei donne e un minorenne. Del battello, un semirigido di pochi metri, si erano perse le tracce dalla tarda mattinata di domenica, dopo che era partito qualche ora prima dalla costa di Tangeri, in Marocco. L’ultimo contatto con una Ong informata della partenza si era avuto verso mezzogiorno. Da quel momento sono iniziate le ricerche, interrotte per il buio domenica sera e riprese poi all’alba di lunedì. Nessuna traccia ancora fino al tardo pomeriggio, quando la barca è stata localizzata da un aereo da ricognizione, il Sasemar 102 del Salvamento Maritimo, a breve distanza dalla costa andalusa. Mentre veniva avvertita la Guardia Civil, i 35 migranti sono quasi arrivati a terra, davanti alla spiaggia di Maro, 60 chilometri a est di Malaga e a circa 50 da Motril, che si trova ancora più a est. Erano a poche decine di metri dalla spiaggia quando il giovane si è gettato in mare: forse pensava che l’acqua fosse più bassa o forse voleva eclissarsi, raggiungendo la costa a nuoto, per sfuggire ai controlli della Guardia Civil. Sta di fatto che in breve è sparito tra le onde ed i suoi compagni non sono stati in grado di aiutarlo. Quando il mare lo ha restituito, spingendolo verso la spiaggia, era ormai senza vita. Tutti gli altri 34 migranti sono apparsi molto provati dai quasi due giorni trascorsi in mare, con forti sintomi di ipotermia, tanto da dover essere trasferiti al pronto soccorso e negli ambulatori della Corce Rossa.

(Fonti: Malaga Hoy, El Diario de Malaga, Sito del servizio Salvamneto Maritimo).

Spagna-Marocco (mare di Alboran, Stretto), 13 dicembre 2017

Dai 2 ai 3 dispersi su un gommone soccorso mentre stava naufragando nelle acque dell’isola di Alboran, di fronte alla costa di Tangeri. E’ stato l’epilogo di una giornata molto difficile nello Stretto di Gibilterra, con 9 battelli carichi di migranti in difficoltà per il mare mosso, dopo essere salpati dal Marocco per raggiungere l’Andalusia. Le operazioni di soccorso, condotte dal Salvamento Maritimo spagnolo e dalla Guardia Costiera marocchina, si sono protratte dalla tarda mattinata fino a sera inoltrata. Le motovedette partite dall’Andalusia hanno recuperato, dal primo pomeriggio al tramonto, tre barche con 92 migranti; la marina imperiale 5 barche con un totale di 174 migranti. Dopo le 19 rimaneva alla deriva ancora una barca con a bordo oltre 30 persone: secondo la Ong Caminando Fronteras, 34/35 tra cui 7 donne e un bimbo piccolo. A intercettarla, verso le 21, è stato un pattugliatore d’altura spagnolo, il Sar Mastelero. Appena in tempo: quando è stato raggiunto, il battello era in procinto di affondare. Tutti i migranti ancora a bordo sono stati tratti in salvo: 23 uomini, le 7 donne e  il bambino. Erano tutti allo stremo. Uno, in particolare, è stato trasferito in elicottero in un ospedale spagnolo a causa di una grave forma di ipotermina. I superstiti hanno subito segnalato alla Ong Caminando Fronteras e al Salvamento Maritimo che alcuni loro compagni erano caduti in mare a causa delle cattive condizioni del battello e ne avevano perso le tracce. Due, secondo il Salvamento Maritimo; “almeno 3”, secondo la Ong. Non è chiaro, infatti, quanti fossero i migranti a bordo al momento della partenza.

(Fonti: Sito Salvamento Maritimo, Sito Helena Garzon di Caminando Fronteras)

Spagna-Marocco (mare di Alboran, Stretto), 14 dicembre 2017

Un migrante morto e 113 tratti in salvo su tre battelli pneumatici alla deriva nello Stretto di Gibilterra dopo essere salpati dal Marocco. L’allarme è scattato verso l’una della notte tra il 13 e il 14 dicembre, quando la Ong spagnola Caminando Fronteras ha segnalato che erano pervenute richieste di soccorso da un piccolo gommone che si trovava in un punto imprecisato tra l’isola di Alboran e la costa marocchina. Poco dopo Sos analoghi sono arrivati, per la stessa zona di mare, da altri due natanti. Il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo ha mobilitato per le ricerche la guardamar Polimnia e alle prime luci dell’alba ha fatto levare in volo un aereo da ricognizione, il Sasemar 101. Verso le 8 la Polimnia ha avvistato le prime due imbarcazioni. Sulla seconda, ormai semi-affondata, insieme a una cinquantina di altri migranti, è stato trovato il corpo senza vita di un giovane subsahariano. La morte è dovuta con ogni probabilità al freddo e allo sfinimento. Anche altri presentavano infatti gravi sintomi di ipotermia. Subito dopo questo salvataggio la Polimnia ha fatto rotta verso la baia di Betoya, in Marocco, tra Ras Afraou e Ouchiba, dove era segnalato il terzo gommone. Sia la salma che i superstiti sono stati sbarcati ad Almeria.

(Fonte: Sito Salvamento Maritimo, sito Helena Garzon di Caminando Fronteras)

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