Un cimitero chiamato Mediterraneo: il 2017 (seconda parte)

A metà 2017 sono più di 2.600 i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di arrivare a bussare alle porte della Fortezza Europa. Per l’esattezza, fino al 30 giugno, 2.625, dei quali 2.321 scomparsi nel Mediterraneo e 304 “morti a terra”: lungo le piste del Sahara, uccisi a fucilate dalla polizia di frontiera nei paesi di transito o dai guardiani dei centri di detenzione, torturati o ammazzati per rappresaglia dai trafficanti. E anche – non tantissimi, ma sempre più numerosi – in incidenti dettati dalla disperazione ai confini degli Stati europei. Questo triste conto di morte non si discosta granché, in assoluto, da quello del 2016. Con una differenza fondamentale, però: il numero delle vittime riscontrate, dal primo gennaio al trenta giugno 2017, ricalca grossomodo il trend del 2016, ma con un numero di migranti arrivati in Europa estremamente più basso. A fronte dei 392.791 sbarchi complessivi censiti in dodici mesi ci furono, lo scorso anno, 5.822 morti: 1 ogni 67/68 migranti arrivati. Nel 2017, a metà anno, si sono registrati almeno 2.625 morti su 100.195 arrivi: 1 ogni 38 richiedenti asilo che ce l’hanno fatta a raggiungere l’Europa. La mortalità è dunque quasi raddoppiata. A conferma che la strada dei muri e dei respingimenti imboccata decisamente dall’Italia e dall’Europa, moltiplicando gli ostacoli, le difficoltà, i pericoli, contribuisce in maniera decisiva ad aumentare il numero dei “sommersi”.

La cronaca

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 01 luglio 2017

Nove migranti trovati senza vita (7 donne e 2 uomini) e 650 tratti in salvo dalla nave Bkv 002, della marina militare svedese, in una serie di operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Le salme delle 9 vittime, decedute durante la traversata in circostanze diverse e su battelli diversi, sono state sbarcate a Catania sabato primo luglio. La Questura ha aperto un’indagine sia sui nove migranti morti che per identificare eventuali scafisti.

(Fonte: Agenzia Ansa, La Sicilia, La Stampa, Repubblica)  

Marocco-Spagna (Alboran, stretto di Gibilterra), 2-4 luglio 2017

Dispersi 49 migranti nel naufragio di un gommone rimasto alla deriva per oltre due giorni nel mare in tempesta, ad alcune decine di miglia dall’isola di Alboran, nello stretto di Gibilterra. Soltanto tre i superstiti. Il battello era partito verso le 8 di domenica 2 luglio dalla spiaggia di Alhucemas, in Marocco, diretto verso le coste dell’Andalusia. A bordo erano in 52, quasi tutti provenienti da paesi dell’Africa sub sahariana. Dopo circa quattro ore, alcuni familiari dei profughi, preoccupati per il rapido peggioramento delle condizioni meteomarine, si sono messi in contatto con la Ong Frontera Sur, segnalando di aver più notizie dei loro congiunti. I volontari della Ong hanno avvisato a loro volta il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, facendo scattare le ricerche a partire dal tratto di mare intorno ad Alboran, dove era stato segnalato il battello per l’ultima volta. Sono via via intervenuti un elicottero, un aereo da ricognizione e diversi mezzi navali delle basi di Salvamento Maritimo di Almeira e Tarifa, allargando via via il raggio della ricognizione fin verso le coste andaluse. Con il trascorrere del tempo la preoccupazione per la sorte dei 52 migranti è cresciuta, tanto più che nella zona dello stretto si è scatenata una tempesta di levante tanto forte da costringere a interrompere alcuni collegamenti navali di linea e a chiudere in parte il porto di Tarifa. Solo nel primo pomeriggio del 4 luglio, a oltre 48 ore dall’allarme, sono stati trovati i resti del naufragio: anche in base alle segnalazioni della Guardia Civil, un elicottero di Salvamento Maritimo, l’Helimer 211, ha avvistato 28 miglia est-sudest di Alboran il relitto del gommone con tre naufraghi, recuperati poi dallo stesso elicottero, che li ha trasferiti in ospedale ad Almeira. I tre superstiti, due ragazzi di 25 anni e uno di 17, tutti subsahariani, hanno confermato che a poche ore dalla partenza il loro gommone ha cominciato ad affondare nel mare in burrasca e che 49 loro compagni sono scomparsi tra le onde tra domenica e martedì.

Recuperato un cadavere. Circa 10 giorni dopo, il 12 luglio, è stato recuperato in mare, 33 miglia a sud est della costa di Malaga, il cadavere di un giovane subsahariano. Stando alla posizione e alle condizioni del corpo e alle testimonianze dei tre sopravvissuti, dovrebbe trattarsi di uno dei 49 dispersi del naufragio. La salma, recuperata da una motovedetta del Salvamento Maritimo, è stata trasferita a Malaga.

(Fonti: Ufficio Stampa Salvamento Maritimo, El Diario)

Libia (Garabulli), 8 luglio 2017

Quaranta migranti morti nel naufragio di un gommone al largo di Garabulli, nelle acque libiche, poche miglia a est di Tripoli. L’allarme è stato dato dall’equipaggio di un peschereccio che ha incrociato casualmente il relitto del battello, con numerosi naufraghi che cercavano di tenersi a galla aggrappati a quanto rimaneva delle camere stagne o ad altri rottami. Gli stessi pescatori e una motovedetta della Guardia Costiera sono riusciti a salvare in tutto circa 80 persone. I superstiti hanno detto che alla partenza da Garabulli erano in più di 120. Ci sono dunque almeno 40 dispersi, tra cui 7 bambini. Nelle ore successive è stato recuperato il corpo senza vita di una donna. Nessuna traccia degli altri dispersi. Muammear Mohamed Milad, un ufficiale della Guardia Costiera, ha dichiarato che il naufragio è stato causato probabilmente dal cedimento del fondale di legno del gommone il quale, poi, senza la base di sostegno, si è afflosciato fino ad affondare.

“Ho perso i miei tre bambini”. A questo naufragio è con ogni probabilità collegata la storia di una giovane donna originaria del Camerun che, arrivata in Italia il 16 settembre, a Trapani, con la nave Aquarius, al secondo tentativo, ha raccontato di aver perso tutti i suoi figli, tre bambini di 1, 3 e 5 anni. La sua testimonianza è stata raccolta dal personale di Medici Senza Frontiere che opera sulla Aquarius. La donna ha riferito di aver cercato di raggiungere la Sicilia anche due mesi prima, in luglio, imbarcandosi su un gommone stracarico, che è affondato poco dopo la partenza, presumibilmente in acque libiche. Sono tutti finiti in mare. Lei si è salvata, ma ha perso uno dopo l’altro i suoi tre bambini. Ricondotta in Libia dalla Guardia Costiera di Tripoli, è stata rinchiusa in una prigione, insieme agli altri sopravvissuti. Quando è riuscita a liberarsi, si è imbarcata di nuovo, sempre su un gommone, intercettato poi dalla Aquarius, ad alcune decine di miglia dalla costa africana.

(Fonte: Libyan Express, Libya News, Anadolu Agency. Per la testimonianza della donna: La Stampa)

Libia (deserto a sud di Tobruk-Ajdabiya), 8 luglio 2017

Quarantotto migranti egiziani morti di sete nel Sahara, a sud di Ajdabiya. La notizia è stata data l’8 luglio dalla Mezzaluna Rossa, che ha recuperato i corpi, ma la tragedia si è verificata nei giorni precedenti. La Mezzaluna Rossa non ha specificato le circostanze precise della morte dei 48 migranti, tutti uomini, né con quali mezzi stessero tentando di attraversare il Sahara dall’Egitto verso la Libia. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, deciso a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi, si sia spinto molto a sud del check-point lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che si sia perso o sia stato abbandonato nel deserto, dove tutti e 48, con temperature che in questa stagione sfiorano anche i 50 gradi, sono morti di sete e disidratazione. Non risulta che ci siano sopravvissuti né si ha traccia degli eventuali trafficanti che hanno organizzato il trasporto dall’Egitto. In tutta la zona di Ajdabiya la polizia libica ha intensificato la vigilanza contro i flussi di migranti e contro il contrabbando, così come lungo il confine con il Ciad e con il Niger. Sotto controllo in particolare i pozzi e le possibili zone di rifornimento di acqua. Anche questo – secondo il racconto fatto da vari migranti all’agenzia Habeshia – induce a percorrere piste meno battute ma anche molto meno sicure.

(Fonte: Libya Herald, Enterprise, Agenzia Habeshia relazione a Tribunale dei Popoli Barcellona)  

Marocco-Spagna (Alhucemas), 11 luglio 2017

Tre morti nel naufragio di un gommone provocato, secondo la testimonianza dei 48 superstiti, dall’intervento della marina marocchina. Il battello era partito di primo mattino dalla zona di Alhucemas, sulla costa del Marocco, con a bordo 51 persone (di cui 4 donne), provenienti da Guinea, Mali, Costa d’Avorio e Senegal. Stava per entrare nelle acque internazionali ed Helena Maleno, della Ong Caminando Fronteras, aveva già allertato il servizio di Salvamento Maritimo spagnolo, quando è intervenuta una nave della Marina imperiale marocchina, che ha intimato di invertire la rotta. Essendo ormai in vista la costa dell’Andalusia, i migranti hanno deciso di ignorare l’ordine. A quel punto, la tragedia. “La nave marocchina – ha denunciato una delle donne superstiti alla Ong Caminando Fronteras dopo lo sbarco forzato ad Alhucemas – ha puntato sulla nostra barca, fin quasi a speronarla e provocando un’ondata che l’ha fatta rovesciare e facendoci finire tutti in acqua”. L’equipaggio della nave ha recuperato 48 naufraghi, i quali hanno subito segnalato che mancavano 3 dei loro compagni. Dopo alcune ore di ricerca, è stato trovato uno dei cadaveri. Nessuna traccia degli altri due dispersi. Le vittime venivano dalla Guinea e dal Mali. I superstiti sono stati sbarcati nel porto di Alhucemas. Per quattro di loro, rimasti feriti nel ribaltamneto del gommone in modo piuttosto grave, è stato necessario il ricovero in ospedale. Caminando Fronteras ha denunciato i sistemi violenti e l’impreparazione degli equipaggi della marina marocchina nelle operazioni di intercettazione e blocco dei battelli dei migranti.

(Fonte: El Diario e sito di Helena Maleno Caminando Fronteras).

Libia (Al Maya e Sabratha, costa a ovest di Tripoli), 20 luglio 2017

Trovati i cadaveri di due migranti sulla costa a ovest di Tripoli tra il 10 e il 20 luglio. Lo riferisce il rapporto quindicinale pubblicato il 20 luglio dall’ufficio libico dell’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera. La prima salma è affiorata il giorno 10 ad Al Maya, una località litoranea a 27 chilometri da Tripoli. La seconda è stata portata verso la riva dalla corrente dieci giorni dopo nei pressi di Sabratha, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli. Non è stato comunicato da dove possano provenire quei due corpi senza vita, entrambi di giovani uomini. La Guardia Costiera libica non ha fornito particolari sulle circostanze della morte e non ha riferito di naufragi avvenuti al largo di questo tratto di costa tra l’inizio e il 20 di luglio: si è limitata a elencare il numero dei migranti intercettati e recuperati, tutti il 13 luglio: 140 a Tripoli e 251 in due operazioni (128 più 123) di fronte a Zawiya. Ma nel primo caso è ovviamente impossibile che possa esserci un collegamento con questi interventi e nel secondo appare poco probabile.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coas, 6-20 luglio)

Libia (Canale di Sicilia), 25 luglio 2017

Trovati i corpi senza vita di 13 migranti durante i soccorsi a un gommone alla deriva con altre 167 persone a bordo, nel Mediterraneo centrale, ai margini delle acque territoriali libiche. L’operazione è stata condotta dalla nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che nella tarda mattinata, intorno alle 12, incrociava a una ventina di miglia dalla Libia. “Il battello era in difficoltà: sembrava sul punto di affondare con tutto il suo carico di oltre 150 migranti e il mare era agitato. All’orizzonte non c’era nessuno, così siamo intervenuti. Altrimenti sarebbero morti tutti”, ha comunicato Oscar Camps, il fondatore di Proactiva. Il trasbordo è iniziato poco dopo il messaggio via tweet: è in questa fase che sono stati trovati i cadaveri. Secondo una prima comunicazione sembravano 11, ma poco dopo lo stesso Oscar Camps ha precisato che in realtà erano 13. Le salme verranno trasferite in un porto italiano insieme ai 167 superstiti. Il gommone era in mare da tempo: probabilmente la morte è dovuta a disidratazione e sfinimento. Quasi contemporaneamente, a poca distanza, la nave di Save the Children ha tratto in salvo circa 90 profughi che facevano rotta verso l’Italia su una piccola barca di legno.

(Fonte: El Diario, Repubblica, Ansa, Il Giornale di Sicilia, Il Fatto Quotidiano).

Turchia-Grecia (Egeo tra Cesme e Chio), 27 luglio 2017

Sette profughi morti e uno disperso nel naufragio di una barca nell’Egeo, tra la costa turca e quella greca. Tra le 8 vittime ci sono 5 bambini e 2 donne. Il battello, un barchino in legno, era salpato verso sera dal litorale anatolico del distretto di Cesme, nella provincia di Smirne, per fare rotta verso l’isola di Chio, distante poche miglia. A bordo, al momento della partenza, c’erano 18 persone, incluso a quanto pare lo scafista che ha organizzato la traversata. Non ha fatto molta strada: una volta al largo ci sono state difficoltà a causa probabilmente del sovraccarico e delle forti correnti. Era in vista di Chio ma ancora nelle acque territoriali turche quando, verso le 21, è naufragato.  L’allarme è scattato quasi immediatamente. Le operazioni di soccorso, partite dalla Turchia con tre navi e un elicottero, hanno consentito di salvare 9 naufraghi (4 iracheni, 3 somali e 2 siriani, tutti ricoverati all’ospedale di Cesme) e di recuperare 7 corpi senza vita. Un altro profugo risulta disperso. Non è stata trovata traccia neanche dello scafista ma la polizia turca ritiene che, come è accaduto in altre occasioni, abbia abbandonato la barca poco dopo la partenza, affidando il timone a uno di migranti e rientrando in Anatolia.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Il Giornale.it, Tg-3 ore 14,15)

Spagna-Marocco (Stretto di Gibilterra, Tarifa), 31 luglio 2017

Il cadavere di un giovane migrante maghrebino è stato recuperato nelle acque dello Stretto di Gibilterra. La salma è stato avvistata verso le 9,30 circa 10,5 miglia a sud est del promontorio di Las Palomas dall’equipaggio di un peschereccio spagnolo, l’Hachomar, che ha avvertito la centrale del servizio di Salvamento Maritimo di Tarifa. Le operazioni di recupero sono state condotte dalla motovedetta Arcturus, che ha trasferito il corpo a Tarifa. Non si hanno informazioni sulle circostanze della morte. Stando alle condizioni, il cadavere doveva essere in acqua già da qualche giorno. Secondo quanto scrive il Diario de Jerez potrebbe venire da uno dei battelli che hanno cercato di attraversare lo stretto nell’ultima settimana di luglio. Appare meno probabile, dato il tempo trascorso e la distanza, che possa essere uno dei 49 dispersi nel naufragio avvenuto il 2/4 luglio al largo dell’isola di Alboran. Oltre tutto, si tratta di un giovane maghrebino, forse marocchino, mentre sul gommone affondato ad Alboran erano quasi tutti migranti subsahariani.

(Fonti: Diario de Jerez, La Voz de Cadiz, Agenzia Efe, Europasur, Europa Press)

 Libia-Italia (Canale di Sicilia), 1-2 agosto 2017

Otto morti su un gommone soccorso al largo della Libia dalla Golfo Azzurro, l’unità della Ong spagnola Proactiva Open Arms. Il battello, intercettato poche miglia fuori dalle acque territoriali di Tripoli, navigava stracarico, con oltre 120 migranti salpati qualche ora prima presumibilmente da uno dei porti a ovest della capitale libica. I cadaveri sono stati trovati durante le operazioni di trasbordo e portati sulla nave quando tutti i naufraghi sono stati messi al sicuro. Si tratta di 5 uomini e 3 donne. Sarebbero morti per asfissia e per le ustioni provocate dalla miscela di benzina e acqua di mare che si è formata con il carburante sversato sul fondo dal motore e dal serbatoio, in seguito al cedimento del gommone durante la navigazione. Nello stesso braccio di mare sono stati avvistati e soccorsi altri tre gommoni. Sono 375 le persone tratte in salvo. Alle operazioni, oltre alla Golfo Azzurro, ha partecipato anche la Aquarius, l’unità della Ong italo-francese-tedesca Sos Mediterranee, che opera insieme a Medici Senza Frontiere. La nave della Marina irlandese aggregata al programma Frontex ha recuperato altri 109 migranti.

(Fonte: Rai News, Repubblica, Corriere del Mezzogiorno, Il giornale di Sicilia, sito Are You Syrious).

Sudan-Libia (deserto del Sahara), 2 agosto 2017

Quaranta morti nel deserto del Sahara, in gran parte giovani profughi eritrei. La notizia è arrivata in Italia mercoledì 2 agosto, ma la tragedia si è consumata nei giorni precedenti, alla fine di luglio. Le vittime erano su un camion partito da Khartoum con oltre 80 migranti e diretto verso il confine con la Libia. E’ un itinerario attraverso il deserto che in genere viene percorso in 3 o 4 giorni. In questo caso – secondo quanto hanno riferito alcuni superstiti – ci sono stati numerosi problemi che hanno rallentato e in certe fasi bloccato la marcia: posti di controllo da evitare, guasti, incertezze sulla pista e insabbiamenti e persino una tempesta di sabbia che ha imperversato per più giorni. Le scorte di acqua e di cibo, scarse anche per i 3/4 giorni preventivati, si sono in breve esaurite. Dal clan dei trafficanti che avevano organizzato il trasporto non sono arrivati aiuti e i profughi, abbandonati a se stessi, hanno cominciato a morire. Le salme sono state lasciate nel deserto. A raccontare i particolari della strage sono stati alcuni superstiti che, arrivati finalmente in Libia, hanno contattato i familiari delle vittime in Eritrea o in Italia. Tra i morti c’è il nipote di una religiosa di Asmara che vive a Roma da anni, suor Carmela, dell’ordine di Sant’Anna, alla quale il 2 agosto la notizia è stata comunicata dalla sorella, a sua volta informata da un compagno del figlio. Questo ragazzo sarebbe stato tra gli ultimi del gruppo a morire, vinto dalla disidratazione e dalla fatica, poco dopo essere entrato in Libia. Quasi contemporaneamente la notizia è arrivata a un giovane rifugiato eritreo che, arrivato a Roma all’inizio di giugno dopo essere sbarcato in Sicilia, è stato contattato da un altro dei sopravvissuti, il quale lo ha pregato di informare una esule eritrea residente in Germania che suo fratello era morto nel deserto insieme ad altri compagni. La ricostruzione dettagliata della tragedia è frutto, appunto, del racconto di questo secondo superstite: è stato lui a dichiarare che le vittime sono una quarantina e che gli amici ne hanno preso le generalità per informare le famiglie.

(Fonte: testimonianza di suor Carmela e di un profugo eritreo del campo Tibutirna)

Libia (Tripoli e Mellitah), 6 agosto 2017

Trovati i cadaveri di 8 profughi, tra il 25 luglio e il 6 agosto, sul litorale a ovest di Tripoli. Lo riferisce il bollettino online Maritime Update Libyan Coast, relativo alle settimane tra il 21 luglio e il 6 agosto, pubblicato dall’ufficio Oim di Tripoli. Le operazioni di recupero sono state condotte dalla Guardia Costiera e dalla Mezzaluna Rossa. Le prime due salme sono state avvistate lungo la costa della stessa Tripoli il 25 luglio. Il rapporto non riferisce particolari né sul ritrovamento né sulle circostanze della morte. Non è escluso che possa esserci un collegamento con il gommone con 148 migranti a bordo soccorso il giorno prima dai guardacoste libici nello stesso tratto di mare. Gli altri 6 corpi erano all’altezza di Mellitah, circa 70 chilometri più a ovest: il mare li ha restituiti il 6 agosto. Nulla è stato comunicato su come siano arrivati sin lì: nella zona, tra il 25 luglio e il 6 agosto, non risultano né naufragi né soccorsi a natanti in difficoltà.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast 25 luglio – 6 agosto)

Spagna-Marocco (Ceuta), 9 agosto 2017

Un migrante subsahariano è morto mentre cercava di raggiungere a nuoto la spiaggia di Benzù, a Ceuta, dopo essere stato scaricato in mare da una moto d’acqua. Nel giro di poche ore, altri 11 migranti sono sbarcati a Ceuta da 8 moto d’acqua, sempre nella stessa zona. E’ la nuova tecnica adottata per superare via mare i controlli e le barriere che blindano l’enclave spagnola in Marocco: veloci moto d’acqua partite dalla costa marocchina e guidate, secondo la polizia, da scafisti legati a una organizzazione di trafficanti, arrivano con uno o due emigranti a bordo oltre la linea di confine e li scaricano il più vicino possibile alla riva, nella parte più orientale del territorio spagnolo, spesso a poche centinaia di metri dalla barriera che corre lungo la frontiera e arriva sino al mare. Subito dopo riprendono il largo e spariscono prima che le motovedette della Guardia Civil possano intervenire. In questo modo, a partire da luglio, sono sbarcati a Ceuta oltre 30 migranti, dei quali quasi la metà nella prima settimana di agosto. Nella tarda mattinata del 9 c’è stata una vera e propria spedizione, con 9 moto d’acqua nel giro di poche ore, fino alle 14. Hanno sbarcato i “passeggeri” (9 uomini adulti, un minorenne e 2 donne) nella zona di Benzù, dove ci sono una piccola spiaggia e una scogliera. Le ultime moto non hanno però potuto avvicinarsi molto, a causa dello stato d’allerta dopo i primi sbarchi. La vittima, un giovane subsahariano, sarebbe appunto uno degli ultimi sbarcati. Sono stati i suoi compagni, soccorsi dalla Croce Rossa sulla scogliera, a segnalare che non era riuscito a raggiungere a nuoto la riva, scomparendo in mare.

(Fonte: El Faro de Ceuta)

Italia (Ventimiglia), 16 agosto 2017

Un profugo iracheno è stato travolto e ucciso da un treno, pochi chilometri a est di Ventimiglia, mentre cercava di raggiungere a piedi la Francia seguendo i binari della ferrovia. L’uomo, di 36 anni, pare fosse arrivato a Ventimiglia già da diversi giorni con l’intento di passare in qualche modo il confine. In attesa di trovare il modo di eludere il blocco della polizia francese si era sistemato in un campo improvvisato di migranti. Nel tardo pomeriggio del 16 agosto ha deciso di tentare. E’ partito da solo, a piedi, portando con sé solo uno zainetto con i documenti e i pochi effetti personali. Seguendo i binari ha raggiunto e imboccato la galleria di Peglia, che segna l’ultimo tratto della ferrovia prima di entrare in Francia. Ha fatto nel buio solo poche centinaia di metri: alle sue spalle è arrivato un treno francese diretto verso Mentone. Forse se ne è  accorto in ritardo o forse non aveva spazio sufficiente per mettersi al riparo nella galleria, che è a senso unico. Sta di fatto che il convoglio lo ha investito e ucciso. L’allarme è stato dato dal macchinista. La polizia italiana, intervenuta per le indagini, ha recuperato lo zainetto con i documenti che hanno consentito di identificarlo.

(Fonti: Sanremonews, Riviera.it, Geos News, Il Secolo XIX, Agenzia Ansa)

Italia-Algeria (capo Teulada), 18 agosto 2017

Il cadavere di un uomo, probabilmente un maghrebino, è finito nella rete di un peschereccio sardo, nella nottata tra il 17 e il 18 agosto, al largo delle coste del Sulcis, diverse miglia a sud di Capo Teulada. Su disposizione della Capitaneria, informata dal comandante, la salma (priva della testa e di parte degli arti) è stata sbarcata nel porto di Teulada. A giudicare dalle condizioni doveva essere in mare da parecchi giorni. E’ stata disposta l’autopsia. L’ipotesi più accreditata è che si tratti del corpo di un migrante finito in mare durante la traversata su un barchino tra l’Algeria e le coste sud occidentali della Sardegna.

(Fonte: L’Unione Sarda, Agenzia Ansa edizione Sardegna)

Libia (Zawiya), 21 agosto 2017

Trovati i cadaveri di due migranti sul litorale di Zawiya, uno dei principali punti d’imbaco usati dai  trafficanti, circa 50 chilometri a ovest di Tripoli. Lo riferisce il rapporto quindicinale pubblicatoil 21 agosto dall’ufficio libico dell’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera. Non vengono specificate né le circostanze del ritrovamento né la provenienza dei due corpi senza vita: oltre alla località, si riferisce soltanto la data, il 7 agosto. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto non è stata data notizia di naufragi nelle acque libiche: il bollettino si limita a elencare le operazioni di recupero dei migranti intercettati dalla Guardia Costiera, 608 in cinque diverse operazioni condotte fra Tripoli, Khoms, Zawiya e Sabratha. Potrebbe esserci un collegamento con i 6 corpi trovati il 6 agosto nei pressi di Mellitah, circa 20 chilometri più a ovest. Anche su questo ritrovamento, tuttavia, il bollettino precedente (riferito al periodo tra il 21 luglio e il 6 agosto) non ha fornito particolari.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast dal 7 al 21 agosto)

Libia (Homs), 27 agosto 2017

Ritrovati i cadaveri di 5 migranti sulla costa di Homs (Al Khoms), circa 120 chilometri a est di Tripoli. Lo riferisce il rapporto quindicinale Maritime Update Libyan Coast pubblicato dall’Oim in collaborazione con la Guardia Costiera libica. Non sono riferite né le circostanze della morte né del recupero dei corpi: la notizia viene riportata insieme a quella del salvataggio di 780 migranti in cinque diverse operazioni condotte tra il 21 agosto e il 6 settembre a Tripoli, Zawiya e Sabratha. Al ritrovamento delle cinque salme a Homs il 27 agosto non corrisponde alcuna operazione di salvataggio: l’intervento di soccorso più “prossimo” risulta quello del 28 agosto ma a Tripoli, 24 ore dopo e a oltre cento chilometri di distanza. Tra i due episodi non appare ipotizzabile, dunque, alcun collegamento. Ne consegue che quei cinque morti potrebbero venire da un naufragio al largo di Homs rimasto sconosciuto e che ci siano anche numerosi dispersi. E’  una conferma che da quando il controllo delle operazioni di recupero è stato affidato alla Guardia Costiera libica si hanno molte meno notizie sul numero delle vittime e in generale sulla sorte dei migranti che tentano la traversata verso l’Europa.

(Fonte: Maritime Update Libyan Coast dal 21 agosto al 6 settembre)   

 Grecia (Alexandroupolis-Dikaia), 28 agosto 2017

Due giovani profughi sono stati uccisi da un treno, la notte tra il 28 e il 29 agosto, lungo la ferrovia tra Dikaia e Alexandroupolis. Secondo la polizia greca, erano entrati clandestinamente dalla Turchia, varcando il confine sul fiume Evros e, come fanno numerosi rifugiati in questa regione, stavano seguendo i binari come guida dal villaggio di Dikaia, situato su confine, ad Alexandroupolis, la prima grande città greca dopo la frontiera, per poi proseguire la loro fuga verso ovest e il Nord Europa. Camminando nell’oscurità, non devono essersi accorti del treno passeggeri che è sopraggiunto in piena notte alle loro spalle o forse non hanno fatto in tempo a mettersi in salvo. Sta di fatto che il convoglio li ha investiti in piena velocità, uccidendoli all’istante. Il macchinista ha dichiarato alla polizia che nel buio non li aveva visti: si è accorto di loro solo dopo averli travolti ed ha dato lui stesso l’allarme.

(Fonte: Associated Press, Ekhatimerini, Sito Are You Syrious)

Italia-Tunisia (Pantelleria), 30-31 agosto 2017

Cinque migranti dispersi al largo di Pantelleria dopo che la loro barca è rimasta in panne. Un altro, dato pure per disperso, è riuscito a araggiungere l’isola a nuoto. I sei erano partiti tra il 29 e il 30 agosto, su un piccolo natante in legno, dal porto tunisino di Hammamet, puntando sulle coste siciliane. Dopo oltre un giorno di navigazione, quando erano ormai in vista di Pantelleria, è finita la benzina e la barca è rimasta in balia del mare. Sei di quelli che erano a bordo hanno deciso di tentare di raggiungere la riva a nuoto per chiedere aiuto. La mattina del 31 il natante è stato avvistato e recuperato da una motovedetta della Guardia Costiera e i migranti salvati hanno subito segnalato che sei loro compagni si erano gettati in acqua e non ne avevano più notizia. Senza esito le ricerche dei dispersi condotte per due giorni da mezzi della Capitaneria di Porto di Pantelleria, un elicotttero della Guardia Costiera e un gommone dei vigili del fuoco. Poi, la sera del 31, uno dei sei naufraghi ha toccato terra a Pantelleria, in località Punta Karace, dove è stato soccorso da un abitante dell’isola. Ha nuotato per circa 60 ore: era stremato e presentava numerose ustioni da medusa ma in complesso le sue condizioni sono state giudicate abbastanza buone.

(Fonte: Pantelleria Internet e Repubblica).

Spagna-Marocco (Ceuta), 31 agosto 2017

Sette migranti sono morte nel ribaltamento della barca con cui stavano cercando di raggiungere dal Marocco l’enclave spagnola di Ceuta. Tra le cause della tragedia, secondo la Ong Caminando Fronteras, c’è anche il comportamneto della Guardia Civil, che avrebbe tentato un respingimento di massa ai margini delle acque territoriali spagnole. Il battello era salpato dalla costa di Nador, una città portuale marocchina situata alcuni chilometri a ovest. A bordo c’erano 45 migranti, tra cui 8 donne. Secondo quanto hanno raccontato alcuni superstiti alla Ong, quando sono arrivati in prossimità della spiaggia ceutina di Aguadù una motovedetta della Guardia Civil ha manovrato per intercettarli e bloccarli, in attesa che li raggiungesse la motovedetta della Marina Imperiale che li stava inseguendo. Per non cadere nelle mani della polizia marocchina, almeno 25 migranti si sono gettati in mare, cercando di raggiungere a nuoto o il battello spagnolo o la riva. La Guardia Civil ne ha recuperati e presi a bordo 13, facendoli sbarcare poi a Ceuta. Gli altri sono stati catturati dall’equipaggio della marina marocchina, che subito dopo ha preso a rimorchio il battello dei profughi, dove erano rimaste una ventina di persone, tra cui tutte le donne. Il naufragio si è verificato poco dopo: forse a causa di una manovra errata durante la fase di rimorchio verso il porto di Nador, la barca si è rovesciata. Nell’immediatezza del naufragio un giornale locale e l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani hanno riferito che i morti erano 14. Caminando Fronteras ha accertato invece che a Nador erano stati portati i corpi senza vita di 4 donne e nelle ore successive, ricostruendo i fatti attraverso le testimonianze di alcuni superstiti, ha potuto stabilire che le vittime sono sette: 5 donne fuggite dal Congo e 2 dalla Guinea. Tratti in salvo dalla Marina marocchina l’ottava donna, anche lei congolese, e gli altri naufraghi. Preziosa è risultata in particolare la testimonianza di Brahim, un giovane profugo che è riuscito a telefonare mentre era a bordo di un pullman della polizia di frontiera marocchina che lo ha arrestato.

(Fonte: El Diario, El Periodico, El Diario Montanes, El Mundo, Ctxt Radio e Online, El Nacional, Ceutaactualidad, Sito di Helena Maleno Garzon)

Spagna-Marocco (Ceuta), 9 settembre 2017

Un giovane profugo algerino, Mohammed Mansour, risulta disperso nel tentativo di raggiungere l’enclave di Ceuta dal Marocco su una moto d’acqua. A denunciarne la scomparsa è stato il fratello, Tahar, che vive da anni a Murcia ed era al corrente che sabato 9 settembre Mohammed, poco più che ventenne, si era imbarcato per cercare di arrivare in Spagna. Proprio nel pomeriggio di sabato 9 la Guardia Civil ha intercettato al largo di Ceuta una moto d’acqua, arrestando il “passatore” marocchino che la pilotava e fermando l’unico migrante, un giovane algerino, che era a bordo. Secondo la ricostruzione fatta da Tahar, arrivato appositamente a Ceuta lunedì 11 settembre per cercarlo, Mohammed doveva essere su questo stesso acquascooter, ma di lui la polizia non ha trovato traccia. A spingere Tahar ad andare a Ceuta da Murcia è stato il colloquio telefonico avuto, domenica 10, con il migrante condotto dalla Guardia Civil al centro immigrazione dopo l’arresto dello scafista. “Mi ha detto – ha riferito alla polizia – che Mohammed era al sicuro, che era approdato a Ceuta e che però in quel momento era in ospedale. Ho deciso così di venire io stesso a Ceuta e, non trovando mio fratello, ho parlato di nuovo, di persona, con quel giovane. Lui ha cercato di negare di aver parlato con me al telefono due giorni prima, ma io ho rifatto il numero che avevo registrato dopo la chiamata di sabato ed è squillato proprio il suo cellulare. E’ evidente, dunque, che sta mentendo”. Tahar ha poi avuto conferma da altri profughi algerini in Marocco che sabato 9, su quella moto d’acqua partita per Ceuta, erano saliti in due, entrambi algerini, oltre allo scafista marocchino. Il suo sospetto è che, a causa delle condizioni difficili del mare o per sfuggire ai pattugliamenti della Guardia Civil, Mohammed sia stato gettato in acqua, in modo da rendere più leggera, veloce e manovrabile la “moto”.

(Fonte: El Diario, El Faro de Ceuta)

Serbia (Sid, confine con la Croazia), 10 settembre 2017

Un giovane profugo è morto cadendo dal treno mentre tentava di attraversare il confine tra la Serbia e la Croazia, nei pressi della città di Sid. Secondo i volontari che hanno segnalato la notizia, dallo scorso mese di aprile è il quarto migrante a morire in circostanze simili in questa zona di frontiera, nel distretto di Srem, provincia di Vojvodina, nel nord ovest della Serbia. “E’ la conseguenza – hanno detto – dei continui respingimenti da parte delle autorità croate. I migranti costretti a rientrare nel limbo dei campi profughi improvvisati in Serbia nei pressi del confine dopo un po’ tentano di nuovo di passare, sperando di eludere i controlli della polizia”. Lo stesso ha fatto il ragazzo morto il dieci settembre: è caduto mentre cercava di salire in corsa sul tetto del vagone di un treno diretto in Serbia ed è stato travolto. Quando lo hanno soccorso era ormai senza vita. Non è stata comunicata la sua nazionalità. Nulla era trapelato  in Italia, prima di questo nuovo incidente mortale a Sid, delle altre tre vittime al confine serbo-croato.

(Fonte: sito Are You Syrious del 10 e 11 settembre).

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 12 settembre 2017

Tre giovani profughi sono annegati nello Stretto di Gibilterra mentre tentavano di raggiungere dal Marocco le coste dell’Andalusia. Erano partiti all’alba dalla zona di Tangeri su un piccolo battello pneumatico: a bordo erano in sette. La navigazione è stata lenta e difficile a causa delle condizioni meteomarine. Dopo alcune ore, mentre erano in mezzo allo stretto, il gommone ha cominciato a sgonfiarsi ed è affondato di lì a poco. L’allarme è stato dato da Helena Maleno Garzon, della Ong Caminando Fronteras, avvertita da alcuni familiari dei migranti. Il relitto è stato raggiunto in mattinata da una unità della marina marocchina, che ha tratto in salvo quattro dei sette naufraghi. Nessuna traccia degli altri tre.

(Fonte: Sito Helena Garzon, El Faro de Ceuta, La Voz de Cadiz)

Marocco-Spagna (Stretto di Gibilterra), 13 settembre 2017

Sette vittime (un migrante morto e sei dispersi) nel naufragio di un gommone nello stretto di Gibilterra. Il battello, di piccole dimensioni, era partito di primo mattino dalla costa marocchina per cercare di raggiungere la Spagna. A bordo erano in dieci, tutti algerini. Dopo alcune ore è naufragato, a causa dele cattive condizioni del mare. L’allarme, nel pomeriggio, è stato dato da un ferry, il Sorolla, che ha avvistato alcuni naufraghi in mare aperto, 41 miglia a sud est di Almeria, avvertendo il servizio di Salvamento Maritimo. Sul posto sono subito intervenuti un elicottero, l’Helimer 211, e la motovedetta Spica, che verso le 18 hanno recuperato un corpo senza vita e tre giovani, tutti molto provati e in preda a una forte ipotermia ma ancora coscienti. Sono stati loro a segnalare, prima di essere trasferiti in ospedale ad Almeria con l’elicottero, che sul gommone affondato c’erano anche altri sei compagni, specificando che non sapevano nuotare. Alle ricerche, protrattesi sino a notte, si è aggiunta un’altra motovedetta, la Mastelero, ed è tornato sul posto anche l’Helimer 211, ma non è stata trovata traccia né dei quattro naufraghi dispersi né del relitto del battello. L’indomani i resti del gommone sono stati individuati e recuperati dalla Mastelero ad alcune miglia di distanza dal luogo del naufragio. Nulla dei sei dispersi.

(Fonte: El Diario, El Fario de Ceuta, Sito Salvamento Maritimo, Sito Frontera Sur di Helena Maleno, Europasur)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 17 settembre 2017

Recuperati i corpi senza vita di tre profughi, nel Canale di Sicilia, durante le operazioni di soccorso a una quindicina di imbarcazioni cariche di profughi, tra il 16 e il 17 settembre, in una vasta fascia di mare, distante tra le 20 e le 30 miglia dalla costa libica. Sono stati presi a bordo dalla nave Yeats, della Marina Militare irlandese, aggregata alla flotta di Frontex, che li ha trasportati ad Augusta, dove è arrivata nella tarda mattinata di domenica 17. A bordo, oltre alle tre salme, c’erano 552 degli oltre 1.800 migranti tratti in salvo nelle 48 ore precedenti con gli interventi di soccorso condotti dalla stessa Yeats, dalla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranee, dalla Vos Hestia di Save the Children, dalla Zeffiro della Marina Italiana e da varie unità della Guardia Costiera. Le tre vittime sono giovani subsahariani: sono morti presumibilmente per sfinimento, disidratazione e ipotermia.

(Fonte: La Stampa, Tg-1 delle 13)

Libia (Sabratha-Zwara), 17-21 settembre 2017

Cento vittime e una quarantina di migranti tratti in salvo su un barcone alla deriva nelle acque di competenza libica. Otto i morti accertati: di 7 è stato ritrovato il corpo in mare e l’ottavo è un giovane deceduto poco dopo i soccorsi. Gli altri risultano ufficialmente “dispersi”. Lo ha comunicato il portavoce della Marina di Tripoli, il generale Ayoub Qassim. Stando al rapporto della Guardia Costiera che ha recuperasto i naufraghi, il battelllo era salpato dalla costa di Sabratha, 70 chilometri a ovest di Tripoli, tra sabato 16 e domenica 17 settembre con circa 140 uomini e donne a bordo, in gran parte di origine subsahariana. Dopo poche ore di navigazione il motore si è bloccato, forse per un guasto o forse per l’esaurimento della scorta di carburante, mentre le condizioni del mare andavano rapidamente peggiorando. I migranti sono così rimasti in balia delle onde per almeno tre giorni. Non è chiaro se non abbiano avuto modo di lanciare un Sos o se le richieste di aiuto non siano state intercettate. Sta di fatto che nessuno è intervenuto in soccorso fino a martedì 20 settembre, quando alcuni naufraghi sono stati avvistati casualmente da una motovedetta della Guardia Costiera partita dal porto di Zwara per rispondere alla richiesta di aiuto di un altro natante in difficoltà, sempre in acque libiche. A quel punto, però, moltissimi erano già morti. Sono stati recuperati inizialmente 7 cadaveri e 7 superstiti, tutti in grave stato di ipotermia, tanto che uno di loro è morto di lì a poco nell’ospedale di Zwara. Alcune ore più tardi, a ormai quattro giorni dalla partenza, una trentina dei circa 140 partiti da Sabratha sono stati trovati ancora in vita sul relitto del barcone. Sono stati alcuni dei superstiti a ricostruire le fasi finali della tragedia. Ormai ingovernabile, sotto la spinta del mare mosso la barca ha cominciato ad oscillare paurosamente e poi si è piegata su un fianco, anche a causa dei movimenti convulsi dei tanti che, in preda ormai alla disperazione, volevano gettarsi in acqua per tentare di raggiungere a nuoto la costa. Oltre una novantina di persone sono così cadute in mare, scomparendo in breve tempo. Nessuna traccia anche di quelli che si sono tuffati prima del brusco sbilanciamneto dello scafo. Il conto delle vittime è così di almeno un centinaio: i 7 corpi recuperati, il giovane morto in ospedale a Zwuara e più di 90 dispersi.

(Fonti: La Repubblica, La Stampa, Il Fato Quotidiano, Agenzia Ansa, Maritime Update Libyan Coast)

Turchia (Kefken, Mar Nero), 22 settembre 2017

Almeno 24 migranti morti e 6 dispersi (per un totale di 30 vittime, tra cui un neonato) nel naufragio di un barcone al largo delle coste turche del Mar Nero. Altri 40 sono stati salvati dalla Guardia Costiera. Il battello, un vecchio peschereccio, era salpato dalla zona di Kefken, un porto della provincia di Kocaeli divenuto uno dei punti principali di imbarco dei migranti verso la Romania o la Bulgaria, una rotta sempre più battuta dopo il blocco di quelle dell’Egeo e del Mediterraneo. A bordo erano non meno di 70. Il naufragio è avvenuto a diverse miglia dalla partenza, prima dell’alba. L’allarme è stato dato, intorno alle 5, da un cargo che, dopo aver intercettato l’Sos lanciato dal barcone prima di affondare, ha allertato la Guardia Costiera. Le unità di soccorso – tre guardacoste, due motovedette e un elicottero, con il supporto anche di cinque navi commerciali – hanno recuperato 40 naufraghi e 21 corpi ormai senza vita. Tutti i sopravvissuti erano molto provati e in stato di ipotermia. Per alcuni è stato necessario il ricovero nell’ospedale di Kokaeli: due, in particolare, presentavano anche gravi ferite che si sono procurati probabilmente nelle fasi concitate del naufragio. Le ricerche dei dispersi sono proseguite sino a sera, senza risultato. Le prime notizie, riferite dal quotidiano Hurriyet Daily News, parlavano di “almeno 19 vittime”. Secondo l’agenzia Anadolu, citata dal Giornale di Sicilia, il bilancio è poi salito a 4 morti e almeno 20 dispersi. In serata la comunicazione definitiva: 30 vittime tra morti (21) e dispersi (9). Nei due giorni successivi sono stati recuperati i corpi di 3 dispersi.

(Fonti: Al Jazeera, Il Giornale di Sicilia, Hurriyet Daily News, Anadolu Agency)

Marocco-Spagna (Melilla), 23/24 settembre 2017

Due migranti sono morti soffocati e altri quattro sono stati ricoverati con gravi sintomi di asfissia per aver respirato a lungo i gas sparati dalla polizia marocchina per impedire che varcassero la frontiera passando nel territorio spagnolo di Melilla. La notizia è emersa da una denuncia fatta dalla giornalista Helena Maleno Garzon, attivista della Ong Caminando Fronteras, e ripresa dal quotidiano El Faro de Melilla. I sei giovani, tutti provenienti dal Burkina Faso, erano entrati in una specie di tunnel, la condotta di una vecchia fognatura in disuso che – secondo voci raccolte tra la popolazione del posto – avrebbe dovuto consentire di passare sotto la barriera eretta lungo la linea di confine, portandoli dall’altra parte, senza essere visti dalla polizia. In realtà i loro movimenti non sono sfuggiti alle forze di sicurezza marocchine e per di più, una volta all’interno del tunnel, si sono accorti che il passaggio era ostruito e senza alcuna possibilità di sbocco nel territorio spagnolo. Erano ancora rintanati in fondo al condotto quando la polizia marocchina, per costringerli a tornare indietro, ha sparato nel tunnel alcuni proiettili a gas. Quattro ce l’hanno fatta a guadagnare l’uscita; altri due, forse per aver cercato di resistere o più semplicemente per essersi addentrati più degli altri, hanno respirato i gas più a lungo e hanno perso i sensi. Quando li hanno ritrovati erano ormai senza vita. Inizialmente, al ricovero in ospedale, si pensava che i quattro superstiti e i loro due compagni avessero tentato di saltare il vallo fortificato che separa il Marocco da Melilla. Sono stati loro stessi, appena si sono ripresi, a raccontare a Caminando Fronteras cosa era accaduto.

(Fonte: El Faro de Melilla, Sito Helena Maleno Garzon)

Grecia-Turchia (Kastellorizo), 28 settembre 2017

Una bambina siriana di nove anni, Daraa, è annegata nel naufragio di una barca carica di profughi di fronte all’isola di Kastellorizo, tra l’Egeo meridionale e il Mar di Levante. Tratti in salvo gli altri 25 naufraghi, tra i quali sette bambini. La tragedia è avvenuta poco prima dell’alba. Il gruppo di profughi era salpato dal vicino litorale di Kas, un porto sulla costa turca, che si trova ad appena tre miglia dall’isola greca, la più piccola del Dodecaneso. Contavano evidentemente di arrivare in meno di un’ora di navigazione, ma quando erano ormai a un passo dalla salvezza è accaduto qualcosa che ha fatto inabissare la barca in pochi minuti. Ignote le cause del naufragio: forse il battello si è ribaltato per una manovra errata o forse lo scafo ha ceduto per il sovraccarico. Sta di fatto che quando i primi soccorsi sono giunti sul posto la barca era già a fondo e i naufraghi sparsi in un tratto di mare abbastanza vasto. Una nave dell’agenzia Frontex, la prima ad arrivare, ha recuperato sei persone: un uomo, due donne e tre bambini, inclusa la piccola Daraa che, priva di conoscenza e chiaramente in gravi condizioni, è stata subito trasportata con un elicottero della Guardia Costiera in un ospedale di Rodi (distante 72 miglia), dove però è morta pochi minuti dopo il ricovero. Presso lo stesso ospedale è stata ricoverata anche la madre, Amira. Altre unità della Marina greca e un elicottero hanno poi portato in salvo gli altri 20 migranti (5 bambini, 2 donne e 13 uomini), che stavano cercando di raggiungere a nuoto la vicina costa di Kastellorizo. Alcuni di loro presentano ferite dovute forse all’urto contro degli scogli e che hanno indotto a trasferirli in un centro medico di Rodi.

(Fonti: Associated Press, The Washington Posta, New York Times, Fow News, Ap Greek Reporter, Arab News)

Libia (località imprecisata), 4 ottobre 2017

Un giovane eritreo è morto di stenti nel lager libico dove era rinchiuso insieme a numerosi altri profughi. La notizia è stata riferita il 4 ottobre alla fotoreporter Cinzia Canneri da una migrante eritrea residente in Italia, a Milano, ma la morte risale a un mese prima. “Quei profughi – ha raccontato la ragazza, che ha dei familiari tra i prigionieri – hanno pagato i trafficanti per la traversata dalla Libia all’Italia: 5 mila dollari a testa. Per i nostri parenti noi abbiamo versato la somma a un emissario sudanese, che ci ha contattato a Milano. Erano, insomma, in attesa dell’imbarco. Circa due mesi fa sono andati a prenderli nella prigione dove erano detenuti, un grosso capannone. Pensavano che li avrebbero fatti partire e invece li hanno trasferiti in un’altra prigione. Anche questa viene descritta come un grosso capannone o magazzino. Non sanno dire, però, dove sia: li hanno trasferiti di notte e con un camion chiuso. Possono dire solo di aver viaggiatao abbastanza a lungo. Da allora sono praticamente abbandonati, in condizioni invivibili. Circa un mese fa è morto un ragazzo, forse di sfinimento o malattia. Per giorni le guardie non si sono nemmeno preoccupate di rimuovere il cadavere. Lo hanno fatto soltanto quando ha cominciato a decomporsi. Qualche giorno fa in quell’inferno una giovane donna ha dato alla luce un bambino. E la gente intanto continua ad ammalarsi. Qualcuno forse di malaria…”.

(Testimonianza raccolta da Cinzia Canneri)

Libia (centri di detenzione zona di Tripoli), 5 ottobre 2017

Tre ragazzi sono stati uccisi o sono morti in seguito ai maltrattamenti da parte delle guardie dei centri di detenzione in cui erano rinchiusi, nella zona di Tripoli. La loro storia è inserita nel dossier “Esodi”, costruito sulla base di decine di testimonianze raccolte tra i profughi sbarcati in Italia negli ultimi mesi e presentato da Medici per i Diritti Umani (Medu) a Roma il 5 ottobre, per documentare le conseguenze dell’accordo italo-libico sui flussi migratori. Sono numerosi, in verità, i testimoni che riferisocno genericamente di uccisioni sistematiche e di morti sotto tortura ma in questi tre casi ci sono riferimenti precisi e una ricostruzione particolareggiata. Motivi di sicurezza hanno indotto gli operatori di Medu a non rivelare l’identità precisa degli autori del racconto, ma la ricostruzione dei tre episodi è stata videoregistrata da Noemi La Barbera ed è disponibile nel filmato che è parte integrante del dossier.

Ammazzato di botte per aver tentato la fuga. A raccontare è un ventenne proveniente dal Gambia, L., ascoltato nell’hotspot di Pozzallo il primo agosto. L’episodio a cui fa riferimento è accaduto qualche settimana prima, in luglio. “Sono stato prigioniero in Libia per undici mesi. Durante la detenzione mi sono ammalato a causa delle terribili condizioni igieniche della prigione: una malattia della pelle. Tutto il mio corpo era pieno di ferite che sanguinavano e perdevano pus. Non mi hanno mai permesso di vedere un dottore, così sono peggiorato moltissimo. Mi umiliavano davanti a tutti per questa condizione; nessuno voleva starmi vicino… Le guardie venivano solo per picchiarmi o umiliarmi. Dicevano che non valevo niente, che nessuno mi avrebbe mai voluto accanto. Ho pensato che sarei morto per questa malattia. Così un giorno ho provato a scappare insieme a un amico. Le guardie ci hanno scoperto quasi subito: ci hanno riportato dentro e picchiato violentemente. Il mio amico non è sopravvissuto alle percosse. L’ho visto morire davanti ai miei occhi”.

Ucciso perché troppo stanco per lavorare. Parla M., un ventisettenne del Gambia, ascoltato a Pozzallo il 29 settembre. L’assassinio di cui è stato testimone è avvenuto circa due settimane prima, verso il 15 settembre, ad opera di una guardia del centro di detenzione, probabilmente come “avvertimento” per gli altri prigionieri. “Sono stato detenuto in una prigione vicino a Tripoli per sei mesi. Mi hanno fatto lavorare come muratore. Lavori forzati e molto faticosi: non hanno mai pagato né me, né gli altri ragazzi. Un giorno un mio amico ha detto che era troppo stanco per lavorare. Ha detto alle guardie che non riusciva ad alzarsi. Uno dei libici allora ha minacciato: ‘Se non vieni ti sparo’. Io pensavo che scherzasse. L’ha pensato anche il mio amico. Quel libico, invece, lo ha ucciso con un colpo alla testa. Poi si è girato verso di me: ‘Tu che fai, lavori o no?’, mi ha detto. Io mi sono alzato e sono andatio con loro.”.

Assassinato il giorno della partenza. Il testimone è un migrante proveniente dalla Costa d’Avorio, M., di 20 anni. Anche lui è stato intervistato al centro hotspot di Pozzallo il 29 settembre. L’episodio di cui parla è accaduto pochi giorni prima dell’intervista. “I miei ultimi mesi in Libia li ho trascorsi in un centro di raccolta nei dintorni di Tripoli. Eravamo circa 500 lì dentro… Arrivavano ogni notte a prendere uno o due detenuti. A volte per lavori forzati. A volte erano portati a rubare. Più spesso venivano venduti o portati in un’altra prigione. Molti non sono più tornati indietro. Il giorno della partenza hanno chiamato un mio amico. Aveva molta paura che lo riportassero in prigione e di non poter partire. I libici gli hanno detto che se non fosse andato lo avrebbero ucciso. Lui ha cominciato a correre. L’hanno ucciso con due colpi di pistola in testa. L’hanno ucciso proprio il giorno della partenza, quando era quasi in salvo. Tutti noi abbiamo guardato questa scena. Poi ci hanno costretto a spostare il cadavere. E ci hanno fatto salire sul gommone…”.

(Fonti: Repubblica edizione del 2 ottobre; Il Fatto Quotidiano, edizione del 5 ottobre; Dossier “Esodi” di Medici per i Diritti Umani).

Grecia (Lesbo), 8 ottobre 2017

Una bambina siriana di cinque anni è morta nell’ospedale di Mytilini, sull’isola di Lesbo, cinque giorni dopo essere sbarcata sull’isola. Gravemente malata, il padre aveva deciso di portarla in Europa perché potesse essere sottoposta a cure mediche adeguate. Non avendo altre alternative, ha attraversato l’Egeo dalla Turchia forzando il blocco su un gommone carico di altri profughi siriani e afghani, oltre 70 persone, tra cui numerosi bambini. Appena ha toccato terra a Lesbo tra le sette e le otto del mattino, l’uomo ha fatto presenti le condizioni della sua bambina,rese ancora più gravi dalle fatiche e dai disagi del viaggio, ma anziché in ospedale è stato mandato nel centro profughi di Moria, descritto come un campo di concentramento in vari rapporti dell’Unhcr e di varie associazioni umanitarie. In breve la piccola si è aggravata e nella notte tra sabato 7 e domenica 8 ottobre è stata finalmente portata all’ospedale di Mytilini, ma è morta poche ore dopo. Secondo alcuni giornali locali, ripresi da una cronaca di La Vanguardia, la bimba sarebbe morta anzi prima ancora di arrivare al pronto soccorso.

(Fonte: La Vanguardia, Sito Internet Are You Syrious, Lesvos News).

Tunisia (al largo delle isole Kerkennah), 8/9 ottobre 2017

Almeno 40 vittime (8 morti di cui è stato recuperato il corpo e più di 30 dispersi) nel naufragio di un peschereccio carico di migranti soperonato da una nave da guerra tunisina. I primi rapporti diffusi all’indomani della strage parlavano di 30 vittime, ma nei giorni successivi varie Ong tunisine (tra cui il Foro pe ri diritti economici e sociali) hanno precisato che le persone di cui non si ha più traccia sono fra 30 e 40. Il barcone era partito durante la notte dalle isole Kerkennah, l’arcipelago situato di fronte al porto di Sfax, a 18 chilometri dal continente africano e a 140 da Lampedusa, diventato dalla primavera del 2017 il principale punto di imbarco della nuova rotta dei migranti, che dalla Tunisia punta verso Lampedusa o Linosa e le spiagge dell’Agrigentino. A bordo i “passeggeri” erano almeno 80, tutti tunisini. La collisione è avvenuta intorno alle due di notte, a 54 chilometri dalla partenza, in acque Sar di competenza maltese. Secondo il ministero della difesa di Tunisi, il peschereccio stava navigando senza luci di segnalazione: la nave militare avrebbe accostato per poterlo identificare e nella fase di avvicinamento ci sarebbe stato uno speronamento accidentale. Non è escluso, tuttavia, che proprio perché navigava a luci spente, sulla nave abbiano intuito che si trattava di un barcone con dei migranti o comunque con qualcosa da nascondere e sia stata decisa una manovra rapida di accostamento per costringerlo a fermarsi, finendo poi per speronarlo. Sta di fatto che l’urto è stato molto violento e il peschereccio è affondato rapidamente. Si sono salvati, in pratica, quasi soltanto i migranti che hanno fatto in tempo a gettarsi in mare prima dell’urto. Quelli ancora a bordo sono stati travolti e si sono persi in acqua. Lo stesso equipaggio militare ha prestato i primi soccorsi, salvando 38/40 naufraghi e recuperando 8 corpi senza vita. Sul posto per le ricerche, sotto il coordinamento di Malta, si sono poi portate altre unità tunisine e anche diverse navi italiane. Stando alle testimonianze dei superstiti, ci sarebbero più di 30 dispersi. Il numero totale delle vittime è dunque di 40 circa. Il 12 ottobre familiari e amici delle vittime hanno inscenato una protesta, sfociata  in gravi disordini, contro al linea dura del Governo.

Intensificati i controlli. L’azione molto decisa condotta dalla nave militare tunisina può forse rientrare nel “giro di vite” impresso ai controlli, sia a terra che in mare, d’intesa con l’Italia e l’Unione Europea, per bloccare il flusso crescente di migranti soprattutto dalle coste di Sfax. Numerose barche sono state fermate nelle ultime settimane in porto o subito dopo la partenza e diversi arresti si sono registrati nelle città costiere. La stessa notte della strage, a Sfax la Guardia Nazionale ha fermato 5 giovani che, arrivati in auto, si accingevano a raggiungere le isole Kerkennah. Altri 12 sono stati fermati a Sidi Mansour. Il ministero dell’Interno, inoltre, ha riferito di una vasta operazione con arresti sia di migranti che di “traghettatori”, sempre intorno a Sfax.

(Fonti: Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Libero Quotidiano.it, Immigrazione, Tgcom-24, Agenzia Ansa, La Stampa, Africa Time del 9 e del 12 ottobre).

Libia (Zawiya), 12 ottobre 2017

Almeno 19 dispersi nel naufragio di un barcone al largo delle coste libiche, a ovest di Tripoli. Il battello era salpato verso le due del mattino dalla zona di Zawiya, il porto a 50 chilometri circa da Tripoli che da anni è uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti insieme aa quello di Sabratha. A bordo c’erano non meno di 25 migranti di varie nazionalità: egiziani, tunisini, sudanesi, libanesi, pachistani e qualche libico. Durante la navigazione lo scafo ha cominciato a imbarcare acqua a causa, probabilmente, di una falla. Dopo un po’ il capitano, un sudanese, ha deciso di invertire la rotta per tentare di rientrare a Zawiya, ma era già troppo tardi: il barcone si è rovesciato ed è affondato in pochi minuti. Imigranti che indossavano un giubbotto di salvataggio sono riusciti a restare a galla; gli altri sono scomparsi in breve sott’acqua. I primi soccorsi sono stati prestati da alcuni pescatori che, poco dopo l’alba, si sono accorti del naufragio e sono riusciti a prendere a bordo delle loro barche sei persone ancora in vita: 2 libanesi, 2 tunisini, 1 pachistano e 1 egiziano. Le ricerche sono continuate, ma non è stata trovata traccia degli altri 19 che al momento della partenza erano sul barcone affondato.

(Fonte: Libya Observer)

 

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