UN CIMITERO CHIAMATO MEDITERRANEO: IL 2016 (prima parte: gennaio-agosto)

2016 – Un anno drammaticamente segnato come nessun altro in precedenza da morti, violenze e naufragi.

La cronaca.

Spagna-Marocco (Ceuta), 2 gennaio 2016

Il cadavere di un giovane subsahariano viene trovato da una pattuglia della Guardia Civil sulla spiaggia di Benzù, nell’enclave spagnola di Ceuta, a breve distanza dalla linea di confine con il Marocco. La salma è sulla battigia: appare evidente che è stata spinta fin lì dal mare durante la notte. La morte risale sicuramente a qualche giorno prima. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di uno dei giovani che hanno cercato di passare il confine il 25 dicembre dando l’assalto alle barriere terrestri e marine tra il territorio marocchino e quello spagnolo. Sembra la conferma, in sostanza, di quanto hanno denunciato Caminando Fronteras e numerosi giovani migranti che parlavano di  almeno altre due vittime oltre ai due giovani morti di cui erano stati trovati i corpi sulla spiaggia nel versante marocchino.

(Fonte: No Borders Morocco, El Faro Digital, Diario Digital)

Grecia (isola di Agathonisi), 2/3 gennaio 2016

Un bimbo siriano di due anni muore cadendo in mare da un gommone con a bordo 40 profughi. E’ la prima vittima del 2016 nell’esodo di migranti e richiedenti asilo in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa. Si chiamava Khalid.

Il gommone era partito il giorno 2 dalla costa turca, distante solo poche miglia. La tragedia è avvenuta proprio all’arrivo. Il mare era in burrasca: spinto dalle onde e dalla forte corrente il natante è stato sbattuto con violenza contro una scogliera. Nell’urto il piccolo è finito in mare e non si è riuscito a recuperarlo in tempo. Alcuni pescatori, presenti fortunatamente nella zona, hanno tratto in salvo gli altri 39 naufraghi, inclusa la madre del bambino, una ragazza di venti anni. Il corpo del bambino è stato portato dai pescatori presso l’ospedale di Samo.

Nelle stesse ore si è sfiorata una tragedia di fronte alla costa del distretto di Izmir in Turchia: un battello con 57 rifugiati a bordo, partiti nonostante le cattive condizioni atmosferiche, è stato sbattuto dal mare in tempesta su un isolotto. I naufraghi sono stati poi recuperati dalla Guardia Costiera turca.

(Fonti: Corriere della Sera, Agi, Daily Sabah Turkey).

Spagna-Marocco (Ceuta), 04 gennaio 2016

Tre giovani muoiono nel tentativo di superare la frontiera tra l’enclave spagnola di Ceuta e il Marocco. Facevano parte di un gruppo di circa duecento migranti che hanno dato l’assalto, via terra e via mare, alle barriere erette al confine, il secondo tentativo in massa in meno di due settimane, con quello del 25 dicembre. Il tentativo, secondo la Ong Caminando Fronteras, è stato fatto contemporaneamente in tre punti: un gruppo ha cercato di raggiungere la spiaggia di Benzù, un altro si è arrampicato sulle barriere di filo spinato e cemento, un terzo ha scelto la via del mare. Nessuno è riuscito a passare: hanno bloccato tutti la polizia marocchina e le milizie ausiliare, con l’aiuto – secondo i migranti – anche della Guardia Civil spagnola.

I morti sono tre di quelli che hanno tentato la via del mare. La polizia marocchina nega che ci siano degli annegati ma Caminando Fronteras e numerosi migranti giurano di aver visto i corpi delle vittime riversi sulla spiaggia. Anche nell’assalto del 25 dicembre le autorità di polizia marocchine e spagnole negavano che ci fossero più di due morti, ma sono state smentite dal ritrovamento della salma di un giovane subsahariano, il due gennaio, sulla spiaggia di Bezù.

(Fonte: El Diario Es, No Borders Morocco).

Turchia1 (Ayvalik e Dikili), 5 gennaio 2016

Quarantuno morti (tra cui 3 bambini) e forse anche un numero imprecisato di dispersi (presumibilmente almeno 4, che potrebbero portare il totale delle vittime a 45), nel naufragio di un gommone e un barcone carichi di profughi, che dalle coste turche cercavano di raggiungere l’isola greca di Lesbo. Sono siriani, afghani e qualche algerino. Ci sono anche dei superstiti: 68 secondo alcune notizie di stampa, che citano fonti della Guardia Costiera turca.

Le due tragedie si sono verificate nelle stesse ore, prima dell’alba. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando alcuni corpi non sono stati sospinti dal mare sulle spiagge della Turchia in due località diverse, Ayvalik e Dikili, entrambe distanti solo poche miglia dalla Grecia. Inizialmente, 11 salme sono state recuperate sull’arenile o a breve distanza dalla battigia ad Ayvalik e dieci a Dikili, poi il numero dei corpi trovati in mare è salito progressivamente a 41. Si è pensato dapprima a un solo naufragio. Le ricerche e le indagini successive hanno svelato che si trattava invece di un gommone e un barcone che navigavano separatamente da punti diversi della costa occidentale turca verso Lesbo. Questa la ricostruzione dei fatti.

Dikili. Il gommone partito da qui è salpato delle cinque del mattino. A bordo c’erano 22 profughi, che hanno deciso di partire nonostante le pessime condizioni del mare, con onde alte e forte vento. La navigazione non è durata a lungo: il gommone aveva da poco preso il largo quando un’ondata lo ha rovesciato. Molti dei profughi indossavano giubbotti salvagente che però con il mare in tempesta non sono serviti a molto. Nelle prime ore del mattino, quando sono stati avvistati alcuni cadaveri sulla spiaggia, è scattato l’allarme. Secondo le prime notizie della Guardia Costiera, otto naufraghi sono stati salvati mentre sono 10 le salme recuperate. Gli altri 4 profughi risulterebbero dispersi.

Ayvalik. Da qui è partito il battello più grande, il barcone, con un carico di forse circa 100 persone. E’ salpato con il buio ed è naufragato poco dopo aver preso il mare. Si ignorano le circostanze dell’incidente, ma è presumibile che l’imbarcazione non abbia retto il mare molto mosso, probabilmente anche a causa del gran numero di passeggeri. Nelle prime ore del mattino, sulla spiaggia o a breve distanza dalla riva sono stati trovati 11 corpi ma nel corso della giornata e nei giorni successivi se ne sono aggiunti altri, fino a un totale di 31. Per molti dei superstiti è stato necessario il ricovero in ospedale per ipotermia. Le autorità turche ritengono che ci siano dei dispersi e che altri cadaveri possano riaffiorare dalle acque.

La Guardia Costiera ha proseguito le ricerche per l’intera giornata, con l’intervento anche di un elicottero.

(Fonti: Hurriyet, Daily Sabah Turkey, Anadolu Agency, Dogan Agency, Repubblica, La Stampa, El Diaro Es.)

Turchia (provincia di Batman), 5 gennaio 2016.

Un bimbo di quattro mesi muore di freddo nella tenda in cui si era rifugiata la sua famiglia, profughi in fuga dalla Siria. E’ accaduto nella provincia di Batman, nell’Anatolia sud orientale a maggioranza curda, dove è allestito uno dei numerosi campi per richiedenti asilo e migranti disseminati in Turchia. Ne ha dato notizia l’agenzia di stampa Cihan, specificando che il piccolo si chiamava Faris Khidr Ali. “Siamo scappati dalla morte, ma il nostro bambino è morto congelato qui”, ha detto il padre, chiedendo l’aiuto delle autorità turche per l’altro suo bambino, il fratellino maggiore di Ali, di appena tre anni.

(Fonti: Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa).

Turchia (provincia di Canakkale), 8 gennaio 2016

Quattro migranti uccisi in un incidente stradale in cui è rimasto coinvolto il pullman sul quale viaggiavano verso la costa occidentale della Turchia, nella provincia di Canakkale. Nello scontro sono morte anche altre due persone, entrambe di nazionalità turca, che erano a bordo dell’auto contro cui si è schiantato il bus. Altri 30 migranti hanno riportato ferite che ne hanno reso necessario il ricovero in alcuni ospedali della zona.

Secondo quanto ha accertato la polizia, il pullman, carico di profughi siriani e afghani, era diretto ad Ayvalic, uno dei punti di imbarco clandestini per l’isola greca di Lesbo. Era partito di notte per eludere più facilmente i controlli. Verso le 4 del mattino, probabilmente a causa della forte velocità, ha sbandato e si è scontrato con un’auto che procedeva in senso inverso, ribaltandosi.

(Fonte: Hurriyet Daily News).

Spagna-Marocco (Melilla), 8 gennaio 2016

Il corpo senza vita di un ragazzino africano viene trovato da un pescatore nelle acque del porto di Melilla. Si tratta quasi certamente di un minorenne marocchino che risultava disperso dalla notte di Capodanno, dopo essersi tuffato in mare per raggiungere e nascondersi a bordo del traghetto di linea che collega quotidianamente l’enclave spagnola con la penisola iberica.

(Fonte: El Diario Es. Fortress Europe).

Turchia (Balikesir), 9 gennaio 2016

Sette profughi morti e 42 feriti (di cui 7 in condizioni critiche) su un pullman finito fuori strada nei pressi di Balikesir, nel distretto di Havran. E’ un incidente simile a quello accaduto l’8 gennaio più a est, verso Canakkale. E a Canakkale era diretto appunto anche questo secondo bus carico di migranti, partito in piena notte dall’interno dell’Anatolia per raggiungere uno dei punti di imbarco verso Lesbo.

L’incidente è avvenuto poco prima dell’alba. La causa, secondo gli accertamenti della polizia, è quasi certamente la velocità eccessiva. Forse l’autista ha accelerato la normale andatura nel timore di giungere in ritardo all’appuntamento con gli scafisti. Sta di fatto che ha perso il controllo della guida. Il pullman è così finito fuori strada, ribaltandosi. Nell’impatto sono rimasti uccisi lo stesso autista, l’unico di nazionalità turca a bordo, e sette migranti. I feriti sono stati ricoverati negli ospedali di Balikesir, Ivrindi, Havran ed Edremit. Per la maggior parte sono siriani.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Daily Sabah Turkey).

Italia (Santa Maria di Leuca), 11 gennaio 2016

Una donna morta e quattro disperse (per un totale di 5 vittime) durante uno sbarco di profughi, tutti somali, sulla costa del Salento, intorno a Santa Maria di Leuca. Il gruppo, 42 persone secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, salpato dalla Grecia su un semi cabinato, è arrivato in piena notte sulle coste italiane. Verso le 3,30 nonostante il mare mosso e le temperature piuttosto basse, gli scafisti, anziché accostare, hanno costretto i profughi a gettarsi in acqua, a notevole distanza dalla riva rocciosa. L’operazione si è ripetuta in tre punti diversi: prima a Marina di Novaglie, in località Ciolo, poi a Leuca e infine a Felloniche. Nessuno si è accorto di nulla fino a quando i primi naufraghi non sono arrivati a terra a nuoto. Sono stati alcuni pescatori a dare l’allarme, facendo scattare le ricerche. La Guardia Costiera e la Finanza hanno recuperato 37 naufraghi e trovato il corpo di una giovane donna, incastrato tra le rocce di Felloniche. Nessuna traccia di altre quattro donne. Anche il battello non è stato trovato. Cinque delle persone salvate sono state ricoverate per ipotermia, una in gravi condizioni.

Erano mesi che non si registravano sbarchi nel Salendo e più in generale in Puglia. Questo sbarco potrebbe essere un primo segnale: è probabile che la rotta adriatico-ionica si riapra in seguito alle difficoltà e alla chiusura di molte frontiere lungo la rotta balcanica di terra.

(Fonti: Repubblica, Corriere della Sera, Stampa, Gazzetta Mezzogiorno. El Diario).

Turchia (Ariklialti), 11 gennaio 2016

Tre morti (due donne e una bambina di cinque anni) nel naufragio di un motoscafo semi cabinato nel mare Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Il battello era partito i n piena notte dalla piccola città litoranea di Ariklialti, nei pressi di Ayvacik, provincia di Canakkale, diretto verso l’isola di Lesbo. A bordo c’erano 16 profughi, tutti di nazionalità afghana. L’incidente è avvenuto poco dopo l’inizio del viaggio, a circa 200 metri dalla riva: probabilmente a causa delle condizioni marine difficili, il motoscafo, sovraccarico rispetto alla stazza, si è rovesciato. Cinque dei naufraghi sono riusciti a raggiungere la costa a nuoto, altri otto sono stati recuperati dalla Guardia Costiera turca intorno al relitto, ma per due donne e la bambina i soccorsi sono arrivati troppo tardi. Tra i superstiti c’è anche un bambino di un anno.

(Fonte: Hurriyet Daily News, Daily Sabah Turkey, La Repubblica).

Turchia (distretto di Seferihisar), 12 e 13 gennaio 2016

Sette corpi vengono gettati dal mare, tra il 12 e il 13 gennaio, sulla costa del distretto di Seferihisar, nella provincia di Izmir, in Turchia. Li trovano – prima sei (5 uomini e una donna) e poi un settimo il giorno dopo), alcuni abitanti del posto, che avvisano la locale gendarmeria. Si tratta evidentemente di profughi che stavano cercando di raggiungere la Grecia, con ogni probabilità la vicina isola di Lesbo, e che sono morti in un naufragio, di cui non si è avuta notizia, avvenuto nei giorni precedenti. Il medico legale ha stabilito, infatti, che tutti e sette sono annegati e che erano in acqua già da almeno cinque giorni o forse addirittura dieci. Ignota la loro nazionalità. E’ probabile inoltre che ci siano anche dei dispersi. Il bilancio delle vittime potrebbe essere dunque molto più pesante.

(Fonte: Daily Sabah Turkey, Hurriyet Daily News).

Turchia (Ayvacik), 13 gennaio 2016

Tre morti e tre dispersi (per un totale di sei vittime) nel naufragio di una barca di profughi al largo della costa di Ayvacik, in Turchia, provincia di Canakale. Il battello era partito con a bordo 19 profughi (di c ui non è stata comunicata la nazionalità) decisi a raggiungere la Grecia. Durante la navigazione si è rovesciato ed è andatio a picco. Unità della Guardia Costiera turca hanno salvato 13 naufraghi e recuperato i corpi di una ragazza e due donne. Stando alle testimonianze dei superstiti risultano dispersi un ragazzo e due uomini. Senza esito le ricerche condotte da mezzi della Marina turca.

(Fonte: Daily Sabah Turkey).

Grecia (Agathonisi), 15 gennaio 2016

Tre bambini annegati nel naufragio di un gommone carico di profughi tra la Turchia e la Grecia, nel sud est dell’Egeo, nei pressi dell’isola di Aghatonisi. E’ accaduto all’alba. Il battello, con 23 persone a bordo, era partito dalla spiaggia di Didim, sulla costa turca, per raggiungere la piccola isola greca di Aghatonisi, distante soltanto pochi chilometri. Il naufragio è avvenuto a poche centinaia di metri dalla riva: il gommone si è rovesciato a causa probabilmente di un colpo di mare e del sovraccarico e poi ha cominciato ad affondare. L’allarme è stato dato da alcuni militari del presidio dell’isola, che hanno avvertito la nave di Migrant Offshore Aid Station, l’organizzazione non governativa di Malta, che ha spostato il suo raggio d’azione dal Canale di Sicilia all’Egeo Orientale. I soccorritori hanno recuperato 20 naufraghi. Tre bambini sono però annegati prima che potessero essere raggiunti. I superstiti sono stati trasferiti a Samo. Molti presentavano sintomi di ipotermia. Non è stata resa nota la nazionalità dei profughi.

(Fonte: Ekhatimerini News, Repubblica, La Stampa, Il Fatto Quotidiano)

Turchia (Ayvacik), 15 gennaio 2016

Quattro profughi morti (di cui tre bambini) nel naufragio di una barca tra la costa turca e l’isola greca di Lesbo. E’ accaduto poche ore dopo la tragedia di Aghatonisi. L’imbarcazione, partita dalla costa di Ayvacik nelle prime ore del mattino, con tredici persone a bordo, ha percorso solo un breve tratto: si è rovesciata, probabilmente a causa delle cattive condizioni del mare, ed è andata a fondo. Per i soccorsi sono intervenute una unità della Guardia Costiera turca, che ha tratto in salvo tre naufraghi, e varie barche di pescatori che ne hanno recuperati cinque. Poco dopo sono stati avvistati i corpi senza vita di tre bambini e di un adulto. A quel punto mancava ancora all’appello un ragazzo di 14 anni, dato per disperso ma ritrovato poi in mare oltre un’ora dopo, in forte stato di ipotermia ma ancora vivo.

(Fonti: La Stampa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, News Fulton Country, Daily Sabah Turkey, Il Messaggero).

Grecia (Farmakonissi), 15 gennaio 2016    

Un neonato di pochi mesi muore durante la traversata dalla Turchia alla Grecia, probabilmente per ipotermia. Il piccolo era insieme ai familiari su un barcone partito dalla zona di Didim e giunto in mattinata nell’isola greca di Farmakonissi, nell’Egeo sud orientale, con oltre 40 profughi a bordo. E’ stato al momento dello sbarco che ci si è accorti che il bimbo era ormai senza vita. E’ stata disposta un’autopsia per accertare le cause della morte.

(Fonte: Il Messaggero, Il Fatto Quoitidiano).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 15/16 gennaio 2016

Trovato un profugo morto a bordo di un gommone soccorso nel Canale di Sicilia, al largo delle coste libiche, da unità della Marina Italiana. La salma viene trasferita a bordo della nave Dattilo e condotta a Catania insieme a 246 migranti tratti in salvo in più operazioni di salvataggio. Il giorno prima la nave Spica ha condotto ad Augusta altri 453 migranti tratti in salvo sempre nel Canale di Sicilia e provenienti soprattutto da Gambia, Senegal, Guinea: si tratta di 383 uomini, 6 donne, due minorenni accompagnati e 62 non accompagnati.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia).

Grecia (Lesbo), 20 gennaio 2016

Una donna di 35 anni e un bambino di cinque morti per ipotermia in seguito al naufragio della barca con cui dalla Turchia stavano cercando di raggiungere l’isola di Lesbo. La tragedia si è verificata a non grande distanza dalla costa greca. Unità della Guardia Costiera sono arrivate tempestivamente sul posto per i soccorsi ma, quando sono stati avvistati e raggiunti la donna e il bambino erano già morti per il freddo: la temperatura intorno all’isola si aggirava intorno allo zero. Duramente provati ma tratti in salvo gli altri 54 naufraghi, quasi tutti profughi siriani.

(Fonte: Panorama online, censimento delle vittime dell’Egeo).

Turchia (Foca, costa di Aslamburnu), 21 gennaio 20125

Da 22 a 25 vittime (12 annegati di cui è stato recuperato il corpo senza vita e 10/13 dispersi) nel naufragio di un barcone nell’Egeo orientale, tra la Turchia e l’isola di Lesbo, distante poco più di trenta chilometri. Si tratta, per la maggior parte, di profughi siriani.

La tragedia è avvenuta nelle prime ore del mattino. Il battello era partito durante la notte dalla costa di Aslamburnu, nel distretto di Foca, una cinquantina di chilometri a nord di Izmir (Smirne). La navigazione – informano alcune agenzie turche e vari media locali – si è rivelata difficoltosa a causa del mare mosso e del sovraccarico. Le circostanze precise del naufragio non sono note: probabilmente la barca si è rovesciata e poi è andata a picco. Nessuno si è accorto di niente fino a quando alcuni pescatori non hanno avvistato in acqua un cadavere, dando l’allarme alla Guardia Costiera turca. Sul posto si sono portate diverse unità militari e un elicottero. I soccorritori hanno tratto in salvo 25 persone e recuperato tredici salme, tra cui quelle di una donna incinta e almeno due bambini.

Parecchi dei sopravvissuti sono stati ricoverati in ospedale: in particolare una donna, per un grave stato di ipotermia. Sono stati i superstiti ad avvertire che, essendo partiti in non meno di cinquanta, c’erano dei dispersi. Secondo alcune fonti giornalistiche (come il quotidiano spagnolo online El Diario, che cita agenzie turche) sarebbero 13, secondo altre (come Hurriyet) almeno 10 perché i naufraghi tratti in salvo, anche se in cattive condizioni fisiche, sarebbero 28.

(Fonti: El Diario Es., Hurriyet, Daily Sabah, Anadolo Agency, Cihan Agency).

Grecia-Turchia3 (Farmakonissi, Kalolimnos, Didin), 22 gennaio 2016

Oltre 70/75 vittime, tra morti e dispersi, in tre distinti naufragi nell’Egeo Orientale, tra la costa turca e le isole della Grecia: due in acque territoriali greche, nei pressi di  Farmakonissi e Kalolimnos e uno al largo delle spiagge di Didim, nella provincia anatolica di Aydin. Di 46 profughi sono stati recuperati i corpi senza vita: 20 sono di bambini e 17 di donne. Il conto dei dispersi è incerto, ma in base alle testimonianze dei superstiti non dovrebbero essere meno di 30. Forse anzi,, tenendo conto anche del naufragio di Didin, anche di più.

Farmakonissi. E’ il primo dei tre naufragi di questa terribile giornata. Verso l’1,30 dopo la mezzanotte, una barca in legno salpata dalla Turchia è finita contro una scogliera. Delle 56 persone che erano a bordo, 47 sono riuscite a mettersi in salvo raggiungendo la riva e aggrappandosi agli scogli. Una unità della Guardia Costiera ha tratto in salvo una ragazzina. La stessa nave, insieme a un’altra dell’agenzia Frontex, ha recuperato 8 corpi privi di vita: 6 di bambini e 2 di giovani donne.

Kalolimnos. E’ il naufragio con il maggior numero di vittime. Una grossa barca stracarica di profughi si è rovesciata al largo della piccola isola greca, situata tra Kalimnos e la costa turca. Ignote le circostanze della sciagura. Il mare non era particolarmente agitato. E’ probabile che la barca si sia sbilanciata per il carico eccessivo e un errore di manovra. La Guardia Costiera ha tratto in salvo 26 naufraghi e recuperato 34 cadaveri, tra cui quelli di 11 bambini. Secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, al momento della partenza c’erano molto più di 70 persone, forse circa 100. I dispersi dovrebbero essere dunque circa 30.

Didin. Nella tarda mattina è giunta la notizia che la guardia costiera turca, nelle acque di propria competenza, di fronte alla piccola località costiera di Didin, ha recuperato 4 corpi: prima quelli di tre bambini e poi un quarto. Secondo le agenzie turche e la stessa Guardia Costiera dovrebbe trattarsi verosimilmente di un terzo naufragio, del quale non si è saputo nulla fino all’avvistamento dei tre corpicini. Ignote le circostanze e il numero complessivo delle vittime.

(Fonti: El Diario Es., Indipendent, Daily Sabah, Hurriyet, Associated Press Greek Reporter, Anadolu Agency, La Repubblica, La Stampa).

Italia (Canale di Sicilia), 22 gennaio 2016

Un morto tra i 968 migranti salvati nel Canale di Sicilia in otto distinte operazioni di soccorso coordinate dal Centro operativo della Guardia Costiera di Roma. Si tratta di un giovane proveniente dall’Africa sub sahariana che era su uno dei gommoni in difficoltà avvistati al largo della Libia. Le unità della Marina sono intervenute dopo che è stata intercettata una richiesta di aiuto lanciata tramite un telefono satellitare. Per prima è giunta sul posto la nave Dattilo, che ha tratto in salvo 494 migranti trovati su quattro gommoni. Il cadavere era a bordo di un altro gommone, soccorso dalla nave Fiorillo, che ha tratto in salvo complessivamente 98 persone. Gli altri sono stati salvati dalla nave Siem Pilot, del dispositivo Triton (131) e dalla nave Berlin (245 su due gommoni).

(Fonte: Ansa, Agenzia Agi).

Turchia (Didin, provincia di Aydin), 26 gennaio 2016

Cinque morti (di cui tre bambini) e un numero imprecisato di dispersi (forse 16) nel naufragio di una barca tra la costa turca e quella greca. Ignote le circostanze precise della tragedia. L’allarme è stato dato da vari pescatori che alle prime luci del giorno hanno visto flottare in mare alcuni corpi senza vita, al largo delle spiagge di Didin, nella provincia anatolica di Aydin. Nel corso delle successive operazioni di soccorso, organizzate dalla Guardia costiera con unità navali e un elicottero, è stato recuperato un naufrago, il quale ha detto che a bordo del natante, partito da una località nei pressi di Didin per raggiungere l’isola greca di Farmakonisi, c’erano altre 16 persone. A questo punto il numero delle vittime non è chiaro: alcune fonti di stampa turche (come Hurriyet) concludono che i dispersi sarebbero appunto 16. Altre, come (Daily Sabah) che almeno parte dei dispersi sarebbero stati tratti in salvo. Non èstato precisato, inoltre, se il superstite intendesse 16 profughi imbarcati oltre a lui stewsso o 16 più lui stesso e le cinque vittime di cui è stato recuperato il corpo. Non sembra azzardato ipotizzare che, tra morti e dispersi, le vittime siano circa una quindicina.

(Fonti: Hurriyet, Daily Sabah Turkey, Anadolu Agency)

Grecia-Turchia (Kos-Bodrum), 27 gennaio 2016

Sette morti (tra cui due bambini), due superstiti e un numero imprecisato di dispersi nel naufragio di un battello carico di profughi tra la costa occidentale della Turchia e l’isola greca di Kos. La tragedia è avvenuta nelle prime ore del mattino, in circostanze imprecisate ma a breve distanza dall’isola.

Il battello (le informazioni fornite dalla Guardia Costiera greca e dallle agenzie di stampa non specificano se si trattasse di un gommone o di una barca di legno o vetroresina) era partito dalla spiaggia di Bodrum, distante meno di 7 chilometri da Kos: una delle rotte più battute dai rifugiati che dalla Turchia cercano di raggiungere la Grecia. La costa era ormai a portata di mano quando si è rovesciato ed è affondato. Uno dei profughi che erano a bordo è riuscito a raggiungere la riva a nuoto ed ha datio l’allarme, facendo scattare le ricerche. Sono intervenute per i soccorsi due unità della Guardia Costiera, una dell’agenzia europea Frontex e imbarcazioni di volontari, con l’aiuto anche di un elicottero. Una donna è stata tratta in salvo, ma in mare sono stati trovati sei corpi senza vita: tre uomini, due donne e un ragazzino. Più tardi la salma di un bambino è stata gettata dalle onde su una spiaggia di Kos.

L’uomo che ha dato l’allarme ha detto che a bordo c’erano una decina di persone. Dovrebbe esserci, dunque, almeno un disperso, ma non è escluso che ce ne siano anche di più: generalmente su battelli delle dimensioni descritte vengono imbarcate non meno di 15/20 persone.

(Fonti: Daily Sabah Turkeyt, Anadolu Agency, Hurriyet, Ekathimerini, Associated Press, The Daily Star).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 28 gennaio 2016

Sei profughi trovati morti su un gommone al largo della Libia durante le operazioni di soccorso condotte da unità della Marina Militare italiana dopo che al Centro di Coordinamento della Guardia Costiera era arrivata la segnalazione di alcuni battelli diretti verso l’Italia in difficoltà e probabilmente non più in grado di proseguire la rotta. La prima ad arrivare sul posto è stata la nave Aliseo, che ha soccorso prima un gommone con 109 migranti e poi un altro, a breve distanza, con 107 persone. Le operazioni si erano appena concluse quando è arrivato l’allarme per un terzo gommone, più distante. Quando la Aliseo lo ha raggiunto il battello era ormai semi affondato e continuava a imbarcare acqua: 74 naufraghi sono stati salvati ma per altri sei era ormai troppo tardi. Le salme sono state trasferite sulla nave per essere sbarcate in Sicilia. Non è escluso che possano esserci anche dei dispersi, ma le ricerche condotte in mare non hanno dato esito.

Complessivamente, nell’arco della giornata, sono state tratte in salvo dalla Marina nel Canale di Sicilia 411 migranti.

(Fonti: La Repubblica, Il Giornale di Sicilia, La Stampa).

Grecia (Samo), 28 gennaio 2016

Ventiquattro profughi morti (di cui dieci bambini) e undici dispersi (per un totale di 35 vittime) nell’Egeo, a nord dell’isola di Samo. Una decina le persone salvate dalla Guardia Costiera greca.

Il naufragio è avvenuto nelle prime ore del mattino. I profughi, 45 in tutto secondo quanto hanno riferito alcuni dei superstiti, erano su una barca in legno partita dalle coste turche prima dell’alba. Erano ormai a breve distanza dalla meta, di fronte a una delle spiagge settentrionali dell’isola, quando, sempre secondo il racconto di alcuni dei superstiti, il battello si è rovesciato, forse a causa di una manovra sbagliata o del sovraccarico, ed ha cominciato ad affondare. Per i soccorsi sono intervenute unità della Guardia Costiera greca e di Frontex. Inizialmente sono stati recuperati 12 corpi senza vita e tratti in salvo dieci naufraghi. Le ricerche successive hanno fatto salire il bilancio della tragedia a 24 morti accertati, di cui sono state trovate le salme, e almeno dieci dispersi.

(Fonti: La Stampa, Repubblica, Daily Sabah, Associated Press Greek Reporter, il Sole 24 Ore, Liberation).

Bulgaria (frontiera con la Serbia), 28 gennaio 2016

Trovati casualmente dalle guardie di frontiera bulgare i cadaveri di due uomini. Si tratta di due profughi, forse afghani, morti per assideramento mentre tentavano di attraversare, durante la notte, la linea di confine tra la Bulgaria e la Serbia in un tratto lontano dai posti di controllo.

(Fonte: The Guardian e Fortress Europe). 

Turchia6 (Bademli, distretto di Ayvacik) 30 gennaio 2016

Trentanove morti e un numero imprecisato di dispersi, forse oltre una decina, per un totale di più di 50 vittime: è il bilancio di un naufragio avvenuto tra la costa turca occidentale e l’isola di Lesbo. I profughi – in maggioranza siriani, afghani e del Myanmar – erano su un barcone in legno di 17 metri salpato dal litorale di Bademli, nel distretto di Ayvacik, provincia di Canakkale, una delle principali zone d’imbarco dei rifugiati diretti in Europa sulla rotta orientale mediterranea. La meta era certamente Lesbo, distante solo poche miglia. La sciagura è avvenuta poco dopo la partenza: forse a causa del mare grosso o di una manovra errata, la barca è finita contro una scogliera sommersa e si è rapidamente inabissata. La Guardia Costiera turca ha recuperato inizialmente una decina di salme, salite poi a 33 e infine a 39, incluse quelle di cinque bambini. Tenendo conto del numero dei naufraghi tratti in salvo (anche in questo caso le cifre sono contraddittorie: si va da un minimo di 15 a 75), il barcone doveva essere stracarico. Le stesse autorità turche hanno specificato che il bilancio di 39 vittime è quasi certamente destinato a salire. “Il barcone – ha dichiarato il vicegovernatore di Canakkale, Saim Eskioglu – ha colpito le rocce poco dopo essere salpato e purtroppo è affondato. Crediamo che ci siano altri corpi intrappolati nello scafo”.

(Fonti: Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Hurriyet, Daily Sabh Turkey, Anadolu Agency).

Turchia (Didim, distretto di Aydin), 31 gennaio 2016

Tre morti nel naufragio di un gommone nelle acque di Didim, nel distretto turco di Aydin. Tra le vittime ci sono due bambini. Facevano parte di un gruppo di almeno 15 profughi che si sono imbarcati prima dell’alba sulla costa anatolica per cercare di raggiungere l’isola greca di Farmakonisi.

Ignote le circostanze precise della tragedia. Sta di fatto che dopo poche miglia di navigazione, ancora all’interno delle acque territoriali turche, il battello ha cominciato ad affondare. I naufraghi sono stati soccorsi da un pescatore turco: 12 si sono salvati ma tre di loro, tra cui i due bambini appunto, erano già morti quando sono stati avvistati e recuperati. Non è chiaro se ci siano anche dei dispersi non essendo stato specificato il numero esatto dei migranti imbarcati.

(Fonte: Hurriyet e Fortress Europe) 

Turchia (Seferihisar), 2 febbraio 2016

Almeno 9 profughi morti (di cui due bambini di pochi anni) nell’Egeo tra la costa turca e l’isola di Samos. Erano a bordo di una grossa barca in vetroresina partita poco prima del naufragio dal litorale di Seferihisar e diretta a Samos, con a bordo più di venti rifugiati, tutti siriani.

La sciagura è avvenuta a poche decine di metri dalla riva: la barca – hanno riferito i superstiti – si sarebbe rovesciata a causa del mare mosso ed è poi affondata. La riva non era distante e qualcuno dei naufraghi è riuscito a raggiungerla a nuoto. A dare l’allarme sono stati, appunto, i primi superstiti che, arrivati sulla spiaggia, hanno avvertito la Guardia Costiera turca. Quando le prime unità di soccorso sono giunte sul posto, undici naufraghi erano già riusciti a mettersi in salvo. La barca è stata trovata sommersa ad appena 25/30 metri al largo, ma può essere stata trascinata lì dalle onde e dalla corrente. Nelle vicinanze i guardacoste hanno salvato altri due naufraghi che stavano nuotando verso la spiaggia e recuperato 9 corpi privi di vita.

Tenendo conto del numero dei superstiti e delle vittime accertate, al momento dle naufragio a bordo della barca dovevano esserci non meno di 22 persone. I superstiti non hanno saputo però precisare il numero esatto alla partenza e non è escluso, dunque, che ci possano essere anche dei dispersi.

(Fonti:. Daily Sabah Turkey, Dogan Agency, Il Messaggero, Ansa).

Spagna-Marocco (tra Ceuta e Tangeri), 6 febbraio 2016

Un morto e un disperso di un gruppo di sette profughi che cercavano di raggiungere via mare l’enclave spagnola di Ceuta dalla costa Marocchina. I sette erano partiti da Tangeri su un battello nelle prime ore del mattino. A Ceuta non sono mai arrivati. Verso le 13,30 il servizio di soccorso Alarm Phone, informato che della barca non si avevano più notizie, ha lanciato l’allarme al Servizio di Salvamento Marittimo Spagnolo, che a sua volta ha allertato la Guardia Costiera Marocchina. Le ricerche si sono protratte senza esito fino alle 21,30, con l’impiego anche di un elicottero. Gli operatori di Alarm Phone hanno tentato di rimettersi in contatto con il gruppo ma non hanno ricevuto risposte. Poco dopo mezzanotte ad Alarm Phone è arrivata la notizia che il battello era stato avvistato e recuperato da una unità della Marina marocchina, ancora fuori dalle acque territoriali spagnole. A bordo c’erano però solo cinque superstiti: uno dei profughi è morto e il suo corpo senza vita è stato recuperato dai soccorritori, l’altro risulta disperso in mare.

(Fonte: Alarm Phone, No Borders Morocco, El Diario Es.).

Turchia (Golfo di Edremit), 08 febbraio 2016

Ventisette morti e undici dispersi, per un totale di 38 vittime nel naufragio di una grossa barca nell’Egeo, tra la costa turca e l’isola di Lesbo.

L’imbarcazione, in vetroresina, era partita prima dell’alba dalla zona di Dikili, nel distretto di Altmoluk (provincia di Bahkesir), una località finora poco utilizzata per gli imbarchi di profughi diretti verso la Grecia, scelta probabilmente per sfuggire ai controlli della polizia turca, intensificati dopo i recenti accordi con l’Europa che prevedono il blocco delle vie di fuga dell’Egeo orientale. A bordo, stando al racconto di alcuni dei superstiti, c’erano non meno di 42 persone. Ignote le circostanze del naufragio. Secondo la Guardia Costiera turca è verosimile che a causare la tragedia sia stato il sovraccarico: è probabile che una manovra errata abbia provocato il ribaltamento del natante, che poi è affondato rapidamente.

Nessuno si è accorto di nulla fino a che un pescatore ha avvistato casualmente uno dei naufraghi, traendolo in salvo e dando poi l’allarme alla Guardia Costiera. Le unità di soccorso giunte sul posto hanno salvato altri tre naufraghi e recuperato 27 salme. Tenendo conto dei quattro profughi salvati, risultano dunque 11 dispersi: le ricerche si sono protratte senza esito per l’intera giornata. Tra le vittime ci sono anche undici bambini di varia età.

Inizialmente si era parlato di due distinti naufragi con un totale di 33 morti e un numero imprecisato di dispersi.

(Fonti: Daily Sabah Turkey, Hurriyet, La Repubblica).

Turchia (Adana), 08 febbraio 2016

Una bambina siriana di appena un anno è stata trovata morta alla stazione dei bus di Adana, nel sud della Turchia. La piccola, di nome Garam, era in fuga da Aleppo, in Siria, insieme alla madre, Nesrin Berdos, di 33 anni. Secondo quanto ha potuto ricostruire la polizia turca, la donna ha percorso a piedi i primi cento chilometri di fuga, con la bimba in braccio,fino ad Hatay. Da qui ha poi raggiunto Adana in pullman, per essere poi trasferita a Istanbul. E’ a quel punto che si è accorta che la piccola non respirava più: secondo i primi accertamenti medici sarebbe morta pe ril freddo e le fatiche del viaggio. La salma è stata portata all’Istituto di Mwedicina legale di Adana per gli accertamenti.

(Fonti: Hurriyet e La Repubblica).

Spagna (Isole Canarie, Gran Canaria), 08 febbraio 2016

Un giovane di 20 anni muore per ipotermia nell’ospedale di Gran Canaria dopo essere stato recuperato nell’Atlantico a bordo di una barca alla deriva. Ci sono però altre 7 vittime, profughi morti e dispersi in mare durante la navigazione nell’oceano. In tutto, dunque, le vittime sono 8.

La barca, in legno, era salpata da Capo Bajador, sulle coste del Marocco occidentale. Dopo alcune ore se ne sono perse le tracce e Caminando Fronteras, una Ong al corrente della partenza, ha dato l’allarme. Unità di soccorso del Salvamento Marittimo l’hanno individuata nella stessa giornata di domenica, poco dopo le 18,30, dieci miglia circa al largo di Gran Canaria. A bordo c’erano 42 migranti, sette in meno di quelli che, secondo le informazioni di Caminando Fronteras, erano partiti. Quasi tutti, inoltre, presentavano sintomi di ipotermia e forte affaticamento. I più gravi sono stati ricoverati in ospedale, dove lunedì il ventenne, è morto. Inizialmente è rimasta un mistero la sorte dei 7 profughi che mancavano all’appello. “L’unica speranza è che all’ultimo momento per un qualche motivo abbiano rinunciato a salpare, ma tutti ci dicono che erano in 49”, ha dichiarato Helena Maleno, portavoce della rete di attivista di cui fa parte anche Caminando Fronteras. Proprio per questo si è ipotizzato fin dall’inizio che le vittime fossero in tutto 8. La conferma che i 7 di cui si era persa traccia sono morti di sete, stenti e ipotermia durante la traversata è venuta due giorni dopo dalle dichiarazioni rese da alcuni dei superstiti non appena, dopo le cure ricevute in ospedale, sono stati in grado di parlare.

Gettati vivi in mare? Nei giorni successivi si è fatta strada una ricostruzione diversa, ancora più terribile, dei fatti: almeno parte dei 7 morti durante la traversata sarebbero stati gettati in mare dai compagni quando, benché ormai privi di forze, erano ancora in vita. Sulla scorta di alcune testimonianze in questo senso, la polizia ha aperto un’indagine e arrestato otto dei superstiti, tutto il gruppo che, secondo alcuni testimoni, “comandava” la barca. L’accusa è omicidio, lesioni e minacce. In particolare avrebbe grosse responsabilità quello indicato come il capo del gruppo, un giovane subsahariano che si sarebbe spacciato per uno stregone per impaurire gli altri e costringerli ad obbedire.

(Fonte: No Borders Morocco e El Diario Es. dell’8 e del 20 febbraio).

Spagna-Mauritania (rotta atlantica verso le Canarie), 7/12 febbraio 2016

Ventotto dispersi in mare su una barca partita dalla Mauritania e mai più ritrovata, mentre faceva rotta verso l’arcipelago delle Canarie. L’allarme è scattato la mattina di domenica 7 febbraio, quando la Guardia Civil spagnola, informata che non si avevano notizie del barcone da pesca salpato diverse ore prima dalla zona di Bountilla, ha allertato il Servizio di Salvamento, il cui aereo da ricognizione era già impegnato nelle ricerche di un altro barcone, partito da Capo Bajador, nel Marocco (Sahara Occidentale). Le ricerche si sono protratte per sei giorni, fino al tramonto di venerdì 12, quando, non  essendo stata trovata alcuna traccia del battello, si è deciso di sospenderle. Tutte le navi che in crociavano nel tratto di mare tra la Mauritania e le Canarie sono state messe in allarme ma non sono arrivate segnalazioni di avvistamenti né alla Guardia Costiera nel al Servizio di Salvamento.

(Fonte: No Borders Morocco e El Diario Es.) 

Marocco-Spagna (Tangeri-Ceuta), 19 febbraio 2016

Un disperso tra 22 migranti subsahariani che dal Marocco cercavano di raggiungere la costa dell’enclave spagnola di Ceuta. Il gruppo era partito su una barca dalla zona di Tangeri su una barca da pesca prima dell’alba. Verso le sette del mattino, non avendone più notizie e non essendo stato segnalato l’arrivo a Ceuta, una Ong ha lanciato l’allarme, facendo scattare le ricerche. Il natante, in effetti, era in gravi difficoltà a causa del mare mosso e del maltempo, con un vento sfavorevole molto forte.  Lo ha intercettato, ancora all’interno delle acque marocchine, una unità della Guardia Costiera partita da Tangeri, che ha bloccato e ricondotto a terra i profughi. Nel momento del trasbordo alcuni sono caduti in acqua e, secondo le testimonianze degli stessi profughi riportate da No Borders Morocco, uno di loro, originario della Costa d’Avorio, risulta disperso. “La Guardia Civil – hanno raccontato – ci ha respinti, è arrivata la Marina Reale e ci ha attaccati. Siamo caduti in acqua e Koniè è sparito e non è stato più ritrovato”.

(Fonti: No Borders Morocco e Yabiladi) 

Italia (Siculana, Agrigento) 19 febbraio 2016

Due morti e alcuni dispersi, probabilmente 8, per un totale di 10 vittime, tra i profughi che erano a bordo di un barcone spiaggiato sulla costa di Torre Salsa, a Siculana, in provincia di Agrigento. E’ accaduto poco dopo l’alba. La barca, un vecchio natante da pesca in legno di circa dieci metri, è stato spinto dalle onde sul litorale senza che potesse essere governata. Una trentina di migranti si sono messi in salvo sulla riva: venti si sono dileguati prima dell’arrivo dei carabinieri e una decina sono state fermati. Proprio alcuni di questi, tutti magrebini, in gran parte libici,  hanno raccontato di essere partiti in quaranta circa dalla Libia e che proprio in prossimità della costa alcuni sono finiti in mare. Sono così scattate le ricerche della guardia costiera, con due motovedette e un elicottero. A conferma del racconto fatto dai superstiti sono stati individuati due corpi senza vita: uno è stato recuperato e l’altro è stato trascinato al largo dalla risacca. Le ricerche di altri dispersi sono continuate senza esito per l’intera giornata ma il mare mosso e le correnti potrebbero aver portato lontano i corpi.

E’ probabile che la traversata sia stata fatta con un natante più grande e che solo nell’ultimo tratto siano scesi nel vecchio peschereccio che si è poi spiaggiato.

(Fonti: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale di Sicilia).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 23 febbraio 2016

Quattro profughi morti e oltre 700 tratti in salvo su sei gommoni, al largo delle coste della Libia, dalle navi della Marina Militare italiana. I primi tre gommoni sono stati raggiunti dalla nave Cigala Fulgosi, poco al di fuori delle acque territoriali libiche, a non grande distanza tra di loro. Almeno due dei tre sono partiti insieme, dalla stessa spiaggia, e navigavano in coppia: al timone c’erano due nigeriani ai quali i trafficanti hanno consegnato una sola bussola da utilizzare per entrambi i natanti. A bordo, oltre ai 403 migranti che sono stati tratti in salvo, c’erano anche i corpi privi di vita di quattro giovani donne, morte durante la traversata. Le salme sono state recuperate e trasportate in Sicilia, ad Augusta, dove sono state sbarcate nella giornata di mercoledì 24 febbraio.

Un’altra nave italiana, la Bettica, ha intercettato nel Canale di Sicilia due gommoni, con un totale 219 profughi. Il sesto battello pneumatico, con 105 persone a bordo, è stato invece soccorso, sempre nel Canale di Sicilia, dalla nave Scirocco. In totale sono 722 i migranti salvati nell’arco della giornata.

E’ la prima volta che due battelli so no costretti a navigare in coppia disponendo  di una sola bussola per orientarsi. Un “modus operandi”, da parte dei trafficanti, che moltiplica i già gravissimi rischi della traversata.

(Fonte: The Guardian, La Repubblica edizione di Palermo).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 23/24 febbraio 2016

Un giovane profugo africano muore durante la traversata del Canale di Sicilia sul gommone dove era stipato insieme a numerosi altri migranti. Il battello, partito dalle coste libiche e diretto verso l’Italia, è stato intercettato in acque internazionali da una nave militare tedesca. Quando è stato raggiunto, navigava con difficoltà a causa del sovraccarico e delle condizioni del mare. Dopo le operazioni di salvataggio, la salma è stata portata a bordo e poi consegnata in mare alla nave italiana Cigala Fulgosi, che l’ha sbarcata ad Augusta insieme ai corpi delle quattro donne recuperate su un altro gommone dalla stessa unità italiana.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo).

Spagna (isola di Alboran), 4/6 marzo 2016

Perdute le tracce di un’imbarcazione con a bordo venti profughi subsahariani diretta dal Marocco alla Spagna. A dare l’allarme è stata, verso le 14 di venerdì 4 marzo, la cooperante di una Ong, avvisando il Servizio di Salvamento Marittimo che dalla spiaggia di Alhucemas, in Marocco, era partita, diverse ore prima, una barca con una ventina di persone di cui non si aveva più notizia. Il mare era molto mosso. Le ricerche, condotte con mezzi aerei, si sono concentrate nel tratto intorno all’isola spagnola di Alboran, situata a circa 50 chilometri dalla costa del Marocco e a 90 dalla parte meridionale della provincia di Almeira, in Andalusia. Non sono state trovate tracce né dell’imbarcazione né di un eventuale naufragio. La perlustrazione aerea è stata ripresa sia sabato che domenica, in condizioni meteomarine anche peggiori di quelle di venerdì, con l’impiego di un aereo da ricognizione e di una motovedetta della Marina spagnola. Ancora una volta senza risultati.

Nessuna segnalazione anche dalle navi in transito nella zona, alle quali è stata comunicata l’emergenza dai comandi della Guardia Costiera.

(Fonti: No Borders Morocco ed Eco Diario Es)

Turchia (Didim), 06 marzo 2016

Venticinque morti e un numero imprecisato di dispersi in un naufragio al largo delle coste del distretto di Didim, provincia di Aydin, nella Turchia sud-occidentale, diventata uno dei principali punti di fuga e imbarco per i profughi in fuga dalla Siria che cercano di raggiungere la Grecia. La sciagura è avvenuta nella prima mattinata. La barca dei migranti, in legno, è salpata verso l’alba da un punto imprecisato del litorale, diretta verosimilmente verso l’isola greca di Farmakonisi. Il mare era molto mosso, con onde alte e un vento forte, almeno venti nodi, ma i profughi hanno deciso comunque di partire forse nella convinzione che con il maltempo sarebbe stato più facile sfuggire ai controlli della polizia di frontiera. Ma proprio il maltempo probabilmente, insieme al sovraccarico, ha causato il naufragio, dopo poche miglia di navigazione, ancora all’interno delle acque territoriali turche.

Sul posto sono accorse tre unità della Guardia Costiera turca. I soccorritori hanno tratto in salvo 15 naufraghi e recuperato inizialmente 18 corpi senza vita e nelle ore successive altri 7. Imprecisato il numero dei dispersi perché non è noto quanti fossero esattamente i profughi che si sono imbarcati. Le ricerche sono proseguite per l’intera giornata anche con l’intervento di un elicottero. Quasi tutte le vittime dovrebbero essere siriane e afghane. Tra le vittime identificate, un anziano patriarca afghano e tutta la sua famiglia, dieci persone in tutto.

Sempre nell’Egeo, ma nel quadrante nord-occidentale, tra la costa turca e le isole greche, altri due natanti carichi di profughi sono stati soccorsi da unità della Guardia Costiera italiana aggregate a Frontex. Nel primo caso si tratta di un gommone con 21 migranti, in procinto di affondare a causa dell’esplosione di un tubolare. Nel secondo di una barca in legno di nove metri, con 63 persone (17 uomini, 20 donne e 26 bambini).

(Fonti: Il Fatto Quotidiano, Anadolu Agency, Daily Sabah Turkey, Hurriyet).

Turchia (Ayvacik), 10 marzo 2016

Cinque profughi morti e almeno due dispersi (per un totale di 7 vittime accertate) nel naufragio di un gommone di fronte alle coste turche, nel distretto di Ayvacik. La sciagura è avvenuta poco dopo la partenza, a meno di 500 metri dalla riva, a causa probabilmente del mare grosso e del sovraccarico. I profughi, quasi tutti siriani, erano diretti verso l’isola greca di Lesbo, distante meno di 20 chilometri dalla Turchia. Unità della Guardia Costiera turca, intervenute sul posto da Ayvacik, hanno tratto in salvo nove naufraghi e recuperato cinque salme. Stando alle dichiarazioni dei superstiti, a bordo c’erano almeno altre due persone, che risultano disperse. Le ricerche si sono protratte sino a sera ma non ne è stata trovata traccia. Tra le vittime c’è anche un bambino di appena tre mesi.

I pattugliamenti della Guardia Costiera e della polizia di frontiera turca si sono intensificati dopo gli accordi con l’Europa sul controllo dei migranti. Spyros Galinos, il sindaco di Lesbo, l’isola greca dove erano diretti i profughi naufragati, ha così commentato Le crescenti restrizioni: “Dobbiamo risolvere il problema della guerra e non il problema dell’immigrazione. Queste persone, spesso madri o bambini, quando arrivano nella mia isola baciano la terra. Nei loro occhi c’è il sogno della nostra Europa, mentre noi rispondiamo costruendo solo muri”.

(Fonti: Corriere della Sera, Repubblica, Hurriyet, Daily Sabah Turkey, La Stampa).

Spagna-Marocco (Melilla), 12 marzo 2016

Un giovane profugo marocchino annega nelle acque del porto di Melilla. Aveva solo 16 anni. Secondo quanto ha potuto ricostruire la Guardia Civil il ragazzo si è gettato in acqua con alcuni compagni dalla scogliera accanto al Club Nautico per cercare di raggiungere a nuoto l’area del porto commerciale e imbarcarsi poi di nascosto su uno dei ferry che collegano l’enclave spagnola a Malaga e ad altri porti della Penisola Iberica. Evidentemente le forze non lo hanno retto ed è scompar so sott’acqua. I compagni hanno allertato le forze di sicurezza, facebndo scattare le ricerche. Il corpo senza vita del ragazzo è stato torvato dopo circa un’ora dai sommozzatori della Guardia Civil. A identificarlo, specificando che aveva soltanto 16 anni, sono sttai alcuni volontari della Ong Prodein, che si occupa in particolare dei migranti minorenni che dal Marocco ma anche da altri paesi del Maghreb sono riusciti ad  entrare nell’enclave spagnola.

(Fonte: El Diario. Es)

Macedonia-Grecia (Gevgelija), 14 marzo 2016

Tre profughi afgani (due uomini e una donna) annegati in un fiume, nel tentativo di passare il confine tra Grecia e Macedonia. E’ accaduto durante la notte tra il 13 e il 14 marzo. I loro corpi sono stati trovati al mattina lungo la riva del Suva Reka, un piccolo fiume nei pressi del villaggio di Moin e non lontano dalla città di Gevgelija, vicino alla frontiera. Nella stessa zona sono stati soccorsi altri 23 profughi, sempre in maggioranza afghani. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia macedone, i tre facevano probabilmente parte di questo gruppo, deciso a forzare il blocco attraversando di notte il confine, con il favore del buio, circa quattro chilometri a ovest del posto di frontiera di Idumeni. E’ verosimile che i 26 profughi si siano divisi in gruppi più piccoli per poter meglio eludere la sorveglianza. Il Suva Reka, che scorre nella zona di confine, è un corso d’acqua facile da superare anche a guado in tempi normali ma impetuoso e pericoloso durante le piene. E la notte tra il 13 e il 14 marzo era appunto in piena a causa delle forti piogge dei giorni precedenti. All’altezza del guado scelto dalle vittime c’era una fune a cui aggrapparsi durante il passaggio da una riva all’altra, ma evidentemente i tre sono stati vinti dalla corrente e trascinati via. Gli altri 23, rintracciati dalla polizia, sono stati condotti nel campo di transito per rifugiati in Macedonia.

Secondo notizie di stampa (El Diario. Es: ndr) circa mille profughi hanno abbandonato il campo di Idumeni nei giorni precedenti la tragedia per dirigersi verso altri punti del confine macedone e cercare di superarlo eludendo la sorveglianza delle guardie di frontiera e dell’esercito. Oltre 700 ci sono riusciti ma, intercettati dalla polizia, sono stati ricondotti in Grecia.

(Fonti: Daily Sabah Turkey, Ekathimerini, Ansa, Repubblica El Diario. Es).

Grecia (isola di Kos), 14 marzo 2016

Almeno 8 profughi dispersi nel naufragio di un gommone in prossimità dell’isola greca di Kos. La sciagura si è verificata poco dopo l’alba. Il battello, con circa 15 persone a bordo era partito durante la notte dalla zona di Bodrum, sulla costa occidentale della Turchia, che dista meno di dieci chilometri da Kos. Era ormai vicino alla riva quando, probabilmente a causa del forte vento e del mare molto mosso, si è rovesciato ed è andato a picco. Cinque naufraghi sono riusciti a raggiungere la costa a nuoto, dando l’allarme e segnalando che sul gommone affondato c’erano almeno altri otto migranti. Sul posto sono intervenute motovedette della Guardia Costiera greca e italiana, aggregate al programma Frontex, ma degli altri otto naufraghi non è stata trovata traccia. Senza esito anche le ricerche dei dispersi condotte con un elicottero.

(Fonti: Daily Sabah Turkey, Ekathimerini, Askanews, Repubblica).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 17 marzo 2016

Tre morti – due sullo stesso gommone e uno su un altro – tra i circa 1.500 profughi soccorsi e salvati nel Canale di Sicilia da unità della Marina e della Guardia Costiera italiane e del progetto Frontex. Due cadaveri erano su uno dei sei gommoni soccorsi dalla nave Diciotti della Guardia Costiera, che da sola ha tratto in salvo circa 750 migranti. Il terzo era su uno dei cinque gommoni (con in tutto 635 migranti a biordo) intercettati dalle navi Sirio e Aviere della Marina Militare. L’unità norvegese Siem Pilot, del dispositivo Frontex, infine, ha recuperato un gommone con a bordo 82 profughi. Altri 951 migranti erano stati soccorsi il giorno prima nello stesso tratto di mare del Canale di Sicilia. Le tre salme sono state sbarcate in Sicilia. La Procura ha disposto un esame medico per accertare le cause della morte. Probabilmente, come in altri casi del genere, si tratta di disidratazione e sovraffaticamento, in aggiunta a condizioni già precarie al momento dell’imbarco.

(Fonti: Tg La7 ore 13,30, Il Giornale di Sicilia)

Turchia-Grecia9 (mar Egeo tra Cesme e Chios), 19 marzo 2016

Una bambina siriana di appena quattro mesi annega in un naufragio nell’Egeo tra le coste turche del distretto di Cesme e l’isola greca di Chios. La piccola, insieme ai genitori, era su una barca salpata prima dell’alba da Cesme, nella Turchia sud occidentale e diretta verso Chios, distante solo quattro miglia. Una rotta molto breve ma difficile a causa del mare grosso e del forte vento. In tutto a bordo c’erano poco più di venti profughi, tutti siriani. Il naufragio è avvenuto quando la barca era ancora nelle acque territoriali turche. Sul posto sono intervenute unità della Guardia Costiera partite da Cesme, che hanno recuperato 21 naufraghi. La piccola, al momento dei soccorsi, era ormai morta. La Guardia Costiera non ha precisato se ci sono stati anche dei profughi dispersi.

(Fonte. Anadolu Agency).

Turchia (Ayvalik), 19 marzo 2016

Due profughi siriani dispersi in mare tra la costa turca nord occidentale e l’isola greca di Lesbo. E’ accaduto nelle prime ore del mattino. Le due vittime erano a bordo di una imbarcazione salpata dalla zona di Ayvalik con oltre 25 migranti, tutti siriani. Il mare mosso e il forte vento hanno ostacolato la navigazione. In soccorso della barca, che minacciava di naufragare, è arrivata una unità della Guardia Costiera turca, che ha tratto in salvo 25 persone. All’appello, secondo le dichiarazioni dei compagni, mancavano però due migranti, caduti e dispersi in mare. Le ricerche sono proseguite senza esito sino a sera.

Nella stessa giornata di sabato guardacoste turchi hanno intercettato e soccorso altri 101 profughi, in grande maggioranza siriani, diretti verso la Grecia ammassati su due piccole lance di legno.

(Fonte: Daily Sabah Turkey, Anadolu Agency).

Libia (Mellitah), 19 marzo 2016

Almeno 30 profughi morti nel naufragio di tre imbarcazioni al largo delle coste libiche. Le notizie, riferite dal sito Libya Observer (che cita fondi della Guardia Costiera della base di Al Zawia, in Tripolitania) sono piuttosto scarne. Si parla in tutto di sei natanti salpati da un punto del litorale imprecisato ma sicuramente tra Al Zawia, una città portuale della Libia nord occidentale non lontana da Tripoli, e Mellitah, dov’è il terminale petrolifero dell’Eni. Si tratta quasi certamente almeno in parte di gommoni come quelli che da mesi ormai vengono soccorsi nel Canale di Sicilia, molto fragili e insicuri perché, costruiti con una struttura mono-tubolare, si sgonfiano facilmente anche per un solo foro. Secondo il rapporto della Guardia Costiera, tre sono stati sorpresi in mare e riportati a riva con circa 500 migranti. Altri tre sono invece affondati.

Il rapporto della Marina libica parla di 30 morti mentre tutti gli altri naufraghi sarebbero stati tratti in salvo dalle unità giunte sul posto. Soltanto quattro i corpi recuperati, mentre i dispersi sarebbero almeno 26. Non è stato reso noto il numero dei naufraghi tratti in salvo e anche questo fa sospettare che il bilancio delle vittime possa essere più grave. I natanti intercettati sono stati distrutti dalla Guardia Costiera.

(Fonti: Repubblica, Libya Observer, La Stampa, Ansa).

Grecia (isola di Ro, Dodecaneso Rodi), 20 marzo 2016

Due bambine annegano cadendo in mare da gommone carico di rifugiati sulla quale si trovavano insieme ai genitori. Avevano uno e due anni. Il natante era partito dalla costa turca di sud-ovest diretta verso le isole greche del Dodecaneso. La tragedia si è verificata nei pressi dell’isolotto di Ro, che dista appena 5 chilometri dalla Turchia e su cui vive solo una comunità di una ventina di persone. Il mare era mosso ma i profughi – fra 35 e 40 persone, secondo la Guardia Costiera greca – hanno deciso comunque di prendere il largo, forse per aggirare in extremis le nuove norme restrittive di accoglienza intervenuto dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia. Sta di fatto che, forse a causa di un colpo di mare più forte, le piccole devono essere sfuggite ai genitori, cadendo in acqua. Le unità della Guardia Costiera greca giunte sul posto ne hanno trovato i corpicini senza vita che flottavano poco distante.

(Fonte: El Diario. Es, El Pais, El Mundo).

Grecia (Lesbo), 20 marzo 2016

Due uomini morti su un barcone carico di migranti giunto a Lesbo nelle primissime ore del mattino. Il natante, salpato dalla vicina costa turca: a bordo c’erano decine di profughi decisi a raggiungere l’isola greca sulla scia del flusso che negli ultimi giorni è fortemente aumentato per anticipare i provvedimenti restrittivi legati all’entrata  in vigore del nuovo accordo tra Unione Europea e Turchia su immigrazione e criteri di respingimento. Appena sbarcati alcuni dei profughi hanno segnalato che sul natante c’erano due compagni in gravi condizioni, privi di sensi. Il personale medico di soccorso presente al porto ha tentato invano di rianimarli con terapie d’urgenza.

Insieme alle due bambine morte presso l’isola di Ro, nel Dodecaneso, sono le prime vittime del “dopo-accordo” con la Turchia.

(Fonti: Ekathimerini e Il Fatto Quotidiano)

Bulgaria (confine turco regione di Malko Tarnovo), 23 marzo 2016

I cadaveri di due uomini vengono trovati casualmente da una pattuglia della polizia durante un’ispezione lungo la linea di frontiera con la Turchia, fortificata con un’alta recinzione di filo spinato, nella regione di Malko Ternovo. Qualche settimana prima, nella stessa zona, erano stati trovati altri due cadaveri,  in questo caso femminili, portando così il totale delle vittime a quattro.

Secondo quanto riferito dalla portavoce della polizia, Lora Lyubenova, i due uomini erano quasi certamente profughi che non sono riusciti a varcare il confine. A giudicare dalle condizioni dei cadaveri, la morte risale a diversi giorni prima. Il ritrovamento è stato così tardivo perché si tratta di una zona isolata e proprio per questo scelta verosimilmente dai due per entrare in Bulgaria senza essere visti e saltando i controlli e i posti di blocco. Il tentativo non è riuscito probabilmente a causa della barriera e dello sfinimento fisico dei due. Sui corpi non sono stati trovati segni di violenza: tutto lascia credere che la morte sia sopravvenuta per assideramento. Indosso i due non avevano documenti, sicché non è stato possibile identificarli né stabilirne la nazionalità.

La polizia ha riferito che nella stessa zona, in febbraio, sono stati trovati anche i cadaveri di due donne profughe, morte per congelamento e assideramento. Sono dunque quattro in tutto i profughi che nel giro di un mese hanno perso la vita in quel breve tratto di confine tra Bulgaria e Grecia.

(Fonte: Hurriyet Daily News e France Press).

Turchia (Karayilan, Gaziantep), 26 marzo 2016

Un profugo siriano di appena 13 anni è stato ucciso per rapina a Karaylan, nella provincia di Gaziantep, nel sud ovest della Turchia. Si chiamava Fahri Ali ed era originario di Jarabulus, una piccola città della provincia di Aleppo, non lontana dal confine turco. Costretto a fuggire con la famiglia in seguito alla guerra, si era rifugiato a Karaylan. Per sopravvivere e, verosimilmente, come fanno numerosi profughi in Turchia, per racimolare il denaro necessario per proseguire la fuga verso l’Europa o comunque un paese più sicuro, si era trovato un lavoro presso un laboratorio per la riparazione di condizionatori e refrigeratori: 50 lire turche alla settimana, l’equivalente di 17 dollari. E’ stato ucciso, appunto, per quei 17 dollari: un uomo lo ha aggredito per strada intimandogli di consegnare il denaro e al suo rifiuto gli ha prima tagliato la gola e poi decapitato, gettando la testa in un pozzo. Alcuni passanti poco dopo hanno trovato il corpo, avvertendo subito la polizia. Grazie alle loro indicazioni il presunto assassino è stato rintracciato e catturato poco dopo: si chiama Cengiz P. già arrestato in passato per fatti di droga.

(Fonte: Hurriyet). 

Libia (Garaboulli), 26 marzo 2016

Decine di profughi morti, gli occupanti di una intera imbarcazione, probabilmente un gommone, partita dalla Libia e diretta verso l’Italia. Non essendoci superstiti, non è noto il numero esatto delle vittime, ma a giudicare dal numero di migranti caricati mediamente dagli scafisti su un gommone, è verosimile che siano non meno di 70/80. Al Jazeera parla espressamente di circa 80.

La sciagura, una delle più gravi a questa data di tutto il 2016, è avvenuta al largo di Garaboulli, la città portuale a circa 75 chilometri a est di tripoli diventata uno dei principali punti d’imbarco per i profughi in fuga dalla Libia. E proprio da Garaboulli era probabilmente partito il gommone poi naufragato senza che nessuno si sia accorto di nulla e senza che sia stata captata alcuna richiesta di soccorso. L’allarme è scattato tra venerdì 25 marzo e sabato 26 quando decine di cadaveri, spinti dalla corrente, hanno cominciato a spiaggiarsi lungo la costa di Garaboulli o sono stati avvistati a poca distanza dalla riva. Sono intervenute unità della guardia costiera libica che hanno recuperato decine di salme, ma non hanno trovato i resti dell’imbarcazione né tantomeno naufraghi superstiti.

Secondo quanto ha dichiarato all’agenzia stampa giapponese Xinhua il capo della guardia costiera di Garaboulli, Abdullatif Al Munser, il naufragio risale a diversi giorni prima che scattasse l’allarme perché lo stato di decomposizione avanzato dimostra che tutte le salme recuperate sono rimaste in acqua per più giorni. E’ probabile, in sostanza, che il gommone sia salpato all’inizio della settimana per fare rotta su Lampedusa ma che sia affondato a causa delle forti tempeste che in questi giorni hanno investito la costa libica. Di sicuro la sciagura è avvenuta all’interno delle acque territoriali di Tripoli, forse solo a poche miglia dalla riva. Stando ai primi accertamenti, sempre secondo fonti della Guardia Costiera, la maggior parte delle vittime dovevano provenire dall’Eritrea e dal Niger.

Quasi 200 vittime? E’ forte il timore che la strage possa essere molto più grave anche di quanto è emerso in base al numero di salme recuperate e al carico medio dei gommoni. Il sospetto nasce dal fatto che il giorno 27 la Guardia Costiera ha annunciato di aver intercettato e bloccato al largo della costa di Sabratha tre grossi gommoni con a bordo complessivamente circa 600 profughi, tra cui 80 donne, molte delle quali in stato di gravidanza o con figli piccoli. Gommoni tanto grandi da essere caricati ciascuno con quasi 200 persone. Se anche quello affondato in circostanze sconosciute di fronte a Garaboulli era di queste dimensioni, dunque, le vittime del naufragio potrebbe essere quasi duecento.

I 600 profughi intercettati in mare – il “blocco” più vasto di migranti negli ultimi mesi, ha specificato la Guardia Costiera – sono stati trasferiti in vari centri di detenzione di cui non è stata rivelata l’ubicazione.

(Fonti: Libya Observer, Libya Herald).

Turchia (Derik, provincia di Mardin), 29 marzo 2016

Tre bambini morti e altri sei feriti nell’incendio di alcune tende in un campo di profughi siriani in Turchia, nei pressi di Derik, nel distretto di Mardin, sud ovest del paese. Il campo si trova a circa quattro chilometri dal centro abitato, a breve distanza dal confine con la Siria. Al momento dell’incidente c’erano 8.970 rifugiati, ospitati in circa 2.100 tende.

Secondo al ricostruzione fatta dalla polizia, il fuoco si è sviluppato con grande rapidità, investendo in breve diverse tende. Gli stessi profughi presenti hanno cercato di intervenire e di mettere in salvo gli occupanti, ma per tre bambini non c’è stato nulla da fare: erano di età compresa fra i tre e gli otto anni. Altri sei presentano ustioni e sintomi di soffocamento per il fumo. Ignote le cause ma nel giro di uan settimana è il secondo grave incendio che investe il campo di Derik: il primo si è sviluppato il giorno 25 marzo a causa di un corto circuito.

La provincia di Mardin ospita in questo periodo oltre 13.000 migranti, alloggiati in tre campi, il primo a Derik e gli altri a Midyat e Nusaybin. Tutti lungo il confine a breve distanza dalla linea di frontiera e a qualche chilometro dal centro abitato.

(Fonti: Hurriyet, Daily Sabah Turkey, El Diario Es.)

Italia (Augusta), 31 marzo 2016

Uno dei 796 profughi africani trasportati ad Augusta dopo essere stati soccorsi in varie operazioni condotte nei due giorni precedenti nel Canale di Sicilia, muore all’ospedale “Muscatello”. Già in gravi condizioni quando è stato preso a bordo da una nave della Marina italiana insieme ad altri migranti che erano su un gommone alla deriva a qualche decina di miglia dalla costa libica, si è ulteriormente aggravato durante la rotta verso la Sicilia. Trasportato d’urgenza in ospedale subito dopo lo sbarco, è morto poco dopo. Stando ai primi accertamenti, pare soffrisse di una grave insufficienza renale: le fatiche e i disagi del viaggio gli sono stati fatali. Su ordine della Procura di Siracusa, la salma è stata trasferita all’obitorio di Lentini per procedere all’autopsia. Anche altri due migranti sbarcati ad Augusta sono stati ricoverati in gravi condizioni.

(Fonte: La Repubblica, cronaca di Palermo).

Turchia11 (confine con la Siria), 31 marzo 2016

Negli ultimi quattro mesi la polizia di frontiera turca ha ucciso a fucilate almeno 16 profughi siriani che, in fuga dalla guerra, tentavano di passare il confine. Lo afferma l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, la cui denuncia è stata ripresa prima dal Times di Londra e poi dal quotidiano spagnolo El Diario online. L’Osservatorio cita come testimoni un ufficiale della polizia siriana e un “passatore” sempre siriano ma che vive in Turchia. Anzi, sia secondo il poliziotto che il trafficante i morti potrebbero essere molti di più: 16 sono – a loro dire – quelle accertati, uccisi separatamente, nell’arco dei quattro mesi intercorsi tra l’inizio di dicembre e la fine di marzo, in varie circostanze e in diversi punti della frontiera. In particolare nelle aree di Azaz, Tel Abyad e Ras Al Ain. Un calcolo preci sa – riferiscono – non è possibile perché quelli caduti sul lato siriano del confine sono stati sepolti nella zona di guerra, dove è molto più difficile “tenere una documentazione precisa”. Tra le vittime ci sono anche tre ragazzini minorenni, quasi dei bambini.

La denuncia – sottolineano sia il Times che El Diario – arriva a pochi giorni di distanza dall’entrata in vigore del patto stipulato tra Unione Europea e governo di Ankara. Patto che prevede il respingimento dei profughi arrivati in Europa e il blocco delle frontiere turche ma che, soprattutto, definisce la Turchia un “paese sicuro”.

Il rapporto di Amnesty. Una conferma che la polizia turca non esita a far uso delle armi contro i profughi siriani che cercano di attraversare la frontiera, viene da un rapporto di Amnesty International reso noto da El Diario con un servizio pubblicato il 2 aprile. Nel dossier, che risale alla fine di febbraio, si afferma che nei primi due mesi del 2016 numerosi profughi siriani sono stati feriti da colpi di arma da fuoco in prossimità del confine con la Turchia. “Gli ospedali siriani di Azaz – si legge testualmente nella relazione di Amnesty – hanno ricevuto una media di due civili al giorno feriti da spari mentre tentavano di attraversare la frontiera”. E più avanti: “Un medico di Azaz e un ausiliario hanno dichiarato che gli agenti delle forze di sicurezza turche hanno sparato contro i siriani che cercavano di varcare il confine a Kilis irregolarmente, con dei trafficanti di uomini”. Tra i feriti in questa circostanza è stato segnalato un bambino di dieci anni, colpito alla testa. Smentita la possibilità che le persone ricoverate possano essere state ferite in scontri a fuoco nell’ambito della guerra in Siria: “Non abbiamo indizi – hanno affermato gli autori dell’indagine – che ci siano gruppi armati nella zona di frontiera con la Turchia che è a considerevole distanza  dalla linea dei combattimenti”.

Almeno 17 uccisi nel biennio 2013/2014. A ulteriore conferma, sempre Amnesty ha segnalato, in un rapporto pubblicato verso la fine del 2014, che “almeno 17 persone sono state uccise e altrettante ferite durante l’attraversamento clandestino del confine tea il dicembre 2013 e l’agosto 2014”. Tra le vittime, un profugo siriano di 65 anni, Suleiman Ahman Khalaf, ucciso nel dicembre 2013: “Stava attraversando il confine insieme ad altri otto siriani, tra Al Derbasiyah in Siria e la città turca di Senyurt, situata a poche centinaia di metri dalla linea di frontiera quando è stato ucciso dai colpi sparati da una camionetta della polizia che aveva sorpreso il gruppo di rifugiati”. Tra i feriti, mesi dopo ma sempre nella zona di Al Derbasiyah, da segnalare in particolare il caso di Ali Ozdemir, un ragazzino di appena 14 anni, rimasto cieco per le ferite riportate alla testa. “La notte tra il 18 e il 19 maggio 2014 – ha raccontato il padre, Gani Ozdemir, agli operatori di Amnesty – Ali stava attraversando la frontiera con altri dieci rifugiati. A  una decina di metri dal confine sono stati fermati da uomini che parlavano turco. Alì si è spaventato ed ha deciso di tornare indietro ma è stato raggiunto da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Non c’è stata alcuna intimazione verbale di fermarsi né tantomeno ci sono stati spari di avvertimento in aria”. A soccorrere il ragazzino sono stati i suoi stessi compagni, che lo hanno trasportato all’ospedale di Al Derbasiya. Da qui è stato trasferito in altri tre centri medici, ad Amudah, Qamishly e Derek, sempre in Siria, ma nessuno era attrezzato per gli interventi specialistici necessarie al caso. Il personale medico, d’accordo con le autorità della città turca frontaliera di Senyurt, ha però ottenuto di ricoverarlo in Turchia, in un centro sanitario collegato all’ospedale di Diyarbakir. Le terapie intensive cui è stato sottoposto hanno salvato la vita ad Ali, che però ha perso  completamente entrambi gli occhi.

(Fonti: The Times, El Diario, The New Arab, Mail Online, Independent, Le Monde

Libia (Zawia), 1 aprile 2016

Quattro profughi uccisi e almeno 20 feriti a fucilate e raffiche di mitra da parte delle forze di sicurezza libiche durante un tentativo di evasione dal centro di detenzione di Al Nasrn. La strage, avvenuta il primo aprile e tenuta nascosta dalle autorità di Tripoli, è stata rivelata dalla missione Onu in Libia sei giorni dopo, il 7 aprile.

Al campo Al Nasr sono ospitati circa 1.200 migranti (tra cui numerose donne e bambini), quasi tutti provenienti dall’Africa Sub Sahariana. La struttura dipende dal Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale che fa capo al governo di Tripoli. In teoria dovrebbe essere un centro di permanenza temporanea. In realtà – hanno denunciato i membri dell’Unsmil (United Nation Support Mission in Libya) – è un vero e proprio lager, dove i migranti sono sottoposti a torture e pestaggi e costretti al lavoro forzato e dove, ai gravi disagi del sovraffollamento, si aggiungono la carenza di cibo e persino di acqua potabile e l’impossibilità di soddisfare i bisogni più elementari, incluso il ricorso alle cure mediche. Proprio da questa condizione invivibile è nato il tentativo di fuga in massa, subito stroncato dagli agenti di custodia, che non hanno esitato a sparare contro la folla, mirando ad uccidere. Alla fine, quanto tutti i migranti sono stati costretti a rientrare nel campo, sul terreno sono rimasti quattro morti e non meno di 20 feriti, alcuni dei quali in condizioni molto gravi. L’Unsmil ha chiesto a Tripoli di aprire subito “una inchiesta esaustiva, imparziale e indipendente”.

(Fonte: Repubblica online del 7 aprile).

Eritrea (Asmara), 3 aprile 2016

Undici giovanissimi militari uccisi e 18 feriti, tra militari e civili, ad Asmara, durante un tentativo di diserzione in massa dall’esercito per tentare poi di uscire dall’Eritrea come profughi. La strage, accaduta domenica 3 aprile, è rimasta “segreta” per alcuni giorni, fino alla notte tra martedì 5 e mercoledì 6, quando è stata denunciata da alcuni media legati alla diaspora, mentre la stampa filo governativa non ne ha parlato né nell’immediatezza dei fatti né dopo che la notizia si è diffusa fuori dal paese.

Questa la ricostruzione del massacro secondo fonti della diaspora che hanno riferito le testimonianze di familiari e amici delle vittime. I soldati uccisi e feriti, tutti reclute arruolate da poco, facevano parte di un convoglio di autocarri proveniente dal bassopiano occidentale e diretto ad Assab per essere assegnati a uno dei cantieri della nuova strada in costruzione tra la stessa Assab e Massawa, finanziata con fondi messi a disposizioni dall’Arabia Saudita. Quando l’autocolonna è giunta nelle vicinanze di Asmara, a Bloco Keren, nel sobborgo di Mai Temenai, due reclute sono saltate giù da uno dei camion per darsi alla fuga ma sono stati uccisi a colpi di fucile dalle guardie di scorta che, come si è poi scoperto, avevano l’ordine di sparare a vista, mentre agli autisti era stato ordinato di non fermarsi per nessuna ragione. Sembrava un tentativo di fuga occasionale ma in realtà molte reclute avevano concertato un vero e proprio piano per disertare. Pochi chilometri più avanti, quando il convoglio è arrivato nei pressi dell’area del grande suq di Asmara, familiari e amici di alcuni militari, evidentemente avvertiti in precedenza, hanno cercato di bloccarlo o quanto meno di rallentarne la corsa, spingendo in mezzo alla strada un bus del servizio urbano. Appena il camion di testa ha accennato a fermarsi, numerose reclute sono saltate giù contemporaneamente da vari autocarri, per darsi alla fuga e confondersi tra la folla del suq. La scorta non ha esitato a sparare di nuovo, uccidendo e ferendo vari militari in fuga e anche dei civili.

Un soldato, in particolare, rimasto tramortito a terra sulla strada dopo essere saltato dal suo camion, è stato travolto e schiacciato dall’autocarro che lo seguiva. Di fronte a quella scena e al fuoco dei militari di scorta, si è scatenata una violenta sommossa: una folla ha assalito i camion e distrutto una delle auto della polizia fatte accorrere nel frattempo. Alla fine si sono contati quattro morti (in aggiunta ai due giovani uccisi in precedenza) e oltre venti feriti, gran parte dei quali gravi, ricoverati quasi tutti all’Halibet Hospital. Nelle ore successive ai sei iniziali (i due uccisi a Mai Temenai e i 4 contati inizialmente al mercato) si sono aggiunti altri 5 morti, portando così a 11 vittime il bilancio finale della strage. Ai morti vanno aggiunti almeno 18 feriti tra soldati e civili.

(Fonti: Coordinamento Eritrea Democratica, Assenna com., Erena com, Awate).

Eritrea (confine con il Sudan, provincia di Gash Barka), 4 aprile 2016

Cinque profughi uccisi al confine tra Eritrea e Sudan dalla polizia di frontiera. La notizia, tenuta segreta dal regime, è stata diffusa da fonti della diaspora la mattina di mercoledì 6, ma la strage risale a lunedì 4 aprile. Scarni i particolari dell’eccidio, anche a causa della cesura governativa, Particolarmente rigorosa alla luce della strage del giorno prima ad Asmara. Secondo le prime informazioni, i cinque, tutti giovani e tutti originari di Asmara, sono riusciti a raggiungere la frontiera ed hanno cercato di passarla eludendo la sorveglianza della polizia. Una pattuglia li ha però sorpresi e bloccati. L’eccidio sarebbe stato eseguito a freddo: fucilati in gruppo quando ormai non potevano più fuggire. La diaspora sta cercando di risalire alla loro identità precisa e di ricostruire altri particolari della strage. Il primo ad essere identificato è un ex tassista di Asmara, di nome Ermias.

(Fonte: Coordinamento Eritrea Democratica).

Grecia (Samo), 9 aprile 2016

Cinque profughi morti – quattro donne e un bimbo neonato – morti in un naufragio di fronte all’isola greca di Samo. Erano su una piccola barca partita dalla vicina costa della Turchia. La notizia è stata riferita dall’equipaggio di un motovedetta della Guardia Costiera intervenuta sul posto della tragedia insieme a una nave impegnata nell’operazione Frontex. I soccorritori sono riusciti a salvare cinque naufraghi (due donne, due uomini e un bambino) e poco dopo hanno recuperato i corpi senza vita degli altri. Si temeva che ci fossero anche dei dispersi, ma i superst iti hanno dichiarato che a bordo dell’imbarcazione, al momento della partenza dallaTurchia, erano soltanto in dieci.

(Fonte: La Repubblica)

Italia-Libia (Canale di Sicilia e Pozzallo), 12/13 aprile 2016

Due profughi annegano durante la traversata del Canale di Sicilia cadendo in  mare a causa dell’esplosione del motore fuoribordo insieme ad altre decine di migranti, in gran parte provenienti dall’Africa subsahariana. Il battello era partito dalle coste libiche. Ignote le circostanze dell’incidente, avvenuto dopo ore di navigazione, a decine di miglia dalla costa africana. Sta di fatto che, in seguito allo scoppio, quattro dei profughi che erano a poppa, più vicino al motore, sono caduti in acqua. I compagni sono riusciti a salvarne due. Gli altri si sono persi in mare.

L’episodio è stati denunciato dai superstiti, che erano tra i 245 extracomunitari sbarcati il 13 aprile nel porto di Pozzallo dal pattugliatore militare maltese “P 61”,  che aveva preso a bordo i migranti soccorsi il giorno 12 in varie operazioni. Il gommone su cui si è verificato l’incidente era affidato a un ragazzo gambiano di appena 16 anni, che è stato fermato come “scafista” ma non è indagato per la morte dei due profughi.

(Fonte: La Repubblica, cronaca di Palermo).

Spagna (Alboran-Motril), 16/17 aprile 2016

Sei morti in un gruppo di 27 profughi a bordo di una barca da pesca partita dalla costa del Marocco e diretta verso la Spagna. L’imbarcazione aveva preso il largo venerdì 22 aprile da una località imprecisata della costa marocchina, nella zona di Tangeri. Tra i 27 migranti a bordo, provenienti da vari paesi dell’Africa subsahariana e occidentale, c’erano quattro donne e un bambino. Dopo alcune ore di navigazione è stato lanciata una richiesta di aiuto a causa delle condizioni meteorologiche avverse, con mare mosso e forte vento. Il primo allarme è stato raccolto intorno all’una di notte, tra venerdì e sabato, dagli operatori di Alarm Phone, che a loro volta hanno avvertito il comando del Salvamento Maritimo spagnolo. La segnalazione giunta ad Alarm Phone parlava di una barca con 27 persone a bordo che aveva perduto la rotta nel mare di Alboran nell’estrema parte occidentale del Mediterraneo. Dopo oltre sei ore di ricerche, poco dopo le sette del mattino la barca è stata individuata e soccorsa da una unità del Salvamento Maritimo. A bordo, però, c’erano solo 21 profughi: gli altri sei – hanno raccontato i compagni – erano caduti in mare e non era stato possibile recuperarli. Alcune motovedette di soccorso hanno continuato le ricerche fino al pomeriggio di domenica 24 aprile, ma dei dispersi non è stata trovata traccia. Secondo i compagni, due venivano dalla Costa d’Avorio, uno dal Camerun, uno dal Gambia, uno dalla Mauritania mentre del sesto non è nota la nazionalità. I 21 superstiti, tutti molto provati dalla traversata, sono stati trasferiti in Andalusia e sbarcati nel porto di Motril.

(Fonte: El Diario Es.).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 17 aprile 2016

Otto profughi morti, oltre 20 dispersi (probabilmente tra 21 e 24) e 108 tratti in salvo su un grosso gommone soccorso in circostanze drammatiche, con il mare in tempesta, nel canale di Sicilia, a circa 30 miglia dalle coste libiche. Il battello era partito verso le 9 del mattino da una zona a nord di Sabratha con a bordo – secondo quanto hanno dichiarato i superstiti – tra 135 e 140 persone. Dopo alcune ore di navigazione, si è trovato in gravi difficoltà a causa delle onde altre oltre tre metri e del forte vento, oltre che di un’avaria che ha provocato il progressivo sgonfiamento dei tubolari pneumatici. Il Coordinamento di soccorso della Guardia Costiera, che ha ricevuto la richiesta di aiuto lanciata con un telefono satellitare, ha allertato la nave Aquarius, dell’Associazione Sos Mediterraneo, che è giunta sul posto verso le 18. A quell’ora il gommone era quasi totalmente inabissato: la plancia era già piena d’acqua e affioravano ormai solo la prua e alcune parti dei tubolari. Le operazioni di soccorso si sono svolte in condizioni difficilissime: il battello in avaria ha rischiato più volte di capovolgersi. Nella concitazione, tre profughi si sono gettati in acqua per cercare di raggiungere una delle lance calate in mare dalla nave: due sono annegati e il terzo è stato salvato in extremis. Poi, completato il salvataggio dei 108 superstiti, si è scoperto che sul fondo del battello c’erano sei cadaveri, giovani annegati prima che arrivassero i soccorsi. Tenendo conto dei migranti a bordo al momento della partenza, alle vittime di cui è stato recuperato il corpo vanno aggiunti almeno 20/21 dispersi. Le vittime sono dunque in tutto almeno 29 ma forse più di 30.

Feriti da arma da fuoco. I superstiti sono stati sbarcati dalla nave Aquarius il giorno 18 a Lampedusa. Quattro di loro (tra cui due ragazzini di 15 e di 17 anni) presentano ferite da arma da fuoco. Non è chiaro in che circostanze siano stati colpiti e da chi: se dagli stessi trafficanti o da miliziani di qualcuna delle varie fazioni libiche (inclusi quelli dello Stato Islamico che controlla almeno 200 chilometri di costa) oppure dalla stessa polizia per rappresagli o magari durante un tentativo di fuga.

(Fonti: Repubblica, Giornale di Sicilia, La Sicilia, Ansa, Corriere della Sera).

Libia-Egitto12 (Mediterraneo), 18/20 aprile 2016

Centinaia di morti nel naufragio di un barcone da pesca carico di profughi almeno in parte provenienti dall’Egitto ed altri salpati dalla Libia orientale e diretti verso l’Italia o un’isola greca. Stando agli accertamenti condotti dall’Unhcr, potrebbero essere fino 500, forse 10/20 in meno. La maggior parte delle vittime sono somali, ma ci sono anche molti sudanesi, eritrei ed etiopi. Le dimensioni e le circostanze della tragedia sembrano confermare che grandi organizzazioni di trafficanti stanno puntando su rotte alternative, con grandi barche e basi di partenza diverse da quelle tradizionali della Libia, con punti di imbarco in Cirenaica o dall’Egitto.

Inizialmente si parlava di oltre 400 morti, ma col passare dei giorni si è scoperto che il bilancio è ancora più grave: circa 500 appunto, come hanno ricostruito i portavoce dell’Unhcr, riportando la testimonianza di alcuni dei 41 superstiti (37 uomini, 3 donne e un bambino), sbarcati dai soccorritori sull’isola di Kalamata, in Grecia. Secondo il racconto fatto dai sopravvissuti le barche erano in realtà due: un grosso peschereccio in legno salpato il 7 aprile e una più piccola, a quanto pare partita successivamente. Il 12 aprile i due natanti si sono incontrati al largo per un trasbordo: da quello minore dovevano essere trasferiti oltre cento profughi (ma forse addirittura 200) su quello più grande, già stracarico. La sciagura è avvenuta proprio durante questa operazione. A provocarla sono stati presumibilmente le condizioni del mare ma soprattutto il sovraccarico del primo barcone da pesca, che a un certo punto si è piegato da un lato ed ha cominciato ad affondare. Tutto si è svolto in pochi minuti: sono riusciti a salvarsi solo coloro che erano ancora sulla barca più piccola o che sono riusciti in qualche modo a raggiungerla.

I naufraghi – stando sempre al loro racconto – sono rimasti alla deriva fino al 16 aprile, quando sono stati avvistati e soccorsi da una nave mercantile filippina che nella sua rotta li ha incrociati casualmente, prendendoli a bordo e conducendoli poi in salvo nel porto greco di Kalamata, nel Peloponneso, dove sono arrivati il 17 aprile e dove sono stati raggiunti successivamente dagli inviati dell’Unhcr. E proprio dal loro racconto si è potuto stabilire che le vittime sono in tutto intorno a 500, tenendo conto che ci sono 41 superstiti e che, a loro dire, dovevano esserci complessivamente sulle due barche ben oltre 500 persone. Da altre testimonianze si è potuto chiarire come mai si è arrivati a ipotizzare che il peschereccio affondato sia partito dalle coste egiziane: uno dei leader dei migranti somali presenti al Cairo, ha dichiarato che molte delle vittime appartenevano appunto alla comunità somala “egiziana” e che, tra loro, ha riconosciuto, attraverso le foto mostrate dai familiari, numerosi suoi alunni ed ex alunni. Ciò potrebbe indicare che il clan di trafficanti che ha organizzato il viaggio ha base (o una delle basi) proprio in Egitto e che il barcone, appunto, sia effettivamente salpato inizialmente dalla costa egiziana, per poi fare sosta nelle acque della Cirenaica, a est di Tobruk, per completare il carico e puntare infine verso l’Europa: è una rotta già percorsa in passato. Sempre dalla Cirenaica è certamente partita l’imbarcazione più piccola e non è escluso che il peschereccio maggiore non abbia nemmeno attraccato in Cirenaica, ma abbia atteso l’altra barca al largo, sia pure nelle acque territoriali libiche, per il trasbordo dei profughi imbarcati nei pressi di Tobruk.

Le prime notizie. I primi a riportare la notizia, il 18 aprile, anche se in modo impreciso, sono stati la Bbc Arabic e il Daily News Online. Diversi media l’hanno subito ripresa, specificando che non si era in grado di dire dove e quando era avvenuto con esattezza il naufragio. Nonostante appaia ormai evidente che in qualche modo dovrebbe entrarci anche l’Egitto, dal Cairo non sono arrivate né conferme, né commenti. Una conferma è però venuta dalla Somalia, sia pure con qualche contraddizione: il ministero dell’informazione ha parlato di oltre 200 morti ma che le vittime siano più di 400 lo hanno detto il presidente, il primo ministro e lo speaker del Parlamento, in un comunicato ufficiale in cui hanno espresso il cordoglio dell’intera nazione. Questa differenza sul terribile bilancio di morte si spiega forse con il fatto che il ministero si riferisse solo ai dispersi di nazionalità somala mentre il presidente e il premier a tutte le vittime della tragedia, quelle somale ma anche quelle eritree ed etiopiche.

Conferme sono arrivate successivamente da varie fonti giornalistiche somale, che hanno parlato di una trentina di sopravvissuti. Il  corrispondente della Bbc in Kenia ha riferito di aver parlato anche con alcuni parenti delle vittime, ma la testimonianza più significativa è quella riportata dal sito somalo Goobjoog News che pubblica il racconto di uno dei pochi sopravvissuti, Awale Warsame, ripreso poi anche da Repubblica. Questa testimonianza ha cominciato a chiarire i fatti, specificando che sul peschereccio, al momento della tragedia, c’erano ben più di 500 persone. Ha aggiunto che erano salpati il 7 aprile da una località egiziana, che il naufragio si è verificato 5 giorni dopo, il 12 aprile, e che i naufraghi sopravvissuti sono rimasti alla deriva per cinque giorni, aggrappati ai rottami, fino all’arrivo casuale, il 16 aprile, della nave filippina. “Rottami” che dovevano essere, in realtà, i resti della barca minore, danneggiata ma in grado in qualche modo di galleggiare: altrimenti i naufraghi difficilmente avrebbero potuto resistere per 5 giorni in acqua.

In questa ricostruzione di Goobjoog News si è parlato sempre di una sola barca. Bbc Arabic e Daily News hanno parlato invece fin dall’inizio di più “barconi fatiscenti” e non di uno soltanto, sia pure di grossa stazza. La ricostruzione fatta dagli inviati dell’Unhcr sulla base delle testimonianze dei superstiti e riportata dal Guardian, ha poi consentito di fare maggiore chiarezza, confermando la tragedia e rilevando anzi che il bilancio è addirittura più grave di quello, già di per sé pesantissimo di 400 vittime riferito in base alle prime notizie.

(Fonti: The Guardian, El Diario, Le Monde, Repubblica, Ansa, Corriere della Sera, La Stampa, Fatto Quotidiano, Daily News,Dayli Sabah, The Telegraph, Sln News).

Spagna (Almeira), 24 aprile 2016

Tre profughi dispersi e uno salvato al largo delle coste di Almeira, in Andalusia. Il naufrago superstite è un algerino: era a circa 8 miglia da Cabo de Gata quando è stato individuato e recuperato dal Salvamento Maritimo spagnolo.

L’allarme e le ricerche sono scattate alle 6,56 del mattino, dopo che un veliero in navigazione nella zona ha segnalato la presenza di un naufrago che cercava di raggiungere a nuoto il litorale andaluso. A individuare l’uomo è stato un elicottero della Guardia Costiera, che ha provveduto al recupero. E’ stato poi lo stesso naufrago a raccontare di essere partito verso la Spagna su una piccola barca da pesca ma di essere poi accidentalmente caduto in mare, perdendo le tracce dei tre compagni che erano con lui e che non sono riusciti a recuperarlo. Sulla base di questo racconto le ricerche dell’elicottero sono proseguite sino a sera, senza trovare traccia della barca e dei suoi tre occupanti.

(Fonte: El Diario. Es)

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 29 aprile 2016

Ottantaquattro profughi dispersi nel naufragio di un gommone nel Canale di Sicilia, a poche miglia dalla costa libica. Solo 26 i naufraghi salvati. Il battello era partito la sera del 28, presumibilmente dalla zona di Sabrata. L’allarme è scattato in mattinata, quando al centro coordinamento soccorsi della Guardia Costiera di Roma è arrivata una telefonata “muta” da un satellitare: nessuna richiesta di aiuto specifica ma si è intuito subito che doveva esserci un’emergenza. Il telefono da cui proveniva la chiamata è stato localizzato in mare aperto, a sette miglia di distanza da Sabrata, in acque libiche, sicché sono state subito informate le autorità di Tripoli, ma contemporaneamente è stato dirottato sul posto il mercantile italiano Valle Bianca, diretto in Libia. E’ stato proprio il mercantile ad individuare il gommone che, ormai semiaffondato e ingovernabile, era stati spinto dal mare e dal vento a quattro miglia da Sabrata. L’equipaggio della nave è riuscito a recuperare 26 naufraghi ancora in vita. Sono stati proprio i superstiti a segnalare che c’erano decine di loro compagni dispersi. Inizialmente si pensava una settantina ma poi, sulla scorta delle testimonianze dei superstiti, l’Oim ha potuto stabilire che al momento della partenza sul battello erano saliti 110 migranti. I dispersi risultano dunque 84.

(Fonti: La stampa, Repubblica, Ansa, Il Fatto Quotidiano, Il Messaggero).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 28/30 aprile 2016

Due morti e 24 dispersi (per un totale di 26 vittime) nella ressa creata dal panico durante le operazioni di soccorso a un gommone in procinto di affondare dopo ore di navigazione in bali del mare, nel Canale di Sicilia. La tragedia è stata ricostruita grazie alle indagini della squadra mobile di Ragusa, che ha arrestato lo scafista, un giovane maliano.

Il gommone era partito la sera del 28 aprile dalle coste libiche, probabilmente dalla zona di Sabrata come l’altro gommone naufragato nello stesso tratto di mare e quasi nelle stesse ore. A bordo c’erano circa 125 migranti. Un carico eccessivo, specie considerando che il natante era in pessime condizioni e il mare piuttosto mosso, forza 4 e con vento in aumento. Ma i trafficanti non si sono fatti scrupoli: hanno stipato il battello al massimo, per fare più spazio possibile nel centro di detenzione che, a detta dei superstiti, era affollatissimo e con scorte di cibo insufficienti. “Le razioni negli ultimi giorni erano sempre più scarse, tanto che, poco prima della partenza del natante, durante la distribuzione del pasto, è esplosa una rissa che i trafficanti hanno sedato sparando ad altezza d’uomo”, ha raccontato uno dei naufraghi, curato a Lampedusa per una ferita da arma da fuoco al braccio.

C’erano tutte le premesse per una tragedia, come poi è accaduto. La mattina del 29 è stata intercettata una richiesta di aiuto: dopo circa sette ore di navigazione, il gommone ha cominciato ad afflosciarsi per un’avaria a uno dei tubolari pneumatici ed è in breve diventato ingovernabile. La nave più vicina era la Valle Bianca, che è accorsa sul posto su indicazione della Guardia Costiera. Il comandante del mercantile si è reso subito conto della difficoltà della situazione ed ha sollecitato l’intervento di unità più piccole per organizzare meglio i soccorsi. Contemporaneamente ha fatto calare una rete e una scaletta lungo una fiancata per cominci are a far salire a bordo i primi naufraghi. A quel punto sul gommone, che continuava ad affondare, si è scatenata una ressa per cercare di afferrare le cime e issarsi sul mercantile., Quasi tutti gli occupanti sono così finiti in acqua, compresi quelli che, obbedendo alle indicazioni dei marinai, avrebbero voluto restare sul gommone per muoversi con più calma. L’equipaggio è riuscito a recuperare 87 naufraghi e un cadavere. Nel frattempo è giunta sul posto una nave militare spagnola, la Numancia, che ha recuperato altri 12 naufraghi e un altro cadavere. I superstiti risultano così 99. Due i morti e 24 i dispersi.

Dieci dei sopravvissuti, in cattive condizioni, sono stati trasferiti in Sicilia in elicottero. Gli altri sono stati trasferiti, insieme ai due cadaveri, sulla nave norvegese Siem Pilot, impegnata nel programma Frontex, che li ha sbarcati il giorno 30 a Pozzallo, dove i superstiti hanno riferito alla squadra mobile di Ragusa le varie fasi della tragedia, dalla partenza dalla Libia fino all’arrivo del mercantile. E’ stato in anche base alle loro indicazioni che è stato individuato lo scafista, arrestato dalla magistratura per omicidio plurimo come conseguenza del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

(Fonte: La Stampa, Il Manifesto).

Siria (Sarmada, confine con la Turchia), 5 maggio 2016

Una trentina di profughi morti e decine di feriti (almeno 50) per un attacco aereo a un campo per rifugiati di Al Camouna, al confine tra la Siria e la Turchia, in territorio siriano, vicino a Sarmada, una città di frontiera della provincia di Idlib, nel nord est del paese, dove affluiscono migliaia di persone in fuga dalla guerra, in gran parte con la speranza di riuscire a varcare il confine turco e proseguire poi verso l’Europa. Negli ultimi tempi, in particolare, sono arrivati i profughi fuggiti dalle province di Aleppo ed Hama. La notizia è stata diffusa dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che parla di “almeno 28 vittime”, ma il Coordinamento dei Comitati locali sostiene che i morti sono 30. Tra questi, 7 bambini e numerose donne. Anzi secondo operatori britannici vicini all’Osservatorio presenti a Samada, i morti potrebbero anche diventare di più, perché molti dei feriti sono in gravissime condizioni.

L’attacco è arrivato all’improvviso, nel pomeriggio, ed è stato violentissimo: buona parte delle infrastrutture sono state distrutte e decine di tende incendiate, con all’interno i rifugiati. Le prime immagini diffuse dai media mostravano decine di corpi carbonizzati. Fonti della Bbc attribuiscono il bombardamento a jet siriani o addirittura russi. D’altra parte il direttore dell’Osservatorio per i Diritti Umani, Rami Abdel Rahame, ha spiegato che il campo di Al Camouna (come tutto il territorio di quella zona di cofnine) è controllato dal Fronte al Nusra, la formazione qaedista che combatte contro Assad e che è stata esclusa, come lo Stato Islamico, dall’accordo per il cessate il fuoco entrato in vigore il 27 febbraio 2016.

L’attacco è stato implicitamente confermato dalla Casa Bianca, affermando che quanto è accaduto “evidenzia quanto sia difficile stabilire una zona di sicurezza” in Siria. Una dichiarazione che, in sostanza, potrebbe suonare anche come una sconfessione o quanto meno una presa di distanze dai progetti sostenuti più o meno apertamente dalla Turchia e dall’Europa di creare insediamenti per i profughi in territorio siriano a ridosso del confine.

(Fonte: Daily Sabah Turkey, Repubblica)

Turchia (confine siriano), 11 maggio 2016

Cinque profughi siriani uccisi dalla polizia mentre tentavano di passare il confine con la Turchia. E’ la denuncia fatta il 10 maggio dalla sede newyorchese di Human Rights Watch e ripresa il giorno dopo dal quotidiano turco online Hurriyet Daily News. Tra le vittime, anche un bambino. Ci sarebbero, inoltre, anche 14 feriti,

Si tratta – stando a quanto riferisce Human Rights Watch – di diversi episodi accaduto tra la seconda metà di marzo e l’inizio di maggio. Non vengono riferiti altri particolari, ma l’organizzazione contesta senza mezzi termini alle guardie di frontiera di Ankara di aver fatto indiscriminatamente uso delle armi e di aver picchiato i richiedenti asilo e almeno un trafficante. Cita come fonte di queste accuse il racconto delle stesse vittime e le testimonianze di Alcuni siriani intervistati da alcuni operatori presenti sul posto. “Mentre il governo turco dichiara che i rifugiati siriani sono i benvenuti e i confini sono aperti, in realtà le guardie di frontiera li stanno uccidendo e malmenando”, ha riferito in particolare Gerry Simpson, un ricercatore di Hrw, descrivendo la situazione come “sconcertante”.

Il ministro dell’interno di Ankara, per parte sua, ha smentito gli incidenti denunciati, richiamando il fatto che la Turchia ospita 2,7 milioni di rifugiati siriani. Human Rights Watch ha però ribadito le accuse, chiedendo al governo turco di aprire una inchiesta sull’uso eccessivo della forza da parte dei soldati in servizio lungo i confini e asserendo che le guardie di frontiera hanno bloccato migliaia si profughi siriani dopo che i loro campi nei pressi del confine con la Turchia sono stati attaccati il 13 e il 15 aprile. Un rifugiato siriano, Hussein, ha confermato l’uso delle armi da parte della polizia turca a tre europarlamentari spagnoli in visita ai campi: “Stavo avvicinandomi alla frontiera con mio figlio, di 11 anni  quando un soldato turco mi ha sparato. Ero a 500 metri dal confine. I proiettili mi hanno attraversato le gambe: alle cosce, senza toccare le ossa”.

(Fonte:  Human Rights Watch rapporto 10 maggio, Hurriyet, El Diario Es.).

Marocco-Spagna (Bojador, Sahara Spagnolo), 12 maggio 2016

Almeno 20 morti e un numero imprecisato di dispersi nel naufragio di una barca da pesca carica di profughi al largo delle coste del Marocco. Il battello era salpato da una località dell’ex Sahara Spagnolo, facendo rotta verso le Canarie, con 53 persone a bordo, quasi tutti migranti subsahariani. Dopo qualche ora se ne è persa traccia, mentre stava cercando di superare Capo Bojador (Boujadur in francese), tra le regioni di Saguia el Hamra a nord e del Rio de Oro a sud, nel Sahara occidentale, un tratto di costa di difficile navigazione. L’allarme è stato dato da Helena Maleno (Ong Caminando Fronteras), la quale, al corrente della partenza della barca, ha allertato le autorità spagnole e marocchine quando non è più riuscita a stabilire i contatti con i profughi che l’avevano informata. Sul posto sono intervenute unità della Marina marocchina e navi mercantili che si trovavano nella zona. Le ricerche hanno permesso di recuperare alcune decine di naufraghi. I morti, secondo la polizia e la guardia costiera, sono almeno venti; imprecisato il numero dei dispersi. I superstiti sono stati trasferiti, dopo lo sbarco, nel campo militare di El Aaiun (in francese: Laayoune), il capoluogo della provincia.

(Fonte: No Borders Morocco)

Marocco-Spagna (Capo Bojador e Isole Canarie), 13/16 maggio 2016

Sessanta dispersi su una grossa barca da pesca sparita nell’Atlantico. La barca era salpata all’alba del giorno 13 dalla costa del Sahara Occidentale, a sud di Capo Bojadordi, diretta verso le isole Canarie. Al momento della partenza, alcuni dei profughi a bordo – forse 57 o più probabilmente 60 – avevano informato la Ong Caminando Fronteras, che segue la navigazione dei battelli dei profughi per segnalare eventuali situazioni di pericolo. Dopo alcune ore, non riuscendo a stabilire più alcun contatto, la Ong ha informato il Centro di Salvataggio Marittimo di Las Palmas, che ha fatto scattare le ricerche nelle acque a sud delle Canarie, con un elicottero della Guardia Civil, un aereo da ricognizione e un pattugliatore della Marina spagnola. L’operazione si è protratta per sei giorni.

La mattina del giorno 19, non essendo stata trovata traccia della barca o di eventuali naufraghi, i mezzi aeronavali sono stati fatti rientrare. E’ rimasto solo l’allerta alle navi in navigazione in quel tratto di mare.

(Fonti: No Borders Morocco, El Diario es. edizioni del 13 e del 19 maggio)

Italia (Palermo), 19 maggio 2016

Una giovane profuga sbarcata in gravi condizioni a Palermo muore dopo sei giorni di ricovero in ospedale. Non si conosce il suo nome né da dove venga: la polizia sta indagando tra i suoi compagni di viaggio per cercare di risalire alla sua identità o quanto meno alla nazionalità. La donna era arrivata a Palermo venerdì 13 maggio con la nave spagnola Rio Segura insieme ad altri 172 migranti soccorsi in mare, nel Canale di Sicilia, su gommoni stracarichi partiti dalla costa libica, da unità della Guardia Costiera italiana in due distinte operazioni Le sue condizioni sono apparse subito disperate: era priva di conoscenza, denutrita e stremata dal viaggio nel deserto, dall’attesa sul litorale africano e dalla traversata del Mediterraneo. Trasferita nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villa Sofia, è morta senza riprendere conoscenza.

(Fonte: Repubblica, cronaca di Palermo)

Italia (Sardegna), 21/22 maggio 2016

Quattordici profughi dispersi nel naufragio di una piccola barca partita dall’Algeria e diretta verso la Sardegna. L’allarme è scattato dopo che alla centrale nazionale della Guardia Costiera, a Roma, è arrivata la segnalazione che erano state perse le tracce dell’imbarcazione, salpata dalla costa di Algeri. Nella zona presumibile del naufragio è stato dirottato un mercantile e sono poi intervenuti guardacoste italiani, con l’ausilio di aerei ed elicotteri dell’Aeronautica. A circa 40 chilometri al largo di capo Teulada è stato trovato un barchino di dieci metri rovesciato ma nessuna traccia di naufraghi. Non è chiaro neanche se si tratti dello stesso natante partito dall’Algeria. Senza esito anche le ricerche condotte per tutto il giorno 22 sia da unità italiane che algerine, ampliando la zona di mare battuta.

E’ il primo naufragio di una barca di profughi proveniente dall’Algeria. Potrebbe essere il segnale di una nuova rotta. Secondo dati forniti dal ministero degli interni di Algeri, a fine dicembre 2015 si contavano nel paese oltre 100 mila profughi, per lo più maliani e di paesi dell’Africa sub sahariana e occidentale. La via d’ingresso più battuta per entrare in Algeria passa attraverso il Sahara dal Mali. Finora le vie di fuga dall’Algeria hanno puntato verso il Marocco.

(Fonte: La Nuova Sardegna, Repubblica).

Libia14 (Al Zawiya), 24 maggio 2016

I corpi senza vita di due migranti vengono recuperati da volontari della Mezzaluna Rossa sul litorale di Al Zawiya, una città della costa libica occidentale, a 45 chilometri da Tripoli, verso il confine tunisino. Secondo Ali Al Henish, responsabile della Mezzaluna Rossa della zona, le due salme, trovate sulla spiaggia del resort estivo Al Matrad, provengono con ogni probabilità da un naufragio avvenuto nei due giorni precedenti e sono state portate a riva dalle correnti. Lo stesso Ali al Henish ha aggiunto di aspettarsi lo spiaggiamento di altri corpi nel breve futuro ma che il presidio locale della Mezzaluna Rossa non ha né gli uomini né i mezzi sufficienti per occuparsi del loro recupero e sepoltura, come ha chiesto eventualmente di fare l’Organizzazione mondiale per l’immigrazione (Oim), asserendo che la ricerca e l’inumazione dei corpi dei migranti annegati è un compito che spetta alle autorità territoriali. Non si hanno notizie precise sul naufragio o comunque sulle circostanze in cui i due profughi sono annegati né sulla loro identità e provenienza.

(Fonte: Libya Observer)   

Italia-Libia (Lampedusa), 25 maggio 2016

Una giovane nigeriana in stato di gravidanza muore sul gommone con cui, insieme ad altri 150 profughi circa, stava cercando di raggiungere l’Italia. La donna si era imbarcata in Libia, probabilmente già debilitata per le sue condizioni, con la prima figlia, una bimba di appena 9 mesi. Subito dopo lo sbarco a Lampedusa, i compagni hanno raccontato che durante il viaggio ha perso conoscenza e non si è più ripresa: probabilmente la morte è dovuta a sfinimento e alle gravi ustioni da combustibile che le sono state riscontrate, un caso frequente tra i profughi che tentano la traversata su battelli pneumatici a causa degli sversamenti di benzina accidentali che si verificano durante il rifornimento del motore e che lasciano un micidiale strato di benzina misto all’acqua salata di sentina sul fondo dello scafo: una miscela nella quale si resta immersi o magari sdraiati per ore o addirittura per giorni. Dopo la morte della madre, la bimba di nove mesi è stata accudita durante il viaggio e salvata da un’altra profuga che, una volta arrivata a Lampedusa, l’ha affidata al dottor Pietro Bartolo, il medico responsabile del poliambulatorio dell’isola.

(Fonte: Repubblica).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 25 maggio 2016

Cinque morti e quasi un centinaio di dispersi (per un totale di almeno 100 vittime) nel ribaltamento di un vecchio barcone da pesca stracarico di migranti al largo delle coste libiche. Inizialmente si era parlato di 5 morti e una ventina di dispersi, ma le testimonianze rese dai superstiti quando sono sbarcati a Porto Empedocle hanno precisato che il bilancio è estremamente più grave.

Il naufragio è avvenuto proprio mentre stavano iniziando le operazioni di recupero. Dal natante – sul quale, come hanno riferito alcuni superstiti, erano state ammassate circa 650 persone, alcune decine delle quali sottocoperta – è partita una richiesta di aiuto, con un telefono satellitare, quando era a 18 miglia dalla costa libica. Nella zona si trovavano due navi della Marina Italiana, la Bettica e la Bergamini, che sono state immediatamente allertate e dirottate per i soccorsi. La prima ad arrivare è stata la Bettica, mentre dalla Bergamini sono partiti un elicottero e dei mezzi veloci minori. Alla vista della Bettica i profughi hanno cominciato ad agitarsi e prima che da bordo potessero impartire direttive su come comportarsi per garantire un minimo di sicurezza, pare che buona parte di loro si sia spostata su un lato, provocando il ribaltamento del barcone, già in precarie condizioni di galleggiamento a causa dell’enorme sovraccarico. Grazie alla tempestività dei soccorsi sono stati raggiunti e salvati circa 550 naufraghi. Di altri cinque sono stati recuperati i corpi ormai senza vita. Se sono esatte le indicazioni fornite dai superstiti, secondo i quali a bordo erano in quasi 650 al momento della partenza, dovrebbero esserci circa un centinaio di dispersi. Si tratta, con ogni probabilità, delle persone che erano sottocoperta o comunque nelle parti chiuse del barcone e che non sono riuscite a gettarsi in acqua prima del ribaltamento. Complessivamente le vittime sarebbero dunque da 100 e 105. Tra loro, come hanno denunciato i genitori, anche un bambino di sei anni.

C’è il forte sospetto – come riferisce il Guardian – che il peschereccio sia partito in realtà dall’Egitto e che abbia poi fatto sosta in Libia o comunque nelle acque libiche per completare il carico. Da notare, tra l’altro, che molti dei migranti indossavano giubbotti pneumatici di salvataggio, come non risulta sia mai accaduto finora con i battelli salpati dalla Libia. E proprio questa “dotazione” ha consentito a tanti naufraghi di salvarsi.

(Fonti: The Guardian, Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, El Diario Es. Il Fatto Quotidiano. Edizioni del 25 e 26 maggio)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 26 maggio 2016

Almeno 400, forse addirittura 500 tra morti e dispersi nel naufragio di un vecchio barcone da pesca avvenuto a circa 35 miglia dalla costa libica, nel Canale di Sicilia. Inizialmente si parlava di 20/30 morti ma, come è accaduto per la tragedia del giorno prima, le testimonianze dei superstiti hanno moltiplicato il drammatico bilancio.

Il natante era partito dalla zona di Zuwara, uno dei porti d’imbarco più usati dai trafficanti per puntare verso l’Italia. A bordo, come hanno poi raccontato i sopravvissuti, c’erano sicuramente non meno di 400 profughi, forse anche di più (secondo l’Oim quasi 500), molti stipati sottocoperta. Le condizioni del mare erano buone ma dopo qualche ora di navigazione il peschereccio ha cominciato a imbarcare acqua e ad inabissarsi. L’allarme è stato lanciato da un aereo da ricognizione della missione Eunavformed, che ha avvistato il battello semi affondato, con a bordo e intorno, già in acqua, decine di persone. La prima ad arrivare sul posto è stata la fregata Reina Sofia, della Marina Spagnola. I soccorsi hanno permesso di trarre in salvo 88 naufraghi: 64 presi a bordo dalla Reina Sofia e 24 da una motovedetta italiana. Stando alle dichiarazioni dei superstiti sul numero dei passeggeri saliti alla partenza, i morti dovrebbero essere dunque 400 circa, molti di più dei 20 o forse 30 calcolati in una dichiarazione resa ai cronisti del Guardian di Londra dal portavoce dell’operazione Sophia, il capitano Antonello de Renzis Sonnino, nell’immediatezza dei soccorsi.

La maggior parte delle vittime e dei superstiti sono profughi eritrei, somali e subsahariani. Pare ci siano inoltre dei marocchini. Finora non sembra che i rifugiati siriani si siano spostati o si stiano spostando dalla rotta orientale a quella centrale del Mediterraneo.

(Fonti: The Guardian, El Diario Es, Ansa, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, Corriere della Sera)

Italia-Libia (Sabratha-Canale di Sicilia), 26/28 maggio 2016

Circa 550 vittime (15 morti accertati di cui è stato recuperato il corpo e non meno di 530 dispersi) nel naufragio di un grosso peschereccio avvenuto il giorno 26 ma venuto alla luce solo due giorni dopo, sabato 28 maggio, quando i superstiti lo hanno denunciato subito dopo lo sbarco a Pozzallo e a Porto Empedocle. Le prime stime, basate sulle testimonianze dei superstiti, parlavano di 400/450 vittime ma secondo il rapporto dell’Unhcr il bilancio sarebbe in realtà più grave perché a bordo del natante affondato ci sarebbero stati tra 600 e 650 migranti e non 500/550 come ipotizzato inizialmente. La sequenza della tragedia è terribile: ancora più drammatica, se possibile, delle altre stragi dell’ultima settimana di maggio. La stima dell’Unhcr è confermata da Medici senza Frontiere che parlano di oltre 900 morti nei quattro naufragi avvenuti tra il 26 e il 28 maggio nel Canale di Sicilia (per il naufragio del 27 consultare nota specifica di seguito).

Secondo le testimonianze raccolte da alcuni operatori di Save the Children e dalla polizia, tutto è iniziato mercoledì notte, quando da Sabratha sono salpati due vecchi pescherecci e un gommone. Sul gommone sono stati stipati oltre cento migranti: è partito quasi contemporaneamente ai due barconi, ma ha seguito una sua rotta, senza rimanere coinvolto nel naufragio. Ciascuno dei due pescherecci trasportava invece oltre 500 persone. Anzi, il secondo, a quanto pare, tra 600 e 650. Per di più quest’ultimo, privo di motore e ingovernabile, era trainato dal primo con una lunga cima. C’erano tutte le premesse per un disastro. La navigazione, infatti, è durata solo poche miglia: al largo di Sabratha, ma ormai in acque internazionali, a circa 35 miglia dalla costa, il secondo battello, in piena notte, ha cominciato a imbarcare acqua, minacciando di affondare in breve tempo. A bordo si è scatenato il panico e quando è apparso evidente che il peschereccio si stava inabissando, molti migranti si sono buttati o sono caduti in acqua nel tentativo di raggiungere il primo battello. Molti non sapevano nuotare e comunque, nell’oscurità e nella concitazione del momento, sono presto scomparsi in mare. Solo pochi, pare 25 in tutto, sono riusciti ad aggrapparsi alla cima di rimorchio e a mettersi in salvo sul primo peschereccio, anche perché quando il secondo era ormai semi affondato lo scafista che era al timone del primo ha fatto tagliare la fune, abbandonando l’altra barca e tutti i suoi occupanti al loro destino.

Il peschereccio rimasto è stato poi soccorso qualche ora dopo, nel Canale di Sicilia, dalla nave Argo 29 e da altre unità. Quando è stato individuato, era anche questo in gravi difficoltà per il sovraccarico e per le pessime condizioni di navigabilità: tutti i migranti che trasportava, quelli saliti a Sabratha e i pochi che erano riusciti a raggiungerlo dal battello affondato, sono stati presi a bordo dalla Argo 29 (su cui erano anche operatori di Save the Children) o da altre navi dirottate per l’emergenza. Complessivamente, quasi 700 persone, inclusi i 75 naufraghi recuperati in mare dai soccorritori insieme a 15 cadaveri. La mattina di sabato 28 maggio la Argo 29 è arrivata a Pozzallo e le altre unità di soccorso a Porto Empedocle. In entrambi i porti, subito dopo lo sbarco, molti dei superstiti hanno denunciato la strage al personale di Save the Children che si stava prendendo cura di loro. Save the Children ha avvertito a sua volta la polizia e la magistratura, che ha aperto una inchiesta giudiziaria. Le circostanze precise della tragedia sono state via via ricostruite attraverso le deposizioni raccolte dagli agenti della squadra mobile di Agrigento e di quella di Ragusa. Tutti i testimoni sono stati concordi nel dire che le vittime sono sicuramente almeno 400. Parecchi hanno detto anche molti di più. Un primo bilancio “ufficiale” è stato diffuso nella tarda mattina del 29 maggio dall’Unhcr che, in riferimento ai tre naufragi avvenuti tra il 25 e il 26 maggio, parla di oltre 700 morti o dispersi, dei quali circa 550 in quello del peschereccio partito a traino da Sabratha. Tantissimi i bambini (almeno 40) e le donne che, ammassati sul battello affondato, non hanno avuto scampo. Tra le vittime, anche una donna che era a poppa del primo barcone ed è stata investita e quasi decapitata dal violento colpo di frusta subito dalla cima di traino quando è stata tranciata.

Lo scafista del primo peschereccio, un giovane sudanese, è stato subito individuato dalla polizia e arrestato. Si chiama Adam Tarik ed ha 28 anni. In arresto anche tre suoi collaboratori: Tipton Abakar, ghanese di 20 anni; Kingsley Niguma, nigeriano di 28 anni; e un ragazzino appena sedicenne, S.D.M., nato in Guinea.

(Fonti: Bbc, Repubblica, Ansa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano. Edizioni del 26, 27, 28 e 29 maggio ) 

Libia(costa tra Sabratha e Zuwara), 26 maggio 2016

Quattro cadaveri di profughi sono stati trovati dalla guardia costiera libica in due diverse località della costa tra Sabratha e Zuwara, due dei principali porti d’imbarco verso l’Italia usati dai trafficanti. Poco distante sono state rintracciate due barche rovesciate ma vuote. Lo ha riferito il colonnello Ayoub Gassim, specificando di non avere dettagli sulle circostanze della morte dei quattro, dei due probabili naufragi in cui hanno perso la vita e di quante persone fossero a bordo dei due natanti, anche se c’è da presumere che potrebbero esserci altre vittime. Lo stesso ufficiale ha aggiunto che dall’inizio del mese di maggio al ritrovamento di quelle quattro salme, secondo i dati della guardia costiera di Tripoli sono annegati nelle acque libiche 13 migranti. In totale, dunque, 17 (inclusi i due trovati dalla Mezzaluna Rossa il 24 maggio ad Al Zawiya). “Molti di meno rispetto al 95 registrati nel maggio 2015 e ai 330 del maggio 2014”, ha detto Ayoub Gassim, attribuendo la diminuzione del numero delle vittime ai maggiori controlli lungo la costa che bloccherebbero le partenze, fermando i migranti prima dell’imbarco, come è accaduto proprio il 26 maggio, quando sono stati fermati due gruppi di profughi, uno di 550 persone vicino a Sabratha e l’altro di 216 alla periferia di Zuwara, per un totale di 766, tutti poi trasferiti in centri di detenzione.

(Fonti: Associated Press, The Esponent Telegram, Daily Sabah Turkey).

Egitto (deserto a sud di Assuan), 26 maggio 2016

Tre profughi eritrei, due uomini e una donna, uccisi dai trafficanti che li avevano sequestrati nel deserto, in una località imprecisata dell’Egitto, tra il confine con il Sudan e Assuan. Lo ha denunciato un altro profugo eritreo, Mebrahtom, che è riuscito a fuggire. Il triplice omicidio risale a circa due mesi addietro ma è venuto alla luce solo con il racconto fatto da Mebrahtom per telefono la sera del 26 maggio, dal Cairo, a don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia, al quale si è rivolto per essere aiutato a lasciare l’Egitto.

Il giovane – stando alla sua ricostruzione – faceva parte di un gruppo di 14 eritrei fuggiti in Sudan già da qualche tempo e che, verso la fine di gennaio, si erano lasciati convincere da un faccendiere, un certo Samuel (Mamush), pure eritreo, a raggiungere l’Egitto con la promessa di un lavoro da 600 dollari al mese. Il viaggio è iniziato il 28 gennaio 2016. Il “mediatore” eritreo li ha affidati a un “passatore” sudanese (che ha detto di chiamarsi Ahmed), per arrivare fino al confine con l’Egitto e superarlo, in pieno deserto, con l’aiuto di alcuni complici egiziani. Una volta arrivati in Egitto, agli accompagnatori sudanesi sono subentrati gli egiziani. Sembrava fatta. Pochi chilometri oltre la frontiera, invece, è scattata la trappola: gli egiziani si sono rivelati una banda di sequestratori, che hanno rinchiuso i 14 profughi in una prigione di fortuna, in una zona desertica sconosciuta, pretendendo un riscatto di 30 mila dollari a testa per lasciarli andare. Dopo qualche giorno, sette hanno accettato di pagare: separati dagli altri, sono stati trasferiti in un’altra località. Per i sette rimasti è iniziato il calvario della prigionia, con angherie, percosse, minacce continue.

E’ in questa fase – secondo il racconto di Mebrahtom – che tre di loro, due ragazzi e una ragazza, sono stati uccisi: erano quelli che più decisamente rifiutavano di sottostare al ricatto per essere rilasciati, asserendo di non essere in grado di trovare in alcun modo la somma pretesa. Gli altri hanno finto di collaborare, chiedendo tempo per mettere insieme il denaro con l’aiuto di amici e familiari. Poi, intorno al 20 maggio, Mebrahtom e un compagno hanno trovato il modo di scappare. All’inizio si sono mossi quasi solo di notte e sempre a piedi, finché hanno deciso di separarsi. Il compagno, forse più provato dalla fatica, è rimasto indietro. Mebrahtom ha proseguito il cammino per un’intera giornata, fino a che ha avuto la fortuna di trovare un lungo passaggio in auto da uno sconosciuto che, dopo quasi 24 ore, lo ha portato nelle vicinanze di Assuan. Da qui ha poi raggiunto il Cairo tra il 25 e il 26 maggio ed ha dato l’allarme a don Zerai.

A giudizio del giovane, la prigione in cui era detenuto dai sequestratori è ad almeno tre giorni a sud di Assuan, ma non sa indicare una località precisa. Prima di partire – ha raccontato – lui e i suoi compagni di sventura si erano fotografati a vicenda con i cellulari. Nel suo, in particolare, aveva le immagini di tutti. Immagini che ora sarebbero preziose per identificarli ed eventualmente cercarli, ma una delle prime preoccupazioni dei rapitori è stata proprio quella di sequestrare i telefoni e tutti gli effetti personali delle loro vittime.

(Testimonianza raccolta per telefono da don Mussie Zerai dal Cairo il 26 maggio e da Amr Adam, del Coordinamento Eritrea il primo giugno).

Libia (Zuwara), 26 maggio/2 giugno 2016

Decine di cadaveri rigettati dal mare sulla costa libica, nei dintorni di Zuwara nmella giornata di giovedì 26 maggio. Lo riferisce il quotidiano turco Daily Sabah in un servizio pubblicato il 2 giugno e dedicato al traffico di profughi dalla Libia, “favorito dalla guerra civile”. Con ogni probabilità si tratta della conferma delle dichiarazioni rese il giorno prima, sempre al quotidiano Daily Sabah, e all’agenzia Associated Press dal colonnello della Guardia Costiera Ayub Qassim il quale, riferendosi al ritrovamento di quattro salme e di due barche rovesciate lungo il litorale tra Sabratha e Zuwara, aveva sottolineato come presumibilmente si fosse in presenza di due naufragi rimasti sconosciuti ma con un numero elevato di vittime. Le dichiarazioni di altri ufficiali libici (tra cui il colonnello Abdulssmad Massoud, anch’egli della Guardia Costiera di Tripoli) a proposito del traffico di profughi, spiegano come mai possa accadere che dalla costa libica partano dei battelli stracarichi di migranti senza che nessuno intervenga e come qualcuno di questi possa magari affondare senza che nessuno se ne accorga se non quando la tragedia si è compiuta: “Ci mancano mezzi e risorse per contrastare i trafficanti, che agiscono così nella quasi totale impunità”. A rafforzare questo concetto è intervenuto il ministro Ashwin: “Finché non avremo mezzi tecnologici adeguati e sufficienti per controllare l’intera costa, i trafficanti troveranno sempre dei varchi”. Lo stesso ha dichiarato al Daily Sabah il sindaco di Zuwara, Hafed Besassi: “Alcuni trafficanti sono stati arrestati ma altri sono fuggiti. Il fatto è che ci sono almeno mezza dozzina di punti d’imbarco tra Zuwara e Misurata, la città portuale situata 300 chilometri più di a est”.

Nel servizio del Daily Sabah non si specifica quanti siano i corpi senza vita rigettati dal mare sulle spiagge di Zuwara il giorno 26. Ma il fatto stesso che parli di “dozzine” lascia pensare che siano non meno di 25/30.

(Fonte: Daily Sabah Turkey)  

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 27 maggio 2016

Un morto tra i 527 profughi recuperati su gommoni in difficoltà in quattro distinte operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia dal pattugliatore della Guardia Civil spagnola Rio Segura dalle prime ore del mattino al pomeriggio inoltrato del giorno 27. La traversata su quei gommoni deve essere stata particolarmente dura perché buona parte del 526 superstiti è apparsa molto provata: ci sono in particolare 4 ustionati da benzina e 6 donne incinte in condizioni precarie, oltre ad altre 30 donne e 82 minorenni. La morte del profugo trovato ormai cadavere al momento dei soccorsi è dovuta probabilmente a sfinimento e ustioni. L’intero gruppo è stato trasportato a Porto Empedocle, dove è stata sbarcata anche la salma. Si tratta di eritrei, sudanesi e sub sahariani.

(Fonte: Corriere della Sera)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 27 maggio 2016

Duecentosessanta vittime nel naufragio di un barcone nel Canale di Sicilia a qualche decina di miglia dalla costa libica. I morti accertati sono 45, tra i quali tre bambini neonati: i soccorritori ne hanno recuperato le salme dopo ore di ricerche. In base alle dichiarazioni di alcuni dei 135 superstiti e alle prime richieste di soccorso che parlavano di un natante in difficoltà con oltre 350 persone a bordo, è emerso subito che dovevano esserci da 170 a oltre 200 dispersi. Il primo dato ufficiale è arrivato il 31 maggio dal rapporto dell’Oim: 215 dispersi. In totale, dunque, 260 vittime.

La tragedia si è verificata nel pomeriggio. L’allarme è stato lanciato dalla centrale operativa di Roma della Guardia Costiera, alla quale era arrivata una richiesta di aiuto per 350 persone in balia del mare su una barca in procinto di affondare. Sul posto sono state dirottate diverse unità. La prima ad arrivare sul posto è stata la nave Vega, della Marina Militare italiana, che ha via via recuperato 135 naufraghi ancora in vita e, nelle ore successive, 45 salme. I superstiti, una volta a bordo della Vega, hanno subito segnalato che c’erano centinaia di compagni ancora in mare o sulla barca inabissata. Le prime informazioni, riprese dal quotidiano La Stampa prima del recupero in mare dei 45 corpi senza vita, parlavano di circa 200 dispersi per i quali erano assai flebili le speranze di riuscire a rintracciarli e a salvarli. In base alle prime richieste di soccorso e alle dichiarazioni dei naufraghi sulla presenza di circa 350 profughi a bordo del peschereccio al momento della partenza, si è potuto stabilire che le vittime sarebbero circa 215 tra morti (45) e dispersi (170).

(Fonti: The Guardian, La Stampa, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Adnkronos, The Guardian, Ansa. Edizioni del 27, 28 e 29  maggio).

Libia-Italia (Canale di Sicilia), 31 maggio 2016

Altri 59 profughi morti, durante a traversata del Canale di Sicilia, in naufragi o in episodi rimasti inizialmente sconosciuti e scoperti dai funzionari del Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti, giunti in Italia con le migliaia di migranti sbarcati nell’ultima settimana di maggio 2016, da lunedì 23 a domenica 29. Lo ha comunicato lo stesso Unhcr, presentando a Ginevra il rapporto delle vittime registrate negli ultimi naufragi. Tre i nuovi casi scoperti, rispettivamente con 47, 8 e 4 vittime.

Naufragio di un gommone. Il primo episodio riguarda un gommone partito con ogni probabilità dalla zona di Sabratha, una delle località della costa libica occidentale da cui salpano con maggiore frequenza i battelli dei trafficanti. A bordo c’erano 125 persone. Durante la navigazione il gommone ha cominciato a sgonfiarsi e molti degli occupanti sono finiti in acqua. Quando sono arrivati i soccorsi ne mancavano 47 rispetto al numero iniziale di partenti. Ora sono considerati ufficialmente dispersi ma è chiaro che per loro non c’è alcuna speranza.

Otto caduti in mare. Un altro gruppo di migranti soccorsi nel Canale di Sicilia ha raccontato agli operatori Unhcr che durante la rotta, a decine di miglia dalla costa libica dalla quale erano salpati, 8 di loro sono caduti accidentalmente dal barcone e sono stati abbandonati in mare o comunque non sarebbe stato possibile soccorrerli. Non sono state chiariti i particolari dell’incidente né se quegli otto profughi siano caduti tutti insieme o in circostanze diverse. La causa potrebbe essere la ressa e il sovraccarico, che rendono quasi impossibile e pericoloso muoversi. Non sono rari, del resto, episodi di questo genere. “Dal momento in cui si sale a bordo – ha raccontato un profugo che ha fatto la traversata su vecchio un peschereccio dei trafficanti partendo dall’Egitto – ti viene assegnato un posto e non puoi più muoverti. Spesso devi stare accovacciato e in posizioni estremamente scomode. Dopo un po’ cominciano a farti male tutti i muscoli. Crampi dolorosi, sete. Vorresti alzarti e muoverti, ma è impossibile: non c’è spazio e i trafficanti minacciano di gettarti in acqua se ci provi. Qualcuno che non resiste e tenta di farsi un po’ di spazio viene subito bloccato a suon di botte. Sulla mia barca uno ha addirittura tentato di buttarsi in mare, tanto era tormentato dal dolore e dalla sete. Delirava. Lo hanno fermato i compagni che aveva vicino, altrimenti sarebbe morto….”.

Incendio a  bordo: 4 morti. L’incidente è accaduto su una barca salpata anch’essa dalla costa tra Sabratha e Zuwara. Le fiamme avrebbero investito diverse persone. Quattro ne sono rimaste uccise e, a quanto pare, sono state abbandonate in mare. Gli ustionati meno gravi sono stati curati dopo lo sbarco in Sicilia.

(Fonti: El Diario. Es., La Repubblica)

Serbia-Ungheria (fiume Tysa), 1-3 giugno 2016

Un migrante siriano di 22 anni trovato morto nelle acque del fiume Tysa, al confine tra la Serbia e l’Ungheria. Come riferiscono i media a Belgrado, a scoprire il corpo senza vita sono state le guardie di frontiera ungheresi. Con tutta probabilità la vittima faceva parte di un gruppo di migranti che due giorni prima sono stati intercettati mentre tentavano di passare in Ungheria di nascosto. Alcuni di loro che si trovavano in difficoltà sono stati salvati dagli stessi agenti che, dopo averli scoperti, li hanno respinti in Serbia. Il migrante annegato deve essere stato trascinato via dalla corrente senza che nessuno se ne accorgesse e il suo corpo è poi riaffiorato più a valle.

(Fonte: Giornale del Popolo, quotidiano della Svizzera Italiana)

Libia (Zuwara), 3 giugno 2016

I corpi senza vita di 133 migranti vengono gettati dal mare sulla spiaggia di Zuwara, la città portuale sulla costa occidentale della Libia che, non lontana dal confine con la Tunisia,  è uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti verso l’Italia. Secondo la stampa libica (Libya Herald), ne affiorano dapprima circa 25 e poi, via via, nella giornata di venerdì, si è arrivati a un totale di 117, disseminati su un arco di 25 chilometri di costa. Il giorno dopo, sabato (come riferiscono il Tg3 delle 13,30 e il quotidiano online The Jordan Times, citando fonti della Mezzaluna Rossa), ne vengono trovati altri 16, per un totale di 133. A giudicare dallo stato di conservazione, le salme erano in acqua da almeno un paio di giorni, forse anche di più. Appare evidente – come ha confermato ad Al Jazeera il colonnello Ayoub Gassim, della Guardia Costiera, quando il conto dei morti era arrivato a 104 – che si tratta delle vittime di un battello naufragato: presumibilmente un grosso gommone, ha precisato l’ufficiale, di quelli sui quali comunemente vengono caricate in genere non meno di 125 persone. Tra le salme recuperate ci sono quelle di 5 bambini e di 70 donne. La maggior parte delle vittime erano africani subsahariani.

La conferma indiretta del naufragio, avvenuto probabilmente verso la fine di maggio,  è arrivata dal sito di Migrant Report, nel quale si riferisce che, qualche giorno prima del ritrovamento delle salme a Zuwara, alcuni dei 450 migranti intercettati dalla Guardia Costiera libica su quattro battelli, hanno riferito che due gommoni si erano sgonfiati durante la navigazione (presumibilmente prima ancora di uscire dalle acque territoriali libiche: ndr) ed erano annegate più di 100 persone.

(Fonte: Al Jazeera, Libya Herald, La Repubblica, La Stampa, Ansa, Migrant Report Tg3 Rai, The Jordan Times)

Grecia (Creta), 3 giugno 2016

Almeno 330 vittime (9 profughi morti di cui è stato recuperato il corpo senza vita e non meno di  320 dispersi) in un naufragio nel Mediterraneo, circa 75 miglia a sud di Creta. Altri 320 migranti sono stati tratti in salvo. Le prime notizie dell’Oim parlavano di quasi 700 persone a bordo del natante affondato, ma gli accertamenti successivi, sempre condotti dall’Oim, hanno permesso di appurare che erano in realtà un po’ di meno: tra 648 e 650. Tutti i superstiti ascoltati – ha riferito l’Oim – si sono detti più che certi di questa cifra “perché i trafficanti li contavano due volte al giorno prima della partenza”. Qualcuno ha anche aggiunto che c’erano 150 donne e circa 20 bambini accompagnati, di età compresa tra sei mesi e dieci anni.

Quando è stato lanciato l’allarme non si sapeva con esattezza da dove fosse partito il battello, un vecchio yatch a tre piani lungo 25 metri. Secondo le prime indagini, forse dalla Libia o addirittura dalla Turchia (come avrebbero riferito alcuni dei sopravvissuti) ma l’Oim ha subito riferito invece che era salpato dalla zona del Delta del Nilo, probabilmente vicino ad Alessandria, in Egitto, come altri barconi delle stesse dimensioni usate negli ultimi mesi dai trafficanti. Che questa è stata la base di partenza è stato poi confermato da numerosi naufraghi tratti in salvo e trasferiti in Italia. E’ stato sempre l’Oim a specificare subito che a bordo c’erano sicuramente circa 200 persone in più delle quasi 500 ipotizzate nella prima fase dei soccorsi dalla Guardia Costiera greca: si è poi avuto conferma dai sopravvissuti, in effetti, che erano partiti in 650. Incerta anche la destinazione: probabilmente l’Italia, ma non è escluso che gli scafisti puntassero in realtà sulla Grecia, per aggirare le pattuglie della Nato impiegate nella rotta dell’Egeo e del Mediterraneo Centrale. Già il primo giugno, infatti, un altro è arrivato a Creta un barcone con 113 migranti (per lo più afghani) con uno sbarco che ha colto un po’ tutti di sorpresa e può considerarsi il primo grosso arrivo di profughi sull’isola.

I problemi, per lo yatch dei trafficanti, sono iniziati già giovedì in serata, quando una nave mercantile italiana lo ha avvistato e, constatando che era in difficoltà, alle 17,15 ha lanciato l’allarme al Coordinamento soccorsi della Guardia Costiera a Roma. Da qui la segnalazione è stata dirottata alla marina egiziana, che però si è rifiutata di intervenire, asserendo che il natante si trovava in un tratto di mare fuori della sua competenza. La richiesta di aiuto è stata rimbalzata allora alla Grecia, che ha inviato sul posto motovedette e mezzi aerei. Il contatto è stato stabilito alle 7,20 di venerdì 3 giugno, quando il battello era ormai semi affondato e molta gente già in acqua. Poco dopo una delle quattro unità mercantili dirottate nella zona per i soccorsi ha segnalato che il barcone si era rovesciato proprio mentre dalle unità giunte sul posto venivano lanciate in mare zattere di salvataggio. Non è escluso, anzi, che il naufragio sia stato provocato da una collisione accidentale tra una delle navi mercantili e lo yatch stracarico. I soccorsi e le ricerche si sono protratti per l’intera giornata, consentendo di trarre in salvo 320 persone e di recuperare 9 salme. Tra morti e dispersi, dunque, le vittime dovrebbero essere 330 circa su 650 imbarcati.

Secondo notizie riferite dal Daily Sabah Turkey, le organizzazioni dei trafficanti stanno cercando di procurarsi vecchi barconi ed altri battelli in diversi porti del Mediterraneo da utilizzare poi per i “trasporti” dalla Libia. Innanzi tutto in Egitto, diventato esso stesso da almeno un anno una base di partenza, magari facendo tappa anche in Libia, ma anche a Malta.

(Fonti: Repubblica, Ansa, Al Jazeera, Ekathimerini, Big News Network, Daily Sabah Turkey, Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, La Stampa, Libya Herald).

Marocco-Spagna (Nador-Melilla), 5/7 giugno 2016

Un giovane migrante subsahariano è morto il 7 giugno nell’ospedale di Nador, in Marocco, per una grave crisi respiratoria, dopo aver tentato, due giorni prima, di entrare nella enclave spagnola di Melilla. Secondo la ricostruzione dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, prima dell’alba del giorno 5, per eludere i controlli e superare la barriera di confine, lui e altri quattro compagni stavano cercando di passare la frontiera attraverso la condotta di un canale di bonifica, ma i loro movimenti sono stati notati dalla polizia e dalle milizie ausiliarie marocchine che, per fermarli, non avrebbero esitato a usare in maniera massiccia gas lacrimogeni. La mancanza d’aria ha costretto i cinque a tornare indietro, tutti in preda a grosse difficoltà di respirazione. Il più grave è apparso subito il giovane che poi è morto: quasi privo di conoscenza, è stato trasportato all’ospedale di Nador, dove è morto il guiorno 7 per arresto respiratorio. Secondo la polizia (che non fa cenno dell’uso di gas), il ragazzo sarebbe morto per aver tentato di passare il confine attraverso una fognatura. La sezione di Nador dell’Associazione Diritti Umani ha sollecitato un’inchiesta per mettere a confronto le due versioni.

(Fonti: Associazione Marocchina per i Diritti Umani, No Borders Morocco, Fr.le360.ma)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 12/13 giugno 2016

Un morto su un gommone con altri 133 migranti a bordo, soccorso nel Canale di Sicilia dalla nave Dignity, della flotta di Medici senza Frontiere. Si tratta di un giovane deceduto durante la traversata presumibilmente per affaticamento e disidratazione. La salma è stata sbarcata, insieme ai superstiti, nel porto di Augusta il giorno 13. E’ stata disposta un’indagine per appurare le cause della morte. Nell’arco della giornata di domenica 12 giugno sono state recuperati in mare da varie unità, inclusa la nave Dignity, nell’ambito di nove distinte operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia, 1.230 migranti.

(Fonte: La Repubblica edizione di Palermo, Tg-2 ore 13).

Niger (Sahara, Assamaka verso il confine con l’Algeria), 16 giugno 2016

Trentaquattro profughi morti nel Sahara: sono 5 uomini, 9 donne e 20 bambini. Le loro salme sono state trovate casualmente nella zona di Assamaka (una città di frontiera nella regione di Agadez), non lontano da una delle piste che conducono verso il confine con l’Algeria. La notizia è stata data ufficialmente dal ministro degli interni del Niger, Mohamed Bazoum. Stando alle indagini condotte dalla polizia nigerina, tutto lascia credere che il gruppo, in fuga verso l’Algeria, sia stato abbandonato in pieno deserto dai trafficanti che si erano impegnati a fare da guida. A quel punto la loro sorte era segnata: nella regione la temperatura ha raggiunto i 42 gradi e ci sono state, oltre tutto, violente tempeste di sabbia. Incapaci di orientarsi e di trovare la strada per mettersi in salvo, sono tutti morti di sete e di stenti, probabilmente circa una settimana prima del ritrovamento dei cadaveri. Non è il primo caso del genere: ci sono numerosi precedenti, sia lungo le piste che portano in Libia, sia lungo quelle verso l’Algeria. Non è stato possibile, tranne che in due casi, risalire all’identità e alla nazionalità delle vittime. I due profughi identificati sono un uomo e una donna di 26 anni, entrambi nigerini.

La tragedia conferma come siano sempre più battute dai profughi le piste del Sahara verso l’Algeria dal Niger e dal Mali, evidentemente in alternativa alla fuga verso la Libia. A fine 2015 sono stati censiti in Algeria oltre 100 mila profughi arrivati in massima parte dall’Africa sub sahariana. In aggiunta a questi, secondo stime ufficiose, sarebbero migliaia i rifugiati o i migranti giunti nei primi mesi del 2016.

(Fonte: Al Jazeera, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa).

Turchia-Siria (Kherbet Eljoz, linea di confine), 18/19 giugno 2016

Undici profughi siriani uccisi dalle guardie di frontiera turca mentre tentavano di passare il confine. Tra le vittime ci sono quattro donne e quattro bambini, uno dei quali di appena sei anni. Le prime notizia, diffuse dall’Osservatorio Siriano per i Diritti umani, parlavano di 8 vittime e diversi feriti. Nelle ore successive, secondo la Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione, sono morti tre dei feriti più gravi, portando così a 11 il bilancio finale delle vittime.

E’ accaduto durante la notte tra sabato 18 e domenica 19 nei pressi del villaggio di Kherbet Eljoz, non lontano dalla città di Idlib. I profughi presi di mira dai militari turchi, almeno sei dei quali appartenenti allo stesso nucleo familiare, venivano dalle città siriane di Jarablus e Manbij, a nord est di Aleppo, una zona sotto il controllo dell’Isis e sotto attacco da parte delle forze della coalizione a guida americana che includono anche milizie curde attive sul terreno. Non sono chiare le circostanze della strage: è probabile che, come in altri casi del genere, le guardie di frontiera abbiano aperto il fuoco quasi senza preavviso quando hanno visto i profughi avvicinarsi. Tra i primi a confermare la strage alle agenzie di stampa è stato  un medico siriano che lavora per una Ong attiva lungo il confine. Ci sono anche dei video che documentano il massacro: uno, in particolare, mostra una donna siriana con in braccio il corpo del proprio bambino morto e, accanto a lei, un altro bambino coperto di sangue.

I sopravvissuti sono stati ricoverati presso l’ospedale di Ain Albeda, La Coalizione Nazionale Siriana ha chiesto formalmente al ministero della Difesa di Ankara di aprire un’inchiesta.

Altri 60 morti al confine. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti umani, questi 11 morti si sommano ai quasi 60 rifugiati siriani uccisi in passato alla frontiera dalle forze di sicurezza turche. Non vengono specificate le circostanze e il giorno esatto. Un precedente rapporto dello stesso Osservatorio, pubblicato a fine marzo, parla di 16 vittime nei primi tre mesi del 2016 e un dossier di Amnesty di almeno 17 tra il dicembre 2013 e l’agosto 2014, oltre a numerosi feriti. Una denuncia analoga è arrivata, il 10 maggio, dalla sede centrale di Human Rights Watch a New York, che ha riferito di almeno 5 persone uccise e 14 ferite, tra cui un bambino di pochi anni, allegando al dossier anche un video con le immagini di diversi profughi apparentemente uccisi o feriti. Un altro rapporto di Amnesty riferisce che, nei mesi di gennaio e febbraio 2016, gli ospedali siriani delle città situate lungo la linea di confine con la Turchia, hanno registrato una media di due ricoveri al giorno di civili con ferite da arma da fuoco: persone provenienti non dalle zone dei combattimenti, ma dalle aree di confine e colpite dunque – come hanno dichiarato molte di loro – dalla guardia di frontiera turca.

(Fonti: El Diario es., Orient Net, The Guardian, Europa Press, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, La Stampa)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 23 giugno 2016

Una donna nigeriana di 30 anni è stata trovata morta su un gommone con circa 120 persone a bordo soccorso nel Canale di Sicilia. Il battello è uno dei tanti – tra 40 e 50 – recuperati tra mercoledì 22 e giovedì 23 al largo della Libia in decine di operazioni di soccorso condotte dalla flotta di Frontex, dalle navi umanitarie (a cominciare da quelle di Medici senza Frontiere, che hanno tratto in salvo oltre 1.300 dei circa 5.000 migranti recuperati in mare) e da varie unità mercantili dirottate dal Coordinamento della Guardia Costiera di Roma. Il gommone su cui è stato rinvenuto il corpo senza vita della donna era in navigazione da diverse ore, dopo essere salpato dalla costa libica, forse dalla zona di Zuwara. Le cause della morte sono presumibilmente quelle già riscontrate in casi del genere: sovraffaticamento, disidratazione e debilitazione generale. La salma è stata sbarcata a Catania. La Procura ha aperto un’inchiesta.

(Fonte: Repubblica, cronaca di Palermo).

Marocco-Spagna (stretto di Gibilterra), 26 giugno 2016

Tre profughi morti nello stretto di Gibilterra, tra Marocco e Spagna, a causa del ribaltamento della barca con la quale stavano cercando di raggiungere la costa dell’Andalusia. L’incidente si è verificato all’arrivo della motovedetta marocchina che li aveva intercettati. Secondo la ricostruzione dei fatti di Watch the Med, il battello era partito da Tangeri per far rotta verso Tarifa. A bordo c’erano 8 giovani (7 uomini e una donna), tutti senegalesi. Dovevano imbarcarsi anche altri tre, che sono invece rimasti a terra per un contrattempo. Quando erano già al largo li ha raggiunti una gross aunità della Marina Reale che, procedendo a forte velocità, avrebbe provocato una serie di grosse onde alle quali la barca, piccola e sovraccarica, non sarebbe stata in grado di reggere, rovesciandosi e colando a picco. L’equipaggio della motovedetta è riuscito a recuperare e a trarre in salvo cinque degli otto naufraghi, ma gli altri tre sono sscomparsi in mare. La comunità senegalese di Tangeri ne ha comunicato i nomi – Pape Ndiaye, Cheik Ndiaye e Saliou Fall – chiedendo di aprire un’inchiesta sull’accaduto e protestando per le “barriere” erette dall’Europa con l’agenzia Frontex contro l’immigrazione.

(Fonte: No Borders Morocco, Watch the Med Alarmphone)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 30 giugno 2016

Dieci donne annegate nel naufragio di un gommone nel Canale di Sicilia. Altri 107 naufraghi sono sttai salvati, ma non è escluso che possa esserci qualche disperso. Il battello era partito dalle coste libiche verso l’alba. La tragedia è avvenuta dopo poche ore di navigazione, a circa 20 miglia dalla Libia. L’allarme, captato dalla centrale operativa della Guardia Costiera a Roma, è stato lanciato con un telefono satellitare: la richiesta di aiuto parlava di un gommone stracarico che aveva cominciatio a sgonfiarsi per una avaria e minacciava di affondare. Il mare era molto mosso, con onde alte oltre due metri e un vento di 30 nodi. L’operazione di soccorso è stata affidata alla nave Diciotti della Guardia Costiera, che nella tarda mattinata ha raggiunto il gommone ormai semiaffondato, con a bordo decine di profughi immersi nell’acqua fino alla cintola. In mare c’erano altri naufraghi e diversi cadaveri. Tutte le 107 persone ancora in vita sono state tratte in salvo: sono 71 uomini, 34 donne e 2 bambini. Contemporaneamente sono stati recuperati e portati a bordo della nave i corpi senza vita di 10 donne. Le ricerche successive di eventuali dispersi non hanno dato esito. Quache ora più tardi, nello stesso tratto di mare, la nave Diciotti ha soccorso e salvato altri 116 profughi che erano a bordo di un gommone in difficoltà per il mare grosso.

(Fonti: La Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano, Al Jazeerra, Agenzia Ansa)

Niger-Algeria (Sahara), 1 luglio 2016

Un giovane profugo, rimasto sconosciuto, muore nel Sahara mentre tenta di raggiungere l’Algeria dal Niger. Lo ha trovato per caso, quando era ormai in fin di vita, un altro profugo, di nome Boubacar, un nigerino diciottenne a sua volta fuggito in Algferia e che, rientrato in Niger, ne ha poi parlato a Mauro Armarino, un antropologo/etnologo, missionario a Niamey. “Stavo camminando nel deserto – ha raccontato Boubacar – quando, adagiato sotto un albero, ho visto un ragazzo malato, già morente”. Probabilmmnete era stato abbandonato lì dai “passatori” e dai compagni con cui stava cercando di entrare in Algeria, perché non aveva più le forze per continuare il cammino. Lo stesso Boubacar, attraversando il nord del Mali, ha rischiato di essere ucciso: racconta di essere stato catturato da un gruppo di ribelli giunti con moto fuoristrada e che, non avendogli trovato molti soldi indosso, lo avrebbero cosparso di benzina, minacciando di dargli fuoco se non avesse rivelato dove teneva il denaro. Si sarebbe salvato soltanto perché il passaggio di una pattuglia di militari poco lontano avrebbe indotto i sequestratori a fuggire, lasciandolo andare. Lui ha poi proseguito il cammino, entrando in Algeria, dove è rimasto però appena pochi mesi, decidendo alla fine di rientrare a Niamey. Qui ha raccontato la sua storia a Mauro Armanino, il quale, a sua volta, ne ha riferito in un articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano online.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano online)

Libia, 1 luglio 2016

Almeno 8 morti, in quattro diverse circostanze, tra i profughi catturati dai trafficanti o da miliziani di varie fazioni. Lo riferisce, citando precise testimonianze, il rapporto 2016 di Amnesty International (messo in rete il primo luglio) sugli orrori inflitti ai migranti in Libia, in aggiunta a decine di episodi di violenze, stupri, sequestri e riduzione in schiavitù, ricatti, torture, in particolare nei confronti delle donne.

Disabile abbandonato nel deserto. Testimonianza di Paolos, 24 anni, eritreo, giunto in Libia in aprile, passando dal Sudan e dal Ciad: “Poco dopo aver passato il confine libico, mentre ci dirigevamo verso Sabha, abbiamo visto i trafficanti gettare fuori dal pick-up un uomo, in pieno deserto. Era ancora vivo. Era un disabile…”.

Due morti di sete. Testimonianza di Ahmed, 18 anni, somalo. Ha riferito che i trafficanti rifiutavano di dare da bere, “per punizione”, al gruppo di migranti che avevano portato dal Sudan in Libia. Quando è scoppiata una protesta per chiedere dell’acqua almeno per alcuni (in particolare due siriani) che erano allo stremo per la sete, hanno cominciato a sparare. “Così è morto di sete il primo siriano, un giovane di 21 anni. Allora ci hanno dato un po’ d’acqua, ma è morto anche l’altro siriano: aveva solo 19 anni”, ha detto Ahmed, aggiungendo che i trafficanti si sono impadroniti degli effetti personali delle due vittime ed hanno impedito ai compagni di seppellirne i corpi.

Quattro morti d’inedia. Testimonianza di Semre, 22 anni, eritreo, prigioniero di una banda di trafficanti, che poi lo hanno venduto a un altro gruppo nonostante suo padre avesse pagato il riscatto: “Ho visto morire di malattia, sfinimento e inedia 4 persone, tra cui un ragazzino di 14 anni e  una giovane di 22. Nessuno li ha portati in ospedale. Siamo stati costretti a seppellirli noi”.

Morto sotto tortura. Testimonianza di Saleh, 20 anni, eritreo, catturato dai trafficanti subito dopo essere arrivato in Libia e rinchiuso in un hangar a Bani Walid. Dice di aver visto morire un uomo, torturato con scariche elettriche in acqua, perché non poteva pagare il riscatto: “Hanno detto che chiunque altro non avesse potuto pagare avrebbe fatto la stessa fine…”.

(Fonte: Rapporto Amnesty 2016 sulla Libia, Al Jazeera, Libya Herald)

 Libia (al largo di Sabratha), 2/3 luglio 2016

Nove morti e 7 dispersi (per un totale di 16 vittime) nel naufragio di una barca carica di migranti, nel Mediterraneo, al largo della Libia. Il battello, un’imbarcazione di non grandi dimensioni, era partito dalla costa di Sabratha, con 28 persone a bordo, verso le 22 di sabato 2 luglio, per fare rotta verso l’Italia. Dopo poche ore di navigazione, a causa probabilmente delle condizioni del mare e del sovraccarico, si è rovesciato, colando a picco. I soccorritori, arrivati dalla Libia nelle prime ore di domenica 3 luglio, hanno recuperato 12 naufraghi ancora in vita e i corpi di 9 migranti annegati. Non hanno dato esito le ricerche dei 7 dispersi. Secondo quanto ha potuto ricostruire la polizia libica, tutte le vittime provenivano dalla Tunisia. Sia i morti che i superstiti sono originari in gran parte del distretto di Ben Gardane, situato lungo il confine con la Libia. Sarebbero entrati in Libia dal sud della Tunisia, sfuggendo ai controlli di frontiera e a Sabratha hanno preso in affitto il piccolo battello con il quale contavano di raggiungere l’Europa e che è invece affondato a poche miglia dalla costa libica.

(Fonte: The Libya Observer)

 Libia-Italia (Canale di Sicilia), 4/5 luglio 2016

C’è anche la salma di un uomo a bordo della nave Corsi, della Guardia Costiera, che ha portato in salvo, sbarcandoli a Catania, 315 migranti recuperati nel Canale di Sicilia tra il 3 e il 4 luglio. La vittima era su uno dei numerosi gommoni partiti dalla Libia nel fine settimana e soccorsi in mare da unità della Marina italiana o da navi private. Dovrebbe trattarsi di un profugo proveniente dall’Africa sub sahariana. Come in altri casi del genere registrati in passato, è verosimile che l’uomo sia morto per sfinimento, disidratazione e ustioni provocate dai residui di benzina misti ad acqua salata che si accumulano sul fondo dei battelli e impregnano gli abiti dei migranti ammassati a bordo.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo)

 Libia (centri di detenzione), 7 luglio

Sei suicidi, una donna soffocata su un gommone, un giovane ammazzato a fucilate: 8 vittime, in aggiunta a una lunga serie di episodi di violenza estrema. E’ quanto emerge dal rapporto di Human Rights Watch che, evidenziando l’orrore dei centri di detenzione in Libia, pone sotto accusa il piano di sostanziale respingimento adotatto dall’Unione Europea nei confronti dei profughi. “Un piano che rischia di condannare richiedenti asilo e migranti a violenze ed abusi, nelle mani di ufficiali governativi, miliziani e gruppi criminali”, viene rilevato. Il dossier, reso pubblico a Londra il 7 luglio, si basa in particolare sulle testimonianze rese nel mese di giugno da 47 profughi (23 donne e 24 uomini) arrivati in Italia negli ultimi mesi (tutti comunque nel 2016), dopo essere fuggiti dalla Libia su battelli dei trafficanti e provenienti da vari paesi: Cameroon, Eritrea, Gambia, Guinea, Costa d’Avorio, Nigeria, Senegal, Sudan.

Sei suicidi. A denunciare questo episodio è stato Guyzo, 40 anni, originario dle Cameroon, prigioniero per oltre un anno, fino a tutto dicembre 2015, prima a Sheba, poi in un altro carcere e infine, gli ultimi sei mesi, a Tripoli, fino al gennaio 2016. Gli operatori di Human Rights Watch lo hanno intervistato in Sicilia. “Sei uomini – ha riferito – si sono impiccati nella stanza dove ero rinchiuso anche io. Quegli uomini erano stati sodomizzati e non ce l’hanno fatta più a sopportare ancora questa violenza. Io stesso sono stato vittima di violenza sessuale. Per sette volte. Quattro o cinque uomini insieme, colpendomi per gettarmi a terra. Se cerchi di resistere, chiamano altri uomini per picchiarti ancora di più”. Violenze carnali nei centri di detenzione libici sono state confermate ad Human Rights Watch anche da altri profughi. In particolare da un gambiano di 31 anni (ne è rimasta vittima la moglie), da Nourah, una ventiseienne originaria della Costa d’Avorio, e da diverse altre giovani donne, soprattutto eritree.

Donna calpestata e soffocata. Ne ha parlato uno dei 47 profughi ascoltati dagli operatori di Human Rights Watch a proposito degli abusi commessi dalla Guardia Costiera libica. Si chiama Ibrahim, ha vent’anni ed è originario della Costa d’Avorio. Era insieme alla vittima, una giovanissima nigeriana, su un gommone stracarico intercettato da una motovedetta, uno Zodiac nero con sei o sette uomini. “Ci siamo rifiutati di farci rimorchiare in Libia – ha raccontato – Allora lo Zodiac ha cominciato a girare intorno a tutta forza, sollevando onde molto alte, tanto che il fondo del nostro battello ha cominciato a cedere. A bordo si è scatenato il panico. La gente si muoveva impaurita da un lato all’altro. Lì in mezzo, vicino a me, c’era una ragazza con sua sorella. E’ stata calpestata nella ressa e ne è morta. Noi pensavamo che fosse solo svenuta, invece era morta. Doveva avere 16 o 17 anni”. E’ probabile che il decesso sia dovuto a schiacciamento e soffocamento.

Giovane ucciso a fucilate. E’ accaduto a Sabratha. Ne ha parlato Jabril, 30 anni, proveniente dal Gambia. “Un giorno le guardie sono entrate per portarci del pane. Ognuno di noi si è fatto avanti per prendere un po’ di quel cibo. Ne è nata una piccola ressa. Allora le guardie hanno cominciato a sparare. Un uomo è stato ucciso, due feriti. Perché hanno sparato? Per niente: non ce n’era motivo. Poi hanno portato via il cadavere. Non so dove. I feriti sono stati condotti in ospedale e poi riportati indietro”

(Fonti: Rapporto Human Rights Watch luglio 2016, Libya Herald, Le Monde)

Spagna-Marocco (Ceuta), 8-10 luglio 2016

Un giovane camerunense è rimasto ucciso in seguito al tentativo di almeno 150 migranti di forzare le barriere alla frontiera tra il Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta. L’assalto ai “muri” di filo spinato che segnano la linea di confine è iniziato nelle primissime ore del mattino: decine di profughi subsahariani hanno cercato di arrampicarsi e scavalcare i reticolati, ma sono stati intercettati dalla polizia marocchina, che li ha bloccati. Ne sono nati scontri violenti, in seguito ai quali numerosi migranti sono stta arrestati e trasferiti nei centri di detenzione. Molti i feriti, alcuni dei quali in modo grave. Uno di questi è deceduto per le lesioni riportate: lo ha denunciato Helena Maleno, attivista della Ong Caminando Fronteras, specificando che la vittima è un giovane proveniente dal Camerun, il cui corpo èstato identificato da alcuni familiari. Molti degli arrestati, inclusi i feriti, decine di persone – secondo quando segnala Caminando Fronteras – sono stati rimpatriati di forza poco dopo l’arresto e il trasfeirmento nei centri di detenzione.

(Fonte: El Faro, El Diario, No Borders Morocco)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 12 luglio 2016

Quattro morti su un barcone con a bordo oltre 350 profughi (in massima parte eritrei) soccorso nel Canale di Sicilia al largo delle coste africane. Il battello, salpato durante la notte, è stato intercettato sui radar alle 3,30 del mattino ed avvistato verso le 4,30, quando si trovava tra Malta e la Libia, da cui era partito. L’operazione di soccorso è stata condotta dalla Ong Migrants Offshore Aid Station (Moas) con la collaborazione di Emergency. I quattro corpi senza vita sono stati scoperti durante il trasbordo dei migranti sulla nave di Moas: si tratta di tre uomini e di un ragazzino di 13/14 anni, morti per asfissia, a causa delle condizioni in cui sono stati costretti ad affrontare la traversata, chiusi nella stiva insieme ad altre decine, forse centinaia di persone, senza potersi muovere. Altri due profughi, anch’essi rinvenuti nella stiva, sono stati salvati in extremis: erano privi di conoscenza e in stato di arresto respiratorio, ma i medici di Emergency sono riusciti a rianimarli. Uno, il più grave, è stato trasferito al centro sanitario di Lampedusa con un elicottero inviato dalla nave Margottini, della Marina italiana.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo)

Grecia (Lesbo), 13 luglio 2016

Quattro morti e un disperso (per un totale di 5 vittime) nel naufragio di un gommone nell’Egeo, al largo di Lesbo. Il battello, con undici persone a bordo, era salpato durante la notte dalle coste della Turchia per raggiungere l’isola greca: una traversata di poche miglia ma molto insidiosa a causa delle forti correnti e del vento. La tragedia è avvenuta quando i profughi erano già in prossimità di Lesbo: secondo i sopravvissuti, il gommone si è rovesciato all’improvviso, forse a causa di un colpo di mare o di una manovra sbagliata, e tutti gli occupanti sono finiti in acqua. La Guardia Costiera greca ha tratto in salvo sei naufraghi e recuperato quattro corpi senza vita. Le vittime sono due uomini e due bambini. Senza esito le ricerche del disperso.

(Fonte: La Repubblica, Il Messaggero)

 Italia-Libia (Canale di Sicilia), 15 luglio 2016

Almeno 20 migranti annegati tra i più di cento ammassati su un gommone affondato nel Canale di Sicilia. Secondo le testimonianze di alcuni dei superstiti, il battello ha cominciato improvvisamente a sgonfiarsi e a colare a picco. Gli occupanti sono così finiti in acqua. Sul posto è accorsa la nave norvegese Siem Pilot, che poco prima aveva intercettato il natante, ma prima che potesse arrivare venti dei naufraghi sono scomparsi in mare. Gli altri sono stati recuperati e trasferiti a bordo, dove si trovavano già oltre duecento migranti tratti in salvo in altre operazioni. Anche questo naufragio conferma l’estrema precarietà e pericolosità dei battelli di cui si servono i trafficanti. Secondo un’inchiesta del quotidiano Le Monde, i gommoni che partono dalla Libia sono di due tipi. Quelli di colore bianco sono i più pericolosi: monotubolari, con una struttura di plastica spessa appena un millimetro e con un pianale di fondo unico, che non è in grado di assorbire i colpi delle onde e rischia di lacerare le camere stagne. Quelli di colore grigio sono un po’ più robusti: anche questi sono in genere monotubolari, ma la struttura è di gomma e spessa tre millimetri. Il pianale di fondo, inoltre, è a doghe e, dunque, più adatto a contenere i colpi di mare.

(Fonti: Ansa Sicilia, Il Giornale di Sicilia, La Sicilia, Le Monde)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 15 luglio 2016

C’è anche un giovane profugo morto a bordo della nave norvegese Siem Pilot che il 15 luglio sbarca nel porto di Augusta 366 migranti tratti in salvo al largo della Libia. Nei 366 sono inclusi anche quelli recuperati dopo il naufragio del gommone che ha provocato almeno 20 vittime. Gli altri erano a  bordo di due natanti intercettati sempre nel Canale di Sicilia. Il cadavere era su uno di questi. La morte è dovuta probabilmente a sfinimento, disidratazione e alle ustioni provocate dalla miscela di acqua salata e benzina che ristagna sul fondo dei natanti e spesso impregna gli abiti dei migranti.

(Fonte: Il Giornale di Sicilia, La Sicilia)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 19 luglio 2016

Un morto su uno dei numerosi gommoni carichi di profughi soccorsi nel Canale di Sicilia, al largo della Libia, da unità della Marina italiana, della marina irlandese e da navi di organizzazioni non governative inquadrate nel dispositivo Eunavformed. La vittima è un uomo originario dell’Africa subsahariana. Era sul battello insieme ad oltre cento compagni, partiti dalla fascia occidentale del litorale libico, tra Zuwara e Tripoli. La salma è stata sbarcata in Sicilia e messa a disposizione della Procura per le indagini. E’ probabile che la morte sia dovuta a sfinimentio e disidratazione: in sostanza, ai disagi e alle dure condizioni del viaggio. Nel corso della giornata sono stati effettuati 26 interventi di soccorso in mare, che hanno consentito di portare in salvo quasi 2.500 persone: circa 400 erano su un barcone intercettato dalla nave Borsini; gli altri su vari gommoni, molti dei quali in precarie condizioni di galleggiamento.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo).

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 21 luglio 2016

Ventidue morti su un gommone carico di profughi soccorso nel Canale di Sicilia dalla nave Aquarius di Medici senza Frontiere. Ventuno delle 22 vittime sono donne. Il battello è stato intercettato al largo delle coste libiche nel corso delle numerose operazioni di salvataggio condotte in mare, per tutto il giorno, da varie unità della Marina e di organizzazioni umanitarie, nel contesto del programma Eunavformed. A bordo c’erano oltre cento persone. I 22 corpi senza vita sono stati scoperti durante il trasbordo dei migranti sulla Aquarius. Erano ammassati al centro del gommone, riversi nello strato d’acqua salata mista a benzina che era sul fondo: sono stati tutti trasferiti sulla nave dopo che si era concluso il trasbordo dei sopravvissuti. E’ probabile che la morte sia dovuta a soffocamento e ustioni. Le vittime avevano trovato posto nella plancia del gommone: sono rimaste schiacciate dalle altre persone ammassate a bordo quando le camere stagne hanno cominciato a cedere e ad afflosciarsi. Certamente deve essere stata una traversata drammatica: i naufraghi – ha detto Jeans Pagotto, capomissione di Msf – erano così traumatizzati da non riuscire a raccontare quanto è accaduto. La navigazione dei battelli carichi di profughi dalla Libia si fa sempre più difficile e pericolosa. “Le imbarcazioni – riferisce Msf – affrontano il mare con pochissimo carburante, acqua e cibo a disposizione. La capacità di resistenza è solo di poche ore. Nelle ultime settimane, per evitare tragedie in mare, ci siamo trovati ad effettuare salvataggi in zone sempre più vicine alle acque libiche. Queste persone attraversano il Mediterraneo senza nessuna protezione e dispositivo di navigazione, giubbotti di salvataggio, bussole, radio”.

(Fonte: La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Ansa, El Diario, Al Jazeera, Tg La 7 ore 14,00)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 21 luglio 2016

Sedici cadaveri (15 adultui e un minorenne) recuperati su un barcone alla deriva al largo delle coste libiche, nel Canale di Sicilia. Il natante, con circa 470 migranti a bordo, era salpato a quanto pare diverse ore prima, probabilmente durante la notte, dalla Libia occidentale. A intercettarlo è stata la nave irlandese James Joyce, inviata sul posto nell’ambito delle operazioni di salvataggio del programma Eunavformed, dalla centrale operativa della Guardia Costiera di Roma, che aveva ricevuto la richiesta di aiuto. Come nel caso del gommone con 22 cadaveri soccorso in precedenza, nello stesso braccio di mare, dalla nave Aquarius di Medici senza Frontiere, i corpi senza vita (tutti di  uomini, tra cui un minorenne) sono stati scoperti durante il trasbordo dei migranti dal barcone all’unità di soccorso, anche su indicazione di alcuni dei 452 superstiti. Le salme erano in fondo alla stiva, la zona dove le condizioni della traversata sono più dure e pericolose, per la ressa e l’affollamento, la mancanza d’aria e il caldo aggravati dai gas di scarico del motore, la presenza dell’acqua di sentina mista a carburante, una miscela che, inzuppando gli abiti, provoca ustioni gravissime sul corpo. E’ probabile che la morte sia dovuta alla concomitanza di questi fattori. I corpi sono stati sbarcati in Sicilia, a disposizione della magistratura. Non è escluso che il barcone sia partito dall’Egitto prima di raggiungere le acque libiche.

(Fonte: La Repubblica, La Stampa)

Italia-Libia (Canale di Sicilia-Crotone), 21/23 luglio 2016

Un morto su un gommone alla deriva nel Canale di Sicilia soccorso da una unità della Guardia Costiera. La salma è stata recuperata, insieme ai naufraghi, dalla nave Peluso, la quale due giorni dopo, il 23 luglio, ha attraccato al porto di Crotone con a bordo complessivamente 378 migranti intercettati in varie operazioni di salvataggio al largo della Libia. Provengono soprattutto dal Bangladesh, dal Pakistan e dalla Nigeria. La salma è stata messa a disposizione della magistratura. La morte potrebbe essere dovuta a sfinimento e a ustioni.

(Fonte: La Stampa)

Libia-Italia (costa africana di Sabratha), 23 luglio 2016

Almeno 53 corpi senza vita vengono portati dal mare su una spiaggia di Sabratha, nella Libia occidentale, a circa 70 chilometri da Tripoli. Le prime notizie, pubblicate dal Libya Herald e riprese poi da altri media (inclusa Rai News), parlavano di oltre 60 cadaveri, in prevalenza uomini, spinti a riva dalle correnti. Fonti ufficiali dell’amministrazione di Sabratha hanno poi ridimensionato il numero delle salme recuperate a 41, ma appare evidente che il numero complessivo delle vittime deve essere molto più elevato anche dei 60 morti ipotizzati inizialmente. Secondo fonti di stampa (Agenzia Reuters, The Daily Star Lebanon), infatti, nei giorni immediatamente successivi sono stati trovati altri 12 cadaveri, portando così a 53 il numero dei morti accertati. Le condizioni dei corpi  indicano che sono stati spiaggiati dopo almeno tre o quattro, forse cinque giorni di permanenza in acqua. Tutto lascia credere, dunque, che ci sia stato un naufragio prima del giorno 20, a non grande distanza dalla riva ma rimasto sconosciuto fino a quando il mare non ha cominciato a spingere sulla spiaggia i primi cadaveri. Si trattava, con ogni probabilità, di un gommone salpato proprio dalla zona di Sabratha, uno dei tanti che partono quasi quotidianamente dalla Libia. Tenendo conto che su ognuno di questi battelli vengono caricate in media da 110 a 120 persone, è lecito ipotizzare che ci siano dai 60 ai 70 dispersi, dei quali si è persa ogni traccia ma i cui corpi potrebbero arrivare a riva in tempi successivi, come è successo con i 12 spiaggiati dopo il ritrovamento dei primi 41. Da parte delle stesse fonti ufficiali della Municipalità che hanno riferito nella prima fase di 41 vittime accertate, è stato specificato che per Sabratha si tratta di un numero “eccezionalmente alto” di cadaveri recuperati tutti insieme, ma che quasi tutti i giorni vengono ritrovate in media una o due salme sulle spiagge della zona. (Consultare nota del primo agosto).

(Fonte: Libya Herald, Rai News, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, La Stampa del 23 luglio; Reuters, The Daily Star Lebanon, Sbs, Africa Tvcnews, Australia News del 31 luglio e del primo agosto)

Marocco-Spagna (Castillejos-Ceuta), 24 luglio 2016

Tre profughi morti e sette dispersi (per un totale di 10 vittime) nel naufragio di una barca di fronte alle coste marocchine. Il battello era salpato alle prime luci del giorno dai pressi di Castellejos, in Marocco, per cercare di raggiungere via mare l’enclave spagnola di Ceuta. A bordo c’erano 14 giovani, tutti provenienti dall’Africa sub sahariana. Durante la navigazione, per cause rimaste imprecisate, il battello si è capovolto ed è naufragato. L’allarme è stato lanciato da attivisti della Ong Caminando Fronteras. La Guardia Costiera marocchina ha tratto in salvo 4 naufraghi. Le ricerche successive hanno portato al recupero di tre corpi senza vita. Nessuna traccia egli altri sette.

(Fonte: El Faro, No Borders Morocco)

Egitto-Italia (Mediterraneo al largo di Malta), 27 luglio 2016

Un morto a bordo di un barcone con 221 migranti soccorso nel Mediterraneo, al largo di Malta, da un pattugliatore militare maltese, il P62. La vittima è un sudanese di 25 anni. I sopravvissuti, sbarcati in Sicilia, nel porto di Pozzallo, sono tutti eritrei o sudanesi. Hanno raccontato di essere partiti dall’Egitto: erano in viaggio da oltre una settimana, negli ultimi giorni completamente alla deriva a causa di un’avaria del motore. Per gran parte del tempo trascorso in mare sono rimasti senza cibo e senza acqua da bere. Il giovane sudanese è morto prima dell’arrivo della nave dei soccorritori, probabilmente proprio a causa degli stenti e dello sfinimento.

(Fonti: Ansa Sicilia e La Repubblica, edizione di Palermo).

Libia, 29/30 luglio 2016

Una donna nigeriana muore poco prima dell’imbarco o forse all’inizio della traversata dalla costa libica verso l’Italia. Si ignorano le circostanze esatte e non si sa nemmeno dove sia finito il suo corpo senza vita. La scoperta viene fatta soltanto diverse ore dopo, quando i suoi due figli vengono tratti in salvo nel Canale di Sicilia, su un gommone carico di profughi, dalla nave spagnola Proactiva, in una delle tante operazioni di soccorso condotte tra il 29 e il 30 luglio nel Mediterraneo, che hanno portato al recupero di oltre 3.400 tra uomini, donne e bambini. A raccontare che la mamma non ce l’ha fatta è Dustin, il figlio maggiore, quando viene fotografato da Santi Palacios, della Associated Press, mentre tenta di consolare il fratellino, di appena dieci anni.

(Fonte: Corriere della Sera)

Italia-Libia (Canale di Sicilia, Pozzallo), 30 luglio 2016

Un morto tra gli oltre 250 migranti sbarcati a Pozzallo dalla nave britannica Enterprise, della flotta Eunavformed, la forza navale mediterranea dell’Unione Europea. I profughi portati in salvo – 257 in tutto, provenienti in massima parte dall’Africa sub sahariana o dal Corno d’Africa – sono stati recuperati in quattro diverse operazioni di soccorso a bordo di gommoni o barchini alla deriva. Il giovane morto, la cui identità e provenienza sono sconosciute, non era su uno di questi battelli: il suo corpo senza vita è stato trovato in mare.

(Fonte: La Repubblica edizione di Palermo, Libero Quotidiano, Il Giornale di Sicilia)

 Italia-Libia-Egitto, 31 luglio 2016

Cinque morti, uno su un barcone e quattro su un battello pneumatico, due dei sei natanti intercettati nel Mediterraneo centrale nel corso di diverse operazioni (condotte dalla nave Corsi della Guardia Costiera, dalle navi Vega e Grecale della Marina italiana, Topaz Responder della Ong Moas e Iuventa della Ong Jugen Retter), che hanno tratto in salvo complessivamente 1.104 migranti.

Il barcone. La prima vittima era a bordo di un grosso peschereccio in legno che trasportava 589 persone. E’ probabile che il battello, come molti altri di questo tipo e queste dimensioni, sia partito dall’Egitto anche se può aver fatto sosta nelle acque libiche. A intercettarlo è stata la nave Grecale, alla quale si è unita la Topaz Responder. La salma è stata trovata durante le operazioni di trasbordo.

Il gommone. Su questo battello, salpato dalla Libia, erano ammassate più di cento persone. Quando è stato intercettato dalla nave Vega e dalla Iuventa, imbarcava acqua e navigava con grande difficoltà. All’arrivo dei soccorsi, una decina di migranti si sono gettati o sono caduti in acqua per la ressa e l’agitazione che si è creata a bordo: sei sono stati raggiunti in tempo dalle lance di salvataggio ma quattro sono annegati ed è stato possibile solo recuperarne i corpi senza vita.

Nello stesso tratto di mare sono stati soccorsi altri tre gommoni e un barchino salpato dall’Algeria. Per il trasferimento in Sicilia, la salma recuperata sul barcone e 723 naufraghi sono stati concentrati sulla Vega; le 4 vittime del gommone e gli altri 381 superstiti sulla Topaz Responder. Catania il porto di destinazione.

(Fonte: Agenzia Ansa, La Repubblica edizione nazionale e di Palermo)

Libia (Sabratha), 31 luglio/1 agosto 2016

“Oltre 120 cadaveri affiorati dalle acque e trascinati dalle correnti sulle spiagge libiche nel corso del mese di luglio”: è quanto ha dichiarato il sindaco di Sabratha, Hussein Thwadi, all’agenzia Reuters, che il 31 luglio ha diffuso una nota stampa poi ripresa il giorno dopo, primo agosto, da numerosi media: The Daily Star Lebanon, Sbs Com, Tvcnews Africa, Australia News, Tg-3 Rai. A parte il caso dei 53 corpi trovati a Sabratha dal giorno 23 luglio in poi, tuttavia, non sono state citate né le località né le circostanze precise. Nessun cenno neanche per il naufragio avvenuto proprio di fronte alle spiagge di Sabratha tra il 2 e il 3 luglio, con almeno 16 vittime. Gli stessi giornali che hanno rilanciato la notizia, non hanno aggiunto particolari, limitandosi a riferire la nota della Reuters. Tenendo conto delle 53 vittime già accertate del 23 luglio ed escludendo le 16 del giorno 3 (in buona parte recuperate nell’immediatezza del naufragio), secondo le dichiarazioni del sindaco Hussein Thwadi occorre dunque calcolare almeno 67 morti in più rispetto ai bilanci precedenti già noti: non a caso proprio la Municipalità, in occasione dello spiaggiamento di 53 salme il 23 luglio, ha riferito che mediamente nella zona vengono trovati uno o due cadaveri al giorno, gettati a riva dal mare. (Consultare note del 2/3 e del 23 luglio).

(Fonti: Agenzia Reuters, The Daily News Lebanon, Sbs, Australia News, Tvcnews Africa)

Africa e Siria (vie di fuga verso Mediterraneo e Turchia), 2 agosto 2016

Sono almeno 406 i migranti “morti  a terra” durante la loro fuga, nei primi sette mesi del 2016: è quanto emerge dal rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Immigrazioni (Oim) pubblicato a Ginevra a fine luglio. La grande maggioranza, 342 vittime accertate, lungo gli itinerari che dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana portano alle sponde meridionali del Mediterraneo, mentre risultano 64 i richiedenti asilo, in massima parte siriani, uccisi dalle guardie di frontiera di Ankara, nel tentativo di passare il confine tra la Siria e la Turchia. Un bilancio di morte superiore di 242 vittime, pari a quasi il 60 per cento in più, rispetto a quello appurato alla stessa data (164 vittime) da Nuovi Desaparecidos. L’Oim non precisa nel suo rapporto le circostanze precise di queste morti ma, trattandosi di un dato ufficiale, il dossier Nuovi Desaparecidos è stato aggiornato tenendo conto, appunto, anche di questi ulteriori 242 “morti a terra”.

Fonte (La Repubblica, Hurriyet Daily News)

Libia (costa a ovest di Tripoli e Al Zawiyah), 4/8 agosto 2016

Oltre 180 vittime, tra morti e dispersi: ci sono consistenti elementi per ritenere che sia questo il pesante bilancio del naufragio di un barcone salpato dal litorale libico a ovest di Tripoli e di cui si sono perse le tracce. Il sospetto è che il battello sia affondato in circostanze rimaste sconosciute. Un sospetto che si è concretizzato in due fasi, via via che sono cominciate ad affiorare le salme di alcune delle vittime, prima in vari pounti della costa e poi nei pressi di Al Zawiyah, a 45 chilometri da Tripoli.

Litorale ovest, punti diversi. Tra il 4 e il 7 agosto 20 corpi senza vita sono stati restituiti dal mare lungo la costa a ovest di Tripoli. Si è subito ipotizzato che doveva trattarsi di profughi, in maggioranza sub sahariani, vittime di una tragedia di cui non si era avuta notizia fino al ritrovamento delle salme. Imprecisati, in questa fase, sia il punto d’imbarco, sia il tipo di imbarcazione, sia il numero dei migranti a bordo.

Al Zawiyah. L’otto agosto la salma di un uomo è stata gettata dalle onde sulla spiaggia di Al Zawiyah, una città portuale diventata uno dei principali punti d’imbarco dei profughi verso l’Italia. Non è stato possibile stabilirne la nazionalità né tantomeno l’identità. A giudicare dalle condizioni, il corpo doveva essere in acqua da almeno tre o quattro giorni. Secondo quanto riferito dalle autorità libiche, potrebbe essere una delle vittime del naufragio di un battello salpato appunto quattro giorni prima dai pressi di Al Zawiyah e presumibilmente affondato a poche miglia dalla costa, in circostanze rimaste sconosciute. Stando ad alcune testimonianze, a bordo ci sarebbero state oltre 180 persone. Anzi, ci sono testimoni che riferiscono un numero preciso: esattamente 182. Anche le 20 salme recuperate nei giorni immediatamente precedenti potrebbero dunque provenire da questo naufragio, confermando l’ennesima strage di migranti. Le vittime, inclusi i dispersi, potrebbero allora essere non meno di 180.

(Fonte: Armenpress, con dati Oim, dell’8 agosto e Libya Herald del 15 agosto)

Spagna-Marocco (tra Ceuta e lo stretto di Gibilterra), 11-15 agosto 2016

Nove profughi subsahariani dispersi tra il Marocco e lo stretto di Gibilterra, dopo essere salpati dalle coste africane, presumibilmente nella zona di Tangeri, per cercare di raggiungere la Spagna. L’allarme è scattato verso le 11 del giorno 11: in seguito alla segnalazione di una organizzazione non governativa con cui i migranti erano in contatto, è stata mobilitata una unità del servizio di Salvamento Marittimo, che aveva appena recuperato un’altra barca con 7 profughi a bordo e che però non ha trovato traccia dell’imbarcazione dispersa. Il braccio di mare tra l’enclave di Ceuta, la costa marocchina e la Penisola Iberica, battuto da un forte vento di levante con raffiche superiori ai 50 chilometri, è stato pattugliato dalle unità di soccorso spagnole e marocchine per cinque giorni. Il 15 agosto le ricerche, rimaste senza esito, sono state sospese.

(Fonte: Rassegna No Borders Morocco e El Diario Andalusia)

 Libia (Bengasi, distretto di Ganfuda), 12 agosto 2016

Quattro profughi, due adulti e due bambini, membri della stessa famiglia, uccisi in un bombardamneto aereo contro le milizie islamiche a Bengasi. La notizia è stata diffusa da portavoce della Bdb (Bengazi Defence Brigade), con un video che mostra un edificio crollato con i corpi tra le macerie, seguito da un altro clip con immagini di ragazzini gravemnete feriti. Si tratterebbe, secondo la Bdb, di una famiglia proveniente dall’Africa sub sahariana e che si era sistemata nella zona sud della città, nel distretto di Ganfuda, dove si trova un grande centro di detenzione per migranti, uno dei più tristemente noti della Libia a causa delle terribili condizioni di trattamento dei prigionieri e, soprattutto, per la strage di oltre 20 migranti, tutti somali, avvenuta nel settembre 2009, ad opera della polizia di guardia, in seguito a un tentativo di evasione in massa. Stando alla Bdb, a colpire il palazzo sarebbe stato un drone francese, ma non vengono forniti elementi di prova.

(Fonte: The Libya Herald)

Spagna (Almunecar, provincia di Granada), 15 agosto 2016

Il cadavere di un uomo, presumibilmente di origine subsahariana, è stato trovato sulla spiaggia di Herradura, ad Almunecar, un piccolo comune costiero della provincia di Granada. A giudicare dallo stato di decomposizione, la salma dovrebbe essere rimasta in mare per diversi giorni. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di un profugo morto in un naufragio di cui non si è avuta notizia e che potrebbe aver provocato altre vittime. Il giorno 11 è scomparsa una barca con 9 migranti a bordo tra Ceuta e Gibilterra, ma data la distanza e le correnti, sembra poco credibile che il corpo recuperato appartenga ad uno di quei nove dispersi. Sul cadavere non sono stati trovati elementi utili all’identificazione.

(Fonte: Rassegna No Borders Morocco e El Diario Andalusia)

Spagna-Marocco, 17 agosto 2016

Sono 208 nei primi sei mesi del 2016, sino alla fine di giugno, i profughi morti o dispersi in mare mentre tentavano di raggiungere la Spagna dal Marocco. Lo riferisce un servizio giornalistico del quotidiano La Vanguardia, riportando i dati forniti da Carlos Arce, portavoce dell’Associazione per i Diritti Umani dell’Andalusia, che a sua volta si basa su notizie fornite dal Salvamento Marittimo. In totale, più vittime nella prima metà del 2016 che nell’arco dell’intero 2015, a conferma delle aumentate difficoltà e mortalità anche della rotta del Mediterraneo Occidentale. Si tratta di 51 vittime in più di quante ne risultino (157), alla data del 30 giugno, nel dossier di Nuovi Desaparecidos, senza contare naturalmente le 20 censite dal primo luglio al 15 agosto 2016. Nel servizio pubblicato da La Vanguardia non si citano i naufragi e le circostanze specifiche in cui queste 51 persone hanno perso la vita. Trattandosi però di una fonte ufficiale, se ne è tenuto conto, anche in mancanza di particolari.

(Fonte: La Vanguardia, Rassegna No Borders Morocco)

Italia-Libia (Canale di Sicilia), 18 agosto 2016

Cinque profughi morti e un disperso (per un totale di 6 vittime) in un naufragio nel Canale di Sicilia. Tra le vittime, una bambina di otto mesi e una di cinque anni. I corpi recuperati sono di due donne e di un uomo. Erano a bordo di una piccola barca partita dalla Libia con 27 persone, i componenti di otto famiglie siriane che cercavano di raggiungere l’Italia. A 22 miglia dalla costa africana il battello si è capovolto ed è affondato. Nessuno si è accorto della tragedia fino a quando la nave Phoenix, della Ong Moas, che era nella zona per un’altra operazione di soccorso, si è imbattuta per caso nei 21 naufraghi, che sono stati tratti in salvo, e nei corpi delle due bambine. Le ricerche successive hanno portato al recupero delle salme di tre delle altre vittime, due donne e un uomo. Nessuna traccia della sesta, che risulta dispersa. Nel corso della giornata sono state condotte, nel Canale di Sicilia, undici operazioni di soccorso, traendo in salvo 534 persone, che erano su due gommoni e 9 piccole barche in legno, inclusa quella naufragata. Sono intervenute la nave Sirio della Marina italiana, la Werra della Marina tedesca, la Phoenix e la Topaz Responde della Ong Moas, la Astral della Ong Open Arms e la See Watch, della omonima Ong.

(Fonte: Agenzia Ansa, Repubblica, Avvenire, Il Messaggero)

Libia-Italia (Sabrata-Augusta), 20-22 agosto 2016

C’era anche un cadavere a  bordo di uno dei 7 natanti soccorsi nella giornata del 20 nel Canale di Sicilia, a sud di Lampedusa, da unità della Marina italiana e del dispositivo di Frontex. La vittima è un giovane somalo. A causarne la morte hanno concorso probabilmente più fattori: lo sfinimento fisico, i disagi del viaggio e della traversata, la sete e gli stenti. Il suo corpo è stato trovato durante le operazioni di trasbordo dei migranti da un gommone alla nave Sirio. I sette battelli recuperati, cinque gommoni e due barche, pare siano partiti quasi contemporaneamente dalle coste africane. A bordo c’erano 576 persone. Ha destato grossi interrogativi il fatto che su uno dei gommoni ci fossero soltanto tre libici, i quali, stando a quanto hanno dichiarato, proverrebbero da Sabrata. La salma del profugo somalo e tutti i naufraghi sono stati sbarcati dalla Sirio la mattina del 22 nel porto di Augusta. Due uomini, un gambiano e un somalo, sono stati fermati dalla polizia perché ritenuti gli scafisti delle due piccole barche, salpate entrambe da Sabrata.

(Fonte: La Repubblica, edizione di Palermo; Il Giornale di Sicilia)

Marocco-Spagna (stretto di Gibilterra), 23 agosto 2016

Sette profughi dispersi tra il Marocco e la Spagna, nel tratto di Mediterraneo intorno allo stretto di Gibilterra. Della piccola barca con cui stavano tentando di raggiungere la Penisola Iberica dalla costa africana, non si sono più avute notizie poco dopo la partenza. L’allarme è stato dato da Helena Malena Garzon, portavoce di una Ong che si occupa di immigrati, che aveva perso i contatti con i profughi, dai quali era stata avvertita della traversata. Sono intervenute alcune unità  di soccorso, ma della barca non si è trovata traccia, finché le ricerche sono state sospese. I sette dispersi erano tutti subsahariani: di uno si sa il nome, Zakarias; quasi nulla degli altri sei.

(Fonte: Rassegna No Borders Morocco e messaggi web di Helena Garzon)

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