Profughi: con gli accordi Ue deportazioni in massa dal Sudan

di Emilio Drudi

Vengono espulsi in massa verso quell’Eritrea dalla quale sono fuggiti per salvarsi dalle persecuzioni e dalle angherie della dittatura. Sta accadendo in Sudan. Quasi 400 profughi sono già stati consegnati, contro la loro volontà, alla polizia di frontiera di Asmara. Altri, centinaia, sono rinchiusi in centri di detenzione statali, in attesa di essere condotti sotto scorta al confine. Per ognuno di loro si apriranno, in Eritrea, le porte delle galere del regime, imputati di espatrio clandestino ma, soprattutto, per moltissimi, con la ben più pesante accusa di diserzione, per essersi sottratti al servizio di leva obbligatorio che nel paese, da anni totalmente militarizzato dal regime di Isaias Afewerki, ha una durata indefinita, a partire dall’età di 17/18 anni in poi.

Il governo di Al Bashir ha fatto scattare l’operazione lunedì 16 maggio, con una serie di retate condotte a Khartoum tra i rifugiati di più recente arrivo: giovani – donne e uomini – giunti in Sudan solo come paese di transito, con l’intenzione di proseguire appena possibile la fuga verso nord, attraversando il Sahara fino in Libia o in Egitto e da qui trovare un imbarco per raggiungere l’Europa.

La polizia ha agito quasi a colpo sicuro. Negli ultimi anni la capitale sudanese è diventata il principale hub di transito per migliaia di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente, dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana. E’ bastato rastrellare capillarmente i quartieri dove in genere si concentrano i rifugiati, come Al Giref e Ad Dem, sulla sponda orientale del Nilo, oppure Djumbahri e Bahri. Già nei primi due giorni di retate ci sono stati centinaia di fermati. Dopo una rapida comparsa davanti a un magistrato – ha raccontato un giovane della diaspora eritrea in Sudan – circa 380 sono stati espulsi e consegnati alla polizia di frontiera eritrea al valico di Talatacir. Da quel momento non si sono più avute notizie di loro. Nell’arco della giornata di mercoledì 18 maggio, secondo la stessa fonte, altri 600 migranti sono stati fermati: su tutti grava l’incubo del rimpatrio forzato.

E’ la prima volta che in Sudan si registrano rastrellamenti ed espulsioni di questa portata in così breve tempo. Colpisce che nel mirino ci siano essenzialmente i profughi di arrivo più recente, mentre quelli insediati da tempo nel paese sono stati quasi ignorati. “Non può essere un caso – rileva don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia, allarmato dalle richieste di aiuto di numerosi profughi – C’è da ritenere, anzi, che si segua un piano ben preciso, con ogni probabilità ricollegabile all’attuazione del Processo di Khartoum, l’accordo per il controllo dell’immigrazione proveniente dalla fascia orientale dell’Africa, voluto fortemente dall’Italia e dall’Unione Europea e di cui anche il Sudan è firmatario. E, in ogni caso, le retate e i rimpatri forzati verso l’Eritrea in corso da giorni, sono la prova che la politica di esternalizzazione delle frontiere europee perseguita dall’Unione, affidando il ruolo di “gendarmi” per il controllo dell’immigrazione a dittatori come Al Bashir o Isaias Afewerki, viola gravemente i diritti dei profughi e richiedenti asilo e rende l’Europa complice delle sofferenze subite dai rifugiati, consegnati al carcere, alla tortura, forse alla morte”.

A fronte di tutto questo – conclude don Zerai – l’Unione Europea, l’Italia, l’Unhcr non possono restare indifferenti ed inerti. All’Unhcr, Habeshia chiede di intervenire al più presto per chiarire la pesante situazione che si sta profilando in Sudan e, soprattutto, per bloccare immediatamente i fermi e i rimpatri forzati dei profughi verso l’Eritrea, ovvero la loro consegna proprio alla dittatura da cui hanno cercato scampo con la fuga. Quanto all’Unione Europea e in particolare all’Italia, visti i rapporti che hanno instaurato con il governo di Isaias Afewerki negli ultimi anni, devono chiedere con forza concrete garanzie sulla sorte, l’incolumità e la libertà personale dei profughi consegnati ad Asmara contro la loro volontà. Non solo: i fermi e le deportazioni in corso dovrebbero essere quanto meno un monito, per tutti gli Stati membri della Ue, perché riconsiderino la politica dei respingimenti in massa introdotta di fatto con accordi come il Processo di Rabat, il Processo di Khartoum, le intese di Malta e quelle con la Turchia”.

Molti esponenti della diaspora insistono senza mezzi termini sul collegamento tra il Processo di Khartoum e i rimpatri forzati decisi dal governo sudanese. “Il presidente Al Bashir – sostiene Amr, un giornalista eritreo esule in Italia, ma che conosce bene il Sudan per avervi trascorso più di tre anni – ora deve dimostrare di ‘meritare la fiducia’ e i contributi finanziari promessi dall’Europa. Ecco perché ha deciso questo improvviso, pesante giro di vite contro i profughi. Anzi, probabilmente farà come a suo tempo Gheddafi, aprendo o restringendo i flussi dei migranti per esercitare pressioni sull’Unione Europea in base alle sue esigenze e convenienze. Non solo. A parte la riconsegna al regime eritreo di centinaia, forse migliaia di rifugiati in fuga, queste nuove restrizioni avranno due effetti immediati. Il primo è che, prendendo a pretesto i maggiori rischi per i controlli della polizia e dell’esercito, i trafficanti aumenteranno sicuramente il costo dei trasferimenti clandestini dei profughi verso la Libia o l’Egitto. Con ogni probabilità, non meno di mille dollari in più, rispetto alla tariffa attuale di 5/6 mila, che in quella realtà è già una cifra spaventosa. Il secondo punto riguarda le forze di sicurezza sudanesi. Sono note da tempo, nei confronti di funzionari e agenti di polizia o militari dell’esercito, le pesanti accuse di collusione con i ‘passeurs’ e di estorsione in danno dei migranti. Se queste contestazioni hanno fondamento, ora i poliziotti e i soldati corrotti avranno un’arma di ricatto in più: sotto la minaccia di essere rimpatriati e consegnati alla dittatura eritrea, molti saranno disposti a piegarsi ancora di più alle pretese, pagandosi il rilascio dai centri di detenzione a ‘prezzi’ sempre più alti. Il punto, in definitiva, è sempre lo stesso: si è messa in moto una politica che ignora del tutto i diritti dei profughi, mettendoli totalmente in balia di chi specula sulla loro tragedia”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *