Ong decise a salvare altre vite, anche contro chi le vuole abbandonare in mare

di Emilio Drudi

Hanno salvato in un anno più di 60 mila vite umane: oltre un terzo dei 181.436 migranti sbarcati nel 2016 in Italia. E sono determinate a continuare, contro ogni ostacolo. Eppure, per questa opera umanitaria, condotta esclusivamente con i propri mezzi e spesso più tempestiva ed efficace di quella delle navi militari messe in campo dall’Europa, le Ong sono state poste sotto accusa, insinuando e, anzi, in taluni casi, affermando apertamente, che sarebbero complici dei trafficanti. Un’accusa pesante, che a Roma è rimbalzata in Parlamento attraverso alcune interrogazioni e, soprattutto, hanno trovato ascolto presso la Procura di Catania.

A ben vedere – come è capitato in Francia agli abitanti della Val Roja, in maggioranza contadini che non esitano a offrire rifugio, assistenza e amicizia ai profughi che varcano il confine tra l’Italia e la Francia passando dalle loro montagne – le Ong sono state chiamate a rispondere del “crimine di solidarietà”. Anche se, ovviamente, formulato non “apertamente” ma attraverso due tipi di sospetto: sui finanziamenti necessari per coprire le spese per le operazioni di ricerca e soccorso in mare e su eventuali contatti, diretti o indiretti, con le bande criminali in Libia. “Tante Ong nascono dal nulla ma hanno fiumi di denaro: soldi per noleggiare navi, acquistare droni, arrivare a poche miglia dalla Libia per prendere a bordo gli immigrati e portarli in Italia”, si è detto. E ancora: “Come fanno ad essere così tempestive, ad arrivare sempre nel posto e nel momento giusto?”. La risposta l’ha fornita Sos Mediterranee, una delle Ong più impegnate negli interventi nel Canale di Sicilia in stretta collaborazione con Medici Senza Frontiere: 11 mila persone salvate nell’arco del 2016. Lo ha fatto proprio a Catania, con Sophie Beau, cofondatrice e vicepresidente dell’associazione, in una conferenza stampa a bordo della nave Aquarius, presenti anche la presidente di Sos Mediterranee Italia Valeria Calandra, il vicecoordinatore del soccorso Nicola Stalla e Connor Kenny per Medici Senza Frontiere.

I presunti “collegamenti” e la “tempestività”. “Noi non abbiamo alcun tipo di collegamento con le persone coinvolte in Libia nelle operazioni di partenza dei migranti e non abbiamo alcun tipo di legame con loro – ha precisato Sophie Beau – La ragione per cui siamo presenti quando ce n’è bisogno e sappiamo dove intervenire è perché è documentato che le imbarcazioni in difficoltà si trovano nella cosiddetta ‘Sar (Search and Rescue: ndr) zone”, quindi una zona ben precisa. In un anno abbiamo acquisito l’esperienza e la documentazione necessaria per capire come, dove e quando andare a recuperare profughi, tenendo anche presente che è fondamentale arrivare prima possibile. Persino un’ora può fare la differenza. E’ dimostrato che, in linea di massima, sono 10/15 le ore che una persona in quelle condizioni può sopravvivere in mare”. Per certi versi, nulla di nuovo: sono gli stessi principi seguiti e le stesse esperienze maturate dagli equipaggi impegnati dal novembre 2013 al novembre 2014 nell’operazione Mare Nostrum, le cui navi si spingevano, appunto, fino alle soglie delle acque territoriali libiche. E infatti, quando l’operazione, nata sotto il governo Letta all’indomani della tragedia di Lampedusa, fu abolita un anno dopo dal governo Renzi, ci fu subito un picco enorme di vittime. Esattamente come era stato previsto dall’Unhcr, da numerose Ong, da molti ufficiali della stessa Marina italiana.

I finanziamenti. Sos Mediterranee è categorica: tutto alla luce del sole anche per quanto riguarda i fondi necessari per le spese dell’attività di soccorso, 11 mila euro al giorno, coperti al 99 per cento da donazioni private. “Oggi – ha specificato Sophie Beau – circa 13.800 donatori ripongono la loro fiducia in noi. Inoltre, il nostro partner medico, Medici Senza Frontiere, contribuisce al costo del noleggio della nave su base mensile”.
Viene il dubbio, allora, che questa specie di “offensiva” contro le Ong mobilitate nel Mediterraneo possa spiegarsi – nella “parte politica” – con il fatto che i volontari impegnati sulle navi, oltre a salvare migliaia di vite umane, sono testimoni scomodi di quello che accade in mare e, di riflesso, in Africa, screditando o comunque togliendo ogni alibi alla scelta di esternalizzare i confini della Fortezza Europa e di darne “in gestione”, a pagamento, la sorveglianza a Stati come, ad esempio, la Libia, fingendo che siano affidabili e sicuri. Testimoni, in sostanza, di episodi gravi come l’arrembaggio a un gommone carico di migranti, conclusosi con morti e feriti, da parte di una motovedetta libica, documentato dalla Ong tedesca Jugend Rettet; la sparatoria e il successivo abbordaggio a una nave di Medici Senza Frontiere, sempre da parte di una unità libica, in acque internazionali; i migranti presi a frustate su un gommone da parte di marinai della Guardia Costiera di Tripoli, filmati da Medici Senza Frontiere.
A fronte di questa contestazione politico-giudiziaria, in ogni caso, le Ong non sono rimaste inerti. A parte le prese di posizione adottate già sullo scorcio del 2016, quando le prime accuse emersero da un rapporto dell’agenzia europea Frontex, si è formato un “fronte comune” che ha portato a una “riflessione” organizzata il 30 e 31 marzo a Bruxelles, con il sostegno dell’eurodeputato Miguel Urban, per varare una strategia unitaria. Erano presenti Sea Watch, Proem Aid, Proactiva Open Arms, Sos Mediterranee, Hellenic Rescue Team, Jugend Rette, Humanitarian Pilots Initiative, Sm Humanitario, United Rescue Aid, oltre che le organizzazioni indipendenti per i diritti umani in mare Human Rights at Sea e International Maritime Rescue Federation.

“L’obiettivo principale – si legge nel documento diffuso al termine dei due giorni di dibattito, nel quale è stata ribadita la gravità della crisi umanitaria in atto ai confini meridionali dell’Europa – è stato quello di giungere a una comune comprensione e a un accordo sui mezzi e i metodi per far fronte alle accuse infondate di comportamenti illegali rivolti alle Ong che operano nella zona Sar del Mediterraneo. Tali accuse, destituite di ogni fondamento, mettono in pericolo le attività Sar delle Ong a un punto tale da non potere più essere ignorate. Si è concordato dunque, innanzi tutto, di respingere con fermezza le affermazioni e i commenti infondati che suggeriscono una collaborazione diretta e illegale delle Ong con reti criminali”. Poi la parte più operativa: tutti si sono detti d’accordo sugli obiettivi e gli intenti previsti nella prima edizione del Codice di condotta per le operazioni di ricerca e soccorso da parte delle Organizzazioni non Governative, ma hanno deciso di apportarvi dei miglioramenti proprio “al fine di sviluppare e perfezionare le operazioni Sar professionali delle Ong”.

“I partecipanti – è la conclusione – chiedono che cessi immediatamente ogni accusa di comportamenti illegali nei confronti delle Ong attive nelle operazioni di ricerca e soccorso, a meno che non siano sostanziate dalla presentazione di prove, e che in futuro le Ong possano avere un dialogo libero, corretto e aperto con tutte le istituzioni europee coinvolte, così da promuovere l’integrazione positiva delle organizzazioni della società civile nel compito di soccorso umanitario in mare. Ciò a sostegno dell’obiettivo generale dei partecipanti: incoraggiare le organizzazioni internazionali, governative e non governative, a rimanere concentrate sul compito umanitario di assicurare che tutte le persone in pericolo nelle acque del Mediterraneo possano essere salvate”.

Ecco: salvare vite. E’ a questo che ispirano la loro azione le Ong schierate nel Mediterraneo e soprattutto su questo insistono con forza. L’opposto di quei parlamentari che hanno chiesto al Governo di “fermarne subito l’attività per stroncare qualsiasi ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione incontrollata e di traffico di esseri umani”. A prescindere dalla sorte di migliaia di persone e dando corpo a priori, senza alcuna prova, alle insinuazioni e alle accuse di “complicità con i trafficanti”. Loro stessi, quei parlamentari, infatti, parlano di “ipotesi”. Non prove: una semplice ipotesi. Ma a questa ipotesi, a quanto pare, sono pronti a sacrificare chissà quante vite, abbandonandole in mezzo al Mediterraneo. Il punto è, infatti, che da anni guerre, terrorismo, persecuzioni, fame, carestia stanno costringendo milioni di persone a scappare dal proprio paese. Milioni di uomini e donne scacciati dalla propria casa ma di fronte ai quali si continuano a costruire “muri”. Perché è un muro, l’ennesimo, anche l’accusa di “complicità con i trafficanti” mossa contro le Ong. Ma nessun muro può bloccare questa fuga per la vita: i muri, semmai, moltiplicano morte e sofferenze. Si tratta di scegliere, allora, se ignorare o no questa terribile realtà. E’ una catastrofe umanitaria e le Ong non intendono chiudere gli occhi e restare indifferenti. Come fanno invece, ormai da fin troppo tempo, le scelte della politica europea e italiana, confinando migliaia di disperati in una terra di nessuno dove diventano res nullius, “non persone” la cui vita non conta nulla.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *